L’onore perduto del duca di Bracciano:
dalla corrispondenza
di Paolo Giordano Orsini
e Isabella de’ Medici*

di Elisabetta Mori



Nelle stanze della segreteria vecchia del palazzo ducale di Firenze, il 7 giugno del 1553, con delega solenne, Cosimo de’ Medici incaricò Averardo Serristori, oratore fiorentino presso il pontefice, di proporre e contrarre in suo nome il matrimonio di una delle sue figlie, la secondogenita Isabella o la terzogenita Lucrezia, con Paolo Giordano Orsini d’Aragona, signore di Bracciano e Anguillara, riservandosi di scegliere tra le due1. Il Serristori avrebbe promesso una dote adeguata alla dignità del marito, che venne stabilita in 50.000 scudi di moneta fiorentina da pagare «la metà consumato che harà il matrimonio et l’altra metà infra un anno doppo detta consumatione di matrimonio». Nel corso delle trattative la scelta cadde su Isabella e, poiché la sposa aveva undici anni e lo sposo dodici, Cosimo raccomandò che il matrimonio si dovesse consumare «subito passati li 14 anni della età di detta Signora o, in altro tempo prima o poi, secondo che le parti fussino d’accordo et infratanto la persona di detta Signora resti appresso il Signor Duca suo padre»2.
Quella parentela era per il duca di Firenze una delle tappe della strategia di penetrazione nella corte romana. La tappa successiva sarebbe stata il cappello cardinalizio per il figlio Giovanni. Paolo Giordano, dodicenne, orfano di entrambi i genitori, era il rappresentante del ramo più importante di una famiglia potentissima presso il pontefice con cui più volte i Medici avevano scelto di imparentarsi3. Lorenzo de’ Medici aveva sposato Clarice Orsini senza pretendere dote perché la sola sua persona «nobilitava la casa»4. Ne ottenne in cambio un figlio pontefice. Nell’archivio Orsini è conservata in copia una lettera di Lorenzo de’ Medici al figlio Giovanni, futuro papa Leone x, appena eletto cardinale all’età di quattordici anni. In essa si spiega molto chiaramente quello che sarà anche in seguito l’atteggiamento dei Medici nei confronti della Chiesa. Lorenzo è soddisfatto e sinceramente emozionato per la posizione conquistata dal figlio. Alterna teneri consigli paterni ad acuti suggerimenti politici, consapevole che la carriera di Giovanni sarà di grande vantaggio per la sua famiglia e per Firenze: «Non vi mancherà modo con questo riservo di ajutare la Città e la Casa perché per questa città fa l’unione della Chiesa e voi dovete in ciò esser buona catena e la casa va con la città. E benché non si possono vedere gli accidenti che verranno, e così, in generale, credo che non ci abbiano a mancare i modi di salvare (come si dice) la capra e i cavoli»5.
Dopo la morte di Paolo iii Farnese, la cui politica non lasciava troppo campo libero a Cosimo de’ Medici, il nuovo papa Giulio iii del Monte aprì al duca di Firenze le porte di Roma. Un potente mediatore fu certamente il cardinal Guido Ascanio Sforza di Santa Fiora che, oltre ad essere zio e tutore di Paolo Giordano Orsini, era anche nipote di Paolo iii e, dopo la morte del nonno pontefice, era alla ricerca di altrettanto potenti protezioni. Per interessamento congiunto di Cosimo e Santa Fiora, la sorellina di Paolo Giordano, Felice, venne data in sposa nel 1552 a Marc’Antonio Colonna, duca di Paliano6. Il legame tra Orsini e Colonna, fortemente voluto dai Medici, era solo una tappa per controllare politicamente ed economicamente le due più potenti famiglie romane e quasi tutto il territorio intorno a Roma. La strategia romana di Cosimo continuò, l’anno successivo, con il matrimonio di Paolo e Isabella7.
Cosimo, continuando la linea di Lorenzo de’ Medici, vedeva nel legame con l’antica e ancora potente famiglia, da un lato, il rafforzamento del rapporto con la Chiesa, dall’altro la difesa degli interessi medicei nelle terre del patrimonio. I territori degli Orsini erano un ottimo ponte per i traffici bancari e commerciali con Roma poiché ne controllavano le principali vie di accesso.
L’obiettivo prioritario di Cosimo e Santa Fiora era però il tentativo esplicito di neutralizzare la tradizionale politica filofrancese degli Orsini. Il Litta ipotizza, non a torto, che questa unione fu congegnata durante la guerra di Siena «col fine di distaccare gli Orsini dalla devozione di Francia, cui prestavano rilevanti servigi negli affari d’Italia col loro credito e colla loro autorità e col numero dei loro condottieri»8.

1
«Niun’altra cosa mi si ricordarà, se non che io ti adoro»

Le rigide procedure del contratto nuziale e le complesse strategie politiche ad esso sottese una sola cosa non contemplavano: che i due fanciulli destinati alle nozze si amassero poi davvero. «Io ti adoro, bella, e credi che quando mi morirò, ne’ figli, ne’ Stato, ne’ amici, ne’ dame, ne’ niun’altra cosa mi si ricordarà, se non che io ti adoro»9. Così scriveva Paolo Giordano alla moglie Isabella in una delle sue ultime lettere. Dopo ventidue anni di matrimonio, il primo duca di Bracciano sperava di essere ricordato dai posteri non come potente signore di uno Stato, come padre di figli altrettanto potenti e nemmeno come affascinante conquistatore di dame, ma semplicemente come amante appassionato della sua bella moglie Isabella. Il destino volle invece che passasse alla storia come assassino della sua amata, rappresentante rozzo, tracotante e violento di una stirpe arroccata nelle sue prerogative medievali, protettore di banditi e mandante di delitti, come quello, celebre per le sue tragiche conseguenze, di Francesco Peretti, nipote di Sisto v10.
L’archivio della famiglia Orsini conserva centinaia di lettere che Paolo e Isabella si sono scambiati nel corso di vent’anni, dal 1556 fino alla morte di lei, nel 1576, e molte di più relative alle vicende successive, fino alla morte di Paolo nel 1585, a cui seguì l’assassinio della sua seconda moglie Vittoria Accoramboni. Le lettere di Paolo a Isabella sono 402 e quelle di Isabella a Paolo 177. Sono tutte autografe11.
Alla lettura progressiva, lo stretto spazio del dramma elisabettiano, in cui per secoli questi personaggi sono stati confinati, si apre a un quotidiano complesso, a una realtà mutevole e minacciosa di rapporti politici, diplomatici, economici, familiari.
Le lettere di Paolo a Isabella iniziano nel 1556 e testimoniano il ritorno a Roma dopo l’elezione del nuovo papa Paolo iv Carafa. Il quindicenne Paolo Giordano da un lato è ingenuamente felice perché «nostro Signor insieme con tutti questi signori papalini mi hanno fatto un monte de carezze», dall’altro ha nostalgia di Isabella: «le lettere di Vostra Signoria mi anno portato tanta grande allegrezza che mi paressi d’impatire. La suplico che mi mandi il ritratto suo quanto più presto»12. A Firenze, in quella famiglia piena di ragazzi, aveva stabilito, in particolare con i più piccoli, Lucrezia, Giovanni, Maria, Garzia, un forte legame di fratellanza. Con il suo carattere esuberante, affettuoso, allegro, Paolo è riuscito a conquistare anche Cosimo che ama come un padre e che sarà sempre combattuto, nei suoi confronti, tra un atteggiamento politico e un atteggiamento paterno. Il desiderio di farsi amare e accettare dalla famiglia de’ Medici è uno dei tratti caratteristici del giovane Orsini. Ma chi gli piace di più è quella sua piccola sposa a cui, nella chiusa delle lettere, che la severa Eleonora de’ Toledo senza alcun dubbio leggeva per prima, ardisce baciare la bocca e le mani e qualche volta «il musino tutto».
Non sappiamo nulla sull’educazione che Paolo ha ricevuto nei suoi primi anni ma si può presumere, data la personalità del suo tutore, che sia stata quella rigida di un principe romano, fondata sullo studio dei classici e sull’alto ruolo che sarebbe andato a ricoprire. Dalle lettere apprendiamo che Paolo conosceva bene il cerimoniale e il complicato linguaggio delle precedenze, indispensabili per muoversi alla corte del papa e che gli saranno poi molto utili in seguito13. Amava la poesia e coltivava a livelli altissimi la musica, probabilmente sin da fanciullo, poiché tra i familiari del cardinale di Santa Fiora vi era il celebre madrigalista Giovanni Animuccia14. Il musicista e maestro di canto Scipione del Palla, uno degli interpreti di musica vocale più famosi del Rinascimento, è citato spesso nei libri di conti e nella corrispondenza15.
Paolo tenne costantemente al suo servizio un musico personale oltre che un maestro di ballo e, in alcuni tempi, una cantante. Al pari di suo figlio Virginio e di suo nipote Paolo Giordano ii, coltivò il piacere anche di comporre, come è testimoniato più volte nella corrispondenza: «Ho messo insieme una musica, la meglio che si possi sentir» scrive a Isabella16.
Nell’inventario redatto dopo la sua morte figurano «sei libri da musica coperti di corame bianco con l’arme di Sua Eccellenza indorati con fettucce turchine» oltre a «nove libri simili piegati di traverso»17. Nella galleria del suo palazzo di Campo de’ Fiori vi era «uno cimbalo o vero graviorgano con sue casse depinte con uno guarnimento d’ebano et fogliami indorati» e in una camera accanto alla saletta da gioco vi era «un cravicembalo con sua cassa dipinta turchina e gialla con suoi piedi»18. Anche a Bracciano aveva vari strumenti, un cembalo dipinto, «viole d’archo» e 15 libri di musica19. Possedeva anche un curioso strumento da viaggio, una spinetta richiudibile come un libro con fibbie d’argento, all’esterno di cuoio nero profilato d’argento e all’interno tutta dipinta20.
Aderendo alla cultura antiquaria del suo tempo e del suo éntourage, Paolo andava alla ricerca di anticaglie e riempiva di doni Isabella:

Io vo trovando mille cose antiche et oggi ho buscato un Adriano che è tenuto la più bella cosa di Fiorenze, il cardinal Farnese né nissuno la possuto mai avere et già ne devo avere fino a quattro o cinque statue bellissime et tre rochi de colonne. Porto a mi signora le più belle del mondo et certe tavole per monsignore o un so che medaglie et statuette picole. L’Adriano farrà verga a tutte l’altre statue sorte di Pitti perché è una testa sola grande quanto me che è bellissima et la porto al duca mi signore et spero li sodisfarà. Per il scritoio vostro portarò mille cosette belle come ve impromisse21.

Come prescriveva in quegli anni la trattatistica sul comportamento, Paolo aveva maniere discrete, graziose, piacevoli22. Era ricercato dalle belle dame e questo causava la gelosia di Isabella. Curava molto i propri abiti seguendo la regola che per un gentiluomo era necessario vestirsi in modo che l’abito fosse specchio della persona, rifuggiva i modi volgari, era cosciente che le sue azioni erano continuamente sottoposte alla critica e all’attenzione del mondo. Si definiva «cavaliere e cristiano». Il suo carattere impulsivo ed estroverso difficilmente però riusciva a incanalarsi nelle strettoie di un modello di comportamento che si andava diffondendo nelle corti cinquecentesche e che richiedeva l’assoluto controllo delle emozioni ben al di là dei limiti imposti dalle buone creanze. Isabella e i suoi stessi segretari lo invitano continuamente a simulare, tacere, nascondere l’entusiasmo, l’ira o l’antipatia. Queste doti che si riveleranno sempre più indispensabili nei delicati equilibri politici della seconda metà del Cinquecento sembrerebbero far difetto a Paolo Giordano portandogli gravissime conseguenze.
Nelle sue lettere manifesta tutti i suoi stati d’animo, esprime a Isabella i suoi più segreti pensieri senza coprirli con gli artifici della scrittura: «non ho che voi», le dice spesso, «voi che amo fin da fanciullo». Isabella è la sua compagna da sempre, il suo rifugio, la sua consigliera. Usa un corsivo veloce, ansioso, pieno di legature, senza ripensamenti e cancellature che rende le sue lettere difficili da leggere. Anche Isabella non sempre lo capisce e lui si sforza di scrivere in modo più chiaro «questa lettera l’o scritta diversa dalle altre perché voglio che mi capisca». Alcune caratteristiche della sua scrittura rivelano un’educazione di base molto rigida ricevuta da qualche religioso di curia. Usa lunghi periodi, pieni di incisi, e poiché scrive sempre di getto, spesso perde per strada verbi e articoli. Da ragazzo fanno sorridere le sue espressioni adirate quando gli sembra che Isabella stia a lungo senza scrivergli «Avendoli io scritte tante letere ne mai di nessuna haverne hauta risposta, mi fa credere che V. S. se sia a tutto scordata di me che a una che io non o altro bene al mondo di lei che in così pochi giorni si sia scordata di uno che sa quanto l’ama, per questo vita mia scrivemi spesso come io fo a te se non che io vi tenerò per la più disamara donna del mondo et me per il più disgratio»23.
L’immagine di Paolo e Isabella che ci rimanda la corrispondenza è lontanissima da quella che ci ha tramandato una consolidata tradizione storiografica24. Le loro lettere sono soprattutto un diluvio di parole d’amore. Scrivimi, ricordami, non mi hai scritto quindi non mi ricordi. Rapidi passaggi dal lei al voi al tu, dal chiamarla «vostra signoria» a «musino mio caro», nel tentativo di accorciare la distanza che lo separa dal suo bene25. Dalle lettere di Paolo traspare la gelosia di Isabella e la richiesta continua di conferme al marito: «Vi bacio le mani della cura et amor che mi portate ma per questo non posso, cor mio, volerti più ben di quel che vi vogli che ormai il mio mal è penetrato fino all’osso et è, cara, incurabile»26.
Le lettere di Isabella contenute nell’Archivio Orsini iniziano una decina di anni dopo quelle del marito ma sono dello stesso tono, tenero e appassionato27. Il rapporto profondo e continuo tra questi due personaggi, documentato dalla corrispondenza, è particolarmente sorprendente poiché smentisce il presupposto su cui la tradizione storiografica ha fondato l’accusa contro Paolo Giordano dell’omicidio della moglie28. Inoltre le lettere dimostrano ampiamente, come vedremo, che Isabella morì di una lenta e inesorabile malattia. Resta da capire come è stata costruita la pessima fama del duca di Bracciano e perché. Attraverso le lettere, appare evidente la progressiva perdita di credito di Paolo Giordano Orsini e lo sfaldarsi delle sue altissime protezioni, che gli si ritorceranno contro con tutta la loro potenza, a partire dagli anni Sessanta del Cinquecento. La tradizionale fedeltà alla Francia della sua famiglia e la sua partecipazione giovanile alle guerre di Paolo iv contro gli imperiali lo renderanno sospetto alla corte del re cattolico. Il suo imparentamento con i Medici, anziché favorirlo, lo renderà facile bersaglio dei giochi politici antimedicei che si faranno sempre più serrati a causa della concessione a Cosimo del titolo granducale da parte di Pio v. Il suo legame di antico vassallaggio con i pontefici, proprio a partire da Pio v, subirà incrinature profonde a causa di calunnie provenienti da ambienti farnesiani e spagnoli alle quali presterà facilmente il fianco la sua sempre più catastrofica situazione economica. Negli aggressivi e spregiudicati giochi di potere degli ultimi decenni del Cinquecento, Paolo Giordano Orsini, ci appare come il rappresentante di un mondo in decadenza deciso a conservare privilegi e autonomia politica ormai impossibile.

2
Gli sposi separati

Secondo quanto ci è stato finora tramandato, Paolo e Isabella non sarebbero mai vissuti insieme in quanto il loro matrimonio sarebbe stato una pura formalità politica. Lei sarebbe rimasta a Firenze e lui a Roma.
Un documento del febbraio del 1555, informa che il quattordicenne Paolo Giordano abita a Palazzo Vecchio, insieme a Cosimo e a tutta la sua famiglia29. Si può supporre però che vi abitasse anche da prima perché varie volte, nella sua corrispondenza, Paolo fa riferimento al fatto di aver trascorso l’infanzia a Firenze, di conoscere Isabella sin da fanciullo, di amare Cosimo come un padre.
A gennaio del 1556 Paolo fu richiamato a Roma immediatamente, sotto pena di ribellione al papa30. Vi erano forti probabilità di guerra con gli imperiali e l’Orsini, come vassallo della Chiesa, non poteva vivere in un altro stato presso un altro principe e per di più dichiaratamente nemico. Con un breve del 2 ottobre Paolo iv lo aveva nominato generale della fanteria italiana, invitandolo ad armarsi per difendere la città31. Non sappiamo con precisione quando siano state celebrate le nozze tra Paolo e Isabella. Non poteva esserci un momento migliore dell’improvvisa partenza nel gennaio del 1556. E forse è per questo che non ha lasciato ricordi nei contemporanei. Potrebbero essere state celebrate in fretta, per non dare troppa pubblicità a un matrimonio non proprio politicamente opportuno in quel momento. Secondo le cronache fiorentine, Paolo e Isabella avrebbero consumato per la prima volta il matrimonio il 17 settembre 1558; e subito dopo Paolo sarebbe partito da Firenze per passare dalla parte degli spagnoli32.
Le appassionate lettere di Paolo mostrano chiaramente che almeno da marzo del 1557 quel matrimonio era già stato consumato. «Mi par ogni hora mille anni a trovarmi una notte a dormir con V. S. – le scrive all’inizio di marzo – perché lo disiro per più rispetti: il primo è che desidero parlar con V. S. di molte cose, il secondo non lo voglio dire, ma lo lasso considerare a lei, et li bacio la bocca et le mani»33.
Dopo la guerra di Campagna, sanguinosa e persa, combattuta dalla parte dei francesi, il giovane decise che Bracciano sarebbe stata la dimora dove avrebbe condotto la sua amata Isabella. Si impegnò così a rendere piacevole il severo castello. I lavori si protrassero per tre anni, fino al 1560, sotto la direzione dell’architetto fiorentino Nanni di Baccio Bigio, che in quello stesso periodo stava lavorando per i Santa Fiora al castello di Proceno34. I libri di conti di quegli anni mescolano lavori di fortificazioni alle mura a spese di tutt’altro genere, come l’allestimento del gioco della palla corda, camini alla francese, studioli. A Taddeo e Federico Zuccari affidò il compito di rappresentare l’amore per Isabella e il suo destino di grande condottiero: «Dipinse in Bracciano al sig. Paolo Giordano due cameroni bellissimi ed ornati di stucco ed oro riccamente: cioè in uno le storie di amore e Psiche e nell’altro, che prima era stato da altri cominciato, fece alcune storie di Alessandro magno»35.
Il modello che evidentemente Paolo Giordano voleva applicare alla conduzione e alla vita di corte nel suo piccolo stato era quello di Cosimo, degli Estensi, dei duchi d’Urbino, laddove la grandezza d’animo d’un signore si misurava dal suo piacere nell’applicarsi alle cavalcate, giostre, tornei e a tutti i giochi d’arme, nel farsi promotore di feste, musiche, spettacoli e di tutte quelle pratiche che, secondo il Castiglione, erano convenienti ai nobili cavalieri come esercizi del corpo oltreché dell’animo36.
Per allenarsi alla guerra Paolo aveva allestito una magnifica giostra della quintana a Campagnano e un torneo con la sbarra alla maniera francese a Bracciano, a dicembre, per la festa di Santa Lucia37. Tra la guerra finta e quella vera il pensiero predominante è Isabella: «Io mi partirò dimane ho poidimane alla volta del campo. Vostra Signoria mi faci favore de pregar Idio, si come anche io lo prego dalla banda mia, che mi faci veder presto Vostra Signoria et se aricordi di me in questo tempo che io non la vegio et la prego scrivermi spesso»38. Nonostante i lavori fatti fare a Bracciano per accogliere Isabella, Paolo dopo la guerra tornò a Firenze dove visse, anche se con molte brevi parentesi romane, fino a tutto il 1565.
Dalla corrispondenza risulta chiaramente che Cosimo era assolutamente contrario a mandare sua figlia a Roma per molti e diversi motivi. Alla spagnola rigidità di Eleonora de Toledo bisogna aggiungere, nei primi anni, l’inquieta situazione politica creatasi dopo la guerra di Siena che sconsigliava evidentemente Cosimo a lasciare le sue figlie presso corti straniere, in balia di ogni genere di attacchi trasversali sulla sua persona. Dopo la morte della secondogenita Lucrezia, a Ferrara, nel 1561, solo dopo un anno dal matrimonio con Alfonso ii d’Este e soprattutto dopo la tragedia dell’anno successivo, che vide la morte di Eleonora de Toledo e dei figli Giovanni e Garzia per febbri contratte nella maremma pisana, Cosimo si opporrà in ogni modo al trasferimento della figlia.
Paolo a Roma non aveva una famiglia che avrebbe accolto Isabella sostituendosi alla sua, anche se questo può sembrare paradossale pensando all’imponenza delle ramificazioni parentali degli Orsini. Paolo lo diceva spesso: «sono solo, non ho nessuno, non ho che voi». Non c’erano figure femminili a cui avrebbe potuto fare riferimento. La sorella di Paolo, Felice, dopo il matrimonio con Marc’Antonio Colonna viveva praticamente da sola tra Marino e Napoli. Paolo non aveva neppure una casa da offrirle, se non Bracciano, perché i palazzi di Roma erano affittati e le sue sempre più precarie condizioni economiche rendevano difficile garantire un soggiorno adeguato al rango della moglie.
Isabella a Firenze aveva una famiglia piena di bambini e con una presenza materna che tutti gli osservatori descrivono severa e molto attenta. Dopo la tragedia familiare in cui trovarono la morte la madre e i due fratelli più amati, sarà Isabella, per precisa volontà del padre e del fratello Francesco, a ricoprire il ruolo femminile di vicemadre, educatrice di Pietro e di Ferdinando, ancora fanciulli, consigliera, depositaria di segreti politici e personali dei fratelli, tramite dei rapporti tra questi e il padre. Anche dopo il matrimonio di Francesco con Giovanna d’Austria, la presenza di Isabella è indispensabile alla famiglia. Cura il padre nelle sue ultime sempre più gravi malattie, assiste ai parti della cognata, si preoccupa con affetto delle sue nipotine, favorisce i capricci e i desideri di Ferdinando. Svolge inoltre un ruolo di patronage in difesa delle donne contro mariti violenti, come fa ad esempio con la moglie di Orazio Sambocucci, trinciante del cardinale Ferdinando39, o con Bianca Cappello che, dopo la morte violenta del marito, accoglierà tra le sue dame e tenterà di far monacare40.
A lei si rivolgevano coloro che hanno bisogno di essere favoriti sia nell’ambiente romano che presso il granduca. Isabella era al centro di una rete di rapporti familiari che si snodava tra Roma e Firenze, e si faceva appoggiare da Paolo, appoggiando lui a sua volta, in uno scambio di favori reciproci. Aveva anche una piccola corte di dame e paggi ed era al centro di un sistema di relazioni prezioso, soprattutto per Ferdinando, e che si rivelerà sempre più indispensabile anche per Paolo Giordano. Anche i più feroci detrattori le riconoscevano, oltre alla bellezza, la capacità diplomatica, l’intelligenza e la cultura e questo faceva sì che ruotasse intorno a lei tutto il mondo intellettuale fiorentino. Con l’ambiente romano Isabella, invece, non era tenera e non si impegnava in diplomazia. Da parte sua, Paolo aveva degli importantissimi obblighi a Roma, sia politici che amministrativi. L’amministrazione di Bracciano richiedeva una presenza costante, il suo ruolo al servizio dei pontefici lo richiamava a impegni precisi regolati da antichi cerimoniali.
Il ménage di Paolo e Isabella fece chiacchierare i contemporanei che non conoscevano la fitta trama della loro corrispondenza, soprattutto i fiorentini ai quali spesso Isabella si mostrava sola. Gli storici dell’Ottocento vi lessero indifferenza e poi tradimento.
Paolo, invece, passerà la vita nel desiderio continuo e insoddisfatto di vivere a Roma con la sua «bellina», come chiamava Isabella, di prepararle una dimora adeguata e di fuggire dagli impegni per recarsi a Firenze, a cavallo, trafelato, per poterla vedere e stare con lei per periodi sempre più brevi, mentre la sua economia andava a rotoli e la sua figura politica ne risentiva. «Bracciano vi aspetta con un gran desiderio» scriveva41. «La vorrei veder qui nel suo Stato, perché io non penso, né dì, né notte che a te, vita mia» le scrive il 28 aprile del ’5942.

3
Il potere territoriale del signore di Bracciano

Paolo Giordano era nato nel 1541 probabilmente i primi giorni dell’anno e già orfano di padre, perché a febbraio il pontefice, assegnando alla madre la tutela dei suoi beni, nomina un “postumo” di nome Paolo Giordano43. Sua madre era incinta quando suo padre Girolamo morì in Provenza, mentre combatteva per Carlo v, dopo aver servito per lunghi anni il re di Francia44.
Sin dalla nascita, Paolo Giordano era destinato a ricoprire un ruolo ben preciso sia all’interno della sua potente e ramificatissima stirpe, sia nella rete di relazioni della corte romana. In quanto unico rappresentante maschio del ramo di Bracciano, era considerato il capo indiscusso della famiglia. A lui non solo gli altri Orsini, ma anche le più importanti famiglie romane giuravano fedeltà e chiedevano protezione, all’interno di un sistema di rapporti feudali45.
Se nacque senza padre, la sua culla godeva dell’ombra protettrice del suo potente bisavolo, il pontefice Paolo iii, padre di sua nonna materna Costanza Farnese. Anche da parte di padre Paolo aveva un bisnonno pontefice, in quanto sua nonna, Felice della Rovere, era figlia di Giulio ii.
Dopo aver investito il figlio Pier Luigi Farnese prima del ducato di Castro e Nepi e poi del ducato di Parma, Paolo iii si impegnò a pianificare anche il futuro del pronipote. La politica del pontefice era quella di ricostituire l’antica potenza territoriale degli Orsini di Bracciano, persa sul finire del secolo xv con Alessandro vi, ampliandone i domini e permettendo loro di riappropriarsi di territori alienati nel corso del Cinquecento, seguendo un’antica tradizione che assegnava al potere territoriale un forte significato simbolico e di identità familiare46. Alla morte del pontefice, nel 1549, anche lo zio e tutore di Paolo Giordano, il cardinale Guido Ascanio Sforza di Santa Fiora, fratello della madre, continuerà la stessa linea, soprattutto a discapito degli altri Orsini.
Il progetto, iniziato col devolvere in favore di Paolo Giordano beni e feudi acquistandoli o confiscandoli ad altri della stessa famiglia, non era del tutto nepotistico. La riunificazione sotto un unico signore di un territorio di grande importanza strategica che si presentava in quel momento frastagliato e diviso tra proprietari litigiosi, ne avrebbe reso il controllo più facile.
Per ampliare i domini del suo pupillo e riaccorpare gli sparsi brandelli di territorio, il cardinale sfruttò la sua potente carica di camerario di Santa romana Chiesa. Nel 1543, quando Paolo Giordano aveva appena due anni, una sentenza di condanna per estorsioni, angherie e omicidi deponeva dal vescovado l’abate di Farfa Francesco Orsini, zio di Paolo Giordano, e ordinava la confisca di tutti i suoi beni. Il castello di Vicovaro, di grande importanza strategica e militare, e altre terre del Lazio e di Campagna venivano così assegnate a Paolo Giordano47.
Un motu proprio di Paolo iii del 1546 concesse a Paolo l’enfiteusi perpetua del castello di Galeria, già appartenente al territorio di Bracciano e di altre tenute48.
Quando, nel 1548, morì Gentile Virginio Orsini conte dell’Anguillara senza discendenza maschile, Santa Fiora decise per il suo pupillo l’acquisto della contea di Anguillara per 30.000 scudi d’oro in oro49. Il signore di Bracciano divenne «conte per grazia di Dio» ma si accollò tutte le pesantissime ipoteche di cui il territorio era stato gravato da Gentile Virginio per pagare le doti alle proprie figlie.
Nel 1549 Santa Fiora ricomprò dal conte di Bisignano, a nome di Paolo Giordano, Sacrofano per 3.600 ducati d’oro di camera equivalenti a 14.824 scudi50. Nel 1553, l’anno del contratto di matrimonio tra Paolo Giordano e Isabella de’ Medici, Santa Fiora ricomprò da Antonio da Sanseverino per 2.936 scudi d’oro la tenuta di Marcellina a lui venduta da Francesco Orsini51 e fu recuperato il castello di Isola oltre ad altre tenute dal conte di Sarno a cui erano state cedute a titolo di dote di Maria, cugina di Paolo52. Insomma ogni sforzo sembra orientato verso l’ampliamento dei territori dell’Orsini. Questa politica, che in seguito anche Paolo Giordano tentò di continuare, finirà però per creare debiti insanabili oltre che lasciare pesanti strascichi legali. Erano i grandi banchieri fiorentini a prestare soldi per queste operazioni, in particolare la compagnia dei Cavalcanti e Giraldi amministratrice del cardinale di Santa Fiora. Dopo gli acquisti degli anni Cinquanta, seguì un’inevitabile parabola discendente. Paolo Giordano, la cui rendita era prevalentemente fondiaria e quindi soggetta all’andamento delle stagioni e alla politica annonaria della Chiesa, avrà enormi difficoltà a mantenere integro il suo patrimonio, e gli anni successivi saranno caratterizzati da un susseguirsi di ipoteche e censi che ingigantiranno una situazione già debitoria in partenza a cui non potranno far più fronte nemmeno le vendite.
Il 3 ottobre 1560 Cosimo de’ Medici e la sua famiglia, compreso Paolo Giordano, fecero ingresso a Roma con una corte di 1.625 persone53. Le ragioni che giustificavano tale presenza erano varie: il cappello cardinalizio per il figlio Giovanni, le trattative per il concilio di Trento e, non ultima, l’aspirazione di Cosimo a ottenere dal pontefice un’investitura di rango reale che unificasse sotto la sua corona l’intero territorio di Siena e Firenze. Quell’anno, inoltre, il pontefice aveva preso l’importante decisione di elevare Bracciano a ducato.
I registri dei conti testimoniano che l’intera famiglia di Cosimo si recò a Bracciano e vi sostò, con tutta la corte, dal 20 marzo 1560 fino al 15 ottobre, quando arrivò il «trombetta del duca di Firenze che viene accompagnare le illustrissime Signore per ritornarsene a Firenze»54. Le cronache vogliono Cosimo a Roma ancora ai primi di novembre fino a Natale, per consigliare e dirigere il papa nella riapertura del concilio di Trento. Il 16 novembre egli scrive da Roma a un suo ministro:

Noi volevamo ripartire per ritornarcene a Siena dove lasciammo pendenti tutti i nostri negozi, ma Sua Santità ci onora e carezza troppo e ci ritiene con dire che siccome siamo stati in certo modo autore che Ella apra il Concilio universale, che fu la causa della chiamata nostra qua, vuole ancora che ci troviamo all’atto della Pubblicazione e alla messa solenne dello Spirito Santo. Attendiamo intanto a pacificare per quanto starà in noi li Gonzaghi, i Francesi, i Vitelli, e altri Signori assai discordi fra loro55.

Lo storico settecentesco che riporta la lettera si affretta a chiarire che Cosimo si riferiva ai baroni romani. Certamente opera del duca di Firenze e degli obblighi di Pio iv nei suoi confronti fu l’investitura del 7 ottobre 1560 con cui il feudo di Bracciano fu eretto in ducato. Si trattava di un provvedimento di grande importanza56. Formalmente la bolla d’investitura riconosceva a Paolo Giordano piena podestà di governo e l’equiparazione ai ducati di Ferrara e Urbino57.
Rispetto a Ferrara che contava 157.000 abitanti con una superficie di 3.351 chilometri quadri e Urbino che contava 143.000 abitanti e 3.695 chilometri quadri, Bracciano era un piccolo Stato; si estendeva per poco meno di 900 chilometri quadri e contava 8.000 abitanti58. La sua vicinanza a Roma, la ricchezza delle sue risorse agricole e minerali, la presenza di castelli fortificati, ne facevano un territorio di grande importanza strategica.
Controverso è il significato di questa investitura59 e controverso è anche il grado di autonomia di tutti questi Stati60.
Nella bolla d’investitura erano compresi i territori di Anguillara, Bardella, Bracciano, Campagnano, Cantalupo, Cerveteri, Formello, Galeria, Isola, Monterano, Palo, Saracinesco, Sacrofano, San Gregorio, Trevignano, Vicovaro e altri castelli su cui Paolo Giordano avrebbe goduto del merum et mixtum imperium ovvero della giurisdizione civile e criminale. Il primogenito del duca avrebbe portato il titolo di marchese dell’Anguillara. Paolo era chiamato al gravoso compito di guidare il suo Stato con una responsabilità rinnovata nei confronti del pontefice che avrebbe potuto incamerare Bracciano in qualsiasi momento61.

4
I debiti di Paolo Giordano Orsini

Non era passato nemmeno un anno dalla bolla d’investitura che Paolo si accorse chiaramente che a causa della sua assenza «le cose miei dello stato vanno in perditione per la poca cura che se li a e che a Roma in casa mia si vive nel medesmo modo […] oltre che nelle cose della giustitia ci sia puoca cura»62.
In quel momento Bracciano versava in un pesante stato di abbandono e anarchia. Le selve, in particolare quella di Baccano, erano infestate dai briganti, amministratori disonesti accaparravano il grano, non c’era alcun controllo delle merci in entrata e uscita63. Occorreva incrementare i rapporti commerciali, rinforzare le difese, fortificare i baluardi costieri di Palo, Torre Flavia, Torre Tonda. I suoi debiti erano cresciuti a dismisura. I contemporanei gli rimproverano l’eccessivo lusso. Il lusso però era uno strumento indispensabile per l’affermazione del proprio rango e quindi serviva a collocarlo al livello dei principi italiani che lui riteneva suoi pari64.
I continui impegni ufficiali, sia alla corte di Roma che altrove per ordine dei Granduchi, richiedevano enormi spese di rappresentanza. Il vero motivo dell’indebitamento erano i prestiti molto importanti contratti per gli acquisti di terre, per la guerra, le fortificazioni di Bracciano, la dote della sorella e di altre donne della famiglia quando ancora era fanciullo, senza contare debiti antichi ereditati dai suoi avi65. La scarsità delle rendite fondiarie, dovuta in gran parte alla rapacità degli amministratori, fece sì che i debiti fossero onorati vendendo terre o contraendo altri debiti. Tra il 1556 e il 1557, nel libro mastro degli Orsini le entrate sono la metà delle uscite66.
L’indebitamento era un modo d’essere non estraneo all’epoca persino ai sovrani. Alla fine del secolo la grande nobiltà romana naufragava nei debiti67. Anche Ferdinando de’ Medici era indebitato fino al collo, ma la sua immagine pubblica non ne risentì68. Nel gioco spietato delle fazioni e delle alleanze, diffondere la voce dei debiti dell’Orsini era una delle tante strategie messe in atto dai suoi avversari per escluderlo dalla scena politica. Insieme al patrimonio si incrinavano le relazioni di Paolo, e quindi il suo vero credito. Per ragioni diverse e concomitanti, divenne progressivamente un personaggio scomodo nello scenario politico che si stava delineando nella seconda metà del Cinquecento.
Paolo cercò di riparare alla difficile situazione economica vendendo a brandelli i suoi domini o cedendoli come garanzia di prestiti. In poco tempo i Bandini, i Cavalcanti, i Bonanni, i maggiori mercanti fiorentini, ebbero in mano gran parte dei territori di Bracciano. Nei libri mastri si segnalano prestiti continui richiesti ai banchieri ma anche a «partiqulari di Bracciano»69. I pochi crediti che aveva non riusciva a recuperarli70, senza contare la rapacità degli amministratori che approfittavano delle sue continue assenze. Era costretto a chiedere in prestito anche i denari per andare a trovare Isabella.
La falla che si era aperta negli anni Cinquanta nell’economia del signore di Bracciano non si chiuderà più e col tempo diverrà, come dirà Francesco de’ Medici, «una voragine insanabile»71. I libri di conti e le lettere Orsini sono progressivamente e sempre più velocemente invasi dalla cupa presenza dei debiti e di creditori potenti che, non ottenendo nulla né dagli amministratori di Paolo né da Paolo stesso, finiranno con l’andare a lamentarsi dal papa oppure da Cosimo72.
I contratti di affitto e di vendita lasciavano solo formalmente al signore la giurisdizione sulle proprie terre, ma con il tempo determineranno la perdita del controllo ducale sui territori alienati e l’inevitabile contenzioso giurisdizionale. Nel caso di Manziana, ad esempio, Paolo Giordano si trovò a sostenere un giudizio in tribunale per difendere i suoi diritti giurisdizionali su un territorio che da un punto di vista patrimoniale apparteneva ormai all’Archiospedale di Santo Spirito. Paolo riteneva di aver diritto al giuramento di fedeltà da parte di coloro che riteneva suoi vassalli ma perse la causa e dovette pagare anche le spese73. Intorno al 1570 sostenne anche una vertenza con i Santacroce per i diritti che egli pretendeva su Oriolo Romano74. Paolo si rendeva conto della gravità della situazione: «vinprometto – scriveva a Isabella – che con pasion grandissima a vedermi star come io sto che mi causa tanto fastidio che non vel potrei dire per cognoscer che ogni cosa delle mie vanno a male et qui et nello stato che non ci è nessun che governi quelle intrate et certo se la cosa va in lungo molto, sarò sforzato ad apandonarmi et lasciar ogni cosa in apandono»75.
Nel marzo del 1564 Paolo riuscì finalmente a concludere un accordo con il duca di Firenze. Questi avrebbe preso in affitto per tre anni le entrate del ducato di Bracciano a patto che gli fossero affidati il riordino dell’apparato giudiziario e il controllo delle entrate del ducato76. Cosimo evidentemente non poteva concedere prestiti senza una forte motivazione politica. Quell’anno vennero stipulati due strumenti di donazione a favore di Isabella che probabilmente erano garanzia del prestito già accordato77. A ottobre del ’64 i creditori fiorentini non lo lasciavano nemmeno uscire di casa: o il prestito non era stato ancora versato oppure non era sufficiente.
Quando finalmente i debiti fiorentini furono pagati, grazie all’intervento di Cosimo, Paolo si gettò in un mulinello di progetti per ricavare denaro dal suo Stato: una fiera a Bracciano, lo scavo di una miniera di vetriolo a Monterano che gli avrebbe dovuto fruttare 6.000 scudi. Si accinse a curare le sue numerose cause e i suoi rapporti con il pontefice Pio iv, che gli dimostrava grande affezione e gli aveva promesso di pagare con il denaro della Camera la fortificazione del castello di Vicovaro78.

5
Tra Francia, Spagna, pontefice e granduca

Dopo la pace di Cateau-Cambrésis, Paolo, probabilmente su consiglio di Cosimo de’ Medici, aveva abbracciato giocoforza e a malavoglia la fedeltà del re di Spagna, ricevendo un formale appannaggio annuo di 4.000 scudi. Formale, perché non era versato con la sperata regolarità. Fino a tutto il 1565 gli spagnoli non si erano mai serviti di lui e nemmeno il pontefice l’aveva mai richiamato all’obbedienza e Paolo risiedeva con Isabella tra Firenze e Siena.
Il nuovo pontefice Pio v, innalzato al soglio pontificio a gennaio del 1566, si dimostrò subito pronto a realizzare il progetto di una crociata contro gli infedeli, e decise di servirsi dei suoi vassalli. Come già era accaduto con Paolo iv, Paolo Giordano venne richiamato a Roma, e a marzo lasciò Firenze. Quella partenza, che sembrava definitiva, gettò nella disperazione Isabella che confessò di essere «restata tanto smarrita doppo la vostra partita che non so ne quello mi dicha né quello che io mi scriva»79.
Paolo a Roma si sentiva nel suo ambiente naturale. Era al centro dell’attenzione, la giovane aristocrazia romana lo considerava il capo indiscusso, soprattutto come organizzatore di tornei, giochi e mascherate di carnevale. Nel 1562, dopo un lungo periodo trascorso a Firenze, Paolo venne ricevuto alle porte della città da più di quattrocento cavalli80. Era circondato da amici fedeli che non erano giovani violenti e arroganti, come spesso erano descritti dagli osservatori stranieri, ma raffinati e colti cavalieri che mescolavano affetto e devozione a brillante ironia e intelligente arguzia, leggevano Aristotele e poesie d’amore, come testimoniano le loro lettere81.
Il ritorno a Roma e soprattutto la promessa di importanti incarichi ricevuta dal papa, gli prospettarono grandi speranze che «a venticinque anni ancorché mal spesi» fosse finalmente arrivata la sua occasione. Era il momento per trasferirsi definitivamente con Isabella a Roma e nelle lettere egli faceva spesso riferimento alla sua impaziente ricerca di una casa adeguata. Il problema consisteva nell’opposizione di Cosimo.
La situazione politica era tesissima al punto che, il 20 giugno di quell’anno Cosimo, per ingraziarsi Pio v, aveva consegnato il valdese Carnesecchi, uno tra i suoi consiglieri più fidati, all’Inquisizione romana82. In Francia infuriava l’ennesima guerra religiosa. Sulle piazze di Roma crepitavano i roghi dei protestanti. Anche se Paolo assicurava la grande benevolenza di Pio v per Cosimo, questi andava molto cauto, non solo a concedere il trasferimento di Isabella, ma anche quello di suo figlio Ferdinando che, nominato cardinale, viveva ancora a Firenze83.
Neanche a Isabella l’idea di venire a Roma sorrideva e pregava Paolo di tornare a Firenze. Vi siete dimenticato di me, continuava a scrivergli, e aggiungeva, per ferirlo, che anche i suoi si erano meravigliati «della vostra pocha amorevolezza verso di me», «essendo voi in codeste grandezze». L’ambiente romano non le piaceva, ne criticava la falsità e «la malitia che cova sotto quelle toge longe» e in questo trovava un forte appoggio nella famiglia che non la incoraggiava affatto a seguire il marito.

Circa il mio venir costà – scriveva Isabella – vi prometto che desidero tanto star dal mio Paulo che anderei al India non che a così bella patria come è cotesta ma se fussi possibile star con voi qua certo non mi dispiacerebbe per più conti, prima per l’amor che alli mia porto et loro a me et anchora perché credo che sempre che voi vi vogliate risolver a spender pocho, molto meglio lo potre far qui in Fiorenza che non costì in Roma perché qui si po stare come l’omo vole et non ci è nissuno che ci ponga cura et costà non si può per la moltitudine delli forestieri84.

Ad agosto del 1566 Paolo è nominato governatore generale delle truppe pontificie nello Stato ecclesiastico e mandato a difendere le coste adriatiche minacciate dai turchi con quattromila fanti pagati85.
Fino a metà settembre del 1566 Paolo scriveva di godere del grande favore del pontefice: «Cresce tanto ogni giorno l’obligo in me verso N. S. per le infinite amorevolezze che mi fa che lo adoro come veramente merita perché l’è un Cristo». Si sentiva trattato da Pio v come un figlio «e li prometo che ogni volta mi vede con esser severissimo si ralegra tanto ch’ è cosa strana et ragiona meco con tanta familiarità quanta faria il Duca mi Signor»86. Paolo è anche cosciente dell’impegno spirituale richiesto al «soldato cristiano» al cui modello cerca subito di adeguarsi: «io mi son fatto mezzo Cristo – scrive – e cioè buon cristiano e ogni matina odo la mia messa, fo benedir la tavola e insomma vivo come christiano che prima ero un desoluto e un tristo»87. L’incarico conferitogli da Pio v era di grande prestigio, anche se temporaneo, ma Paolo ricevette dal pontefice ampie assicurazioni circa il suo rinnovo. Isabella, sebbene trattenesse a fatica lo scontento perché prevedeva il suo inevitabile trasferimento a Roma, non rinunciava, con il suo innato senso dell’umorismo, a prendere benevolmente in giro la vita da convento programmata da Paolo: «ho cominciato a farmi leggere quando ceno – scriveva – per diventar alla usanza delle moniche poiché vi vedo mezzo frate»88.
A settembre un grave incidente diplomatico è annunciato dagli avvisi. Si dice che Paolo avrebbe esposto lo stendardo con le chiavi di san Pietro di fronte all’ambasciatore di Francia, senza aver ricevuto l’incarico ufficiale dal pontefice89. Il gesto dipinge il personaggio così come un’abile campagna diffamatoria lo va presentando all’opinione pubblica: presuntuoso e arrogante, amante delle pompe e degli onori, tutte caratteristiche fortemente disapprovate da Pio v. L’ambasciatore veneziano Tiepolo informa che Paolo si sarebbe procurato un «rebuffo» dal pontefice90. Il 5 ottobre Paolo scrive a Isabella:

Io atendo al servitio del mio vechio il qual ogni giorno mi fa più carezze e pur stamatina o ragionato con lui dui grosisime hore e mi a fatto tanti favori che non abastaria scrivergli […] stamatina mi a detto queste parole, il carco è vostro e ve lo voglian dare con quella autorità che meritate perché voi sete nostro figlio carissimo e nostra creatura et non dubitate […]. In questo mentre esercito secondo il mio breve et pur hieri nella intrata del anbasciatore di Francia vi andai come general della Chiesa e a mandato del papa, ma bisogna viver da cristiano vero perché oltre che si facci il debito suo si serve a modo del patrone, del resto non vi è ambitione, anzi sempre me in vo solo senza nesuno e insomma si vive solitamente e non ci curamo di tanta superbia91.

L’atteggiamento del duca di Bracciano è giudicato da avvisi e lettere diplomatiche come una millantata ostentazione di potere e una errata interpretazione dei limiti dell’incarico assegnatogli, mentre la corrispondenza ci mostra come Paolo fosse pienamente consapevole di questi limiti92.
Di fatto, Paolo non ottenne il generalato. Alla moglie scrisse che a manovrare contro di lui presso il pontefice era stato l’ambasciatore di Spagna, che aveva fatto «nel favor che al papa è piaciuto farme, ogni sorte di male offitio»93. Secondo Paolo i suoi più potenti nemici erano proprio gli spagnoli:

La dependenza e il parentado che io ho con il Duca mio signore, come prima miliorava in seguito il servitio di Spagna, hora mi nuoce, ateso che sotto questo nome et havendo io sempre detto de seguitar la sua fortuna, mi son cercato da questi ministri in Italia del Re una più presto malevolenza che altro, ateso che par che siano mal sadisfatti di esso signor e che oggi non se ne fidano molto, secondo che liberamente dice il viceré di Napoli il qual ha detto che non mi vol pagar le pension de’ Corsi in nesuna maniera […] da me non può esser che abiano concepito o odio o nesuna mala sodisfatione, ateso che gli o honorati e reveriti sempre et poi con darmi buone parole cercano di asasinarmi senza colpa nesuna mia94.

Paolo aveva anche altri potenti nemici. Alessandro Farnese, grande avversario dei Medici, dopo un primo momento in cui aveva tentato di circuirlo per carpirgli informazioni sulle intenzioni politiche di Cosimo, con la promessa di fargli avere il desiderato bastone della Chiesa, di restituirgli il feudo di Isola e di aiutarlo a riconquistare l’antico potere dei suoi antenati, gli si era mostrato apertamente ostile95.
False notizie, chiacchiere tendenziose e malignità sono le armi più usate presso la corte romana per eliminare scomodi avversari. Spie e delatori delle corti usavano ogni mezzo per ottenere, diffondere e distorcere informazioni96. Paolo Giordano si accorse che qualcuno aveva diffuso notizie malevole sulla sua giovanile esperienza filofrancese, la qual cosa, si diceva fosse stata pilotata da Cosimo. Nello stesso tempo, agenti francesi trovavano buon terreno per tirarlo dalla loro parte97. In quell’atmosfera di sospetto e delazione, Paolo e Isabella si accorsero che la loro corrispondenza era intercettata e non arrivava a destinazione, occorreva quindi far attenzione a come scrivere, parlare, comportarsi. Molte lettere in questo periodo appaiono quasi bruciate dal fuoco della candela che serviva per far emergere i caratteri scritti con l’inchiostro simpatico.
Qualcuno, probabilmente l’ambasciatore di Francia, che fu a Roma a settembre del 1566, fece intravedere a Paolo la possibilità di un incarico da parte di Carlo ix. Convinto delle migliori prospettive che avrebbe avuto tornando all’antica tradizionale fedeltà della sua famiglia, attraverso Isabella chiese il parere di Cosimo de’ Medici che, tuttavia, si chiuse in un eloquente mutismo. Isabella invece decise di dire al marito tutto ciò che pensava e la sua risposta è talmente esemplare per buon senso e lucidità politica che vale la pena di riportarla per esteso:

A me pare cosa molto strana che voi vogliate lassar il certo per l’incerto et vogliate mostrar al mondo d’aver il cervello vollubile come parrebbe se tal cosa facessi […] perché poi né il re di Francia, né il re Filippo si fiderà mai di voi, però vi supplicho che ci pensiate bene che queste sono cose da ragionarne mille volte et di poi farle una. Io dubito infinitamente che non siano cose composte costà da qualchuno per interesse loro et che desiderino la rovina vostra ma non vi voglio dir nulla perché ve lo dirò a bocha se dio vorrà et so che resterete meravigliato, e basta, ma voglio far conto che l’imbasciatore di Francia venga con questa commissione, che non lo credo, perché se così fusse il re vi avrebbe scritto una lettera et non mandatovelo a dire a boccha semplicemente, ma come ho detto, voglio presupporre che habbia l’imbasciatore tal commissione, vi prego a pigliar esemplo dalli altri che anno servito Francia che mai anno auto cosa di quelle che sono state promesse loro, et so che per condurvi a tal cosa, vi prometteranno mari e monti, et al osservarlo non sarà nulla. Voi potete star con il re Filippo senza obbligo nessuno et volete suggettarvi a uno che a più bisogno di voi. Il re Filippo in tempo di pace vi da più che a nessun altro cavaliero italiano et credo che se vorrete attender, che vi darà anchora il Tosone et intanto potete attender a servir cotesto bon vechio poiché vi fa tante carezze et vi pone in sì honorato grado et mostrate al mondo che siete cavaliero, et che ne volete anchora far ritratto et lassate ciarlar quelli che vi pongono in tale opinione che non cerchano se non la rovina vostra et essendo servitor del re Filippo, siate per conseguentia anchora del re di Francia, essendo suo cugnato; fate carezze a ognuno et fate differentia da quelli che vi sono veri amici a quelli che vi sono finti perché a questo si conosce la prudentia delle persone et ormai voi siete in età da cognoscer, ma quello che vi fa danno è solo l’aver voi l’animo bono et pensate che se voi non fareste una cosa brutta che così sono anchora l’altri et questa è oggi una regola che spesso fallisce.

Isabella comunque termina la sua lettera dicendo che a lei non interessa né il re di Francia né il re di Spagna, perché le uniche persone che le premono sono suo padre e suo marito.

Se voi sarete franzese et io franzese, et se voi imperiale et io imperiale, et di questo statene sichuro; et ricordatevi che quando voi sarete più grande che il medesimo sarò io perché voglio sempre adoravi come è mio debito et se fussi a me di farvi re del mondo, molto volentieri lo farei et tutto questo dicho solo acciò che non pensiate che quello che dicho me lo faccia dir parte nissuna che io abbia o con Francia o con Spagnia, ma solo il parermi che vi cumpla più al honor così, et anchora al utile, ma essendo voi più savio di me lasserò fare a voi, solo mi basta avervi ditto a pieno l’animo mio come farò sempre finché da voi non mi sarà vietato et quando voi farete così con meco, allora conoscerò che mi volete bene98.

Nonostante i saggi avvertimenti della moglie, Paolo continuò le sue segrete, forse non troppo, relazioni con la Francia, dandosi da fare nello stesso tempo per ottenere incarichi dagli spagnoli che però si dimostravano sempre più freddi nei suoi confronti.
Nel ’67 Paolo sperava di ottenere la guida della repressione militare nelle Fiandre ma il duca d’Alba gliela negò. Venne invece inviato nuovamente nelle Marche, ad Ascoli, per intervenire in una faida locale.
La voce circa i suoi debiti cominciò a girare per le corti. Un ambasciatore veneto in un dispaccio del 5 aprile 1567 precisa la situazione: «Egli [Paolo Giordano] è tanto inclinato e profuso nel spender che se ben ha 30 mila scudi di entrata si ritrova però con debiti di più di 150 mila»99. A gennaio del 1567 Isabella scriveva disperata di non aver più gioielli da impegnare e che non ci fosse più nessuno che le facesse credito: «di grazia, procurate di far in modo che io non sia la favola di Firenze»100. A novembre del ’68 Cosimo intervenne per la figlia sottoscrivendo un mandato di 4.000 scudi «adesso anderò procurando che mi pagi li debiti et poi starò come una regina» scrive Isabella101. Paolo replica invece «qui non ho un quatrino» e la supplica di sollecitare il mandato di pagamento «altrimenti mi morrò di fame»102. Sempre a novembre del ’68 gli Spinola andarono a lamentarsi con il duca per un debito di Paolo103. Probabilmente fu anche a causa di tali debiti che Paolo perse il favore di Pio v. Il cugino Giovanni Paolo Orsini lo avvertì che «a Sua Santità le son venute alle orecchie di molte parole che le male lingue le son state riferite contro l’esser suo […]. Io son nato per servirlo e non abandonarlo mai»104.
Alla fine di gennaio del 1569, con il riaprirsi delle guerre di religione tra cattolici e ugonotti, a Paolo vengono date assicurazioni, attraverso le sue segrete relazioni con la Francia, circa l’incarico di comandante della spedizione in aiuto di Carlo ix105.
Mentre nella primavera di quell’anno l’Orsini si preparava a partire radunando intorno a sé tutta la nobiltà romana stanca delle promesse spagnole e legata per antica tradizione alla sua famiglia106, il cardinale Alessandro Sforza prese in mano le dissestatissime finanze di Bracciano. Esaminò i bilanci, studiò attentamente la situazione ed elaborò un progetto finanziario che a tempi lunghi avrebbe rimesso in sesto tutta l’azienda. A Bernardo del Riccio, persona di fiducia di Cosimo, fu affidata l’intera amministrazione dello Stato e di tutte le proprietà di Paolo Giordano. Ma dopo poco tempo, del Riccio scrisse a Isabella di pregare il padre affinché prendesse:

la protetione sua e dello stato suo […] altrimente non pigliandola subito, me ne voglio ritornare costì per non esser presente a vedere agaffarli uno stato così bello da certi che ci hanno sù disegnato, e secondo me il Folco e cert’altri Romaneschi se ne vanno fatigando perché ognuno ne vorria per il suo padrone107.

A maggio del 1569 la situazione economica di Paolo era gravissima e anche la sua posizione politica si era fatta insostenibile. L’eroica impresa francese era destinata a non attuarsi. A capo delle truppe pontificie mandate in aiuto a Carlo ix fu nominato suo cugino Sforza Sforza di Santa Fiora. Anche il suo più fido comandante, Orazio Massimi, dovette rinunciare alla partenza perché preso di mira dal fisco pontificio. Si rammaricò con Paolo di non poter più «tentare cose grandissime», citando Aristotele e consolandolo col dirgli che «come homini valorosi e ragionevoli sentiremo i disturbi ma non ci lasceremo affliggere da quelli» sperando che un giorno «sotto l’ombra di Paolo Giordano Orsini haver a diventar grandhuomo»108.
Gli incarichi erano tutti sfumati. Il cardinale di Santa Fiora gli ordinava con durezza di stare lontano da Roma per evitare i creditori e le occasioni di spesa che in città per lui erano inevitabili:

Le voglio mettere in consideratione tre cose. L’una, a che effetto disegna di venirci potendo esser cosa che non comporti la spesa et se è di momento, che non le sia per riuscire. L’altra, come V. S. Ill.ma si truovi nell’opinione et nella gratia di N. S.re havendo ella d’avvertire di quanta importanza sia, massime ad un suo pari, lo stare in una città dove altri siano padroni et non troppo ben disposti verso di lei. La terza il modo, col quale pensa di conferircisi et starci, percioché, se ha animo di procedere privatamente, le sarà di poca reputatione et mantenimento atteso il grado […] col quale ci stava per il passato et se intende di voler tenere lo stile solito, non è possibile che lo faccia per esser l’entrate sue ridotte alla servitù ch’ella sa109.

A Paolo non era permesso neppure di andare a Firenze dove poteva incorrere nelle pene previste per i debitori insolventi e nemmeno farsi vedere insieme al duca. Bracciano era completamente in mano a Bernardo del Riccio. Paolo passò tutto l’anno alloggiando nei dintorni di Firenze, in conventi e osterie, andando a caccia ma non smettendo la sua fitta corrispondenza con Isabella che seguiva sempre il padre «mezzo amobilitato». Qualche volta lo andava a trovare e gli mandava versi ricolmi di «odorosi fiori e mormorii di limpide acque»110 e cercava di farlo ridere col racconto di cacce a Cerreto e macchiette di cacciatori che litigavano e si affrontavano dicendo «Il suo Astore ha preso il mio Terzolo» e lui rispondeva malinconico con altri sonetti. Se l’impresa della guerra di Francia era fallita, le guerre che gli restavano da fare erano solo quelle coi fagiani.
A novembre del ’69 il duca rassicurò Isabella dicendole di aver scritto a Roma al suo ambasciatore «per lastricar la strada con il Papa et mi ha commandato che scriva a Vostra Eccellentia che l’ama più che figlio et che mai mancherà far per lui tutto quello sarà possibile»111. Tornato a Roma dopo il suo forzato esilio, Paolo si accorse che le parti si erano rovesciate: ora era il cognato Ferdinando il prediletto nel cuore di Pio v e solo per suo mezzo poté ottenere un’udienza dal papa112.
Il giorno dell’incoronazione di Cosimo de’ Medici, il 5 marzo del 1570, Marc’Antonio Colonna porse al granduca la corona e a Paolo Giordano lo scettro113. Ad aprile del ’70, quando i turchi minacciarono le postazioni veneziane di Cipro, arrivò il momento di muoversi per ottenere il sospirato incarico militare che poteva risollevare la sua disastrata economia e il suo onore barcollante di cavaliere. L’unica possibilità per Paolo sembrò allora quella di chiedere un incarico al re di Spagna. Tramite suo cognato Marc’Antonio Colonna riuscì a ottenere i 10.000 scudi a lui dovuti per il mancato appannaggio annuo di 4.000 promessigli dal re e mai versati. Dal dicembre del 1569 Paolo aveva inviato il fiorentino Giovanni Antinori, al suo servizio già da molti anni, come uditore a Madrid per caldeggiare le sue richieste con Filippo ii. Il papa e il re stavano trattando per eleggere un luogotenente per don Giovanni d’Austria nella Lega contro i turchi.
Secondo Antinori, la fama dei debiti di Paolo Giordano dava «poca reputatione a vostra eccellenza appresso sua maestà et agli altri del consiglio»114. Comunque il nunzio Giovan Battista Castagna, che nutriva grande stima per Isabella, aveva assicurato al cardinal Espinosa, o almeno così riferì Antinori, che, sebbene la famiglia Orsini avesse in passato militato per il re di Francia, Paolo Giordano era intenzionato ad essere fedele al re Filippo e che inoltre a Roma «non ci era altri che due, uno Marc’Antonio Colonna, capo di casa Colonna, et Vostra Eccellenza, capo di casa Orsina, le quali due case si tiravano dietro tutta Roma et lo Stato insieme»115.
Nella primavera del 1570 la situazione internazionale era tesissima a causa del titolo di granduca concesso a Cosimo dal papa. Il 10 aprile erano arrivati a Roma i delegati dell’imperatore con una nota di protesta. Paolo scrisse a Isabella che Massimiliano ii minacciava di togliere ai cardinali tedeschi le loro giurisdizioni temporali come principi disobbedienti all’impero, provocando un fortissimo malumore contro Cosimo nel collegio cardinalizio. I cardinali, avvertiva Paolo, «dicono che pubblicano per editto imperiale la privatione del titolo di Sua Altezza». Scrive anche che con il cardinal Ferdinando si dà gran daffare per togliersi da torno le chiacchiere dei maligni. Si mostravano insieme in pubblico «alegri e contenti e col fermo proposito che io abbia a portar contentezza a tutti si aquietano, ma qualcuno sta alegro fuor di modo e fa li discorsi soliti»116.
In questo clima, con l’imperatore fortemente ostile a Cosimo, senza l’appoggio del pontefice e dei cardinali, molto sospetto agli occhi degli spagnoli per il suo comportamento non proprio coerente, Paolo si ritrovò privo di quella rete di alleanze e protezioni necessaria per muoversi in quel complesso e mutevole scenario politico dove invece il cardinal Ferdinando dimostrava di trovarsi sempre più a suo agio. A differenza del cognato, a Paolo sembrava mancare la lucidità per giudicare la realtà e l’abilità diplomatica per farvi fronte, apparendo di un’ingenuità disarmante quando scrive a Isabella: «Io mi trovo disperatissimo e senza aiuto di nessuno e mi trovo ogni cosa al contrario e non so perché»117. Ciò che lo angosciava era non capire perché non godeva più della buona grazia del pontefice «poiché da cavaliere e da cristiano non ho cosa che dico fatta ma pensata che non sia da romito e il tempo scoprirà questa mia innocenza»118.
Il 3 giugno 1570, Marc’Antonio Colonna fu eletto al comando supremo della flotta pontificia nella spedizione navale contro i turchi e la domenica dell’11 giugno Paolo Giordano, insieme al cardinal Bonelli, dovette accompagnare il neoeletto generale in Vaticano e presenziare alla solenne cerimonia di consegna del bastone del comando119.
Intorno a Paolo cresceva il clima malevolo, e non solo da parte dei creditori fiorentini che non volevano più accettare dilazioni; a Firenze si diceva che avesse litigato con il cardinale Ferdinando e che fosse in rotta con la famiglia de’ Medici mentre si insinuava il sospetto che fosse in combutta con gli spagnoli contro Cosimo120 proprio quando spie francesi avevano sparso la voce che don Giovanni stesse armando le sue galere contro la Toscana medicea e non contro i turchi121. L’accusa era gravissima e, nonostante l’intercessione di Isabella a suo favore, fu evidente che la reputazione di Paolo Giordano agli occhi dei Medici era bruciata. In una lettera di luglio Paolo ringraziò la moglie «di quanto havea operato per mia discolpa con quelli serenissimi Signori alli quali farrò sempre conoscere che gli son vero servitore né devono scredere che uno della mia qualità abbia mai da far altro che offitio da cavaliero» e la prega di operare con la sua autorità, a far sì che gli si tolga di dosso la fama «di tanto tristo huomo»122. Francesco de’ Medici, tuttavia, non credette alle scuse di Paolo e gli richiese immediatamente e senza alcuna dilazione 50 mila scudi che gli doveva123.
Nell’autunno del 1571, nell’imponente armata cristiana che si muoveva verso il levante, Paolo Giordano trovò posto solo come venturiero, cioè a proprie spese, con due navi a lui concesse da don Giovanni d’Austria124, comandante della flotta spagnola. La flotta pontificia, com’è noto, era agli ordini di Marc’Antonio Colonna e Paolo Giordano non avrebbe potuto trovarsi in posizione a lui subordinata.
La lettera concitatissima del 10 ottobre giunse a Isabella da «Porto non so il nome»:

Ill.ma et Ecc.ma Sig.ra consorte et patrona osservantissima, mando il cavalier di Fabij a dar conto a lor altezze della gratia inaspettata che per sua bontà e nostro S. Iesu Cristo ci a fatta di romper larmata nemica e quella che a me particular mi a fatto di farmi combater con la mia galera con la capitana di Pertù Bassa che è la prima persona della armata di poi haver combatuto con un’altra e socorso la reale come il sig.r Don Giovanni sa e il cavalier gli lo dirrà e con la gratia de Idio non ho auto altro che una frezzata in una gamba di poca importanza la vittoria è tale che da quella di Algeri in qua non si vista la magiore ne la più sanguinosa […] havemo morti tanti turchi che appena ne son rimasti in Torchja. Il luoco della bataglia si chiama li Peschieri di Lepanto […] del altri particulari il cavalier detto riguagliarà V. Ecc.tia, li vaselli saran da 190 e molti nostri da prua a poppa morti ogniuno anderemo avanti e del seguito ne terrò conto a V. Ecc.tia né dubiti che farrò honor a me stesso, li sia ricomandata la pupa e pensi a qualcosa per V. Ecc.tia e gli bacio le mani. Di Porto non so il nome, il dì 10 di ottobre nel 1571. Di V. Ecc.tia Ill.ma consorte e servitor che l’adora Paolo Giordano Orsino125.

I primi avvisi a dare il resoconto della battaglia di Lepanto furono quelli del vicovarese Antonio Egizio, maggiordomo di Paolo Giordano e stampati nella stamperia camerale con l’imprimatur del palazzo apostolico126.
Il merito dell’impresa, come è noto, per ovvie ragioni di opportunità politica, andò tutto a Marc’Antonio Colonna, comandante della flotta pontificia che, una volta tornato in patria, fu salutato con gli onori di un console romano127. Gli avvisi sottolinearono l’assenza di Paolo Giordano che non fu, come molti dissero, un gesto contro Marc’Antonio, ma fu un messaggio diretto agli spagnoli e in particolare a don Giovanni d’Austria, il cui contributo determinante alla vittoria era stato volutamente oscurato dal pontefice128.
Il 9 marzo dell’anno successivo giunse finalmente a Paolo dall’Escorial la nomina del re a generale dell’Infanteria italiana nell’armata della Santa lega e il mese dopo, da Medina, don Giovanni d’Austria ordinò a tutti i capitani, ufficiali e maestri di campo di prestargli obbedienza129. Sempre in quei giorni ebbe una lettera di Isabella con la notizia di un altro figlio in arrivo130.
Nell’estate del 1572, da Messina, Paolo scriveva preoccupato, oltre che per la nuova gravidanza di Isabella, per il fatto che le operazioni della nuova impresa contro i turchi si fossero bloccate. Il re di Francia aveva chiesto aiuto in Fiandra e il re di Spagna sembrava avesse deciso di mandarvi parte delle sue forze «e lasciar di far la più bella impresa che mai cristiani facessero in levante». Dubitava che avrebbe dovuto invertire la rotta verso Genova per dirigersi invece verso Milano o la Fiandra. Sarebbe stato necessario impegnare tutte le sue entrate per sei mesi per armare la galea e avrebbe dovuto comprare muli, cavalli, tende perché «le provisioni di mare non servano nulla a quelle di terra»131. A metà agosto è a Corfù con la ciurma malata, il caldo insopportabile, decisioni contraddittorie dall’alto e una grande confusione tra le armate. Come Paolo aveva già previsto, l’operazione si risolse con un nulla di fatto. Qualcuno, senza considerare i delicati equilibri internazionali in quel momento, dirà poi in seguito che l’impresa fallì a causa dell’obesità di Paolo Giordano132. La nuova calunnia cercava di dimostrare l’inabilità fisica di Paolo al mestiere delle armi. Lo si descrive così grasso da essere non solo impedito nei movimenti ma tale da creare impaccio alle operazioni militari.
L’anno successivo vennero fatte girare ad arte voci di una sua rinuncia all’incarico affidatogli dal re di Spagna e queste voci arrivarono fino a Firenze portate alle orecchie del granduca, come scriveva Isabella, da Marc’Antonio Colonna che, privo in quel momento di nomine, aspirava a quella del cognato133.
A luglio del 1574 una nuova delusione. Il suo corrispondente da Madrid lo assicura che «è amato e gradito dal re ma che non li pare motivo questo del present’anno di incomodar un par di Vostra Eccellenza»134. Del resto, né Filippo ii né Venezia avevano più voglia di seguire le esortazioni di Gregorio xiii a riprendere la crociata contro i turchi.

6
Il «negotio delli putti»

L’incarico che non arrivava mai, il tormento dei debiti, le voci malevole la cui eco ormai si diffondeva presso le corti, per Paolo erano divenuti una vera ossessione legata al concetto di onore e di lignaggio, alla sua stessa identità. Ma il problema più grande era la mancanza di figli. Isabella, di salute malferma, abortiva prima del parto. A maggio del 1570 era morta una bimba pochi mesi dopo la nascita, accrescendo la disperazione di Paolo. Rimasta nuovamente incinta, Isabella aveva il gravoso compito di portare a termine la gravidanza, trovare rimedio alla depressione del marito, cercargli incarichi, preoccuparsi delle liti fiorentine e allo stesso tempo continuare a darsi da fare per ottenere dal padre e dal fratello un aiuto per far fronte ai debiti. Con tutto ciò, dava notizie al marito circa la sua salute e lo assicurava di stare attenta «a ingrossare ma non a ingrassare» e lo pregava di essere presente al suo parto. A marzo del 1571, dopo numerosi aborti, quando ormai sembrava persa la speranza di avere un figlio, Isabella partorì una bambina cui fu messo il nome di Francesca Eleonora. Nel 1572 nacque Virginio, il primo figlio maschio. Nella felicità del momento, Paolo donò allo staffiere del granduca che gli aveva portato la notizia una pensione di 50 scudi135.
Dopo la nascita dei figli, l’angoscia di Isabella crebbe. Occorreva trovare una soluzione per salvaguardare il loro futuro, reso sempre più precario dall’imponente massa dei debiti e dalle inevitabili iniziative dei creditori che minacciavano di ricorrere alle vie giudiziarie. «Il negotio delli putti» è il tema dominante di tutte le sue lettere.
Rodolfo Conegrani, ambasciatore a Firenze del duca di Ferrara, in un dispaccio del 16 dicembre 1570 riferiva che Cosimo aveva ricomprato tutte le terre e i castelli che Paolo aveva venduto o impegnato:

Et sua eccellenza lo godrà insin a tanto che habbia pagato li suoi debiti e il signor Pavolo intanto viverà di alcune poche entrate che si ha riserbato et delli seimila ducati che li da per provisione Sua Maestà Cattolica e se ne starà qua la maggior parte del tempo con la Signora, la quale ha 9mila ducati da spendere, 5mila sopra la depositeria di Firenze e 4mila sopra quella di Siena136.

Se davvero fosse successo questo, ne avremmo trovato traccia in archivio e comunque i problemi di Paolo e Isabella si sarebbero risolti137. Si trattava probabilmente solo di un progetto che i due coniugi continueranno a sollecitare, negli anni a venire con Cosimo e, dopo la sua morte, con Francesco. «Del negotio di nostri figli farò quello convene a madre che non ha altro fine che loro e di questo siane certo» scrive Isabella definendosi «madre amorosa». Fa fare il ritratto dei due figli, racconta a Paolo le loro prodezze e come crescono. Il bambino, gli dice «ha dua denti et è il più rigoglioso figlio che si possi vedere, io ne ho quella cura maggiore che si può». «Li voglio contar un bel tiro della Nina. La sappia che hieri la menai a Santa Trinita a messa dove era la festa, tornando poi a casa, la mia balia li dimandò chi ci era di belle alla chiesa, lei con gran sossiego li rispose così: ci era la signora madre e io, di signore madri altre assai, ma brutte tanto, che di una putta di 26 mesi ci parse risposta troppo acuta; se scrivo barbogita diane la colpa al esser madre e di novo li bacio le mani»138.
Il 21 aprile del 1574 morì Cosimo de’ Medici lasciando a Isabella un vitalizio di 7.000 scudi da esigere sui dazi di Siena, 30.000 scudi coi quali costituire un moltiplico per la figlia Eleonora, 124.000 scudi a Paolo Giordano per riscattare, intestandoli ai figli, tutti i beni impegnati e venduti139. I debiti di Paolo Giordano assommavano a 135.760 e gli interessi da pagare a 13.830140. A Isabella Cosimo aveva concesso stanza a Firenze, vita natural durante, nel palazzo di via Larga e a Pisa e Siena nelle stanze granducali e le aveva donato sin dall’ottobre del 1565 la villa di Baroncelli141.
Impegnatissima nel cercare aiuti per il marito, parlare con ambasciatori, seguire l’andamento della politica delle grandi potenze, procurarsi scritture legali, sentire avvocati, Isabella non cura la sua salute. È malata, scrive Antinori, beve troppa neve, ma lei rassicura Paolo di stare benissimo142. A luglio del ’74 Isabella si prepara per venire a Roma. Dopo la morte del padre non c’è ragione di rimanere a Firenze. A Roma Paolo fa sistemare la casa di Monte Giordano cambiando la disposizione delle stanze e tutte le tappezzerie. Fa allestire la carrozza per Isabella vendendo vari argenti.
«Mi sono molto rallegrata d’una sua nella quale mi dice che mi ama tanto – gli scrive Isabella – certo che io mi terrei felice se ciò fussi, perché havrei conseguito quello che tanto tempo ho desiderato ma li prometto bene che se lo scotto havrà scientia nissuna e la affetione che dice portarmi potrà nulla che tutto si ha da spender a ciò voi mi amiate come conviene a chi tanto da me è adorato come voi, ma quasi sono come nave sbattuta tanto dal vento che non spera più veder il porto, ma tutto sia come piace a chi tutto può. Haverò caro trovar la casa assetta. […] Amimi di gratia V. Ecc.tia, perché lo merito per adorarla»143. Lui le risponde «Signora, io vi adoro insomma, e da davero […] e ne vedrete la prova certa»144.
Il tono delle lettere di Isabella si fa progressivamente più depresso. Frasi rivelatorie delle sue precarie condizioni di salute e della sua disperazione per l’avvenire dei figli si insinuano sempre più spesso in un fraseggiare che si sforza di rendere inalterata la speranza. È molto tempo che non si vedono, le sue gambe sono sempre più gonfie, si sente brutta e invecchiata e ora ha paura di non piacere più al marito: «Le bellezze le quali sogliono esser cagione di fare innamorare non sono più in me perché con gli anni e con l’andar sprezzata sono partite da me con molta mia satisfatione, ma mi rallegro bene che mi ami di quel amore che conviene fra marito e moglie»145.
Alla fine di luglio, poco prima della partenza, la grande delusione. Francesco de’ Medici negò a Paolo e Isabella i lasciti previsti nel testamento di Cosimo e quindi l’aiuto richiesto per i figli. Si trattava certamente di un momento delicato, occorreva dare tutto l’appoggio possibile, soprattutto economico, ad Enrico iii che, appena nominato re di Francia, aveva iniziato il suo lungo viaggio da Praga verso Parigi facendo tappa a Venezia e Ferrara dove aveva ricevuto onori da tutti i principi italiani. Francesco era in attesa del riconoscimento imperiale del titolo di granduca ed era occupato a ingraziarsi il favore delle potenze europee. Alle richieste di Isabella circa l’eredità del padre prese tempo, rispose che doveva pagare i debiti da lui lasciati che assommavano a 270.000 scudi e che il re di Francia ne richiedeva urgentemente 200.000. Fece capire chiaramente alla sorella che almeno per un anno o forse più non dovesse aspettarsi nulla146.
Proprio in quell’agosto scoppiò a Firenze un’epidemia di vaiolo e Isabella si ammalò147. Contemporaneamente anche Paolo si ammalò gravemente. Mentre entrambi si disperavano perché non potevano aiutarsi l’un l’altra, la notizia della malattia di Paolo fu gonfiata ad arte da chi voleva soffiargli incarichi, tanto che molti pensarono che fosse in fin di vita oppure già morto.
A dicembre, ristabilitasi ma non troppo, Isabella riprese i preparativi per la partenza. Trovò marito alle sue dame, preparò i parati per la nuova casa romana. Si illudeva però che Francesco la volesse aiutare. Pensò che avesse semplicemente perduto le scritture che lei gli aveva dato. Paolo invece, più realista, cercava di trovare altre soluzioni, come vendere Galeria «castello piccolo o quasi segregato dai miei». Decise inoltre di fare donazione a Virginio di ogni suo avere148. Secondo lui «vivendo insieme ci sarà di maggior honore e utile», i figli sarebbero stati allevati «dove an da stare»149.
Isabella non si dava per vinta. Non voleva lasciare Firenze prima di aver ottenuto da Francesco almeno ciò che le spettava dell’eredità paterna. A gennaio del 1575, Ferdinando, da Roma, propose di chiedere al fratello granduca di assegnare il feudo di Castel Sant’Angelo ai bambini e concederne a Paolo e Isabella le entrate150.
La partenza venne quindi rimandata per attendere che Francesco si decidesse a prendere in considerazione non solo le richieste ma anche le legittime pretese. La salute di Isabella andava però peggiorando. A marzo del 1575 si ammalò di febbre terzana151.
Nella primavera dello stesso anno, insieme a Marc’Antonio Colonna, Paolo andò a chiedere al papa l’autorizzazione di partecipare, agli ordini di don Giovanni d’Austria, alla spedizione militare contro Genova. Si trovò di fronte ad un energico rifiuto152. A luglio non gli venne rinnovato «il suo solito incarico» di generale delle fanterie italiane perché il re di Spagna lo aveva concesso al duca di Montalto. Per concludere la completa débacle, Francesco de’ Medici si rifiutò ancora una volta di aiutarlo a pagare i suoi debiti. Alla fine di luglio Tommaso de’ Medici scrisse a Donato dell’Antella «mi duole senza fine havere a fare vendere le cose dell’Ill.mo Signore Pagolo»153.

7
La malattia e la morte della Serenissima Signora

Da giugno del 1575 non ci sono più lettere di Isabella. Ci sono lettere di Paolo che la supplica di scrivere, di fargli sapere qualcosa della sua salute, di quella dei bimbi. Il 17 settembre Isabella scrive. È una lettera opaca, triste, priva della sua solita vivacità: «Io sto meglio, et come piove, che già sono tre mesi che mai è piovuto, spero finir di sanare perché sto assai meglio et se non fussi il graso delle gambe che non mi lassa far esercitio sarei a questa hora guarita perché sto assai meglio et sudo assai. Li putti stanno per la dio gratia bene et attendono a crescere. Io non desidero cosa più che servirla, però comandimi delle cose che vole»154.
Una decina di giorni dopo, una lettera del cardinal Ferdinando avvertì Paolo che Isabella «sta male et non si leva dal letto con pericolo di idropisia» e che sarebbe stata necessaria la sua presenza155. Paolo si precipitò a Firenze, ma a dicembre fece ritorno a Bracciano; Isabella scriveva di stare a letto «quando con febbre quando no» e non le reggevano né la testa, né le gambe. «La sua partita − gli dice − fu causa di farmi dar un tuffo in giù»156. A fatica tenta di sminuire o nascondere il suo malessere. A Natale ancora non riesce a camminare: «sto anchora fra il letto e il lettuccio». Si è fatta portare sulla sedia fino all’orto di don Luigi de Toledo ma la cosa «mi dette tanto travaglio che mi sono tornata a star in letto». Pur dolorante e affaticata, continua a scrivere di suo pugno e non manca di dare notizia dei figli e solo quando ne parla, con malcelato orgoglio, ritorna l’Isabella spiritosa e brillante di sempre157. Tuttavia, la voce della duchessa di Bracciano, fiera, ironica e battagliera, diviene sempre più flebile e dolorante. Ad aprile del 1576, nella sua ultima lettera, cerca di sminuire il suo male col dire che sta benissimo, ma poi aggiunge: «li tempi novi mi travagliano a tal che posdomani mi vogliono dar un poco di medicina e poi quattro o sei sciloppi poi non so che bono al upilarme e a pigliarlo me anderò in villa con la brigata, come dicono a Fiorenza. Li pupi stanno bene e tanto saporiti che non ci è chi li arrivi»158. Alla fine di aprile Paolo le manda due muli da lettiga, segno che ormai Isabella non può più camminare. Alla fine del mese successivo, la salute di Isabella evidentemente peggiora. Paolo abbandona definitivamente tutti i progetti di recupero del suo onore perduto sulla scena romana, lascia il castello dei suoi avi e si prepara a trasferirsi definitivamente a Firenze. Orlando Biondi gli scrive che Isabella ha dato disposizione di far mettere in ordine per lui alcune stanze del pianterreno di Baroncelli, si sta accingendo a far preparare la stufa e la biada per i cavalli e termina dicendo: «la signora l’aspetta con desiderio e così fa tutta Firenze»159. Isabella non è più in grado di scrivere. Il 16 luglio 1576 Giuliano de’ Ricci nella sua cronaca annota:

Era in questi giorni andata la signora Isabella de’ Medici, giovane di anni 33 in circa, bellissima di corpo, splendida et liberale quanto dir si possa, figliuola del serenissimo granduca Cosimo di felice memoria et moglie dello illustrissimo signor Pagolo Orsino, con il prefato suo marito, che di molte settimane avanti era tornato di Roma, dove et altrove stava il più del tempo lontano dalla moglie; eran dico, andati la signora Isabella et il marito a spasso a Cerreto Guidi et all’Ambrogiana dove, o per il troppo bere fresco o per la mala sanità che da qualche mese in qua era in lei, se li scoperse una malattia lenta e fastidiosa et visto che la non guariva per stare in villa, si risolvé tornarsene a Firenze. E così per strada assaltata più fieramente dal male si fermò in Empoli dove morì addì 16 di luglio 1576 a hore 18 con molto dispiacere di chiunque la conosceva, essendo questa signora oltre alle bellezze del corpo, bellissima d’animo, virtuosissima, splendida e liberale160.

Il giorno dopo, la notizia fu comunicata a Roma dal nunzio Alberto Bolognetti, con poche parole, segno che il male di Isabella non era una novità161.
Erano successe molte cose quell’anno a Firenze. Il re di Spagna aveva ratificato il titolo di granduca per Francesco de’ Medici che l’imperatore Massimiliano aveva decretato a Ratisbona il 2 novembre del 1575162. Sempre quell’anno, dopo la scoperta di una congiura contro i fratelli de’ Medici163, Firenze assisté alle punizioni dei giovani congiurati, con arresti, torture, uccisioni a cui seguirono, in quel clima violento, molte morti, strane, improvvise. Il papa aveva concesso a Firenze di celebrare il giubileo fino al 25 marzo, perché quel giorno terminava l’anno nello stile fiorentino. La numerosa folla di poveri e malati era stata accolta e ristorata da cavalieri e gentildonne che giravano raccogliendo cibo e denari. Tra queste, la gente aveva notato «la signora Lionora, donna di don Petrino e la signora Isabella, sorella del duca e del cardinale e di don Petrino». Ma il loro gesto non fu lodato. Per i fiorentini lo facevano per «aumentare i capi della città in grandezza e reputazione d’onore»164.
La ormai palese gravidanza di Bianca Cappello che partorirà di lì a poco, contagiava d’infamia, agli occhi dei fiorentini, tutta la stirpe medicea, come la peste, che dilagava in quel momento in tutta Italia e premeva alle porte di Firenze e forse c’era già entrata, perché si vedevano per la città «alcuni cascar malati e non trovare i medici rimedio nessuno a detta malattia perché si pensava che detta malattia non fussi più a tempo e non potessi campare»165. L’origine di quelle malattie e morti è da attribuire, secondo Arditi, al devastante disordine morale che regna a Firenze, è la punizione divina per la lussuria: «e così si vedeva mancare di molti personaggi ed alcune matrone che avevano tenuto mano a dette isfrenate voglie»166.
Il 16 luglio morì Eleonora, la giovane cugina di Isabella e cognata, perché moglie di Piero de’ Medici, e un mese dopo il suo figlioletto Cosimino. Si disse che la donna fosse stata strangolata dal marito perché infedele. La stessa sorte, si disse, sarebbe toccata a Isabella: «Li tre fratelli peccavono – gridava per Firenze il vecchio Bastiano Arditi – e peccano, e la sorella Isabella e la cognata Leonora pubricamente peccavano e rendevano della medesima moneta che spendevano i fratelli, el suo marito e’ cognati, che è sentenza di Dio»167.
Se le segrete congiure contro Francesco furono a tempo scoperte e ferocemente punite, nessuno poté nulla contro la calunnia che si levò veloce, colpendo ora Paolo, ora Isabella, ora entrambi. Si disse che «un certo Pagolo cerusico» sarebbe stato imprigionato per «aver tenuto mano a un bambino, che detta signora Isabella aveva acquistato dal sig. Troilo Orsino, bel giovane»168.
La notizia della morte di Isabella giunse a Ferrara con una lettera dell’ambasciatore del duca a Firenze, Ercole Cortile, che da poco aveva sostituito il vecchio Conegrani, devoto ammiratore della duchessa di Bracciano. I rapporti tra Francesco de’ Medici e gli Estensi, già da tempo turbati da questioni di precedenze, avevano subito un’ulteriore profonda incrinatura a causa della concessione imperiale del titolo di granduca a Francesco, cosa che turbava fortemente l’equilibrio degli Stati italiani169. Probabilmente per accattivarsi il favore di Alfonso ii, l’ambasciatore raccontò l’accaduto condendolo ad arte di particolari inquietanti a cui le voci popolari avevano già dato la parvenza di verità: Isabella de’ Medici era stata uccisa da Paolo Giordano Orsini170.
Quell’accusa, che serpeggiò sul momento senza fare troppo rumore, e che forse non arrivò neppure a Roma, come sembra testimoniare la lettera del nunzio, minava alla base il prestigio di Paolo Giordano e del suo casato ed era sintomo della inarrestabile perdita di potere di uno dei membri più autorevoli dell’aristocrazia signorile dello Stato pontificio che finirà col ritirarsi dalla scena politica e riconfinarsi nel proprio feudo. Anziché rappresentante della grande nobiltà europea, come riteneva di essere, il duca di Bracciano era ormai considerato come uno dei più violenti baroni romani. Col tempo la calunnia si consolidò, fu accolta dagli storici e divenne una verità inoppugnabile.
«Fu opinione – scriveva Domenico Moreni, erudito fiorentino, autore della Bibliografia Medicea nei primi decenni dell’Ottocento – che pur questa fosse dal marito strangolata per gelosia di Troilo Orsini suo parente. I Novellisti e gli scrittori delle memorie segrete di quel tempo, ne adottarono la voce che da per tutto si sparse, ma non di meno non rimane certo il caso della sua morte»171.

Note

*Questo lavoro è una parte di un più ampio studio biografico su Paolo Giordano Orsini che comprenderà anche la vicenda di Vittoria Accoramboni e che chi scrive sta conducendo sulla base della corrispondenza Orsini conservata presso l’Archivio storico capitolino (d'ora in poi asc).
1. Nella minuta dell’atto il notaio nomina all’inizio indifferentemente Lucrezia o Isabella ma poi, per una decisione che evidentemente viene presa nel corso della stesura, il nome di Isabella prevale: asc, Archivio Notarile Urbano, sez. i, t. 464, atti del notaio Massa da Gallese, cc. 627 ss. Fascicolo dal titolo: Sponsalia Ill. D. Jordani Ursini et unius ex filiabus Ill. D. Cosmi Ducis Florentiae quam pater nominavit secundam vel tertiogenitam. Il notaio dell’atto di delega è Giovanni de’ Comitibus di Bucine. Sull’attività diplomatica di Serristori cfr. Legazioni di Averardo Serristori ambasciatore di Cosimo i a Carlo v e in corte di Roma (1537-1568), a cura di G. Canestrini, Le Monnier, Firenze 1953.
2. Cosimo volle anche che «debba il prefato Ill.mo Signor Paulo Giordano al tempo conveniente condurre detta sua sposa alle case sue a tutte sue spese, non si obligando il Signor Duca suo padre oltre alla dote promessa a farci altre spese salvo vestirla convenientemente et a suo beneplacito et volendo di sua liberalità donargli gioie o altro sia nell’arbitrio et volontà sua senza obligo alcuno», ivi, Istruzioni al notaio per la stesura dell’atto, c. 630.
3. Nell’atto si considera che dai tempi più antichi «(ut omnibus manifestum est) inter ill.ma familia medicea Florentie et Ursina Romae, semper viguit et continuata fuit bona et sincera amicitia et benevolentia sepius est affinitatis vinculis connexa maiores earumdem familiarum imitando decreverunt eam amicitiam et coniunctionem ad perpetuam perseverantiam nove affinitatis vinculo archius connectere». I patti matrimoniali portano la data dell’11 luglio 1553.
4. P. Litta, Famiglie celebri italiane, F. Basadonna, Milano 1821-72, fasc. 114, tav. ix.
5. asc, Archivio Orsini (da questo momento ao), i serie, vol. 71, n. 2.
6. asc, ao, ii a, xxiv, 42. Manuel Rivero Rodriguez, ha sottolineato recentemente come il cardinal di Santa Fiora, insieme col cardinal Pacheco, cercassero di creare una rete clientelare a favore di Filippo ii attraverso la concertazione di matrimoni incrociati tra le famiglie di più antica nobiltà italiana; cfr. M. R. Rodriguez, La casa d’Austria e la Santa Sede nella congiuntura del 1550 e 1559, in F. Cantù, M. A. Visceglia (a cura di), L’Italia di Carlo v, guerra religione e politica nel primo Cinquecento, Viella, Roma 2003, pp. 565-6.
7. Sulla politica matrimoniale dei grandi casati nel secolo xvi, cfr. A. Spagnoletti, Matrimoni e politiche dinastiche in Italia tra gli anni Trenta e Cinquanta del Cinquecento, in Cantù, Visceglia (a cura di), L’Italia di Carlo v, cit., pp. 97-113.
8. Litta, Famiglie celebri italiane, cit., fasc. 114, tav. xvii.
9. asc, ao, b. 158/2, n. 233, Paolo Giordano Orsini a Isabella de’ Medici, 1575.
10. Il riferimento più autorevole per quanto riguarda la descrizione della figura di Paolo Giordano Orsini e il suo coinvolgimento nel delitto Peretti è D. Gnoli, Vittoria Accoramboni. Storia del secolo xvi, Le Monnier, Firenze 1870.
11. La maggior parte delle lettere è contenuta nei voll. 157 (1-3) e 158 (1-2) della prima serie dell’Archivio Orsini conservato presso l’Archivio storico capitolino. Evidentemente alla morte di Isabella la documentazione di Firenze fu portata a Bracciano, ma solo in parte, poiché l’Archivio di Stato di Firenze conserva alcuni registri contabili di casa Orsini.
12. asc, ao, v. 158/2, n. 260, Paolo Giordano Orsini a Isabella de’ Medici, 1555.
13. Nel 1565 fu mandato da Cosimo de’ Medici a Vienna alla corte dell’imperatore e poi a Trento per sposare Giovanna d’Austria per conto di Francesco. Dalle lettere si evince che Paolo in quell’occasione curò personalmente il cerimoniale, sia durante il viaggio di ritorno con la granduchessa, sia al suo arrivo a Firenze. Le sue Istruzioni a Ludovico Orsini, inviato alla corte di Filippo ii come portavoce, si trovano negli archivi di molte famiglie come esempio da imitare. Una di queste copie si trova in asc, Camera Capitolina, cred. xiv, t. 25, c. 283. “Instruttioni per le cose di Spagna al Signor Lodovico Orsini mandato da sua Maestà Cattolica dal Signor Duca di Bracciano la qual può servir anco per avvertimento molto utile ad ogni agente di Principe che habbia da negotiar in quella o altra corte”.
14. Cfr. G. Incisa della Rocchetta, N. Vian, Il primo processo per San Filippo Neri, Biblioteca Apostolica Vaticana, Città del Vaticano 1963, vol. iii, p. 271.
15. asc, ao, ii serie, libro mastro 1558-60, n. 2193, cc. 315, 317. Sui musicisti romani presso gli Orsini cfr. F. Boyer, Les Orsini et les musiciens d’Italie au debut du xviie siécle, in Mélanges de philologie, d’histoire et de literature offerts à H. Hauvette, (1934), pp. 301-10. Sui musicisti romani chiamati alla corte dei granduchi cfr. W. Kirkendale, Rapporti musicali tra Roma e Firenze, in La musica a Roma attraverso le fonti d’Archivio, Atti del convegno internazionale (Roma, 4-7 giugno 1992), a cura di B. M. Antolini, A. Morelli, V. Vita Spagnolo, Libreria Musicale Italiana, Lucca 1994.
16. asc, ao, v. 157/1, n. 30, Paolo Giordano Orsini a Isabella de’ Medici, 9 ottobre 1559.
17. L’inventario di Paolo Giordano Orsini si trova in asr, Notai del Tribunale dell’ac, notaio Pompeo Antonino, vol. 400, cc. 981-1001.
18. Ibid.
19. asc, ao, ii serie, reg. n. 1208, Entrata e uscita del guardaroba (1579-80), c. 10r e v, c. 11.
20. asc, ao, ii serie, reg. n. 1205, Inventario del guardaroba di Paolo Giordano Orsini (1570-81).
21. asc, ao, i serie, vol. 157/1, n. 67, Paolo Giordano Orsini a Isabella de’ Medici, 18 ottobre 1562 (sulle collezioni di marmi antichi di Paolo Giordano Orsini cfr. F. Rausa, Le collezioni di antichità Orsini nel Palazzo di Monte Giordano, in “Bollettino della Commissione Archeologica di Roma”, Roma 2000, pp. 163-79).
22. Cfr. I. Botteri, Galateo e galatei. La creanza e l’instituzione della società nella trattatistica italiana tra antico regime e stato liberale, Bulzoni, Roma 1999.
23. asc, ao, i serie, vol. 157/1, n. 19, Paolo Giordano Orsini a Isabella de’ Medici, 4 dicembre 1558.
24. Paolo Giordano Orsini e Isabella de’ Medici sono stati coinvolti nell’ondata di calunnie che ha travolto la famiglia medicea, cfr. G. E. Saltini, Tragedie medicee domestiche (1557-1587), Barbera, Firenze 1898. Mentre la storiografia tra Ottocento e Novecento ha verificato e smontato gran parte delle accuse diffamatorie su Cosimo de’ Medici e i suoi figli, Isabella viene ancora dipinta come priva di freni morali e dedita a «illecite passioni», giustificata solo dalla scarsa considerazione che il marito avrebbe avuto per lei. Oltre al già citato Gnoli, cfr. F. Winspeare, Isabella Orsini e la corte medicea del suo tempo, Olschki, Firenze 1961.
25. asc, ao, i serie, vol. 157/1, n. 14, Paolo Giordano Orsini a Isabella de’ Medici, 24 settembre 1558.
26. asc, ao, i serie, vol. 158/2, n. 276, Paolo Giordano Orsini a Isabella de’ Medici, 23 settembre 1558.
27. La mancanza delle lettere di Isabella fino a circa il 1564 non è dovuta al fatto che lei non scrivesse, ma alle vicende burrascose dell’archivio Orsini che ne hanno compromesso l’integrità, sulle quali cfr. M. L. Capparella, Appunti sulle ultime vicende dell’Archivio Orsini, in “Archivio della Società Romana di Storia Patria”, 103 (1980), pp. 284-94.
28. Celletti che aveva letto la corrispondenza Orsini l’aveva già fatto notare ma a volte il potere del mito è più forte dell’evidenza, cfr. V. Celletti, Gli Orsini di Bracciano, glorie, tragedie e fastosità della casa patrizia più interessante della Roma dei secoli xv, xvi e xvii, F.lii Palombi, Roma 1963.
29. Il documento si trova in asc, ao, ii a xxiv, n. 55, porta la data del 9 febbraio 1554, ma si tratta della datazione fiorentina.
30. asc, ao, i serie, vol. 156/4, n. 396, Giulio Folchi a Paolo Giordano Orsini, 22 gennaio 1556.
31. asc, ao, ii a xxiv, nn. 57, 63. Per armarsi Paolo deve vendere Pantano e Acquaviva a G. B. Petroni di Civita Castellana. Un esempio drammatico del conflitto causato dalla scelta di campo filoimperiale di alcuni membri della famiglia Caetani in M. A. Visceglia, “Farsi imperiale”: faide familiari e identità politiche a Roma nel primo Cinquecento, in Cantù, Visceglia (a cura di), L’Italia di Carlo v, cit., pp. 477-508.
32. «Il signor Pagolo Orsino genero del duca Cosimo de’Medici menò e consumò il matrimonio con Isabella, figliola del detto duca, e la Domenica mattina di poi cavalcò per la volta di Roma; e si disse che andava alla corte di Filippo re di Spagna» in A. Lapini, Diario fiorentino di Agostino Lapini: dal 252 al 1596 ora per la prima volta pubblicato da Giuseppe Odoardo Corazzini, Sansoni, Firenze 1900, p. 123. Parigino riferisce che il 15 ottobre 1558 Paolo Giordano ricevette i primi 25.000 scudi promessi e il 9 agosto e il 7 ottobre ebbe il resto della dote in due rate, cfr. G. V. Parigino, Il tesoro del principe. Funzione pubblica e privata del patrimonio della famiglia Medici nel Cinquecento, Accademia toscana di Scienze e lettere “La Colombaria”, “Studi”, clxxx, Firenze 1999, p. 110.
33. asc, ao, i serie, vol. 157/1, n. 9, Paolo Giordano Orsini a Isabella de’ Medici, 3 marzo 1557.
34. asc, ao, ii serie, libro mastro n. 2193, c. 202. Sul castello di Proceno cfr. L. Calzona, La gloria de’ Prencipi. Gli Sforza di Santa Fiora da Proceno a Segni, De Luca, Roma 1996.
35. Gli affreschi furono affidati oltre che a Taddeo e Federico Zuccari, come ricorda il Vasari e come testimoniano i libri mastri dell’archivio Orsini, al pittore Bramantino e al fiorentino Francesco Signorini. Cfr. il citato libro mastro 2193 che comprende gli anni 1558-60 alle carte 235-6; G. Vasari, Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti, ed. Milanesi, Sansoni, Bologna 1981, vii, p. 86. Sui due pittori e gli affreschi di Bracciano cfr. C. Acidini Luchinat, Taddeo e Federico Zuccari: fratelli pittori del Cinquecento, Jandi Sapi, Roma 1998. Sul castello di Bracciano cfr. L. Borsari, R. Ojetti, Il Castello di Bracciano. Guida storico-artistica, E. Perino, Roma 1895.
36. B. Maier, Il libro del Cortegiano con una scelta delle opere minori, utet, Torino 1981.
37. asc, ao, ii serie, libro mastro n. 2192, 1556-57, cc. 136-8.
38. asc, ao, i serie, vol. 157/1, n. 11, Paolo Giordano Orsini a Isabella de’ Medici 22 aprile 1557.
39. asc, ao, i serie, vol. 157/2, n. 280, Isabella de’ Medici a Orazio Sambocucci, 25 luglio 1568.
40. asc, ao, i serie, vol. 146/1, n. 12, Vittorio Capello a Isabella de’ Medici, 10 febbraio 1573. Sul patronage femminile in epoca barocca cfr. lo studio di M. D’Amelia, Nepotismo al femminile. Il caso di Olimpia Maidalchini Pamphilj, in M. A.Visceglia (a cura di), La nobiltà romana in età moderna. Profili istituzionali e pratiche sociali, Viella, Roma 2002.
41. asc, ao, i serie, vol. 157/1, n. 19 Paolo Giordano Orsini a Isabella de’ Medici, 4 dicembre 1558.
42. asc, ao, i serie, vol. 157/1, n. 43 Paolo Giordano Orsini a Isabella de’ Medici, 28 aprile 1559.
43. asc, ao, ii, A. xxiii, 56. L’atto porta la data del 12 febbraio 1541. Francesco Sansovino, (Historia di casa Orsina, Venezia 1565) è l’unico a indicare la giusta data di nascita. Il Campagna nel suo Elogi di cento e più personaggi illustri di casa Orsina (ms. ao, i serie, b. 408) lo dice nato nel 1537, così come Gnoli, in Vittoria Accoramboni, cit., p. 42 e Celletti, Gli Orsini di Bracciano, cit., p. 91. È impossibile che sia nato nel 1537 perché nel contratto di nozze del 1553 si dice chiaramente che ha 12 anni.
44. Celletti, Gli Orsini di Bracciano, cit., p. 91.
45. Cfr. F. Allegrezza, Organizzazione del potere e dinamiche familiari. Gli Orsini dal Duecento agli inizi del Quattrocento, Istituto Storico Italiano per il Medioevo (Nuovi Studi Storici, 44), Roma 1998. Sulla persistenza di modelli feudali nel secolo xvi cfr. S. Carocci, Vassalli del papa. Note per la storia della feudalità pontificia (secoli xi-xvi), in G. Barone, L. Capo, S. Gasparri (a cura di), Studi sul Medioevo per Girolamo Arnaldi, Viella, Roma 2001, pp. 55-90.
46. L’Allegrezza (Organizzazione del potere e dinamiche familiari, cit., p. 8) mette in evidenza come nel recupero dei territori gli Orsini intreccino valori simbolici e interessi economici: «subentrare agli agnati nei beni aviti equivale a porsi nella linea della tradizione di patrilocalità, con tanta più forza quanto più significativo, anche per l’aspetto strategico e identificativo è il bene stesso».
47. La sentenza di confisca e di assegnazione a favore di Paolo Giordano del 7 marzo del 1543 ottenuta da monsignor Pietro Antonio Angelini, commissario e governatore di Roma, è in asc, ao, ii a xxiii, 64.
48. Oltre a Galeria Paolo ebbe in enfiteusi il quarto di San Saba, il quarticciolo di Palo, la tenuta di Vicarello tutti appartenenti al monastero di San Saba, per un canone annuo di 757 scudi poi elevati da Giulio iii a 1.000. asc, ao, ii, a xxiii, 81.
49. asc, ao, ii, a xxiv, 19.
50. L’atto, datato 1 giugno 1549, si trova in asc, ao, ii a xxiv, 9.
51. L’atto si trova in asc, ao, ii a, 24, 49, ed è del 15 settembre 1553.
52. Si tratta delle tenute di Acquaviva, Pino, Pantano, Saccoccia. L’atto si trova in asc, ao, ii a xxiv, 68, ed è del 10 gennaio 1553.
53. Sulla corte di Cosimo i e sull’entrata a Roma del 1560 cfr. M. Casini, I gesti del principe. La festa politica a Firenze e Venezia in età rinascimentale, Marsilio, Venezia 1996, pp. 237-8. In quell’occasione Paolo Giordano Orsini pagò a Marc’Antonio Colonna il residuo della dote per la sorella Felice che ammontava a 60.000 scudi, cfr. asc, ao, ii serie, libro mastro n. 2194, c. 44.
54. asc, ao, ii serie, libro mastro 1560-63, n. 2194, c. 82.
55. R. Galluzzi, Historia del Granducato di Toscana sotto il governo della casa Medici, in Firenze, per Gaetano Cambiagi Stampatore Granducale, mdccvxxxi, vol. iii, pp. 43-4.
56. asc, ao, ii, a, 25, 23. Sulla concessione del ducato agli Orsini cfr. M. Caravale, A. Caracciolo, Lo Stato Pontificio da Martino v a Pio ix, in Storia d’Italia, diretta da G. Galasso, utet, Torino 1997, vol. xiv, pp. 312-31.
57. Il titolo ducale di Ferrara era stato concesso a Borso d’Este nel 1471, quella di Urbino ai della Rovere nel 1443. Si trattava di territori strategici per la Chiesa, tutti posti ai confini; Ferrara controllava le invasioni da nord e la potente Repubblica di Venezia, Urbino confinava con il granducato di Toscana e controllava la via Flaminia. Sui ducati conferiti dai pontefici nel xvi secolo cfr. L. Scotoni, I territori autonomi dello Stato Ecclesiastico nel Cinquecento, Università di Lecce, Facoltà di Magistero, Istituto di Geografia, Quaderno n. 8, Lecce 1982.
58. Queste cifre sono state calcolate da Scotoni in I territori autonomi, cit., pp. 62-3.
59. Carocci, Vassalli del papa, cit., pp. 80-1.
60. Ferrara nel 1575 pagava un censo di 6.000 scudi al pontefice e nel 1597 dovette restituire il ducato di fronte all’esercito pontificio pronto ad invadere le sue terre. Anche Urbino sembra avere piena potestà di governo ma doveva chiedere l’autorizzazione pontificia per imporre tributi e versare un censo annuo di 2.190 scudi. Anche Bracciano era soggetto a vari tributi camerali come «il quattrino della carne», cfr. Scotoni, I territori autonomi, cit., pp. 66-9.
61. La politica di investitura feudale dei pontefici era controbilanciata dal controllo sulla fedeltà e le ambizioni dei beneficiati. Con Pio v assistiamo al ripristino delle antiche regole feudali. Con la bolla del 1567 De non infeudandis il pontefice stabilì il ritorno automatico alla Santa Sede delle terre di cui si estingueva la linea legittima. Nel 1573 Gregorio xiii ordinò la consegna dei titoli attestanti il diritto al possesso di beni e castelli e nel 1580 ordinò l’incameramento dei feudi per i signori che non versavano il censo dovuto alla Camera apostolica. L’infedeltà, l’estinzione del casato, causava la confisca del feudo. I feudatari pontifici capirono presto e a loro spese che la concessione di un feudo non era perpetua e poteva essere ritirata dal sovrano in ogni momento. Di fronte a segnali di eccessiva autonomia la Chiesa non esiterà a riprendersi il feudo, come accadde con Ferrara, e ancor prima con Paliano; vedi inoltre il caso del bolognese Pepoli, dei Baglioni e dei della Corgna: cfr. S. Carocci, Vassalli del papa, cit., pp. 55-90. Secondo Caravale e Caracciolo l’elevazione di Bracciano a ducato avrebbe comportato «la completa e definitiva rinuncia del papato ad esercitare nei possedimenti di quello [Orsini] potestà temporali». Cfr. Caravale, Caracciolo, Lo Stato Pontificio da Martino v a Pio ix, cit., pp. 312-4. L’unificazione e l’ampliamento territoriale del feudo Orsini, se erano state operazioni di chiaro segno nepotistico, non erano però contrarie a una generale politica pontificia di rafforzamento dello Stato della Chiesa e di limitazione della giurisdizione baronale. Intorno alla metà del Cinquecento, concedendo gli statuti a gran parte delle comunità, la Chiesa allentava l’assolutismo dei baroni. Lo statuto di Anguillara porta la data del 26 agosto 1552, lo statuto di Bracciano del 1° dicembre 1551.
62. asc, ao, vol. 157/1, n. 76, Paolo Giordano Orsini a Giovanni Paolo Orsini, 21 settembre 1561.
63. Pio v ordinò l’abbattimento delle selve nel 1567. Cfr. Scotoni, I territori autonomi, cit., p. 85. Non sembra che a Bracciano ci fosse dogana o controllo delle merci in entrata dalla Toscana e uscita come invece a Castro dove i Farnese facevano pagare pesanti dazi; ivi, p. 88. Sul banditismo cfr. I. Polverini Fosi, La società violenta. Il banditismo nello Stato Pontificio nella seconda metà del Cinquecento, Edizioni dell’Ateneo, Roma 1985.
64. Cfr. N. Elias, La società di corte, Il Mulino, Bologna 1980.
65. Le lettere della madre di Paolo Giordano Orsini, Francesca Sforza di Santa Fiora, rivelano che la situazione economica della famiglia era già drammatica negli anni Quaranta del Cinquecento, cfr. asc, ao, i serie, vol. 400.
66. asc, ao, ii serie, libro mastro n. 2192.
67. Su come una grande famiglia feudale, i Caetani, visse la realtà dell’indebitamento cfr. M. A. Visceglia, “Non si ha da equiparare l’utile quando vi fosse l’honore”. Scelte economiche e reputazione: intorno alla vendita dello stato feudale dei Caetani (1627), in M. A.Visceglia (a cura di), La nobiltà romana in età moderna. Profili istituzionali e pratiche sociali, Carocci, Roma 2002. Sul problema dei debiti a Roma alla fine del xvi secolo cfr. J. Delumeau, Vie économique et sociale de Rome dans la seconde moitié du xvie siècle, Deboccard Éditeur, Paris 1957, t. 1, pp. 469-501; sui debiti dei Colonna cfr. S. Raimondo, Il prestigio dei debiti. La struttura patrimoniale dei Colonna di Paliano alla fine del xvi secolo (1596-1606), in “Archivio della Società Romana di Storia Patria”, 120 (1997), pp. 65-165.
68. Sul periodo romano di Ferdinando de’ Medici cfr. S. Calonaci, Ferdinando dei Medici: la formazione di un cardinale principe (1563-72), in “Archivio Storico Italiano”, 570, 1996; E. Fasano Guarini, “Roma officina di tutte le pratiche del mondo”: dalle lettere del cardinale Ferdinando de’ Medici a Cosimo i e a Francesco i, in G. Signorotto, M. A. Visceglia (a cura di), La corte di Roma tra Cinque e Seicento. “Teatro” della politica europea, Bulzoni, Roma 1998, pp. 265-97. Cfr. anche la voce di Elena Fasano Guarini su Ferdinando de’ Medici, in Dizionario biografico degli Italiani (dbi), xlvi, Roma 1996, pp. 258-78.
69. asc, ao, ii serie, libro mastro n. 2192, anni 1556-57. I Bandini, Piero Antonio e Alemanno, hanno in affitto Palo, Sanguinara e Capanna delle Vacche. Paolo deve loro 4.200 scudi, c. 99. Vende la tenuta denominata Capanna delle vacche, già affittata ai Bandini ad Ascanio Celsi da Nepi per 14.000 scudi con patto redimendi a 18 anni, ivi, c. 97; parte di questo danaro servirà per estinguere un debito di 10.000 scudi con i Cavalcanti di Firenze, ivi, c. 105; vende le tenute di Acquaviva e Pantan Saccoccia per 11.000 scudi a Giambattista Pietrone da Civita Castellana per estinguere un censo di 20.000 scudi d’oro presi al 10% dagli eredi di Vincenzo Ugolini con patto redimendi dopo 18 anni, ivi, c. 107; a gennaio, per recarsi a Firenze, spende 1.328 scudi chiesti in prestito a Cavalcanti. Nel 1558 Paolo Giordano vende Acqua Viva, Pantano, Saccoccia e Camerano dell’Isola a Roberto Ubaldini, ivi, c. 130. Nello stesso anno vende Castel Giuliano ai Chigi, San Polo, Torrita e Spogna al cardinal Cesi, Formello e Isola con patto redimendi ai Farnese. L’entrata generale di Bracciano nel 1557 è di 35.936,82, l’uscita di 71.693, ivi, c. 130.
70. A c. 92 del libro mastro 2192 si segnala un credito col cardinale di San Clemente per 3.300 scudi.
71. Parigino, Il tesoro del Principe, cit.
72. A titolo di esempio, in una lettera datata 8 settembre 1562, Paolo Giordano si impegna a pagare agli eredi di Baldassarre Olgiati 10.978 scudi più altri 7.500 scudi d’oro «Per haverli loro sborzati in tanto horo per servitio del detto S. Illustrissimo» (ao, i serie, vol. 94/3, n. 507). Nel 1563 i mercanti Ceffini e compagni scrissero una lettera a Pio iv dicendo di avere con Paolo Giordano un credito di 17.000 scudi. Dall’amministratore Giulio Folchi avevano ricevuto vane promesse di essere pagati in vari modi, con crediti, con gioielli e ora rivendicavano con forza il loro credito: ao, i serie, vol. 152/1, n.171, in data 28 aprile 1563.
73. Sentenza del 19 ottobre 1570, cfr. G. Tomassetti, La Campagna romana antica, medievale e moderna, nuova ed. a cura di L. Chimenti, F. Bilancia, Olschki, Firenze 1979, vol. iii, p. 115. Sui privilegi giurisdizionali dei baroni romani in età medioevale cfr. S. Carocci, Baroni di Roma. Dominazioni signorili e lignaggi aristocratici nel Duecento e nel primo Trecento, Istituto Storico Italiano per il Medioevo, Roma 1993; per il dibattito sull’età moderna, M. A. Visceglia, La nobiltà romana: dibattito storiografico e ricerche in corso, introduzione a La nobiltà romana, cit. Un caso di conflitto giurisdizionale è analizzato da M. D’Amelia in Orgoglio baronale e giustizia. Castel Viscardo alla fine del Cinquecento, Gangemi, Roma 1996.
74. Cfr. Tomassetti, La campagna romana, cit., vol. iii, p. 120, nota b.
75. asc, ao, i serie, vol. 157/1, n. 86. Paolo Giordano Orsini a Isabella de’ Medici, 16 novembre 1563.
76. asf, Archivio Mediceo del Principato, Miscellanea Medicea n. 580, f. 54, ins. 13, cc.1-17 “Prestito del duca di Firenze a Paolo Giordano Orsini: condizioni relative al riassetto dello Stato di Bracciano, accettazione di Paolo Giordano Orsini e relazione sullo Stato di Bracciano”. Nella parte dell’archivio Orsini conservato a Los Angeles (ucla) alla segnatura i.a.v.11 si trovano i “Patti circa l’affitto dello Stato di Bracciano e sue entrate fatto da D. Paolo Giordano Orsini al duca di Firenze” in data 8 marzo 1563 (datazione fiorentina). Secondo Parigino (Il Tesoro del principe, cit., p. 90) l’affitto era una finzione giuridica. Cosimo prestò di fatto al genero 30.000 scudi in cambio delle entrate dello Stato di Bracciano per tre anni. L’autore cita un atto del 22 marzo 1581 in cui si stipula la fine di «certa locazione fatta simulatamente fra medesimi [Cosimo e P. G.] de’ beni di detto duca».
77. asc, ao, i serie, vol. 146/1, n. 9, Strumenti di donazione e procura di Isola e Baccano, 25 maggio 1564. Donazione inter vivos irrevocabile a Donna Isabella de’ Medici delle due poste di Isola e Baccano. Lo strumento è rogato a Pisa, nella corte ducale, cappella di San Matteo, notaio Francesco Pazzaglia, 25 maggio 1564. Procura a Francesco Dei per calcolare il debito e recuperare le due poste che erano in possesso (per rivalsa di un credito) di Battista e Tommaso Cavalcanti.
78. asc, ao, vol. 157/2, n. 125, Paolo Giordano Orsini a Isabella de’ Medici, 5 dicembre 1564.
79. asc, ao, vol.157/3, n. 265, Isabella de’ Medici a Paolo Giordano Orsini, 28 marzo 1566.
80. asc, ao, i serie, vol.157/1, n. 69, Paolo Giordano Orsini a Isabella de’ Medici, 16 ottobre 1562.
81. Cfr., solo per fare un esempio, la bellissima lettera di Ortensio Frangipane contenuta nel vol. 156/4, n. 454.
82. Cfr. A. Rotondò, Pietro Carnesecchi, in dbi, xx, Roma 1977.
83. Sulle titubanze di Cosimo de’ Medici a lasciar venire a Roma il figlio Ferdinando cfr. Fasano Guarini, “Roma officina di tutte le pratiche del mondo”, cit.
84. asc, ao, i serie, vol. 157/2, n. 213, Isabella de’ Medici a Paolo Giordano Orsini, 29 luglio 1566.
85. L. A. Muratori, Annali d’Italia dal principio dell’era volgare sino all’anno mdccl, Roma 1788, t. 10, p. ii, p. 240. Il breve, del 4 agosto 1566, si trova in asc, ao, ii, a.26,002/a. Sulla nomina cfr. Brunelli, Soldati del papa, cit., p. 40.
86. asc, ao, i serie, vol. 157/3, n. 268, Paolo Giordano Orsini a Isabella de’ Medici, 18 settembre 1566.
87. asc, ao, i serie, vol. 157/3, n. 268, Paolo Giordano Orsini a Isabella de’ Medici, 18 settembre 1566. Sul modello del “soldato cristiano” cfr. G. Brunelli, Soldati del papa, politica militare e nobiltà nello Stato della Chiesa, (1560-1644), Carocci, Roma 2003.
88. asc, ao, i serie, vol. 158/2, n. 268, Isabella de’ Medici a Paolo Giordano Orsini, 1566.
89. L’incidente e l’avviso del 14 settembre 1566 sono riportati da Brunelli, Soldati del papa, cit., p. 43 e n. 70.
90. Ibid.
91. asc, ao, i serie, vol. 157/3, n. 250, Paolo Giordano Orsini a Isabella de’ Medici, 10 maggio 1566.
92. asc, ao, i serie, vol. 157/3, n. 256 «poi chè piaciuto a N. S.r di darmi il grado mi la dato con prometermi di agumentarlo con il darmi il bastone», Paolo Giordano Orsini a Cosimo de’ Medici, 18 settembre 1566. Si veda anche la lettera a Isabella del 13 settembre 1566, vol. 157/3, n. 228, in cui scrive che il papa gli ha promesso di dargli il «baston da poi la venuta dello abasciator di Francia a ciò che non venisse a infastidir li cardinal con dui subiti concistorii». Secondo Brunelli, a cui si devono recenti importanti studi sulle politiche e carriere militari tra Cinque e Seicento, Paolo Giordano avrebbe equivocato sulla sostanza e i limiti del compito affidatogli creando l’incidente diplomatico con l’ambasciatore di Francia. Cfr. Brunelli, Soldati del papa, cit., pp. 40-3 e n. 33; Id., “Prima maestro, che scolare”. Nobiltà romana e carriere militari nel Cinque e Seicento, in La nobiltà romana in età moderna, cit., pp. 90-1.
93. asc, ao, i serie, vol. 157/3, n. 244, Paolo Giordano Orsini a Isabella de’ Medici, 17 ottobre 1566.
94. Ibid.
95. Per salvare lo Stato e i bilanci, Paolo si imbarcherà in una pericolosissima avventura legale che gli procurerà negli anni successivi l’ostilità dei membri più autorevoli del collegio cardinalizio. Per recuperare terre e castelli del ducato, si propose di dimostrarne l’inalienabilità perché sottoposte a fedecommesso. Quelle terre, preziose per la loro vicinanza a Roma, erano state vendute a potenti cardinali che non dimostreranno alcuna intenzione di restituirle. Le liti saranno lunghissime e gravide di conseguenze negative, le più importanti delle quali con i cardinali Cesi, per il recupero di San Polo, Chigi, per Castel Giuliano e, soprattutto, col cardinale Alessandro Farnese che aveva acquisito Isola e si burlava dei cavilli legali di Paolo per recuperarla, tanto che nel 1568 la incorporò nel ducato di Castro. Dai documenti non risulta chiaro come Farnese avesse acquisito Isola su cui era garantita la dote di Isabella. Il contratto di vendita risulta a nome di Alessandro Olgiati, datato 15 febbraio 1567, cfr. Tomassetti, La Campagna romana, cit., vol. iii, p. 136. Su Alessandro Farnese cfr. S. Andretta, Farnese, Alessandro, in dbi, vol. xlv, pp. 52-65.
96. Sui provvedimenti di Pio v contro gli spacciatori di notizie false cfr. M. Infelise, Gli avvisi di Roma. Informazione e politica nel secolo xvii, in Signorotto, Visceglia (a cura di), La corte di Roma tra Cinque e Seicento, cit., pp. 189-205.
97. asc, ao, i serie, vol. 157/3, n. 229, Isabella de’ Medici a Paolo Giordano Orsini, 16 maggio 1566, «pregio dio che dia meglio ventura a questa mia che non a fatto alle altre perché al mio conto di quattordici lettere che perfino adesso vi ho scritte non trovo che ne abbiano riceute più che quattro ma forse a questa hora saranno molte più». In un’altra dell’anno successivo: «sto la più atterrita donna del mondo poi ché sempre che lei mi ha scritto mai ha acchusato altro che una mia» (asc, ao, i serie, vol. 157/1, n. 51, Isabella de’ Medici a Paolo Giordano Orsini, 29 maggio 1567).
98. asc, ao, i serie, vol. 157/2, n. 197, Isabella de’ Medici a Paolo Giordano Orsini, 12 ottobre 1566.
99. Cfr. Gnoli, Vittoria Accoramboni, cit., p. 44.
100. asc, ao, i serie, vol. 157/1, n. 49, Isabella de’ Medici a Paolo Giordano Orsini, 4 gennaio 1567. Nel 1566 i creditori fiorentini avevano ottenuto un mandato di cattura per il suo amministratore Giulio Folchi. Isabella per il dispiacere si era ammalata con febbre e terribili mal di testa: «di gratia fate che Giulio Folcho provegga acciò non siamo in boccha di plebei» (asc, ao, i serie, vol. 157/2, n. 218, 21 maggio 1566); «La casa va in ruina grandissima» scriveva a Paolo, e ancora «Qui si vive senza denari e senza credito» (asc, ao, i serie, vol. 157/2, n. 219, 7 luglio 1566), «Tanto mi travagliano li creditori che devono avere et non ho un soldo per conto della casa et non so più che mi inpegnare però vi prego quanto più posso che provediate di qualche modo et mandate di gratia il Cappone quanto prima ma con danari» (asc, ao, i serie, vol. 157/2, n. 213, 29 luglio 1566).
101. asc, ao, i serie , vol. 157/3, n. 298, Isabella de’ Medici a Paolo Giordano Orsini, 4 novembre 1568.
102. asc, ao, i serie, vol. 157/3, n. 285, Paolo Giordano Orsini a Isabella de’ Medici, 5 novembre 1568.
103. asc, ao, i serie, vol. 157/3, n. 282, Paolo Giordano Orsini a Isabella de’ Medici, 16 novembre 1568.
104. asc, ao, i serie, vol. 157/3, n. 282, Paolo Giordano Orsini a Isabella de’ Medici, 16 novembre 1568.
104. asc, ao, i serie, vol. 152/1, n. 38, Giovanni Paolo Orsini a Paolo Giordano Orsini, 13 dicembre 1568.
105. Cfr. Brunelli, Soldati del papa, cit., p. 40.
106. I suoi fedeli comandanti aspettavano la risposta del re «per sapere se Sua Maestà vole le genti colli capi di qua et non delli nominati da lui». Il cardinale Alessandrino prometteva compagnie di fanti e di cavalli ma «di denari non se ne ragiona» (asc, ao, i serie, vol. 152/2, n. 105, Mario Mellini a Paolo Giordano Orsini, 5 febbraio 1569). Giovan Battista Maddaleni scriveva da Bruxelles che aveva saputo della partenza di Paolo e si univa a lui «s’ha gran speranza che avremo una guerra che durerà qualche giorno» (asc, ao, i serie, vol. 152/1, n. 66, 12 marzo 1569). Orazio Massimi gli scrive chiamandolo «patron mio e re mio» «faremo cognoscere a questi generali che se ben ci hanno lassati per disutili troveremo chi darà un pane alli poveri compagnini» (asc, ao, i serie, vol. 152/2, n. 104, 15 marzo 1569).
107. asc, ao, i serie, vol. 152/1, n. 68, Bernardo del Riccio a Isabella de’ Medici, 18 novembre 1569.
108. asc, ao, i serie, vol. 152/2, n. 133, Orazio Massimi a Paolo Giordano Orsini, 12 maggio 1569.
109. asc, ao, i serie, vol. 152/2, n. 121, card. Alessandro Sforza a Paolo Giordano Orsini, 16 settembre 1569.
110. asc, ao, i serie, vol. 158/1, n. 32, Isabella de’ Medici a Paolo Giordano Orsini, 11 giugno 1569.
111. asc, ao., i serie, vol. 158/1, n. 3, Isabella de’ Medici a Paolo Giordano Orsini, 23 settembre 1569.
112. Cfr. Clonaci, Ferdinando dei Medici, cit., pp. 679-80.
113. Sul cerimoniale d’incoronazione di Cosimo de’ Medici cfr. M. A. Visceglia, La città rituale: Roma e le sue cerimonie in età moderna, Viella, Roma 2002, pp. 120-2, 216-9.
114. asc, ao, i serie, vol. 152/2, n. 142, Giovanni Antinori a Paolo Giordano Orsini, 22 gennaio 1570.
115. asc, ao, i serie, vol. 152/2, n. 151, Giovanni Antinori a Paolo Giordano Orsini, 4 febbraio, 1570.
116. asc, ao, i serie, vol. 158/2, n. 161, Paolo Giordano Orsini a Isabella de’ Medici, 13 aprile 1570. I cardinali tedeschi nominati da Paolo Giordano nella sua lettera sono: Altemps, Madruzzo, Trento e Augusta. Si tratta quindi di Mark Sittich von Hoenems (1533-95) Cristoforo Madruzzo (1512-73) che cedette nel 1567 il principato vescovile di Trento al nipote Ludovico Madruzzo (1532-1600) e Otto Truchsess von Waldburg (1514-73) vescovo di Augusta in quel momento.
117. asc, ao., i serie , vol. 158/1 n.84, Paolo Giordano Orsini a Isabella de’ Medici, 26 aprile 1570.
118. asc, ao, i serie, vol. 158/1, n. 99, Paolo Giordano Orsini a Isabella de’ Medici, 15 luglio 1570.
119. L. von Pastor, Storia dei papi dalla fine del Medioevo, vol. viii, Desclée, Roma 1910-34, p. 531.
120. asc, ao, i serie, vol. 158/1, n. 101, Isabella de’ Medici a Paolo Giordano Orsini, 18 giugno 1571.
121. von Pastor, Storia dei papi, cit., vol. viii, p. 555.
122. asc, ao, i serie, vol. 158/1, n. 134, Paolo Giordano Orsini a Isabella de’ Medici, 19 luglio 1571.
123. asc, ao, i serie, vol. 158/2, n. 252, Paolo Giordano Orsini a Isabella de’ Medici, 22 giugno 1571.
124. P. A. Guglielmotti, Storia della marina pontificia, Tipografia vaticana, Roma 1887, vol. vi, pp. 170, 212.
125. asc, ao, i serie, vol. 158/1, n. 102, Paolo Giordano Orsini a Isabella de’ Medici, 10 ottobre 1571. Sull’impresa di Paolo Giordano cfr. Guglielmotti, Storia della marina pontificia, cit., p. 212.
126. Avisi particulari ultimamente mandati dal magnifico m. Antonio Egiptio maggiordomo dell’Illustrissimo et Eccellentissimo Signor Pauolo Giordano, al Mag. M. Pietro Egiptio suo fratello dove minutamente si narra tutto il successo e conflitto fra l’armata turchesca e christiana, eredi di A. Blado, Roma 1571, cfr. Brunelli, Soldati del papa, cit., p. 16. L’avviso è riportato integralmente da G. Pomponi, La Storia di Vicovaro, vol. ii, Ed. Il Tempietto, Vicovaro 1995, pp. 334-5.
127. Sul trionfo di Marc’Antonio Colonna cfr. Visceglia, La città rituale, cit., pp. 120-2, 216-9; G. B. Borino, A. Galieti, G. Navone, Il contrastato trionfo di Marcantonio Colonna, Miscellanea della R. Deputazione di Storia Patria, Roma 1938, n. xvi. Su Marc’Antonio Colonna cfr. N. Bazzano, Marco Antonio Colonna, Salerno, Roma 2003; F. Petrucci, Colonna, Marcantonio, in dbi, vol. xxvii, Roma 1982, pp. 368-71.
128. Borino, Il contrastato trionfo di Marcantonio Colonna, cit., p. 12.
129. asc, ao, vol. 60/1, n. 72, Filippo ii a Paolo Giordano Orsini, 9 marzo 1572; vol. 400, n. 74, Mandato di Don Giovanni d’Austria, 20 giugno 1572.
130. asc, ao, i serie, vol. 158/2, n. 255, Isabella de’ Medici a Paolo Giordano Orsini, 26 marzo 1572.
131. asc, ao, i serie, vol. 158/2, n. 170, Paolo Giordano Orsini a Isabella de’ Medici, 27 giugno 1572.
132. Gnoli, Vittoria Accoramboni, cit., p. 57.
133. asc, ao, i serie, vo1. 158/2, n. 185, Isabella de’ Medici a Paolo Giordano Orsini, 20 aprile 1573. Cfr. Bazzano, Marco Antonio Colonna, cit, p. 192.
134. asc, ao, i serie, vol. 146, n. 84, Pirro Bocchi a Paolo Giordano Orsini, 28 luglio 1574.
135. L’atto di assegnazione si trova in asc, ao, ii.a.26.057 e la data è 2 maggio 1574.
136. G. E. Saltini, Due principesse medicee, in “Rassegna Nazionale”, 16 febbraio 1902, pp. 625-6 e n. 1.
137. Di questo accordo non abbiamo trovato traccia neanche nello studio di Parigino sul patrimonio della famiglia Medici.
138. asc, ao, i serie, vol. 158/2, n. 188, Isabella de’ Medici a Paolo Giordano Orsini, 18 maggio 1573.
139. Celletti, Gli Orsini di Bracciano, cit., p. 99.
140. Gnoli, Vittoria Accoramboni, cit., p. 58.
141. La villa, poi denominata Poggio Imperiale, fu confiscata da Cosimo i ai Salviati per aver preso parte alla ribellione di Siena e con un un motu proprio del 1° ottobre 1565 assegnata a Isabella e Paolo Giordano Orsini in vitalizio. Sulle vicende della villa cfr. L. Zangheri, Ville della provincia di Firenze, Rusconi, Milano 1989, pp. 148-65; cfr. anche Parigino, Il tesoro del principe, cit., p. 14, n. 17, p. 107.
142. asc, ao, i serie, vol. 146/1, n. 24, Giovanni Antinori a Paolo Giordano Orsini, 3 luglio 1573.
143. asc, ao, i serie, vol. 158/2, n. 192, Isabella de’ Medici a Paolo Giordano Orsini, 3 luglio 1574.
144. asc, ao, i serie, vol. 158/2, n. 192, Paolo Giordano Orsini a Isabella de’ Medici, 3 luglio 1574.
145. asc, ao, i serie, vol. 158/2, n. 98, Isabella de’ Medici a Paolo Giordano Orsini, 18 luglio 1574.
146. asc, ao, i serie, vol. 158/2, n. 200, Isabella de’ Medici a Paolo Giordano Orsini, 30 luglio 1574. Questo prestito al re di Francia non risulta nelle tabelle elaborate da Parigino. Nel 1575 risultano 100.000 scudi prestati a Guglielmo v di Baviera e 200.000 scudi all’imperatore Massimiliano ii (Parigino, Il tesoro del principe, cit. pp. 132-7).
147. asc, ao, i serie, vol. 152/2, n. 197, Jacopo Bonaparte a Paolo Giordano Orsini, 6 settembre 1574.
148. asc, ao, i serie, vol. 158/2, n. 242, Paolo Giordano Orsini a Isabella de’ Medici, 6 luglio 1574.
149. asc, ao, i serie, vol. 158/2, n. 91, Paolo Giordano Orsini a Isabella de’ Medici, 31 dicembre 1574.
150. asc, ao, i serie, vol. 158/2, n. 212, Ferdinando de’ Medici a Isabella de’ Medici, 2 gennaio 1575. Si trattava del feudo poi denominato Castel Madama.
151. asc, ao, i serie, vol. 158/2, n. 232, Isabella de’ Medici a Paolo Giordano Orsini, 5 marzo 1575.
152. Era nato un aspro dissidio a Genova tra nuova e vecchia aristocrazia che minacciava di degenerare in guerra civile e Filippo ii decise di reprimerlo con una spedizione militare. Il pontefice, spaventato per le conseguenze di quell’intervento armato, vietò ai due di parteciparvi, cfr. Brunelli, Soldati del papa, cit., p. 46 e n. 100.
153. asc, ao, i serie, vol. 57, n. 70, Tommaso de’ Medici a Donato dell’Antella, 17 luglio 1575.
154. asc, ao, i serie, vol. 158/2, n. 231, Isabella de’ Medici a Paolo Giordano Orsini, 17 settembre 1575.
155. asc, ao, i serie, vol. 146, n. 13, Ferdinando de’ Medici a Paolo Giordano Orsini, 26 settembre 1575.
156. asc, ao, i serie, vol. 158/2, n. 230, Isabella de’Medici a Paolo Giordano Orsini, 13 dicembre 1575.
157. «Ieri andarno dal gran duca il quale fece loro carezze grandissime et dimandò di vostra eccellenza et Verginio li rispose che voi eri grasso e fresco come una rosa e tale che tutti stavano a bocca aperta a sentirlo e si schiantavano della amorevolezza sua», asc, ao, i serie, vol. 158/2, n. 227, Isabella de’ Medici a Paolo Giordano Orsini, 26 dicembre 1575.
158. asc, ao, i serie, vol. 158/2, n. 250, Isabella de’ Medici a Paolo Giordano Orsini, 9 aprile 1576.
159. asc, ao, i serie, vol. 147, n. 5, Orlando Biondi a Paolo Giordano Orsini, 27 maggio 1576.
160. Giuliano de’ Ricci, Cronaca (1532-1606), a cura di A. Sapori, Ricciardi, Milano-Napoli 1972, pp. 197-8.
161. Lettera del nunzio di Firenze al cardinal di Como (Tolomeo Gallio): asv, Segr. Stato, Firenze, 4, c. 402v, 17 luglio 1576.
162. Su Francesco de’ Medici cfr. G. Benzoni, Francesco i de’ Medici, in dbi, vol. 49, pp. 797-804.
163. Cfr. F. Diaz, Il Granducato di Toscana. I Medici, utet, Torino 1987, pp. 231-2. Sulla congiura cfr. J. Boutier, Trois conjurations italiennes: Florence (1575), Parme (1611), Genes (1628), “Mélanges de l’École française de Rome”, 108 (1996), pp. 319-75.
164. B. Arditi, Diario di Firenze, cit., p. 91.
165. Ivi, pp. 116-7.
166. Ivi, p. 117.
167. Ivi, p. 118.
168. Ivi, pp. 164-5.
169. Sulle questioni di precedenza cfr. M. A.Visceglia, Conflitti di precedenza alla corte di Roma tra Cinquecento e Seicento, in La città rituale, cit., pp. 119-90. Per il conflitto tra Medici ed Estensi cfr. G. Mondaini, La questione di precedenza tra il duca Cosimo i e Alfonso d’Este, Ricci, Firenze 1898.
170. «La signora donna Isabella poi fu strangolata dal mezzo giorno avendola mandata a chiamare il signor Paolo che era, la povera signora, nel letto. E così subito si levò e postasi una roba attorno, ché era una camicia, andò a la camera di detto signor Paolo passando per una sala dove era un suo prete chiamato Elicona e certi altri suoi servitori; dicono che se gli voltò e strentasi nelle spalle, immaginandosi forse quello che aveva ad esser di lei. Et così se ne andò nella camera. Morgante ch’era anch’egli quivi, gli tenea dietro et una sua donna, et il signor Paolo li cacciò via e serrò la porta della camera con gran furia. Era nascosto sotto il letto il cavalier Massimo di croce bianca romano, il quale aiutò a far morire detta signora. Né stette più d’un terzo d’ora serrato in detta camera che il signor Paolo chiamò una sua donna chiamata madonna Leonora dicendo che portasse aceto ché alla signora era venuto svenimento. Et entrata che fu dentro la donna, dreto la quale era anche Morgante, vide la povera signora appoggiata al letto in terra et spinta dall’amore che le portava disse: “Ah! Se l’havete morta! Che bisogno avete d’aceto o d’altro?” Il signor Paolo la minacciò e disse che tacesse ché l’ammazzerebbe». La lettera proveniente dall’Archivio di Stato di Modena, Cancell. ducale, Dispp. da Firenze, è pubblicata da Cantagalli, in B. Arditi, Diario di Firenze, cit., p. 110.
171. D. Moreni, Pompe funebri celebrate nell’imperial e real basilica di San Lorenzo dal secolo xiii a tutto il regno mediceo, Magheri stamperia, Firenze 1827, pp. 137-8.