I caratteri generali della storiografia

tedesca nel periodo nazionalsocialista

(1933-1945)

di Federico Bordonaro

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La scienza storica nel dibattito sulla vita intellettuale tedesca

del periodo nazionalsocialista

Il dibattito sulla vita intellettuale tedesca nel periodo nazionalsocialista ha suscitato, e continua a suscitare ancor oggi, interesse e controversie in Germania e nel mondo. L'attenzione dei ricercatori, nel corso dell'oltre mezzo secolo successivo alla caduta del regime hitleriano, si è concentrata in diverse occasioni sulla vita universitaria del Terzo Reich e sulle vicende personali dei più celebri scrittori, artisti, filosofi e scienziati i quali ­ in modo più o meno chiaro e deciso ­ diedero il loro assenso al nazionalsocialismo (si pensi, per esempio, alle polemiche che hanno coinvolto Martin Heidegger o Carl Schmitt). Sorprendentemente, minore è stato l'interesse per la scienza storica del periodo, sebbene fosse risaputo come la corporazione degli storici tedeschi si distinguesse per la forte connotazione politica.

Forse fu anche a causa di questa "mancanza di curiosità" che, mentre molti intellettuali di altri settori dovettero, dopo la Seconda guerra mondiale, pagare pesanti conseguenze per essersi schierati dalla parte di Hitler tra il 1933 e il 1945, la stessa sorte non toccò ­ per uno strano paradosso ­ a coloro i quali avevano "raccontato" la storia (vale a dire la materia più intimamente connessa con l'attualità politica) da un punto di vista nazista. Senza dubbio, un'opera come quella di Karl Ferdinand Werner1 o, più recentemente, studi del valore e dell'ampiezza come quelli di Willi Oberkrome2 e soprattutto di Karen Schönwälder3 hanno in parte colmato questa lacuna4. Queste opere, tuttavia, restano un primo sguardo d'insieme sulla storiografia di marca nazionalsocialista, mentre rare sono le analisi più specifiche delle diverse aree d'interesse (storia medioevale, concetto di impero, problema del rapporto tra Germania ed Europa, analisi comparativa delle civiltà) che nel periodo 1933-45 attirarono l'attenzione e le passioni degli storici tedeschi.

Dimensioni e problemi della ricerca storica, n. 1/2004


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Tale produzione storiografica deve essere ricostruita e studiata alla luce dell'ideologia nazionalsocialista, quale si presenta negli scritti o nei discorsi dei suoi più autorevoli esponenti (Adolf Hitler, Joseph Goebbels, Alfred Rosenberg, Heinrich Himmler ecc.). La questione centrale è la misura in cui la visione del mondo (più o meno "ufficiale") professata dalla classe dirigente tedesca abbia condizionato una categoria ­ quella degli storici aderenti o vicini al regime ­ che già prima del 1933 era orientata in senso nazionalconservatore o nazional-liberale5. Ma proprio per questa sua caratteristica ­ consistente in un sentimento perlomeno diffidente verso la democrazia e presente anche in esponenti che nessuno penserebbe di etichettare come nazisti puri e semplici (alludiamo a storici del calibro di Friedrich Meinecke, Wilhelm Mommsen, Hermann Oncken o Gerhard Ritter) ­ l'atteggiamento dell'intera "corporazione" va analizzato anche sotto il profilo della continuità o discontinuità con quanto da essa espresso dal xix secolo in poi. Come si vedrà, in linea generale la scienza storica dell'epoca nazista elaborò in modo quasi del tutto autonomo, partendo da posizioni decisamente conservatrici, una visione complessiva della "vicenda umana nel tempo" compatibile con i princìpi costitutivi della Weltanschauung hitleriana6 (anche se quasi sempre elaborata in modo più raffinato). È importante tuttavia ricordare che questa relativa autonomia si verificò solo e unicamente riguardo la produzione scientifica universitaria. Un rapido sguardo ai testi scolastici e soprattutto alle direttive per la conduzione delle lezioni di storia nelle scuole (inferiori e superiori), basterà per rendersi conto di come in codesto ambito il peso dell'ideologia (potremmo anche dire: del Mein Kampf) fosse incomparabilmente maggiore7.

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L'immagine nazionalsocialista della storia

L'ideologia politica nazionalsocialista, consistente in primo luogo, a detta dello stesso Führer, in una "visione del mondo", ebbe anche ­ in certa misura ­ una sua visione della storia8. Se infatti il Führer, in Mein Kampf, non si curò di dare esplicitamente una interpretazione "filosofica" della storia universale, è pur vero che l'asse portante dell'ideologia che traspare nell'opera ­ cioè dell'ideologia nazionalsocialista tout court ­ qualora assunto in maniera totalizzante, non poteva non influenzare ogni aspetto dell'umana speculazione e, soprattutto, la filosofia della storia. Il legame tra storia e politica fu d'altra parte sempre particolarmente sentito in Germania, tanto che il motto di alcuni storici poté essere: «La storia è la politica del passato; la politica, la storia del presente»9.

Gli aspetti fondamentali di tale visione non sono certo difficili da


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riconoscere e sintetizzare: la storia è Rassenkampf, lotta tra popoli-razza in continua competizione per la sopravvivenza e la supremazia, e rigidamente discriminabili tra più e meno degni (cioè forti e razzialmente "puri"), mentre gli ebrei, nel contesto globale, ricoprono il ruolo di potenziali o effettivi "disgregatori" dell'armonia e della compattezza interna delle altre razze; decisiva è la volontà di un popolo di imporsi e di dominare, e questo volontarismo deve agire prima di tutto all'interno di ogni singola razza (e di ogni suo appartenente), perché questa possa "autoformarsi" e rafforzarsi attraverso una rigida disciplina improntata al "realismo eroico"10, per poi volgere lo sguardo all'esterno con l'obiettivo di garantirsi uno "spazio vitale"(Lebensraum).

Uno degli storici più apertamente nazisti, Andreas Hohlfeld, ha così riassunto la visione della storia cara ai seguaci di Hitler:

E [la nostra] sarà un'immagine della storia legata al popolo, al sangue e al suolo. Ad essa sarà lecito portare il nome di "realismo eroico nazional-popolare". È infatti popolare, in quanto legata al popolo; eroica, perché legata al sangue; realista, perché legata alla terra e radicata nel suolo della nostra patria11.

Anche in Rosenberg la storia è essenzialmente «storia della razza». Onnipresente è, secondo l'autore del Mythus des xx Jahrhunderts, il pericolo, per ogni civiltà, di una rovinosa decadenza, spiegabile in ultima analisi come decadenza razziale, la quale a sua volta trae origine dall'"intellettualizzazione" ­ e, quindi, dall'allontananamento dalla propria natura profonda e spontanea ­ del modo di sentire e di agire di un popolo, il quale, di conseguenza, ne risulterà interiormente lacerato e non più creativo. Ne segue che:

Questo riconoscimento implica subito, però, la consapevolezza che la lotta del sangue e l'auspicata mistica del divenire vitale non sono già due cose diverse, ma rappresentano in modo diverso un'unica e identica cosa. La razza è il simbolo di un'anima, l'intero patrimonio razziale è un valore in sé, senza rapporto con valori esangui che ignorano ciò che è pieno di natura [...]. La storia della razza è pertanto a un tempo storia naturale e mistica spirituale; la storia della religione del sangue è, al contrario, la grande narrazione universale della ascesa e della decadenza dei popoli, dei loro eroi e pensatori, dei loro inventori e dei loro artisti12.

In Rosenberg affiora dunque una concezione decisamente antiprogressista della storia, e ciò non solo e non tanto perché il cambiamento è necessariamente foriero di degenerazione, quanto perché ciò che di buono vi è in una "razza" non può essere migliorato, trattandosi di una forma fissa, immutabile, che apparirà in modo di volta in volta diverso nelle varie epoche. Il "sapere" ultimo di una razza si inscrive già nel suo primo "mito fondatore".


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La questione razziale ha certamente, nella scienza storica di epoca nazista, un ruolo tra i più delicati e complessi. Karl Ferdinand Werner ­ il quale nel suo studio sull'argomento avanza l'idea (peraltro non certo nuova) di una responsabilità collettiva della cultura tedesca a cavallo dei due secoli nella produzione di idee che attendevano solo di essere poste in atto radicalmente per causare inauditi massacri ­ mette in luce come la "razza" fosse già da tempo elemento decisivo nelle considerazioni di alcuni storici tedeschi13. Questi ultimi non fecero altro, in fondo, se non partecipare del particolare clima culturale razzista, alla cui costruzione contribuirono sia le idee razziste e antisemite elaborate dai vari Gobineau, Chamberlain e de Lagarde, sia l'espansione coloniale della Germania ­ che mise i tedeschi in contatto con popoli extraeuropei per la prima volta. Da parte sua, Georg Iggers rileva però come i più importanti storici di destra della Repubblica di Weimar fondassero le loro teorie "reazionarie" non tanto sulla razza, quanto sulla concezione autoritaria dello Stato, elemento, questo, che li contraddistingue dagli ideologi nazional-socialisti14.

Socialdarwinismo, razzismo biologico, "mistica del sangue" e distorte concezioni "geopolitiche" formano quindi il nocciolo della visione della storia da parte nazista, con in più la convinzione di una "missione" del popolo-razza tedesco quale "rettificatore" (nel caso riesca a divenire guida "spirituale" e politica dell'Europa e del mondo) del disordine regnante. L'idea di un "Nuovo Ordine" europeo si affacciò immediatamente quando i nazionalsocialisti giunsero al potere; tuttavia essa subì variazioni considerevoli ­ cosa che invece non accadde nei riguardi del giudizio sugli ebrei e sulle razze ritenute "inferiori". Tale "Nuovo Ordine" si configurò innanzitutto come unione dei popoli germanici (non solo di lingua tedesca) in un unico "spazio vitale" (che non è esattamente uno "spazio imperiale", come vedremo in seguito), ma la sua conformazione mutò in relazione alle vicende della guerra e comunque non fu pensata allo stesso modo da Hitler e da Himmler15.

Werner nota come il problema ottocentesco dell'unificazione nazionale abbia fatto sì che la storiografia "nazionalista" sia stata penetrata dalle idee völkisch16, influenzando una nuova storiografia nella quale non più le dinastie, ma il popolo nella sua totalità era il protagonista17. La storiografia favorevole a Bismarck aveva quindi come unico scopo la potenza della nazione tedesca, e come unico problema la sua rapida unificazione. D'altronde, le idee völkisch, di ascendenza herderiana, avevano impregnato buona parte della scienza storica del periodo romantico18. Il pericolo in cui si incorre a voler seguire l'interpretazione globale di Werner è, a nostro avviso, quello di vedere la quasi totalità della cultura tedesca come un'inarrestabile marcia verso l'ideologia


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nazionalsocialista. Se è vero, come menzionato poco sopra, che tutta una generazione di storici conservatori ebbe vita facile in epoca hitleriana, è anche vero che accusarli di aver contribuito in modo decisivo al diffondersi dell'antisemitismo più virulento o della teoria del "sangue-suolo-razza" è quantomeno difficile. Non si può del tutto trascurare quanto, in merito alla genesi dell'ideologia nazista, è stato asserito, in modo sia pure discutibile, dagli storici "neo-conservatori", e in particolare da Ernst Nolte19. Voler dedurre la visione del mondo hitleriana dalla mentalità prussiana o più genericamente "nazionalconservatrice", senza considerare il peso che la tragedia e la sconfitta subite nella Prima guerra mondiale e le conseguenze del Trattato di Versailles ebbero sulla vita tedesca, ci sembra problematico. Quel che di "prussiano" vi fu nel nazionalsocialismo vi sussistette peraltro in forma distorta. Con questo, ovviamente, non si vuole sostenere che le idee propagate dai "conserva-tori" non fossero facilmente strumentalizzabili, ma solamente evitare facili equazioni o derivazioni ideologiche semplificatrici.

Il demerito degli storici tedeschi in questione è stato soprattutto quello di essersi illusi circa la possibilità di influenzare il regime hitleriano in senso conservatore, o "rivoluzionario-conservatore" (illusione che essi condivisero con il giurista Carl Schmitt, ma che furono più ostinati nel coltivare). Tale illusione è una delle principali cause del "buon rapporto" tra storiografia e potere nazionalsocialista20. È inevitabile, tuttavia, chiedersi quanto abbia giocato in questo rapporto la possibilità concreta per questi professori e studiosi di ricavarsi "un posto al sole" nella cultura del regime. Resta infatti da accertare il grado di sincerità o di opportunismo con cui gli studiosi in questione appoggiarono il regime stesso, anche quando rappresentava una netta deviazione dalla tradizione tedesco-prussiana e conservatrice, sconfinante spesso nel crimine.

Un'interpretazione per molti versi analoga a quella di Werner ci è fornita da Wolfgang Mommsen21. Il fatto che gli storici si fossero identificati con l'idea autoritaria e militarista di Stato-nazione, di stampo bismarckiano, compromise secondo il Mommsen le possibilità emancipatorie contenute nell'idea di nazione nell'accezione rivoluzionaria; in tal modo si sarebbe preparato il terreno alla concezione nazista dello Stato, soprattutto quando, come nel caso dell'austriaco Heinrich Ritter von Srbik, alla visione kleindeutsch si sostituì quella gesamtdeutsch, implicante un'esasperazione del carattere völkisch dell'unità dei popoli di lingua tedesca. A ragione Mommsen coglie nella tragedia del 1914 un elemento decisivo per la nascita di una vera e propria "idea tedesca dello Stato". Il problema della cultura tedesca nella sua interezza divenne allora, come illustrò Friedrich Meinecke, quello di garantire la propria sopravvivenza, nel conflitto, sia nei confronti della liberaldemocrazia di


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stampo anglosassone, sia nei confronti dell'autocrazia russa (e poi del collettivismo bolscevico). Ma per uscire vincitrice da tale contrapposizione, la cultura tedesca era condannata a diventare egemone in tutta l'Europa centro-orientale, quasi per garantirsi un Lebensraum spirituale22. Le "idee del 1914" si presentavano quindi quasi antitetiche a quelle del 1789 e del 1848.

In ogni caso, sarebbe errato etichettare il nazionalismo tedesco come interamente völkisch. Sia Mommsen che Iggers23 mettono in luce come, oltre che delle idee herderiane, il nazionalismo tedesco si nutrì anche di quelle "rivoluzionarie" (si pensi al 1848) e di quelle dello Stato-nazione, come conferma la lettura di Ranke. Comunque, anche in quest'ultimo appare forte la critica dell'individualismo, e lo Stato nazionale è concepito come Machtstaat, Stato di potenza, mosso da princìpi di conquista e di conservazione del potere. L'effetto più visibile delle idee nazionaliste völkisch sulla storiografia fu quello di indurre i suoi storici a eleggere i popoli di lingua e cultura tedesca ­ considerati quali parti organiche di una totalità il cui destino ultimo è l'unione anche politica ­ come oggetto privilegiato della ricerca e come protagonisti quasi assoluti della storia stessa.

L'aspetto della decadenza della civiltà europea, presente, come già visto, in Hitler e in Rosenberg, nonché nell'ideologo "rivoluzionario-conservatore" Oswald Spengler24, ebbe una grande risonanza tra gli storici nazionalconservatori. Alcuni fra coloro i quali diedero il loro appoggio al regime hitleriano e ad esso sopravvissero, e segnatamente Gerhard Ritter e Friedrich Meinecke, spiegarono sul finire degli anni Quaranta la loro presa di posizione come un abbaglio, per aver dato fiducia a un sistema che finì col rivelarsi discontinuo rispetto alla vera tradizione tedesca. Tale sistema fu dunque ­ per Ritter e Meinecke ­ un «accidente», da essi ritenuto, per un momento, in grado di arrestare il processo di decadenza. Emerge, anche in questo caso, l'affinità tra le loro vedute e quelle dei "rivoluzionari-conservatori" del periodo weimariano25.

Si cercherà ora di illustrare concisamente l'effetto dell'ideologia "ufficiale" sull'atteggiamento, personale e "scientifico", degli storici, nel momento in cui i rappresentanti politici della suddetta "visione del mondo" si assicurarono il potere pressoché assoluto nel paese.

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La presa del potere da parte nazionalsocialista

e la scienza storica tedesca

I già citati studi di Werner e Schönwälder, nonché alcune considerazioni di Georg Iggers26, sembrano dimostrare con sufficiente chiarezza come il tentativo nazionalsocialista di operare una "omologazione" (Gleichschaltung)


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della scienza storica alla propria dottrina politica, attraverso un vero e proprio attacco alle università, debba considerarsi fallito27. Ma questa considerazione è giusta solo nell'ipotesi che i dirigenti tedeschi dell'epoca abbiano voluto assoggettare completamente alla loro visione del mondo e ai loro fini politici l'intera categoria degli storici e non riuscendovi, incontrarono in essi una resistenza. Invece ­ e questa è una tesi forte e difficilmente confutabile ­ tale resistenza fu minima:

Le affinità dell'ala conservatrice (sia detto per semplificare) degli storici con alcune generali tendenze di fondo della teoria e prassi nazionalsocialiste erano così grandi che la corporazione degli storici, cui stava a cuore la propria reputazione scientifica, ignorò o addirittura respinse gli spunti völkisch o "razziali", ritenendoli non scientifici. Tra le affinità rientravano, tra le altre cose (e anche in questo caso non tutto vale per tutti), il rifiuto di sviluppi in senso liberale e democratico, il sostegno ai tentativi di revisione del trattato di Versailles, il ripristino della posizione di grande potenza della Germania la prospettiva incentrata sullo stato e sul governo nell'analisi dei conflitti di politica interna, e in particolare dei conflitti sociali, la (re)integrazione della storia austriaca in quella tedesca, un ampio interesse per gli insediamenti tedeschi nei territori di confine e all'estero, la canonizzazione della "via prussiana" seguita da Bismarck nella fondazione dell'impero28.

È ormai acquisito che nei primi mesi del dominio nazionalsocialista gli storici erano ancora in grado di esprimere piuttosto liberamente le loro opinioni29. Il fatto, quindi, che buona parte di essi30, sin da gennaio-febbraio, si espresse in modo favorevole, quando non addirittura euforico, sulla presa del potere da parte della nsdap (soprattutto sulla base di una malcelata ostilità nei confronti della Repubblica di Weimar e della democrazia in generale31), dovrebbe costituire una prova evidente della loro simpatia più o meno grande per ciò che, sul piano politico e ideologico, la svolta appena avvenuta rappresentava32. Certamente tale libertà di espressione non durò molto a lungo. A cominciare dalla fine del 1933 le attenzioni dei nazionalsocialisti non risparmiarono le facoltà di storia delle università tedesche, e, in un breve periodo di tempo (tra il 1933 e il 1935), tutti gli storici palesemente liberali e democratici (oltre, ovviamente, a quelli ebrei) vennero allontanati dall'insegnamento, quando non lo abbandonarono spontaneamente. Tra i più noti ad abbandonare il paese, è d'obbligo citare Ernst Kantorowitz, il grande medievista di origine ebraica celebre per la sua biografia di Federico ii di Svevia. A causa delle leggi razziali vennero allontanati anche Hans Herzfeld, uno studioso dichiaratamente antidemocratico che resistette fino al 1938 grazie all'appoggio datogli da alcuni circoli nazionalsocialisti, e addirittura ­ per l'aver sposato una donna di origine ebraica ­ anche il professor


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Helmut Weigel, attivista nazionalsocialista33. Quel che è più importante, tuttavia, è constatare come questi storici "indesiderabili" fossero una netta minoranza, tanto che qualcuno34 ha potuto parlare di una Selbstgleichschaltung [automologazione] degli storici ai princìpi del nazionalsocialismo, senza bisogno di particolari misure repressive da parte del regime, proprio perché la gran parte degli studiosi in questione si poteva annoverare tra i sostenitori del pensiero autoritario e antidemocratico. D'altronde, uno scritto del direttore del "Reichsinstitut für Geschichte des neuen Deutschlands", Walter Frank, che possiamo considerare come un nazionalsocialista convinto al limite del fanatismo, ci conferma come anche "dall'alto" si cercasse di favorire quegli storici che a una sicura competenza scientifica affiancassero un deciso appoggio alla Weltanschaaung nazista:

Dobbiamo riunire non già l'uniforme mediocrità dei funzionari della scienza, ma, uomo dopo uomo e anima dopo anima, l'entusiasmo spontaneo della migliore gioventù di formazione scientifica. E saldare assieme uomo a uomo, anima ad anima, nel conglomerato indistruttibile, nel fascio di una nuova scienza tedesca35.

Sembra quindi plausibile la tesi per cui gli storici "di destra", sfruttando il loro prestigio e la relativa simpatia di cui potevano godere presso i nazionalsocialisti per via della loro naturale predisposizione antirepubblicana, siano riusciti a proteggere meglio di qualunque altra categoria la loro scienza dall'attacco del nuovo regime. Prova ne sia che persino le due maggiori riviste storiche dell'epoca, la "Historische Zeitschrift" e il "Deutsches Archiv", si mantennero abbastanza immuni da contaminazioni ideologiche, nonostante fossero quelle sulle quali, come era da attendersi, si concentrarono le maggiori attenzioni dei nuovi dirigenti36. Riguardo al primo dei due periodici citati ­ il più prestigioso in assoluto ­ vi è da dire che nel 1935 l'allora direttore, Friedrich Meinecke, il quale più di altri si sforzava di mantenere neutrale la storiografia, venne sostituito da uno storico di provata fede nazionalsocialista, Karl Alexander von Müller, e non dal più moderato Gerhard Ritter, che proprio da Meinecke era stato proposto. Nonostante ciò, Meinecke conservò buoni rapporti con lo stesso Müller e altri storici vicini al regime. Per questo, e anche alla luce del numero speciale della rivista uscito in occasione dell'ottantesimo compleanno di Meinecke, vi è chi ha potuto parlare di una certa liberalità del nazionalsocialismo verso gli storici. Ma, a ben guardare, l'atteggiamento ­ invero complesso ­ di Meinecke nei confronti della politica del regime (perplessità sul piano della politica interna, ma appoggio alla guerra contro Francia e Unione Sovietica), induce a esprimere un più cauto giudizio37. Anche in questo caso, la mancanza di particolare ag


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gressività da parte "ufficiale" fu dovuta piuttosto alla sostanziale (anche se mai assoluta) concordanza degli storici con la politica della nsdap che non a una pur blanda "liberalità".

Comunque sia, all'interno della nsdap vi erano settori che insistevano per una nazificazione totale della scienza storica. I loro sforzi furono però vani, come ci conferma Peter Th. Walther:

Dopo il 1935 (in coincidenza con l'emanazione e l'entrata in vigore delle leggi di Norimberga, che provocarono moltissimi vuoti nelle università) si tentò, con specifici provvedimenti organizzativi e di politica del personale, di portare la storiografia tedesca sotto il controllo dei nazionalsocialisti convinti. Tra i drastici mutamenti indotti da questi sviluppi rientrano la sostituzione di Meinecke, fino ad allora disposto ad ampi compromessi, con il "nazista da salotto" Karl Alexander von Müller, della Università di Monaco []; la fondazione del Reichsinstitut für die Geschichte des neuen Deutschlands, diretto dall'allievo di Müller Walter Frank []. Si seguiva dunque una duplice strategia: l'assunzione di organizzazioni esistenti e l'istituzione di organizzazioni parallele in ambito extrauniversitario. L'istituto diretto da Frank non svolse il suo compito sia per la propria incompetenza che per il continuo conflitto tra istanze dello Stato e del partito: né Frank né il suo successore riuscirono a monopolizzare la gestione della ricerca e dell'insegnamento nel campo della moderna storia politica, né a guadagnare, con il concetto della storia come "scienza combattente", posizioni decisive nelle università. Veicolo della nazificazione della disciplina furono piuttosto due sottodiscipline affini, che avanzarono la pretesa di pervenire nuovamente ad una concezione integrata della scienza storica nella sua totalità: la geoantropologia (Landeskunde) storica (sviluppatasi dalla geografia storica) e l'etnostoria (Volksgeschichte) politica, che si occupava, basandosi perlopiù su presupposti razziali o völkisch, della storia della "gente comune"38.

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Continuità e rottura nell'ambito degli oggetti di ricerca

Karen Schönwälder ritiene di poter identificare tre principali gruppi di storici nel periodo weimariano: a) una maggioranza nazional-conservatrice, anti-Versailles, e genericamente "reazionaria"; b) un piccolo gruppo di "repubblicani", i quali, se da una parte accettarono le istituzioni weimariane per evitare la disgregazione nazionale all'indomani della catastrofe del 1918, dall'altra non erano certamente dei convinti democratici; infine, c) un ancor più esiguo numero di liberali di sinistra39. Secondo Iggers, di rimando, nel periodo in questione, la contrapposizione fondamentale fu quella tra gli "ultra-nazionalisti", favorevoli a una politica di potenza, quali Erich Marcks, Johannes Haller (esempio tipico, durante l'era nazista, di studioso che, rimanendo sensibile a esigenze di credibi


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lità "scientifica", sostenne in larga parte la politica del regime), Adalbert Wahl e Dietrich Schäfer da una parte, e i Vernunftrepublikaner, cioè, potremmo dire, "repubblicani [non col cuore ma] con la ragione", quali Friedrich Meinecke40 e Hermann Oncken, dall'altra41.

L'importanza del filone "nazionale" e per molti versi antidemocratico nella storiografia tedesca è d'altronde fuori discussione, e non nasce certo all'indomani della disastrosa sconfitta nella Grande guerra.

Altra questione di prim'ordine è se i primi anni di regime produssero o meno un cambiamento di interessi nel campo della ricerca, considerato che, come è stato detto, gli storici rimasti in auge dal 1933 erano già orientati su posizioni antiliberali e antidemocratiche. La risposta è positiva, ma, anche in questo caso, a un elemento di novità si affianca una continuità di fondo. Accanto ad argomenti non nuovi quali la storia patria e i rapporti fra la nazione tedesca e le principali potenze europee (peraltro affrontati ora spesso con ben altro impeto nazionalista), acquistarono rilevanza altri studi, di marca decisamente "nazista": sulle razze germaniche ed europee (tipico esempio di esasperazione-perversione dell'ideologia völkisch42), sulla preistoria germanica e sul problema ebraico, oltre, com'è ovvio, innumerevoli contributi sulla storia del movimento nazionalsocialista. Anche l'argomento "Mitteleuropa" ebbe molto spazio, soprattutto in autori come Hans Rothfels e Heinrich Ritter von Srbik43. Si trattava, comunque, di un concetto di Mitteleuropa molto particolare, inscindibile dall'idea di espansione tedesca verso est (e soprattutto verso sud-est), cosicché dal discorso di Rothfels traspare una volontà imperiale e anti-nazionale, mirante alla costituzione di un "sovra-Stato" unitario mitteleuropeo dominato dalla Germania44. Karen Schönwälder rileva in queste teorie, a ragione, una notevole influenza delle idee jungkonservativ di Moeller van den Bruck45, riguardo al "diritto" del popolo tedesco di costituire una formazione "imperiale", nell'Europa orientale, da esso dominata.

Per quanto riguarda l'idea di Impero in senso stretto, la grande ripresa di interesse si verificò soprattutto dal 1940 in poi, in concomitanza con la grande espansione tedesca a oriente. Non si trattò tuttavia di un argomento nuovo: sia nel xix secolo, con Giesebrecht e Ficker46, sia negli anni Venti il pensiero imperiale fu sviluppato in maniera articolata. Naturalmente riesce difficile immaginare come argomenti quali razza, mistica del sangue e del suolo o "realismo eroico" potessero essere trattati con attitudine scientifica, dato il loro carattere "irrazionale". Come già accennato, gli storici vicini al regime cercarono di risolvere questa contraddizione tramite la creazione di una "scienza militante" [kämpfende Wissenschaft]47.


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Il compito della storiografia e il problema del metodo

Si è già detto come, nell'ambito del tentativo di omologazione dell'università tedesca all'ideologia nazista, la scienza storica, per diversi motivi, riuscì a mantenersi sufficientemente autonoma. Qualcosa in più andrà aggiunto riguardo al modo in cui gli storici attivi nel Terzo Reich concepivano il loro compito di "narratori del passato".

Johannes Haller, che nel 1935 dedicò un breve saggio all'argomento48, considerò con una certa ironia chi, in omaggio a una pretesa "neutralità" della scienza, pretendeva di ridurre l'intera opera dello storico all'esposizione dei fatti e alla ricostruzione filologica. Se la storia sia o meno da considerare una scienza, data la difficoltà di un'esposizione "obiettiva", sembra per Haller un falso problema. Nessuno infatti dubita che la teologia o la giurisprudenza siano scienze, sebbene ogni epoca e ogni civiltà elaborino una propria teologia e una propria giurisprudenza. Dunque la storiografia può certamente essere scritta con occhi tedeschi o moderni o conservatori e via dicendo, senza per questo avere meno valore di un'esposizione neutra che eviti accuratamente di trarre conclusioni. Non solo: ogni generazione deve scrivere la storia secondo l'immagine che ha di essa, poiché la storia è la coscienza della nazione, e la storiografia è servizio offerto alla propria patria. Questo però ­ avverte Haller ­ non deve in nessun modo significare che per servire il proprio paese si debba falsificare il passato: ciò sarebbe un tradimento49.

Ancora più deciso nella difesa di una nuova scienza storica "tedesca", fu Harold Steinacker50. «Ogni epoca» ­ così egli scrisse51­ «ha la scienza che si merita». Steinacker rifiuta totalmente l'idea di una scienza universale, e giunge ad asserire che un popolo deve proteggere la propria scienza52 così come protegge la propria visione del mondo, nel confronto-scontro con gli altri soggetti collettivi. La pura scientificità sarebbe allora letale per la storiografia, e solo tenendo conto della "volontà" dei popoli (di affermarsi e di dominare) si può rendere intelligibile il corso complessivo degli eventi. In tutti gli storici filonazisti troviamo un franco disprezzo per la microstoria, poiché il fine della ricerca è quello di conferire un senso globale agli accadimenti. Per Steinacker, la "rivoluzione" nazionalsocialista rappresenta per la Germania quel che la Rivoluzione francese ha significato per la Francia: il momento decisivo, quello in cui la nazione assume una forma e un carattere ben definiti. Ma egli va oltre: l'esperienza tedesca sarà il modello per tutti i popoli europei del xx secolo. Lo scopo della storiografia sarà quindi di mostrare come l'unirsi, da parte di tutti i popoli di lingua e cultura tedesca, in un unico Volksstaat, sia il fine della loro stessa esistenza. Di conseguenza


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gli storici dovranno narrare le vicende di questo "popolo-razza", ché esso, e non i vari Stati, è al centro della storia. E dovranno altresì ribadire la necessità di una "guida spirituale" del mondo (che non è dominio brutale) da parte del Reich germanico.

Giova comunque ricordare quel che Karl Ferdinand Werner, nel suo già menzionato studio, mette in luce riguardo all'obiettività degli storici del periodo hitleriano. Citando l'opera di W. Zunke sulla politica ebraica dei re e degli imperatori tedeschi in epoca franca53, apparsa nel 1941, egli scrive che l'autore, pur se a malincuore, non esitò a esporre il risultato esatto della sua ricerca, e cioè che tale politica non fu affatto ostile agli ebrei. D'altra parte anche uno storico come H. Dannenbauer, che appoggiò decisamente il regime, affermò che solo uno squallido dottrinarismo poteva portare a considerare un millennio di storia tedesca come sviluppo monolitico di un "puro" popolo germanico54.

La preponderanza delle idee völkisch in epoca nazista fu tuttavia di non trascurabile entità in ogni campo della ricerca. Anche se il loro contenuto può facilmente essere etichettato come tipicamente "nazista", nel senso deteriore normalmente attribuito al termine (come equivalente di "razzista", "antisemita" e simili), esse nacquero ben prima dell'avvento al potere di Adolf Hitler.

Il nazionalismo "etnico" ­ non quindi rivoluzionario o "giacobino" ­ era legato in Germania all'"antico sogno" di un nuovo Reich, che Jost Hermand55 rinviene nella pubblicistica di orientamento "conservatore" fin dal xvi secolo56, e la sua "dottrina" era imperniata sulle presunte qualità di un mitico popolo germanico originario, contraddistinto da forza, coraggio, intraprendenza, purezza, bontà ecc., la cui esistenza era addotta praticamente sulla base della sola Germania di Tacito. Il nuovo Reich, come si può intuire, doveva rappresentare una rivoluzione spirituale orientata verso tale glorioso passato.

Le idee völkisch trassero forte impulso dalla situazione tedesca del periodo immediatamente successivo alla Prima guerra mondiale, per poi raggiungere il culmine tra il 1933 e il 194557. Nonostante il loro carattere essenzialmente irrazionale e "reazionario" e il loro esser rivolte al passato ­ spesso assai remoto ­ le ricerche improntate a tali idee vennero condotte con metodo sorprendentemente moderno58. Il condizionamento ideologico, in tale particolare ambito di ricerca, consisteva essenzialmente nel fatto che dopo ricerche condotte con minuziosità filologica (al termine delle quali si era in possesso di dati reali e non inventati di proposito), si traevano conclusioni in linea con la visione del mondo nazionalsocialista, le stesse ­ per intenderci ­ che sarebbe stato possibile trarre con qualsiasi altro dato a disposizione. Poteva perciò capitare di leggere teorie decisamente false ricavate da ricerche che, dal punto di


i caratteri generali della storiografia nazionalsocialista

vista scientifico, risultavano ineccepibili59. Ciò è significativo per comprendere il processo di "fascistizzazione" progressiva della scienza tedesca in atto nei primi anni del regime nazionalsocialista: carattere ideo-logico della ricerca e tentativo di fusione di modernità (in questo caso del metodo scientifico) e tradizione (come antichità mitica riproponibile quale modello per il xx secolo). Tale tentativo, se spogliato del carattere aggressivo e totalitario ("fascista"), potrebbe essere un'eccellente definizione di "rivoluzione conservatrice".

I legami tra Volksgeschichte e nazionalsocialismo erano ancor più evidenti quando si trattava del riordinamento dell'intera area centro-orientale dell'Europa, sulla base dello "spazio vitale" necessario alla "comunità organica" germanica60. Se molti "rivoluzionari conservatori" degli anni Venti61 e, ancora, molti storici dichiaratamente nazionalsocialisti62 pensavano al "Nuovo ordine" europeo come risultato di una sorta di nuova renovatio imperii ­ pur essendo comunque presenti, nei loro scritti, elementi völkisch ­ molti altri autori insistevano più decisamente sul "diritto" dei tedeschi a dominare su altri popoli, per via della loro superiorità culturale e razziale63, senza necessariamente rifarsi al mito dell'Impero.

Storia razziale e mito imperiale (connesso all'espansione tedesca) furono quindi, come ribadisce Karl Ferdinand Werner64, i due grandi filoni della storiografia tedesca tra il 1933 e il 1945. Nel prosieguo della presente ricerca tenteremo di analizzare il secondo di essi.

Quanto detto finora, d'altro canto, dovrebbe dimostrare con sufficiente chiarezza la posizione privilegiata degli storici tedeschi durante il Terzo Reich. L'essenziale, per la gran parte di essi, nel 1933, era che la detestata Repubblica di Weimar, distruttrice dell'amato Secondo Reich e figlia della disfatta del 1918, fosse stata abbattuta, e che per la rinnovata potenza nazionale tedesca si aprissero nuovi orizzonti di gloria e di conquista65.

Essi non soffrirono più di tanto l'invadenza dello Stato "totalitario"; coloro che si erano formati alla scuola dei Treitschke, Droysen e Mommsen non dovettero operare brusche rotture col passato66, e se anche vi furono dei propositi "rivoluzionari" da parte nazista (ad opera dell'istituto diretto da Frank in particolare67), essi restarono in gran parte sulla carta: i nuovi dirigenti tedeschi cercarono di utilizzare il prestigio degli storici conservatori per i propri fini, potendo contare, attraverso il loro lavoro, su un supporto "scientifico" alle proprie tesi.


federico bordonaro

Note

1. K. F. Werner, Das ns-Geschichtsbild und die deutsche Geschichtswissenschaft, Kohlhammer Verlag, Stüttgart-Berlin-Köln-Mainz 1967.

2. W. Oberkrome, Volksgeschichte. Methodische Innovation und völkische Ideologisierung in der deutschen Geschichtswissenschaft, Vandenhoeck & Ruprecht, Göttingen 1993.

3. K. Schönwälder, Historiker und Politik. Geschichtswissenschaft im Nazionalsozialismus, Campus Verlag, Frankfurt a. M.-New York 1992.

4. Per quanto riguarda la letteratura sull'argomento disponibile in lingua italiana, segnaliamo la recente pubblicazione degli atti di un convegno su storiografia e politica in Germania, tenutosi a Torino nel marzo 1991: cfr. L. Riberi (a cura di), La Germania allo specchio della storia, FrancoAngeli, Milano 1995.

5. Questa considerazione è accettata unanimemente dagli studiosi tedeschi che si sono occupati della questione. Cfr. soprattutto Schönwälder, Historiker und Politik, cit., passim; cfr. Werner, Das ns-Geschichtsbild, cit., passim; cfr. P. Th. Walther, Gli storici tedeschi durante il nazismo e nell'emigrazione, in L Riberi (a cura di), La Germania allo specchio della storia, FrancoAngeli, Milano 1955, pp. 139-50.

6. Cfr. Walther, Gli storici tedeschi, cit., in part. pp. 145-7. In questo senso, si può dire che la Gleichschaltung, cioè il tentativo nazista di "omologazione" della storiografia all'ideologia del regime, non tanto fallì quanto si rivelò superflua. Cfr. Schönwälder, Historiker und Politik, cit., passim.

7. Cfr., a questo proposito, D. Klagges, Geschichtsunterricht als nationalpolitische Erziehung, in Id. (hrsg.), Volk und Führer, Diesterweg, Frankfurt a. M. 1936.

8. Werner, Das ns-Geschichtsbild, cit., pp. 9 ss.

9. J. Haller, Über die Aufgaben des Historikers, in "Philosophie und Geschichte", 1935, n. 53, p. 4.

10. Quello del "realismo eroico nazionalpopolare" (völkisch-heroischer Realismus) è un concetto importantissimo per la comprensione dell'immagine della storia nazional-socialista. Il termine fu coniato da Werner Best in Krieg und Krieger (1930). A esporlo più compiutamente fu Ernst Krieck, uno dei maggiori filosofi nazisti, che lo definì la capacità di un popolo di far appello alla propria incrollabile volontà di sopportare un destino duro, senza aspettarsi compensazioni materiali di alcun tipo, con la coscienza di adempiere però a un superiore compito spirituale. In Hitler queste idee sono presenti, sotto forma di un più generico "volontarismo". Su questo argomento cfr. A. Hohlfeld, Das Geschichtsbild des Dritten Reiches, Gedrückte von der Rede des Führers in Nürnberg am 3.5.1935, Nürnberg 1935 (stampato in occasione del discorso che Adolf Hitler pronunciò a Norimberga il 3 maggio 1935). Su Ernst Krieck cfr. anche A. Mohler, Die Konservative Revolution in Deutschland 1918-32, Stocker, Bonn 1944, pp. 480-2 [trad. it. parziale: La Rivoluzione conservatrice, La Roccia di Erec, Firenze 1990]. Per il "realismo eroico" cfr. in particolare E. Jünger, Der Arbeiter. Herrschaft und Gestalt, Klett-Cotta, Stüttgart 1982 (19321) [trad.it. L'Operaio. Dominio e forma, a cura di Q. Principe, Guanda, Milano 1984].

11. Hohlfeld, Das Geschichtsbild, cit., p. 8.

12. A. Rosenberg, Der Mythus des 20. Jahrhunderts, Hoheneichen Verlag, München 1930 [trad. it.: P. Castruccio (a cura di), Il Mito del xx Secolo, Edizioni del basilisco, Genova 1981, p. 35].

13. Werner (Das ns-Geschichtsbild, cit, pp. 11-2) si riferisce in particolare a un libro di Ludwig Woltmann, apparso nel 1907, sull'eugenetica e sulla degenerazione razziale, ma anche a uno studio di W. Schallmayer del 1910.

14. G. Iggers, Deutsche Geschichtswissenschaft, Böhlau, München 1972, p. 320. Nel periodo weimariano, peraltro, la ricerca sulla razza si raffinò, tanto che si poté parlare