Bolle e brevi falsi
nella Roma del Seicento


di Marina D’Amelia

 

 

Il falso si presenta nell’età moderna − è banale dirlo − sotto varie forme e abbraccia una gran varietà d’espressione: c’è il falso letterario, c’è il falso artistico, c’è il falso epigrafico, c’è il falso genealogico, c’è, infine, il falso religioso. E si tratta di un elenco vistosamente incompleto. Come tralasciare, infatti, i falsi di moneta, i falsi di documenti pubblici, i falsi d’identità, insomma tutto quel repertorio di contraffazioni che, al tramonto dell’ancien régime, l’avventuriero Giacomo Casanova depositerà con disinvoltura e ineguagliata faccia tosta lungo il corso della sua lunga vita.
Proprio a questi falsi aveva del resto dato voce Dante che, nel decimo girone dell’Inferno, aveva intrecciato alchimisti che attentavano alla buona fede del prossimo, contraffattori di moneta e di documenti pubblici, simulatori d’altre identità, calunniatori. Solo il fiorentino maestro Adamo («falsai la lega del Battista») e Gianni Schicchi che si finge un altro per dettare un testamento falso sarebbero stati considerato nella dottrina giuridica medievale dei falsari veri e propri. Gli altri esempi ricordati da Dante, dalla giovane Mirra che assunse un’altra identità per accoppiarsi con il padre, alla moglie di Putifarre che accusò ingiustamente il casto Giuseppe, a Simone Greco che convinse i troiani a far entrare il cavallo durante l’assedio di Troia, sarebbero stati accusati di incesto, diffamazione e ausilio bellico. Una più avvertita consapevolezza della diversità di reati sottesa al campionario di falsari immaginato da Dante ha evidentemente sconsigliato gli storici dal seguirne le tracce1.
Infine, accanto e oltre agli interessi di individui particolari, nel Cinque e nel Seicento, l’intreccio tra autenticità e falsificazione si afferma, come sappiamo, tra gli strumenti adottati dagli stati stessi, per le più diverse ragioni, nella loro politica.
La varietà di espressione del falso ha spinto Anthony Grafton – cui si deve la riproposizione del problema del falso all’attenzione di un pubblico di lettori più vasto, non confinato agli studiosi di professione o agli storici del Medioevo – a dirsi scettico sulla possibilità «di accomunare in un unico nodo esplicativo» i diversi fini e intendimenti che possono essere all’origine dei falsi2.
Se abbandoniamo il terreno indubbiamente affascinante dei grandi falsi letterari cari a Grafton e rivolgiamo la nostra attenzione alle tante contraffazioni che si producono nei documenti pubblici, quelle che Constable ha sbrigativamente liquidato come «piccolo falso, dettato da interessi personali» per distinguerlo dai «grandi falsi» prodotti nel periodo medievale3, tanto scetticismo è del pari giustificato? Probabilmente no. Proprio “i piccoli falsi” saranno al centro di questo saggio. Non mi occuperò però dei tanti testamenti alterati o dubbi, delle non meno numerose ricevute o lettere di cambio contraffatte, tantomeno dei falsi di monete – fenomeni serissimi e degni di attenzione, sia chiaro – bensì delle false lettere apostoliche, dei brevi e delle bolle pontificie mediante i quali alcuni individui ottengono benefici, si intestano indulgenze, usufruiscono di deroghe.
Se analizziamo le contraffazioni delle lettere apostoliche come indizi metaforici e simbolici che rimandano a fenomeni più generali, come ad esempio il modo in cui funziona quel grande e problematico fenomeno che è la concessione di grazie e benefici quando gli interlocutori non sono sovrani, principi “grandi” o cardinali, ma ecclesiastici e piccoli nobili, questi “piccoli falsi” ci appaiono, con loro trame di storie personali e di episodi paradigmatici, momenti tutt’altro che banali e insignificanti. Di più: spie d’accesso rivelatrici per portare luce su di una routine, non di rado occultata, in cui la contraddizione tra una gran permeabilità dell’istituzione e segretezza della decisioni è la norma. Permeabilità e segretezza che si rivelano altrettante armi nelle mani dei falsari, come avremo modo di vedere.
Dopo la stagione medievale, vera e propria età dell’oro delle false lettere apostoliche, e non solo apostoliche4, di queste falsificazioni, delle ragioni che le motivano e del modo in cui furono prodotte conosciamo in realtà assai poco. Quali soggetti ricorrono a questo tipo di falsi con più frequenza? chi sono gli autori materiali? esistono periodi o condizioni che incrementano la produzione di falsi? Per nessuno di questi interrogativi abbiamo in realtà delle risposte. Anche sulle dinamiche repressive e sul modo in cui la Chiesa si difese dalla confusione generata dalla circolazione di lettere apostoliche che intrecciano verità e falsificazione, le questioni sono quanto mai aperte: se non vi è Stato che non annoveri il reato di falso tra i crimini più gravi da perseguire, non sappiamo né quanti incorsero in questo tipo di reato, né come erano puniti nell’età moderna.
Alcuni processi a laici ed ecclesiastici sospettati di falso celebrati dal tribunale del Governatore di Roma (il falso delle lettere apostoliche è, infatti, materia di misto foro) costituiranno le nostre guide per affacciarsi sul mondo poco esplorato dei falsari delle lettere apostoliche. Solo un’incursione, va detto, un primo percorso problematico, non tra tutti i tipi di contraffazioni immaginabili – analizzerò, infatti, solo una parte dei tanti casi che giacciono sepolti negli archivi – allo scopo di evidenziare gli insegnamenti più interessanti proposti da questo primo spoglio di testimonianze a partire dalla permeabilità degli uffici della Dataria e della Cancelleria, fondamentale per capire i meccanismi di produzione del falso. Si potrebbe pensare che confini netti distinguessero l’ambiente in cui vivono e operano i falsari e il mondo degli ufficiali della Dataria e Cancelleria. Niente di meno vero. Non esistono, lo vedremo meglio, barriere tra gli autori materiali del falso e quei luoghi dove si producono bolle e brevi, vale a dire Dataria, Cancelleria e Segreteria dei Brevi. Anche la negoziazione, sia come linguaggio diffuso sia come pratica curiale, e lo status e il grado di protezione che i singoli possono esibire al momento della loro richiesta, hanno la loro importanza. «La voce del Papa ha tutte le sfumature», ha scritto Cantarella nel suo ammirevole quadro di ricostruzione delle origini della sovranità del papa5; una voce legata alle convenienze politiche e mai come nel caso della concessione di “grazie spirituali” queste sfumature si fanno sentire, generando una disparità di trattamento tra i potenti della terra e la gente comune.
Le domande classiche formulate all’inizio sull’estensione del fenomeno vanno quindi intrecciate con altre, più legate al tipo di falsificazioni analizzate, come, ad esempio, quali intersezioni e che tipo di rapporti ci sono tra i diversi rei di falso e quel corpo di scrittori apostolici e loro aiutanti che costituiscono gli ufficiali della Dataria e dalla Cancelleria e sono supposti vigilare sulla correttezza dello scrivere in bollatico e della spedizione delle bolle?
Vaga e imperscrutabile e al contempo meta di quotidiane peregrinazioni di spedizionieri, sollecitatori e intermediari di tutti i tipi, pronti a sostenere le più diverse aspirazioni: questa l’immagine della Dataria che esce fuori dalle testimonianze e dai racconti delle tante persone implicate nei processi. «Nave senza vele e senza marinai», così nel 1621 si era spinto a definire la Dataria un giovane spagnolo in una lettera a un amico6. Questo giudizio, che non mancò all’epoca di essere oggetto di specifica indagine da parte del tribunale del Governatore, dava voce a quello che nel sentimento di molti poteva apparire un sistema privo di logica e refrattario a regole uguali per tutti. Quando non un sistema influenzato e modificato oltre che dalla ragione politica dal denaro e, come tale, ben altrimenti disapprovato. Ma caliamoci ora nel contesto normativo entro cui i processi che ci serviranno da guida s’inseriscono. Sia pure sinteticamente dal momento che il fuoco di questo saggio non è, lo si sarà capito, l’aspetto giuridico e istituzionale del crimen falsi.
Le falsificazioni hanno rappresentato un’autentica bestia nera nella storia della Chiesa e ad affrontare di petto una questione così lesiva della dignità della Chiesa fu Innocenzo iii, cui si deve l’essenziale della struttura e delle regole per il perseguimento dei falsari delle lettere apostoliche. Anche se non fu ovviamente il primo a prendere atto del fenomeno7, è stato, infatti, Innocenzo iii a dare al problema una soluzione che farà scuola anche in seguito. La sua Costituzione del 1198 e soprattutto le Decretali del 1212 definiscono in modo dettagliato i nove modi in cui le lettere apostoliche possono essere falsificate: dalla contraffazione dei segni esteriori delle bolle – piombo, sigillo, filo – a quelli relativi al testo. E qui si va dall’alterazione parziale, tramite l’aggiunta oppure la sostituzione di nuove frasi all’originale, fino ad arrivare all’intera fabbricazione di una bolla8.
Una diagnosi vasta e accurata, quella compiuta da Innocenzo iii, nella quale è possibile cogliere l’anticipazione dei procedimenti più significativi che ritroveremo ancora al centro dei falsi seicenteschi. Lo storico moderno ha a sua disposizione abbondanti fonti per studiare il perseguimento del reato, ma non scopre certo inediti creativi. Le pene previste per i colpevoli sono in primo luogo la scomunica, a cui si unisce, nel caso dei chierici la degradazione, la confisca dei beni e la perdita di ogni ufficio di cui potevano godere. Identiche pene sono comminate ai responsabili del commercio di reliquie false e ai falsari di moneta. Le disposizioni di Innocenzo iii vanno evidentemente collocate all’interno della crescente consapevolezza del fenomeno delle falsificazioni da parte della Chiesa, cui si intende porre freno, fornendo regole certe.
Se nel Medioevo la falsificazione è dal punto di vista del diritto un reato, più articolata e mossa è la riflessione dal punto di vista teologico. Per la teologia dell’xi e del xii secolo deve essere dimostrata l’intenzione lesiva del falsario, vale a dire l’intenzione di alterare la verità, di nuocere all’altro e di procurarsi un vantaggio personale, aspetto che ha fatto dire allo storico Constable che la teologia di quel periodo è permeata da una vera e propria enfasi sull’attitudine del credente9. Pochi erano disposti a seguire la posizione radicale espressa da sant’Agostino nel De Mendacio e Contra mendacium: nessuna giustificazione era ammissibile nell’alterazione della verità, neanche al fine di combattere gli eretici o di convertire un pagano, secondo l’originaria questione affrontata da Agostino soprattutto nel secondo dei trattati dedicati alla menzogna10.
Non sono mancati anche in seguito decisivi interventi da parte di Paolo iii, di Gregorio xiii e di Urbano viii per rintuzzare la minaccia rappresentata dalle false lettere apostoliche, per chiarire e puntualizzare, ad esempio, il ruolo dei notai o per ribadire le regole nella richiesta dei benefici11.
La bonificazione dei falsi rimase però un auspicio mai compiutamente realizzato nella storia della Chiesa. Lo stesso Innocenzo x, all’indomani dello scandalo del processo al suo sottodatario Mascambruno, fu costretto non solo a ribadire quanto già previsto dai suoi antecessori ma a inasprire ulteriormente le pene per i falsari. Se Innocenzo iii si era trovato di fronte a botteghe di falsari che avevano già pronte nei magazzini, all’indomani della sua intronizzazione, bolle con il suo nome e sigilli con la sua immagine, i suoi successori dovettero fare i conti con i disordini della Dataria, ridefinire le regole, sollecitati non di rado da precise denunce provenienti dall’interno. Quando non si videro costretti a farsi promotori della messa in stato di accusa di personaggi di primo piano della Dataria e della Cancelleria. Ben prima del processo al sottodatario Mascambruno nel 1652 i tribunali romani si erano trovati dunque a giudicare datari, sottodatari, tesorieri segreti. Per questi processi poco servivano al governatore gli Statuti di Roma. Sul falso infatti gli Statuti, anche quelli ratificati da Gregorio xiii, si limitavano a ripetere antiche multe e medievali tagli delle mani12.
Attraverso l’evocazione della disgrazia in cui caddero molti datari e diversi ufficiali della Dataria e della Cancelleria, siamo così giunti al cuore del funzionamento dei due dicasteri e dei suoi meccanismi procedurali senza la conoscenza dei quali è difficile entrare negli artifici del falsario delle lettere apostoliche.
Per tutta l’età moderna le complicate procedure per ottenere una grazia da parte della Dataria rappresentavano un vero e proprio rompicapo, che diventava per chi non fosse addentro ai meccanismi curiali fonte di continui disagi. Sforziamoci di guardare la questione con gli occhi della gente comune che non godeva di particolari protezioni oppure non rientrava nella schiera di tutti coloro che godevano di un ingresso privilegiato nell’istituzione, come i parenti oppure familiari dei papi e dei cardinali, e alcuni gruppi speciali come ambasciatori di principi, segretari di congregazioni, auditori di Rota. Difficilmente semplici “uomini privati” avrebbero potuto sbrogliarsela da soli senza ricorrere ai servizi di chi del mondo curiale e delle procedure di Dataria e Cancelleria conosceva ogni sfumatura. All’inizio del Seicento non esisteva, d’altro canto, alcun repertorio che aiutasse i diversi aspiranti a muoversi con disinvoltura in questa intricata materia, a distinguere tra una dispensa, un indulto e un’indulgenza come ne esistevano invece per ottenere i tanti sussidi o le doti di carità distribuite da un sistema assistenziale cittadino ramificato13. Indispensabile diventava dunque per chi aveva in mente di ricorrere alla Dataria – ricordiamoci che parliamo di società preletterate o illetterate – affidarsi a uno o più intermediari che lo guidassessero sin dai primi passi: preparando per lui la corretta forma della richiesta (supplica), consigliandolo in merito alle giustificazioni più opportune da presentare, seguendo quindi i diversi passaggi che caratterizzavano l’iter dell’approvazione, trattando in suo nome i diritti e le tasse di spedizioni – tornerò subito su questo punto nevralgico – e, infine, seguendo da vicino la spedizione da parte della Cancelleria.
Non capiremmo il reiterato fenomeno dei brevi e delle bolle falsi se non affrontassimo di petto la necessità per chi non aveva dimestichezza con le procedure della Dataria di poter contare su degli intermediari che offrivano i loro servizi in cambio di denaro.
Gli intermediari erano in genere scelti tra le file degli “spedizionieri”, che fornivano ai richiedenti il primo indispensabile supporto. A Roma nel Seicento la rete degli spedizionieri costituiva una vera e propria nebulosa, articolata in molti casi secondo una logica di competenze territoriali, di tipo “nazionale”14. Alcuni spedizionieri trattavano di preferenza le richieste che provenivano dalla Spagna, altri quelle dall’Impero o dal Regno di Polonia-Lituania, oppure dal Portogallo; altri ancora dalla Francia, dove erano attivi da tempo i banquiers-speditionnaires, come si premurava di ricordare, un secolo dopo, il Dictionaire de Droit canonique et de Pratique bénéficiale di Durand de Maillane, un vero repertorio per aiutare i singoli a muoversi nel complicato terreno del funzionamento della Dataria15. Alla radice di questa specializzazione vi erano motivazioni ovvie e comprensibili: la conoscenza della lingua, la consuetudine di rapporti di fiducia. Elementi che non esorcizzavano del tutto la possibilità di abusi o di forme di illecite estorsioni da parte degli spedizionieri, fenomeno al quale tentò di rispondere Gregorio xiii con la costituzione De Datis et Promissis pro iustitia et gratia obtinendis dove erano previste gravi pene contro questi abusi16.
Accanto agli spedizionieri veri e propri, anche i notai svolgevano un ruolo di primo piano. Nella prima metà del Seicento, come documentano le indagini processuali, parallelamente a spedizionieri e notai, tenevano il campo di queste intermediazioni individui di ogni tipo che fossero riusciti a convincere molti aspiranti di possedere le conoscenze giuste per ottenere quanto richiesto. Effettive o millantate, poco importa. Difficile non dare ragione a Giovanni Vincenzo Beger, revisore delle suppliche matrimoniale dalla metà degli anni Trenta del Seicento e testimone privilegiato di molti processi, quando notava: «È cosa difficilissima il poter dire tutti quelli che sono soliti praticarsi in Dataria»17 . Oltre gli spedizionieri e «le genti di ogni Natione», molti erano dunque gli individui che, a diverso titolo, includevano questo tipo di intermediazioni tra le loro occupazioni ordinarie. Ed erano soprattutto quest’ultimi che finivano coll’avere la meglio sugli spedizionieri più accreditati, soprattutto nei casi dubbi e spinosi e presso coloro che preferivano non rivolgersi a persone del proprio paese. Le testimonianze rilasciate nei corso dei processi sono assai chiare circa i motivi della fortuna goduta da simili personaggi. Questi individui facevano meno domande e si mostravano evidentemente più inclini a passar sopra a eventuali irregolarità. Quello che si rivelerà in seguito un abile e spregiudicato falsario non si presenta agli occhi dei suoi potenziali clienti in questa veste. Tutt’altro: quello che all’inizio esibisce è, al contrario, pratica ed esperienza del mondo della curia e una lunga frequentazione degli uomini in grado di risolvere le richieste degli aspiranti. Non sempre, come vedremo, si tratta di pura millanteria.
Un altro aspetto della questione contribuiva a enfatizzare il ruolo dell’intermediazione e il rilievo strategico che poteva avere la scelta della persona cui affidarsi: quello relativo al pagamento delle tasse e dei diritti di spedizione. Non poche difficoltà, infatti, scaturivano dall’entità delle tasse di composizione e dai diritti di spedizione che si dovevano pagare e non di rado la formalizzazione della spedizione delle bolle si arrestava a metà in seguito alla difficoltà di molti a far fronte al pagamento18. Sulla carta, l’entità di queste tasse era graduata a seconda del tipo di beneficio richiesto, nella pratica andava incontro a modificazioni varie, alimentate ora da speciali concessioni da parte del papa, ora dalla pressioni di alti personaggi della curia interessati a favorire i loro clientes. Anche datario, sottodatario e altri ufficiali si riservavano per sé una certa discrezionalità in proposito, in nome del fatto che a sostegno delle loro asserzioni potevano rivendicare l’«auctoritatem oraculi vivae vocis» del papa19.
Alcune categorie e gruppi, comunque, godevano del privilegio di essere esentate dal pagamento dei diritti di spedizione, si fregiavano, vale a dire, dei mandati expedienti gratis come allora si diceva. A titolo esemplificativo, a metà Seicento le categorie che godevano di questa esenzione includevano, oltre ai cardinali e ai loro parenti, ai parenti del papa regnante e a tutti i suoi familiari – camerieri segreti, d’onore e tutti i prelati domestici che facevano parte della “familia” del papa –, i nunzi, gli auditori di Rota, i segretari delle congregazioni e, ancora, a livello più basso tutti gli ufficiali della Dataria, i conclavisti, i “minutanti” dei segretari di Stato, i bussolanti e i musici della cappella Sistina, gli ufficiali del Santo Uffizio (compresi i consultori, i notai e i sostituti)20. La conquista del mandato expedienti gratis, oggetto nel tempo di abili concessioni papali, contribuì al rafforzamento di specifici gruppi, in primo luogo della stessa “burocrazia” curiale.
Se intere categorie sociali erano ab origine escluse dall’obbligo di pagare i diritti di spedizione, non pochi erano coloro che, oltre a ottenere una grazia, beneficiavano della riduzione delle tasse e dei diritti di spedizione. Difficile tradurre in stime i pochi e frammentari indizi su un certo numero di esenzioni di cui siamo a conoscenza; il lavoro di scavo è ancora troppo limitato per poter su questo punto avanzare conclusioni minimamente persuasive sul piano quantitativo. Quel che si può dire è che in molti casi la possibilità o meno di usufruire di un alleggerimento dei costi entrava di forza nelle trattative. Gli intermediari ideali non si limitavano, dunque, solo a sostituire conoscenza ed esperienza laddove vi era ignoranza e confusione, ma dovevano, coerentemente al tentativo di adeguare le esigenze dei singoli alle regole e alle procedure dell’istituzione, riuscire anche a strappare una mitigazione dell’onere finanziario.
Consapevolezza delle complicazioni, importanza del significato strategico svolto dall’intermediario scelto, possibile concorrenza tra gli intermediari: è questo lo scenario entro cui si collocano le falsificazioni tipiche dell’età moderna. Uno scenario affollato, lo si è già detto, dove numerosi individui rivaleggiavano tra loro per accaparrarsi i clienti, in competizione tra di loro, pronti anche a denunciarsi l’un l’altro al minimo sospetto di irregolarità.
Uno scenario per di più mobile e dove l’incontro tra i bisogni dei singoli e le regole delle istituzioni non è mai definito una volta per tutte. Uno scenario, allo stesso tempo, che si va sempre più restringendo alle esigenze personali o familiari di particolari gruppi o individui. Poco spazio vi è nella società del Seicento per tutti quei falsi involontari oppure dubbi che hanno a lungo tormentato gli storici del Medioevo. Se sul piano dei metodi di contraffazione i falsari delle lettere apostoliche non danno prova di particolare originalità (è ancora la tipologia ipotizzata da Innocenzo iii, come si è detto, a fare testo) non ci sono dubbi sull’intenzione del falsario di modificare la volontà del decreto e di adattarlo ai desideri e ai bisogni dei singoli. Insomma ci troviamo in presenza di una falsificazione di un documento papale fatta per interesse personale e da cui il committente e l’artefice materiale hanno tratto un vantaggio monetario. È raro però che la stretta complicità che lega due individui sia smascherata e punita allo stesso modo. Il più delle volte è solo l’artefice materiale delle contraffazioni a essere punito, mentre il committente riuscirà a dimostrare di essere stato ingannato e a farla franca.
Ma ho già troppo indugiato nella premessa, è il momento di guardare direttamente agli incartamenti processuali. Sulle differenze tra ciò che è stato vissuto e quello che è raccontato ai processi esistono intere biblioteche metodologiche e non è il caso di aggiungere ancora una volta tasselli sulle cautele con cui le parole degli interrogati vanno analizzate.

1
La vicenda ambigua di un converso

Il 20 agosto 1630 compare davanti al tribunale del Governatore un tale Pedro Fernandez, originario della città di Avila. Deve rispondere di un’alterazione apposta ai piedi di una supplica in cui un frate dell’Osservanza di San Francesco, tale Geronimo De Rios, chiede l’annullamento dei voti e della professione21. In una Roma atterrita dall’incombere della peste, alle prese con nuove gabelle e con i turni di guardia alle porte, attraversata dalle processioni per impetrare la fine del contagio e dalle cerimonie per festeggiare Taddeo Barberini, nipote del papa regnante, Urbano viii, divenuto praefectus Urbis, si dipana l’ambigua vicenda di Geronimo De Rios, originario di Avila e del suo complice spagnolo.
La motivazione addotta dal De Rios per chiedere l’annullamento dei voti è la sua discendenza ebraica. In un’inconsueta inversione nell’uso del requisito della limpieza de sangre, il francescano chiede in sostanza il rispetto degli Statuti dell’ordine che proibivano l’ingresso ai conversos fino alla quarta generazione22. La purezza dei natali e un albero genealogico sgombro da parentele con ebrei sono invocati in genere come fattori discriminanti per non ammettere i conversos alle cariche, ai pubblici uffici, all’università e anche agli ordini religiosi. Decisamente atipico è invece il caso di un discendente di ebrei che si autodenunci. Motivi gravi che ignoriamo devono aver spinto il De Rios a utilizzare le discriminazioni previste dagli Statuti contro sé stesso.
La richiesta di annullamento del De Rios ha ottenuto un rescritto favorevole da parte di Urbano viii: la supplica annessa agli atti mostra infatti un fiat ut petitur del papa, siglato dalla M, iniziale del nome di battesimo (Maffeus) del papa. In attesa che la Cancelleria proceda alla spedizione della bolla, la «supplica è stata falsificata, con aggiunta ai piedi di essa di alcune parole, le quali mutano il senso della mente di quello che dispone Nostro Signore»23. Al rescritto del papa che affidava di concerto alla Congregazione dei vescovi e regolari e al vescovo della diocesi dove si trova il convento del De Rios la decisione di stabilire tempi e modi dell’annullamento, era stata infatti aggiunta una nuova clausola che affidava al Generale dell’ordine dell’Osservanza di Madrid un’autonomia decisionale inconsueta nel procedere all’annullamento («vel commitatur Generalis Ordinis qui de praemissis cognito sumariae, sine figura, et strepitu Iudiciis, absolvat sub eisdem qualitatibus»)24. A denunciare l’episodio è Pietro Paolo Phebei, lo scrittore apostolico della Dataria che ha preparato la minuta della supplica da portare alla firma del papa. È stato messo sull’avviso, così racconta, dal sottodatario. Come scrittore apostolico il Phebei è personalmente coinvolto in questa alterazione, chiede quindi che si faccia giustizia «contro qualsivoglia persona che sarà trovata colpevole e di ragione punibile»25.
In virtù di questa denuncia Pietro Fernandez è stato dunque arrestato nell’ufficio di monsignor Bulgarini alla Cancelleria dove si era recato per sollecitare la spedizione del breve. Insieme a lui era stato arrestato un altro spagnolo, Alonso de Groba, lo spedizioniere cui si deve la prima stesura della supplica.
Pietro Fernandez si dichiara del tutto estraneo all’accaduto: è solo un conoscente del De Rios e si è assunto l’incarico di sollecitare la spedizione della bolla di annullamento, dopo che questi era dovuto partire da Roma26. Non solo non sa nulla dell’alterazione ma a quanto gli ha detto De Rios, prima di partire, «vi erano tutti i requisiti per far spedire il breve»27. Un’identica presa di distanza mostra anche lo spedizioniero De Groba che dichiara di conoscere appena il Fernandez, il quale gli è stato raccomandato da un suo parente che lo ha pregato «di fare qualche servizio per lui»28.
Contemporaneamente sono interrogati alcuni ufficiali della Dataria: il primo e il secondo revisore delle suppliche, vale a dire Pietro Gentili e Nicolao Humbert, e soprattutto Giacomo Paolini, che ha l’importante incarico di registrare le suppliche nell’apposito libro29. Grazie alla loro testimonianza entriamo nel vivo dei meccanismi complessi della compilazione, registrazione e spedizione delle lettere apostoliche e dei complicati passaggi che ne contraddistinguono l’iter tra Dataria e Cancelleria.
Rispetto a questo iter, la supplica del De Rios aveva superato tutti i passaggi relativi alla Dataria: dopo esser stata registrata, era stata presentata al papa ricevendo, come si è visto, un rescritto favorevole; una volta passata per l’approvazione del papa, era stato rivista dai due revisori apostolici, posta in bella copia e, infine, datata dal datario. Solo a questo punto, la supplica e il rescritto papale, nuovamente registrati, erano inviati alla Cancelleria, dove erano trasformati in bolla, cioè stesi in scrittura bollatica su una pergamena, e avviati alla spedizione definitiva.
I tre ufficiali confermano di riconoscere la minuta e il chirografo papale, confermano che una parte è «scritta di loro mano» – spesso si tratta di apporre una semplice sigla – ma al contempo smentiscono che le parole aggiunte al rescritto di Urbano viii siano opera loro. Giacomo Paolini che ha registrato la supplica aggiunge però alcuni dettagli importanti che spiegano quanto è avvenuto: non solo le parole apposte in fondo «sono di diversa mano», ma sono state anche messe dopo la data «che è sul fine della supplica che si mette in ultimo da Monsignor Datario»30.
Un’ulteriore informazione aiuta a capire il momento in cui è stata compiuta l’alterazione: la supplica e il rescritto del papa, dopo essere stati registrati e firmati dal datario, sono stati consegnati ai diretti interessati. Alla domanda del giudice a chi sia stata consegnata la supplica, il registratore delle suppliche risponde «che fu data in mano di uno che non so chi fosse, che ne anco lo riconoscerei».
A rigore le suppliche, dopo aver ottenuto il rescritto papale, dovrebbero transitare d’ufficio dalla Dataria alla Cancelleria. Ogni regola sembra però avere le sue eccezioni: Paolini infatti dichiara che le suppliche e il rescritto del papa, dopo essere stati registrati e firmati dal datario, possono anche essere consegnati «in mano delle parti o di quelli che le sollecitano».
Il falsario ha dunque agito alterando il rescritto nell’intervallo di tempo che passa tra la definitiva registrazione da parte della Dataria e la spedizione ad opera della Cancelleria, come attesta del resto l’arresto dei due spagnoli negli uffici della Cancelleria dove si erano recati per sollecitare la spedizione. Resta a questo punto da appurare chi sia stato l’autore materiale della frase aggiunta che altera la prassi in genere seguita in questi casi e il governatore decide di ricorrere al parere degli esperti calligrafi. È il caso di aprire una parentesi sul ricorso alla perizia nei processi contro i falsari delle lettere apostoliche.
Nella prima metà del Seicento l’utilizzazione da parte del tribunale romano della perizia calligrafica è prassi di routine nei procedimenti giudiziari che ruotano intorno a reati di scrittura in genere (falsificazione di testamenti, contraffazioni di lettere di cambio, alterazione di libri contabili, lettere anonime, ingiuriose o di minaccia, cartelli infamanti ecc.), come documenta l’accurata ricerca fatta da Laura Antonucci31. Per motivi a me ignoti la rassegna di Laura Antonucci non tiene però conto dell’esistenza delle perizie nel corso dei processi per falsificazioni delle lettere apostoliche. Esclusione degna di nota, tanto più che nel processo al De Rios uno dei due periti è un personaggio celebre all’epoca, Andrea Alberici, oggetto di un interessante medaglione da parte della stessa Antonucci32. Alberici non è, infatti, un perito come gli altri e non si limita a dare i suoi pareri: esprime una compiuta filosofia della grafologia, mostra di conoscere le questioni più dibattute dalle diverse scuole tra la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento. Nel 1646, con la sua perizia riuscirà addirittura a ribaltare l’esito di un processo e a mostrare l’innocenza del principale accusato.
Sensibile a una visione globale del modo di scrivere, Andrea Alberici è, tra i tanti periti che girano per i tribunali, anche l’unico che rivendichi la conoscenza dei principali tipi di scrittura, compresa la scrittura bollatica. Deve a questo la nomina come perito in un processo per molti versi delicato e importante come quello del De Rios? È possibile anche se, a dispetto della sua fama, il perito poco riuscì a incidere sullo svolgimento delle indagini. Potendo gli inquirenti contare sul parere degli scrittori apostolici, professionisti della scrittura apostolica e bollatica, il ruolo delle perizie calligrafiche in questo tipo di processi non ha la stessa funzione centrale nell’individuazione dei colpevoli che può vantare invece nei processi in cui si tratta di capire chi ha scritto un cartello infamante, alterato un testamento o inviato una lettura ingiuriosa. Non solo in questi processi è assente l’elemento primo su cui si basa la perizia calligrafica, ovverosia la comparazione tra le scritture (nei reati di scrittura si chiede ai sospettati di scrivere una frase di fronte al giudice), ma la presenza tra i testimoni di molti ufficiali della Dataria e dalla Cancelleria – vera novità nei processi di falsificazione dei documenti pontifici rispetto ai casi analizzati da Antonucci – finisce col sovrastare le perizie dei calligrafi. Le parole dei periti sono destinate così a lasciar posto inesorabilmente alle dichiarazioni rilasciate dagli ufficiali della Dataria e della Cancelleria33.
Se teniamo conto del basso livello culturale di molti dei periti interpellati dal Tribunale34, non è difficile credere al fatto che gli scrittori apostolici possono vantare una maggiore credibilità in tribunale rispetto ai tanti copisti promossi periti sul campo. Anche se questa maggiore credibilità dei professionisti della scrittura apostolica non sempre va a vantaggio della giustizia.
Torniamo ora al processo De Rios. Il risultato della perizia di Alberici e di Pietro Gessa è concorde: l’aggiunta delle frasi incriminate è stata fatta dalla stessa mano che ha scritto la supplica35. Tutti gli indizi portano quindi all’incriminazione dello spedizioniere De Groba.
Per tutta l’estate, mentre si susseguono gli interrogatori e si registrano agli atti i pareri dei periti calligrafi, il De Rios è una figura fantasma: se ne evocano le sembianze (un uomo di 33-34 anni, «di carnagione bruna, di pelo castagniaccio che tirano sul biondo, magro con barba non molto grande, vestito da prete […] privo di segni in viso»36), si indaga sui luoghi in cui ha abitato, sulle abitudini di vita e sull’isolamento che hanno caratterizzato il soggiorno romano dello spagnolo. Un dettaglio richiama più volte l’attenzione degli inquirenti: perché il De Rios una volta giunto a Roma ha smesso il saio da frate e si fa vedere vestito da prete?
Un colpo di scena interviene a drammatizzare la stanca routine di un processo in stallo: sotto le spoglie di Pedro Fernandez, il reticente spagnolo incaricato di seguire la spedizione della bolla per il francescano, si cela in realtà il De Rios stesso37. Non sembrerebbe essere stato il penetrante intuito degli inquirenti a guidarli verso l’identificazione della vera identità dell’imputato. Più verosimilmente, un’informazione giunta al momento opportuno, forse prima del processo stesso, li ha messi sulla giusta strada. A rileggere gli interrogatori è evidente che l’insistenza con cui si indaga sulle abitudini del De Rios e sui suoi movimenti a Roma mira, sin dall’inizio, allo smascheramento della simulazione. Lo stesso De Rios, d’altronde, ancora sotto le mentite spoglie del Fernandez, si era lascito sfuggire il dubbio che «il Procuratore Generale della nazione spagnola avesse fatto qualche istantia per sapere dove stava il detto frate spagnolo o altro»38.
Dopo la rivelazione, il corso del processo ha un’accelerazione: De Rios prima si autoaccusa di essere l’artefice dell’aggiunta delle frasi incriminate per poi accusare un non meglio identificato «gesuita di Castiglia», di cui non ricorda il nome, ritornato in seguito in Spagna. Infine indica nel De Groba l’artefice materiale della falsificazione. Su «suo ordine», proprio il giorno prima di recarsi in Cancelleria per sollecitare la spedizione del breve, il De Groba ha messo mano alla supplica e aggiunto la nuova clausola39.
Basta osservare la firma che De Rios appone alla fine dei suoi interrogatori – e il giudice lo avrà fatto sicuramente – per capire che ha detto la verità quando afferma di non essere stato lui a contraffare il rescritto papale. Troppo lontano appare il suo modo di scrivere dalla scioltezza e dalla padronanza necessaria a chi si cimenti con la scrittura di una supplica. Ma se non è stato lui l’esecutore materiale del falso, l’artefice dell’alterazione è necessariamente il De Groba? Così sembrano pensarla, come si è detto, i periti calligrafi, così anche i giudici visto l’accanimento contro lo spedizioniere spagnolo affinché confessi il suo reato che connota l’ultima parte di questo processo. De Groba è più volte torturato ma resiste alla prova della “corda” e non ammetterà mai di essere stato lui ad alterare la supplica per rendere la spedizione della bolla di annullamento dei voti conforme al desiderio del francescano.
Non è raro che l’analisi dei processi sollevi più questioni di quante ne risolva e il processo al francescano di Avila non fa eccezione. Le intenzioni e la strategia di De Rios non sono chiare e anche dopo la sua confessione molti dubbi rimangono: quali sono le ragioni che lo hanno condotto a Roma e perché ha adottato una falsa identità ? Cosa nasconde il desiderio di tornare allo stato laicale? Nel corso del processo l’uomo dirà che ha chiesto l’annullamento dei voti perché gli «rimurdeva la coscienza perché essendo io di stirpe hebrea, ed essendo stato un mio avo castigato dalli Inquisitori per alcuni delitti che io non so dire specificatamente […] mi si diceva dal mio confessore che per detta causa la professione era nulla sì per la bolla di Gregorio xiii ed altri Pontefici, sì anche per gli Statuti della medesima religione»40. Vi sono questioni di eredità, in una famiglia forse sconvolta dalla repressione inquisitoriale, a motivare una simile decisione? Anche la frase che dà origine all’accusa di falso, la scelta cioè di privilegiare il Generale dell’Ordine nello scioglimento dei voti a scapito della Congregazione dei vescovi e regolari e del vescovo da cui il convento francescano dipende, ha evidentemente una sua spiegazione, che difficilemente può essere quella offerta dal De Rios : rapidità di esecuzione quando a decidere è un solo soggetto e non tanti41. Possiamo ipotizzare conflitti tra il francescano e il vescovo del luogo? Ci muoviamo, ovviamente, sul piano delle ipotesi. Le intenzioni dei committenti restano tra i punti più oscuri di questi processi che, in proposito, non solo dicono poco ma mascherano il più delle volte le vere intenzioni. Non potrebbe del resto essere altrimenti, tenuto conto delle condanne che sono in ballo per chi in piena volontà abbraccia la strada della contraffazione, mentre più tenui sono le pene previste per chi è vittima di raggiri e di frodi. De Rios che confesserà di avere «ordinato» al De Groba di alterare il rescritto papale resta, da questo punto di vista, un’eccezione e il rapporto che lega il francescano e lo spedizioniere De Groba non emerge con chiarezza. Di fronte all’accusa del francescano, De Groba nega ovviamente ogni addebito e nel contraddittorio faccia a faccia con De Rios le sue argomentazioni suonano persuasive. «Per quale interesse et per quale causa» – si chiede il De Groba – si sarebbe mosso ad aggiungere le parole incriminate?42 Alla risposta del De Rios «perché ve ne feci istanza io», reagisce con rabbia: «vuole che io per un uomo che non ho visto se non a Roma, né conosciuto se non a Roma, mi metto a fare tali cose, essendo io laureato in utroque iure, che non posso pretendere ignoranza nec iuris nec facti?». Sorprende che i giudici non indaghino su possibili transazioni in denaro intercorse tra i due uomini. Da un certo momento in poi De Groba tenterà in ogni modo di screditare De Rios. Il 6 ottobre non esita infatti a spendere nei confronti del frate l’accusa di essere un «cristiano finto», «infame e incapace di fede», insomma un vero e proprio giudaizzante43. E aggiunge: «A quel prete non si deve credere perché è discendente da hebrei» e perché «i cristiani finti sono nemici dei Cristiani veri»44. Ma anche questa etichetta di eresia non spinge i giudici a modificare il procedimento, né da quanto risulta il De Rios sembrerebbe essere stato deferito alla Congregazione del Santo Uffizio.
Mentre del monaco De Rios perdiamo le tracce, più chiaro è il destino che attende il suo complice De Groba. Questi sarà condannato il 13 novembre 1630 all’esilio perpetuo dallo Stato pontificio. Un esilio che, come recita la sentenza, rischia in caso di recidiva di trasformarsi in una condanna a sette anni di galera45. La condanna comminata allo spagnolo mostra, seppure ce ne fosse bisogno, della decadenza cui vanno incontro nel Seicento gli Statuti di Roma come quadro di riferimento delle decisioni dei giudici. Non vi è, infatti, traccia né in questa condanna, né nelle altre comminate ai falsari che sono riuscita a rintracciare, delle pesanti multe previste dagli Statuti, tantomeno del medievale taglio della mano destra, o della infamia di essere portato in giro e frustato per tutta la città prima di essere avviato alla galera46.
Mentre il processo al francescano spagnolo rimanda all’orizzonte tormentato dell’esistenza dei discendenti dei conversos, il secondo esempio di reato di falsificazione che analizzerò ci conduce altrove: nel contesto quanto mai diffuso delle dispense matrimoniali, in quelle regioni come le Fiandre e la Germania dove le richieste si accumulano per lunghi mesi e sono oggetto di reiterate sollecitazioni a Roma anche da parte dei nunzi.

2
Due cugini concubini

Siamo nel 1652 e l’accusa di falso riguarda una dispensa matrimoniale di due giovani della città di Liegi, Gualtiero Woot e Maria Soye, cugini in secondo grado47. Per perorare la loro causa i due possono contare a Roma sulla presenza di un loro parente, un tale Corrado De Mean, un canonico che gode di alcuni benefici e che è, come verremo a sapere nel corso del processo, ben introdotto nella vita romana. Nel caso della dispensa matrimoniale, a differenza di quanto avvenuto nel processo del francescano spagnolo dove la falsificazione era stata scoperta prima della vera e propria spedizione della bolla, la contraffazione era stata operata successivamente alla spedizione. La bolla annessa agli atti processuali mostra chiaramente che qualcuno ha raschiato in più parti il testo della pergamena, trasformando una dispensa matrimoniale originariamente concessa per il terzo grado di consanguineità in una di secondo grado48. Il falsario contava evidentemente sul fatto che non tutti erano informati che le dispense di secondo grado non si spedivano dalla Cancelleria tramite una bolla, ma dalla Segreteria dei Brevi, con un breve sub anulo piscatoris.
Un errore plateale dal punto di vista dello stile della Cancelleria, come non mancarono di rimarcare subito tutti gli ufficiali interrogati dal governatore: da Vincenzo Beger primo revisore delle suppliche a Girolamo Ondan e Carlo Bailly, ambedue scrittori apostolici. Duplice quindi la truffa commessa dal falsario ai danni dei due cugini.
È una denuncia a mettere in moto il procedimento che si trascina per più di un anno e vede l’intervento di numerosi testimoni interrogati per più giorni. Ben dieci ufficiali della Dateria e della Cancelleria sono chiamati a testimoniare dal governatore e le loro testimonianze consentono di scandagliare a fondo i rapporti intercorsi tra i richiedenti, i diversi intermediari e il mondo degli uomini della Dataria e della Cancelleria. Anche sul ruolo svolto dalla comunità nazionale fiamminga si indagherà a lungo, così come del resto sul principale sospettato, in modo da costituire un profilo sufficientemente ricco e articolato del falsario, non meno che dei suoi clienti e del mondo delle falsificazioni.
Il 9 maggio Venanzio Perizi, originario della città di Camerino, invia una circostanziata lettera al governatore in cui racconta di avere aiutato un anno prima il “cavaliere” Corrado De Mean a procurarsi una dispensa matrimoniale di terzo grado di consanguineità per due suoi parenti49. Le azioni compiute sono quelle usualmente intraprese dagli intermediari in questo tipo di servizio: ha scritto la supplica, ha preso quindi contatto con un tale Leonardo Franchi che lavora alla Segreteria dei Brevi affidandogli il compito di occuparsi della spedizione. A dimostrazione della correttezza del suo modo di procedere, Perizi specifica che il compenso richiesto per questo servizio era stato di soli dieci ducati e altrettanti erano stati pagati al Franchi.
Dieci giorni dopo la bolla è pronta ed è inviata ai due cugini. In seguito – così continua il racconto di Perizi – viene a sapere che contrariamente a quanto gli era stato detto, Gualtiero Woot e Maria Soye non sono cugini di terzo grado, bensì di secondo. A informarlo è stato il Franchi, messo sull’avviso da alcuni “fiamminghi” residenti a Roma e ben informati sulla famiglia dei due sposi. Chiesti ragguagli al De Mean, ha avuto come risposta che «sono chiacchiere di paesani nemici». Comunque il De Mean ha promesso che si sarebbe incaricato di far ritornare la bolla. Dopo due mesi effettivamente la dispensa era stata rimandata a Roma.
La lettera inviata da Venanzio Perizi al governatore costituisce una querela vera e propria. L’uomo, dopo essersi dilungato sulla buona fede – «io non mi potevo indurre a credere simile falsità» – accusa il De Mean di aver falsificato la bolla «per interessi di denaro o di parentela», e conclude con il suggerimento di perquisire la casa di un tale Giovanni Boulbol dove a suo dire si trova la bolla falsificata.
La perquisizione dà i frutti sperati: non solo viene trovata la bolla falsificata, come indicato nella denuncia del Perizi, ma viene trovata al contempo una lunga lettera di denuncia inviata dal De Mean al cardinale Cecchini, che ricopriva all’epoca l’ufficio di datario50. Bolla e lettera, veniamo anche a sapere, dovevano essere consegnate al datario dallo stesso Boulbol. Questi, infatti, oltre ad essere etichettato come «un fiammingo», è anche uno scrittore apostolico di minor grazia, un ufficiale quindi della Cancelleria, che risiede sin dal 1633 a Roma, dove si è anche sposato con una donna romana.
La versione degli avvenimenti offerta dal cavaliere di Liegi è ovviamente opposta a quella del Perizi: non solo l’uomo ha raggirato la sua buona fede, facendogli credere di avere ottenuto una dispensa per il secondo grado di consanguineità, mentre invece l’ha chiesta di terzo grado, ma ha anche successivamente falsificato la bolla. In più, le somme intercorse tra i due non si limitavano ai dieci ducati dichiarati nella sua denuncia dal Perizi, bensì a ben 450 ducati. Insomma, De Mean si dichiara vittima di numerosi raggiri, che ora rischiano di distruggere la reputazione dei suoi parenti. Nel frattempo il matrimonio tra i due cugini è stato, infatti, consumato e De Mean chiede al datario che «si possa pigliare quel ripiego e temperamento […] per evitare il scandalo che dalla pubblicazione della falsità di detta bolla e dispensa puol risultare e per salvare la riputazione di detti coniugi». Reputazione messa in crisi, a quanto pare di capire, anche dal fatto che De Mean non ha certo seguito la prassi di registrazione prevista a Liegi per avere la conferma della dispensa matrimoniale ottenuta e ha falsificato le firme del segretario e del vicario, come appurerà il nunzio Giuseppe Maria San Felice cui si è rivolto il governatore per ottenere lumi in proposito51.
Né Perizi, né De Mean nelle loro circostanziate denunce hanno detto fino in fondo la verità come emergerà con chiarezza nel corso del processo. De Mean ha nascosto, tanto per cominciare, che inizialmente si era rivolto ad altri spedizionieri, contattando, ad esempio, un certo Galt originario anche lui di Liegi e solo in seguito si era avvalso dell’intermediazione del Perizi.
Non sappiamo perché il cavaliere di Liegi abbia deciso di rivolgersi ad un italiano. Sappiamo però che Perizi ha cercato a lungo di ottenere una dispensa matrimoniale di secondo grado, conducendo in proposito le trattative in modo esplicito.
Ottenere una dispensa matrimoniale per il secondo grado di consanguineità non è facile poiché Innocenzo x è molto restio a concederle. «Nostro Signore – dirà un testimone – vi andava troppo ritenuto in concedere simili gratie, massime se non vi erano cause ragionevoli»52. Nel caso dei due giovani cugini di Liegi, una causa ragionevole ci sarebbe: i due vivevano insieme da tempo e come racconterà Perizi in un memoriale inviato al cardinale Pamphily, calcando ad arte le tinte, Woot «rischia di essere ammazzato se non sposa la cugina»53.
Corrado De Mean non è però disposto ad accettare, stando ad alcuni testimoni, che nella dispensa si citi la copula, vuoi perché forse questa menzione gli appare lesiva dell’onore familiare, vuoi perché l’esistenza della copula, se velocizza la concessione della dispensa, comporta però il dover sborsare una somma maggiore per le tasse di composizione54. Comunque sia, la richiesta della dispensa matrimoniale è passata per diversi intermediari e per reiterati colloqui con ufficiali della Dataria, che non esitano una volta interrogati a informarne il governatore. Sono in molti nel corso del processo a dichiarare di avere discusso con il Perizi a proposito di una dispensa matrimoniale, come specificano, di secondo grado. Insomma, troppi sono stati i contatti intrattenuti dal Perizi, prima che diventi «fama e voce pubblica» per tutta Roma l’ipotesi di una falsificazione, perché non vi siano dubbi sulla possibilità che anche lui sia coinvolto pesantemente nella falsificazione della bolla una volta spedita.
La buona fede dell’intermediario non è così immacolata come aveva voluto far credere nella sua denuncia, al pari del resto di quella del cavaliere di Liegi. Questi non solo ha cambiato più volte i suoi interlocutori ma già in passato ha dato prova di disinvoltura nei confronti della verità pur di ottenere un beneficio. Il fatto che ambedue i complici cerchino di stornare i sospetti indirizzandoli contro l’altro non meraviglia. Riuscire a dimostrare di essere stati raggirati – sarà questa, come vedremo, la linea di difesa adottata dal cavaliere di Liegi, – costituiva infatti un’attenuante. Vediamo ora di conoscere meglio i protagonisti della vicenda, a cominciare da Venanzio Perizi.
La sua professione, dichiara, è «di scrittore di bella lettera». Ha servito, infatti, per dieci anni come segretario di monsignor Mario Theodoli, «in tutti li governi dal medesimo fatti». Probabilmente Perizi ha conosciuto il Theodoli all’epoca in cui questi ricopriva la carica di governatore di Camerino; entrato al suo servizio, lo ha quindi seguito nelle successive destinazioni di Ancona e di Viterbo55. Quando Thedoli è stato nominato maestro di casa del cardinale Capponi inviato come legato a Ravenna, Venanzio Perizi ha preferito lasciare il suo posto costrettovi, racconta, dalle sue condizioni di salute: è «affetto da un catarro balzo o salso nel naso», che gli ha fruttato il soprannome di nasino con cui è conosciuto negli ambienti di curia. Il segretario si è poi impiegato presso il cardinale Filomarino, vescovo a Napoli, rimanendovi per tre anni. Al momento del processo, Perizi dichiara di aver lasciato «la Corte e i negotij di qualunque sorte attendendo semplicemente le mie devotioni».
Il principale sospettato dell’alterazione della dispensa matrimoniale si rivela dunque essere un uomo la cui esperienza si è delineata nelle segreterie cardinalizie. C’è una sottile parentela tra la maestria nel comporre lettere – è questo, come sappiamo, il primo e più delicato compito di un segretario – e la contraffazione delle scritture, come mostra l’esperienza di Celio Malespini, avventuriero, falsario e plagiario, che nel 1579 aveva messo all’asta la sua «capacità di contraffare la mano d’altri» e «ogni sorta di lettera»56.
Se pensiamo al modello autopromozionale costruito dalla trattatistica cinque-seicentesca attorno alla figura del segretario e ai servizi da questi prestati ai suoi padroni – il Pigna, si ricorderà, ne fa quasi un consigliere del principe57 – il percorso di Venanzio Perizi può stupire. Se lo paragoniamo però agli esempi più conosciuti di falsari del Cinque e del Seicento – dal medico condotto Alfonso Ceccarelli diventato erudito e genealogista per sfruttare l’ambizione nobiliare di ricche famiglie borghesi a Carlo Galluzzi archivista del milanese monastero Maggiore, prodigo rifacitore di patenti ducali, a Girolamo Biffi segretario di Teobaldo Visconti58 – non vi è dubbio che il percorso di Perizi si iscrive in una lunga tradizione, che replica sul mercato delle lettere apostoliche le audaci falsificazioni intraprese dai Ceccarelli, dai Galluzzi e dai Biffi.
Se dell’ideale segretario Perizi non ha una qualità essenziale secondo l’Ingegneri, vale a dire una sana e robusta costituzione, in compenso ha la versatilità di scrittura. Della precedente esperienza, inoltre, Perizi ha conservato l’abitudine al contatto con il mondo della curia: sa, dunque, a quali porte bussare e quali ufficiali della Dataria e della Segreteria dei Brevi offrono minori resistenze a varcare i confini del lecito, forse opportunamente “sollecitati”59. Insomma, nel curriculum e nella precedente esperienza di un simile personaggio si nascondono vuoi le capacità tecniche, vuoi i contatti giusti per ideare e portare a termine il progetto di falsificazione.
Il sospetto attraversa il governatore che si premura, quindi, di saperne di più sulla famiglia Perizi, sulle attività che gli danno da vivere e sulla consistenza dei beni dell’ex segretario e dei due suoi fratelli a Camerino. Monsignor Francesco Lucini, all’epoca governatore di Camerino, viene quindi incaricato di svolgere delle indagini particolareggiate in proposito60. Il risultato sembrerebbe accreditare i sospetti su forme di entrata non regolari nella vita dell’ex segretario, oltre a generare dubbi sulla possibilità che la contraffazione di questa bolla non sia l’unico reato di cui Perizi si sia reso responsabile: un’altra fonte di reato potrebbe essere il commercio di reliquie false. Il Perizi, infatti, ha fatto costruire una cappella di famiglia e l’ha dotata di molte reliquie. Da dove vengono queste reliquie e che autenticità possono esibire? Non lo sappiamo; di certo, sul Perizi si concentrano a partire da un dato momento i sospetti. Inutilmente l’uomo professa la sua innocenza, facendosi scudo della querela sporta contro il cavaliere De Mean. Cospicui versamenti di denaro da parte del De Mean sul suo conto costituiranno l’ultimo pesante capo d’imputazione61.
Fermiamoci qui. La sorte dell’ex segretario appare segnata a partire dal momento in cui la comunità fiamminga di Roma decide di sostenere la versione degli avvenimenti fornita da Corrado De Mean e che indicava nel Perizi l’autore del falso. Una falsificazione che ha due complici si trasforma così nella colpa di uno solo.
In difesa della versione data dal De Mean su come siano andate le cose interviene, infatti, la testimonianza di un personaggio di un certo rilievo nella comunità fiamminga romana, il signor Francesco Omalius62. Il suo interrogatorio non solo si pone come una conferma dell’intero racconto inviato dal De Mean al cardinale datario – ivi compresa la somma di 450 scudi data al Venanzio – ma rappresenta un vero e proprio attestato di buona fama e onorabilità per il nostro. Il De Mean – dichiara Omalius – appartiene, infatti, a una delle più importanti famiglie di Liegi: il padre e il nonno sono «eminenti personaggi» della città, hanno più volte ricoperto le cariche di borgomastri e hanno fatto parte in qualità di consoli e di consiglieri degli organismi municipali; quanto al De Mean stesso «è da tutti stimato e tenuto in buona reputazione». Sì, ha forse commesso qualche «indegnità» – per ottenere i benefici di cui gode ha in passato dato una data falsa – ma è un uomo zelantissimo, rispettoso della fede. Identici attestati in favore della buona reputazione del De Mean verranno rilasciati da altri cittadini di Liegi opportunamente interrogati dal governatore. Anche l’establishment della Dataria e della Cancelleria sembrerebbe fare muro contro il Perizi, attraverso i fiamminghi impiegati nella Cancelleria, a cominciare da quel Giovanni Boulbol incaricato di portare la lettera al datario Cecchini.
Nel procedimento penale di età moderna poter contare su attestati di buona fama rappresenta, come sappiamo, una chance non trascurabile. Una chance di cui non sembra godere invece l’altro sospettato, Venanzio Perizi. Anche se in passato ha prestato servizio presso esponenti di primo piano del collegio cardinalizio, a testimoniare in suo favore nel processo difensivo non troviamo alcun personaggio di prestigio. A sua difesa Perizi può solo citare uomini immigrati a Roma dalla provincia, espressione, al pari di lui, di quel mondo di intermediari che cercano di incrementare le loro entrate prestando i loro servizi come sollecitatori e patrocinatori delle cause altrui63. Non mancano figure con trascorsi in prigione. Insomma non è certo con testimoni simili che si possano risollevare le sorti dell’ex segretario.
Cosa ha portato un ex segretario di corti cardinalizie a trasformarsi in falsario e forse anche in imprenditore di commercio del sacro? All’origine di tanto attivismo vi è forse l’ambizione di ascesa sociale che pervade l’ex segretario testimoniata, tra l’altro, dalla costruzione di una cappella di famiglia. Non diversamente da Ceccarelli e da Galluzzi, Perizi ha attinto alle opportunità di guadagno offertegli da clienti desiderosi di ottenere dispense e deroghe dalla Dataria.
La storia della falsa dispensa matrimoniale offre molti elementi di riflessione per capire la genesi di alcuni falsi. Dai pazienti accorgimenti e dai vari tentativi negoziali intrapresi da Perizi, appare evidente che l’ipotesi di contraffare la dispensa matrimoniale costituisce l’approdo cui si giunse dopo vari tentativi falliti di mettere d’accordo esigenze dei richiedenti e normativa in materia. Il rifiuto di menzionare la copula da parte del cavaliere di Liegi vanifica le negoziazioni fino allora intraprese dell’intermediario per ottenere la concessione della dispensa di secondo grado. Difficile dire se un simile rifiuto sia l’indizio di una spiccata sensibilità all’onore da parte di una famiglia che non vuol compromettere la sua posizione oppure sia, più prosaicamente, la testimonianza di una non volontà di sottostare ad una tassa di composizione più onerosa da parte di un uomo che ha approfittato delle buone intenzioni dei suoi parenti.
Ma prendiamo in esame la vicenda di un altro falsario, Antonio Fulgenzi Mascaroni arrestato nel 1651, un anno prima quindi del processo che aveva visto implicato il nostro ex segretario.

3
Un intraprendente bibliotecario

Diversamente dall’ex segretario Perizi, Antonio Fulgenzi Mascaroni non si limita ad alterare alcune parti dei documenti, ma si spinge fino a creare dei brevi interamente falsi64. Nella sua esistenza, inoltre, la contraffazione di lettere apostoliche si coniuga con una vita avventurosa entro una cornice in cui la simulazione arriva fino all’alterazione sistematica dell’identità: Antonio Fulgenzi, infatti, è conosciuto anche come Antonio Adami e in Polonia come Antonio Skinebri. Tra le attività di cui è sospettato vi è quella di celebrare messa sebbene non sia consacrato, di commerciare in reliquie false e, infine, anche quella di spia. L’uomo, come dichiarerà al processo, ha viaggiato per più di dieci anni nel Regno di Polonia al seguito di non ben identificati baroni della Pomerania65. Negli anni di regno di Ladislao Vasa iv e della sua prima moglie, Cecilia Renata, figlia di Ferdinando d’Asburgo, ha soggiornato anche a Cracovia per vari mesi. Viaggi ed esperienze che lo hanno messo in contatto con molte famiglie nobili polacche rendendolo l’ideale intermediario di molti polacchi, nobili o ecclesiastici, che transitano per Roma e hanno bisogno di servizi in curia. Fulgenzi inoltre dichiara di essere laureato in utroque iure e di essersi trovato più volte in passato a sostenere gli interessi di alcuni esponenti della nobiltà polacca nei tribunali romani.
A portare in carcere Antonio Fulgenzi è, all’inizio, il commissario dell’Inquisizione cui sono giunte voci sia sulla attività di falsario sia su altre abitudini sospette dell’uomo, come il commercio di reliquie false e la celebrazione di messe. All’arresto si accompagna una minuziosa perquisizione in casa. Dopo pochi giorni, Fulgenzi viene però deferito al tribunale del Governatore, «con le robbe che si sono ritrovate» in casa sua come testimonia una lettera del commissario del Santo Offizio Francesco Albizzi al governatore, dove si chiede di tenerlo informato se i sospetti circa la celebrazione delle messe verranno confermati66. Questo aspetto delle attività di Fulgenzi non verrà però indagato seriamente nel corso degli interrogatori, preferendo i giudici concentrarsi sulla attività di falsificazione dei brevi. «Prove privilegiate» dell’attività illegale che Fulgenzi va conducendo, grazie alla perqusizione, non mancano. Carte pecore scritte o in bianco, cordini rossi, pezzi di cera rossa «dell’istessa qualità, ch’era quella delli sigilli che hanno li brevi»67, persino il sigillo anulo piscatoris che accompagna i brevi spediti dalla Segreteria dei Brevi, sono stati rinvenuti in varie parti della casa: in bella vista sui tavoli, stipati nei cassetti, nelle casse della biancheria, persino nascosti nell’inginocchiatoio e dietro una stoffa appesa alle pareti68. Insomma, Fulgenzi possiede un vero e proprio arsenale che rende la sua casa un’efficiente bottega di falsificazione, fatto questo che rende il processo a Fulgenzi un caso a sé, dal punto di vista penale. Anche per l’accusa di commercio di reliquie vi sono espliciti indizi: numerosi frammenti di ossa sono state ritrovati nella sua casa, avvolti in pacchetti di carta e in attesa di attribuzione. Come specifica la relazione stilata dai birri «non v’era scritto di che Santo fussero dette ossa».
A mettere l’Inquisizione sulla pista di Antonio Fulgenzi, come apparirà chiaro nel corso del processo, è stato Carlo Monti, lo spedizioniere romano che è solito prendersi cura degli interessi della “nazione” polacca. L’intraprendenza di Fulgenzi ha smosso dunque monopoli consolidati provocando reazioni all’interno di tutta la comunità polacca, soprattutto tra gli agenti romani di Pietro Gembicki, dal 1642 arcivescovo di Cracovia, come Andrea Bricki e il rettore della chiesa di San Stanislao dei Polacchi. Alcune lettere inviate a Roma ad Andrea Biski dal vescovo non sono mai arrivate e il principale indiziato dell’intercettazione risulta, secondo la querela, appunto il Fulgenzi.
Sullo sfondo delle contraffazioni del Fulgenzi si agitano numerose questioni che attraversano da tempo le relazioni tra la corte di Roma e il Regno di Polonia. Prime fra tutte quelle che oppongono da tempo l’arcivescovo di Cracovia al corpo dei docenti dell’Accademia di Cracovia, della quale per antica tradizione il vescovo è rettore. Alcune assegnazioni di benefici fatte dal vescovo ad alcuni suoi adepti – a cominciare dalla prepositura di San Floriano – sono state aspramente contestate dagli altri accademici che si sono rivolti a Roma chiamando in causa i tribunali della Segnatura e della Rota69. Su queste nomine si agitano da tempo due partiti con evidenti prolungamenti anche nella curia romana e Fulgenzi, a quanto pare di capire, non si dimostra estraneo come prova del resto l’accusa di aver intercettato alcune lettere inviate dal vescovo di Cracovia al suo procuratore Andrea Bricki.
A testimoniare contro Antonio Fulgenzi si fanno avanti, dunque, i principali esponenti della comunità polacca presenti in quel momento a Roma: dallo stesso Andrea Bricki, architetto principale delle accuse al rettore della chiesa di San Stanislao dei Polacchi fino ai diversi ecclesiastici arrivati a Roma per l’anno Santo. Grazie alle loro testimonianze si costruirà così il primo corpus di brevi che si sospetta siano stati falsificati dal nostro70. Le contraffazioni vanno da una licenza generale per leggere «tutti il libri proibiti concessa a Giuseppe Goraschi, un giovane nobile di 18 anni novo nella fede cattolica e noto de parenti heretici» al privilegio di tenere un altare portatile dato a un altro nobile, dalla concessione di un Protonotariato apostolico rilasciato ad un accademico dell’università di Cracovia – «con potestà di legittimar quindici e di crear anco quindici notaj» – fino alle numerose deroghe concesse ad alcuni ecclesiastici su cui più si appunterà l’attenzione del giudice. Tra i brevi falsificati da Fulgenzi vi è, come si vede, una certa varietà. Difficile dire, senza ulteriori approfondimenti, se una precisa logica di fazione ha ispirato le contraffazioni del Fulgenzi, come sembra pensare l’arcivescovo e come viene confermato nel suo interrogatorio dall’agente romano Bricki quando dichiara che il Fulgenzi «era amico dell’Adversarij del Vescovo»71.
Di fronte a questo compatto muro di accuse, Fulgenzi, da parte sua, risponde in modo vago e sfuggente, evitando le precise contestazioni avanzategli dagli inquirenti su questo o quel breve. La frase, «non so di mano di chi sono scritti, ma me li dava belli expediti il Signor Gualtieri né io mi intricavo di altro», risuona sulla sua bocca come un ritornello72. Attraverso il sistematico appello al non ricordo e lesinando informazioni, Fulgenzi delinea però attraverso i suoi interrogatori una autorappresentazione, dotata di una indubbia efficacia e che autorizza a chiedersi se la sua attività non nasconda disegni politici ambigui e, nella difficile situazione politica in cui versa il Regno di Polonia in quegli anni, non del tutto confessabili. Agli oggetti trovati in casa sua, evidenti strumenti dell’attività illegale che va conducendo, si riferirà come a «robbuccole»73; all’accusa di aver intercettato le lettere inviate dal vescovo di Cracovia al Bricki risponderà che è stato per ordine di Nostro Signore che se ne è impossessato. Quanto alla preoccupazione per una licenza di lettura totale concessa al giovane «novo nella fede» espressa da molti, risponde che «il giovane aveva giudizio e che in quei paesi poteva passare»74.
Difficile dire da dove venga tanta sicurezza e nonchalance in un uomo che si trova in una situazione complicata, sotto la duplice mira dell’Inquisizione e del tribunale del Governatore. Un certo gusto teatrale sembra caratterizzare il personaggio. Ecco la fisionomia del Fulgenzi secondo la descrizione fatta da un testimone: l’uomo usa vestire «di lungo» da prete e indulge qualche volta a portare «una cinta di seta paonazza», è di statura piuttosto bassa, con capelli e barba neri, ha i baffi «rasi alla francese» ed è solito anche portare un collare da prete alla francese. Rimarchevoli e fuori dell’ordinario appaiono le sue lunga ciglia75. Quel che si può affermare, stando al materiale biografico di cui disponiamo, è che Fulgenzi non viene dal nulla: la sua nascita e la famiglia lo collocano tra le fila dei ceti produttivi e intellettuali ben insediati nei rioni centrali di Roma. Un fratello, Giovanni Battista, è stato un attivo commerciante di tessuti con ramificazioni anche all’estero, non alieno a quanto pare dal prestare servizi ai signori polacchi; un cognato è Giovanni Francesco Albinante notaio capitolino che svolge la sua attività nella popolosa via dei Coronari, un altro cognato è il ricco farmacista Desiderio Barnabei che ha una bottega a piazza Colonna76. Le due sorelle Cecilia e Caterina sono state dunque importanti nella vita di quest’uomo, così come la vecchia nonna, Giovanna de Sanctis, che vive ancora con lui e gode di una certa fama presso i notai e i birri che si recano a perquisire la casa. Il padre di Antonio Fulgenzi, Polidoro – originario di Cremona –, è stato uno dei tanti immigrati che si è radicato a Roma attraverso il matrimonio con una donna romana. A completare la fisionomia del personaggio vi è anche il passaggio presso la Biblioteca apostolica vaticana, da lui rivendicato nel corso degli interrogatori, anche se di questo passaggio – va detto – non vi è alcuna traccia nei ruoli degli impiegati che si conoscono77. Comunque Fulgenzi può evidentemente contare su alcuni contatti che gli facilitano l’accesso «al Palazzo e alla Cancelleria», come alcuni testimoni ricorderanno.
A conferma del fatto che Fulgenzi non è un puro millantore, vi è il fatto che la sua linea di difesa non viene totalmente smentita dagli officiali della Segreteria dei Brevi interrogati. Alcuni brevi ritrovati nella sua casa risultano, infatti, effettivamente spediti in modo del tutto regolare: sono stati registrati e sottoscritti nella Segreteria dei Brevi alle date indicate. Di altri, al contrario, non vi è alcuna traccia nel libro dove tutti i brevi spediti dovrebbero essere registrati. Poiché «non c’è breve autentico che non si noti o non si registri» come dichiara, ad esempio, Georges de Havenne, uno dei sei scrittori che compongono all’epoca il corpo degli ufficiali nella Segreteria dei Brevi, si tratta di falsi, come mostrano del resto alcune evidenti imperfezioni nella fabbricazione: in un breve è sbagliata la collocazione del sigillo, in un altro il piego non appare corretto, in tutti la contraffazione della sottoscrizione del segretario dei Brevi del tempo, monsignor Maraldi, non è perfettamente riuscita78.
Sgombrato il campo nell’ampio ventaglio di brevi ascritti all’operosità di Fulgenzi tra i veri e i falsi, l’attenzione degli inquirenti si concentra in particolare su un breve che concede facoltà di ritenere un beneficio concessa a un padre carmelitano, tal frate Damascino Ruboski. Quest’ultimo, ad onta delle costituzioni apostoliche che vietavano al clero regolare di avere cappellanie, ha infatti chiesto e ottenuto di godere il beneficio di iuris patronatus posto dalla propria famiglia. Fulgenzi non solo nega di esser lui l’autore di questo breve ma ricorda come sia stato proprio monsignor Maraldi da lui consultato a spiegare al diretto interessato come fosse impossibile ottenerlo79. Solo successivamente, dichiara, ha poi saputo dallo stesso frate che era riuscito a portare a termine il suo «negotio» ottenendo il breve: «Io restai stupito – racconta Fulgenzi – che era una cosa impossibile né mi disse per mano di chi fosse passato né come avesse fatto perché non glielo domandai»80.
A farsi avanti per smentire la versione degli avvenimenti data da Fulgenzi troviamo invece Alessandro Bricki che testimonierà di aver sentito Fulgenzi promettere a fra’ Damascino «di ottenere il breve in tre o quattro giorni», di avere visto l’uomo consegnare il documento dopo una serrata contrattazione e dietro il pagamento di venti ungari. Bricki aggiungerà anche di aver apposto sopra il sigillo del breve «acciò non si guastasse un poco di carta ordinaria» e di averla bagnata con l’olio81. E così testimonieranno altri nobili polacchi presenti allo scambio.
Il contraddittorio tra Bricki e Fulgenzi non alleggerirà la posizione di quest’ultimo e anche la testimonianza rilasciata dal nuovo rettore della chiesa di San Stanislao dei Polacchi, chiamato a testimoniare come teste in difesa di Fulgenzi, non sembra cambiare la situazione di molto: non conosce bene Antonio Fulgenzi e anche le notizie che fornisce su presunte inimicizie nutrite da Antonio Bricki e dagli altri testimoni dell’accusa nei confronti di Fulgenzi sono quanto mai vaghe e reticenti. La difesa di Fulgenzi cerca evidentemente di avvalorare l’ipotesi di una preordinata vendetta da parte degli agenti romani dell’arcivescovo Gembicki nei suoi confronti. Si verifica anche in questo caso quanto avevamo già osservato a proposito del processo difensivo dell’ex segretario Perizi. Ad onta dei trascorsi e delle relazioni vantate dai due imputati, nessun personaggio di un certo rilievo leva la sua voce in difesa dell’onestà dei due uomini, oramai troppo compromessa. Nemmeno i due cognati verranno chiamati a testimoniare in sostegno dell’onorabilità del loro parente.
Se Fulgenzi ha dunque pochi appigli per controbattere le accuse dei suoi avversari e dimostrare la sua innocenza, non vi è dubbio che gli esponenti della comunità polacca che lo accusano hanno a lungo condiviso il percorso di questo complesso personaggio, quando non ne sono stati complici. Il processo Fulgenzi mette in scena connivenze e compiacenze di ogni tipo da parte dei polacchi residenti a Roma verso i servizi forniti dal falsario e il dubbio che la gran parte delle accuse celi in realtà complicità diffuse e a lungo nascoste all’interno della comunità sorge in chi legge gli interrogatori.
L’incalzare delle domande dei giudici smonterà poco a poco la contrapposizione mostrata inizialmente da tutte le voci che accusano Fulgenzi. È soprattutto Alessandro Bricki, l’agente dell’arcivescovo di Cracovia, a mostrarsi consapevole dei rischi cui si espone rievocando alcuni suoi comportamenti. Si premura quindi di premettere nei suoi interrogatori «una protesta» allo scopo «di non incorrere in irregolarità alcuna per quello deporrò in questo esame essendo io sacerdote»82.
Sia pure con esiti non perfetti, Fulgenzi era dunque in grado di preparare un breve in tre o quattro giorni, secondo le numerose testimonianze rilasciate nel corso del processo. Una velocità che non può non insospettire anche i suoi clienti. Come era possibile che in soli tre o quattro giorni l’uomo riuscisse a ottenere dalla Segreteria dei Brevi un breve, quando in altri casi si doveva aspettare giorni e giorni? «Tutti noi altri ci meravigliamo – testimonierà al processo Stefano Sfirzoski, rettore della chiesa di San Stanislao – che un tale uomo potesse con prontezza così grande spedire queste gratie dal Sommo Pontefice che non credevamo si potessero ottenere perciò anco io ne dimandai a lui come faceva»83. Meglio edotto delle lungaggini delle procedure con cui simili grazie si ottengono dalla Segreteria dei Brevi, il rettore ne chiede dunque conto al nostro e ottiene questa risposta da parte del Fulgenzi: «Di queste cose se ne meraviglino quelli che non havevano pratica ma che a lui era facile perché un anno era stato bibliotecario della biblioteca vaticana et che haveva adito apresso al Sommo Pontefice et Signori Cardinali quando voleva»84.
Se la risposta del Fulgenzi appare in linea con il personaggio, sicuro, quasi vanaglorioso, apparentemente indifferente alle pesanti accuse che lo sommergono e alle prove che lo incolpano, era anche in grado di porre fine ai vari dubbi e tranquillizzare la coscienza e «la buona fede» dei suoi clienti? Difficile dirlo. Di certo frate Damascino era ricorso ai servizi del Fulgenzi come extrema ratio e dopo il tentativo fallito di ottenere un rescritto positivo del papa. Non sono da escludersi né l’ipotesi che la necessità di ottenere una certa grazia possa aver spinto molti ad autoilludersi sul modo corretto con cui avevano ottenuto il breve, né l’ipotesi che gli aspiranti abbiano abbracciato consapevolmente e lucidamente il rischio del falso.
Nell’opera di falsificazione del Fulgenzi si può vedere il punto estremo raggiunto dai servizi forniti dai potenziali falsari. Solo più analitiche ricerche potranno dire se i brevi falsificati da Fulgenzi siano da mettere in relazione con i conflitti che attraversano le fazioni nobiliari e i rapporti tra vescovo di Cracovia e accademici tra gli anni Quaranta e Cinquanta del Seicento o se siano più semplicemente espressioni delle logiche e degli interessi di alcuni individui. Per il momento due elementi appaiono incontrovertibili. Il primo è che dietro l’incriminazione di Fulgenzi vi sia la longa manus di Pietro Gembicki, arcivescovo di Cracovia, già penalizzato dalla decisione presa dal Tribunale della Segnatura rispetto alla nomina del suo canditato alla prepositura di San Floriano, attraverso i suoi diversi rappresentati romani, da Carlo Monti ad Alessandro Bricki. Il secondo è che, a stare alle accuse, Fulgenzi si fa lautamente pagare per i suoi brevi contraffatti.
Il 12 ottobre 1651 Antonio Fulgenzi Mascaroni viene condannato a dieci anni di galera85. Una condanna pesante, coerente con la gravità delle prove aggiuntive ritrovate nella sua casa circa l’opera di falsario. Nello stesso anno tre falsari di monete, rei confessi, vengono però impiccati, a dimostrazione che anche nei casi più gravi, le condanne per i falsari di lettere apostoliche non comportano la pena capitale.
Potremmo seguire a lungo i percorsi di Fulgenzi ma è giunto il momento di riprendere le fila del discorso sul fenomeno delle false lettere apostoliche nell’età moderna. Le fonti processuali raccontano storie e vicende diverse, che se non sono sempre assimilabili dal punto di vista dei bisogni e delle motivazioni dei singoli, presentano invece per quanto riguarda i meccanismi della produzione dei falsi e la fisionomia dei falsari alcune condizioni reiterative. Ed è su quest’ultime che vorrei soffermarmi in conclusione per sottolineare alcuni elementi di interesse messi in luce dalle fonti processuali.
La falsificazione delle lettere apostoliche, lo abbiamo visto, incorre in numerose irregolarità, ma non sono queste irregolarità all’origine della scoperta del falso. A mettere sulla buona strada il governatore sono in alcuni casi le querele che provengono dall’interno della Dataria oppure dal mondo dei falsari; in altri casi l’avvio del procedimento sembrerebbe provenire da un’informazione arrivata in modi confidenziali e segreti al tribunale. Colui che avanza la querela non è detto sia sempre la vittima o un cittadino ligio al dovere. Almeno in uno dei casi esaminati, le cose stanno in tutt’alto modo. Per Venanzio Perizi e il suo complice Corrado De Mean, la querela sembra semmai rivestire il ruolo di scudo per deviare i sospetti e indirizzarli su altri.
Le denunce sono poi la conseguenza delle chiacchiere e delle voci che circolano e si diffondono negli ambienti curiali e nelle comunità nazionali. Sono i fiamminghi a dare per primi l’allarme sulla spedizione di una dispensa matrimoniale di terzo grado per due cugini che sono invece legati dal secondo grado di consanguineità. Così come sono gli esponenti della comunità polacca a costituirsi come primo “tribunale” indiscreto delle dubbie attività dell’avventuriero Antonio Fulgenzi. Gli ambienti dei gruppi nazionali, come mostrano i processi a Perizi e a Fulgenzi, non si limitano all’allarme sull’esistenza di possibili falsificazioni, ma alimentano nel corso dell’inchiesta decisive prese di posizione in merito ai comportamenti individuali, finendo con lo svolgere un ruolo di primo piano nel perseguimento dei falsari. Se tensioni di ogni tipo e numerose rivalità spalancano le porte nelle comunità nazionali alle spiate e alle accuse, è però la stretta contiguità che caratterizza l’esistenza a Roma di tutti coloro che sono originari dallo stesso luogo di provenienza, fiammighi oppure polacchi, a non consentire alcun margine di segretezza a chi coltiva progetti fuori dalla legalità. È difficile tenere a lungo nascosta l’attività di Fulgenzi quando i vari clienti dei brevi da lui fabbricati alloggiano nelle stesse locande degli agenti dell’arcivescovo di Cracovia; punto di ritrovo comune è, infatti, la locanda del Soldato collocata dietro piazza Madama. Clienti e accusatori non solo frequentano la stessa locanda, dove si incontrano ora nella camera dell’uno ora nella camera dell’altro, ma passeggiano insieme e si ritrovano a cena dal rettore della chiesa di San Stanislao dei Polacchi.
Per quanto decisiva dal punto di vista della scoperta del falso e della condanna degli autori materiali del falso, quella delle comunità nazionali è però solo una derivazione secondaria per la produzione delle false lettere apostoliche.
Centrali nel fenomeno della falsificazione si rivelano altri orizzonti specifici del mondo curiale: questi rimandano da un lato al campo delicato rappresentato dal complesso iter della spedizione di brevi e bolle, dall’altro alla logica della negoziazione che contraddistingue l’operare della Dataria.
Da questo punto di vista, insostituibile appare il ruolo informativo degli atti processuali nell’evidenziare lo spazio che hanno negoziazione e trattive tra i diversi soggetti. Il perseguimento dei rei testimonia, in altre parole, quello che non sempre il dettato sul funzionamento di Dataria, Cancelleria e Segreteria dei Brevi è in grado di mostrare, vale a dire la permeabilità delle istituzioni alle esigenze delle parti, la natura contrattuale che sovraintendeva alla concessione delle grazie. Rischi di corruzione e di collusione sono ovviamente connaturati a questi contatti fra “le parti” e non c’è forse contraffazione che non trovi una sua complicità all’interno dei dicasteri. Sarebbe interessante ragionare sui momenti specifici in cui la contraffazione è avvenuta per capire come tra le pieghe di un iter di spedizione delle bolle sostanziato da precise regole e da diversi passaggi, costruiti come baluardo contro i rischi di corruzione e di falsificazione, si celi più di un punto debole. Le suppliche con rescritto pontificio sono inviate d’ufficio alla Cancelleria per essere quindi spedite in bolle – così dicono le regole – ma in alcuni casi, come mostra il processo De Rios, possono essere consegnate direttamente «alle parti che le sollecitano». E ancora: se è vero che gli scrittori apostolici sono gli unici autorizzati a scrivere brevi, è possibile, si dirà nel processo a Fulgenzi, che monsignor Gualtieri «possa per qualche breve di importanza scriverlo lui stesso».
Nel cuore stesso della repressione dei reati di falso irrompe, dunque, ad opera degli stessi che dovrebbero testimoniare la rettitudine del sistema, più di uno spiraglio per capire quali e quanti possono essere gli appigli per le eccezioni. Limiti e superamento degli stessi si alimentano a vicenda nelle pieghe del sistema e non mancano precise allusioni a possibili percorsi eccezionali nei resoconti che delle regole restituiscono gli ufficiali della Dataria, della Segreteria dei Brevi e della Cancelleria chiamati a testimoniare. In questa cornice, il ricorso al falso rappresenta sempre un’ipotesi abbracciata solo dopo che le altre vie perseguite non hanno dato i frutti sperati. All’inizio, sia lo spagnolo De Rios sia il carmelitano polacco frate Damascino pensano di poter ottenere quanto richiesto seguendo la prassi consueta, aspirano quindi a una spedizione in piena regola, come testimoniano i contatti e i tentativi fatti con questo o quell’ufficiale della Dataria ricordati nel corso del processo. Anche il cavaliere di Liegi De Mean, prima di rivolgersi al Perizi, ha tentato di ottenere la licenza per i cugini seguendo il percorso tradizionale. Solo in seguito, tutti decidono di cambiare strada, si rivolgono a un nuovo intermediario nell’illusione che questi si rivelerà più efficace e risolutivo di quello cui si è ricorso in precedenza.
Cosa spinge molti a compiere un passo che li porta ad agire su un piano inclinato e che presenta alla lunga rischi di irregolarità? La risposta data negli interrogatori allude all’incertezza e al timore di tempi di attesa troppo lunghi. Se è innegabile che l’intera procedura offra il fianco a giustificate preoccupazioni sui tempi di risoluzione delle richieste, l’argomento dello slittamento delle decisioni, da solo, non è ovviamente sufficiente a dar conto del falso e rappresenta solo un escamotage degli imputati per difendersi, al pari dell’accusa usata in altri casi che la loro buona fede è stata raggirata.
Larghi margini di ambiguità circondano quindi le intenzioni di chi commissiona un falso. Identici margini di ambiguità sono riscontrabili nella fisionomia degli esecutori delle contraffazioni.
Chi sono i falsari condannati in questi processi? In primo luogo, lo abbiamo accennato all’inizio, si tratta di uomini che si pongono come intermediari, punto di raccordo tra le esigenze individuali, le regole delle istituzioni e il mondo degli ufficiali della Dataria e della Cancelleria. Personaggi come Perizi e Fulgenzi offrono un esempio paradigmatico di quel sottobosco di esperti che gravita attorno alla curia e pretende di influenzarne a vario titolo le decisioni. Certo, tra le falsificazioni di Perizi che altera una bolla e si affretta a denunciare il suo cliente e Fulgenzi che possiede a casa gli strumenti idonei per falsificare le lettere apostoliche e costruisce di sana pianta i suoi brevi per i suoi clienti vi è uno scarto, segnalato dal diverso destino giudiziario dei due. All’inizio i due uomini però non presentano differenze rilevanti agli occhi dei loro clienti, che li considerano uomini esperti e che godono in più di influenza e appoggi in grado di far loro ottenere quanto desiderato.
Ambedue del resto sanno muoversi con agilità e spregiudicatezza nella Segreteria dei Brevi e nella Dataria. Si potrebbe pensare che netti confini separino questo sottobosco emblematizzato da Perizi e Fulgenzi e il mondo degli ufficiali della Dataria e della Cancelleria: i tanti abbreviatori di parco maggiore e di parco minore che avevano il compito materiale di redigere le bolle. Niente di più lontano dalla realtà. Gli interrogatori rivelano infatti il fitto intrecciarsi di contatti e di relazioni che si dipanano, alle soglie della Dataria e spesso nello stesso palazzo di Monte Cavallo, tra richiedenti, spedizionieri, mediatori di ogni tipo. La loro fisionomia è quella di chi, vissuto a lungo accanto a uomini eminenti e potenti, persegue una sua via di ascesa sociale e utilizza competenze e conoscenze per arricchirsi. Venanzio Perizi e Antonio Fulgenzi, non diversamente da Alfonso Ceccarelli e da Carlo Galluzzi, sfruttano desideri e bisogni altrui. Non di rado, inoltre, la contraffazione dei documenti porta con sé diverse forme di bugia e di inganno, a cominciare da quella della propria identità come mostrano De Rios e Fulgenzi.
In difetto di altre testimonianze, sia la vita di Venanzio Perizi, sia la vita di Antonio Fulgenzi disegnano dunque due plausibili traiettorie di quello che potremmo chiamare l’identikit del falsario di età moderna. Un identikit in formazione – giochiamo ancora su pochi esempi – che presenta però dei connotati indubbiamente diversi dall’amanuense, dal vescovo o dal monaco che nei secoli precedenti avevano combattuto, a suon di falsificazioni, una dura lotta con altri poteri per affermare i privilegi e le ragioni ideali della Chiesa. Autore di falsificazioni che si configurano come una scorciatoia furba a un iter che si presenta più complicato oppure come una risposta all’imposizione di tasse sempre più elevate, il falsario moderno ha decisamente un altro volto. Non solo il suo impegno non è più rivolto a restaurare un ordine minacciato a favore della Chiesa, ma rispetto allo scontro di poteri è addirittura marginale e periferico.
Dataria, Cancelleria e Segreteria dei Brevi escono fuori da questi processi come luoghi di complesse trattative, dove gli uffiziali dei vari dicasteri appaiono in prima linea nel soppesare modi e tempi che possono favorire le richieste dei singoli: suggeriscono in alcuni casi le giustificazioni con cui accompagnare le suppliche, ne discutono costi e benefici. Insomma non sembrano insensibili a farsi carico dei problemi degli aspiranti e ad accoglierne le esigenze di rapidità. Il più delle volte la collaborazione viene data in nome della comune appartenenza geografica tra il richiedente e alcuni ufficiali oppure sono le frequentazioni dell’intermediario di turno a costituire i legami privilegiati.
Che la concessione delle grazie e dei benefici appartenga all’area della negoziazione è un fenomeno in sé tutt’altro che inedito, anche se gli storici sono più abituati a seguirne la dinamica per quanto riguarda le esigenze espresse da sovrani, principi, personaggi-chiave nelle élites europee e più in ombra sono rimaste invece tutte quelle trattative che si svolgono negli uffici stessi della Dataria e della Cancelleria, non hanno come interlocutori privilegiati i nunzi, i segretari di Stato o il datario stesso, ma vedono implicati, a diverso titolo con i loro pareri, gli scrittori apostolici oppure questo o quel revisore, questo o quell’abbreviatore che operano in questi dicasteri. I soggetti di consigli e trattative che si svolgono negli uffici stessi dei due dicasteri appartengono, dal punto di vista sociale, a una fascia intermedia: sono esponenti della piccola nobiltà, canonici e prebisteri in cerca di pensioni, spesso senza l’approvazione del loro vescovo, il più delle volte stranieri. Hanno buoni livelli di alfabetizzazione soprattutto se ecclesiastici. Il tratto distintivo che accomuna questo tipo di aspiranti è quello, in sostanza, di non aver alle spalle forti canali di protezione che possano sostenere le loro richieste.
Gli ufficiali della Dataria e della Cancelleria sembrano uscire dalle carte processuali con la coscienza immacolata. E non saremo certo noi, in mancanza di prove, a rettificare eventuali deformazioni nell’inchiesta. Eppure negli anni Cinquanta del Seicento, parallelamente ai processi che vedono imputati Fulgenzi e Perizi, si consuma un’altra inchiesta, ben più scardinante per l’immagine della Dataria: quella relativa alle malversazioni condotte dal sottodatario di Innocenzo x, il celebre Francesco Canonici più conosciuto come Mascambruno86. Il processo, che approda, come sappiamo, alla condanna del sottodatario, vede chiamati in causa come imputati un gran numero di ufficiali della Dataria e della Cancelleria. Non ultimi quel Simone Casciotto e quel Brignardello che figurano anche nel processo sulla contraffazione della dispensa matrimoniale: il primo come estensore della bolla incriminata, il secondo in qualità di conoscente e interlocutore del Perizi. Mentre per smascherare gli autori della falsa dispensa, i due scrittori apostolici vengono chiamati a testimoniare e si ascoltano le loro parole come modelli delle regole praticate, al contrario nel processo a Mascambruno la luce prioiettata sui loro comportamenti e su quelli tenuti da altri revisori appare assai più critica.
L’ampio margine di discrezionalità consentito dalla negoziazione in Dataria nella concessione delle grazie, le numerose eccezioni ricordate dai testimoni, la stretta contiguità insomma tra tentativi che seguono la prassi usuale ed episodi che se ne distaccano, assumono in questo processo ben altro segno e significato.
La grande forza del sistema, quel suo essere flessibile e duttile, ispirato dalla preoccupazione di aderire alla diversa realtà delle esigenze, secondo l’apertura alla giustizia sostanziale che caratterizzava il diritto canonico nel panorama della giustizia di ancien régime87, può rivelarsi allo stesso tempo la sua grande debolezza.

Note

1. È stato per primo Marcello Finzi, professore di diritto penale a Firenze, studioso del falso nel diritto italiano e nel diritto canonico, a notare negli anni Venti del Novecento come le esemplificazioni dei falsari di Dante traggano ispirazione dal linguaggio comune più che dal rispecchiamento della dottrina giuridica. Cfr. M. Finzi, I falsari nell’Inferno dantesco, Olschki, Firenze 1925.
2. A. Grafton, Falsari e critici. Creatività e finzione nella tradizione letteraria occidentale, Einaudi, Torino 1996, p. 40 (ed. or. Forgers and Critics. Creativity and Duplicity in Western Scholarship, Princeton University Press, Princeton 1990).
3. Non diversamente da Grafton che ha escluso programmaticamente dalla sua analisi i falsi di documenti, anche Giles Constable ritiene non degni di interesse i “piccoli falsi”, cfr. G. Constable, Forgery and Plagiarism in the Middle Ages, in “Archiv für Diplomatik Schriftgeschichte Siegel- und Wappenkunde”, 29, 1983, pp. 1-41.
4. G. Constable, Forged Letters in the Middle Ages, in Fälschungen im Mittelalter, Internationaler Kongreß der Monumenta Germaniae Historica, München, 16-19 September 1986, Hannover 1988, t. v, pp. 11-37. Una posizione contraria a quella di Constable è espressa da E. A. R. Brown che non accetta «the distinctions that have been drawn between forgers who worked for personal, selfish ends and those who where allegedly dedicated purely to higher goals», in Falsitas pia sie reprehensibilis. Medieval Forgers and Their Intentions, in Fälschungen im Mittelalter, cit., t. i, p. 107.
5. G. M. Cantarella, Principi e corti. L’Europa del xii secolo, Einaudi, Torino 1997, p. 75.
6. Archivio di Stato di Roma (d’ora in poi asr), Tribunale del Governatore, Processi 1621, b. 174, f. 1196.
7. Già nel Decretum Gratiani troviamo infatti disposizioni relative all’uso di false lettere apostoliche pontificie e alla falsificazione di tali documenti da parte dei chierici (c. 3, D. xix; c. 7, D. L.). In proposito cfr. Enciclopedia del Diritto, xvi, Giuffrè, Milano 1967, ad vocem “Falsità, falso, e falso (diritto canonico)”, pp. 504-22 e pp. 718-23. Sulla repressione del falso, a titolo introduttivo, cfr., inoltre, P. Herder, Römisches und kanonisches Recht bei der Verfolgung des Fälschungsdelikts im Mittelalter, in “Traditio”, 21 (1965), pp. 291-336; Brown, Falsitas pia, cit.
8. Oltre all’invecchiato R. Poole, Lectures on the History of the Papal Canchellery down to the Time of Innocent iii, Cambridge University Press, Cambridge 1915, in particolare pp. 151-62, cfr. il più aggiornato P. Zutshi, Innocent iii and the Reform of Papal Chancellery, in Innocenzo iii. Urbs et Orbis, Atti del Congresso Internazionale, Roma, 9-15 settembre 1998, a cura di A. Sommeruchner, Istituto storico per il Medioevo, Roma 2003, pp. 84-101.
9. Constable, Forgery and Plagiarism, cit., p. 25.
10. Per le diverse circostanze che spinsero Agostino a scrivere due trattati sulla menzogna – più teorico il primo, nato da un contrasto esegetico su un passo paolino, più legato il secondo all’attività pastorale e al giusto modo di combattere la setta dei Priscillianisti – rimando all’introduzione di N. Cipriani all’edizione dei trattati in Opere di sant’Agostino, Morale e ascetismo cristiano, v. vii/2, Città Nuova editrice, Roma 2001. I due trattati sono alle pp. 295-513.
11. Mi limito a ricordare le costituzioni di Paolo iii, Cum Nobis del 13 marzo 1535 e Cum Gravisse del 13 aprile 1536 in Bullarum Privilegiorum ac Diplomatum Romanorum Pontificum Amplissima Collectio, Tomus Quartus, Pars Prima, Roma mdccxlv, p. 140; la costituzione clxvii di Gregorio xiii, ivi, Tomus Quartus, Pars Quarta, Roma mdccxlvii, pp. 27-31.
12. Cfr. De Fabricantibus et fabricare facientibus falsa Istrumenta et privatas scripturas, cap. xlviii in Statuta Almae Urbis Romae Authoritate Gregorio PP xiii a Senatu Populoque Romano edita et Reformata… Romae mdcxi ex typographia Reverendae Camerae Apostolicae.
13. Gli aspiranti ai sussidi e alle doti di carità potevano, infatti, avvalersi di numerosi ausilii: bandi che venivano affissi in ogni quartiere della città, quadri generali, come ad esempio il Piazza, fino a un «tam tam informativo rapido ed efficace nell’intero arco cittadino» di cui parla A. Groppi, cui rimando per una visione d’insieme di questi aspetti, in I Conservatori della virtù. Donne recluse nella Roma dei Papi, Laterza, Roma-Bari 1994, in particolare p. 86.
14. È a partire dal Settecento che si tentò di disciplinare l’attività degli spedizionieri, e solo nel xix secolo la formazione e la nomina venne sottoposta a un preciso tirocinio e a un esame. Assai tardo (1850) è anche il riconoscimento del principio di inconciliabilità tra il ruolo di spedizioniero e la presenza in un ufficio in Dataria o Cancelleria. In proposito N. Storti, La Storia e il diritto della Dataria Apostolica dalle origini ai nostri giorni, Athena Mediterranea Editrice, Napoli 1969, pp. 220-23.
15. Durand de Maillane è un avvocato al Parlamento di Parigi dove il suo Dictionaire venne pubblicato nel 1761.
16. Cfr. in proposito Storti, La Storia e il diritto della Dataria Apostolica, cit., pp. 220-2.
17. Beger si abbandona a questa considerazione in occasione del processo per contraffazione di una dispensa matrimoniale nel 1652 di cui parlerò più avanti. asr, Tribunale del Governatore, Processi 1652, b. 447, f. 903r e v.
18. Le incertezze della questione si colgono in modo netto nelle diverse risposte che le tante istruzioni che circolavano a Roma e in altri paesi davano proprio a proposito dell’entità delle tasse e delle possibili esenzioni.
19. Il papa, come sappiamo, manifestava la sua volontà anche a voce – vivavocis oraculum – fatto quest’ultimo che aveva dato adito a molti abusi, tant’è che Urbano viii con la costituzione Alias aveva abolito tutte le concessioni fatte «ex vivae vocis oraculo per Summos Pontefices Praedecessores Nostros et per Nos», escludendo però datario, sottodatario e altri uffiziali della Dataria. In proposito cfr. Storti, La Storia e il Diritto della Dataria Apostolica, cit. p. 113. La questione meriterebbe di essere approfondita tenuto conto delle variazioni che si sono avute nel tempo in merito alle categorie esentate dal pagamento dei diritti di spedizione. Mentre all’inizio del Cinquecento tutti coloro che facevano parte della familia dei cardinali godevano ancora del mandato expediendi gratis, nel 1517 Leone x abolì questo privilegio, in proposito cfr. G. Fragnito, “Parenti” e “familiari” nelle corti cardinalizie del Rinascimento, in C. Mozzarelli (a cura di), “Familia” del Principe e famiglia aristocratica, ii, Bulzoni, Roma 1988, pp. 570-1.
20. Biblioteca Apostolica Vaticana, Vat. Lat. 13461, Della Dataria Apostolica, ff. 121-126v. Il testo risale al primo ventennio del Settecento ma lo possiamo ritenere, almeno per quanto si riferisce alle categorie che godono del mandato expediendi gratis, espressivo della situazione precedente, poiché l’anonimo autore specifica che le informazioni in proposito sono tratte dai manoscritti di monsignor Ricci, sottodatario di Alessandro vii (ivi, f.126r e v).
21. Il processo a Geronimo De Rios è in asr, Tribunale del Governatore, Processi 1630, b. 253, ff. 2016-80.
22. Sul requisito della limpieza de sangre e sul modo in cui gli ordini religiosi l’accolsero rimando ai classici studi di A. Sicroff, Les controverses de statut de pureté de sang en Espagne du xve au xviie siècle, Didier, Paris 1960; A. Dominguiz Ortis, Los judeosconversos en la España moderna, Mapfre, Madrid 1992, in particolare pp. 137-72, e al più recente A. Foa, Limpieza versus Mission: Church, Religious Orders, and Conversion in the Sixteenth Century, in S. J. McMichael, S. E. Meyers, Friars and Jews in the Middle Ages and Renaissance, The Medieval Franciscans, 2, Brill, Leiden-Boston 2004, dove ricorda che gli Statuti francescani ebbero la ratifica da parte di Clemente vii nel 1525 solo relativamente alla Spagna, ivi p. 306. Utili considerazioni sui “giudaizzanti” in P. C. Ioly Zorattini, L’Inquisizione romana e i giudaizzanti in Italia, in L’Inquisizione, Atti del Simposio Internazionale, 29-31 ottobre 1998, a cura di A. Borromeo, Biblioteca Apostolica Vaticana edizioni, Città del Vaticano 2003, pp. 505-38.
23. asr, Tribunale del Governatore, Processi 1630, b. 253, f. 2018.
24. Ibid.
25. Ibid.
26. Ivi, ff. 2019-20.
27. Ivi, f. 2021.
28. Ivi, f. 2025v.
29. Gli interrogatori dei tre ufficiali sono rispettivamente ai ff. 2034-35v; ff. 2036-37v; 2037v-2039.
30. Ivi, f. 2039 e così per le citazioni che seguono.
31. L. Antonucci, La scrittura giudicata. Perizie grafiche in processi romani del primo Seicento in “Scrittura e Civiltà”, 13 (1989), pp. 489-525.
32. L. Antonucci, Tecniche grafiche dello scrivere e cultura grafica di un perito romano nel ’600, in “Scritture e Civiltà”, 16, (1992), pp. 265-303.
33. Rispetto alle caratteristiche dell’esame grafico tipizzate da Antonucci in La Scrittura giudicata, i processi di falsificazioni da me presi in esame non presentano alcuna novità, né dal punto di vista della struttura formale del procedimento, né da quello professionale. La perizia si svolge sotto forma di interrogatorio da parte del giudice, cui segue una scrittura interamente redatta dal perito.
34. La stessa Antonucci, in La scrittura giudicata, cit., p. 516, parla di «modesta abilità esecutiva» grafica.
35. I risultati delle due perizie di Alberici e Gessa sono in asr, Tribunale del Governatore, Processi 1630, b. 253, rispettivamente ai ff. 2040-45; 2046-49.
36. Ivi, f. 2030v.
37. L’interrogatorio in cui il Fernandez confessa di essere in realtà De Rios è quello del 28 settembre 1630 (ivi, ff. 2053v-2057).
38. Ivi, f. 2021v.
39. Ivi, ff. 2050-55.
40. Ivi, f. 2053.
41. Ivi, f. 2054v.
42. Il contradditorio è ivi, ff. 2059-60.
43. Ivi, ff. 2066v-67.
44. Ibid.
45. asr, Tribunale del Governatore, Registrazione degli Atti, b. 220, f. 58.
46. Cfr. cap. xlviii in Statuta Almae Urbis Romae Authoritate Gregorio PP xiii a Senatu Populoque Romano edita et Reformata… Romae mdcxi ex typographia Reverendae Camerae Apostolicae.
47. Il processo è in asr, Tribunale del Governatore, Processi 1652, b. 447, ff. 657-953.
48. Ivi, f. 664. La pergamena era stata raschiata alla seconda e alla decima riga, dove appunto il terzo grado di consanguineità, grado tertio, era stato cancellato e sostitituito con grado secundo.
49. Ivi, ff. 657-8v.
50. Ivi, f. 660, comprensivo della citazione successiva.
51. Cfr. Inventaire analytique de documents relatifs à l’Histoire du Diocèse de Liège sous le régime des nonces de Cologne: Giuseppe Maria Sanfelice, 1652-1659, pubblié par F. Donnay, Institut Historique belge de Rome, Analecta Vaticana-Belgica, Deuxième Série, Nonciature de Cologne, vii, Bruxelles-Rome 1991, in particolare i dispacci nn. 324, 330, 332-3.
52. Importante per queste notizie l’interrogatorio di Francesco Ciaccone di Tivoli, ivi, ff. 734-40.
53. Il memoriale scritto da Perizi in cui si chiede una dispensa per il terzo grado di consanguineità è ivi al f. 682.
54. Ivi, ff. 734-40.
55. L’interrogatorio in cui Venanzio Perizi racconta di sé è quello del 9 maggio 1652 e da questo interrogatorio sono prese tutte le notizie che concernono la sua vita (ivi, ff. 715v-21). Quanto alle notizie relative alla carriera di monsignor Mario Theodoli cfr. C. Weber, Legati e Governatori dello Stato Pontificio (1550-1809), Ministero per i Beni culturali e ambientali, Roma 1994, p. 946.
56. L’esperienza di Celio Malespini è ricordata in S. S. Nigro, Il Segretario, in R. Villari (a cura di), L’uomo barocco, Laterza, Roma-Bari 1991, pp. 98-9. Sul Malespini cfr. R. Lencioni Novelli, Celio Malespini tra biografia e novella, Liguori, Napoli 1983.
57. P. Larivaille, Familiari, consiglieri, segretari ne “il Principe” di Giambattista Pigna, in Mozzarelli (a cura di), “Familia” del Principe e famiglia aristocratica, cit., i, pp. 38 ss. Utili spunti sul modello del segretario delineato nella trattatistica in Nigro, Il Segretario, cit.
58. Notizie su Alfonso Ceccarelli e Carlo Galluzzi sono reperibili in Dizionario biografico degli Italiani, ad vocem, di A. Petrucci e di R. De Rosa; cfr. inoltre A. R. Natale, Falsari milanesi del Seicento, in Raccolta di Studi in Memoria di Sergio Mochi Onori, Contributi dell’Istituto di Storia Medievale, ii, Milano 1972, pp. 459-506.
59. Tra le persone cui l’ex segretario si è rivolto per ottenere la dispensa matrimoniale ritroviamo molti uomini implicati negli stessi anni nel processo al sottodatario Mascambruno, da Giuseppe Brignardello a Simone Casciotto, e condannati.
60. asr, Tribunale del Governtore, Processi 1652, b. 447, ff. 781 ss.
61. Ivi, ff. 945-8.
62. Gli interrogatori di Omalius sono ivi, ff. 762-768v; 925 ss. Si tratta del figlio di Edmond Omalius, agente a Roma del capitolo di Saint Lambert di Liegi, cfr. in proposito Correspondance de Martino Alfieri (1634-1639), pubblié par Wulfrid Brulez, in Institut Historique belge de Rome, Analecta Vaticana-Belgica, Deuxième Serie, Nonciature de Cologne, i, Bruxelles-Rome 1956. Un Georges De Mean risulta borgomastro di Liegi negli anni Ottanta del Cinquecento, cfr. Inventaire analytique de documents relatifs à l’Histoire du Diocèse de Liège sous le régime des nonces de Cologne (1584-1606), pubblié par H. Dessart, L. Halkin, J. Hoyoux, cit., Bruxelles-Rome 1957.
63. asr, Tribunale del Governatore, Processi 1652, b. 447, ff. 68-101. Oltre al processo difensivo del Perizi (rubricato qui come Peretti), compaiono anche numerosi attestati a favore di Corrado De Mean, compresa l’attestazione di nobiltà rilasciata dagli scaini di giustizia della città di Liegi (ivi, ff. 87-101).
64. asr, Tribunale del Governatore, Processi 1651, b. 442, ff. 1166-1274.
65. Le notizie sulla vita di Fulgenzi sono tratte dai diversi interrogatori cui fu sottoposto, segnatamente ai ff. 1176-1182v. Sul contesto politico del Regno di Polonia in quegli anni cfr. W. F. Reddaway, J. H. Penson, O. Halecki (eds.), The Cambridge History of Poland, from the Origins to Sobieski (1696), Cambridge Univeristy Press, Cambridge 1950.
66. Ivi, f. 1167.
67. Ivi, f. 1169.
68. Ivi, interrogatorio di Antonio Fulgenzi del 13 febbraio 1651, ff. 1176-82.
69. Per la vicenda della contestata nomina di Sigismondo Gregorowic, accademico e dottore in sacra teologia da parte del vescovo di Cracovia e della reazione di Stanislao Jurkowski, decano della chiesa di San Floriano cfr. S. Temberki, Annales 1647-1657, Scriptores Rerum Polonicarum, Editionum Collegii Historici Accademiae Litterarum Cracoviensis, tomus xvi, Cracovia 1897, in particolare pp. 60, 80-2, 108-9. Altre notizie in merito sono reperibili nell’Archivio Orsini; cfr., in proposito, Collectanea e rebus polonicis Archivi in Archivio Capitolino Romae, i pars, ed. W. Wyhowska de Andreis, Institutum Historicum Polonicum Romae, Elementa ad Fontium editiones xiv, Romae 1965.
70. Sarà soprattutto il rettore della chiesa di San Stanislao dei Polacchi a fornire un quadro esauriente dei diversi brevi spediti da Fulgenzi in asr, Tribunale del Governatore, Processi 1651, b. 442, ff. 1188v-96v.
71. Ivi, f. 1188v.
72. Ivi, f. 1247.
73. Ivi, f. 1177.
74. Ivi, f. 1191r e v.
75. A offrire questa immagine del Fulgenzi è il rettore della chiesa di San Stanislao dei Polacchi, ivi, f. 1196.
76. Per queste notizie importante è l’interrogatorio del Fulgenzi del 14 giugno, ivi, ff. 1242-44.
77. Cfr. J. Bignami Odier, La Bibliothéque Vaticane de Sixte iv a Pio ix. Recherches sur l’histoire des Collections de Manuscripts, Biblioteca Apostolica Vaticana, Città del Vaticano 1973.
78. asr, Tribunale del Governatore, Processi 1651, b. 442, ff. 1288.
79. Ivi, Interrogatorio di Antonio Fulgenzi del 14 giugno, ff. 1247v-1249.
80. Ibid.
81. Ivi, Interrogatorio di Alessandro Bricki del 12 giugno 1651, f. 1235.
82. Ivi, interrogatorio di Alessandro Bricki del 12 giugno 1652, f. 1230v.
83. Ivi, Interrogatorio di Stefano Sfirzoski del 17 febbraio 1651.
84. Ibid.
85. Tribunale del Governatore, Registrazione degli atti, b. 283, f. 55v.
86. Sul processo al sottodatario Mascambruno rimando al mio La Dataria sotto inchiesta: il processo al sottodatario Canonici detto Mascambruno nel 1652, in Les procès politiques (xive-xviie siècle), a cura di Y. M. Bercé, in corso di pubblicazione presso l’École française de Rome.
87. G. Alessi, Il processo penale. Profilo storico, Laterza, Roma-Bari 2004, p. 86.