Stefano Andretta

 

IN MEMORIA DI FRANCO GAETA

 

II 27 gennaio 1989 � stato presentato a Roma presso l'Istituto storico per il medioevo il volume "Franco Gaeta. L'uomo, il maestro, lo storico" a cura di Alberto Merola pubblicato dall'editore Japadre. Esso raccoglie gli interventi di Pasquale Villani, Elig.o Vitale, Alessandro Clementi, Marino Berengo, Girolamo Arnildi, Giorgio Spini, Alberto Merola nel corso di due giornate d. studio in suo ricordo tenutesi il 14‑15 gennaio 1985 presso le Lniversit� dell'Aquila e di Roma "La Sapienza". Tra i numerosi attestati di stima, di affetto e di rimpianto di colleghi e allievi, riportiamo il testo dell'intervento del dott. Stefano Andretta.

 

" Desidero innanzitutto ringraziare il direttore dell'Istituto storico per il medioevo della cortese ospitalit� offerta a noi, allievi, amici e colleghi. Ospitalit� che ci consente di ricordare oggi Franco Gaeta e di riflettere, a quasi cinque anni dalla sua scomparsa, sulla sua figura di uomo e di intellettuale. Ma soprattutto sull'eredit� che egli ha lasciato a quanti lo hanno letto, conosciuto e stimato. Desidero altres� rivolgere un affettuoso e particolare saluto alla signora Concetta che � qui presente.

Il mio primo incontro con Franco Gaeta risale al novembre 1971 quando cominciai a frequentare, sull'onda dell'interesse suscitato in me da un esame di storia della scienza ‑ che era stato occasione di letture sullo sviluppo del pensiero scientifico italiano nel Trecento e nel Quattrocento, ‑ un corso da lui tenuto sulle interpretazioni del Rinascimento. Allora aveva la responsabilit� dell'insegnamento di Storia dell'et� dela Riforma e Controriforma e teneva lezione, con un orario singolare che non mancava di originare qualche perplessit� tra gli studenti, date otto alle dieci del sabato mattina. Ricordo che fui immediatameite colpito dalla ricchezza della sua personalit� e dalla sua straordinaria capacit� di comunicare, di stabilire una subitanea sintonia con cohro che lo ascoltavano. La chiarezza e insieme la profondit� di pensiero, una lineare e rara capacit� espositiva si accompagnavano, infatti, ad un'affabilit� e ad un'umanit� ironica, garbatissima e genuina. Qualit� non sempre evidenti in un periodo in cui i rapporti della vita universitaria erano spesso difficili e provocavano atteggiamenti di rigidit�, di dogmatismo, di sufficienza, in alcuni casi di depressione; o di contro, spesso con identici risultati fuorvianti per gli studenti, di gratuiti, affettati e persino un po' patetici comportamenti demagogici. Nulla di tutto questo accadeva con Franco Gaeta che ci appariva nell'insegnamento, e ci� mi � stato confermato in successivi incontri nel tempo con altri colleghi, assolutamente originale. Nel corso dell'anno, pacatamente e leggermente, riusc� ad illustrare le diverse metodologie spaziando nei pi� diversi campi d'indagine storiografica, a concentrare (attenzione sugli avvenimenti e, immancabilmente, a riflettere sugli stessi; a stimolare interessi e a favorire la loro espressione e organizzazione con una sola ricorrente raccomandazione: quella di essere sempre disponibili a ridiscutere e a dubitare. Dando cos� un'immagine dinamica, per nulla libresca e pedante, del divenire storico che aveva, certo, un riferimento saldo e imprescindibile nei fatti ‑ e ci� fu sovente ricordato da Franco Gaeta nelle sue opere, specie in quelle divulgative ‑ ma nello stesso tempo assumeva una dimensione e un'autonomia, per cos� dire, teoretica. La storia, cos� come l�avevo conosciuta al liceo, si nobilitava attraverso il suo insegnamento al rango di scienza della memoria umana legata, nella sua intima essenza, al presente. Iscritto al corso di laurea in filosofia mi sentivo a mio agio e avvertivo allo stesso tempo crescere in me un forte interesse verso le discipline propriamente storiche. Avevo l�impressione di scoprire una ignota e promettente possibilit� di approccio alla storia in assoluta naturalezza e continuit� con gli interessi specificatamente filosofici che avevo coltivato sino a quel momento.

Questo fu il primo dei numerosi debiti di riconoscenza nei confronti di Franco Gaeta. Egli era una sorta ‑ e mi piace ricordarlo, perch� fu effettivamente una battuta che circol� tra gli studenti di quel corso ‑ di "ostetrico dell'intelletto studentesco". Poi, venne (epoca dell'assegnazione della tesi di laurea nel 1973, le cui modalit�, per una strana coincidenza scoperta a posteriori in un passo del commosso ricordo di Marino Berengo, furono simili alle sue. Anch'io provenivo da una delusione, da un fallimento. E trovai in lui la persona capace di immaginare un argomento che rispettasse fonico brandello di certezza che ormai mi rimaneva: la volont� di dedicarmi ad una ricerca d'archivio nell'ambito della storia veneta. Nacque cos� l�ipotesi di ricostruire fattivit� della diplomazia veneziana durante le trattative di Vestfalia. Inizi� cos� il privilegio di una frequentazione quasi quotidiana fatta di incontri all'Universit�, e in seguito alla Biblioteca vaticana, all'Istituto storico germanico. E fatta anche di quei cortesi passaggi in macchina , di cui conservo un'acuta nostalgia, che sovente mi concedeva dal quartiere dove entrambi abitavamo verso "La Sapienza". Nel traffico romano il tempo scorreva rapido nelle discussioni sui pi� diversi temi. Nel segui�re la tesi, nonostante gli impegni, fu sempre puntuale e presente ‑ co�me non stupirsi ancora oggi delle chiose e dei discreti suggerimenti vergati in quella calligrafia precisa ed elegante ‑ e fu insieme realmen�te interessato e confermato nella sua intuizione che ancora molto vi era da esplorare oltre quelle strane "colonne d'Ercole della vitalit� ve�neziana", che venivano un po' enfaticamente indicate alla fine del do�gado di Niccol� Contarini. Era dunque un'occasione di riflettere sui modi e i tempi reali della decadenza veneziana e insieme sull'originali�t� di un'esperienza culturale e politica millenaria in cui era difficile credere ai miracoli o alle mitizzazioni cronologiche, ma piuttosto ci si poteva fidare soltanto del rigore filologico, delle letture, della pazienza e dello sforzo continuo di penetrazione.

 

Chi l'ha conosciuto e frequentato da vicino pu� testimoniare, oltre alla sua serenit� umana e alla sua ironia e autoironia, anche la sua inquie�tudine intellettuale. Le sue linee di coerenza, i suoi convincimenti, ‑che spesso sono stati ricordati nelle giornate di studio come qualit�, certo, ma talvolta come una forma forse troppo tenace di perseveranza ‑, questi atteggiamenti di coerenza, soprattutto presenti nella sua bibli�ografia "civile" e impegnata, erano frutto di un lavorio continuo, inces�sante, di una manipolazione perpetua di ipotesi, di acquisizioni, di sug�gerimenti, di ripensamenti in cui ogni tipo di realt� era un terreno buo�no per l'indagine: fossero esse realt� "alte" che realt� prosaiche o "bas�se", come era solito chiamarle. Questo metodo di lavoro mai abbando�nato, se veniva compresso e quasi pudicamente nascosto nelle sue ope�re di storia contemporanea dall'impegno e dalla passione "etica" e pro�fessionale a cui non rinunci� nemmeno nei periodi di maggior affatica�mento; se veniva occultato, dunque, dalla inevitabile necessit� contin�gente di partecipazione politica ad un dibattito contemporaneo sulle ragioni dell'essere della societ� odierna, questo metodo di lavoro si esaltava, invece, nei suoi studi e interessi moderni. Egli, liberatosi dai lacciuoli del contingente, sembrava lavorare con una freschezza e una piacevolezza accresciute, dispiegava e moltiplicava a trecentosessanta gradi la gamma delle sue fonti di interesse. Ci�, e lo dico con grande rammarico e malinconia, mi appariva particolarmente evidente negli ultimi anni della sua vita.

 

All'apice della carriera universitaria, con una tradizione di medievista, modernista e contemporaneista nonch� di grande divulgatore, l'uomo, lo studioso, non era ancora pago. Egli era capace di dilatare ulterior�mente la sua libert� intellettuale, la sua indipendenza critica e la sua radicatissima, quasi fisiologica, onest� intellettuale. Era, insomma, in una stagione di espansione delle idee inviavano nelle. Questo modo d'essere, questa attrazione verso i messaggi che la storia degli uomini e delle idee inviavano nelle forme pi� imprevedibili per compiere una ricostruzione e un'interpre�tazione "politica" della realt� storica; che rimase la nota dominante, anche se non la sola, dei suoi studi‑ , questo sforzo intellettuale si ac�crescevano incessantemente di nuovi elementi. Non � casuale, a mio modo di vedere, che la bellissim� introduzione alle Lettere di Machia�velli pubblicata nel 1984 dalla casa editrice UTET, si apra con la lette�ra celebre a Francesco Vettori in cui l'ex‑segretario fiorentino si chie�de quale meraviglia potrebbero suscitare in un eventuale lettore le loro epistole, le quali passano indistintamente da ragionamenti sullo Stato e alle sue forme ad argomenti molto pi� prosaici. Nello scegliere come esordio l'affermazione machiavelliana che "questo modo di procedere, se a qualcuno pare sia vituperoso, a me pare laudabile, perch� noi imi�tiamo la natura, che � varia; e chi imita quella non pu� essere ripreso" scorre un feeling, una complicit� tra l'autore e il suo esegeta, che osser�va a sua volta trattarsi di: "operazione certamente antiumanistica, che tuttavia non implica lo smantellamento dei livelli e anzi ne conferma, se mai, la presenza e la diversificazione: prenderne coscienza non si�gnifica, per Machiavelli, appiattire la molteplicit� del reale, ma sempli�cemente dichiarare e attuare la disponibilit� ad accettare, di volta in volta, un livello diverso: "mutarsi" e "riscontrarsi" con la realt� del mondo sublunare governato dalla fortuna, farsi ragione dell'equivocit�, dell'ambiguit� e della contraddizione non per superarle (che sarebbe impossibile), ma per viverle ‑ al limite, come un gioco di abilit�.". Que�sto atteggiamento � ‑ continua Franco Gaeta ‑ "frutto di connaturata disposizione ad un discorso che si articola su una pluralit� di registri, traduzione stilistica della pluralit� di personae propria del savio a pa�ragone dei pazzi la cui connotazione � l'unilateralit� e quindi l'impos�sibilit� statica di "mutazione" e di "riscontro" (1).

 

Queste osservazioni, ovviamente in questo caso tese ad una ricostru�zione antropologica e linguistica del Machiavelli delle Lettere, svelano la curiosit� e uno speciale razionalismo antidogmatico e laico nell'in�tellettuale e nello storico, una salutare inquietudine e una completa permeabilit� critica alle sollecitazioni della realt� che rappresentano l'infinito materiale su cui edificare un'ipotesi di lavoro. Certamente, questo atteggiamento solare spiega anche, credo e ne sono anzi quasi sicuro, gli aspetti raffinati e squisiti della sua personalit� umana. Inoltre, seguendo queste considerazioni, vorrei qui ricordare ed accen�nare ad un suo progetto rimasto, purtroppo, incompiuto. Mi riferisco alla stesura di un libro riguardante il mito di Venezia, di cui rimangono numerosi quaderni di appunti, schede, riferimenti. Con i colleghi e gli amici tenteremo di rimediare parzialmente raccogliendo in un volume i suoi scritti pubblicati a tale proposito. Il mito di Venezia, dunque. Una vecchissima idea, trentennale almeno, presente frequentissima�mente nei suoi discorsi. Realizzata, in parte, nei saggi pubblicati nella Storia della cultura veneta diretta da G. Arnaldi e M. Pastore Stocchi, nella rivista "Biblioth�que d'Humanisme et Renaissance" e, con alcuni cenni, in altri luoghi minori. Osservandolo lavorare e riflettere a que�sto libro si aveva la netta sensazione di quanto fosse forte in lui l'impe�gno per non cadere vittima egli stesso del mito. Con una battuta soleva dire che troppe persone avevano trascorso la luna di miele o avevano ricordi colorati e romantici nella citt� lagunare, ivi compresi gli storici. Cos�, semplicemente, voleva testimoniare la consapevolezza dei rischi insiti nell'impresa di una ricostruzione nel tempo della fortuna e delle sorti variegate del mito di Venezia. Voleva testimoniare la necessit� di una vigilanza, di un equilibrio che sono ben esemplificati in una sua re�censione alla traduzione italiana per i tipi de Il Mulino del famoso e discusso libro di William Bouwsma "Venezia e la difesa della libert� re�pubblicana. I valori del Rinascimento nell'et� della controriforma". Io ne ero rimasto letteralmente suggestionato e affascinato. Viceversa, a Franco Gaeta quel libro non era piaciuto. Egli pur stimandone l'im�pianto documentario, non ne era affatto persuaso. Considerava ridutti�va se non illegittima l'identificazione tra "la libert� repubblicana" e "in�dipendenza" dello Stato che presupponeva piuttosto un'idea recente cara al "republicanism" democratico anglosassone che gli intendimenti e la mentalit� politica della Venezia cinquecentesca e seicentesca. Il fi�lologo, lo storico puntava l'accento sulla liceit� di affermare, termino�logicamente, se proprio a Venezia si potesse parlare di un equilibrio dinamico delle forze presenti in seno allo Stato e di una libert� simile a quella difesa dai politici fiorentini del primo Rinascimento. Invitava a ragionare sulla complessit� dello Stato veneziano, uno Stato totalizzan�te che talvolta venne idealizzato proprio in virt� dei suoi congegni isti�tuzionali che, in realt�, non permettevano "mutamenti". A suo avviso, si trattava anche questa volta di una trappola ideologizzante a cui era ne�cessario sfuggire.

 

Tuttavia, e mi sembra la prima volta che manifest� un mutamento di rotta significativo, quel libro, che pur non aveva gradito, gli aveva inne�scato una riflessione non soltanto e puramente politica del mito. Un punto fermo e saldo rimaneva per lui la grande importanza che il mo�dello veneziano e la cultura veneziana ebbero tra Cinque e Seicento nella storia intellettuale (e di riflesso, politica) dell'Europa. Non biso�gnava, dunque, dubitare dell'esistenza del mito ma tentare proprio per comprenderlo di smontarlo, de‑ideologizzarlo, scarnificarlo in un con�testo articolato, non pi� soltanto legato alla trattatistica e allo scontro politici, in un contesto ampio culturale a tutto tondo. Per questo ap�prezz� con sincero entusiasmo lo sforzo compiuto dalla Storia della cultura veneta come tentativo di cogliere una specificit� e nello stesso tempo una multiforme tradizione culturale. Nei saggi che vi scrisse, pur mantenendo un'impronta ancora storico‑politica, appare la insod�disfazione e la preoccupazione di dover procedere ancora oltre. So�prattutto nell'apparato di note si avverte un anelito di sprovincializza�zione culturale del mito, un allargamento degli orizzonti. La discussio�ne si fa europea, accede prepotentemente all'intellettualit� europea. Accanto a Machiavelli, Guicciardini, Giannotti, Sansovino, Paruta, Bo�tero, Boccalini, Campanella, appaiono Bodin, e d'incanto, una ricca letteratura politica europea spagnola, olandese, tedesca, polacca, fran�cese e inglese e persino Shakespeare e Jonson.

 

Incomincia a delinearsi la necessit� di una distinzione, di un supera�mento di una visione puramente politica del mito, dunque, ma anche il lucido intendimento di separare l'immagine dalla realt�, sospendendo Venezia in una suggestiva soluzione chimica i cui ingredienti principali rimanevano, pur nella ricchezza teorica e intellettuale, da un lato la continua "mutazione" dell'immutabilit� (e mi perdonerete il bisticcio di parole) del divenire storico veneziano ‑ anche nei suoi aspetti pi� mi�seri e degradabili ‑, e dall'altro il "riscontro" nell'immagine intellettuale veneziana, italiana ed europea. Un viaggio nel potere di un'immagine divenuta anch'essa parte del divenire storico ed intellettuale, i cui con�fini sono tracciati soltanto dalla commistione tra realt� effettuale e im�magine di essa.

 

In conclusione nel suo saggio Venezia da "stato misto" ad aristocrazia "esemplare", Franco Gaeta ci aveva gi� avvertito che, intanto, sul terre�no dei modelli politici "il vecchio stato patrizio, non nella sua realt� ef�fettuale, ma nella sua rappresentazione che di se stesso aveva coniata e imposta, continuava ad avere qualcosa da dire e da insegnare" e "disin�crostato dalla calcificazione declamatoria, il suo mito resisteva ed ispi�rava (sebbene ancora per poco) tutta una zona del pensiero e della lot�ta politica di paesi emergenti nella vita delfEuropa e del mondo" (2).

 

E sono sicuro che, se la morte non ce lo avesse strappato cos� presto, ci avrebbe regalato un lavoro cristallino, compiuto, stimolante e aper�to, esattamente come la sua intelligenza e umanit�.

1. N. Machiavelli, Opere, Lettere,a cura di F.Gaeta,UTET,Torino 1984, Introduzione, pp. 9 s.

2. AA.VV. Storia della cultura veneta. Dalla controriforma alla fine dei re�pubblica. Il Seicento, 4/II, Vicenza 1984, p. 494.