Gli ebrei a Terracina nel Rinascimento*


di Chiara Beatrice


 

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La comunità dalle origini al primo Quattrocento

La storia di Terracina, città volsca divenuta «colonia maritima civium romanorum» nel 329 a.e.v., inizia assai presto a intrecciarsi con quella degli ebrei. Non abbiamo testimonianze dirette di questo legame fino al secolo xiv, ma già in età imperiale, ipotizza il Loevinson1, la posizione della città, a metà strada tra Roma e Napoli, e i suoi fiorenti commerci, avrebbero attirato un primo nucleo ebraico. Bisogna però aspettare il 591 e.v. per avere notizie dirette della comunità terracinese in due lettere scritte da Gregorio Magno tra il marzo e l’ottobre di quell’anno2. Il vescovo della città, Pietro, aveva scacciato gli «Judaei» dal luogo «in quo ad celebrandas festivitates suas […] convenire consueverant»; il papa, dopo aver ricevuto Ioseph (un rabbino, o forse un notabile), invitava il vescovo a lasciare gli ebrei liberi di professare il loro culto dove preferivano («et ad locum, quem, sicut praediximus, cum tua conscientia quo congregentur adepti sunt, eos sicut mos fuit ibidem liceat convenire»)3, ma soprattutto a trattare «qui a Christiana religione discordant» con «mansuetudo» e «benignitas», con la persuasione e la predicazione, piuttosto che con «minis et terroribus». Tra settembre e ottobre, il vescovo aveva di nuovo spostato la sinagoga, per le lamentele dei fedeli di una vicina chiesa cristiana, disturbati dalle voci degli ebrei raccolti in preghiera4. Il papa decise allora di inviare a Terracina Bacaudo e Agnello, vescovi di Formia e Fondi, per trovare una soluzione; nel caso in cui i canti e le preghiere degli ebrei si fossero rivelati davvero di disturbo alle cerimonie cristiane, i tre avrebbero dovuto cercare «alium locum […] ubi prefati hebrei conveniant, quo sua possint sine impedimento cerimonia celebrare». Papa Gregorio Magno proibiva di gravare gli ebrei di tasse straordinarie, e chiedeva di lasciarli vivere come gli altri cittadini, pur ribadendo il divieto per loro di possedere schiavi cristiani5. L’unica certezza che ricaviamo dalla lettura del carteggio gregoriano è l’esistenza di un luogo in cui gli ebrei della città si riunivano per pregare, ma anche per svolgere tutte le pratiche comunitarie relative alla vita amministrativa e a quella culturale6.
A questi precisi riferimenti sulla comunità ebraica terracinese segue un lunghissimo silenzio delle fonti, che termina all’inizio del secolo xiv, quando troviamo il nome di Boetius Russus, neofita, esentato «ab omnibus datiis et collectis et custodiis et aliis gravaminibus quibuscumque ipsius civitatis que pro futuro tempore imponerentur», per gli anni 1302 e 13087. Non conosciamo il nome ebraico del neofita: è probabile che dopo il battesimo avesse assunto quello del padrino o del sacerdote che aveva celebrato il rito, o uno legato a entrambi. Peraltro non sappiamo con sicurezza se, all’epoca della conversione, Boetius vivesse a Terracina; possiamo ipotizzare una provenienza dal Regno di Napoli8, poiché, negli anni Novanta del Duecento, gli Angiò avevano iniziato una politica fortemente antiebraica.
Al 1318 risale inoltre un elenco di persone, a cui le autorità comunali concedono i diritti di «herbaticum et spicaticum communis» per tutto l’anno; tra i nomi vi è anche quello di Moise iudeus9. Infine, alla prima metà del xiv secolo risale una lettera, indirizzata a Beniamin di Mordekhai a Roma da parte di Mosè Remos, in cui lo informa di aver dovuto lasciare Maiorca, e di essere stato assunto come insegnante dalla comunità terracinese, per la paga di sei fiorini l’anno10.
Per il Trecento dunque le testimonianze documentarie offrono elementi scarsi, ma sufficienti ad abbozzare a grandi linee un profilo della comunità: già all’inizio del secolo xiv esiste a Terracina un nucleo ebraico, dedito forse al commercio, o ad altre attività11, artigianali o legate alla terra. Inoltre, l’incarico di insegnamento affidato a Mosè Remos testimonia l’esistenza di una vera e propria scuola ed è indice di una certa disponibilità economica da parte del gruppo ebraico terracinese.
Non abbiamo notizie sui luoghi d’origine delle persone citate; è facile immaginare che la città, per la sua posizione, fosse tra le mete preferite dagli ebrei costretti a spostarsi, sia per lavoro (banchieri e commercianti, soprattutto toscani e laziali), sia per sfuggire alle conversioni forzate imposte dagli Angioini12. È importante infatti ricordare che nel periodo a cavallo tra i secoli xiii e xiv, i nuclei ebraici nel Lazio sono in aumento proprio a causa dei profughi delle terre del Regno.
La situazione di Terracina evolve di nuovo nel 1400: il potere papale, negli anni del grande scisma d’Occidente, è debole e lontano, e i sovrani di Napoli ne approfittano per ampliare la loro area d’influenza13, almeno fino all’elezione al soglio pontificio di Martino v, con cui si ricostituisce l’unità del papato.
Ed è proprio al periodo del pontificato di papa Colonna che si possono far risalire i trentadue «Capitula alias per Cameram Apostolicam rata et tollerata hebreis civitatum Terracene et Ferrentini […] et magistero Sabato hebreo»14, conservati nell’Archivio comunale di Velletri. Agli ebrei di Terracina era concesso di circolare senza segno distintivo in città e nel districtum per viaggi della durata massima di otto giorni (cap. i; questa facilitazione era stata concessa alla comunità romana già nel 140215); potevano comprare olio, vino, grano, trattando il prezzo col venditore (cap. ii). Il prestito era ammesso e regolato dettagliatamente: l’interesse era fissato a otto denari; in pegno era possibile accettare merci di ogni tipo (cibo, grano, legna, fieno e altro), purché fossero registrate per iscritto e dietro giuramento16. In caso di convocazione presso un tribunale, per citazione o per accusa, gli Judaei dipendevano dagli ufficiali del Comune e per i reati più gravi dalla Camera apostolica. Erano inoltre esonerati dalla partecipazione alle battaglie e alle cavalcate, e non erano tenuti a sostituire questo servizio con una tassa straordinaria17; era fatto divieto alle autorità di imporre loro imposte e collette superiori a quelle versate dai cittadini cristiani. Si concedeva inoltre agli ebrei di continuare a celebrare i loro riti nelle sinagoghe e nei cimiteri senza «novitas» e «impedimentum», di avere un macello proprio, di lavorare di domenica, di poter rispettare il sabato, e di affidare i figli a nutrici cristiane. Compariva inoltre, nei Capitula, il divieto di uscire di casa nei giorni delle festività cristiane, presente in molte raccolte di statuti18 (anche nei cinquecenteschi Statuta antiquissime civitatis Terracina).
Le scarse fonti che abbiamo a disposizione per il secolo xiv e la prima metà del xv permettono di delineare un quadro generale, ma non di ricostruire la complessità della vita quotidiana degli ebrei di Terracina. Così, mentre diminuiscono, nei documenti terracinesi, i riferimenti alla comunità, aumentano le tracce dei suoi membri in altre zone d’Italia. Uno spostamento questo di cui non siamo in grado di definire nei particolari le modalità e le caratteristiche, ma che è all’origine ad esempio, nella Toscana del Quattrocento, di numerose famiglie di prestatori definite «Terracina», «da Terracina» o «olim da Terracina»19. Nelle fonti fiorentine viene citato, a partire dal 1406, Bonaventura di Salomone da Terracina, comproprietario di banchi di prestito, a Pescia e a Prato20, e successivamente a Pisa (1423) e in altre località toscane. Nel 1438 Bonaventura era a Firenze, dove ottenne l’autorizzazione a «fenerare nella città, nel contado e nel distretto»; due anni dopo, una multa per esercizio illegale del prestito21 lo ridusse sul lastrico; dalla Toscana, si trasferì a Ferrara (1444), probabilmente per iniziare una nuova attività22.
A Lucca visse Jacob di Elia, che nel 1476 sposò Sara di Gaio di Abramo da Lucca23; la loro figlia Laura, circa quindici anni dopo, si unì in matrimonio a Simone di Vitale da Pisa, associato in due banchi, a Bologna e a Siena, proprietario di un banco a Verona, con capitali depositati presso compagnie di ashkenaziti a Venezia e a Padova. Fu poi la stessa Laura, rimasta vedova in giovane età, a mettersi a capo di una delle agenzie di prestito, a nome dei figli avuti da Simone.
Secondo Michele Luzzati24, questa famiglia e la sua attività divennero, negli anni Trenta del xvi secolo, un punto forte di unione per gli ebrei dell’area mediterranea: al banco lavoravano levantini e napoletani; non è un caso che il figlio maggiore di Laura, Vitale Nissim, anni dopo abbia sposato la figlia di un prestatore di Venezia.

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«Terracina case sei»: la “descriptio” del 1472

Il secondo Quattrocento, segnato dalle lotte tra i pontefici e gli Aragonesi, vide Terracina tornare sotto la giurisdizione pontificia con Pio ii. La città versava allora in condizioni economiche disastrose a causa delle spese legate alla guerra; per far fronte a questo stato di cose il pontefice prese una serie di provvedimenti, tra i quali l’esenzione degli abitanti da tutti i dazi e i tributi, e l’autorizzazione ad accogliere gli ebrei in città25 sottoponendoli alle stesse leggi e privilegi dei cives e consentendo loro l’attività feneratizia. Un dato certo sulla presenza di famiglie ebraiche a Terracina è fornito da un documento fiscale, una descriptio dei fuochi ebraici della regione, con relativa tassazione, redatto il 25 giugno 1472 da Iacobus de Aquasparta, collettore della vigesima26 degli ebrei per le province di Marittima e Campagna27. Nell’atto di nomina compare anche una descriptio fiscale della provincia, con l’elenco delle comunità e l’ammontare della tassa, «più o meno elevata a seconda della consistenza patrimoniale dei soggetti, stabilita in base a finora ignoti sistemi di accertamento»28. Per Terracina nel 1472 vengono elencate 6 «case» (ovvero famiglie; ma non sappiamo se si tratti di ebrei già residenti in città o qui trasferiti dopo le concessioni di Pio ii), 2 (con capofamiglia Cresci e Begnamini) tassate per 20 ducati, le altre 4 (Dattilo, Iacobbe, Moise, i figli di Moise) per 3 ducati, per un totale di 52 ducati. Dagli atti raccolti è stato possibile reperire altre notizie dei capifamiglia nominati nella lista: Dattilo è citato in un documento del 1476 come possessore di un terreno in campagna, al pari dell’ebreo Cresce29. Nel documento, che registra la vendita di un «solarium»30, che fa parte della casa «in qua habitat Moise hebreus» (il Moise tassato quattro anni prima), sono riportati i nomi dei proprietari dei terreni confinanti, tutti ebrei. Beniamino è probabilmente da identificarsi con il Beniamino da Marino31, figlio del defunto Dattilo, che nel 1473 presta una piccola cifra alla vedova Perna32, e che nel 1503 conclude un accordo per le nozze tra la figlia Rosa e Mosè di Salomone33, creando anche una «societas» con Salomone per la riparazione e la vendita di panni usati. Infine, di Moise sappiamo che nel gennaio 1473 stipula un patto matrimoniale a nome di uno dei figli34 (anche qui, come nella descriptio, non si fa il nome del ragazzo) con Gaio di Gabriele, padre della giovane Rosa.
Ritornando all’analisi della descriptio, notiamo dunque una certa differenza tra la capacità contributiva della comunità terracinese e quella di altri nuclei ebraici della provincia: tra i più ricchi ebrei della provincia ci sono «mastro Angelo medico» da Sermoneta35, «Angelo de Mele» da Priverno, e «Mosce de Moscetto» da Sezze, tutti tassati per 60 ducati, mentre «Mele et lo fratello», di Ferentino, verseranno cumulativamente ben 70 ducati; la comunità più povera e numerosa è quella di Tivoli, dove quattordici «case» pagano, in tutto, 42 ducati (in media, 3 per famiglia). Il 28 aprile 1476 Iacobus riottenne il titolo di commissario «ad exigendam vigesimam»; la situazione economica degli ebrei terracinesi non aveva nel frattempo subito variazioni.
È comunque importante tenere presente la parzialità della fonte fiscale: le cifre del documento rappresentano infatti «un tetto massimo fissato in base ad una valutazione “induttiva” della consistenza dei redditi ebraici, cifre che andavano poi concordate con gli interessati e che normalmente subivano una notevole diminuzione»36. Si tratta dunque di una fonte non completamente attendibile dal punto di vista economico, né da quello demografico; infatti nell’elenco non compaiono i capifamiglia che, a vario titolo, potevano essere esonerati, oppure quelli che per indigenza non erano in grado, per quell’anno, di pagare. A riprova di ciò, scorrendo i documenti notarili coevi alla descriptio37 (anni Settanta del Quattrocento), troviamo nominate persone non inserite nella lista fiscale: Gaio di Gabriele, con la moglie Marella e la figlia Rosa38; Mosè di Angelo e Marena39; Salomone «quondam Azalelli»40; Liutius (o Leutius, o Lautius) di Davide41; Gabriele, figlio del defunto Angelo42; Diotaiute43; Mele di Pellegrino44.
Tentando una valutazione complessiva della presenza ebraica a Terracina in questo periodo, possiamo valutare il numero delle «case» ebraiche in 16-20 unità, per un totale di 80-100 persone (usando il coefficiente di 5 individui per famiglia); un numero abbastanza alto, se consideriamo il momento storico. Non esistono indicazioni precise sulla consistenza degli abitanti di Terracina all’epoca, ma sappiamo dal Contatore che dopo la metà del 1400 incomincia un calo demografico dovuto alle conseguenze economiche delle guerre e dell’interramento del porto, tanto che, come abbiamo visto, Pio ii invitava i «cives, habitatores et incolae Civitatis» ad accogliere entro le mura gli ebrei, «quia plerumque contigit, quod multi impotentes ad solvendum debita, quae hinc inde vagando contrahunt, qui postea solvere non possunt»45.

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Dopo il 1492: i «siculi» e «gli altri»
nella vita economica terracinese

Alla fine del Quattrocento, con le grandi espulsioni dalla Spagna e dalla Sicilia, e successivamente con le espulsioni dal Regno di Napoli, il mondo ebraico diventa sempre più un mondo in movimento: gli ebrei – mercanti, prestatori, medici – si spostano in Italia e nel Mediterraneo, da soli o con le loro famiglie. Terracina offriva a questi «migranti» diversi vantaggi: una posizione «di confine», vicina a Roma e Napoli, e una legislazione che permetteva di vivere con (relativa) libertà. Intorno alla città, nel Lazio centrale e meridionale, c’era «una costellazione di minuscole comunità ebraiche» (Toaff), che rappresentava un punto di forza, sia dal punto di vista umano che da quello dell’identità religiosa, per i nuovi arrivati.
Fin dall’inizio del xvi secolo nei protocolli notarili di Terracina si registra la presenza di ebrei «siculi» e «de Regno». Una prima differenza tra questi ebrei «forenses» e la comunità locale si nota già nell’onomastica: i notai, che il più delle volte annotano i nomi degli «judei incolae et habitatores Terracinae» col solo patronimico46, riportano invece, dei «siculi», la provenienza regionale («Ricca hebrea sicula»), o quella della città («Angelus da Misina hebreus»). Per quanto riguarda gli «hebrei de Regno», può essere indicata l’ultima località in cui hanno fatto tappa («siculus de Capua»), o semplicemente la città (Aversa, Maddaloni ecc.) da cui provengono, anche se non si può escludere una loro origine siciliana47. Altri appellativi tradiscono un’origine ancora diversa («turcus», «hispanus», «de Tripoli»); negli atti notarili compaiono inoltre nomi orientali, come Bosarh, e cognomi, come Zamat e Mogazali.
Anche per valutare, dal punto di vista quantitativo, la presenza degli ebrei «forenses», è necessario ricorrere alle scritture notarili terracinesi: da questa fonte apprendiamo che sono 21, tra il 1511 e il 1559, gli ebrei «siculi» (17 uomini e 4 donne) che vivono a Terracina, 10 i regnicoli (9 uomini e 1 donna), 2 i calabresi: in tutto 33 persone, su un totale di circa 192 ebrei citati negli atti. È difficile stabilire quanti, tra questi «forenses», vivessero in città: di alcuni abbiamo notizie continue, mentre di altri sappiamo che si recavano a Terracina solo per affari.
Dei nostri 21 ebrei «siculi», 19 sono citati per la prima volta nei documenti di Terracina tra il 1511 e il 1513: all’armistizio di Lione (1504), che aveva assegnato il Regno di Napoli alla Spagna, erano seguite due grandi ondate di espulsioni di ebrei48, nel 1510 e nel 1514, e una conclusiva nel 1541. Sembra quindi probabile che essi si fossero originariamente stabiliti nel Regno di Napoli, e solo successivamente si siano spostati a Terracina, dopo la prima espulsione degli ebrei dal Regno.
Con l’arrivo nella comunità delle famiglie di ebrei «de Regno», le attività economiche del nucleo ebraico cittadino aumentano e si diversificano: nel xv secolo i pochi documenti rimasti attestano il possesso, da parte di ebrei, di appezzamenti di terra, e un solo caso di prestito, mentre nel xvi dai documenti notarili emerge un quadro economico più vario e complesso: gli «Judei», terracinesi e non, si occupavano di commercio, allevamento, artigianato, prestito; alcuni, come Diotaiute49, Ventura di Sabato da Fondi50, suo figlio Sabato di Ventura51, Habraam Turco52, erano anche proprietari terrieri. Diversi contratti testimoniano la creazione di società tra ebrei e cristiani per l’allevamento degli animali nella forma della soccida, come quella tra Emanuele di Salomone da Veroli e i fratelli Vischella53, e quella tra Paolo Nardi Antonutii e Silviano di Brunetta, procuratore di Ventura da Fondi54; altri documenti parlano di ebrei come di allevatori “tradizionali”55.
Alcuni ebrei si dedicavano al commercio, da soli (come Angelo Saracino, che possiede una «apotheca»56 nel 1513), o in società: dagli atti notarili sappiamo che vendevano e compravano cibo (formaggio57, olio58, vino59). Per gli ebrei come per i cristiani questo genere di commercio era spesso un’attività che affiancava quella (o quelle) principali, come nel caso di Emanuele da Veroli, calzolaio, prestatore con licenza papale, che nel 1540 si recava dal notaio per registrare la vendita di una botte di vino a un cristiano60, o come nel caso di «Peregrinus de Peregrinis, fenerator» di origine siciliana, che nel 1551 ne vendeva cinque a tre cristiani61.
Particolarmente interessanti sono alcuni atti in cui si fa riferimento al taglio e al commercio di legname: anche in questo campo gli ebrei spesso si associavano ai cristiani, dividendosi i compiti e le spese, come nella società di Vito di Sciacca con Antonio Tuttobono62 e in quella di Angelo «notarius» da Capua con Nardo Tuttobono63 nel 1513. In alcuni casi chi aveva somme da investire preferiva lavorare da solo, come Lazzaro di Meluzzo da Napoli, che pagava 40 ducati a Marino Belli, originario di Amatrice ma residente a Terracina, per segare mille tavole di ontano64.
È attestato anche il commercio di tessuti: gli ebrei riparavano e vendevano panni usati, come Beniamino da Marino e Salomone da Roma65, o lana e stoffe di diversi colori, come Gaudio da Fondi, a cristiani ed ebrei, sia all’ingrosso che al minuto. Conosciamo i nomi di due sarti, Iacob «ispanus»66; e Raffaele di Salomone67; di un conciatore, David da Lipari68; di un orefice, Samuele «ispanus»69, e del suo omonimo, fabbricante di spade70. Alcuni «judaei» erano impegnati nell’acquisto e nella vendita di case, come Ventura da Fondi71. Inoltre, abbiamo notizia di un Crescenzio «phisicus»72 e di un Angelo «notarius»73, ma negli atti che li riguardano sono citati solo i titoli, dunque non sappiamo se effettivamente esercitassero queste attività a Terracina.
Una fonte preziosa sulla comunità terracinese nella seconda metà del Cinquecento è costituita dall’inchiesta di Annibale Brizio74, commissario inviato dalla Camera apostolica in Campagna e Marittima dopo la pubblicazione della bolla di Paolo iv Cum nimis absurdum, del 1555. L’incarico di Brizio era di controllare la vendita degli immobili e degli oggetti il cui commercio non era più lecito, ma dai suoi interrogatori emergono anche altre notizie interessanti sui mestieri degli ebrei terracinesi: Davit de Riso calaber «conciava le corame», Pasquale del Presto «ha una vendita merciaria nella sua potica», rabbi75 Mosce ha una bottega in cui «fa barde nove» e fa il «racconcialossa»76, mentre Josep di Abramo è sarto, e possiede una bottega in comune con un cristiano, Nardo Buczolo, e Patiele fa il calzolaio.
Il prestito resta però l’attività meglio documentata. Infatti, su un totale di 432 atti notarili relativi a ebrei rogati tra il 1476 e il 1596, ben 321 riguardano prestatori (di professione o occasionali), originari di Terracina o di città vicine. Molti sono «forenses» e frequente è il caso di ebrei provenienti da altre zone d’Italia che, anche dopo gli editti di espulsione, mantengono affari nella loro terra d’origine. La prima attestazione di un prestito risale al luglio 1511: Emanuele da Genazzano e Abramo «de Moises de Haichen» da Fondi, che vive a Genazzano, promettono di restituire entro un anno a Gaudio da Fondi, residente a Terracina, 108 ducati avuti «in mutuo gratis et amore»; la più tarda menzione è datata dicembre 1564: Biagiotto «de Vellis de Monticello» restituisce 17 giulii avuti in prestito da Salomone di Sabato di Salomone da Fondi, residente a Terracina77. Nei primi anni del 1500 tra i feneratores, alcuni, che potremmo definire “occasionali”, sono citati nei documenti solo poche volte, come Mele78, Vito79, Diotaiute80, Nasimi81, Elia di Aversa82, Lazzaro di Meluzzo da Napoli83. Degli altri prestatori, citati più spesso, è possibile ricostruire, almeno parzialmente, la storia: è il caso di Emanuele di Salomone da Veroli, indicato più volte negli atti col titolo di «discretus vir»84, calzolaio, «fenerator» con licenza papale85 dal 1533 al 154786, attivo a Terracina87 e in altre città vicine (Fondi, Cori88); dopo il 1555 si trasferisce a Monte San Giovanni Campano89, dove continua ad esercitare il prestito presso il banco del nipote Sabato. Ventura da Fondi, prestatore autorizzato dalla Camera apostolica a «fenerare» tra il 1537 e il 154690, operante anche a Napoli, con un atto del 1533 vende a Lazzaro di Abramo di Diotaiute da Terracina tutti suoi «pignora […] et omnia alia credentia in civitate Neapolim […] et pignora mobilia cuiuscumque generis tam argenti quam auri et pannorum»91. Anche il figlio di Ventura, Sabato, è un prestatore autorizzato92; una vera e propria “dinastia” di banchieri è quella dei «forenses» di Lipari: Salomone di Abramo detto «Sciami» o «Scimmi» («Scimi»)93, suo figlio Isac, i suoi soci Pellegrino de Peregrinis e Benedetto de Benedictis, il figlio di questi, Salomone (che ha sposato Stella, figlia di Salomone di Abramo)94.
È interessante notare le trasformazioni che avvengono nella struttura di questo tipo di documenti: l’atto di prestito, che alla fine del 1400 è ancora molto breve, si arricchisce, con l’inizio del secolo successivo e l’infittirsi degli scambi economici tra ebrei e cristiani, di nuovi elementi: il termine di pagamento, il calcolo del tasso di interesse, a volte anche il motivo della richiesta del prestito.
Per la maggior parte, gli atti di prestito riguardano cifre medio-basse, tra i 10 e i 30 scudi; si rivolgono al «fenerator» ebrei e cristiani, per le necessità più diverse: nel 1525, Orazio Lanza da Terracina chiede 25 scudi a Gaudio da Fondi, e promette di restituirli di lì a pochi giorni, quando verrà celebrato il suo matrimonio95; Lorenzo Canale riceve da Benedetto de Benedictis quattro tomoli di orzo, che restituirà al momento delle «recollectiones et messes»96. In molti atti compare la formula «in mutuo gratis gratia et amore», o «ex causa veri et gratuiti mutui»: in questi casi, almeno nominalmente97, non veniva richiesto un interesse se la somma veniva restituita entro i termini (a volte si trattava di 2,5 bolognini). In caso contrario, si iniziava a calcolare l’«uxura» dalla scadenza; in alcuni casi in cui il prestatore concedeva una proroga98, di solito di un anno. Anche il prestito su pegno era molto diffuso: i «pignora» erano oggetti molto utili (nel 1539 Maso Covelli dava in garanzia a Emanuele una correggia99), o di valore (in un atto del 1538100 si parla di «una canacchia de perle»101, una pezza di seta, due anelli), o ancora beni immobili o bestiame. Se il debitore non era in grado di restituire la cifra entro i termini, saldava come poteva, cedendo parte del raccolto102, formaggi, vino, olio, bestiame; se non gli era possibile, la questione passava alla Camera apostolica: i giudici potevano decidere per la confisca di una proprietà, o per la carcerazione103.
A Terracina esisteva un Monte di Pietà, che era evidentemente del tutto insufficiente a sostituirsi al prestito ebraico, se nel 1544 Paolo iv autorizzava i gestori ad accettare degli investimenti, per aumentare il capitale e praticare un tasso più basso (il 5%), impedendo così che i cristiani ricorressero al prestito ebraico104. Nonostante questo, in molti continuavano a rivolgersi ai «feneratores» per cifre più o meno alte, arrivando addirittura a investire nei banchi: è del febbraio 1544 un documento in cui Carlo Frangipane, nobile terracinese, cede a Ventura il credito di un affitto per l’erbatico dell’abbazia di Fossanova, perché ha intenzione, in futuro, di servirsi del banco105. Anche gli ufficiali del Comune si rivolgevano agli ebrei in caso di necessità: nel 1535 Ventura di Sabato da Fondi si reca nell’«apotheca» del notaio Nicola Savi per chiedere la restituzione di 130 scudi prestati «cum uxura» al Comune106, dati in prestito in parte a Carlo Frangipane, ex sindaco, in parte a Giovanni Battista Bruni, suo successore: 15 scudi sono serviti a pagare i «muratores» che hanno lavorato alle riparazioni del torrione «Donecalia»107. Si decide, alla fine, di ipotecare il frutto dei tagli della Selva Marittima per quell’anno. Nel settembre 1543 il sindaco di Terracina Cola de Romano e gli «officiales» della città ricevono 250 scudi per due mesi «causa solvendi subsidium triennalem»108. Tra i clienti dei banchi ebraici sono citati inoltre dei religiosi, come «Jacobus de Murcone, archipresbiterus Terracine», che nel febbraio 1546 viene convocato come insolvente davanti al notaio da Benedetto de Benedictis, «fenerator» di origine siciliana109, mentre i frati e il priore del convento di San Domenico nel 1553 ricevono da Salomone 10 scudi «sub uxura» (2,5 bolognini per ducato), necessari a pagare dei debiti110.

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Vita quotidiana nello studio del notaio

Dagli atti notarili consultati non emergono indicazioni sull’esistenza di un quartiere abitato di preferenza da ebrei: come luoghi di residenza e di lavoro vengono citati diversi punti della città alta (l’Admactonata o Ammattonata, piazza Campo de’ Fiori, «contrata Sancti Laurenti», «caput Aringi»111, dove Ricca «sicula» e Bonomus vivevano vicino alle case dei nobili Rosa e Frangipane, «Donecalia») o zone di campagna («campo Marino»), a testimonianza del fatto che la convivenza tra ebrei e cristiani era comunemente praticata.
Per quanto riguarda le installazioni comunitarie, dagli atti notarili abbiamo notizie sulla sinagoga112 e sul cimitero. Nel 1532 Ricca «hebrea sicula», facendo testamento113, lascia alla schola «duos bocales olii», chiedendo che siano accesi nelle lampade «pro eius animam»; altri testamenti fanno riferimento alle «donationes cause mortis», o, più esplicitamente, a somme di denaro da distribuire ai poveri «pro remedio anime» del moribondo.
Sappiamo che la comunità terracinese aveva un «protus sinagoge» (nel 1532 è Isaac Zamat, che funge anche da «procurator»), affiancato da un consiglio di notabili114, citati in diversi atti115. I consiglieri avevano anche la responsabilità di raccogliere il denaro per il pagamento delle tasse: in un atto del 1524 i procuratori della comunità promettono di restituire ad Angelo di Isac i 70 ducati che ha anticipato per la vigesima116.
Un atto del 1532117 testimonia un momento di crisi economica della comunità: in novembre i consiglieri «Isaac Zamat, procurator sinagoge ebreorum Terracine, Sabatucius Patielis, Bonus homo, Venturillus, Ioseph Muscardus», si presentano dal notaio con Ventura di Sabato da Fondi per una “concordantia”. Ventura l’anno precedente ha pagato alcuni lavori di manutenzione della schola: «fecit conficere quodam pavimentum in sinagoge Terracine iudeorum […] et quadam alia», per la somma di 12 ducati, e i fattores avrebbero dovuto rimborsarlo, ma «dicta sinagoga […] non habet unde solvat»; i lavori quindi vengono pagati non in denaro ma con «duos medios libras stracciarios», cioè con due libre e mezzo di panni usati.
In un documento del 1533 i fattores promettono di pagare a Scimuel 21 ducati «pro residuo dotis Solis»118: si tratta probabilmente di una ragazza povera, dotata dalla comunità.
Il cimitero ebraico si trovava nella vasta zona di campagna detta «le arene»; nel testamento di Ricca è citato come «olietus hebreorum ubi alii hebrei sepelliri solent», e in un atto dello stesso anno119 (1532) si parla della «contrata ubi dicitur lo olieto delli judei prope bona eccellentie sue Marie Madalene ab uno latere et ab alio prope bona Velle de Murcone et viam publicam et alios fines». L’olietus (oliveto) è forse identificabile con la località detta «li chioppi delli Judei» «presso le arene», citata in un atto del 1594120.
Negli atti notarili consultati non sono nominate altre installazioni comunitarie: è possibile che nel Quattrocento ci fosse un macello, dato che nei Capitula si fa riferimento alla macellazione rituale. Peraltro, negli Statuta antiquissima civitati Terracine121, il cui testo risale al primo Cinquecento, non se ne fa cenno122.
Il titolo di «Rabbi» o «Rabe» viene attribuito a diversi personaggi, ma solo di un anonimo «Rabe iudeus» siamo in grado di affermare con sicurezza che si trattasse proprio di un rabbino123: lo troviamo citato in due atti, relativi uno a un arbitrato124 e uno a una donazione, in cui le parti giurano «in libris hebraicis manu Rabe Iudeus»125.

Qualche notizia sulla vita quotidiana della comunità ebraica di Terracina emerge dagli atti dotali delle giovani ebree: il primo risale al 1476126, il più tardo al 1553127. È poco attestato l’uso di assegnare alle ragazze, oltre a una somma di denaro128, un corredo e degli oggetti per la nuova casa: probabilmente questa parte della dote veniva registrata in scritture private129. In due degli atti dotali di Terracina si fa riferimento al «donum primi osculi», che i genitori dello sposo facevano ai consuoceri a conclusione delle trattative130. Spesso nei testamenti compare il riferimento alla dote o al corredo delle giovani nubili della famiglia: così Ricca «sicula» lascia alla nipote Stella «tria para linteamina de milioribus»; Santillo da Mazara dona a Gentile di Leuccio da Francavilla 10 ducati «pro matrimonio»131; Salomone di Abramo da Lipari lascia 10 ducati in dote a Speranzola132, sua «pupilla».
Tra Quattrocento e Cinquecento la vita della comunità ebraica di Terracina, nonostante le numerose lacune, è documentata in modo continuo: i documenti notarili e quelli pontifici ci offrono il ritratto di un gruppo relativamente numeroso e vivace, dedito ad attività diverse, in una tranquilla convivenza con i cristiani. Le bolle del Cinquecento, che espellono gli ebrei dello Stato pontificio dentro i ghetti di Roma e di Ancona, porranno fine alla presenza di ebrei a Terracina. La maggior parte di loro finirà chiusa nel ghetto di Roma, dove il nome della loro città di origine diverrà negli anni il loro nome133.

Note

* Desidero ringraziare le professoresse Anna Esposito e Anna Foa per avermi seguito in tutte le fasi di questo lavoro. La responsabilità di ogni errore rimane comunque mia.
1. H. Loevinson, Zur Geschichte der Juden in Terracina, in “Monatschrift für Wissenshaft der Judentums”, 1922; l’autore ricostruisce questa fase della storia della città attraverso il confronto con Ostia. Secondo A. Bianchini (Storia di Terracina, Banca Popolare di Terracina, Terracina 1952, p. 125), l’insediamento ebraico è stato all’origine di una della prime comunità cristiane della zona. R. De la Blanchére (Terracina. Saggio di storia locale, Altracittà, Gaeta 1983, pp. 46-58) ritiene certa la sosta a Terracina di Paolo di Tarso nel 61 e.v., durante il viaggio compiuto da «Puteolum» a Roma, ma mette in dubbio la presenza di una comunità, «poiché Terracina era lungi dall’essere tanto frequentata e dall’attirare tanti romani».
2. S. Simonsohn, The Apostolic See and the Jews. Documents: 492-1404, Pontifical Institute of Medieval Studies, Toronto 1988, nn. 3, 7, pp. 3, 7.
3. Simonsohn, The Apostolic See, cit., n. 3, p. 3.
4. La sinagoga era «sic vicinus […] ecclesie, ut etiam vox psallentium perveniret» (Simonsohn, The Apostolic See, cit., n. 7, p. 7). È impossibile stabilire con assoluta sicurezza di quale chiesa si tratti: secondo Bianchini «la chiesa è certamente l’attuale cattedrale» (Storia di Terracina, cit., p. 75); per Contatore (D. A. Contatore, De historia terracinensi libri quinque, Apud Aloyisium, & Franciscum de Comitibus Tipographos Camerales, Romae mdccvi, p. 123), la prima vera e propria cattedrale che Terracina abbia mai avuto è quella attuale, dedicata a San Cesareo, che all’epoca delle lettere era stata già costruita e consacrata. La sinagoga si sarebbe trovata dunque accanto alla cattedrale, o in uno degli edifici immediatamente retrostanti. Sarebbe possibile anche fare altre ipotesi: nell’opera di Contatore colpisce, ad esempio, la descrizione di un’altra «ecclesia», Santa Maria del Tempio, della quale nel 1700 erano visibili solo i resti, che egli non è in grado di datare; potrebbe essere un indizio che conferma la sua antichità. È importante notare che, già nel linguaggio della patristica, e poi nel latino della tarda antichità, «ecclesia» e «cathedralis» non sempre si equivalgono (cfr. A. Blaise, Lexicon Latinitatis Medii Aevi, Typographi Brepols, Turnholti 1975; Latinitatis Italicae Medii Aevi Lexicon Imperfectum, Bottega d’Erasmo, Torino 1970).
5. S. Boesch-Gajano scrive in proposito (Gregorio Magno e gli ebrei, in “Quaderni medievali”, 8, 1979, pp. 12-43): «Per Terracina […] protezione della comunità nei suoi diritti religiosi, ma anche accettazione della limitazione imposta dal clero locale; riconferma della norma sugli schiavi comportante una forte restrizione economica».
6. Sulla funzione aggregante della sinagoga, sia pure in età successiva, cfr. A. Toaff, Il vino e la carne, Il Mulino, Bologna 1989, pp. 21 ss.
7. M. T. Caciorgna, Gli ebrei: un’attiva minoranza, in Ead., Marittima medievale. Territori, società, poteri, Il Calamo, Roma 1998, p. 124. È raro che a un laico sia concesso questo privilegio, di solito riservato, nelle terre del papa, agli ecclesiastici e alle loro famiglie; l’esenzione riguardava le tasse (sul transito, sullo scambio delle merci, sul sale, sul commercio) e le collette (legate alla classe sociale e al patrimonio).
8. Il nome del nuovo cristiano potrebbe rappresentare una conferma della sua provenienza dal Regno: «Russus» era assai frequente nella zona meridionale del Lazio, tanto da dare origine a cognomi tuttora molto diffusi come Russo e Di Russo.
9. Caciorgna, Marittima medievale, cit., p. 125.
10. N. Pavoncello, Le comunità ebraiche prima del bando di Pio v, in “Lunario romano”, ix (1980).
11. Caciorgna scrive che gli ebrei di Terracina, come quelli di altre comunità di Marittima e Campagna, in questo periodo «sono inseriti in più settori della realtà economica locale», come «tintori, conduttori di terre, artigiani» (Marittima medievale, cit., p. 121).
12. A partire dagli anni Ottanta del Duecento i re di Napoli avevano intensificato la pressione fiscale sugli ebrei, concedendo ai neofiti esoneri parziali o totali; già in quegli anni alcune famiglie si erano allontanate. Tra il 1290 e il 1294 gli Angiò impongono la conversione forzata, con l’intervento dell’Inquisizione, a tutti gli ebrei dei loro territori. Quelli che rifiutarono il battesimo dovettero andare via; la maggior parte si diresse verso nord, e alcuni si fermarono a Terracina, proprio alla frontiera tra le terre dei re di Napoli e quelle del papa, per continuare a seguire i loro affari. Cfr. su questo problema J. Starr, The Mass Conversion of Jews in Southern Italy, in “Speculum”, 21 (1946), pp. 303-11.
13. Il primo è Ladislao di Durazzo che, poco dopo essere salito al potere, occupa parte del Lazio e la stessa Roma: durante il suo regno e quello di Giovanna, sua sorella, l’autonomia e i privilegi, di cui Terracina godeva, vengono meno, e le tasse aumentano. È facile immaginare, anche per questo periodo, un progressivo spopolamento della città.
14. Pubblicati da M. T. Caciorgna in Ebrei in Campagna e Marittima tra xiv e xv secolo. Osservazioni sui capitula concessi dalla Camera Apostolica, in “Storia e società”, 54 (1991), p. 54. Alcune delle disposizioni dei Capitula erano già nelle norme stabilite nel 1402 per gli ebrei romani (cfr. A. Esposito, La presenza ebraica a Roma dal Duecento al Sacco. Aspetti demografici e sociali, in Ead., Un’altra Roma, Il Calamo, Roma 1998, pp. 126-8).
15. Esposito, La presenza ebraica, cit., p. 127.
16. I pegni erano garantiti in caso di perdita o danneggiamento, e potevano essere venduti dopo un anno dalla registrazione.
17. Sulle ragioni storiche dell’esclusione dal servizio militare cfr. V. Colorni, Gli ebrei nel diritto comune fino all’emancipazione, Giuffrè, Milano 1956, pp. 436 ss.
18. Cfr., ad esempio, A. Toaff, The Jews in Medieval Assisi, Olschki, Firenze 1979, p. 222.
19. U. Cassuto, Gli ebrei a Firenze nell’età del Rinascimento, Olschki, Firenze 1946, pp. 68-73.
20. In questo periodo prende con sé il figlio maggiore Bonaventura, a sua volta concessionario, dal 1421, a Prato e a Monte San Savino (cfr. Cassuto, Gli ebrei a Firenze, cit., p. 70).
21. Per ottenere l’autorizzazione a «fenerare», Salomone da Terracina paga in anticipo agli Ufficiali di Monte gli 800 fiorini della tassa annua per la sua attività a Prato; malgrado non si abbia notizia della necessaria autorizzazione della Signoria, il prestatore fa nominare i suoi figli soci del banco di Abramo di San Miniato, risultando amministratore dei loro beni. In realtà continua a gestire direttamente il banco, tanto che alla fine del 1440 il podestà Niccolò Porcinari lo accusa di esercizio illegale del prestito, infliggendogli una multa di 20.000 fiorini da pagare entro un mese (gennaio 1445). Salomone versa l’ultima rata il 22 maggio, quindi fuori dai termini, e Porcinari gli commina una nuova pena pecuniaria (5.000 fiorini); il banchiere riesce a versarne solo una piccola parte, e per il resto è esentato dal Comune.
22. L’importanza della figura di Bonaventura non è legata solo alla sua vicenda finanziaria: tra il periodo fiorentino e quello ferrarese, il banchiere fa miniare a Zanobi Strozzi un salterio, in cui compare uno stemma (forse quello della famiglia da Terracina; cfr. L. Mortara Ottolenghi, «Figure» e immagini dal secolo xiii al secolo xix, in Storia d’Italia. Annali, ii, Gli ebrei in Italia, a cura di C. Vivanti, Einaudi, Torino 1997, p. 981). Sappiamo inoltre che nel 1494 Attavante degli Attavanti miniò una Bibbia per Menahem ben Meshullam da Terracina; anche quest’opera reca uno stemma familiare.
23. Nell’archivio notarile di Lucca è conservato l’atto di matrimonio, in cui lo sposo afferma di aver ricevuto 200 ducati d’oro dalla famiglia di Sara (cfr. Cassuto, Gli ebrei a Firenze, cit., p. 71).
24. M. Luzzati, I legami fra i banchi ebraici toscani ed i banchi veneti e dell’Italia settentrionale: spunti per una riconsiderazione del ruolo economico e politico degli Ebrei nell’età del Rinascimento, in La casa dell’ebreo, Nistri-Lischi, Pisa 1985. L’autore spiega la presenza dei «da Terracina» in Toscana con «il risalire degli Ebrei “romani”, e in genere provenienti dall’Italia centrale, verso il nord, al di là dell’Appennino, e soprattutto nell’Emilia-Romagna, nella Lombardia orientale e nel Veneto, a partire dalla seconda metà del secolo xiv» (pp. 36-8).
25. Ne abbiamo notizia da una lettera di Pio ii, datata 21 ottobre 1460, in cui il pontefice scrive, tra l’altro: «Quodque etiam plerumque contigit, quod propter necessitatem pecuniarium opus est, ut cives habitatores et incolae prefati ad Iudeos confugiant, ac propterea necesse sit, Judaeos in ipsa civitate aliqualiter sustentando fovere eisdem communitati, civibus, habitatoribus et incolis, ut Judei in dicta civitate manere de omnibus et singulis immunitatibus indultorum ac statutorum dictae civitatis gaudere possint et valeant concedere et indulgere, aliasque in praemissis, et circa ea opportuna providere, de benignitate apostolica dignaremus […]. Et insuper communitati, civibus, habitatoribus et incolis memoratis prefata autoritate concedimus, quod pro eorum necessitatibus possint Judaeos in dicta civitate tenere» (Contatore, De historia terracinensi, cit., p. 123).
26. La descriptio è stata pubblicata da A. Esposito, Una descriptio relativa alla presenza ebraica nel Lazio meridionale nel tardo Quattrocento, in “Latium”, 2 (1985), pp. 150 ss. Altre lettere papali in cui si ordina ai collettori di raccogliere la vigesima in Campagna e Marittima sono datate 1488 (Innocenzo viii: Simonsohn, The Apostolic See, cit., n. 1102, p. 1387), 1507 (Giulio ii: ivi, n. 1194, p. 1497), 1524 (Clemente vii: ivi, n. 1316, p. 1653). Per il 1541 abbiamo, oltre alla lettera di imposizione di Paolo iii (ivi, n. 2067, p. 2248), i nomi dei contribuenti: Habraam Turchi e Donato Galli (ivi, n. 2132, p. 2285), Ventura da Fondi (ivi, n. 2141, p. 2288), David Calabrensis (ivi, n. 2145, p. 2290), Benedetto e Abramo de Canale, Angelo e Ventura di Sabato, Simantus Saadin siciliano, Pellegrino Sonina, Servo e Salomone, Vitta Zaurat, Angelo di Emanuele, David Manciolus, Isaac del Monte e Vitale David (ivi, n. 2148, p. 2290), Emanuele da Veroli con i nipoti Sabato e Raffaele (ivi, n. 2192, p. 2317), Pellegrino de Peregrinis (ivi, n. 2413, p. 2429), Benedetto de Benedictis e Salomone di Abramo (ivi, n. 2499, p. 2472). Ricordiamo inoltre che nel 1542 gli ebrei furono chiamati da Paolo iii a pagare una vigesima raddoppiata, per armare tre triremi per difendere le coste tirreniche dai Turchi. È importante osservare che oltre alle tasse fisse, gli ebrei dello Stato pontificio spesso dovevano pagare tributi straordinari, legati alle necessità della Camera apostolica; nel 1485 Innocenzo viii ordina che in Campagna e Marittima siano raccolti 500 ducati da dividere tra gli Judei «proportionabiliter iuxta eorum facultates» (ivi, nn. 1060-1, pp. 1342-3). Inoltre, tra i provvedimenti presi dai papi appena creati, compariva spesso, insieme all’amnistia e alla concessione o alla conferma, l’esenzione da questo tributo (così Alessandro vi nel 1493; ivi, n. 1147, p. 1501). Nel 1554 a Isach Piattelli viene richiesto dalle autorità di Campagna e Marittima di designare tre ebrei della provincia, che a loro volta faranno i nomi di due persone che stabiliranno chi può essere tassato per quell’anno; per Terracina si fa il nome di Sabato (cfr. K. Stow, The Jews in Rome, Brill, Leiden 1996, vol. i, n. 1408, p. 515).
27. Esposito, Una descriptio, cit., p. 151.
28. Ivi, p. 152.
29. Archivio di Stato di Latina (d'ora in poi asl), Fondo Notarile Terracina, b. 3, prot. 9, ff. 27r-28r, notaio anonimo.
30. Questo termine è tradotto dal Du Cange (Glossarium mediae et infimae latinitatis, Forni, Bologna 1971), come «domus contignatio, tabulatum»: potrebbe essere una sorta di solaio, un soppalco, forse adibito alla conservazione e all’essiccazione di grappoli d’uva. È bene ricordare l’importanza che la coltivazione della vite ha avuto (ed ha tuttora) nelle nostre zone, ma anche e soprattutto il fatto che «nell’Italia medievale il vino era […] la bevanda di gran lunga più prodotta e consumata» (Toaff, Il vino e la carne, cit., p. 93).
31. Il notaio ha steso quest’atto a Marino, «in domo dicti Beniamini»; dato che sia Marino che Terracina nella seconda metà del 1400 erano sotto i Colonna, è probabile che, come altri professionisti dell’epoca, lavorasse in diverse città sottoposte alla stessa signoria. Sulla presenza ebraica a Marino cfr. A. Esposito, Ebrei a Marino sotto il pontificato di Sisto iv, in “Latium”, 2 (1985), pp. 159-75.
32. asl, Notarile Terracina, b. 2, prot. 2, ff. 12r-v, notaio Andrea Agnise. È l’unica attestazione di un prestito concesso a Terracina prima del 1511. È probabile che anche nel Quattrocento ci fossero dei prestatori in città (forse Beniamino era uno di loro), ma che facessero ricorso a scritture private, per noi perdute.
33. asl, Notarile Terracina, b. 1, prot. 3, ff. 45r-v, notaio anonimo.
34. asl, Notarile Terracina, b. 1, prot. 2, ff. 27r-v, notaio anonimo.
35. Le altre due “case” di Sermoneta sono tassate rispettivamente per 30 e 20 ducati, e l’ultima soltanto per 3 (indice certo di una grande sperequazione economica e sociale). Sugli ebrei di Sermoneta cfr. M. T. Caciorgna, Presenza ebraica nel Lazio meridionale: il caso di Sermoneta, in S. Boesch Gajano (a cura di), Aspetti e problemi della presenza ebraica nell’Italia centro-settentrionale (secoli xiv e xv), Quaderni dell’Istituto di scienze storiche dell’Università di Roma, Roma 1983, pp. 127-73.
36. Esposito, Una descriptio, cit., p. 152.
37. I documenti dei notai terracinesi, conservati nell’Archivio di Stato di Latina, iniziano nel 1476, cioè quattro anni dopo la descriptio.
38. È un atto del 1473, in cui Gaio e la moglie costituiscono la dote della giovane Rosa (asl, Notarile Terracina, b. 1, prot. 2, ff. 27r-v, notaio anonimo).
39. Nel 1473 ricevono, a nome del figlio, la dote di Rosa di Gaio di Gabriele (asl, Notarile Terracina, b. 1, prot. 2, ff. 27r-v, notaio anonimo), mentre in un atto del 1476 si parla della casa in cui vivono, «in campo Mareni» (forse l’attuale Valle Marina, località di campagna a circa quindici chilometri da Terracina; asl, Notarile Terracina, b. 3, prot. 9, ff. 27r-28 v, notaio anonimo).
40. Nel 1476, Salomone riceve, a nome del figlio, la dote della promessa sposa del ragazzo (asl, Notarile Terracina, b. 1, prot. 2, ff. 45r-v, notaio Nicola Savi).
41. Nel 1476 acquista un solarium in campagna (asl, Notarile Terracina, b. 1, prot. 2, ff. 51v-52r, notaio anonimo).
42. È il venditore del solarium (asl, Notarile Terracina, b. 1, prot. 2, ff. 51v-52r, notaio anonimo).
43. Nome che ricorre in altri atti del primo 1500; è nella sua bottega che viene firmato un atto di vendita nel 1476 (asl, Notarile Terracina, b. 3, prot. 9, ff. 27r-28v, notaio anonimo).
44. Mele è proprietario di un terreno «in campo Marino» (asl, Notarile Terracina, b. 3, prot. 9, ff. 27r-28v, notaio anonimo); tra il 1478 e il 1497 assume la tutela dei figli di Stella, vedova di Gabriele di Angelo (asl, Notarile Terracina, b. 1, prot. 2, ff. 59v-60r, notaio anonimo; asl, Notarile Terracina, b. 1, prot. 3, ff. 63v-64r, notaio anonimo).
45. Contatore, De historia terracinensi, cit., p. 123.
46. Negli atti del 1400 i nomi maschili (soprattutto di origine biblica: Beniamino, Gabriele, Salomone ecc.) non sempre sono accompagnati dal patronimico. Troviamo, altre volte, l’indicazione del soprannome (Stancacervus, della Vitella, Manciotto), il diminutivo (Salomone da Lipari alias Sciami o Scimi), o l’indicazione del mestiere (fenerator, conciatore, calzolaio).
47. Cfr. M. Procaccia, A. Esposito, La «schola siculorum de Urbe»: la fine della storia, in Esposito, Un’altra Roma, cit., pp. 280 ss.
48. L’espulsione degli ebrei dal Regno di Napoli era stata decisa definitivamente nel 1502.
49. asl, Notarile Terracina, b. 1, prot. 4, f. 116v, f. 127v, notaio Andrea Agnise: questi atti registrano due vendite di vigne di Diotaiute (1510 e 1511).
50. Sappiamo che nel 1534 Ventura di Sabato di Fondi acquista per 40 ducati da Giovanni Piccolo da Sperlonga una vigna che si trova nella «valle di Terracina» (asl, Notarile Terracina, b. 3, prot. 13, f. 122v, notaio Gaspare Mare).
51. asl, Notarile Terracina, b. 4, prot. 17, f. 89v; ff. 106r-109v, notaio A. Tomasi.
52. Da un atto notarile sappiamo di una lite tra Habraam Turco e il «capitanus castri Sancti Laurenti» (San Lorenzo, località della Campagna), che dura da circa vent’anni, per il possesso di un appezzamento di terreno. Habraam, ormai vecchio e malato, delega il figlio Sabatuccio a comparire davanti ai giudici in vece sua (1551: asl, Notarile Terracina, b. 3, prot. 11, ff. 262v-263r, notaio N. Savi). Su Sabato di Habraam Turco cfr. Stow, The Jews in Rome, cit., vol. ii, n. 1646, p. 712.
53. asl, Notarile Terracina, b. 3, prot. 17, f. 70v, notaio Antonio Tomasi: nel gennaio 1540 Lattanzio e Stefano Vischella ricevono in soccida sedici bovini da Emanuele per quattro anni, impegnandosi per questo periodo a coprire tutte le spese. Alla fine, i proventi verranno divisi equamente. Nello stesso giorno, i due cristiani ottengono da Emanuele 10 ducati in prestito per un anno con l’interesse di 10 quattrini a ducato (asl, Notarile Terracina, b. 3, prot. 17, f. 71r, notaio A. Tomasi). Già tre anni prima i Vischella avevano venduto tre mucche (di cui sono specificati i nomi, Capo Roscia, Fraula, Crapiola) a Emanuele, per 30 ducati (asl, Notarile Terracina, b. 2, prot. 10, ff. 191r-192v, notaio N. Savi).
54. Nel febbraio 1543 Paolo, con il fratello Simonetto e altri testimoni, afferma davanti al notaio di aver stipulato nel settembre dell’anno precedente un contratto di soccida per l’allevamento di maiali con Silviano di Brunetta, che si era impegnato a nome di Ventura da Fondi (asl, Notarile Terracina, b. 2, prot. 11, ff. 19r-20r, notaio N. Savi).
55. Dall’inchiesta condotta nel 1555 dal commissario apostolico Annibale Brizio nelle province di Campagna e Marittima (Archivio di Stato di Roma, Fondo Camerale i, b. 5, prot. 38/5; sul documento cfr. M. Stirpe, Gli ebrei di Campagna e Marittima e l’editto di Paolo iv, in Scritti in memoria di G. Marchetti Longhi, Don Guanella, Roma 1990, pp. 20 ss.) sappiamo che Geremia di Pellegrino fino al ’55, anno della pubblicazione della Cum nimis absurdum, possedeva 25 capre.
56. asl, Notarile Terracina, b. 2, prot. 8, f. 29r, notaio Luca Marini: Mosè Levi deve saldare entro agosto un debito di 12 carlini che ha contratto acquistando alcuni «bona de apotheca» da Angelo.
57. asl, Notarile Terracina, b. 2, prot. 8, f. 75r, notaio L. Marini. Angelo della Vitella e il suo socio Sabatino nel maggio 1514 ottengono 100 ducati in prestito da un cristiano per acquistare del formaggio, che hanno intenzione di rivendere; i due si impegnano a restituire la somma dopo aver rivenduto tutta la merce. Un atto simile, risalente al novembre 1519, registra l’impegno, da parte dell’ebreo Marello e del cristiano Bernardino da Pastena, ad acquistare per un anno tutte le provole di Pietro Giordanelli (asl, Notarile Terracina, b. 1, prot. 6, notaio A. Agnise).
58. Angelo della Vitella e Sabatino nel dicembre del 1514 acquistano olio per 100 ducati, impegnandosi a pagarne metà dopo la fiera di Gaeta (dove probabilmente contavano di rivenderlo, nel giugno dell’anno successivo), e l’altra metà entro agosto (asl, Notarile Terracina, b. 2, prot. 8, f. 98r, notaio L. Marini). Il venditore dell’olio è Raimo Spatara, che aveva prestato il denaro per il formaggio ai due soci pochi mesi prima.
59. Sabato di Ventura nel 1549 vende due botti di vino a Grimaldo de Grimaldis (asl, Notarile Terracina, b. 3, prot. 17, f. 99v, notaio A. Tomasi, marzo 1549); questi promette di pagare entro il giugno di quell’anno i 6 scudi che gli deve.
60. asl, Notarile Terracina, b. 3, prot. 17, f. 35r, notaio A. Tomasi, aprile 1540. L’acquirente Cesario si impegna a pagare entro settembre a Emanuele 13 ducati; come garanzia pone un’ipoteca su una sua vigna, in località «la valle» (toponimo tuttora in uso).
61. asl, Notarile Terracina, b. 3, prot. 17, f. 132r, notaio A. Tomasi, ottobre 1551; i tre acquirenti pagheranno 30 ducati.
62. asl, Notarile Terracina, b. 2, prot. 8, f. 9r, notaio L. Marini, gennaio 1513: Vito dà ad Antonio 16 ducati, in pagamento della sua parte di tavole (la metà). I due decidono di vendere le tavole appena saranno arrivate in porto.
63. asl, Notarile Terracina, b. 2, prot. 8, f. 54r, notaio L. Marini, novembre 1513: Nardo fornirà 150 piante di ontano al prezzo corrente, conserverà e venderà le tavole; Angelo pagherà metà delle piante e gli uomini che si occuperanno del taglio. Dopo la vendita, i proventi saranno divisi a metà. Nel dicembre 1514 Angelo e Nardo prendono come socio Sabatino: i due ebrei acquisteranno 112 piante, per 112 carlini, e pagheranno gli operai, mentre Nardo curerà la conservazione e la vendita delle merci. La stesura dell’atto è avvenuta nell’«apotheca» di Angelo, «in strata Admactonata» (asl, Notarile Terracina, b. 2, prot. 8, ff. 92v-93r, notaio L. Marini; Admactonata o Ammattonata è l’attuale corso A. Garibaldi).
64. asl, Notarile Terracina, b. 2, prot. 8, ff. 58r-v, notaio L. Marini: Lazzaro versa a Marino 30 carlini come anticipo, e si impegna a pagare il resto della somma man mano che procede col lavoro (1513).
65. Cfr. supra.
66. Iacob nel 1513 acquista, insieme a Sabatuccio di Bonanno, stoffe di vari colori per 150 ducati da Gaudio di Angelo da Fondi (asl, Notarile Terracina, b. 2, prot. 8, f. 34v, notaio L. Marini): si tratta di «panni di Fondi» (probabilmente pezze di lino), che Iacob si impegna a pagare entro l’aprile dell’anno successivo (1514), alla fine della fiera di Terracina. Anche Angelo di Leone «siculus de Aversa», nello stesso giorno, si impegna a pagare a Gaudio da Fondi 18 ducati e 10 carlini entro la fine della fiera di Terracina, per l’acquisto di «panni di Fondi» (asl, Notarile Terracina, b. 2, prot. 8, f. 35r, notaio L. Marini). Nel febbraio 1514 Gaudio da Fondi a sua volta acquista 50 decine di lana «ad stateram pipernensem» (secondo la misura di peso utilizzata a Priverno) da Antonio «Cole Masii» da Maenza, per 60 carlini (asl, Notarile Terracina, b. 2, prot. 8, f. 67r, notaio L. Marini). Nel gennaio 1520 Gaudio, insieme a Mosè di Iacob, compra stoffa (lana filata e non filata e altre stoffe) a Terracina, da Ottaviano di Gaeta, per 89 ducati; entro sei mesi, Gaudio verserà 63 ducati, e Mosè 26 (asl, Notarile Terracina, b. 1, prot. 6, f. 69v, notaio A. Agnise). Anche Lazzaro di Meluzzo da Napoli, abitante a Terracina, vende stoffa: in un atto del settembre 1513 dà tre mesi di tempo ad Antonio e a sua moglie per pagare gli 8 ducati e 2 carlini che gli devono per 18 palmi di stoffa «de Perpignano» (asl, Notarile Terracina, b. 2, prot. 8, f. 40r, notaio L. Marini.).
67. asl, Notarile Terracina, b. 4, prot. 17, f. 92v, notaio A. Tomasi.
68. Esposito cita, tra le attività esercitate tradizionalmente dagli ebrei siciliani sull’isola, anche «la produzione di oggetti artigianali relativi alle pelli e al cuoiame, come la confezione di scarpe» (Un’altra Roma, cit., p. 287).
69. asl, Notarile Terracina, b. 2., prot. 8, f. 44v, notaio L. Marini: Samuele riceve in dono dalla moglie Bellona da Trapani 200 ducati; di questi, 12 sono stati promessi a una domestica, e 10 alla figlia di Leucius, «pro Deo et anima sua» (1513). Secondo Esposito, l’oreficeria è attività tipica degli ebrei spagnoli (Un’altra Roma, cit., p. 242).
70. asl, Notarile Terracina, b. 1, prot. 6, ff. 35v-36r, notaio A. Agnise: Ioseph Sacerdote si reca dal notaio con la madre, Stella del Monte, offrendo per due anni la sua opera di apprendista a Samuele spadaio; questi, da parte sua, si impegna a fornirgli gli abiti e gli strumenti di lavoro (1518).
71. asl, Notarile Terracina, b. 1, prot. 6, f. 154v, notaio A. Agnise (1515): Ventura vende per 55 ducati a Cesario Rubeo una casa a Terracina, in piazza Campo de’ Fiori (toponimo tuttora esistente).
72. asl, Notarile Terracina, b. 3, prot. 13, notaio G. Mare.
73. asl, Notarile Terracina, b. 2, prot. 8., f. 75r, notaio L. Marini.
74. Archivio di Stato di Roma, Fondo Camerale i, b. 5, prot. n. 38/5. Il documento, tuttora inedito, è stato oggetto di studio da parte di M. Stirpe, Presenza ebraica nel Lazio meridionale alla metà del Cinquecento, in “Latium”, 5 (1988).
75. È probabile che Mosè avesse ricevuto l’investitura rabbinica, ma si limitasse a lavorare nella sua bottega.
76. Il «racconciaossa», figura esistita a Terracina fino a pochi anni fa, è chi sa ricomporre un arto che ha una frattura scomposta tirandolo e muovendolo.
77. asl, Notarile Terracina, b. 4, prot. 15, ff. 141r-v, notaio M. de Nardis.
78. asl, Notarile Terracina, b. 2, prot. 8, f. 55r, notaio L. Marini (dicembre 1513).
79. asl, Notarile Terracina, b. 2, prot. 6, ff. 16v-17r, notaio A. Agnise (dicembre 1517): Vito ha prestato a Cesario Tuttobono (su questo cognomen cfr. supra) 19 ducati; il termine è scaduto e non è in grado di restituirli, quindi è Antonio di Andrea, suo parente, a saldare il debito, dando a Vito una mula del costo di 16 ducati.
80. asl, Notarile Terracina, b. 2, prot. 8, f. 113v, notaio L. Marini (febbraio 1515). Su Diotaiute cfr. anche asl, Notarile Terracina, b. 1, prot. 4, ff. 116v; 123r; 127v, notaio A. Agnise.
81. asl, Notarile Terracina, b. 2, prot. 8, f. 22v; f. 98r, notaio L. Marini.
82. asl, Notarile Terracina, b. 2, prot. 8, f. 45r; 55v; 73r, notaio L. Marini.
83. asl, Notarile Terracina, b. 2, prot. 8, f. 39v (ricevuta di un prestito fatto a Gaudio da Fondi); f. 40r; f. 97v, notaio L. Marini. Altri feneratores “occasionali” sono Isaac «Bonarellus», citato in tre atti da solo (asl, Notarile Terracina, b. 2, prot. 8, f. 38v; f. 57r; 62v, notaio L. Marini), e in uno insieme a Vito di Sciacca (asl, Notarile Terracina, b. 2, prot. 8., ff. 61v-62r, notaio L. Marini); Donato Ginni da Lipari (asl, Notarile Terracina, b. 2, prot. 6, ff. 28v-29r; ff. 30r-v; ff. 43r-44v. In quest’ultimo atto Antonio Mattei, sua moglie Nanna e il loro figlio Matteo promettono di restituire i 129 ducati che devono a Donato «in civitate Neapolitane»).
84. Il titolo di «discretus vir» si attribuiva, negli atti notarili romani dello stesso periodo, a «esponenti della piccola borghesia, come maestri artigiani, mercanti di modesto livello, etc.» (Esposito, Un’altra Roma, cit., p. 249).
85. Particolarmente interessante in proposito è una lettera dell’aprile 1545 riportata da Simonsohn, in cui il papa Paolo iii incarica il commissario apostolico Domenico Sancio (convertito dall’ebraismo; il suo nome era Prospero di Moisetto da Priverno), di condurre un’indagine tra gli ebrei di Campagna e Marittima (comprese Velletri, Terracina, Tivoli e Monte San Giovanni) per scoprire se effettivamente praticassero il prestito di denaro senza l’autorizzazione, aumentassero gli interessi e falsificassero denaro; in tal caso, avrebbe dovuto punirli (Simonsohn, The Apostolic See, cit., p. 2479, n. 2517).
86. Ivi, p. 1872, n. 1620: nel 1533 Emanuele è autorizzato a gestire un banco di prestito insieme a Isaac Zamat per cinque anni (ivi, p. 2105, n. 1886); dal 1538 al 1544 da solo; infine, dal 1544 al 1547, con Mosè da Pontecorvo e Paziele (ivi, p. 2451, n. 2457).
87. asl, Notarile Terracina, b. 2, prot. 10, ff. 191v-192r; b. 3, prot. 11, ff. 143r-144r; ff. 199v-201r; f. 221v; ff. 256r-257v, notaio N. Savi; prot. 12, ff. 133r-v, notaio N. Savi; b. 3, prot. 13, ff. 50r-v, notaio G. Mare; b. 4, prot. 15, f. 7 r; ff. 58v-59r, notaio M. De Nardis; b. 4, prot. 17, f. 15v; f. 27 r; ff. 31v-32r; ff. 33v-36r; ff. 38v-49r; ff. 64r-78r; ff. 79r-82v, f. 151r; f. 166r, notaio A. Tomasi.
88. G. Pesiri, P. De Rossi, Gli ebrei a Cori nella prima metà del ’500, in “Ypothèkai”, 1-2 (1987), p. 39.
89. Emanuele è tra gli ebrei interrogati dal commissario apostolico A. Brizio nel 1555 a Monte San Giovanni. Nei documenti notarili della città, raccolti da C. Cristofanilli (“Tacto calamo”. Vicende di una comunità ebraica in Monte S. Giovanni nel Cinquecento, L’arte della stampa, Monte San Giovanni Campano 2003), compaiono anche altri nomi di ebrei che, come Emanuele, si erano trasferiti da Terracina a Monte San Giovanni per evitare di finire nel ghetto di Roma: Angelo, Ioseph di Paziele, Sabato.
90. Simonsohn, The Apostolic See, cit., p. 2074, n. 1840.
91. asl, Notarile Terracina, b. 3, prot. 13, ff. 70v-71 r, notaio G. Mare (agosto 1533). Nell’agosto dell’anno successivo Ventura ratifica nuovamente la scelta di Lazzaro come procuratore (asl, Notarile Terracina, b. 3, prot. 13, f. 112r, notaio G. Mare); pochi giorni dopo, Ventura e Lazzaro affermano di voler ricorrere all’aiuto di «Raphael de Traiecto» (oggi Minturno, città all’estremo sud del Lazio) per riscuotere i crediti di Ventura (asl, Notarile Terracina, b. 3, prot. 13, f. 111r, notaio Gaspare Mare).
92. Simonsohn, The Apostolic See, cit., p. 2074, n. 1840; p. 2211, n. 2019.
93. Ivi, p. 2266, n. 2101; p. 2463, n. 2479; p. 2681, n. 2838. Salomone di Abramo, suo genero Salomone di Benedetto, Emanuele da Veroli, gli eredi di Benedetto, Abramo di Pasquale, Sabato e Raffaele di Fondi versano complessivamente 27 scudi e 42 giuli per la vigesima del 1550. I loro nomi sono registrati nel Libro dell’esattione della vigesima dell’ebrei di Lauro da Segni. (asr, Camerale i, b. 5, prot. 29/5, ff. 1r-5r, Civitas Tarracene).
94. Di altri prestatori sappiamo solo che avevano la licenza della Camera apostolica: si tratta di Beniamino di David e Ventura di Isac di Bonanno (Simonsohn, The Apostolic See, cit., p. 2225, n. 2037; p. 2480, n. 2520; su Ventura di Isac cfr. inoltre Pesiri, De Rossi, Gli ebrei a Cori, cit., p. 52), Angelo di Sabatuccio di Bonanno e David di Mardoc (Simonsohn, The Apostolic See, cit., p. 2392, n. 2353; a David risultano intestate altre due licenze, ivi, p. 2562, n. 2661; p. 2671, n. 2823), Angelo di Gaudio e Sabatuccio di Bonanno (ivi, p. 1796, n. 1495). Altri ebrei citati per atti di prestito negli atti dei notai terracinesi sono Angelo di Isac, Iacob Sadom, Gaudio da Fondi, Vito da Sciacca, Samuele di Aversa e il fratello Leone, Angelo della Vitella, Iacob e Israele ispani, Salomone da Capua, Isaac Zamat, Patiele di Crescerello, Mosè di Pontecorvo.
95. asl, Notarile Terracina, b. 2, prot. 7, ff. 159v-160r, notaio A. Agnise.
96. asl, Notarile Terracina, b. 3, prot. 11, ff. 69v-70r, notaio N. Savi.
97. Molto interessante in proposito è un atto del 1551, in cui Emanuele da Veroli, prestando 28 ducati a Silviano di Brunetta, rinuncia agli interessi del primo anno, anche se sarebbe autorizzato a chiederli in base ai «capitulis hebreorum seu privilegii eiusdem Emanuelis», che «inter cetera volunt quod in mutuis hebreorum non obstantibus illis verbis appositis in contractibus “gratis gratia et Amore“, uxure currant et morosi illas solvere tenentur» (asl, Notarile Terracina, b. 2, prot. 11, ff. 257r-v, notaio N. Savi).
98. asl, Notarile Terracina, b. 3, prot. 11, ff. 126v-127v , ff. 141r-143r, notaio N.Savi.
99. asl, Notarile Terracina, b. 4, prot. 17, f. 42v, notaio A. Tomasi.
100. asl, Notarile Terracina, b. 4, prot. 15, f. 7r, notaio A. Tsomasi .
101. Il termine è ancora vivo nel dialetto locale: “incanacchiarsi” è l’adornarsi con molti oggetti preziosi.
102. asl, Notarile Terracina, b. 3, prot. 13, f. 111r, notaio G. Mare: Ventura ha prestato «certam pecuniariam summam» a «Lenorio Giliberti», che avrebbe dovuto ripagare il debito dando all’ebreo una quantità di grano. Lenorio possiede infatti dei campi «in loco ubi dicitur Capo delle Prata», ma in questo momento non è in grado coltivarli né di farli coltivare perché «eget pecuniis»: ha finito i soldi del prestito. L’ebreo gli dà altri 10 ducati per pagare «zappuliarii» e «metitores» per il suo campo, con 2 ducati di interesse («pro lucro»); Lenorio si impegna a dare a Ventura nel mese di agosto, quando il grano sarà stato falciato, una quantità di grano corrispondente al denaro che ha ricevuto nei due prestiti.
103. asl, Notarile Terracina, b. 3, prot. 11, ff. 141r-143r .
104. Simonsohn, The Apostolic See, cit., p. 2393, n. 2356. Negli atti notarili non si fa mai cenno al Monte di Pietà. L’unico documento che ne parli è questo di Paolo iv, che si riferisce ad un periodo in cui il Monte era già istituito.
105. asl, Notarile Terracina, b. 2, prot. 11, ff. 44r-v, notaio N. Savi.
106. asl, Notarile Terracina, b. 2, prot. 10, ff. 167v-168v, notaio N. Savi.
107. Il toponimo “Donecalia” (ricorrente anche nelle forme “Donecaglia” o “Donicalia”), compare per la prima volta in un atto notarile del 1195 (“ad Donicalia”), citato da L. Ployer Mione (Torri antiche e nuove, in Guerra, peste, fame e “foresciti”, mostra permanente dell’asl, Latina 1997). All’origine del nome, potremmo ipotizzare un’avvenuta contrazione da “Dominicalia”, forse perché in epoca feudale la zona apparteneva al feudatario, al “dominus”: è facile che in una città piccola e relativamente isolata come era allora Terracina i nomi di luogo restassero pressochè inalterati per molto tempo, subendo solo lievi modifiche dovute alla pronuncia degli abitanti.
108. asl, Notarile Terracina, b. 3, prot. 11, ff. 37v-38r, notaio N. Savi. Ventura afferma di non calcolare gli interessi fino alla scadenza. Nello stesso atto è registrato un altro prestito: gli ufficiali ricevono 150 scudi per un anno, con un interesse di 2 fiorini per ducato. Come garanzia di pagamento, il sindaco e gli ufficiali offrono «pecunias exigendas de Sylva Maretime», e «pecunias gabelle, pecunias tenute Piani de Floris et Montanearie». Sono attestati, nelle fonti notarili, diversi casi in cui feneratores ebrei finanziano il Comune: tra gli altri, Ventura nel 1536 dà in prestito 160 scudi che servono per acquistare grano (asl, Notarile Terracina, b. 2, prot. 10, ff. 191v-192r, notaio N. Savi). Contatore parla di un prestito di 200 ducati concesso al Comune dagli ebrei terracinesi per pagare le tasse alla Camera Apostolica (De historia terracinensi, cit., p. 145).
109. asl, Notarile Terracina, b. 3, prot. 11, ff. 76r-v, notaio N. Savi. Benedetto afferma, davanti ad Antonio Palumbo, vicario del vescovo della città, che nel luglio di due anni prima il sacerdote «uno cum magistro Vincentio de Poncello de Fundis» ha ricevuto da lui un prestito di 14 scudi, che non ha restituito. Don Giacomo dapprima nega di aver avuto il denaro, poi, sotto giuramento, confessa.
110. asl, Notarile Terracina, b. 4, prot. 17, ff. 169v-170r, notaio A. Tomasi.
111. Toponimo probabilmente derivato da “Arengi”, rimasto nel dialetto locale come “capo la lingua”.
112. Non abbiamo indicazioni sull’ubicazione della sinagoga; cfr. supra.
113. asl, Notarile Terracina, b.1, prot. 1, ff. 5r-v, notaio anonimo. Toaff cita diversi testamenti di ebrei del Lazio e dell’Umbria in cui compare questo lascito per le lampade sinagogali (shemen la-maor; Il vino e la carne, cit.).
114. Nel 1532 ne fanno parte Crescenzio phisicus, Sabatuccio di Bonanno, Emanuele da Veroli, Musardo di Mosè, Stancacervus, Abraam ispanus. Molti dei nomi dei consiglieri compaiono in atti di prestito o di compravendita: è probabile che la carica fosse attribuita in base al censo.
115. asl, Notarile Terracina, b. 3, prot. 13, ff. 38r-v; ff. 39v-40r, notaio G. Mare. Isaac Zamat, a nome della comunità, affitta a Marco Anzilloctus una vigna, una canapina e nove pezze di terra in località «sopto selce» (toponimo ancora vivo nel dialetto locale), e a Nicola Fratesanto una canapina.
116. asl, Notarile Terracina, b. 2, prot. 8, f. 79r, notaio L. Marini.
117. asl, Notarile Terracina, b. 3, prot. 13, ff. 29v-30r, notaio N. Savi.
118. asl, Notarile Terracina, b. 3, prot. 13, f. 55v, notaio G. Mare. La somma viene versata interamente dai consiglieri nel gennaio del 1534 (ivi, f. 115v) .
119. asl, Notarile Terracina, b. 3, prot. 13, f. 29v, notaio G. Mare.
120. asl, Notarile Terracina, b. 5, prot. 18, ff. 101r-102v, notaio A. Di Donna. Un altro toponimo per noi interessante è “la Vasca delli Judei”, che si trova in campagna («in valle Terracine»), citato in un atto del 1534 (asl, Notarile Terracina, b. 3, prot. 13, ff. 113r-113v, notaio G. Mare). “Vasca” è reso in francese dal Blaise (Lexicon Latinitatis Medii Aevi, cit.) con il termine “bassin”, che indica sia il “bacile” che la “piana”; è probabile che sia da intendere in questo senso: la “piana”, come “terreno coltivato pianeggiante”: la “Vasca delli Judei” sarebbe dunque una zona in cui molti ebrei avevano i loro terreni.
121. Statuta antiquissima civitatis Terracine, Roma 1549, nel Fondo Statuti della Biblioteca dell’asr, n. 927/5.
122. Bianchini (Storia di Terracina, cit., p. 89) parla di una raccolta duecentesca di statuti, organizzata in libri nel primo Trecento, in cui si vietava agli ebrei di macellare ritualmente gli animali, e di venderne la carne ai cristiani; purtroppo questa raccolta è per noi perduta.
123. Non sappiamo se questo “Rabe” provenisse da Terracina o fosse originario di un’altra comunità e venisse chiamato in casi particolari per ratificare degli atti, come accade nel 1542 con “Rabi Melis Scemuelis de Florentino”, che controlla e approva la fine del legame di tutorato tra Emanuele da Veroli e i suoi “pupilli” minorenni Sabato e Raffaele di Salomone da Fondi (asl, Notarile Terracina, b. 2, prot. 10, ff. 270r-274r, notaio N. Savi).
124. asl, Notarile Terracina, b. 2, prot. 8, ff. 35r-36r, notaio L. Marini: Niseno siculus, Donato, Isac alias Bonarellus, Angelo di Isac dichiarano «pro se et heredibus quondam Sabatini» di aver avuto una lite, e scelgono come arbitri Servidio, Lazzaro di Meluzzo e Gaudio da Fondi. Si impegnano ad accettare la decisione degli arbitri sotto pena di scomunica “more hebreorum” e di una pena pecuniaria, che andrebbe divisa tra la comunità e la “schola”.
125. asl, Notarile Terracina, b. 2, prot. 8, f. 44v-45r, notaio L. Marini. Altre formule di giuramento usate per gli ebrei dai notai terracinesi sono «super libris et calamo», «super calamo more hebreorum» (o semplicemente «more hebreorum»), «tactis litteris ebraicis», «in scripturis hebraicis», «tacto calamo more hebreorum in manibus mei notari ad decem precepta legem Moysi corporaliter», «super calamo more hebreorum ad decem precepta legis».
126. asl, Notarile Terracina, b. 1, prot. 2, ff. 27r-v, notaio anonimo.
127. asl, Notarile Terracina, b. 4, prot. 17, f. 176r, notaio A. Tomasi.
128. Il valore monetario delle doti va dai 20 ducati di Luna di Raffaele Sacerdoti da Tropea (asl, Notarile Terracina, b. 3, prot. 11, f. 19r, notaio N. Savi) ai 200 di Perna di Sabatuccio di Bonanno (asl, Notarile Terracina, b. 3, prot. 13, f. 94v, notaio anonimo); Rosa di Beniamino da Marino (asl, Notarile Terracina, b. 1, prot. 2, notaio N. Savi, ff. 45r-v) e Diamante di Angelo di Emanuele da Genazzano (asl, Notarile Terracina, b. 3, prot. 11, ff. 88r-89v, notaio N. Savi) portano in dote 150 scudi.
129. Negli atti dei notai capitolini è invece frequente «il riferimento agli oggetti che facevano parte del corredo della sposa: questo poteva essere costituito da “suppellectilia, bona iocalia, lectum fulcitum, vestes et alia res et bona […] secundum more hebraicum”» (Esposito, Un’altra Roma, cit., p. 152; Ead., Matrimonio, convivenza, divorzio: rapporti coniugali nella comunità ebraica di Roma tra Quattro e Cinquecento, in “Zakhor. Rivista di storia degli ebrei d’Italia”, 3, 1999, pp. 116-9). In Umbria «nella dote che la donna portava al marito era compreso anche il corredo da sposa. Il suo valore, nel caso delle famiglie più facoltose, era notevole e costituiva spesso oltre un terzo di quello complessivo della dote. A renderlo tale contribuiva il costo elevato delle vesti femminili, che spesso superavano il valore di 10 fiorini per capo. Il corredo comprendeva abiti ed indumenti, in numero tale da essere sufficienti a servire alle necessità della donna per il periodo il più lungo possibile, sì che le spese di vestiario non gravassero sul ménage familiare […] doveva anche garantire alla donna di potersi presentare in pubblico, sfoggiando degli abiti confacenti al suo rango» (Toaff, Il vino e la carne, cit., pp. 27-8).
130. Nei contratti dotali di Luna di Raffaele Sacerdoti e di Ricca di Amadio di Cori.
131. asl, Notarile Terracina, b.1, prot. 4, ff. 160r-v, notaio A. Agnise.
132. asl, Notarile Terracina, b. 3, prot. 11, ff. 217v-219r, notaio N. Savi.
133. Mancano studi recenti sulla comunità ebraica terracinese, tranne il lavoro di P. De Rossi, La comunità ebraica di Terracina. Secolo xvi, Moderata durant, Cori 2004, uscito mentre questo articolo era in fase di pubblicazione.