I commissari generali
dell’esercito pontificio
tra Cinquecento e Seicento*


di Giampiero Brunelli

 

La storiografia ha già puntato l’attenzione sulla figura del commissario generale dell’esercito pontificio. La definizione delle competenze di questi ufficiali – incaricati dalla prima metà del Quattrocento della gestione logistica delle forze armate e talvolta addirittura della guida delle operazioni belliche – appariva a Paolo Prodi come «un esempio dell’importanza e della modernità dei nuovi moduli organizzativi»1 sperimentati dal papato nell’organizzazione militare dello Stato della Chiesa. L’impressione, dopo alcuni altri sondaggi nelle fonti, si è consolidata: infatti, nell’ambito di un seminario del 2001 promosso dall’Archivio di Stato di Roma su Le armi del sovrano, tra Quattro e Seicento è sembrato «che le responsabilità di questa magistratura – cioè dei commissari – abbiano subito, al pari delle strutture militari vere e proprie, un’evidente metamorfosi in senso “moderno”»2.
Attribuire un carattere di “modernità” alla figura del commissario di eserciti è giudizio storiografico non nuovo, che si può far risalire alle riflessioni di Otto Hintze su esercito e Stato in Europa. Già in occasione della conferenza Staatverfassung und Heerverfassung, tenuta a Dresda nel febbraio 1906, il fatto che commissari nominati direttamente dal sovrano prendessero il controllo degli eserciti “mercenari” (cioè arruolati attraverso contratti con imprenditori militari) appariva a Hintze come indizio della progressiva statalizzazione delle forze armate. E più in generale, nel successivo saggio Der Commissarius und seine Bedeutung in der allgemeinen Verwaltungsgeschichte (1910), Hintze rileggeva gli istituti commissariali – fra cui ovviamente i commissari di guerra – in un ampio contesto di storia comparata dell’amministrazione tra Quattro e Settecento, ponendoli «al centro delle grandi riforme monarchiche che hanno creato lo Stato moderno»3. Allo stato degli studi, la storiografia esita a definire in termini così netti i processi di trasformazione delle strutture statuali tra Quattro e Seicento e, se ricorda il rafforzamento degli apparati dell’amministrazione e l’aumento degli interventi del sovrano, essa mette anche in luce il variegato universo delle coeve pratiche politiche “non assolutistiche”. Per questo, non sembra ancora utile limitare le indagini alla ricerca dei tratti “moderni” mostrati da questi ufficiali. Invece, un ritorno alle fonti – come per il caso degli “intendenti” in Francia auspicava Roland Mousnier nel saggio État et Commissaire4 – può offrire un più efficace contributo.
La presente indagine prende in esame la figura del commissario dell’esercito pontificio in un arco cronologico estremamente significativo: i decenni tra Cinque e Seicento. In questo periodo si susseguirono diverse iniziative militari: la spedizione in Francia del 1591 in aiuto alla Lega cattolica, le tre campagne contro il Turco in Ungheria e in Croazia del 1595, 1597, 1601, le mobilitazioni per la devoluzione di Ferrara (1597-98) e per l’Interdetto di Venezia (1606-07). Poiché ognuno di questi consistenti movimenti di truppe pontificie vide i commissari generali impiegati sul campo, sarà possibile verificare come essi svolgessero concretamente le loro attività. In più, sarà acquisito qualche elemento per valutare la carica di commissario degli eserciti nella
prospettiva delle carriere in corte di Roma.

In una cultura politica e giuridica che non faceva distinzione tra amministrazione ed esercizio della giurisdizione, che non teorizzò se non a partire dal Settecento una scienza e una tecnica amministrativa5, i compiti del commissario dell’esercito sono invece esplicitamente definiti dalle fonti come esecutivi. Nel Quattrocento gli era assegnata – «in hiis, que ad dicti exercitus expeditionem ac nostrum et prelibate Ecclesie statum spectant»6 – piena facoltà di prendere le decisioni opportune alle diverse circostanze e di curarne l’esecuzione (cioè le facoltà «pro rerum exigencia consulendi, deliberandi, concludendi et exequendi, ac exequi faciendi»)7. I poteri erano in qualche caso ancora più estesi: il breve di nomina, oltre ad assegnare al commissario il compito di mantenere le comunicazioni tra il pontefice e l’esercito, poteva addirittura dargli piena autorità di guidare le operazioni, compresa l’eventualità di concludere tregue con il nemico8. La valenza politico-diplomatica dell’incarico ebbe modo di emergere distintamente durante la lunga stagione delle guerre d’Italia, nella prima metà del Cinquecento. Il commissario generale dei soldati della Chiesa – come rilevò Francesco Guicciardini – era ben diverso da chi ricopriva un incarico simile negli eserciti degli altri Stati italiani. Questi poteva «parere grande negli occhi di ognuno, ma non supremo»; il commissario generale pontificio, invece

trovandosi con tutta la autorità in mano di sì grande principe come era uno papa, capo sempre e principale delle leghe in eserciti grossissimi, e dove erano tutti e’ grandi capitani e signori di Italia, tanti gentiluomini, tanta nobilità; dove avendo grandissima occasione di fare utilità e riputazione a molti, era non solo onorato ma quasi adorato. Infiniti erano e’ concorsi, gli spacci, le faccende, le lettere delli imbasciadori […] che gli venivano.
Il titolo appariva quasi inadeguato alle funzioni svolte: più opportuno che fosse chiamato «luogotenente, che non è altro che dire di essere el medesimo che el papa»9. Il profilo della carica, in queste pagine della Oratio accusatoria, non è esagerato: già nel 1521, come scrisse nella sua Storia d’Italia, Guicciardini era stato commissario generale con «potestà suprema di comandare a tutte le genti della Chiesa […], sopra il consueto de’ commissari» e nel 1526 aveva assunto il titolo di luogotenente generale di Clemente vii «nello esercito e in tutto lo stato della Chiesa, con pienissima e quasi assoluta potestà»10. Poteri amplissimi di governo all’interno dello Stato ecclesiastico aveva avuto anche Bartolomeo Camerario, che nell’ottobre 1556 insieme alla carica di commissario generale dell’esercito aveva avuto quella di prefetto dell’Annona11. Questo vertice non fu più raggiunto dai commissari generali dell’esercito pontificio. Dopo la fine delle guerre d’Italia, si aprì una fase diversa nella politica militare di Roma, che limitò gli impieghi degli eserciti arruolati sotto lo stendardo con le chiavi di san Pietro alle ipotesi di guerra ai nemici della Chiesa, cioè innanzi tutto a “infedeli” ed “heretici”; nel contempo, i pontefici affidarono a consanguinei la direzione delle forze armate e non di rado anche il comando generale di eserciti inviati in campagna12. I compiti dei commissari vennero ridefiniti: certo, tra Cinque e Seicento, i brevi di nomina ancora ricordavano i tratti consuetudinari della carica; ai commissari generali nominati «secundum morem huius Sanctae Sedis Apostolicae»13, venivano conferite tutte le facoltà, le competenze giurisdizionali, l’autorità, tutti gli onori e oneri «quibus alij quicumque similes commissarij, de iure vel consuetudine, hactenus usi sunt»14. Ma i compiti del commissario – che ancora alla battaglia di Lepanto era stato visto non rifiutare il combattimento15 – apparivano ora limitati alla direzione dei servizi logistici e alla supervisione delle operazioni di pagamento delle truppe. In particolare, sue competenze precipue erano curare il vettovagliamento e l’acquartieramento delle truppe, passarle periodicamente in rassegna rimpiazzando caduti, dispersi e disertori con nuovi arruolati, provvedere al regolare finanziamento dell’esercito e al pagamento del soldo. Gli veniva inoltre data autorità di punire, di concerto con il capitano generale, i soldati che avessero violato gli obblighi della disciplina militare e si precisava che egli era, nella linea di comando, secondo solo allo stesso capitano generale. Un’ulteriore innovazione fu introdotta con la consegna ai commissari in partenza di istruzioni da parte della Segreteria pontificia o da parte della Tesoreria, che spiegavano ai nuovi nominati le funzioni proprie dell’incarico e gli aspetti tecnici delle operazioni di pagamento delle truppe. Il commissario le studiava attentamente, talvolta esaminandone i dettagli appena partito da Roma e comunicando subito le sue valutazioni su quanto ordinatogli16.
Attraverso tali istruzioni è possibile verificare l’organizzazione dei compiti dei commissari. Sono noti i problemi per le dotazioni, per gli approvvigionamenti, per gli alloggiamenti degli eserciti dell’età moderna, privi di organici servizi di logistica17. Anche nell’esercito dello Stato ecclesiastico, tutti i contingenti arruolati dovevano essere costantemente provvisti di armi, viveri e materiali con il ricorso a forniture esterne, da contrattare volta per volta. Al commissario era innanzi tutto disposto che ai soldati fosse garantito un articolato complesso di beni e servizi: alloggi, stalle, carriaggi per il trasporto, viveri di prima necessità, strame per i cavalli. Il tutto doveva essere fornito sia durante il viaggio verso i teatri di guerra, che durante la campagna vera e propria. Il viaggio attraverso lo Stato della Chiesa dava al commissario poteri su podestà e governatori di città e terre. Egli stendeva degli «Ordini da esseguirsi nel transito dell’essercito»18 che, firmati dal generale di Santa Chiesa, sarebbero poi stati pubblicati nelle località programmate per il viaggio di trasferimento. Le comunità dovevano far «provisione di stanze, letti, strame, stalle, et altri utensili necessarij, cioè olio, aceto, sale, fuoco, et lume gratis», garantire un carriaggio ogni venticinque soldati, far «elettione a sufficienza di persone atte, et sensate, che di tempo in tempo, assistano al ricevimento et ripartimento della detta soldatesca perché non segua scandalo». I prezzi delle forniture alimentari (pane, vino, semola di grano, carne di agnello, castrato o manzo, formaggio, uova crude e cotte) dovevano poi essere calmierati, «non dovendosi attendere il corrente all’hosteria, ma quello che corre tra cittadini nel comprar le robbe all’ingrosso». Anzi, i prezzi potevano essere prestabiliti da Roma: se ne dava notizia facendo stampare nelle diverse località i Prezzi delle Robbe (insieme ai Prezzi delle monete) di cui si è trovata minuta nel carteggio del Tesoriere generale della Camera apostolica19.
Proseguendo il trasferimento fuori dai confini dello Stato ecclesiastico, il commissario doveva assegnare i quartieri per le truppe verificandone la disponibilità attraverso continui contatti con i governi locali dei territori attraversati; riguardo poi agli approvvigionamenti di viveri e materiali, aveva due alternative: nel primo caso gli si ordinava di provvedere egli stesso (con i suoi collaboratori) all’acquisto, al trasporto e allo stoccaggio delle merci necessarie. Egli doveva così prendere informazioni «dalli pratichi del paese» sulle risorse disponibili sul posto e ricorrere alla mediazione dei mercanti che si ammassavano intorno agli eserciti: un’istruzione raccomandava addirittura di «trattarli humanamente et […] accarezzarli quanto più si può» ed inoltre di «pagarli largamente et non defraudarli di cosa alcuna»20. Oppure, per evitare onerosi esborsi alla Camera apostolica, si dava ordine al commissario di far acquistare le “provisioni” direttamente dai soldati, se possibile a prezzi concordati: il commissario doveva assicurare che «li soldati trovino a comprar quello che bisognarà loro senza alterazione di prezzi, et con più vantaggio che sia possibile»21. In ogni caso, suo compito precipuo era vigilare che i soldati non prendessero con la forza ciò di cui non fossero provvisti: ne sarebbero scaturiti contrasti con le popolazioni, pericolosi per le sorti della stessa campagna militare22. Quanto alle armi, era compito del commissario consegnarle ai soldati, che le avrebbero pagate con quote del proprio stipendio.
Un’altra pressante incombenza era quella di garantire il regolare afflusso del denaro all’esercito, pronto a sbandarsi alle prime avvisaglie di difficoltà finanziarie. Non potendo infatti la Camera apostolica provvedere, con i propri mezzi, al pagamento dei soldati inviati in campagna a grandi distanze, si ricorreva alla mediazione di banchieri che facevano arrivare le somme di danaro necessarie nelle piazze più facilmente raggiungibili dai teatri delle operazioni. Ad esempio, gli Spinola, provvidero in Anversa nel dicembre 1592 ai pagamenti dell’esercito inviato in Francia a condizioni vantaggiose, pretendendo solo l’1% di commissione dalla Camera apostolica; per la seconda spedizione contro il Turco del 1597 le lettere di cambio per le piazze di Vienna e Norimberga furono garantite da Filippo Guicciardini e da Lorenzo Cavalcanti; ancora Filippo Guicciardini e Alessandro Ruspoli diedero quasi 200.000 scudi per l’esercito inviato in Croazia nel 160123. Nelle trattative con questi intermediari, potevano insorgere delle difficoltà, come l’improvviso aumento delle commissioni e degli interessi richiesti alla Camera apostolica o l’eventualità di un cambio sfavorevole, o in moneta poco gradita ai soldati. In ogni caso, nelle istruzioni si raccomandava ai commissari di non «tralasciare il riscuotere, quando portasse pericolo di mancamento per la non riscossione»24. I soldati potevano ammutinarsi o disertare alle prime notizie di difficoltà finanziarie.
Nella materia dei pagamenti il commissario soprintendeva a una procedura complessa, che imponeva una precisa giustificazione di ogni uscita e prevedeva la compilazione di registri contabili da consegnare ai notai della Camera apostolica, previo giuramento nelle mani del camerlengo o del chierico decano. Allegate ai conti, dovevano essere presentate anche copie delle relative giustificazioni di spesa, preferibilmente in originale25. Il commissario era altresì il vertice di un articolato apparato di ufficiali preposti a queste operazioni: il collaterale, il pagatore, il computista, il rincontro, che ricevevano anch’essi in partenza da Roma istruzioni da parte del tesoriere generale della Camera apostolica26. Al collaterale spettava il compito di compilare i ruoli della soldatesca, registrandovi ogni soldato, al pagatore di assistere alle operazioni di paga, ricevendo dal commissario il denaro e distribuendolo secondo il ruolo compilato; il computista doveva invece tenere nota di ogni spesa effettuata per le paghe dell’esercito, defalcando i denari per le prestanze (cioè gli anticipi dati ai soldati al momento dell’arruolamento), per le munizioni e per le vettovaglie; il rincontro, infine, garantiva lo svolgimento delle pratiche secondo le procedure richieste dalla Camera, registrando ogni tipo di uscita e allegando le rispettive giustificazioni, insieme alla nota dei beneficiari delle spese. Coadiuvato da questi ufficiali, il commissario ordinava periodiche rassegne per contare e pagare i soldati. A queste “mostre” le istruzioni raccomandavano che il commissario «doverà sempre sforzare di trovarcisi»27: suo principale obiettivo, infatti, era quello di scongiurare frodi e malversazioni da parte di soldati, ufficiali e persino dei funzionari del pagamento sopra menzionati, «perché anchor essi alla volte ne partecipano per connivenza et corruttela»28. Le frodi più comuni erano quelle perpetrate dai soldati che ricevevano lo stipendio al momento della rassegna, ma che non prestavano effettivamente servizio (i cosiddetti “passatori”) e quelle dei capitani che si sostituivano ai soldati nella riscossione delle paghe o che ricevevano forniture e approvvigionamenti per soldati assenti. Per evitare che si verificassero disordini e abusi – che avvenivano del resto in tutti gli eserciti europei29 –, si davano al commissario istruzioni analitiche: gli si consegnava la nota degli stipendi da pagare, un elenco dei funzionari del pagamento, con la definizione delle rispettive mansioni, qualche avvertenza su come tenere in ordine i registri contabili, dovendo il commissario ben conoscere «le difficoltà che si sogliono havere nelli conti che si danno in Camera»30. Al termine della missione, infatti, come accennato, era suo compito depositare i registri nella Camera apostolica e giurare che essi corrispondevano a verità; essi sarebbero stati verificati dai chierici di camera e il commissario – o addirittura i suoi eredi – ne sarebbe stato giuridicamente responsabile. Alcuni esempi di tali conti sottoposti a revisione sono i registri conservati nell’Archivio di Stato di Roma nel fondo Soldatesche e Galere, Conti Straordinari31. La procedura prevedeva che dopo il deposito e il giuramento dei registri di conti venisse redatto uno strumento notarile che certificava l’avvenuta consegna e la nomina dei chierici deputati alla revisione32. Monsignor presidente della Camera apostolica e il protesoriere generale erano i primi a esaminare sommariamente il conto del commissario. Le osservazioni che ne scaturivano venivano comunicate ai chierici incaricati del procedimento, talvolta in forma di “avvertimenti” scritti che venivano allegati al fascicolo: è questo il caso della revisione dei conti della spedizione in Croazia del 1601, di cui si conoscono i dettagli. I chierici dovevano innanzi tutto esaminare il breve di nomina del commissario e l’istruzione che gli era stata consegnata, verificando che avesse correttamente usato le sue facoltà; poi dovevano esaminare il registro dei conti delle somme erogate dai mediatori finanziari per conto della Camera apostolica; infine, per ognuno dei capitoli di spesa sarebbero state verificate le ricevute e giustificazioni prodotte dai responsabili delle operazioni di pagamento: il pagatore e il provveditore dell’esercito, il computista e il rincontro. Per «le elemosine date, e per soventioni ad alcuni poveri soldati bisognosi» sarebbe bastata «qualche giustificatione». Compito del computista della Camera apostolica sarebbe stato confrontare le cifre: i chierici deputati avrebbero siglato ogni conto verificato con la sigla «admittatur» e avrebbero invece apposto la dicitura «visa» alle indicazioni di spesa in attesa di piena giustificazione. Quanto alle somme spese dal commissario «per l’aiuto di costa», cioè a titolo di donativo, si sarebbe dovuta verificare l’istruzione e fare riferimento a «quel che si è fatto con li suoi antecessori». I chierici deputati dovevano poi verificare i cambi da scudo d’oro in oro a scudo di moneta e da scudo romano a moneta in altre divise. I «pagamenti fatti a diversi di somma grossa senza esprimere la causa», se non giustificati, sarebbero rimasti in credito della Camera apostolica, al pari degli ingenti aumenti di commissione (talvolta fino al 7%) che i mediatori potevano chiedere per trasferire sul teatro di guerra le partite di denaro necessarie33. Interventi diretti del «sovrano pontefice» potevano giungere a mitigare l’asprezza di questa rigorosa procedura: con un chirografo papale, in esplicita deroga alle regole della Camera apostolica, somme non giustificate potevano essere ammesse o elargite al commissario retrospettivamente «per aiuto di costa et donativo che ci contentiamo di farli»34.
Dal deposito dei conti in Camera apostolica talvolta scaturivano lunghi contenziosi, anche se non formalizzati in procedure giudiziarie. Durante la spedizione del 1591-92 contro Enrico di Navarra, nella Camera apostolica fu redatto un Conto del grave scapito che la Reverenda Camera ha fatto per le soldatesche mandate in Francia35. Il commissario generale (in quell’occasione l’arcivescovo Gerolamo Matteucci), al suo ritorno, produsse una Revisione dei conti compilata da un suo sotto-commissario allo scopo di dare spiegazione delle irregolarità emerse. Furono così analiticamente individuati errori di calcolo, elencati gli incrementi di spesa per viveri e munizioni, illustrate le spese straordinarie, compresi numerosi donativi alla soldatesca. Chi redasse tale Revisione conosceva bene i conti della precedente spedizione in Francia, quella del 1569 sotto Pio v, e fu pronto a ricordare che allora gli usi camerali erano stati particolarmente favorevoli alla gestione del commissario generale, il vescovo di Fermo Lorenzo Lenzi. Da un analitico confronto con il «Libro de’ conti di quel tempo», le spese giustificate al Lenzi apparivano, infatti, «senza comparatione maggiori»36.

Questo sommario esame delle funzioni del commissario lascia facilmente intuire l’onerosità dell’incarico. I carteggi dei commissari con la Segreteria pontificia a Roma tra Cinque e Seicento ne danno numerose testimonianze37: sarà sufficiente ricordare due casi esemplari. In occasione della già ricordata spedizione in Francia nel 1591, fu arruolato un contingente di 6.000 soldati svizzeri, affiancato da 2.000 soldati italiani, sudditi pontifici, milanesi, napoletani. Il commissario generale, il già citato arcivescovo Matteucci, programmò dapprima alloggiamenti e approvvigionamenti necessari al viaggio di trasferimento verso Milano, luogo destinato per il concentramento del corpo di spedizione e per la prima rassegna generale; qui si fermò due mesi, inviando suoi sotto-commissari in Piemonte, Savoia e Borgogna per pianificare le tappe del passaggio in Francia. Durante le tappe del successivo viaggio, il commissario generale provvide a tutte le forniture necessarie: «munizioni da vivere, polvere, miccio, piombo, e scarpe, comodità di carri, compra de carri per le munitioni da vivere, e da guerra»38. Non esitò a procurarsi grano e a far produrre direttamente sul campo farina e pane. Poiché si trattava di materiali per circa 8.000 uomini in cammino dall’Italia e dalla Svizzera in Francia, sembrerebbe un’importante prova della capacità esecutiva dell’amministrazione militare pontificia. Invece l’iniziativa si rivelò poco efficace: gli approvvigionamenti ingoiarono gran parte del denaro stanziato dalla Camera apostolica (comprese le paghe di ufficiali e truppa) e per mesi non fu possibile né indire una rassegna generale né erogare stipendi. Matteucci tentò di giustificarsi protestando «che in Camera si considera semplicemente la spesa della soldatesca [...] senza intrare oltre a pensare che le monitioni del vivere che continuamente è convenuto di fare, et tuttavia seguitano, la compra dell’armi, portatura di esse, bagagli, corrieri, ponti, spie, et altro ascendono a maggior somma che non si crede»39. Ma il tesoriere generale Bartolomeo Cesi, da Roma, continuò a chiedere conto delle procedure adottate, che peraltro si stavano rivelando del tutto inefficaci. Infatti, nonostante il montare delle proteste, il commissario poté fornire all’esercito solo approvvigionamenti e sporadicamente «un poco di denari»40. A nulla valse che il commissario cercasse «di conservarsi per amici li Capitani, convitandoli spesso et prestandoli di denari et molte altre sorte di cortesie»41. Giunti ormai nel teatro delle operazioni (in Lorena), si susseguirono minacce di ammutinamento. In più, quando giunse notizia della morte di papa Gregorio xiv, alcuni ufficiali diffusero voci secondo le quali «la giurisdittione del Commissario [era] cessata» e – a testimonianza di una diffusa sensibilità per i tratti peculiari della costituzione politica della monarchia pontificia – si doveva «nell’essercito ancora indurre sede vacante»42. Spettò al Matteucci il compito di spegnere il malcontento dei contingenti italiani. Gli svizzeri, d’altro canto, non volendo essere rassegnati «conforme al solito della S.ta Sede Apostolica, ma secondo il loro costume», per ottenere lo scopo non esitarono a impugnare le alabarde contro il commissario e gli ufficiali del pagamento43. In questo clima non stupisce che il commissario non potesse inviare a Roma conti «chiari, e distinti» come gli comandava il tesoriere Cesi44.
Più sicuro l’operato del commissario generale nella spedizione in Croazia del 1601, Giacomo Serra45. Egli si occupò dapprima del trasferimento del contingente sul terreno delle operazioni. In circa due mesi (luglio-agosto 1601), circa novemila uomini attraversarono l’Adriatico da Ancona a Fiume e Buccari, per essere poi concentrati a Zagabria. I soldati ricevettero allo sbarco le armi e in un secondo momento le armature, fatte trasportare in centinaia di casse fino a Zagabria. Alla rassegna generale di metà agosto, il commissario contò 8.324 soldati presenti e fece loro pagare due paghe, escluse le somme già consegnate come “soccorsi” (cioè come donativi dati in anticipo sulle paghe) durante il tragitto. Quindi, curò che a Gratz fossero presenti le somme per le paghe dei mesi successivi, prendendo contatti con intermediari; e dispose affinché queste somme fossero di volta in volta trasferite al campo. Ebbe comunque difficoltà a «dar relatione di come si resti il credito della Camera», cioè di quanto del denaro stanziato fosse ancora disponibile: assicurò soltanto «che ogni minima spesa si fa sempre con saputa di Sua Eccellenza»46, cioè del comandante in capo, il generale Giovan Francesco Aldobrandini, nipote di Clemente viii. Per quanto riguardava i viveri, Serra poté contare sulle scorte trasportate fino al teatro delle operazioni e sul fatto che «concorr[evano] molti vivandieri che ten[evano] abondante il campo»47, seppure a prezzi alti. Entrando le operazioni militari nel vivo, con l’assedio di Kanisza, Serra continuò a informare il cardinal nipote «circa li bisogni della gente»48, ma aggiunse molti dettagli sulle iniziative belliche e in generale sulla condotta del conflitto, che gli appariva molto fiacca. A questo punto gli fu data disposizione di scrivere «delle cose della guerra et pubbliche» al cardinale Cinzio Passeri Aldobrandini, cui nella Segreteria pontificia erano assegnate le questioni relative all’area tedesca, e al cardinale Pietro, sovrintendente dello Stato ecclesiastico, «di quello che tocca al servitio nostro et alla soldatesca»49. Serra, ben consapevole del primato in corte di Roma del cardinale Pietro (e forse dei non buoni rapporti fra i due nipoti)50, continuò nondimeno a scrivere a entrambi riguardo allo svolgimento della guerra delle operazioni e aggiunse solo al cardinale sovrintendente i particolari tecnici sul governo dell’esercito51. Terminata la campagna con poco successo, il commissario si impegnò anche nel programmare il tragitto di ritorno per i superstiti della campagna e prima di partire lasciò un ospedale per 400 feriti giudicati non trasportabili52.
Gli sforzi dei commissari nel campo della logistica e dell’amministrazione non esaurivano la loro attività. Serra, come accennato, scriveva largamente sulla condotta della guerra al Turco, denunciando ripetutamente la scarsa organizzazione dall’esercito dell’arciduca Ferdinando e i ritardi nell’affrontare il Turco. Matteucci, qualche anno prima era stato al centro di una vicenda diplomatica ancora più complessa. È noto come l’atteggiamento della Santa Sede verso la questione francese negli anni Novanta del Cinquecento mutasse radicalmente con l’elezione di Clemente viii (il 30 gennaio 1592): dopo un primo appoggio alle ingerenze spagnole nella fase finale delle guerre civili francesi (durante i brevi pontificati di Gregorio xiv e Innocenzo ix), sembrava più proficua una più cauta posizione. Al commissario generale Matteucci, che allora si trovava in Francia, fu comunicato con estrema chiarezza il nuovo orizzonte politico-diplomatico nel quale collocare le iniziative militari di Roma:

Il desiderio di S. B.ne – gli scriveva il capo della Segreteria pontificia Giovan Andrea Caligari – sarebbe che si fornesse [= finisse] la guerra, et si venisse ad elettione d’un Re cattolico et christianissimo e mettesse una volta in pace e tranquillità il Regno di Francia. Et se i fini de Spagnoli non sono simili a questo, non si deve concorrere con loro a desertare il Regno et la religione cattolica in quello, né prestare occasione che col braccio et nome di questa Santa Sede pervengano a fini non laudabili, né convenienti per nostra Santa fede cattolica53.

Toccò a Matteucci il compito di temporeggiare, limitando l’impegno di truppe pontificie nelle ultime fasi delle guerre civili francesi e addossandosene la responsabilità di fronte ai capi della fazione dei Ligueurs54. Di fronte a questo episodio non stupisce che un antico studio sulla rappresentanza pontificia avesse concluso che «le commissaire des armées représentait le Souverain Pontife au même titre qu’un nonce»55. In realtà, la rete delle nunziature alla fine del Cinquecento era sufficientemente solida e non necessitava di occasionali supplenti nella funzione diplomatica. Anzi, quando occorreva, la Segreteria pontificia era pronta a ricordare che nunzi e legati erano i primi rappresentanti della Santa Sede e che i commissari dovevano prestare loro obbedienza56. Nondimeno, la contiguità della figura del commissario generale a quella del nunzio appare incontestabile se si guarda da vicino allo sviluppo delle rispettive carriere.

La carica di commissario degli eserciti, tra Cinque e Seicento, era destinata a ecclesiastici, al pari pressoché di tutte le principali responsabilità di governo. Laici come Francesco Guicciardini e Bartolomeo Camerario, proprio perché il commissario doveva avere familiarità con le materie economiche e finanziarie, furono ancora impiegati in servizio come commissari negli eserciti del Seicento: lo dimostra il caso di un altro fiorentino, Giovan Francesco Sacchetti, inviato in Valtellina nell’ottobre 162357. Ma si tratta di un’eccezione, se consideriamo l’arco cronologico 1569-1644, cioè il picco della politica militare del papato moderno. Di norma, il commissario era un prelato, cui i brevi di nomina assegnavano estese facoltà spirituali, come quella di assolvere nei casi riservati, di commutare voti, di ribenedire chiese sconsacrate58. E più in particolare, quello di commissario generale dell’esercito era un incarico destinato al personale della curia romana addestrato ai compiti di governo da un curriculum ormai pressoché uniforme. Lo dimostra l’analisi prosopografica dei sei commissari in servizio sotto Clemente viii (Girolamo Matteucci, Giannettino – o Giovan Battista – Doria, Innocenzo Malvasia, Buonviso Buonvisi, Attillio Amalteo, Giacomo Serra)59.
Tutti avevano compiuto studi in utroque iure (cioè in diritto civile e canonico): Amalteo a Padova, Doria addirittura in Spagna, Malvasia a Bologna. Serra avanzò tanto nella formazione giuridica da conseguire il titolo di magister. Tre di loro avevano acquistato come primo ufficio quello di chierico della Camera apostolica, che si comperava per l’ingente somma di 42.000 scudi d’oro. I chierici di Camera erano affiancati al camerlengo per coadiuvarlo nel disbrigo degli affari della Camera apostolica, concernenti i diritti e gli interessi del tesoro pontificio e il governo delle temporalità della Chiesa romana; giudicavano, «anche sommariamente, le cause in cui la Camera, o i suoi componenti, intervenivano per esigere denari, cose e beni spettanti alla Camera o ad essa pertinenti sia direttamente che indirettamente»60. Possedevano però sola giurisdizione collegiale, mentre non avevano facoltà di «concedere licenze, grazie ed indulti di cose spirituali in forma graziosa o commissaria»61. Da questo personale venivano tratti gli ufficiali del governo dello Stato della Chiesa: i chierici di Camera presiedevano le due prefetture dell’Annona e della Grascia e le presidenze delle Strade, delle Ripe, delle Carceri, delle Zecche; essi visitavano talvolta i governi periferici e accedevano di norma al grado di governatore delle città e terre dello Stato ecclesiastico. Cinque dei sei commissari dell’esercito menzionati erano poi stati referendari delle due segnature (di Grazia e di Giustizia), cioè gli ufficiali relatori del tribunale della Santa Sede cui venivano rivolte le domande di grazia o i ricorsi di giustizia in ultima istanza. Era una carica di grande importanza, poiché «rappresentava comunemente il primo passo nella carriera “meritocratica” (ossia non basata sull’acquisto di cariche venali) degli uffici della corte di Roma»62.
Al momento della loro nomina a commissari, alcuni avevano altresì ricoperto incarichi di governo nello Stato ecclesiastico: Buonvisi si era impegnato nel governo di Viterbo e del Patrimonio di San Pietro; Malvasia aveva compiuto ispezioni come chierico di Camera in Umbria (nel 1587) ed era stato designato governatore di Spoleto da Clemente viii nel giugno 1592, poco prima della nomina a commissario; Matteucci era stato governatore di Roma (e addirittura nunzio a Venezia). Doria era stato destinato al governo di Todi, ma non era entrato in carica proprio perché chiamato all’incarico di commissario presso l’esercito in Ungheria. Ai governatori, come è noto, erano assegnate non solo la funzione giurisdizionale in campo sia civile che penale, ma anche importanti compiti prettamente esecutivi63: il controllo del prelievo fiscale sul territorio (di norma effettuato da appaltatori), la direzione degli uffici di Abbondanza e Grascia, deputati al censimento e allo stoccaggio delle scorte di cereali da utilizzare durante le cattive annate. Erano tutte materie che, in altra forma e in altre proporzioni, si ripresentavano durante il governo di un esercito inviato in campagna.
Il grado di commissario generale dell’esercito, dunque, rientrava piuttosto agevolmente nel cursus honorum di chi accedeva a incarichi politico-amministrativi e giudiziari nello Stato della Chiesa. La storiografia ci ha mostrato che l’estrazione sociale di questi ufficiali della corte di Roma corrispondeva al patriziato urbano centro-settentrionale e talvolta, più in particolare, proprio con famiglie attive nelle professioni economiche e finanziarie64. Per restare ai casi presi in esame, Buonvisi proveniva da una famiglia di banchieri e grandi mercanti lucchesi, Serra da un lignaggio genovese. Matteucci proveniva da un piccolo lignaggio nobile di Fermo, particolarmente versato nelle carriere militari, mentre Doria proveniva da famiglia di alta nobiltà. Il solo Amalteo discendeva da una famiglia di uomini di lettere e aveva compiuto i primi passi in curia protetto dallo zio Giovanni Battista, segretario di Carlo Borromeo. Poi, dopo aver accompagnato nella legazione di Polonia il futuro Clemente viii (fra il 1588 e il 1589), era entrato a pieno titolo nella cerchia dei curiali più vicini a casa Aldobrandini e per la nomina a commissario aveva avuto l’appoggio del tesoriere generale Bartolomeo Cesi65.
Il caso dell’Amalteo, che da studi umanistici e teologici era pervenuto ad alti incarichi di governo grazie ai legami clientelari, non è ovviamente isolato. Nonostante la considerazione in cui erano tenuti i percorsi formativi e le esperienze dei candidati all’incarico di commissario – nel breve indirizzato a Gerolamo Matteucci le sue precedenti esperienze erano esplicitamente citate come titolo di merito66 – l’effettivo reclutamento avveniva, non stupisce, in un contesto dominato dalle relazioni clientelari. Le fonti sono a riguardo talvolta molto esplicite. Per l’incarico di commissario generale per la spedizione in Ungheria del 1597 era stato scelto in un primo momento l’amerino Fantino Petrignani, anziano, ma «prelato molto noto nella corte et molto ricco»67. Caduto questi ammalato, si impose il problema di scegliere un sostituto. Dopo qualche incertezza, il cardinale Pietro Aldobrandini scelse Buonviso Buonvisi. Nonostante, come già anticipato, fosse referendario di entrambe le Segnature e chierico di Camera, nonostante avesse già ricoperto l’incarico di governatore (di Viterbo), non sembrava particolarmente adatto all’incarico «per esser huomo che mostra più tosto il ritirato che altro». Così, a guadagnargli la nomina fu non solo l’apparire «gentilhuomo nobile, ricco et honorato», ma soprattutto l’esser considerato «amico mio particolare» dal cardinal nipote Pietro Aldobrandini68. Ne fu rafforzato il rapporto tra la famiglia di Clemente viii e quella dei banchieri lucchesi: quando pochi anni dopo si cercavano finanziamenti per l’esercito mobilitato contro Cesare d’Este, Antonio Buonvisi ricordò che era «sì grande l’obligo et la devotione che Mons.re mio fratello et io con tutta la casa nostra teniamo al servitio di N. S.re che procureremmo sempre d’impiegarci con ogni affetto in tutto quello che concernesse il servitio della Santità Sua»69.
Insomma, anche nel caso dei commissari, la corte romana si rivela spazio complesso, nel quale le logiche della macchina burocratica pontificia convivono con una cultura fondata sulle relazioni informali, sulla fedeltà e sull’“amicizia”70. Questo dato si coglie anche se si guarda all’evoluzione delle carriere dei commissari dell’esercito e in particolare al raggiungimento della porpora cardinalizia che, secondo la storiografia, fu sempre più spesso in età moderna assegnata a fedeli personaggi della burocrazia e del governo71. Rimasto isolato l’esempio di un commissario addirittura pervenuto al soglio pontificio – si tratta di Giovan Angelo Medici (futuro Pio iv) commissario nella spedizione in Germania contro i protestanti del 154672 –, giungono al cardinalato solo tre dei sei commissari in servizio sotto Clemente viii, solo tre degli undici commissari impiegati in spedizioni militari pontificie negli anni dal 1569 al 1644. Un rapido confronto tra le diverse vicende dei commissari mette bene in evidenza, ancora una volta, le peculiarità del contesto romano.
La carriera di coloro che non riuscirono ad avere la berretta cardinalizia appare in linea con le traiettorie del personale di governo dello Stato della Chiesa: un posto di governatore nello Stato, di nunzio o una diocesi sono un esito comune alla maggior parte dei commissari del periodo 1569-1644 (cfr. tab. i). Restando al caso dei commissari sotto Clemente viii, Amalteo proseguì la carriera diplomatica: dopo il ritorno dall’Ungheria fu in Francia come segretario del cardinal Medici, lavorando attivamente alle trattative che sarebbero sfociate nella pace di Vervins (1598); fu poi nunzio a Colonia dal 1606 al 1610. Ebbe la dignità ecclesiastica di arcivescovo di Atene e dal 1610 al 1633 (anno della morte), fu vescovo assistente in Curia. La carriera di Malvasia conobbe un diretto passaggio dalla carica di commissario generale in Francia a quella di nunzio in Fiandra presso l’arciduca Ernesto. Raccolse le sue esperienze in una informazione sulla situazione politica del Nord Europa, poi tornò agli impieghi di governo, a lui più congeniali: fu prefetto dell’Annona nelle province di Umbria e Romagna e stese un trattato di argomento agronomico. Decano dei chierici di Camera dal 1605, si occupò ancora di questioni economico-finanziarie in un Discorso per sollevare la Camera apostolica del 1606. Alla morte nel 1612 non aveva raggiunto ragguardevoli dignità ecclesiastiche.
Quanto ai tre commissari che raggiunsero il cardinalato, Buonviso Buonvisi per primo ebbe la berretta in occasione della promozione del 3 marzo 1599, in compagnia di Silvio Antoniano e Roberto Bellarmino. La sua nomina parve subito ispirata a criteri nepotistici: nato nel 1561 da un’importante famiglia di banchieri e mercanti lucchesi, Buonvisi non poteva vantare altri meriti che l’attività svolta come governatore di Viterbo nel 1596 e di commissario generale dell’esercito nel 159773.
Il caso di Giovan Battista (o Giannettino) Doria, creato cardinale il 9 giugno 1604 a istanza della Corona di Spagna, è ancora più emblematico. Dopo la nomina solo ventilata a governatore di Todi, egli limitò il suo impegno negli incarichi di governo nello Stato della Chiesa all’esperienza di commissario generale: prima nel 1594 curando l’amministrazione del sussidio inviato all’imperatore dal pontefice per la guerra contro il Turco; poi, durante la spedizione pontificia in Ungheria del 1595, come commissario generale dell’esercito. In quest’occasione, però, il suo comportamento irritò il comandante in capo (Giovan Francesco Aldobrandini, nipote di Clemente viii) tanto da essere esonerato dall’incarico in tronco74. Doria non ottenne altri incarichi di governo e si allontanò da Roma, per rientrarvi da cardinale. La sua attività politica fu tutta per i re di Spagna: fu prima protettore del Regno di Napoli, poi, nel 1610, 1616, 1624, resse pro tempore la carica di viceré di Sicilia75.
Il solo esempio di commissario generale che proseguì la carriera di governo fino a pervenire al cardinalato sembra quello di Giacomo Serra. Rimasto commissario generale pressoché ininterrottamente dal 1601 al 1607, Serra fu nominato tesoriere generale della Camera apostolica nel 1608 e nel 1611 creato cardinale. Quindi, pervenne alla sua più importante carica, la legazione di Ferrara: un incarico molto delicato, che doveva garantire il consolidamento del potere pontificio nei territori devoluti nel 1598 alla Santa Sede. Una relazione del collegio cardinalizio del 1623 ce lo descrive nei termini in cui la coeva cultura politica definiva un buon funzionario, ben avvertito anche dell’importanza dei legami informali:

Non gli si può attribuire nota alcuna di costume vergognoso et basso, anzi in sé stesso è huomo da bene, fedele et buon amico, ma ricordevole dell’ingiurie, huomo retto, diligente ne i negotii, d’acutissimo ingegno, huomo di partito, buon ecclesiastico, parco et avantaggioso nel spendere, clemente, non inclinato alla crudeltà76.

Aveva un ottimo stato di servizio anche il commissario Girolamo Matteucci, ma la sua vicenda non si risolse nel quadro di «un modello prelatizio di funzionario e di carriera»77. Matteucci fu candidato al cardinalato per circa tre volte, nel 1596, 1599 e 1604, soprattutto in occasione della creazione cardinalizia del 1599. Riesaminando il suo curriculum, la sua carriera appare davvero esemplare: chierico di Camera, referendario di entrambe le Segnature, presidente delle Strade (1575), delle Carceri (1576), arcivescovo di Ragusa (cioè Dubrovnik, 1579), nunzio a Venezia (1587-90); governatore di Roma (1590-91). In occasione di questa nomina parve godere della piena fiducia di papa Sisto v. Così lo definiscono gli Avvisi urbinati:

Prelato di gran sapere, valore et prattica, et che dà a tutti general sodisfattione, et per tale tenuto, et amato da S. S.tà sì come ha mostrato nel dargli il bastone alla presenza di molti Cardinali con parole di stima, et di amorevolezza verso la sua persona, et senza essempio, per qual si voglia tempo in altri Governatori, con segni evidenti, che S. S.tà disegni tirarlo più avanti78.

Fu poi governatore di Campagna e Marittima negli anni della repressione del banditismo (1592-93); vescovo assistente alla cappella pontificia (dopo aver avuto le diocesi di Sarno e di Viterbo); ambasciatore straordinario al granduca di Toscana alla fine del 1597. Ricoprì per tre volte la carica di commissario generale: in Francia nel 1591-92, durante la prima spedizione in Ungheria (1595) e la devoluzione del ducato di Ferrara (1597-98). Le capacità dimostrate in questi incarichi sono indiscutibili: con il lessico dell’ufficiale d’antico regime, «nelli despendij publichi che occorre[va] fare per servitio dell’essercito di N. S.re» protestò di curare sempre gli interessi della Camera apostolica, senza considerare altro «in questa amministratione che il servitio di Dio et di S.ta Chiesa»79. Quindi, come accennato, in Francia fu impegnato in incessanti contrasti con un esercito che non affrontò mai un vero combattimento e ne fronteggiò per quanto possibile le pretese. Reclamò i crediti della Camera addirittura presso Carlo di Lorena, duca di Mayenne (capo della Lega cattolica), e subì per questo un tentato omicidio e un sequestro dal quale riuscì a fuggire in modo rocambolesco. Affrontò quindi, al suo ritorno a Roma, un severo esame in Camera apostolica delle spese autorizzate e riuscì a darne conto, uscendo indenne dal contenzioso. Dopo gli impegni per il trasferimento del corpo di spedizione in Ungheria, toccò con mano la fiducia, la stima e la riconoscenza della casa di Clemente viii nel febbraio 1597, quando venne assunto come «auditore generale et sopraintendente della casa et negotii dell’Ill.mo card. Pietro Aldobrandini»80. Durante la mobilitazione per la devoluzione del ducato di Ferrara, riuscì di nuovo a tenere insieme un esercito sostanzialmente non pagato. Lamentò che «tutti gl’altri eserciti per servitio altrui hanno hauto assignamenti sicuri, et anticipati, et in Ungheria n’avanzano, et in questa guerra propria, et individua non v’è pur principio della prima paga nonché per la 2a e la 3a». Giunse al punto di reclamare: «Danari danari danari presto volando»81. Quindi, dopo la conclusione dell’accordo con Cesare d’Este, rimase a fianco del cardinale Pietro Aldobrandini, coordinando i primi interventi del governo pontificio82. Persino nella sua dignità ecclesiastica di vescovo di Viterbo era stato geloso custode delle prerogative episcopali e deciso propugnatore dei dettami di riforma tridentina, non esitando a contrapporsi anche frontalmente alle magistrature civili di Viterbo.
Le sue speranze di ottenere la berretta cardinalizia furono invece tradite: nonostante il patronato di Cesare Baronio, dopo essere stato accusato, forse ad arte, di avere un figlio illegittimo, egli si trovò escluso dalle nomine del marzo 1599. I redattori degli Avvisi urbinati registrarono l’insuccesso: il Matteucci e gli altri candidati delusi «bisogneria che habbino pacienza non solo per questa volta ma possono farci il segno della croce perché il numero de cardinali è pieno, et se sene poteva far di più il papa non havrebbe perso tempo»83. Matteucci dovette lasciare le sue stanze in palazzo per far posto a uno dei nuovi cardinali, Paolo Emilio Zacchia, nonostante l’intervento del cardinale Pietro Aldobrandini. Il redattore degli Avvisi urbinati registrò il nuovo scacco del fermano aggiungendo «che detto Mons.re vuol passare alla resedenza, et meglio per lui perché troverà forsi maggior quiete»84. Il caustico menante Francesco Maria Vialardi aggiunse: «Mons. Matteucci di fastidio di non esser fatto cardinale s’ammalò»85. Ciò che di sicuro dovette bruciare più di tutto in quella circostanza al Matteucci fu proprio la contemporanea nomina a cardinale di Buonviso Buonvisi, a favore del quale era intervenuto il generale Giovan Francesco Aldobrandini, «che caldamente ne haveva scritto al papa»86. In più, nella creazione del 1604, quando Matteucci era ormai alla sua residenza viterbese, si aggiunse la nomina imposta dalla Corona di Spagna di un altro ex commissario generale che non aveva certo brillato per meriti, il genovese Giovan Battista Doria.
La carriera del Matteucci, a ben vedere, era stata funestata da alcuni gravi passi falsi. Nell’ottobre 1589, dopo la morte di Enrico iii, era sorto un dissidio tra la Santa Sede e Venezia per il riconoscimento da parte della Serenissima dell’ambasciatore De Messe in qualità di rappresentante di Enrico di Navarra. In questa occasione, Matteucci aveva dimostrato un rigore certamente fuori luogo in un diplomatico: aveva cercato di imporre al Senato un’immediata sconfessione della decisione, urtandone così gravemente la suscettibilità; poi vistosi disubbidito, aveva abbandonato di sua iniziativa Venezia. Sisto v aveva dovuto sbrigativamente sconfessare l’operato del nunzio imponendogli l’immediato rientro a Venezia. Gli osservatori non tardarono a intravedere nell’azione del prelato fermano la mano spagnola, interessata a un aggravamento della crisi francese e quindi anche del dissidio veneto-pontificio87. Il papa aveva dovuto convocare in udienza l’ambasciatore Badoer per confessargli che «il Nontio ha fatto male»88. Poi, nell’estate del 1592, quando si trattava se proseguire e in quali forme il sussidio alla Lega cattolica, il commissario Matteucci prese l’iniziativa di assumere al servizio del papa uno dei reggimenti tedeschi al servizio di Carlo di Mansfelt, luogotenente del duca di Parma89. A Roma la notizia di queste trattative giunse in un momento assai delicato, quando la Sede apostolica si mostrava stanca per le spese, delusa per l’andamento degli affari di Francia e soprattutto dubbiosa sull’opportunità di continuare di fatto a sostenere un indirizzo politico – quello spagnolo – dimostratosi inconcludente per gli interessi del papa. La reazione di Clemente viii, riportata dall’arcivescovo di Bertinoro al commissario Matteucci, fu quindi sorpresa e piuttosto irata. Il papa aveva fatto chiamare il capo della Segreteria «che era già notte» e aveva fatto scrivere a Matteucci «che V. S. Ill.ma tenga mano, che non si spenda più un quattrino per conto della leva, senza commissione di Sua Santità»90. Ancora una volta, un’iniziativa personale del Matteucci – anche questa volta di chiara matrice filo-spagnola – dovette essere sconfessata dal pontefice: il reggimento assoldato dal commissario restò ancora per circa sei mesi in servizio senza essere impegnato in alcuna operazione di rilievo.
Le avversità patite da un più fortunato candidato alla berretta cardinalizia in occasione della promozione nel 1604 (Carlo Conti, più volte governatore e nunzio straordinario) fecero concludere al redattore degli Avvisi che «chi governa sempre ha de molti che gli vogliono male»91. Ma il caso del Matteucci dimostrava ben di più: il fermano, per le sue simpatie spagnole, difficilmente avrebbe potuto rientrare nelle creazioni cardinalizie del 1599 e 1604, mediante le quali Clemente viii aveva inteso porre un freno all’influenza dei cardinali fedeli a Filippo iii nel collegio. Gli sforzi dei contemporanei di definire una peculiare antropologia dei curiali romani aiutano comunque a spiegare il vistoso insuccesso del fermano. È Guido Bentivoglio, che nelle Memorie illustra gli esponenti di spicco della corte di Roma verso il 1600, a offrire il ritratto più penetrante:

Monsignor Matteucci gentiluomo da Fermo nella Marca era stato arcivescovo di Raguggi, e poi era divenuto vescovo di Viterbo. Pochi altri prelati avevano fatte più fatiche di lui e per conseguenza acquistato più merito. Prima in vari governi dello stato ecclesiastico, nell’impiego di governatore della corte di Roma, nella nunziatura di Venezia, nell’officio di commissario generale della gente ecclesiastica in Francia, e poi in Ungheria, e di poi nella spedizione di Ferrara; ma dall’altra parte egli aveva troppo del rozzo e troppo insieme del libero, e però per essersi reso poco aggiustato all’umore della corte ne aveva conseguito sempre concetto maggiore che applauso92.
Il giudizio ricalca quello che papa Sisto v aveva dato del Matteucci all’ambasciatore Badoer al tempo dell’incidente del 1589. Il fermano si era comportato «per dir il vero un poco rozamente»93, ignorando sia gli ordini di Roma sia elementari norme della diplomazia. Il pontefice non aveva per questo voluto umiliarlo, anzi lo aveva promosso governatore di Roma; a suo giudizio, però, il Matteucci si confermava «un huomo da bene, ma un pocco aspretto»94: altri incarichi sarebbero stati a lui più congeniali. Per questo, dunque, accumulare meriti di servizio in incarichi difficili come quello di commissario generale dell’esercito, a grande distanza da Roma, poteva non essere sufficiente per raggiungere il cardinalato: tornando al lessico del cardinale Guido Bentivoglio, se ne conseguiva un buon «concetto», non necessariamente un generale «applauso». «Aggiustarsi poco all’umore della corte», mostrare un comportamento «rozzo e troppo insieme del libero» potevano essere cause sufficienti a determinare l’infelice esito di una carriera.

Appendice95

Instruttione che si dà a V. S. Mons.re Serra chierico di Camera, commissario generale deputato dalla Santità di N. S.re sopra l’essercito che si manda per aiuto della M.tà C. et de Ser.mo Arciduca Ferdinando d’Austria contro il Turco, et Prima.
Per le provisioni, et alloggiamenti nel viaggio quanto all’interesse della Camera doverà V. S. avertire di non comprare robbe, né vettovaglie a spesa d’essa Camera, ma procurare per il Stato ecclesiastico con li governatori et superiori delle città, et luoghi dove passarà l’essercito che provedino che li soldati trovino a comprar quello che bisognarà loro senza alteratione di prezzi, et con più vantaggio che sia possibile.
Doverà V. S. far provedere di quella quantità di barche che potrà bisognare per far l’imbarco de soldati, monitioni, et armi nelle parti più commode del Stato ecc.co nel Mare Adriatico per condurli di mano in mano a loro spese, e farli sbarcare [f. 25v] a Fiume Buccari, o Trieste, et quivi procurare che siano recapitati da commissarij, o altri suoi ministri con carriaggi per aiutare a portare le bagaglie, et fare provisioni perché in essi luoghi, e per il viaggio si habbiano commodità, e viveri a honesti prezzi per ritrovarsi tutti uniti al luogo dove si farà la massa che sarà a Zagabria.
Nel qual luogo di Zagabria si haverà da fare la prima rassegna de soldati, nel giorno che sarà destinato dall’Ecc.mo S.r Gio: Francesco Aldobrandino generale, et per ciascheduna compagnia di doicento fanti si haveranno da pagare scudi 1.073 di m.ta conforme all’ordine che n’è stato dato da S. E. sotto li 16 d’aprile prossimo passato del quale se ne dà copia a V. S.
Alli capitani, che condurranno meno del numero delli 200 fanti, se li haverà da ritenere a ragioni di cinque scudi per fante, nella prima mostra conforme al detto ordine.
Et per l’arme, che si consignaranno alli soldati si haveranno da ritenere il prezzo di esse nelle paghe future, secondo che l’Ecc.mo generale, o V. S. giudicarà potersi fare.
Et la diligenza, nel far la mostra sarà che li denari si debbono sempre dare alla banca in mano alli soldati presente il loro capitano con l’intervento de ministri camerali.
Il rincontro doverà tenere il registro di tutti li mandati che saranno fatti da V. S. assistere alle rassegne, et fare un contrarolo nell’istesso tempo che si rassegna, et che si paga, et ancora registrare al libro li mandati di S. E. e ricevuta de pagamenti che si faranno d’ordine del generale, et comprandosi robbe per l’essercito doverà tenerne conto a chi si consegna con notare l’essito che ne farà, il qual libro doverà essere bene ordinato per darlo poi in Camera ap.ca.
Et perché V. S. sa molto bene le difficoltà che si sogliono havere nelli conti che si danno in Camera e quanto importi l’attestatione del rincontro tanto del prezzo delle robbe che si comprano, quanto di tutti gl’altri negotij che aspettano all’interesse di detta Camera, però si rimette alla prudenza sua di farlo assistere, dove si potrà a tutte le spese che si faranno o almeno fare che ne habbi le giustificationi in scritto.
Il computista dell’essercito doverà per debito del suo offitio tenere nota di tutte le paghe che si daranno all’essercito a conto a ciascheduno capitano di quello, che si scontaranno dell’arme, et doverà parimente tener nota particolare di [f. 26r] tutto quello che li capitani, o soldati riceveranno dal commissario pagatore sì de munitioni, come di qualsivoglia altra cosa, et parimente notare ogn’altra cosa, e tener un libro, acciò puntualmente si sappi quello che li soldati, et officiali devono havere dalla Camera, et che restano a dare.
Il collaterale doverà fare tutti li ruoli con contrasegnare li soldati, con annotare quelli, che si mettono però con il mandato di Sua Ecc.za et annotare li morti con le fedi approvate da S. E. o da V. S. et fare l’altre diligenze solite, e necessarie acciò non si faccino passatori.
Il pagatore doverà assistere alla resegna, et pagare a ciascuno la sua paga, notando li morti, o quelli che si mutaranno con mandati di S. E. et fare che li soldati habbino il suo dovere et le monete di giusto valore, et che la Camera non paghi, se non quelli soldati che realmente si trovaranno a servire, et a detto pagatore si doveranno consegnare dal commissario dell’esercito di paga in paga li denari che bisogneranno, li quali si doveranno pagare alla banca della rassegna con farsene fare il mandato da S. E. o da V. S. sottoscritto ancora da tutti l’officiali, in piedi del quale se ne farà la ricevuta dei capitani tanto in loro nome, come dell’officiali, e soldati per renderne buon conto in Camera. Doverà V. S. ogni mese far rasegnare l’essercito, dove non si doveranno pagare se non quelli che realmente si rassegneranno, et staranno presenti, et ciò si doverà fare dal pagatore in presenza Sua. Avertendo che dette rassegne si faccino in luogo dove non si possi commettere fraudi, et alcuna volta doverà fare la rassegna all’improviso con licentia però di S. E. et doverà havere sempre l’occhio che li denari vadino in mano delli soldati istessi, et se li capitani havessero havere denari da detti soldati, se l’haveranno da far restituire in cinque paghe conforme all’ordine di S. E.
Et sopra il tutto V. S. farà che le rassegne non si faccino, se non con l’assistenza del collaterale, pagatore computista et rencontro, oltre alla presenza di V. S. o uno deputato da lei, caso che non vi potesse esser presente, che perciò si doverà sempre sforzare di trovarcisi, oltre che a tutte le rassegne, doverà essere presente l’Ecc.mo generale o altri deputati a intervernire a nome di S. E.
In detta rassegna doverà V. S. haver l’occhio di non admettere persone inhabili, [f. 26v] o ragazzi, fuora che un paggio al capitano, et un portainsegna, avertendo sopra di ciò che fra l’Italiani non si ammettino Oltramontani senza mandato in scritto dell’Ecc.mo generale con il nome, cognome, e patria di tali ammessi, perché altrimente per questa via si potria fare di molti passatori.
N.ro Sig.re ordina espressamente che il numero delli soldati non siano più che diecemila et non se ne paghi più di detto numero.
Che V. S. osservi pontalmente l’ordine dell’Ecc.mo Sig.r Gio: Francesco Aldobrandino e particolarmente il bando publicato in Roma sotto li 16 d’aprile 1601 del quale se ne dà copia a V. S. in stampa.
Non se dia donativo ad alcun officiale, ma solo V. S. darà ... anticipato in Roma per mettersi all’ordine, et più quello che piacerà a V. S. per scontarli nelle paghe havendo riguardo alle spese che hanno da fare di qua a Zagabria, secondo la qualità delle persone, et quanto a V. S. N.ro Sig.re si contenta che si ritenga per donativo scudi mille delli denari che se li sono fatti pagare, acciò possa mettersi all’ordine.
S. B. ne vuole che si provega de padri spirituali per l’hospidale, per li quali V. S. ne procurerà havere dalli loro Generali, et haverà da dare denari per farsi mettere all’ordine et spesarli nel viaggio secondo che a lei parerà sino a Zagabria, nel qual luogo doverà farli provedere di quello bisognarà loro per il vitto, et altro, et similmente al ritorno che faranno in Italia.
Si è risoluto, che li sbirri siano al numero di 24 compresoci doi mastri di giustitia, facendo pagare al loro capitano scudi settecento d’imprestanza per relassarglene de donativo scudi 150 – et il resto farglene scontare nelle paghe.
Si sono fatti pagare qui in Roma in mano di V. S. per ordine di N.ro Sig.re da Alessandro Ruspuli scudi cinquantamila d’oro in oro acciò lei possi far dare al pagatore dell’essercito l’imprestanza alli capitani d’infanteria li scudi mille di moneta conforme all’ordine del Ecc.mo generale.
Et di più se li fanno pagare qui in Roma dal S.r Filippo Guicciardini scudi centotrentatremila di moneta, acciò servano per l’occorrenze che bisognaranno, et nel resto se li faranno pagare scudi 240.000 di moneta in Gratz in quattro paghe, cioè scudi sessantamila alli quindeci di giugno, scudi sessantamila alli quindeci di luglio [f. 27r] et scudi sessantamila alli quindeci d’agosto, et scudi sessantamila alli 15 di settembre et per quello che potesse bisognare di più se li provederanno di mano in mano li denari in Gratz, o in altro luogho, dove parerà meglio.
Quanto alli pagamenti straordinarij si doveranno fare con li mandati del Ecc.mo generale doverà V. S. dar conto ogn’ordinario, et ogni paga che si darà all’essercito a me, et a mons.re Thesoriere generale di quanto si sarà speso.
Se li dà nota delli provigionati maggiori, e minori, e quello che se li deve pagare di provisione, reservando l’auttorità a S. E. di alterarla, et diminuire come a esso parerà.

Provisionati nell’essercito di N.ro Signore

Ill. mo et Ecc. mo generale per sua provisione scudi tremila d’oro.
Et di più per la paga dell’infrascritti, che assistono appresso la persona di S. E. scudi 565.
Doi fisici, et doi cerusici doi cappellani, un capitano con 30 labardieri, il porta stendardo generale, un ferriero, quattro corrieri, quattro trombetta, un tamburro generale.

Commissario generale
Mastro di campo, o Luogotenente generale ...
Sergente mag.re generale ...
Mastro di campo a scudi ciascuno ...
Collaterale scudi 70
Pagatore scudi 70
Computista scudi 70
Rencontro scudi 70
Auditor generale scudi 80
Auditore della fanteria scudi 40
Proveditore generale di viveri con un agiutante scudi 110
Commissario delle monitione di guerra scudi 50
[f. 27v]
Sergenti maggiori a scudi ... ciascuno ...
Doi fisici per l’essercito scudi 60
Un cerusico scudi 30 e doi agiutanti scudi 20 scudi 50
Bombardieri n° 12 scudi 140
Forriero maggiore e suo agiutante scudi 60
Uno ingegnero, et suo agiutante scudi 60
Bargello scudi 30
Ventitre sbirri a cavallo compreso doi mastri di giustitia
con paga di archibugiero a cavallo ...
Un altro corriero, oltre li suddetti per servire alla persona del comm.rio ...

Per servitio dell’Hosp.le

Padri spirituali n° 10 ...
Padri della Crocetta n° 8 ...
Fatebene fratelli n° 12 ...
Doi medici scudi 60
Un cirugico scudi 30
Doi Agiutanti scudi 20
Un barbiero scudi 10
Un spetiale con agiutanti ...

Dove nelle sopradette provisioni non è specificata la somma V. S. le pagherà in quel modo che commandarà l’Ecc.mo Sig.r generale all’arbitrio del quale si rimette la dichiaratione de dette provisioni. Del resto N.ro Sig.re le dà la sua santa benedittione, pregando da Dio Sig.r N.ro prospero et felice viaggio, et il buon servitio della Santità Sua, V. S. vada allegramente, si governi bene, et stia sano.
Data in Roma, li 26 di maggio 1601

Petrus Cardinalis Aldobrandinus Camerarius

loco sigilli [f. 28r]
Abbreviazioni

asmn: Archivio di Stato di Mantova
asv: Archivio Segreto Vaticano
asve: Archivio di Stato di Venezia
asr: Archivio di Stato di Roma
Let. Tes.: Camerale ii, Lettere del Tesoriere generale
bav: Biblioteca Apostolica Vaticana

Note

* Rielaboro e amplio il testo proposto il 10 febbraio 1993 durante il mio Perfezionamento alla Scuola Normale Superiore di Pisa, nel quadro del seminario di Storia moderna di Mario Rosa, incentrato, in quell’anno accademico, sulla Curia romana in età moderna.
1. P. Prodi, Il sovrano pontefice. Un corpo e due anime: la monarchia papale nella prima età moderna, Il Mulino, Bologna 1982, p. 112, n. 58. Il Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica di Giuseppe Moroni non dedicava al commissario generale dell’esercito una specifica voce. Ivi, vol. xv, Tip. Emiliana, Venezia 1842, pp. 84-91 i lemmi dedicati ad altre figure della Curia romana dotate di titolo commissariale (come per esempio il Commissario delle antichità romane, il Commissario del S. Offizio, il Commissario generale della reverenda Camera Apostolica).
2. G. Saletnich, La milizia pontificia tra xv e xvi secolo: temi e prospettive di ricerca, relazione al Convegno Le armi del sovrano: armate e flotte nel mondo tra Lepanto e la Rivoluzione francese. 1571-1789, Archivio di Stato di Roma, 5-8 marzo 2001, in corso di pubblicazione. Si può leggere on line: http://www.assostoria.it/Armisovrano/Saletnich.pdf.
3. O. Hintze, Il Commissario e la sua importanza nella storia generale dell’amministrazione: uno studio comparato, in Id., Stato e società, Introduzione di P. Schiera, Zanichelli, Bologna 1980, pp. 1-26, p. 1. Anche la conferenza del 1906 è apparsa in traduzione italiana in O. Hintze, Stato e esercito, Flaccovio, Palermo [1991].
4. Cfr. la trad. it. R. Mousnier, Stato e commissario. Ricerche sulla creazione degli intendenti delle province, 1634-1648, in E. Rotelli, P. Schiera (a cura di), Lo Stato moderno, iii, Il Mulino, Bologna 1974, pp. 107-26.
5. Cfr. L. Mannori, Per una ‘preistoria’ della funzione amministrativa. Cultura giuridica e attività dei pubblici apparati nell’età del tardo diritto comune, in “Quaderni fiorentini per la storia del pensiero giuridico moderno”, 1990, n. 19, pp. 323-504. E ora cfr. Id., Giudicare e amministrare: preistoria e genesi di un dualismo istituzionale, in tavolarotonda 1. Conversazioni di storia delle istituzioni politiche e giuridiche dell'Europa mediterranea, Giuffrè, Milano 2004, pp. 119-42.
6. A. Theiner, Codex diplomaticus dominii temporalis S. Sedis, vol. iii, Imprimerie du Vatican, Rome 1862, p. 393.
7. Cfr. ivi, p. 301 (nomina a commissario del vescovo di Recanati, 1431), p. 393 (nomina a commissario del vescovo di Ragusa, 1455), p. 417 (nomina a commissario del vescovo di Corneto [Tarquinia], 1460).
8. Il vescovo di Recanati, nel 1431 era scelto per il bisogno di un prelato «qui voluntatem et conceptos nostros [i.e. del papa] intelligens et aliorum consilia, qui nobis consulunt et assistunt, illa communicet, cum quibus communicanda cognoverit», ivi, p. 301. Nel 1460, oltre ai compiti per la gestione delle forze armate, il commissario presso l’esercito inviato contro Pandolfo Malatesta per recuperare territori già sottoposti al dominio della Chiesa aveva il potere «ad devotionem et gremium ecclesie reducendi, et cum eis capitulandi et paciscendi, ipsisque et eorum singulis penas et censuras remittendi et ab illis eos absolvendi, in eis quoque sic reductis officiales ponendi et os gubernandi», ivi, p. 417.
9. F. Guicciardini, Autodifesa di un politico. Consolatoria, Accusatoria, Defensoria, con un saggio introduttivo di Ugo Dotti, Laterza, Roma-Bari 1993, pp. 125-86, p. 144 (donde sono tratte anche le precedenti citazioni). Anche nella Oratio defensoria Guicciardini ammette di essere stato «commessario generale in campo con pienissima potestà», ivi, p. 207.
10. Cfr. F. Guicciardini, Storia d’Italia, a cura di S. Seidel Menchi, Einaudi, Torino 1971, rispettivamente pp. 1414 e 1720.
11. Cfr. D. Sinisi, La “nuova Abbondanza”: da Bartolomeo Camerario ai chierici prefetti, in “Dimensioni e problemi della ricerca storica”, 1990, fasc. 2, pp. 71-90.
12. Mi sia concesso il rimando a G. Brunelli, Soldati del papa. Politica militare e nobiltà nello Stato della Chiesa. 1560-1644, Carocci, Roma 2003.
13. Breve di nomina di Gerolamo Matteucci, datato Roma, 25 maggio 1595, in A. Da Mosto, Ordinamenti militari delle soldatesche dello Stato romano nel secolo xvi, in “Quellen und Forschungen aus italienischen Archiven und Bibliotheken”, vi (1904), pp. 72-133, p. 120. Identica la formulazione del breve a Giacomo Serra qualche anno dopo. Cfr. il motu proprio del 18 maggio 1601, in asr, Soldatesche e galere, Conti straordinari, b. 93, fasc. intitolato Croazia 1601, f. 25r-v.
14. Breve di nomina di Gerolamo Matteucci, in Da Mosto, Ordinamenti cit., p. 121. Il documento accenna poi alle facoltà «omnia denique et singula, desuper necessaria et opportuna, atque officium generalium commissariorum similiter spectantia et pertinentia […] exequendi, gerendi et exercendi», ibid. Identica anche in questo caso la formulazione del motu proprio a Giacomo Serra cit. alla nota precedente. Il documento di nomina di Innocenzo Malvasia a prefetto generale dei preparativi militari per la devoluzione di Ferrara (7 novembre 1597) rimanda alle facoltà «quibus commissarii generales similium exercituum ecclesiasticorum de iure, usu, consuetudine, aut alias quomodolibet uti solent, et possunt uti», asv, Miscellanea, Arm. iv-v, t. 84, f. 150r.
15. Secondo i contemporanei, monsignor Domenico Grimaldi, commissario dell’armata pontificia, nella giornata di Lepanto «onoratamente menò le mani», B. Sereno, Commentari della guerra di Cipro e della Lega dei principi cristiani contro il Turco, a cura de’ monaci della Badia Cassinese, Pe’ tipi di Monte Cassino 1865, p. 209.
16. Scrive il commissario Amalteo al tesoriere generale della Camera apostolica: «Io non hebbi tempo di legger l’instruttione datami da V. S. Ill.ma, massime che hiersera mi fu resa molto tardi da l’Ill.mo Sig.r Card. Aldobrandino». L’aveva «poi letta stasera subito giunto a l’alloggiamento». A B. Cesi, Rignano Flaminio, 28 novembre 1595, in asr, Let. Tes., b. 11/1, cc. n. n. Quando poi trova disordinata l’amministrazione dell’esercito, non esita a darne la colpa al «non essersi osservato […] nessun ordine dato nelle instruttioni», A. Amalteo a B. Cesi, Vienna, 26 gennaio 1596, ivi, cc. n.n.
17. Cfr. J. R. Hale, Guerra e società nell’Europa del Rinascimento (1450-1620), tr. it., Laterza, Roma-Bari 1987, pp. 174-5.
18. «Ordini da esseguirsi nel transito dell’essercito della S.tà di N. S.re per Ungaria da tutti offitiali, podestà, governatori, communità, et città respettivamente, per comandamento espresso dell’Ill.mo et Ecc.mo S.r D. Gio. Francesco Aldobrandini Generale di santa Chiesa lasciati da Mons. Matteucci Commissario Generale di luogo in luogo» (1595), in asr, Let. Tes., b. 11/1, filza Lettere de Ungaria, cc. n.n. Da qui sono tratte anche le successive citazioni.
19. Ivi, cc. n.n., si trovano le minute con i prezzi stabiliti per tutte le tappe del viaggio nello Stato della Chiesa: Prima Porta, Castelnuovo di Porto, Civita Castellana, Otricoli, Narni, Terni, Spoleto, Trevi, Foligno, Serravalle, Macerata, Imola.
20. Instruttione all’Arcivescovo Matteucci, in A. Zanelli, L’Arcivescovo Matteucci da Fermo e l’esercito pontificio mandato in Francia in aiuto della Lega Cattolica (1591-1597), in “Atti e Memorie della Deputazione di Storia Patria delle Marche”, s. iv, 8-9 (1931-32), pp. 1-45, pp. 15-6 (donde sono tratte le precedenti citazioni). La stessa istruzione tocca temi propri della trattatistica sul comportamento quando ricorda al commissario Matteucci che «la piacevolezza è non manco necessaria che la prudenza et l’accurata sollecitudine nel commissario et nei suoi ministri, perché nella guerra uno sdegno d’ogni minima persona può essere cagione di molti sinistri accidenti privati et pubblici alli quali non è poi possibile rimediare», ivi, p. 17.
21. Cfr. l’Instruttione che si dà a V. S. Mons.re Serra, chierico di Camera, commissario generale deputato dalla Santità di N. S.re sopra l’essercito che si manda per aiuto della M.tà C. et de Ser.mo Arciduca Ferdinando d’Austria contro il Turco, in asr, Soldatesche e galere, Conti straordinari, b. 93, fasc. intitolato Croazia 1601, ff. 25v-28r, f. 25v. Questa sola istruzione di commissari generali sfuggì all’importante opera a cura di Klaus Jaitner (Die Hauptinstruktionen Clemens’ viii für die Nuntien und Legaten an den europäischen Fürstenhöfen 1592-1605, bearb. von K. Jaitner, Niemeyer, Tübingen 1984), che costituisce per il tema di questo contributo un punto di riferimento ineludibile.
22. Le istruzioni al commissario Attilio Amalteo, nel 1595, gli raccomandavano di «consultare con l’Ecc.mo Generale [Gianfrancesco Aldobrandini], acciò S. E. dia buoni ordini a tutti gli ufficiali delle compagnie et a tutti li soldati che per i luoghi dove passaranno debbano usare buoni portamenti e non far violentie, né robberie, né villanie, ma andar con ogni rispetto e pagar le monitioni ed il vivere per il prezzo che sarà stato stabilito in ciascun luogo, a effetto che trovino abondantemente da per tutto e che non diano causa loro stessi d’essere oltraggiati e maltrattati dagli altri». Istruzione per A. Amalteo, commissario generale in Ungheria, in data 27 novembre 1595, edita in Die Hauptinstruktionen Clemens’ viii, cit., pp. 389-96, pp. 395-6.
23. Cfr. l’istruzione per I. Malvasia, in data 30 dicembre 1592, ivi, pp. 120-5, p. 122; quella a Buonvisi, commissario generale nella seconda spedizione d’Ungheria, in data 17 maggio 1597, ivi, pp. 482-7, p. 485; e la l’Instruttione che si dà a V. S. Mons.re Serra, cit., f. 27r. Esemplari di strumenti notarili di ricevuta delle somme ricevute dai banchieri (in Francia nel 1591) in asr, Let. Tes., b. 9, filza intitolata Lettere de Francia, nn. 19-21, 37-8.
24. Istruzione per A. Amalteo, cit. in Die Hauptinstruktionen Clemens’ viii, cit., pp. 389-96, p. 391.
25. Cfr. G. Carocci, Lo Stato della Chiesa nella seconda metà del sec. xvi, Feltrinelli, Milano 1961, pp. 89-90.
26. Un quadro dei principali ufficiali di intendenza in Da Mosto, Ordinamenti, cit., p. 80; Id., Milizie dello Stato romano dal 1600 al 1797, in “Memorie storiche militari”, 10 (1914), pp. 193-580, pp. 196-7. I compiti degli ufficiali del pagamento erano di solito riepilogati nelle istruzioni ai commissari: cfr., ad esempio, quella a Matteucci in data 26 maggio 1595, edita in Die Hauptinstruktionen Clemens’ viii, cit., pp. 357-8 e quella a Buonvisi, in data 17 maggio 1597, ivi, pp. 483-4. In asr, Let. Tes., b. 11/1 si possono trovare una Instruttione al collaterale, una Instruttione al pagatore e una Instruttione al computista generale (relative alla prima campagna d’Ungheria, 1595).
27. Instruttione che si dà a V. S. Mons.re Serra, cit., f. 26v.
28. Instruttione all’Arcivescovo Matteucci, in Zanelli, L’Arcivescovo Matteucci da Fermo, cit., p. 17.
29. «La chasse aux abus remplit l’histoire de l’administration militaire jusqu’au xviii siècle» ricorda A. Corvisier, Armées et sociétés en Europe de 1494 a 1789, puf, Paris 1976, p. 76.
30. Istruzione a Buonvisi, in Die Hauptinstruktionen Clemens’ viii, cit., p. 483.
31. Oltre al citato fasc. Croazia 1601. Conto di Mons. Jacomo Serra Com.° Generale dell’esercito in Croatia contro il Turco l’anno 1601 (in asr, Soldatesche e Galere, Conti Straordinari, b. 93), ivi, b. 86, si trovano i precedenti conti relativi alla spedizione in Ungheria del 1595. Cfr. anche ivi, b. 91, il registro di giustificazioni di spesa delle truppe mobilitate per la devoluzione di Ferrara (commissario G. Matteucci, depositario G. B. Martelli); e ivi, b. 94, il fasc. intitolato Stato Eccli.co per li Rumori dei Veneziani. Conto di Mons.re R.mo Jacomo Serra Chierico di Cam.ra e Comiss.rio Gen’ale dell’esercito di N. S.re nello Stato Ecc.co l’anno 1607. In asr, Let. Tes., b. 11/1, cc. n.n. si trovano il Compendio di tutte le spese fatte nel tempo che mons. Doria ha servito di Commissario Generale in Ungheria e il Conto di Mons. Doria (conti non giurati in Camera apostolica, ma spediti al tesoriere generale B. Cesi). Ivi, b. 15 (cc. n.n.) la Nota delli denari che sono stati pagati alla soldatesca dell’esercito di N. S.re per Ferrara de ordine dell’Ill.mo S.r Cardinal Aldobrandino, e Mons. Malvasia.
32. Ecco la formula dell’atto (per i conti della spedizione in Croazia nel 1601): «Die xv.a Aprilis mdcij Ill.is admodum, et R.mus D. Jacobus Serra R.ae Cam.ae ap.ce clericus, et commissarius generalis exercitus ecc.i anno preterito in Croatiam contra Turcas expediti exhibuit in Cam.a ap.ca hec sua introscripta computa quae in manibus Ill.mi et R.mi D. Cardinalis Camerarij tactis iuravit fuisse et esse vera et non habere diversa. Et successive ex eiusdem Camerae decreto commissa fuerunt R.mis DD. Horatio Ceulo et Hieronymo Serlupio Clericis Praesidentibus», asr, Soldatesche e galere, Conti straordinari, b. 93, fasc. intitolato Croazia 1601, primo foglio non numerato.
33. Gli “avvertimenti” per la revisione del 1601-02 del presidente Antonio Olgiati, cui si associa senza aggiungere altro il protesoriere Ludovico Zacchia, sono ivi, al primo foglio non numerato e al f. 24r-v. Da qui sono tratte anche le precedenti citazioni.
34. Ivi, f. 28v: copia del chirografo di Clemente viii datato [...] gennaio 1602. Cfr. (ivi, f. 30r) anche il successivo chirografo del 23 luglio 1602, con cui si ordina che sia ammessa la somma di 2.400 scudi di moneta di cui non si erano trovate le “giustificationi” nei conti dei pagatori dell’esercito.
35. In asr, Let. Tes., b. 9, filza intitolata Lettere de Francia, cc. n.n. Le eccedenze di spesa, fino all’aprile 1592 ammontarono a circa 230.000 scudi.
36. Revisione dei conti di Mons. Matteucci, in Zanelli, L’arcivescovo Matteucci da Fermo cit., pp. 32-42, in particolare pp. 36-7.
37. I carteggi dei commissari negli anni 1591-1605 sono stati già segnalati da Jaitner (Die Hauptinstruktionen Clemens’ viii, cit., pp. 120, 354, 389, 482), da P. Van Isacker, Notes sur l’intervention militaire de Clément viii en France a la fin du xvie siècle, in “Revue d’Histoire ecclésiastique”, 12 (1911), pp. 702-13 e da I. Cloulas, L’armée pontificale de Grégoire xiv, Innocent ix et Clément viii, pendant la seconde campagne en France d’Alexandre Farnèse (1591-1592), in “Bulletin de la Commission Royale d’Histoire”, 126 (1960), pp. 83-102. Il carteggio del commissario Serra nella spedizione in Ungheria e Croazia del 1601 è pubblicato in F. Brancucci (a cura di), L’assedio di Kanisza (1601). Nei documenti inediti dell’Archivio Segreto Vaticano, Copist. Vettori, Roma 1980. Nuove fonti emergono dal carteggio del tesoriere generale Bartolomeo Cesi: lettere di Gerolamo Matteucci sono in asr, Let. Tes., b. 9, filza intitolata Lettere de Francia, (concernenti la spedizione in Francia del 1591-92 e gli arruolamenti del 1593) e ivi, b. 15 (sui preparativi militari per la devoluzione di Ferrara, 1598). Ivi, b. 11/1 le lettere dei commissari Doria e Amalteo riguardanti la spedizione in Ungheria del 1595. Scrivere al tesoriere generale della Camera apostolica «ogni ordinario», cioè regolarmente, a ogni partenza dei corrieri ordinari per Roma, era del resto una disposizione data ai commissari in partenza. Cfr. l’istruzione del card. Pietro Aldobrandini al Matteucci del 26 maggio 1595, in Die Hauptinstruktionen Clemens’ viii, cit., p. 354. Sul tesoriere generale della Camera apostolica esistono nuove prospettive di ricerca. Cfr. M. C. Giannini, I tesorieri generali della Camera apostolica e le loro carriere tra xvi e xvii secolo, in Papauté, offices et charges publiques, xive-xviie siècle, ii, carrières et destins. Colloque organisé par le Deutsches Historisches Institut in Rom et l’École française de Rome, en collaboration avec l’École nationale des chartes, Rome, 11, 12 et 13 avril 2002, in corso di pubblicazione.
38. Il commissario generale monsignor Matteucci a B. Cesi, Verdun, 7 ottobre 1591, in asr, Let. Tes., b. 9, n. 44.
39. G. Matteucci a B. Cesi, Bisançon, 2 settembre 1591, in asr, Let. Tes., b. 9, filza intitolata Lettere de Francia, n. 19 (n.b.: lo stesso numero di lettera è erroneamente riportato due volte).
40. Relatione delle attioni fatighe, e travagli patiti da mons. Arcivescovo Matteucci Commissario apostolico destinato da Gregorio xiiij S. M. sopra l’essercito mandato in Francia dalla sua partita di Roma fino alli x Agosto 1592 fatta da M. Gio. Batt.a Rosa Bolognese suo ministro, edita in Zanelli, L’arcivescovo Matteucci da Fermo, cit., pp. 22-31, p. 24. L’edizione fu condotta su una copia della Biblioteca Universitaria di Bologna. L’originale è in asr, Let. Tes., b. 9, cc. n.n.
41. Relatione delle attioni, in Zanelli, L’arcivescovo Matteucci da Fermo cit., pp. 24-5.
42. Il commissario generale monsignor Matteucci a B. Cesi, Theviary, 13 novembre 1591, in asr, Let. Tes., b. 9, n. 56.
43. P. Grosso a B. Cesi, 11 aprile 1592, ivi, cc. n.n. Il pagatore poté solo concludere che «la forza prevalse al giusto», ibid. Cfr. anche Cloulas, L’armée pontificale, cit., p. 92.
44. G. Matteucci a B. Cesi, Arras, 31 marzo 1592, in asr, Let. Tes., b. 9, filza intitolata Lettere de Francia, n. 52 dell’antica numerazione.
45. Sul Serra cfr. ora M. C. Giannini, L’oro e la tiara. La costruzione dello spazio fiscale italiano della Santa Sede, 1560-1620, Il Mulino, Bologna 2003, p. 267, nota 208 e Le Istruzioni generali di Paolo v ai diplomatici pontifici. 1605-1621, a cura di S. Giordano ocd, vol. i, Max Niemeyer Verlag, Tübingen 2003, pp. 222-4.
46. G. Serra al cardinale P. Aldobrandini, Vardasdino, 3 settembre 1601, in Brancucci (a cura di), L’assedio di Kanisza, cit., p. 78.
47. G. Serra al cardinale P. Aldobrandini, Vardasdino, 23 settembre 1601, ivi, p. 90.
48. G. Serra al cardinale P. Aldobrandini, dal campo sotto Canissa, 29 settembre 1601, ivi, p. 95.
49. Il cardinale P. Aldobrandini a G. Serra, Roma, 29 settembre 1601, ivi, p. 98.
50. Cfr. K. Jaitner, Il nepotismo di papa Clemente viii (1592-1605) e il dramma del cardinale Cinzio Aldobrandini, in “Archivio Storico Italiano”, cxlvi (1988), pp. 57-93.
51. Chiarisce monsignor Serra: «L’altra mia scritta a V. S. Ill.ma è l’istessa che ho mandato al Sig. card. San Giorgio [Cinzio Passeri Aldobrandini], con questa soggiongerò quel più che occorre intorno all’esercito». Al cardinale P. Aldobrandini, dal campo sotto Canissa, 27 otttobre 1601, in Brancucci (a cura di), L’assedio di Kanisza, cit., p. 97.
52. Serra ad Aldobrandini, Pettovia, 25 novembre 1601, ivi, p. 130.
53. G. A. Caligari al commissario Matteucci, 7 settembre 1592, in asv, Segr. Stato, Lettere di principi, 153, f. 169r-v. Sulla politica di Clemente viii verso Francia e Spagna, cfr. Die Hauptinstruktionen Clemens’ viii, cit., pp. xiii-xvi.
54. Scrive Matteucci: «A me si adossa ogni colpa di non soccorrer Parigi, non espugnarsi il forte, esser li Preti avari, non doversi stare nella puntualità dell’ordini, importar poco al Papa una pugna o doi, et similia […] V. S. Ill.ma potrà risolverla con N. S.re senza riguardo alcuno della persona mia, che il sacrificarmi in servitio suo, et di S. S.tà mi sarà dolce, gran laude, et premio in terra, et in cielo, supplicando solo per chiara resolutione, et repromettersi S. B.ne, et V. S. Ill.ma dalla fede mia ogni avanzo, et avantaggio in tutto, che riguarda l’interesse di cotesta S.ta Sede». Decifrato della lettera al cardinale P. Aldobrandini, 6 novembre 1592, in asv, Fondo Borghese, ii, 485, f. 38r.
55. R. Maere, Les origines de la nonciature de Flandre. Étude sur la diplomatie pontificale dans les Pays-Bas à la fin du xvie siècle, in “Revue d’Historie ecclésiastique”, vii (1906), pp. 805-29, p. 807.
56. Il capo della Segreteria G. A. Caligari ricorda al commissario Matteucci (nella lettera da Roma, 4 luglio 1592) la gerarchia dei rappresentanti pontifici in Francia: primo il cardinale legato Filippo Sega, poi il comandante del corpo di spedizione (in quel momento il nobile romano Appio Conti), quindi il commissario generale. Cfr. asv, Segr. Stato, Lettere di Principi, 153, f. 159r.
57. Cfr. I. Fosi, All’ombra dei Barberini. Fedeltà e servizio nella Roma barocca, Bulzoni, Roma 1997, pp. 226-8.
58. Cfr. i già citati motu proprio a Gerolamo Matteucci, Da Mosto, Ordinamenti militari, cit., p. 122 e a Giacomo Serra in asr, Soldatesche e galere, Conti straordinari, b. 93, fasc. intitolato Croazia 1601, f. 25v.
59. Schede prosopografiche in Die Hauptinstruktionen Clemens’ viii, cit., pp. clxv-clxvi, clxxviii-clxxix, cxcii-cxciii, ccxiv-ccxvi, ccxlviii-ccxlix. Ivi, pp. clv-clvii una prima valutazione sulle carriere dei commissari.
60. G. Felici, La reverenda Camera apostolica, Tip. poliglotta vaticana, Città del Vaticano 1940, p. 114. Cfr. anche R. Ago, Carriere e clientele nella Roma barocca, Laterza, Roma-Bari 1990, pp. 19-22.
61. Felici, La reverenda Camera apostolica, cit., p. 115. Un’analisi sulle carriere dei chierici di Camera nella prima età moderna in P. Partner, The Pope’s Men. The Papal Civil Service in the Renaissance, Clarendon, Oxford 1990, alle pp. 31-3, 52.
62. M. Pellegrini, Corte di Roma e aristocrazie italiane in età moderna. Per una lettura storico-sociale della Curia romana, in “Rivista di storia e letteratura religiosa”, xxx (1994), pp. 543-602, p. 580.
63. Cfr. P. J. Rietbergen, Problems of Government: Some Observations upon a 16th century ‘Istruttione per li governatori delle città e luoghi dello Stato Ecclesiastico’, in “Medeelingeen van het Nederlands Instituut te Rome”, 41 (1979), pp. 173-201.
64. Partner ha affermato che «at all periods the family connections of chamber clerks with merchants who followed the Roman court was important», Partner, The Pope’s Men, cit., p. 109.
65. «Insomma V. S. Ill.ma sa ch’ella è stata si può dir, o almeno potissima causa, che m’ha fatto venir qua, et però da lei ancora aspetto in avvenire il suo patrocinio», A. Amalteo a B. Cesi, Vienna, 20 gen. 1596, in asr, Let. Tes., b. 11/1, cc. n.n. Cesi gli aveva chiesto di cercare per la sua biblioteca volumi «delle cose d’Hungheria». Cfr. la successiva lettera da Vienna, 26 gennaio 1596, ivi, cc. n.n.
66. Il breve ricordava che egli aveva operato durante la spedizione in Francia del 1591-92 «summa cum laude», in Da Mosto, Ordinamenti, cit., p. 121.
67. Cit. in Die Hauptinstruktionen Clemens’ viii, cit., p. lxxxiii, n. 9.
68. Ivi, p. clxxix, n. 147 donde sono tratte le precedenti citazioni.
69. Antonio Buonvisi a B. Cesi, Lucca, 3 gennaio 1598, in asr, Let. Tes., b. 15, cc. n.n.
70. M. A. Visceglia, Burocrazia, mobilità sociale e patronage alla corte di Roma tra Cinque e Seicento. Alcuni aspetti del recente dibattito storiografico e prospettive di ricerca, in “Roma moderna e contemporanea”, iii (1995), n. 1, pp. 11-55, pp. 24-5.
71. Cfr. Prodi, Sovrano pontefice, cit., cfr. pp. 175-6, 219-20.
72. Cfr. L. von Pastor, Storia dei papi dalla fine del Medioevo, vol. vii, Desclée, Roma 1928, p. 63 e nota 5.
73. Paradossalmente, il Pastor segnalò i meriti di Buonvisi nella sua esperienza di commissario generale come motivo della nomina cardinalizia. Pastor, Storia dei papi, cit., vol. xi, Desclée, Roma 1929, p. 184.
74. I particolari dell’incidente Aldobrandini-Doria nella lettera di G. B. Doria a B. Cesi, Strigonia, 2 otttobre 1595, in asr, Let. Tes., b. 11/1, cc. n.n. Del licenziamento del Doria fu redatto uno strumento notarile e i conti, con le ingenti somme di denaro in suo possesso, furoni trasmessi al pagatore Marzio Alberini. Cfr. anche le due lettere di Giovan Francesco al cardinale Cinzio Aldobrandini del 5 e 20 otttobre 1595, in asv, Fondo Borghese, s. iii, 96f, ff. 171v-172r e 175v. Dopo questi contrasti con il Doria l’Aldobrandini chiese che per il futuro gli fosse inviato, per curare gli interessi camerali, un laico sotto titolo di proveditore generale − come in uso negli eserciti spagnoli: «et però il commissario dell’esercito, che è offitio di tanta importanza, vuol essere un huomo saldo, et che si contenti più del fare, che dell’apparire, et forse saria meglio spartirlo, et che ci fosse un ecclesiastico, che tenesse cura della Religione et dello spirituale, et un laico sotto titolo di Proveditore generale che havessi cura dell’interessi camerali». Lettera cit. del 20 ottobre 1595, ivi, f. 175v.
75. Cfr. M. Sanfilippo, Doria, Giannettino, in Dizionario Biografico degli italiani, vol. 41, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Roma 1992, pp. 345-8.
76. Nuntiaturberichte aus Deutschland, iv, iii: Die prager Nuntiatur des Giovanni Stefano Ferreri und die wiener Nuntiatur des Giacomo Serra (1603-1606), bearb. von A. O. Meyer, Bath, Berlin 1913, p. xxvii, n. 5.
77. Pellegrini, Corte di Roma e aristocrazie italiane, cit., p. 578.
78. Avvisi di Roma del 24 gennaio 1590, in bav, Urb. lat. 1058, ff. 29v-30r, cit. in N. Del Re, Mons. Governatore di Roma, Istituto di studi romani, Roma 1972, p. 93, n. 1.
79. G. Matteucci a B. Cesi, Milano, 27 giugno 1591, in asr, Let. Tes., b. 9, filza intitolata Lettere de Francia, n. 2.
80. Avvisi di Roma dell’8 febbraio 1597, in bav, Urb. lat. 1065, f. 79.
81. Citazioni tratte da due lettere di Matteucci a Cesi, datate da Faenza, 6 e 13 gennaio 1598, in asr, Let. Tes., b. 15, cc. n.n. In questa seconda lettera si chiese: «che si crede, ch’io possa imitareο N.ro Sig.re e, con quattro baiochi tenere satisfatto un esercito sì numeroso che respettivamente è nella 3a paga, e non me s’è mandato il suplimento della prima? [...] io certo stupisco che la soldatesca non mi lapedi».
82. Cfr. le sue lettere al tesoriere generale Cesi del 19 febbraio e 17 marzo 1598 in asr, Let. Tes., b. 15, cc. n.n. (verso la fine della filza).
83. Avvisi di Roma del 3 marzo 1599, in bav, Urb. lat. 1067, f. 139r.
84. Avvisi di Roma del 10 marzo 1599, ivi, f. 155r.
85. F. M. Vialardi al duca di Mantova, 6 marzo 1599, in asmn, Archivio Gonzaga, 972, f. 230r. Sul Vialardi, cfr. L. Firpo, In margine al processo di Giordano Bruno. Francesco Maria Vialardi, in “Rivista storica italiana”, lxviii (1956), pp. 325-64.
86. Avviso di Roma del 6 marzo 1599, in asv, Segr. Stato, Avvisi, 126, fasc. Roma.
87. I. Raulich, La contesa fra Sisto v e Venezia per Enrico iv re di Francia, in “Nuovo Archivio Veneto”, ii, parte ii, (1892), pp. 243-318.
88. Alberto Badoer al Senato, Roma, 21 ottobre 1589, in asve, Senato Dispacci, Roma, 24, f. 194v.
89. Cfr. H. De L’Epinois, La Ligue et les Papes, Société Générale de Librairie Catholique, Paris 1886, p. 562.
90. Lettera del 7 settembre 1592, in asv, Segr. Stato, Lettere di principi, 153, ff. 169r-v.
91. Avvisi di Roma del 9 giugno 1604, in bav, Urb. lat. 1072, p. i, f. 307v.
92. G. Bentivoglio, Memorie e lettere, a cura di G. Panigada, Laterza, Bari 1934, p. 85. Cfr. M. Rosa, Nobiltà e carriera nelle “Memorie” di due cardinali della Controriforma: Sciopione Gonzaga e Guido Bentivoglio, in M. A. Visceglia (a cura di), Signori, patrizi, cavalieri in Italia centro meridionale nell’Età moderna, Laterza, Roma-Bari 1992, p. 247.
93. Alberto Badoer al Senato, Roma, 30 dicembre 1589, in asve, Senato Dispacci, Roma, 24, f. 279r.
94. Alberto Badoer al Senato, Roma, 6 gennaio 1590, ivi, f. 284r.
95. Cfr. supra, nota 21.