«Molto Illustre et Amatissimo figlio»:
lettere di Laura Marsili a Fabio Chigi
(1629-39)


di Irene Fosi

 

1
Tra biografia e autobiografia

Sebbene, da tempo, siano stati analizzati aspetti specifici dell’attività diplomatica svolta da Fabio Chigi nell’Europa del Seicento1, la sua figura manca ancora di uno studio complessivo che tracci la sua biografia intellettuale e ricomponga, anche attraverso l’ottica biografica, uno dei momenti più significativi della storia del papato nel xvii secolo. Il clima, stimolante, ma anche complesso e contraddittorio della corte di Roma, vero «laboratorio politico»2, esaltò nel giovane patrizio senese i caratteri già impressi dall’educazione familiare, dalla formazione umanistica, filosofica e giuridica ricevuta nella città natale. La sua esperienza intellettuale si disegna come un intreccio di opportunità offerte dalle istituzioni culturali senesi, alimentate dalla sua tenacia di autodidatta che seppe sviluppare, nella solitudine e nella riflessione, i propri interessi. Com’è noto, è lo stesso Fabio Chigi a ricordare i momenti della sua formazione senese e i primi passi della carriera romana. I suoi appunti autobiografici, che aprono squarci sull’ambiente domestico, sulle frequentazioni di intellettuali, eruditi, ecclesiastici senesi, ma anche sulle prime, fondamentali esperienze romane, non sono state solo fonti primarie per l’opera del suo biografo, amico e collaboratore, il gesuita Pietro Sforza Pallavicino. Per lo stesso Chigi rappresentarono infatti il decisivo momento di selezione della memoria per costruire una precisa identità, personale e familiare, da tramandare ai posteri. Le scarne frasi che scrisse nel corso degli anni disegnano i contorni di un’immagine autobiografica ideale, perfettamente rispondente al prototipo dell’ecclesiastico, del diplomatico e, finalmente, del pontefice elaborato nel clima spirituale e culturale segnato dal Tridentino. La ricostruzione di un tracciato biografico non può tuttavia fermarsi a considerare solo i carteggi ufficiali o le biografie coeve, benché, come quella di Sforza Pallavicino, possano essere definite piuttosto come una autobiografia scritta per mano d’altri.
Anche l’immagine dell’infanzia e della giovinezza è disegnata sottolineando i tratti di debolezza, di malattia, quasi per produrre un contrasto fra il corpo e la mente: «nella gioventù fu piuttosto austero e ritirato, ma ne la congregazione fu gioviale»3. Si procede così, intenzionalmente, a una negazione del corpo attraverso la malattia, enfatizzando i caratteri dello spirito, con un’accurata selezione dei ricordi del periodo della formazione intellettuale e religiosa. Pietà, rigore intellettuale e morale, amore per la classicità e per l’arte sembrano prevalere nella selezione della memoria che il pontefice opera sul suo passato per creare un’immagine rispondente al suo ruolo. In questa dinamica e studiata costruzione dell’identità, un rilievo particolare assume anche il suo rapporto con la famiglia e con la città natale, che non sfuggono a una tipizzazione e idealizzazione mediate dal filtro della memoria.
Allo stesso processo di costruzione di una identità che coniuga passato e presente in funzione di un ruolo nella corte romana, non sfuggono neppure le figure dei genitori. Come ricorda nei suoi appunti autobiografici, il padre Flavio «fu gentilhuomo di grande, e bella statura, tutto composto di animo et impiegato, perciò, continovamente, ne’ magistrati della città»4, alludendo ai diversi incarichi di governo ricoperti nel territorio senese. Fu Flavio a scegliere come padrino del figlio il pittore Francesco Vanni perchè, come rilevava Sforza Pallavicino, «per quanto le leggi dell’onore umano gli consentivano, amava meglio di farsi parenti i nobilitati del valor proprio, che da quello degli avoli»5. Fabio Chigi, dunque, ne traccia – a posteriori e in maniera funzionale per ricostruire la sua storia familiare – la perfetta immagine del padre di famiglia, impegnato nella vita pubblica, attento alla conservazione del patrimonio e all’educazione dei figli, affidata a maestri da lui scelti e ospitati in casa, secondo una consolidata tradizione delle famiglie aristocratiche. In Flavio si riconoscono infatti i tratti di un patriziato che coniugava, ancora alla fine del Cinquecento, l’impegno civile, l’amore per le arti, la cura per il governo della casa, vivificati da una profonda religiosità che lo faceva «riverentissimo al sacerdozio» anche nelle precedenze.
Non si sottrae a questa idealizzazione neppure la figura della madre, Laura Marsili, dalla quale il futuro pontefice ricevette in casa i primi elementi, non solo di alfabetizzazione, ma di formazione letteraria e religiosa. «Donna pia, ma insieme virile ed eccellente in quelle virtù, che a madre di famiglie propriamente convengono, gli fu maestra di leggere e di scrivere, e gli aperse ancora il primo uscio alla grammatica»: con queste parole Sforza Pallavicino completa il ritratto che Fabio traccia di lei negli «appunti»6. Se questa idealizzazione della figura materna può definirsi come il prodotto di un’operazione biografica funzionale all’immagine del pontefice, quale fu il rapporto di Fabio con la madre e come fu vissuta da Laura Marsili l’esperienza della carriera curiale del figlio che, poco a poco, avrebbe separato dalla città di origine anche gli altri membri della famiglia, riannodando i fili di un rapporto con Roma quasi interrotto alla fine del Cinquecento, dopo le glorie di Agostino Chigi, banchiere di Giulio ii e Leone x?

2
«Molto Illustre et Amatissimo figlio»

Si è molto indagato, ultimamente, sulla scrittura femminile, sulle possibilità di valutare non solo il peso dei legami e degli affetti, ma il grado di alfabetizzazione e di acculturazione, così come la trama delle reti di relazione intessute dalle donne non solo per sostenere carriere maschili ma anche per difendere il ruolo che, come è stato osservato, le donne nobili occupano sulla scena dell’ascesa familiare in quanto portatrici di una identità nobiliare determinante sia per l’equilibrio interno alla famiglia che per i rapporti parentali e, più largamente, «politici»7. Nell’Archivio Chigi della Biblioteca Apostolica Vaticana si conservano 36 lettere autografe scritte da Laura Marsili al figlio Fabio, a intervalli irregolari, ma in media ogni sei mesi, fra l’ottobre 1629 ed il marzo 1639, dieci anni decisivi per la carriera del futuro pontefice. Le lettere non costituiscono tuttavia un corpus completo: si evince infatti che altre non si sono conservate e, sia per il loro contenuto che per queste lacune, non riescono a disegnare i momenti più significativi della vita della scrivente. Sono infatti le lettere di una donna ormai anziana che cerca di sintetizzare nelle pagine indirizzate al figlio il suo ambiente domestico ormai limitato nella socialità, segnato da preoccupazioni finanziarie, da problermi di una salute sempre più malferma, dalla gestione della casa che, nonostante tutto, la vede ancora protagonista. Mostrano come la madre, tramite essenziale fra i diversi segmenti della famiglia, percepisse soprattutto gli aspetti negativi della carriera ecclesiastica del figlio: la lontananza da Siena, dagli affetti, dagli affari, dalla «casa».
Da quando era rimasta vedova per la seconda volta, nel 1611, Laura aveva infatti retto «prudentemente» il governo della casa8. Da Siena non si era mai allontanata: viveva nel palazzo di città, nel Casato, dove, secondo un modello familiare aristocratico assai diffuso in Toscana9, abitava, con la moglie Olimpia Piccolomini, anche Agostino, cugino del defunto consorte di Laura e tutore di Fabio. Grazie ai suoi legami con i Medici, aveva ottenuto nel 1597 la carica di rettore dell’Ospedale di Santa Maria della Scala ed era stato accolto fra i cavalieri di Santo Stefano. Frequenti erano i soggiorni di Laura Marsili nella villa di Cetinale, già in questi anni centro di una consistente attività produttiva scandita dai lavori dei campi, dai rapporti con contadini, fattori, lavoranti, e destinata a diventare, nel tardo Seicento, uno dei simboli più eclatanti, nel Senese, delle glorie della famiglia del papa10. Una vita in villa allietata anche dalle frequenti visite di parenti, dalle «conversazioni» con i «cavaglieri», che portavano esperienze e notizie da fuori, dalle corti di Firenze e di Roma, dove molti di loro avevano trovato una posizione di prestigio che rafforzava quello già goduto dai Chigi a Siena.
La figura di Laura si presenta massiccia, severa, vestita di nero, con la testa coperta da un velo nero che quasi si confonde con lo sfondo del quadro che la ritrae. Il viso è ormai segnato dagli anni e dagli acciacchi ai quali fa ripetutamente cenno nelle lettere. Le mani tozze portano evidenti segni di artrite e nella mano sinistra tiene un libro di preghiere, nero anch’esso, che si fonde e confonde con l’abito, a simboleggiare la sua profonda devozione: questo il ritratto di Laura Marsili, opera di un pittore senese, ed eseguito alla metà degli anni Trenta del Seicento. Un ritratto che, a suo giudizio, però non riflette il suo vero essere: «in quant’al mio ritratto manno fatto col velo nero che a me non mi par che sia niente simile perche io porto sempre i veli bianchi», come osservava con malcelato disappunto in una lettera al figlio11.
La ieratica staticità del severo ritratto si smorza se accostata alle lettere, mosse, tutte, da una vivacità emozionale che emerge dalla griglia retorica qui decisamente ignorata e osservata solo nelle formule di commiato. La grafia si modella sulla cancelleresca italica, è variabile nel ductus, leggermente inclinato a destra. Soprattutto nelle prime lettere è scorrevole, segno di educazione e di una pur modesta abitudine alla scrittura. La grammatica è però scorretta, i segni di interpunzione quasi inesistenti12, limitato il sistema abbreviativo e assai incerta o addirittura ignorata la divisione fra le parole; la sua scrittura non è quella di una nobildonna «maldestra semianalfabeta» ma si colloca insomma a un livello superiore di quello che Armando Petrucci ha definito «elementare avanzato» che caratterizza altre scritture femminili della prima età moderna13. La mise en texte rispetta, di solito, lo spazio della pagina e solo raramente, nelle ultime, più rare lettere, aggiunge alcune righe sul margine sinistro, verticalmente, a riprova che tante sono le cose da raccontare, troppo ristretto lo spazio, troppo difficile mettere ordine nella memoria, forse ormai troppo labile. Il lessico usato da Laura è la lingua toscana parlata e con particolari usi dell’area senese: la forma della lettera denunzia la difficoltà di ordinare le emozioni e i pensieri che si accavallano, nel tentativo di non omettere nulla, di dare al figlio lontano un quadro completo della dimensione domestica, di fatti e persone ben conosciute dal destinatario, dei propri sentimenti, delle emozioni, della salute sua e di tutti i familiari, ma anche di quella delle «nostre monache», le cinque sorelle di Fabio sopravvissute14 che la più oculata strategia successoria15 aveva destinato ai conventi cittadini più famosi, come Santa Margherita in Castevecchio e in Campansi, nonché le zie e numerose altre parenti. La lettera dovrebbe infatti sostituirsi a quel colloquio fra madre e figlio al quale allude spesso – «quanto allo affetto che io vi portavo, e voi portavate a me che se avevo qualche fastidio lo venivo a conferire a voi non come a figliolo ma come a un padre e da che sete partito voi non ho auto con chi conferir i miei disgusti»16 –; rappresenta il tentativo di colmare un vuoto, di far tacere il senso di solitudine di una donna ben consapevole di avviarsi verso la fine della sua esistenza e che, poco a poco, deciderà di farsi da parte nel governo della famiglia, nell’educazione dei nipoti, ormai troppo «moderna» a suo giudizio, come sottolinea in una delle ultime lettere al figlio: «io godo spesse volte le nuove e figli e nipotini insieme che per gratia di Dio sono tutti vispi, ma leducasione lassaro fare a padri e madre che oltre allesser io stracca fantastico all’antica non si confanno li costumi doggi con li antichi... ne pigliaro aponto li spassi el resto lassaro fare»17. La forma, spesso confusa, è anche la spia che Laura, come altre donne, non possiede gli strumenti culturali per dominare la scrittura che, così, si fa «voce».
Laura, che nel 1629 ha sessantaquattro anni, indugia nel presentarsi piena di acciacchi, e si descrive con sincerità e quasi un pizzico di ironia, sottolineando anche i tratti peggiori del suo carattere che gli anni non hanno certo contribuito a migliorare – «io sono invechiata assai e mi e mancato assai il vedere ludire e le forse, ma limpasiensia e lamentarsi non e mai sciemato, e se fuste qua vedreste che in questo so quella medesima» – e dice di essere tuttavia sostenuta sempre da un buon appetito – «e se non fusse che mi mancano tutti i denti di sotto, mangiarei quanto un cavallo», come scriverà ancora qualche anno dopo. Le sue lettere gettano luce anche sull’ambiente del patriziato senese, legato agli onori del governo cittadino e sostenuto, economicamente, dal possesso fondiario – insomma contento «delle loro entrate e de frutti della villa», come lo descriveva Giovanni Botero nelle Relazioni universali – ma che traeva in questo periodo un vigore nuovo anche dai legami esterni, con la corte medicea e con la corte romana18. A Roma infatti erano stati gli amici senesi e fiorentini a introdurre Fabio alla corte dei Barberini, mentre altri rampolli di famiglie nobili trovavano una degna collocazione negli ordini cavallereschi, come l’ordine di Santo Stefano. Anche gli altri figli erano spesso lontani da casa: Gismondo, avviato alla mercatura, aveva gestito i suoi traffici soprattutto a Messina. Augusto, invece, era stato destinato a perpetuare la discendenza e ad accrescere il prestigio familiare ricoprendo cariche nel governo cittadino. Erano, comunque, anche quelle dei nipoti, tutte carriere che si svolgevano fuori della città natale, lontano dalle mura e dagli affetti domestici e, se certamente potevano offrire maggiori possibilità di successo, da chi restava a casa erano percepite con dolorosa inquietudine.
Esemplare, per l’emozionalità che traspare dalla forma confusa e al contempo intensa, la prima lettera conservata. Il 4 ottobre 1629 «a 5 hore di notte», Laura, ammalata, riceve la visita inattesa di «un missere di Roma». La notte ingigantisce il timore di «male nuove», subito fugato dal figlio Mario. Ancora commossa, racconterà l’emozione vissuta in una lettera scritta, quasi un mese dopo, a Fabio:

Nelle 5 ore di notte venne il ma[...]to vostro a bussare la porta e quando si domando chi era disse o lettere di Roma, mi prese tanto il dolore che cominciai a piangie e a gridare si che Mario venne oltre in camicia e mi voleva consolare col dire a questora non vengono male nuove e in fine che non fu vestito e venuto su con le lettare non mi quietai mai e se bene ebbi la buona nuova insieme con la vostra lettara non trovavo modo di levarmi quel gran travaglio dal quore, poi mi messi a imaginarmi che saresti passato di qua e con questa imaginatione quietai. Ma il signor Missere mi disse che io me lo levavo del pensiero e col dir fiatte volutas tua mi accomodai e mi messi a ringratiar il Signore di tanto beneficio e poi cominciai a darmi pensiero di quello che sarebbe di Austo, e qui mi inquietavo, ma il signior cavaliere che mi venivo spesso a vedere mi fecie sempre buono animo che sereste bene accomodato, io per gratia di Giesù mi si parti la febbre alli [...] di ottobre e sto assai bene se non che mi a lassato piena di una certa rognia che non mi lassa dormire anco sono debile che con tutto che io mangi bene non mi posso finire di riavere19.

La vivace descrizione del trambusto notturno, che ha mobilitato tutti gli abitanti del palazzo, dal figlio Mario ad Agostino, sembra sintetizzare il valore quasi taumaturgico che Laura attribuisce alle sempre più rare lettere del figlio, che non riescono tuttavia a cancellare la consapevolezza del tempo che ormai la separa dai figli:

Ma certe volte, mi viene tanto la tenareza in penzare che sono passati piu di 4 anni che non ho visto il mio cavaliere e voi altri per Cavalieri dia piu senza speranza ne miei giorni di rivederne nissuno che qualche volta mi ci profondo, che seno fusse il ritornare in me e considerare che seti tutti andati volentieri e non forzati mi quieta al quanto; qua il volgo dicie che Austo a a tornare a settembre Mario nonne crede niente si che se sapete qualcossa avisatemelo, qua si fa un gran ragionare di peste e io sto con gran pensiero di voi che mi pare che siate in tanti travagli di guerre carestia e vicino alla peste20.

Anche lei non scrive molto: scusandosi di questo silenzio epistolare, afferma di essere «infingarda», ma riceve notizie da altri, dal «volgo» che chiacchiera sulle vicende delle famiglie più in vista della città, dai figli Augusto e Mario, da altri «cavaglieri» che, più di lei, sono informati delle cose del mondo, dei problemi con i quali il vicelegato si deve confrontare a Ferrara: la peste, gli ultimi fuochi della guerra per la successione di Mantova, gli attacchi dei veneziani sui confini. Se Laura non denunzia mai apertamente la sua fatica di scrivere che confliggerebbe con il suo costante e intenso desiderio di comunicare col figlio, la ricorrente frase «non sarò più longa per no vi infastidire» a chiusura dei suoi messaggi può considerarsi una spia del disagio di confrontarsi troppo a lungo con carta e penna, disagio che sembra aver limitato a lungo la scrittura femminile nell’età moderna.
Quando Fabio era da poco a Ferrara, aveva voluto inviare alla madre un suo ritratto, sia per mostrarsi nelle vesti del nuovo ruolo, sia per colmare il vuoto lasciato dalla sua assenza, prevedendone la ormai incalcolabile durata per obbedire alle logiche della carriera curiale e del servizio al papa. Laura aveva scritto di volerlo «grande quanto quello del Signore Missere − il rettore Agostino Chigi − nello abito che portate quando andate fuore, che poiche non vi posso vedere altrimenti, mi pascerò di quello, che sono passati quattro anni che voi partiste di qua»: era infatti il 10 febbraio 1631. Ora, anche le sue lettere sono poste su un «altaruccio», che diventa il luogo di intimo colloquio con gli assenti21 e il ritratto, collocato, «accanto all’uscio e mi par dovere qualche volta mi aviate da dir qualcosa e vaneggio a mio modo e così fa Flavio che ogni volta che ci passa dicie questo el mio zio»22 materializza una presenza in realtà sempre più distante, non solo fisicamente.

3
Figli e nuore

Non sembra consolarla molto la presenza di Mario, il fratello maggiore di Fabio, futuro Generale di Santa Romana Chiesa, – o forse è solo un modo per sottolineare quanto pesi la lontananza del destinatario della lettera? – che «fra lufficio, Ancaiano23, la casa, gli amici, e sue facende, in casa ci si ferma tanto che scrive mangia e dorme, e quel poco che ci sta, sempre viene gente a dimandarlo»24 non sembra essere molto vicino a lei ad ascoltare pazientemente i suoi «travagli». Mario ricopriva diversi «uffici» nel governo cittadino, già «risieduto» nel 1622, sembra aver già evidenti quei tratti caratteriali di rozzezza, ottusità e pigrizia che, più tardi durante il suo soggiorno a Roma presso il fratello pontefice, saranno rilevati dall’ambasciatore veneto Basadonna25. Anche in altri passi delle lettere, Laura si mostra assai critica nei confronti del primogenito, a quanto pare pieno di debiti di gioco. Tenta così di trovare un aiuto nel figlio ecclesiastico, sperando in un suo intervento risolutore, non solo dal punto di vista morale con un rimprovero per il dannoso vizio, ma anche perché il dissennato agire di Mario rischiava di macchiare l’onore familiare e di pregiudicare il patrimonio. Racconta così in maniera discreta ma efficace quei comportamenti che potevano mettere a repentaglio la sicurezza di tutta la famiglia e non risparmia al figlio primogenito rampogne e, addirittura, violente scenate. Nel settembre 1631, scriveva infatti a Fabio che le

mie lettare che credo vi abbino dato grandissimo travaglio mi par avervi scritto come feci a Mario una amonisione da parte del signore Missere e con quella occasione presi come si sol dire il sacco per il fondo e gliene feci una ritornata dimportanza e ste sempre queto e a udir poi allutimo mi disse come non ci sarebbe piu che dire che laveva data via e che se nera sgravato in tutto e che voleva ritirarsi di fuore e starci um tempo io non li credevo con tutto questo me stata affermata da parenti e amici che labi data a uno che he pieno di mal penziere e che lui non ci vadi piu per conto nissuno e da che gli lavi il capo come vi dico comme sta mosscio e non mi replica quasi a cosa nissuna, e sempre dicie come volete o quel che volete.

Se sono esplicite le allusioni ai debiti di gioco, allo scarso interesse per la famiglia e il patrimonio, meno chiare sono le cause che veramente spingono la madre a intervenire d’autorità. Si allude anche ad un’attività manifatturiera (produzione di ceramiche?) iniziata senza successo a Cetinale che, com’è noto, divenne un centro di produzione di ceramiche alla fine del Seicento. La sua reprimenda, del rettore Agostino e, forse, dello stesso fratello ecclesiastico dovevano aver avuto effetto se, quasi un anno dopo, Laura scriveva di voler

farvi sapere chome Mario a reso i cinqcento scudi a Bichi e anco la settimana passata a digiunato e preso il giubbileo, e mi e stato affermato che fu vero che dono quella sua torniai e che anco gli lasse poco di quello che ci aveva speso per lei, e che non mai piu inpacciato de suoi fatti, ieri ci fu Santi Trapassi e sentii che Mario ragionava con lui di quanto grano aveva dato amezzo e di nuovo gli diede lordine che gliene desseno piu e che lui vedesse se ci pioveva e gli dette le chiave de granai che gli aveva riportate che mi fu di gradissimo contento, che se le cose seguirano cosi non potra andar se non bene26.

Il gioco doveva aver troppo spesso distratto Mario dalla gestione del patrimonio, dal controllo sulla vita dei campi, sull’operato di fattori e contadini, dando così alla madre la sensazione dell’abbandono e dell’imminente rovina. Restavano, comunque, anche negli anni successivi, tratti del suo carattere che angosciavano la madre che cercava, ancora, nel figlio lontano, conforto e approvazione. In una lettera del 4 gennaio 1633 riferiva a Fabio che

Mario con la fameglia torno il dicianove e si fermo in Siena infino al sabato giorno di Pasqua la sera se ne ando a Cetinale la domenica mattina ando a caccia dicano giu per la marema con um di Pepi Biringucci da Ficareto e altri contadini e dalora in qua no se ne mai saputo nuova e in casa quando cera stava con gran malinconia e parla poco e dubito che sia intrigato tanto che gli metta penziero il vivere, inpero arei caro che se vi pare a quale he proposito vi facessi mettere in carta el debito che lui si trova provedere se se potessi rimediare a qualcosa in quanto a giocare si dicie per ogniuno che labbi lassato, e nomi pare che abbi amore ne alla moglie ne a figlioli come vorrei27.

Al figlio ecclesiastico, chiamato a esercitare una costante e preziosa collaborazione, non si chiede solo un intervento moralizzatore, ma di farsi carico di conoscere i nomi dei creditori per evitare scandalose conseguenze dell’insolvenza del fratello che avrebbero macchiato la reputazione di tutta la famiglia.
Nelle lettere si esprime invece un costante e profondo compiacimento per le nuore «la Berenicie e Agnesia che per le sue buone qualità non mi par possibile star tanto tempo senza vederle»28 e non mancherà di informare Fabio delle loro gravidanze, delle nascite e dei progressi compiuti dai nipoti sia nell’apprendimento che nelle «devozioni». Con le nuore, come con la figlia Onorata, stabilisce un rapporto di affettuosa complicità che dovrebbe aiutare a correggere anche le devianze maschili da modelli comportamentali del buon padre di famiglia. Così si compiace anche per la «natura» del figlio Gismondo, più presente a Siena, a casa, «e laver qua Gismondo ha temparato assai la malinconia a Mario e a tutti noi altri e sebene adesso e designio con tutto questo la sera torna innanzi alle 2 ore che a me e di gran contento e la mattina escie assai tardi»29: nel 1636 Gismondo era appunto «risieduto» per il Monte dei Riformatori e questo nuovo onore civico sembrava renderlo ancora più presente in famiglia.
I legami con la famiglia di origine, i Marsili, ma anche con i parenti acquisiti, come i Bichi30 e i Della Ciaia31, appaiono molto forti, sostenuti dalla costante partecipazione alle vicende, anche luttuose, che ne segnarono la vita in quegli anni32. Laura cerca di dare un quadro esauriente dell’andamento demografico delle famiglie imparentate con i Chigi, soffermandosi in particolare sulla salute dei nipoti, senza dimenticare di aggiungere descrizioni fisiche per caratterizzare la fisionomia dei nuovi nati, ricordando somiglianze con persone ben note al suo lontano interlocutore33. Non nasconde le sue critiche ai comportamenti poco prudenti dei suoi giovani nipoti, Rutilio e Giovanni Bichi, tutti e due entrati nelle file di ordini cavallereschi – «il cavalier Giovani non dorme non cena quasi mai in casa veste bene spende ogni cosa alla larga e una gram parte non si sa dove se li a Rotilio porta tuttarme veste bene si dicie che si fa cavaliere di crocie rossa va tutta la notte a ioni34 e non passa mai e 15 giorni senza fare qualche guisnaia35 si che non gli mancha guai»36 – né tace le liti familiari che avvelenano anche alcune circostanze felici, come quando, nel settembre 1633, inseriva in una già densa lettera, un’ulteriore notizia sui suoi parenti: «mi ero scordata di dire come la moglie del bali Marcili fecie di novembre un citto e fecie compare il granduca Ferdinando e gli pone il suo nome e la meno a Siena e per non esser daccordo della casa con Ipolito la fatta partorire in casa di Angniolo Azzolini e ci e sempre che dire»37.
Nel dicembre 1630 aveva comunicato, in una lunga lettera al figlio, anche la morte di Firmano Bichi, marito della figlia Onorata, che Laura aveva avuto dal suo primo matrimonio con Antonio Mignanelli. Molto affezionata alla figlia, Laura si preoccupa soprattutto della sua condizione di vedova, criticando, pur con parole misurate, ma esplicite, il comportamento del genero. Ora la condizione della figlia era preoccupante «per esser rimasta la povera Honorata tanto aggravata di fameglia, e per esser stato huomo [Firmano Bichi] che li sua fatti in casa li conferiva poco, si trovano poco informati di ogni cosa, e lei senza haver con chi conferire, se non con essome e con Mario io son fatta come balorda che parte non intendo e non tengo più a mente niente se voglio dire una imbasciata non la dico comella sta, si che non gli do aiuto di sorte nissuna»38.
La vedovanza di Onorata, che soggiornava spesso a Siena «per vedere i conti della tutoria», si propone come un’esperienza opposta a quella vissuta da Laura che aveva retto la casa, guidato l’educazione dei figli, governato il patrimonio. Con Onorata, Laura partecipa alla vita delle altre figlie in convento, ai legami sociali che la tengono in contatto con le sorelle, con le consuocere e con altre aristocratiche senesi. La sua vita sociale è scandita non solo dalle frequenti visite ai conventi, ma dalle «veglie» – le visite compiute in serata – in casa di altre dame sue parenti o amiche, dalle riunioni familiari per solennizzare le feste natalizie, dal rispetto di consuetudini che volevano che, anche le donne sposate, trascorressero l’ultima domenica di carnevale nella casa paterna39.
Non sono tuttavia molti i particolari che lei fornisce su questi momenti di socialità, presentati quasi sempre nelle lettere come un puro elenco, forse consapevole che possano non interessare il figlio. Ci si può domandare se, scrivendo a una interlocutrice, le lettere sarebbero state più ricche di particolari su questi aspetti della vita sociale o se invece le scarne descrizioni del mondo che la circondava – le feste in città, le cerimonie religiose, le stesse visite ai conventi, occasione, com’è noto, di incontro fra la famiglie aristocratiche – siano da ascrivere all’età avanzata di Laura Marsili, ormai protagonista, e non per molto tempo ancora, solo della vita domestica. La sua religiosità traspare dalle parole indirizzate al figlio soprattutto nelle pratiche di devozione quotidiana, ritualizzata nelle visite ai luoghi segnati dalla presenza e dalla committenza familiare come la chiesa del Rifugio, la basilica dell’Osservanza e l’Ospedale di Santa Maria della Scala, dove Laura addirittura soggiorna per lunghi periodi. È comunque attenta all’educazione religiosa dei nipoti e ne comunica al figlio Fabio con soddisfazione i progressi compiuti. Così racconta con orgoglio che «Flavio che stamane gli o visto servire la Santa Messa in Santo Disiderio con tanta lindeza e garbo che me a fatto maravigliare, che se bene serve qui in casa nella capella he piu timido e no con tanto garbo»40. Ma è solo la sua fede a consolarla della delusione delle promesse, sempre mancate, delle visite di Fabio: e se prima, nel 1633, si paragona a Simeone, nel marzo 1637, esplicita le sue ultime volontà:

Dico ogni giorno le devotioni per voi e anco per il cavaliere e in tutte le messe che odo vi raccomando tutti e in particolare voi el cavaliere che sete lontani e vorrei che mi dicesse una messa per quando staro intranzito che dicano se bene si dicano innanzi che giovano per allora che nostro Signiore ci dia gratia che se non vi rivedo in terra ci rivedremo in cielo41.

Sarà la morte della figlia, così inattesa e straziante, a farla precipitare in una angoscia che le lettere restituiscono nel loro stile confuso, denso e disperato. Nel febbraio 1638, in una delle ultime lettere autografe, comunicava la morte di

quella benedetta figlia [che] era amalata con un male tanto grande che non fu medicamento nissuno che ci desse una minama speranza e non era finito il nono giorno che passo di questa vita con malagevolezza di lassar le 3 citte e la suociara cosi vechia e male stante e non passo mai ne giorno ne notte che non me le raccomandasse e una volta gli dissi sono scampata io di tanto male o speranza che abbia da scampar tu ancora che se pensassi altrimenti mi disperarei lei mi grido e disse che si conformava con la volonta del Signiore che cosi dovevo fare io e mori come buona figliola lei chieder la confessione comunicarsi con gran devosione e lolio santo con conoscimento e rispose quasi a ogni cosa e non passo un ora che spiro con serare gli ochi e non altro motivo considerate come rimasi senza consolatione o speranza di cosa che tanto amavo e veder tre figlioline rimanere orfane la nonna paterna di 83 anni, e io di 70 e piu e non o mai auto bene ne quiete infine che non o trovato una donna per lor compagnia42.

E ancora, nonostante i continui cenni agli acciacchi che le impediscono più frequenti visite ai conventi – «el caminare non mi riescie cosi male come laltre cose che porto le scarpe col sugaro e calcettoni», che risuonano piuttosto come una denunzia della solitudine indirizzata al figlio lontano, si impegna a trovare una soluzione per la casa della figlia. Così, grazie alle sue relazioni di parentela e alle amicizie riesce a trovare «una donna di 46 anni non bella [...] figlia gia di conte Tolomei e di madonna Caterina Nini, sorella di Scipione Nini, prima maritata in casa». La scelta era probabilmente caduta su una gentildonna vedova appartenente a quella nobiltà non più florida economicamente che è disposta ad accettare di reggere una casa priva della guida materna e paterna. Laura e sua sorella Cinzia si fanno carico così di «pigliare questa gentildonna con salario di 10 lire il mese e lo condotta su piu presto che o potuto accio che la signiora Cintia gli possi dare lordine del governo della casa perche mi pare che lei vadi mancando a furia si di sanita come di fermeza». Si tratta soprattutto di provvedere alle tre «citte» orfane che qualcuno vuol già destinare al convento. Laura sa che questo loro destino sarà inevitabile, ma, come spiega al figlio, tenta di rinviare il momento della separazione «perche le citte se si mettevano nelle monache cosi presto si sarebbeno consumati [...] in vestire e per la casa non avrebbeno fatto niente e quel che peggio quando sarebbe stato il tempo sarebbeno digia stracche».

4
«Le nostre monache stanno tutte bene»

Le lettere del figlio lontano rappresentavano per Laura non solo una necessaria consolazione, ma anche un utile strumento comunicativo da utilizzare sia nelle «conversazioni» con le altre donne di casa e le dame dell’aristocrazia senese, sia nei conventi che ospitavano «le nostre monache». La lettera fornisce un’occasione di socialità, nei conventi, nei palazzi e, in questa sua funzione, si sfuma la figura del destinatario che diventa un tramite fra lo scrivente e la società che ha lasciato43. Di qui partivano anche reiterate richieste di poter ricevere lettere da parte del fratello ecclesiastico, richieste di cui la madre si faceva puntualmente interprete, come scriveva nella lettera del 10 febbraio 1630, dopo aver dato notizie sulla diffusione della peste a Siena:

Quando ebbi la vostra ne presi tanta consolatione che la mandai a mostrare a la signora Madona e lei la mostra al signore cavaliere, e poi lo mostrata a Honorata e alle monache che tutte ne anno ricevuto consolasione e anno tutte voglia di scrivervi ma io gli o detto che lassino passare queste turbolenzie che ne va male, ma non so se suor Maria Agniesa ara tanta pasiensia che mostra aver gran voglia di aver lettare di vostro e cosi fa suor Flavia che per gratia di Dio stano tutte bene e tutte vi si raccomandano si come fa Honorata e suor Anna e io di tutto quore pregandovi dal Signore bonta sanita e longavita che per sua benignita ce lo conceda44.

La lettera sarebbe stata, nel convento, un segno tangibile del legame che univa il fratello ecclesiastico alle sorelle Flavia, Maria Agnese e Lutgarda; avrebbe dato loro motivo di vanto di fronte alle altre monache, celebrando i successi nella carriera ecclesiastica che – si sperava – avrebbero avuto positivi riflessi anche sui conventi senesi. Le sorelle partecipano, con le altre monache, delle ansie materne per la lontananza di Fabio e «a tutte par malagevole sentire il tanto allontanarsi» e cercano di mantenere vivo il rapporto con lui non solo attraverso la figura della madre. La visita ai conventi sembra rappresentare per Laura un punto fermo dei suoi itinerari cittadini, che si snodano secondo un tracciato fisso che mira a ricomporre idealmente l’unità familiare, personificata, qui, solo dalle figlie. E con loro parlerà dei figli lontani, come ricorda in una lettera del 30 dicembre 1635:

Vi o sempre nella mente, se vo allo spedale da Honorata o alle monache non posso se non ragionare di voi, e sentirne ragionare e ci sa millani di sentir lettare che vi godiate insieme io quando vo alle monache di Camullia il giorno sto dalloro la sera vo abergo da Honorata e la mattina andiamo alla messa a le monache e cosi ci godiamo tutte insieme e questo lo feci il di di Santo Giovani e il giorno delli innocenti45.

Laura dà notizie delle figlie monache in ogni lettera, ricordando le sue visite ai conventi compiute con la figlia Onorata, con Olimpia Piccolomini, moglie di Agostino Chigi, con Urania Petrucci, sua consuocera: informa della loro salute, affette spesso da dolorosi malanni allo stomaco che non permettono l’osservanza di precetti e da «malincolie»:

Oggi so stata alle monache di Camullia e suor Marta e quasi un ano che si lamenta dello stomaco ma da che entrata quaresima ne sta peggio e a speso qualche febre si che gli ano fatto guastare la quaresima ieri laltro fui a Castel Vechio e trovai che suor Lutregarda anco lei non si sente molto bene ma per anco non a guasto la quaresima e in questi luochi ci so andata con Honorata46.

Ma le sue visite al convento potevano procurare gioie e timidi rossori anche in qualche giovane che forse aveva conosciuto Fabio prima della sua partenza per Roma. Così, con delicata allusività, scriveva che «so stata a vedere le monahce e tutte stano bene e detti il buon pro a suor Dorotea Piccolomini da vostra parte che divento rossa come un cherubino e he piu bella che mai»47.
La continuità fra la casa paterna e i conventi è assicurata, anche in questo caso, non solo dalle frequenti visite della madre e di altre donne, ma dal controllo esercitato, anche sul piano finanziario, dal rettore Agostino Chigi. Le preoccupazioni di Laura per il mantenimento delle figlie in convento si saldano con quelle nutrite per il comportamento di Mario che, come si evince dalle lettere, aveva contratto debiti persino con le sorelle monache e, secondo quanto ricordava la madre, «sor Maria Angniesa arebbe rivoluto i suoi novantacinque scudi e mi fecie dire a Mario e mi disse che come aveva il modo li voleva rendere tutta due e dalora in qua non vi e mai piu andato, io accozai dieci tre gliele o date e gli o fatto fare dafronto la ricevuta e quando potro gli do gli altri e senza che lui lo sappi lo ben detta a Berenicie»48. È dunque alla nuora che comunica i suoi aggiustamenti finanziari per non creare risentimenti fra i figli e, nel contempo, per cercare in Berenice solidarietà. I suoi timori si fanno più forti verso la fine degli anni Trenta, quando, come si vedrà, il patrimonio familiare sembra non essere più sufficiente per rispondere alle esigenze dei figli e la carriera ecclesiastica di Fabio non dà ancora i frutti sperati. Laura decide così di rivedere il testamento e chiede al figlio di rinunziare al suo «quarto» di proprietà, o di farne donazione a lei, soprattutto per provvedere al mantenimento decoroso delle figlie nei conventi. Intanto sia Agnese che Lutgarda erano chiamate, in quegli anni, a cariche di responsabilità e, conseguentemente, di prestigio all’interno dei conventi: sagrestana la prima, «ministra» la seconda. Sebbene «affadigate», cercheranno in ogni modo di rafforzare i contatti con il fratello che, il 9 ottobre 1634 da Messina, in attesa di imbarcarsi per Malta, dove era stato destinato come inquisitore,
chiedeva consiglio alla madre:

Però prego V. S. con tutta la sua confidentia a scrivermi una lettera di quello potessi mandare a ciascuna delle nostre monache, e delle Signore Zie e di altri a chi parerà a V. S. e per gratia mi scriva liberamente il tutto; perchè potrei non sapendo altro fare regali o sproportionati o non graditi o non conosciuti. Dico regali conformi alla mia lira, perche io sono povero prete e ben che in cinque anni habbia speso presso a due mila scudi per anno non di meno per me stesso, son stato più stretto di quello che ero avanti49.

Lo scambio di doni avrebbe rafforzato i legami con i conventi : lì sarebbe giunto, su consiglio della madre, il lino che, accuratamente lavorato e ricamato, doveva poi ritornare a Fabio in forma di rocchetti e altri abiti talari. Con la partenza di Fabio Chigi per Malta e con la sua nomina a vescovo, nei conventi senesi si era intensificata la confezione di un corredo degno del nuovo ruolo dell’ecclesiastico di famiglia. La madre comunicava di «aver vi mandato um pochi di pannolini che vi avevo fatti gia um pezo delle tovaglie ne feci piu e se ne volete avvisate quante braccia ne volete e di quello che vi bisognia avisate che se ne aremo non mancaremo di mandarvene»50. Ma, poco dopo, quando fu destinato nunzio ad tractum Rheni, le esigenze di Fabio Chigi sarebbero mutate, le spese moltiplicate e la famiglia, a Siena, se gioiva per la carriera curiale del suo vescovo, lamentava in quegli anni una non florida situazione economica.

5
«Noi siamo in gran carestia di denari»

Laura Marsili Chigi continuava a occuparsi della gestione patrimoniale, sovrintendendo inoltre ai lavori che, in quegli anni, la famiglia stava apprestando sia nel palazzo del Casato che nella villa di Cetinale51. Non sono rare infatti le lettere nelle quali comunica a Fabio l’andamento dei raccolti, l’avvenuta riscossione di crediti, ma anche matrimoni che, si sperava, avrebbero portato nuove ricchezze in casa. In una fitta trama di notizie di nascite, morti52, malanni stagionali, dei debiti di gioco di Mario, di bizzarrie dei piccoli che le crescevano intorno53, Laura fornisce al figlio anche un quadro della situazione economica familiare: «noi siamo in gran carestia di denari», scriveva nel gennaio 1631, ricordando di avergli inviato 10 piastre «a la mano del vostro Camariere e me ne fece ricevuta». La mancanza di denaro contante sembra mettere in pericolo tutta la sua ordinata gestione domestica e, dopo aver trascorso insieme alle sorelle, ai figli le feste di Natale, era venuto il momento di fare i conti in famiglia, di saldare debiti, di onorare quanto disposto da lasciti testamentari. Acrobazie che si premura di riferire a Fabio: «il primo di dellano si parti da noi Camilla e Caterina che gli ebbi da dare centocinquantatre piastre che ne o auti acattare centovinti e per non ci esser Mario tocco a cercar me e dio sa quando gli rendero, pur io so padrona di casa e fo come prima mi capita denari sempre attendo a darli a chi a davere e ogni tre mesi do una piastra per una a le nostre monache per il lassito del cognato»54. Non sono ancora evidenti, a Siena, i benefici della carriera ecclesiastica intrapresa dal giovane patrizio, anzi, le spese per poter dignitosamente vivere il suo ruolo di vicelegato, come gli altri incarichi ai quali fu destinato successivamente, gravavano ancora sul patrimonio familiare e tormentavano la sensibilità di Fabio che, fin dall’inizio della sua carriera curiale, si guadagnò fama di persona assai morigerata, per non dire avara. Ma, come vedremo, Fabio non parlava molto di questi problemi nelle lettere alla madre, ma piuttosto con il rettore Agostino e con i fratelli.
La penuria di liquidità, caratteristica costante e comune dell’economia nobiliare, non solo italiana, non significava, tuttavia, per la famiglia del futuro pontefice un diminuito prestigio in ambito cittadino. Al contrario, proprio in questi anni, molti sono i segni che compaiono nelle lettere di una riacquisita preminenza che si esprime negli onori manifestati, in diverse occasioni, a esponenti della famiglia: dalla visita del granduca a Siena, ospitato anche a Cetinale, dal soggiorno a Siena, nel 1637, del cardinale Alessandro Bichi, accolto anche nel convento di Camollia «che lo ebbero a desinar da loro [...] con tanta loro allegrezza e consolatione», come negli onori tributati ad Augusto e consorte ricevuti sontuosamente nell’Ospedale di Santa Maria della Scala dal rettore Agostino Chigi e da sua moglie (nelle lettere sempre indicati come «Messere» e «Madonna»). Racconta soddisfatta che

la sposa e Austo andorno a disinare allo spedale e li rimaseno che il signor Messere e la signora Madona gli anno assette quelle tre camare con gli apparamenti di drappo fatti aposta con larme di Chigi con cortinaggi tre padiglioni di damasco con tanti comodi quanto si possi mai desiderare la signora Madona gli a fatto condonamento tanto bello e tanta quantita di robba quanto non credo che ci sia mai arrivato nissuno al mio tempo e di piu il signore Messere gli a fatto il donamento da per se che he una ciella piena di argentarie cioe una scafarda e una brocca come quella che dette a Berenicie e una paniera grande quanto um baccino due nappi due candelieri una s[...] della grande una credenzietta dentro una tazza una saliera fatta a usanza di scatola con 4 tramezi per tenerci le spesie du chichiari un grande e un picolo cotello e forcina e 3 piattelleti e 3 tondi ogni cosa dargento indorato e ogni cosa grave e basta [....] io vi o avvisato di queste cose che non so se Austo ve ne a detto niente55.

La speranza di rivedere Fabio, almeno di passaggio per un momento da Siena, dove sembra rallegrarsi tutta la città per le notizie della sua carriera ecclesiastica, si fa più forte quando, conclusa l’esperienza della vicelegazione di Ferrara, fu nominato vescovo di Nardò e inviato inquisitore a Malta. Speranza presto delusa dalle notizie, più concrete, fornitele dagli altri figli. Non sono invece fugati i timori per la sua delicata salute – sebbene Mario l’abbia rassicurata «che avete um poco piu carne che non avevi qua» – né per il lungo viaggio che lo porterà in una terra di cui poco si conosce, mentre i diversi membri della famiglia entrati nelle file dei cavalieri di Santo Stefano, le fanno giungere preoccupanti notizie sui possibili attacchi dei Turchi «io mi do gran travaglio della armata che si dicie di venir costa che mi sembra che l’infortuna vi perseguiti quando con carestie, con peste, con guerre, con fuoco, e ora di nuovo co larmata»56.
Così, le lettere diventano ancora più rare e lunghe, la grafia più incerta e la qualità dell’inchiostro e della carta le renderanno, nel tempo, di difficile lettura. A Malta, Fabio era stato raggiunto dai fratelli, dal cavaliere di Malta Giovanni Bichi, suo nipote, al quale Laura non aveva trovato il coraggio di scrivere dopo la morte della madre Onorata. Si consola pensando che i figli siano ancora riuniti, sebbene lontano da casa e senza di lei, ma non può tacere le difficoltà finanziarie che la carriera ecclesiastica di Fabio sembra non essere ancora in grado di far superare. Sentendosi, forse, ormai alla fine dei suoi giorni, la madre vuole rivedere il suo testamento per correggere le disposizioni relative ai lasciti per i figli e, soprattutto, pensa alle figlie in convento, come scrive nell’ultima sua lettera a Fabio:
e gia un gran pezzo che vi arei [comunicato] il gran bisognio della casa e veder come ogni giorno vanno crescendo le spese scemando lentrate e per questo o penzato levar parte delli obbligi che feci sopra al mio quarto, che hera di scudi 4 per religioso adesso lo voglio ridare alle monache solamente a suor Lutugarda suor Maria Angniesa scudi due [...] perche di gia ano fatto i loro ofisi e a suor Flavia 4 che li comincio a fare ora e a tutte gli lasso [...] del cogniato che mi par che li bastino quando feci il testamento ci era il mio cavaliere e mi disse che non tanto il quarto che me averebbe lassato anco il resto ora vedendo che non he piu bisognioso vorrei che voi vedesse inanzi che vi partisse di di costa, me ne facesse una renuntia o donatione perche dubbito che se lentrate non fano altrimenti che sciemarse abbi dandar male, io in fino a ora non mi(nca)ra[...] piu di vivere ora che mi dicano che questa per [andare] di Malta in Colonia sara causa di passare di qua e o tanto il desiderio di vedervi che vorei viver in fino a quel tempo che Dio me ne dia la gratia57.

Come è noto, con il conferimento della diocesi di Nardò a Fabio Chigi, nel 1635, vennero a cessare le rimesse in denaro da parte della famiglia: una provvisione mensile di 64 scudi proveniente soprattutto da quanto disposto dal rettore Agostino che aveva destinato al suo protetto una rendita annua di 1.000 scudi finché non avesse ottenuto una somma pari o superiore da rendite e benefici ecclesiastici. La madre, dunque, considerata la «congrua dote» della chiesa di Nardò, chiede di rinunziare al suo quarto, per suddividerlo e destinarlo alle figlie nei conventi senesi, vincolate ormai a uno status che non prevedeva aumenti di entrate, ma l’obbligo di un decoroso tenore di vita minacciato, come in passato, da possibili richieste di prestiti ai fratelli.

6
«Sono figliolo di obbedienza destinato alla Chiesa»

Se le lettere di Laura Marsili cercavano di comunicare la dimensione domestica al figlio lontano, quali erano le sue risposte? L’obbligo del «servizio» rappresenterà sempre il filo conduttore delle lettere alla madre con la quale si scusava scrivendo, nel 22 maggio 1634, che l’obbedienza «non mi lascia partire ne quando ne per dove volevo, ne di riverirla al presente»58. Scarne e misurate sono sempre le risposte di Fabio che solo poche volte si abbandona a confidenze sul suo stato di «povero prete», angosciato dalle spese e preoccupato, al tempo stesso, di fare regali ai suoi familiari senesi, quasi per mostrare il tangibile successo e la fortuna acquisiti con la prelatura. Madre e figlio useranno due registri comunicativi sempre più differenti e distanti: se le preoccupazioni per la salute spirituale dei parenti segnano costantemente le lettere alla madre – «mi scriva dove si comunican i miei fratelli, e come spero, e da che confessore vanno, come pratican Ms. di Sales, come io da 12 anni in qua»59, come chiedeva il 6 maggio 1634 – solo raramente compaiono notizie consolatorie sulla sua «debil complessione» per tranquillizzare la genitrice lontana. Poche notizie di sé, qualche cenno sulla sua salute – «i bagni non mi fecero bene», come scriveva il 14 ottobre 1633 – raccomandazioni per la salute spirituale e parole di condoglianze per i lutti che venivano comunicati da casa sono gli argomenti delle non molte lettere alla madre, scarne nel contenuto, formali e quasi distanti: il controllo dei propri sentimenti passava anche attraverso l’acquisizione di una indispensabile forma retorica che il giovane curiale sembra aver perfettamente fatto propria.
A differenza di altri ecclesiastici inviati, più o meno negli stessi decenni a «servire» la curia romana in qualità di legati, nunzi o governatori, generosi nel comunicare alla famiglia dettagliate notizie sulla loro vita quotidiana, sulla socialità e i suoi rituali, le precedenze e i relativi obblighi, non trascurando poi neppure la dimensione politica del loro compito, Fabio Chigi nelle lettere alla madre si mostra assolutamente reticente su questi aspetti della sua esperienza diplomatica. Solo nelle lettere alla madre, però: basti infatti dare solo uno sguardo alla mole dei carteggi del futuro pontefice per capire come il legame epistolare potesse tenere vivi, per decenni, rapporti di amicizia e di familiarità, sostenuti da comuni interessi culturali, religiosi, politici che si saldavano in una fitta trama di relazioni. È insomma possibile riconoscere nella ritrosia comunicativa delle lettere alla madre la separazione di due sfere che, secondo una tradizione ben radicata nell’aristocrazia toscana, vuole divisi e diversi esperienze e linguaggi maschili e femminili. Inoltre Laura è troppo anziana e distante per poter dare un aiuto concreto alla carriera del figlio che, ormai, non si decide certo a Siena.
Da Malta Fabio Chigi continuò infatti a informare parenti e amici della sua vita nell’isola, divenuta rifugio per giovani nobili cadetti orgogliosi e tracotanti, decisi a difendere l’onore e il prestigio sociale lontano dai pericoli delle vere guerre che negli stessi anni sconvolgevano l’Europa60. Se le lettere alla madre erano avare di particolari, agli amici, ai fratelli e, soprattutto, ai suoi protettori, senesi e romani, non risparmiava dettagli sui suoi disagi, sulle delusioni sofferte in questi anni di carriera al servizio dei Barberini. In attesa di imbarcarsi per la nuova destinazione, informava il rettore Agostino che «l’inquisitorato di Malta, oltre la propria dignità sua intrinseca, mostra un’altra espressione della stima che mi fa N. S.re» e mascherava così la propria delusione attribuendola ad altri: «Alla corte di Roma sono stati alcuni amici miei troppo singolari di affetto, che mostrando di divisarmi a cose maggiori non han mostrato quei segni d’allegrezza che dovevano»61. Anche quando fu nominato vescovo di Nardò, Chigi non poté nascondere la delusione: sebbene lo consolassero le parole di Urbano viii – «vogliamo darvi una chiesa migliore» –, non a torto il prelato senese temeva che la lontananza dalla corte e dagli «occhi» del principe potessero farlo dimenticare, come infatti scriveva a Giulio Sacchetti «per timore di essere dimenticato e lassato con la sola chiesa titolare doppo che io fossi fuori Roma»62. Il clima era più favorevole alla sua salute63, anche se gli strapazzi per il viaggio lo avevano sconvolto. Scriveva infatti a un corrispondente ferrarese, Alfonso Agnelli: «non magno, non bevo, non mi levo [da] giacere, et ho tutti i mali del mondo, testa, stomaco, sudori [...] oltre gli sforzi di ributtare»64. Lo consolava – e così cercava di rassicurare anche i destinatari delle sue lettere – l’impegno profuso dagli «amici»: «Il Signor Giovan Francesco [Sacchetti] Ms. Panzirolo, il Cav. Del Pozzo in ogni opportunità mi favoriranno, se in Regnio vacante Chiesa migliore [...] ma io – aggiungeva – piglierei volentieri la mia sposa nelli Stati di S. Chiesa o fuori Regnio», come scriveva al suo protettore Agostino Chigi65. E a lui, ormai anziano e duramente provato dalla morte della moglie66, Fabio scriveva comunicandogli le speranze di ulteriori progressi di carriera, ma non risparmiava anche consigli per la salute malferma – «la delicatezza della sua complessione e l’età non richiedono altro da V. S. se non l’appartarsi da negotii più gravi et il godersi il riposo e l’aria della villa». Pensando alla sua fine non lontana, lo ringraziava di quanto aveva fatto per lui e per tutta la famiglia «come a padre Padrone e protettore di tutti con l’auttorità, con l’aiuto, col consiglio» e lo assicurava che a Roma avrebbe provveduto alle cappelle familiari, immagini allora un po’appannate di una storia che, dopo alcuni anni, avrebbe lasciato un’impronta indelebile non solo sulla città del papa.
Sarà la cognata, Berenice della Ciaia, destinata, più tardi, durante il pontificato chigiano a diventare un personaggio centrale della corte romana, a riprendere i fili di un discorso epistolare interrotto dalla morte di Laura Marsili e, poco dopo, dello zio tutore Agostino67, mentre da Roma Fabio Chigi si preparava ad affrontare il difficile compito di «mediator pacis» lontano da tutti.

Note

1. Sull’attività diplomatica in Germania, cfr. i fondamentali contributi di K. Repgen, Dreißigjäriger Krieg und Westfälischer Friede. Studien und Quellen, Schöning, Paderborn 1998.
2. Su queste problematiche cfr., ad esempio, i saggi raccolti nel volume G. Signorotto, M. A. Visceglia (a cura di), La Corte di Roma tra Cinque e Seicento “teatro” della politica europea, Bulzoni, Roma 1998.
3. G. Incisa Della Rocchetta, Gli appunti autobiografici d’Alessandro vii nell’Archivio Chigi, in Mélanges Eugène Tisserant, vi, Libreria editrice vaticana, Città del Vaticano 1964, p. 442.
4. Incisa Della Rocchetta, Gli appunti autobiografici, cit., p. 441.
5. P. Sforza Pallavicino, Della vita di Alessandro vii, libri cinque, Giachetti, Prato 1839, p. 26.
6. Sforza Pallavicino, Della vita, cit., p. 27.
7. M. D’Amelia, La presenza delle madri nell’Italia medievale e moderna, in Ead. (a cura di), Storia della maternità, Laterza, Roma-Bari 1997, p. 13. Su queste tematiche rinvio senz’altro agli studi raccolti nel volume G. Zarri (a cura di), Per lettera. La scrittura epistolare femminile tra archivio e tipografia, secoli xv-xvii, Viella, Roma 1999; inoltre cfr. B. Borello, Trame sovrapposte, La socialità aristocratica e le reti di relazioni femminili a Roma (xvii-xviii secolo), esi, Napoli 2003.
8. Laura Marsili, figlia di Alessandro ed Ersilia Passionei, aveva sposato in prime nozze Antonio Mignanelli, dal quale aveva avuto due figli: Onorata, andata in sposa a Rutilio Bichi, e Antonio, divenuto cavaliere di Malta.
9. M. Barbagli, «Sotto lo stesso tetto». Mutamenti della famiglia in Italia dal xv al xx secolo, Il Mulino, Bologna 1996.
10. Sulla villa di Cetinale cfr. G. Romagnoli, La villa di Cetinale ad Ancaiano, in Alessandro vii Chigi (1599-1667). Il papa senese di Roma moderna, catalogo della mostra, a cura di A. Angelini, M. Butzek, B. Sani, Protagon Editori Toscani, Siena 2000, pp. 454-8.
11. bav, Archivio Chigi, Carteggi 77, c. 178r. Laura aggiunge che «ma Flavio è naturale così Austino», a conferma che i ritratti furono tutti commissionati ed eseguiti negli stessi anni e dalla stessa mano, voluti forse dallo stesso Fabio Chigi, allora inquisitore a Malta e, da tempo, attento a ricostruire e conservare la memoria familiare. Il ritratto di Laura Marsili e del marito Flavio Chigi si conservano nella villa di Castel Fusano (Roma); copie più tarde fanno invece parte di una collezione di ritratti presenti nel palazzo Chigi di Ariccia (Roma).
12. La presente trascrizione rispetta fedelmente la grafia delle lettere; non ha introdotto punteggiatura; sono state solo sciolte le abbreviazioni più comuni.
13. La felice definizione è poi ripresa da A. Bartoli Langeli, La scrittura dell’italiano, Il Mulino, Bologna 2000. La condizione di «maldestra semianalfabeta» è indicata da Petrucci come comune a molte donne nobili e borghesi della prima età moderna: A. Petrucci, Scritture marginali e scriventi subalterni, in F. A. Leoni, D. Gambarara, S. Gensini, F. Lo Piparo, R. Simone (a cura di), Ai limiti del linguaggio. Vaghezza, significato e storia, Laterza, Roma-Bari 1998, p. 313.
14. Delle sette sorelle di Fabio, Caterina e Flaminia erano morte in tenera età; Ortensia, Ersilia e Elena erano state monacate nel convento di Santa Margherita in Castel Vecchio rispettivamente con il nome di Alessandra, Lutgarda e Flavia; Agnese e Caterina avevano preso il velo in Campansi come suor Maria Agnese e suor Marta.
15. La tardiva introduzione del fedecommesso e la conseguente parcellizzazione del patrimonio familiare sarebbero state all’origine del declino economico vissuto dalla famiglia nel tardo Cinquecento. Per un quadro complessivo della situazione economica dei Chigi, prima del pontificato di Alessandro vii, cfr. M. Teodori, I parenti del papa. Nepotismo pontificio e formazione del patrimonio Chigi nella Roma barocca, cedam, Padova 2001, pp. 1-55.
16. bav, Archivio Chigi, Carteggi 77, c. 140r.
17. Ivi, c. 177v.
18. Sulla nobiltà senese in età medicea rinvio al mio saggio Una nobile decadenza, in R. Barzanti, G. Catoni, M. De Gregorio (a cura di), Storia di Siena, ii: Dal Granducato all’Unità, alsaba, Siena 1996, pp. 53-68 e ai saggi nel volume M. Ascheri (a cura di), I Libri dei Leoni. La nobiltà di Siena in età medicea (1557-1737), Pizzi, Siena 1996.
19. bav, Archivio Chigi, Carteggi 77, c. 140r.
20. Ivi, c. 141v.
21. «Io da che no vi o scritto o riceuto due vostre una del 6 dicembre laltra del 17 di ferraio che li o tanto care che non lo crederesti mai che non rispondo cosi subbito le tengo nel mio altaruccio posate [...] non vi scrivo le vedo e leggo piu volte e come o scritto le butto e ripongo», ivi, 177v.
22. Ivi, c. 160r.
23. Si allude qui ai numerosi poderi nel comune di Ancaiano che facevano parte della villa di Cetinale.
24. bav, Archivio Chigi, Carteggi 77, c. 142r.
25. Cfr. la scheda per il suo ritratto a cura di B. Sani, in Alessandro vii Chigi (1599-1667), p. 504.
26. bav, Archivio Chigi, Carteggi 77, c. 146r.
27. Ivi, c. 152r.
28. Ivi, c. 145r.
29. Ivi, c. 176r.
30. La figlia Onorata, nata dal suo matrimonio con Antonio Mignanelli, si era sposata con Firmano Bichi e aveva avuto nove figli, sei maschi e tre femmine. L’albero genealogico in Ch. Weber, Genealogien zur Papstgeschichte, i, Hiersemann, Stuttgart 1999, p. 102 presenta diverse inesattezze.
31. Dei fratelli di Fabio, Mario sposò Berenice della Ciaia e Augusto Olimpia della Ciaia.
32. «Oggi so stata da lei e con la signora Madona a visitare la sua nipote moglie del Signore Galgano Bichi che ano fecie una citta e venardi fecie uncitto che gli anno posto nome Metello de figlioli de miei nipoti il signore Misando Marsilii a un mastio e 3 femmine [...] Girolamo Bemuoglienti a 2 masti e 2 femmine Ambrogio Sansedoni due femmine Giovan Battista Borghese ebbe un citto e si mori ma ne a da rifare e anco ne a da fare Olimpia che e di 2 mesi le mie sorelle tutte vechie e frolle [...] e quando io venni in questa casa [...] Camilla cera stata 3 settimane e quando feci Ortenzia ci resto 3 settimane dal partorire e cosi penzo ci anno da corrire per vivere, oggi senno pioveva ritornavo a Cetinale che ci sono i muratori che fanno la citerna che vorrei vederla finita ma queste pioggie ci guastano tutti i disegni. Honorata si ritrova a Carpiglioni con le sue 3 citte Francesco cieco di un ochio dallaltro ci vede poco Carlo non so come si abbia voglia di studiare che gia ne mostrava Galgano per ora sta abastanza bene e non si porta male Antonio e di fuora con sua madre e dubbito che sia stracco che Dio non lo voglia perche he acuto e terribile e a assai del padre», bav, Archivio Chigi, Carteggi 77, c. 156v.
33. Ad esempio, così descrive la nipote (1632-79), figlia di Mario: «Verginia he grande bianca bionda, a la fronte grande, lochio molto nero ma giusto e allegro il naso non longo e nelle fattezze somiglia la madre e a messo in questi giorni 2 denti», ivi, c. 158r. Ma fra le ricorrenti descrizioni della fisionomia dei numerosi nipoti, quella di Flavio, il futuro cardinale, è certo la più efficace. «Flavio di suo tempo e grande in formato e a un faccione [...] fattezze tutte grandi ochio nero e quando e in buona e me fa tante careze e in particolare a me e a sua madre e bianco e rogio ma a per anco pochi capelli e quelli bianchi ma quando a collora no par quello che he e allora somiglia il cogniato Fortunio quando aveva collora et dicie poche parole ma quelle che dicie le dicie bene he a proposito e a pasto e dorme da me», ivi, c. 152v.
34. Locuzione toscana: andare a spasso, bighellonare.
35. Forse vuol dire “guisciaja” che significa, nell’uso senese, “andare a caccia col vischio” e, in senso metaforico, “compiere un’azione rischiosa”.
36. Ivi, c. 157r.
37. Ibid. Si tratta della nascita di Ferdinando, figlio di Carlo Marsili, fratello di Laura, cavaliere di Santo Stefano, e di Girolama Griffoli, sua terza moglie.
38. Ivi, c. 142r.
39. «Oggi che e stata la domenica del carnovale so stata a disinare a casa di Ipolito mio fratello secondo lusanza e ci e venuto anco Honorata che sta assai bene ma affadigata assai che fra la fameglia grande il penziero di tre citte chese bene sono in tutto assuo modo ci a da penzare che oltre allo aver accontentar sei masti bisognia penzar che la maggior a 9 e lultima 6 che ci a da fare, oltre alla lite che gli da gran fastidio e spesa», ivi, c. 174r.
40. Ivi, c. 180r.
41. Ivi, c. 178r.
42. Ivi, c. 179r.
43. Osserva, a questo proposito, M. D’Amelia, Lo scambio epistolare tra Cinque e Seicento, in Per lettera, cit., pp. 93-4: «Circolazione e letture di questo tipo comportano in parte la vanificazione del ruolo del destinatario, che da interlocutore scelto, ed in qualche modo esclusivo, della interlocuzione è trasformato in semplice tramite di una comunicazione che sembrerebbe aver come suo statuto una pluralità di destinatari».
44. bav, Archivio Chigi, Carteggi 77, c. 143v.
45. Ivi, c. 172r.
46. Ivi, c. 153r. «Mi pare avervi scritto come il nostro rettore, da S. Maria Candeloro in qua e fatto confessor di Suor Maria Maddalena Cerini, e mi dicie che he magrissima, e una Bandini ma che lei fa le sue faccende e tressera per il convento come le altre e che gli a fatto fare oratione per voi ma non dicie particolari, per che cosi he lordine del nostro arciaccono o fatto tutte le vostre raccomandationi e in particolare alla signora Madona che dicie che non pigliate pensiero delle sue monache perche continovamente vi tiene raccomandato e anco a tutte le altre che gli sono in governo Suor Maria Angniesa sta bene heldi di Santa Crocie entro sagrestana Suor Marta il di di Santo Bennardino si cavo sangue per la vena per la sua indisposisione dello stomacho e ci andammo Honorata e io e ci abbattemmo che alle grate vi era un nipote di Suor Colomba e con questa occasione gli facemmo motto e mi domando di voi e dicie ricordarsene, e io di nuovo vi li raccomandai e mi disse che lo farebbe, poi so stata a Castel Vechio he o trovato che suor Flavia da 5 giorni in qua gli a dato noia il suo solito male ma con altri effetti cioe con gonfia(m)menti di gola in modo che pensonno che si morisse e rimasta fioca e un gran caldo nella testa a tal che il medico tratta di dargli laqqua di San Casciano, che se voi lavesse vista da quaresima in qua era fatta grassa e stagionata e suor Lutugarda se ne loda assai che he diventata buona e spirituale pure il Signore sa quello che he il meglio», ivi, c. 154r.
47. Ivi, c. 145v.
48. Ivi, c. 152r.
49. bav, Chigiano A. i. 3, cc. 226r-226v.
50. bav, Archivio Chigi, Carteggi 77, c. 175v. Nel settembre 1636, la madre comunicava l’invio di «um poco di biancaria, avisate se he a vostro modo e delle tovaglie e tovagliolini si grossi come mezzani ne o fatti più che non li mandai che erano a cucire, se ne avete bisognio avisate che di quello che ci sarà vi si mandaranno», ivi, c. 176v.
51. In particolare, una risistemazione delle stanze del palazzo del Casato, dove abitava sia «Messere» Agostino, da poco vedovo, sia Laura è ampiamente descritta nella lettera del 28 ottobre 1635: «non restavo di sollecitare lassettare le camare per Gismondo ma ora per una sua intendo che non ci e piu tanta fretta che dicie fra umese vuole venir costa da voi e starci um pezo e anco mi dicie che oltre alli assetti che aviamo fatti arebbe voluto si facesse una arringhiera alla inferriata della seconda camera e dici che e di vostro gusto quando si comincio a murare ci venne il signore Messere e dette lordine che si acresciesse la fenestra grande di sala si facesse la porta riscontro alla finestra di mezo della camara si levassi laqquaio e le pietre del camino e delle pietre dellaquai se ne fatta la porta alla seconda camera che da assai lume e della aringhiera se ne fecie beffe per riuscir sopra a tetti e bassa che sarebbe stata pericolosa da ladri si che Austo la lascio stare», ivi, c. 167r. Sul palazzo del Casato cfr. M. Quast, Il Palazzo Chigi al Casato, in Alessandro vii Chigi, cit., pp. 435-9.
52. In particolare, quella di Camilla «di Ninolo amalata che stava in nello vostro studio piccolo e la mattina che arrivai mi fecie carezze e me mostro allegrezza e poi ilunedi si mori, che era ogni nostro soccorso si dello stare in casa come dello andare fuore, lassai tutta la fameglia», bav, Archivio Chigi, Carteggi 77, c. 156r.
53. «Per gratia di Dio siamo tutti sani e ora si aspetta di ora in ora il parto di Olimpia che per anco sta bene, la signora Urania Ciai fecie il di 16 di dicembre un citto la del S. Celso Bargagli il citto, il di di Santo Stefano Girolama Bandinelli Borghesi anco lei fecie un citto ora staremo aspettando quello chel Signore ci manda, io so stata da Ogni Santi infino a Santa Lucia a Cetinale e Angniesa viene grande spiritosa e la piu vispa citta che vedessi mai», ivi, c. 152.
54. Ibid.
55. Ivi, c. 153r.
56. Ivi, c. 166v.
57. Ivi, c. 182r.
58. bav, Chigiano A. i. 3, c. 127v.
59. Ivi, c. 107r.
60. Sul significato sociale e culturale che l’ordine di Malta assunse per le nobiltà italiane cfr. A. Spagnoletti, Stato, aristocrazie e ordine di Malta nell’Italia moderna, École française de Rome, Roma 1988.
61. bav, Chigiano A. i. 3, cc. 121r-2v.
62. bav, Chigiano A. ii. 27, c. 39r.
63. Anche a proposito del clima, il giudizio era negativo: «Sono però queste stagioni solite... ma chi non è nato in Affrica, le ha per insolite e insolenti», P. Piccolomini, Carteggio inedito di Fabio Chigi, poi papa Alessandro vii, in “Bullettino senese di storia patria”, xv, 1908, Siena 1908, p. 11, n. 3.
64. bav, Chigiano A. i. 3, c. 264r. Stesse descrizioni nella lettera a Francesco Maria Merlini: «il viaggio è stato da galera: strapazzi di stomaco, sudori freddi, imprecationi da parturienti che finivano nel por piede in terra», Piccolomini, Carteggio inedito, cit., p. 11.
65. bav, Chigiano A. i. 3, c. 195r.
66. La madre aveva informato Fabio della morte di «Madonna» Olimpia Piccolomini nella lettera del 25 novembre 1634: bav, Archivio Chigi 77, c. 163.
67. Ivi, c. 183r, 3 giugno 1639.