L’amministrazione della giustizia
a Bologna nell’età moderna.
Alcune anticipazioni
sul tribunale del Torrone


di Cesarina Casanova

 

1
La fonte

Il fondo del tribunale criminale del Torrone è ben noto agli studiosi che si sono occupati di storia bolognese – ricordo per tutti i lavori di Ottavia Niccoli che ha utilizzato questa fonte per delineare splendidi squarci di società1 – anche se per la sua stessa mole (oltre 10.000 volumi) ha scoraggiato qualsiasi progetto di indagine sistematica. Anche per la ricerca alla quale stiamo lavorando Giancarlo Angelozzi, Marco Cavina ed io – sulle procedure del tribunale – abbiamo dovuto selezionare un numero limitato di anni, restringendo così a 2.500-3.000 i fascicoli processuali da esaminare. Lo spoglio è ancora in corso, ma ritengo di poter già presentare alcuni dei problemi che ci siamo posti e che stiamo cercando di risolvere2.
La questione preliminare che abbiamo dovuto affrontare è stata appunto la definizione degli anni-campione in relazione all’obbiettivo che ci siamo proposti: non tanto scoprire “bei” processi quanto dedurre da un numero rilevante di casi le modalità con le quali veniva amministrata la giustizia a Bologna.
Una prima pista percorribile ci è sembrata quella di circoscrivere il nostro spoglio ai processi per reati sanzionati con condanne a morte, sulla base di repertori di giustiziati; uno di questi, che copre gli anni 1613-73 (per un totale di 316 esecuzioni) presenta il vantaggio di indicare, oltre al nominativo del condannato, alla sua provenienza, al tipo di reato imputatogli e alla pena irrogata, anche il numero del volume nel quale è reperibile il relativo fascicolo processuale. Sulla base di questo elenco abbiamo fatto alcune considerazioni preliminari. Sul totale delle pene capitali – quasi tutte impiccagioni, con pochi casi di decapitazione per persone di riguardo, tra le quali un paio di preti spretati – in 64 casi, pari a un quinto, vengono irrogate afflizioni corporali aggiuntive – mazzolamento, tanagliamento, scannamento ecc. – o, in genere in questo periodo dopo l’impiccagione, lo squartamento e la messa al rogo del cadavere.
È noto che l’incrudelimento nell’esecuzione aveva la finalità di rappresentare pubblicamente in funzione deterrente il potere di coercizione del sovrano e dei suoi giudici3: per questo non sembra esserci un rapporto preciso tra fattispecie del reato e pena, ma piuttosto appare evidente che a queste sanzioni aggiuntive si ricorreva in periodi di recrudescenza dei crimini e da parte di cardinali legati – e dei loro uditori – più intransigenti nell’amministrazione della giustizia. Infatti, se si escludono alcuni reati considerati all’epoca sempre passibili di sanzioni atroci come la sodomia (per cui furono impiccati e bruciati Paolo Zani nel 1613 e Giacomo Biavati nel 1614) o l’eresia, per cui subirono la stessa pena nel 1622 Costantino Saccardino e suo figlio Bernardino e Pellegrino Tedeschi e suo figlio Girolamo4, l’irrogazione della pena aggiuntiva è discontinua. Così nel 1625, durante la legazione del cardinale Ubaldini, le finalità repressive si manifestano con una particolare attenzione per l’efficacia dissuasiva dell’atrocità delle esecuzioni: in quattro su sei condanne per grassazione e omicidio all’impiccagione e sgozzamento (per due di essi previo tanagliamento) e successivo squartamento, le membra straziate dei giustiziati furono portate sul luogo del delitto, a maggiore ammonimento. Quanto alle semplici impiccagioni, in funzione chiaramente deterrente contro la violenza diffusa sembrano le esecuzioni esemplari di Pietro Speciali, nel 1644, e di Domenico Corsini nel 1659 per porto d’armi proibite. Accanto al nome di Domenico è annotato che gli furono concesse solo poche ore per difendersi dalle accuse.
Un altro elenco di condanne a morte che copre un numero molto più ampio di anni, dal 1540 al 1799, ricavato dalle cronache della conforteria5, permette di fare ulteriori considerazioni sul numero delle esecuzioni, che abbiamo confrontato con i dati forniti da Paglia per Roma. Dal 1540 al 1599 le esecuzioni capitali a Bologna furono 907, di cui 96 (10,58%) con modalità atroci; rispettivamente 409 e 32 (7,82%) sono concentrate nell’ultimo ventennio del secolo, quando si badò meno all’effetto scenografico e più alla sostanza dell’applicazione della pena capitale come deterrente per il dilagante banditismo. Dal 1600 al 1649 il totale delle esecuzioni risulta più che dimezzato (389), ma c’è una netta crescita percentuale delle esecuzioni atroci che sono 81 (20,82%). Complessivamente, il numero delle condanne superò la cinquantina solo nei quinquenni 1605-09, 1625-29, 1640-44. Nel cinquantennio successivo le esecuzioni risultano meno della metà del periodo precedente, ma quelle atroci continuano a rimanere proporzionalmente alte: 146, di cui 28 atroci (19,17%), con la punta massima nel quinquennio 1670-74 (29, di cui 6 atroci, il 20,68%)6. Dal 1700 al 1749 la tendenza all’abbandono delle esecuzioni capitali è ancora più netta, anche se in proporzione il numero delle esecuzioni con sanzioni aggiuntive rimane pressoché invariato: 12 su 58 totali (20,68%). Nell’ultimo periodo le esecuzioni capitali furono 29, di cui 4 con modalità atroce (13,79%).
Il confronto con Roma conferma questo andamento, ma con numeri proporzionalmente maggiori di esecuzioni atroci nella capitale: nel periodo 1540-99 le esecuzioni furono 2.249, delle quali 421 con sanzioni aggiuntive (18,71%) – nel ventennio 1580-99 furono rispettivamente 1.134 e 200 (17,63%) –; nel periodo 1600-49 il numero totale delle esecuzioni (962) risulta anche qui più che dimezzato rispetto al periodo precedente, mentre il numero di quelle con sanzioni aggiuntive (191) è pari al 19,85%. Nel 1650-99 le esecuzioni sono in totale 352: come si vede, diminuiscono ancora più nettamente che a Bologna ma altrettanto nettamente aumenta la proporzione delle esecuzioni con sanzioni aggiuntive: 116, pari al 32, 95%. Nel 1700-49 il numero delle esecuzioni capitali anche a Roma cala vistosamente (155) ma si fa ancora largamente ricorso alle esecuzioni spettacolari e cruente, che sono 51, pari al 32,90% del totale. Nell’ultimo periodo in cui possiamo fare un confronto con Bologna abbiamo 102 esecuzioni delle quali 25 atroci (24,50%)7.
Dunque, nella città capitale come nella città soggetta, le sentenze di pena di morte diventano progressivamente meno frequenti mentre sembra che si punti (soprattutto a Roma) sull’atrocità dell’esecuzione come deterrente più che su una sistematica volontà (o capacità) di perseguire in ogni caso i comportamenti più pericolosi, omicidi e furti aggravati.
Ci siamo poi posti il problema di vedere per quali reati venissero irrogate le pene più atroci ma non abbiamo trovato una corrispondenza univoca tra imputazione e sanzione. In particolare, abbiamo osservato che certi reati, un tempo sanzionati con estrema durezza, sembrano subire tacitamente una parziale depenalizzazione. È il caso della sodomia, punita col rogo nel 1540 e nel 1541, due volte nel 1547 – una volta con l’impiccagione e il rogo del cadavere e una con lo squartamento –, nel 1549 ancora con un’impiccagione e rogo successivo. Nel 1567 lo sbirro Cornelio Mantovani fu bruciato vivo. Nel 1570 un tale Valerio, del quale non è riportato il cognome, subì una pena meno atroce, la morte per impiccagione. Nel 1588 Francesco Carlini venne impiccato e poi bruciato, ma oltre che per sodomia fu condannato anche come ladro ed eretico; nel 1593 Ottaviano Bargellini, di famiglia senatoria, e l’ebreo Paolo Orsini vennero decapitati. Una recrudescenza delle sanzioni penali contro la sodomia sembra verificarsi agli inizi del Seicento: nuovamente esemplare è nel 1607 l’esecuzione di Giovanni Maria Bonfiglioli, impiccato e bruciato; stessa sorte tocca nel 1610 ad altri due uomini, e poi ai già ricordati Paolo Zani detto il Gobbo nel 1613 e al facchino bolognese Biavati, nel 1614. Dopo questi episodi il reato scompare tra quelli sanzionati con la morte; lo ritroviamo solo una volta nel 1686 quando viene punito con l’impiccagione. La stessa pena (ed è l’ultima volta nell’elenco delle condanne che arriva fino alla fine del Settecento) viene irrogata a Pellegrino Torri nel 1727. Accanto al suo nome è annotato: «tagliarono il naso e cavarono gli occhi all’ucciso perché non fosse riconosciuto». La sodomia sembra essere diventata un reato nei confronti del quale era meglio usare la massima discrezione possibile anche quando veniva perseguito. Ne abbiamo dei riscontri in processi conclusisi con pene molto lievi per molestie o violenza sessuale su bambini e nell’uccisione di un gentiluomo che ostacolava la frequentazione tra il fratello e quello che presumibilmente era il suo amante: il movente dell’omicidio, compiuto da quest’ultimo, trapela tra le righe delle testimonianze ma non è mai dichiarato8.
Tuttavia, selezionare solo le condanne a morte in un arco di tempo lungo, proprio per la mancata corrispondenza tra reato e pena, può essere assai poco significativo: ad esempio le condanne a morte eseguite per sodomia – ma lo stesso si potrebbe dire anche per le condanne per incesto di cui abbiamo trovato solo due casi, uno del 1574 quando padre e figlia furono bruciati vivi e uno del 1599, quando solo il padre venne impiccato e poi bruciato, ancora per incesto con la figlia – non ci dicono quante denunce furono presentate e quanti procedimenti furono aperti per gli stessi reati senza arrivare alla pena capitale.
Analoghi problemi si pongono per gli elenchi di esecuzioni per diverse qualità di omicidio o furto che non solo non ci permettono di sapere quante condanne a morte furono irrogate in contumacia né coprono tutti i reati di omicidio o furto commessi in un determinato periodo sanzionati con pene più lievi, ma soprattutto non tengono conto del fatto che nel tempo variano i reati ai quali sono applicate le modalità atroci di esecuzione. Nel corso del Settecento, quando praticamente scompaiono tra quelli puniti con la morte reati considerati nel Cinquecento e nel Seicento quasi sempre da sanzionare con pene atroci, come l’eresia, la stregoneria e la sodomia, le 16 sanzioni aggiuntive alla pena capitale che troviamo vengono inflitte nella maggior parte dei casi per grassazioni e per omicidi a scopo di rapina. È il caso di Teodoro Grandi di Trebbo, contado di Bologna, che nel 1701, per aver ucciso un uomo e suo figlio di dieci anni per furto, fu condannato ad essere mazzolato, scannato e squartato; la stessa pena nel 1702 fu inflitta a Lorenzo Zanolini di Bologna per omicidio proditorio ancora a scopo di furto. Nel 1703 Sante Persighini, un altro contadino, fu impiccato e poi squartato per aver assalito tre corrieri postali; nel 1707 Giuseppe Geminiani di Imola fu impiccato e squartato come grassatore di strada; riconosciuto colpevole dello stesso reato nel 1709 subì la stessa pena Giorgio Donati del contado bolognese. Giovanni Brighetti, anche lui contadino, imputato di cinque omicidi sulla pubblica via nel 1712 fu mazzolato, scannato e squartato. Nicola Raimondi detto Budella, di Bologna, fu impiccato nel 1714 per diverse grassazioni. A lui, a differenza degli altri grassatori che erano stati anche squartati, la pena aggiuntiva era stata condonata in considerazione del fatto che aveva solo ventidue anni. Nel 1716 e nel 1719 rispettivamente Francesco Fantoni e Giacomo Stefani, entrambi contadini, vennero imputati di omicidio proditorio a scopo di furto e mazzolati, scannati, squartati. Un caso del tutto simile lo troviamo nel 1752. Nel 1792 Domenico Cremonini del contado di Modena ebbe la stessa pena per omicidio a scopo di rapina, ma gli venne poi commutata con l’impiccagione e l’esposizione della testa a una delle porte della città. Le ultime cinque esecuzioni con sanzioni aggiuntive sono tutte per impiccagione e successivo squartamento e riguardano un omicidio su commissione di un prete e un omicidio proditorio a scopo di furto, rispettivamente nel 1728 e 1729, una condanna per un omicidio per furto nel 1731 e una per vari furti sacrileghi nel 1744, un’altra nel 1767 ancora per omicidio a scopo di furto. L’omicidio passionale o per vendetta non compare mai tra i reati sanzionati con pene aggiuntive.
La scelta di prendere in esame i processi conclusi con l’esecuzione capitale si è rivelata un vicolo cieco anche per altri motivi. Ci è infatti risultato quasi subito evidente che non sarebbe stato possibile rintracciare gli oltre 1.500 processi relativi alle esecuzioni che ci sono note dalle cronache della conforteria per il 1540-1799, in mancanza di repertori che indichino i numeri dei volumi in cui sono inseriti (lo spoglio dovrebbe così essere fatto su tutti i 10.400 pezzi del fondo del Torrone). Anche limitandoci al periodo 1613-73 per il quale abbiamo l’indicazione della collocazione di 316 fascicoli, rimane valida l’obiezione che il solo esame dei processi conclusi con esecuzioni capitali non ci avrebbe detto molto, se non ci fossimo sforzati di capire contestualmente e almeno con buona approssimazione quale fosse il rapporto fra le denunce presentate, i processi avviati, le condanne inflitte e, ma solo a questo punto, le condanne capitali eseguite. Ci siamo resi conto che occorreva delineare un quadro il più completo possibile, anche in termini quantitativi, delle denunce e dei processi, sebbene per forza di cose di un periodo di tempo ristretto, per evitare che aspetti rilevanti dell’amministrazione della giustizia restassero occulti9.

2
La scelta del campione

Proporsi di accertare come effettivamente funzionasse il tribunale del Torrone di Bologna significava anche trovare delle chiavi di lettura delle denunce e dei fascicoli processuali che rispondessero alle domande di primo acchito più urgenti: a quali denunce si dava seguito con un procedimento, che proporzione c’era fra il totale delle sentenze e quelle irrogate in contumacia, quale era per la stessa tipologia di reati il rapporto tra sentenze capitali e pene inferiori, quante esecuzioni venivano annullate dalla concessione della grazia da parte del legato, quale era la possibilità di difesa che avevano gli imputati del reato e come si svolgeva il processo difensivo, come venivano svolte le indagini, come venivano interrogati i testimoni.
Se è parso chiaro abbastanza presto che occorreva procedere ad uno spoglio a tappeto dei fascicoli per alcuni anni, abbiamo poi dovuto trovare un accordo su come risolvere il problema della scelta degli anni-campione. In questa prospettiva un modello interessante ci è fornito dal lavoro sullo stesso fondo del Torrone di Alessandro Pastore, che ha fatto un’indagine sui reati in città e nel contado nel 1630, durante la peste, e che si è interrogato su come utilizzare, anche per un periodo limitato, una fonte che presenta una forte «discrepanza fra la gran massa di denunce e di procedimenti iniziati e il numero relativamente scarso di quelli che giungevano a conclusione»10. Certo, per Pastore, la scelta del campione è stata obbligata dalla domanda che intendeva rivolgere alla fonte, e cioè se la diffusione del morbo avesse in qualche modo modificato la tipologia dei reati e la loro sanzione. Nel nostro caso invece si trattava di decidere se seguire il paradigma dell’eccezionalità (e in tal caso si presentavano molte alternative: gli anni di Sisto v, gli anni dei legati Giustiniani e Ubaldini, agli inizi del Seicento ecc.) o quello della normalizzazione (gli anni Quaranta del Settecento e le riforme di Benedetto xiv).
Si poteva anche scegliere il Cinquecento perché è il momento in cui «una nuova concezione del penale, avviata da tempo ma lentamente maturata, si impone in Italia e in gran parte dell’Europa […]. Tale concezione riposa sullo spostamento della rilevanza penale di un atto o di un comportamento dal piano del danno a quello della disobbedienza, il che corrisponde all’estensione dello schema dell’infrazione politica a ogni violazione penale di qualche rilievo»11. Concentrandoci magari sulla seconda metà del secolo si sarebbe potuto verificare se il processo inquisitorio si è affermato nello stesso periodo anche nella pratica del tribunale del Torrone12.
Abbiamo tuttavia scelto un’altra strada, sulla scorta di un precedente lavoro di Angelozzi e mio13, dal quale risultava – sia pure in prima approssimazione e in maniera impressionistica – che la violenza nobiliare e contadina, con le sue modalità privatistiche di regolazione dei conflitti, era stata disciplinata dalle sanzioni del tribunale del Torrone negli ultimi decenni del Seicento e che agli inizi del Settecento era stata sferrata l’offensiva decisiva contro la pratica di delazione delle armi che in città e nel contado avrebbe portato a una caduta drastica dei crimini di sangue. Proprio per avvalorare questa ipotesi abbiamo concordato di concentrare preliminarmente i nostri sforzi sui primi anni del xviii secolo.
Abbiamo spogliato i volumi relativi al 1701 (per la sola città perché la documentazione del contado è lacunosa) e al 1702 per la città e per il contado, una sessantina di volumi in tutto. Ne abbiamo ricavato una valutazione quantitativa delle denunce (per la città nel 1701 poco più di un migliaio; per la città nel 1702 poco meno di un migliaio e oltre 2.000 per il contado)14. Circa il 25% di tali denunce sono state sommariamente schedate da Angelozzi. In questo periodo la registrazione degli atti è organizzata tenendo distinti i volumi in cui i notai di ciascuno degli otto sgabelli trascrivevano le denunce dai volumi che raccoglievano i fascicoli processuali, contrassegnati rispettivamente da un numero seguito dall’indicazione i o ii (per esempio il vol. 7547/i raccoglie le denunce trascritte dal notaio Visani del vi sgabello nelle settimane in cui è di turno nel periodo febbraio-agosto dell’anno 1701 per la città, mentre il vol. 7547/ii raccoglie i processi dello stesso periodo e dello stesso sgabello)15 anche se l’ordine cronologico in cui sono raccolti i fascicoli processuali non è sempre rigoroso e sotto l’indicazione di un anno possono essere inseriti anche casi trattati negli anni immediatamente seguenti o successivi.
Per la città le denunce erano presentate dai ministrali delle parrocchie, e molto più spesso dalle parti lese o dagli sbirri al caponotaio, e successivamente consegnate ai notai che si alternavano in turni settimanali nel compito di raccoglierle. Per il contado i massari avevano l’obbligo di recarsi a Bologna a dichiarare i reati commessi nelle loro comunità che avevano accertato di persona o che erano stati loro riferiti. In questo caso il notaio di turno trascriveva la denuncia di mano del massaro (o del suo scrivente, se lui era analfabeta) e spesso l’originale è allegato (risulta quasi sempre uno scarto tra il testo originale, a volte tanto sgrammaticato da essere quasi incomprensibile e il testo trascritto e corretto nella forma, mai nella sostanza).
Anche quando gli originali mancano vi si fa riferimento nel testo, così come nei fascicoli processuali si fa riferimento a domande di grazia che non sempre sono trascritte e che raramente sono allegate in originale o ancora a paci seguite fra le parti che, nella quasi totalità dei casi, sono citate come condizione della concessione della grazia ma che in molti casi non compaiono. Queste lacune, come si ricava da rimandi interni ai volumi, ci confermano che il fondo inventariato per anni e per notai degli otto sgabelli del tribunale, cioè i 10.400 volumi del fondo noto agli studiosi come Torrone, non è che una serie dell’archivio del tribunale e che dovevano esistere altre serie di allegati, libri delle paci, repertori per rintracciare rapidamente i fascicoli processuali. Grazie alla disponibilità degli addetti alla sala di consultazione dell’Archivio di Stato di Bologna abbiamo avuto accesso ai depositi dove ci è stata mostrata la cosiddetta coda del Torrone, un’imponente mole di volumi non ancora inventariati fra i quali è ipotizzabile – e intendiamo verificarlo – che possa essere rintracciata almeno una parte del materiale che finora è stato dato per disperso o altro di cui si è ignorata l’esistenza. Infatti, oltre ai volumi degli allegati e delle paci, che sappiamo dovevano esistere per rimandi interni, è presumibile che altro materiale che potrebbe dirci molto sulle procedure sia stato prodotto, magari meno sistematicamente, e occultato nel magma della coda. Forse esistono raccolte separate di processi difensivi e forse anche degli atti della Congregazione criminale, l’organo collegiale presieduto dal legato di cui faceva parte anche l’uditore che nei processi a rei carcerati esaminava gli incartamenti processuali ed emanava un decreto che poi l’uditore formalizzava nella sentenza. La discussione della Congregazione, alla quale l’avvocato e il procuratore dei poveri presentavano le loro deduzioni a favore dei rei carcerati – mentre per gli inquisiti in contumacia non c’era difesa e la sentenza veniva emessa per decisione del solo uditore – non ci è nota e nei fascicoli processuali viene registrato solo il giorno in cui si è svolta e il decreto emesso. È plausibile pensare che esistessero dei verbali di questa importante fase del procedimento.
L’esame degli atti processuali che abbiamo visto finora ci ha dimostrato che alle denunce dei reati più gravi faceva seguito un’indagine del bargello e degli sbirri che raccoglievano informazioni interrogando extragiudizialmente molte persone che individuavano servendosi di una rete molto fitta di delatori e che, una volta convocati formalmente i testimoni, questi venivano sondati preliminarmente alla registrazione della loro deposizione. Ci sono riferimenti di questa pratica da parte di alcuni interrogati che si riferiscono ad un precedente esame che non risulta nel fascicolo e c’è qualche raro caso in cui sono rimasti inseriti nel fascicolo gli appunti degli interrogatori extragiudiziali del bargello o del notaio, che evidentemente sono serviti per decidere chi dovesse essere formalmente sentito. Quando questo è possibile, dal confronto fra gli appunti degli esami informali e la stesura degli atti del processo risulta che questa pratica veniva seguita anche per costringere testimoni riottosi a parlare: se la loro deposizione extragiudiziale non era stata soddisfacente venivano lasciati incarcerati anche a lungo (alcuni mesi) finché non si scioglieva loro la lingua.
Che le deposizioni siano ben lontane dall’essere la fedele registrazione delle parole del testimone o del reo lo sappiamo da tempo, ma va rilevato anche che per certi gruppi di testimonianze raccolte per acclarare lo stesso genere di fatti (l’ora, la descrizione fisica di un sospetto, la moralità di un’accusata ecc.) l’esposizione della risposta segue sempre lo stesso schema e si serve degli stessi termini tanto che risulta evidente la manipolazione delle deposizioni da parte dei notai: quattro o cinque testimonianze successive alla prima non potevano essere così simili formalmente ad essa e forse neppure così concordi nella sostanza, per quanto si ipotizzi che le risposte fossero concordate in precedenza tra i testimoni. Si tratta spesso di deposizioni monotonamente ripetitive che occupano anche quattro o cinque carte senza interruzione, in risposta ad un’unica domanda iniziale, trascritta in latino, e che non si spiegano se non come l’elaborazione successiva dei notai di incalzanti interrogatori del tipo: «È vero che c’era la luna piena? È vero che la donna aveva un comportamento furtivo? È vero che la donna è conosciuta in queste montagne come una buzzarona?», le risposte ai quali erano presumibilmente degli assensi laconici.
Del resto, lo stesso modello di omologazione formale si ritrova in altri adempimenti procedurali, ad esempio nelle ricognizioni dei cadaveri, per i quali la descrizione del corpo, delle ferite, degli abiti e degli effetti personali è identica nella versione attribuita al notaio (parzialmente in latino) e in quelle che rilasciavano i due testimoni che avvaloravano l’identificazione, che sono la traduzione in italiano della precedente e sono del tutto uguali tra loro. Oppure è il caso delle perizie sui corpi del reato, anche qui affidate a due persone, o di quelle delle due ostetriche che comunemente visitavano le ragazze che denunciavano stupri: in tutti i casi le relazioni corrispondono alla lettera.
Il confronto tra denunce e processi l’abbiamo fatto per il 1702, anno per il quale abbiamo la documentazione completa per contado e città. Nel contado venivano mandati i notai estratti a sorte dal bussolo delle cavalcate per compiere i primi atti, come le ricognizioni dei cadaveri e dei luoghi di delitti, gli interrogatori dei feriti, l’invio delle citazioni ai testimoni; si installavano in genere nelle osterie (o più raramente in abitazioni private di notabili di paese), in compagnia del cursore che notificava le citazioni dei testimoni e generalmente di un paio di sbirri – o anche di più per i reati più gravi. Solo in questi ultimi casi l’istruttoria era affidata ad uno dei due sottouditori del Torrone rispetto al quale la funzione del notaio diventava subalterna e si riduceva, oltre alla trascrizione delle deposizioni, agli interrogatori meno decisivi per l’accertamento dei fatti. In ogni caso i procedimenti che arrivano a sentenza erano tutti decisi a Bologna dall’uditore. Quando si arrivava a mettere le mani su un presunto reo questi veniva trasferito nelle carceri del Torrone e le ultime fasi del processo si svolgevano nel tribunale cittadino.
I fascicoli che abbiamo visto per il contado sono circa 300, quasi la metà dei quali è stata schedata sommariamente da Angelozzi e l’altra metà è stata analizzata dettagliatamente da Angelozzi stesso e da me perché si trattava di processi particolarmente interessanti dal punto di vista delle informazioni sulle procedure. Lo stesso abbiamo fatto per la città, dove per lo stesso anno 1702 i processi sono circa 270 che abbiamo schedato entrambi, questa volta più analiticamente per poter cogliere elementi procedurali ai quali con l’avanzare del lavoro siamo diventati più attenti e per poter sfruttare anche quel surplus di informazioni qualitative che, con tutte le cautele del caso, la fonte offre.
La mole di documenti prodotti per anno fra denunce e processi ci ha scoraggiato dal seguire lo schema di sondaggi che ci eravamo proposti: uno o due anni a metà del Cinquecento, altrettanti all’inizio del Seicento e a metà del secolo, all’inizio del Settecento, alla metà del secolo (a ridosso delle riforme di Benedetto xiv), e infine negli anni immediatamente precedenti l’arrivo dei francesi. Abbiamo ritenuto che fosse meglio concentrarci su un solo periodo, ma più ampio, gli anni 1671-76 nei quali si cominciano a perseguire più sistematicamente la violenza nobiliare e contadina, perché questa scelta ci avrebbe permesso di mettere a confronto i dati sulla giustizia criminale che ne avremmo ricavato con quelli già esaminati per il 1701-02 che ipotizzavamo dovessero presentare, in rapporto al periodo precedente, non solo un numero minore di condanne capitali ma anche un numero minore di reati di sangue, di omicidi per vendette – trasversali o meno – e di conflitti tra fazioni nobiliari o contadine. Le due campionature rientrano nel periodo – seconda metà del Seicento, inizi del Settecento – in cui si verifica il primo calo drastico delle esecuzioni capitali e ci siamo proposti di raffrontare questo dato con il complesso dell’amministrazione della giustizia criminale per tentare di capire se il calo delle esecuzioni stesse corrisponda ad un numero più limitato di reati, conseguenza dell’efficacia repressiva e disciplinante dell’apparato della giustizia, oppure sia un segnale di debolezza, per il minor numero di rei che effettivamente venivano catturati rispetto al gran numero di contumaci, oppure ancora sia effetto di una tendenza da parte dei giudici e dei legati a ricorrere alla pena di morte solo eccezionalmente.
C’è tuttavia un altro motivo che giustifica la scelta proprio degli anni 1671-76, ed è il fatto che coprono tutto il periodo in cui fu uditore Gian Domenico Raynaldi che sul funzionamento del tribunale del Torrone scrisse più tardi la Sintaxis rerum criminalium cum adnotationibus ad bannimenta generalia civitatis et Legationis Bononiae a cardinali Benedicto Iustiniano legato a latere condita (Domenico Antonio Ercole, Roma 1688), riprendendo e commentando i bandi emessi nel 1608-10 dal Giustiniani soprattutto per perseguire quei reati di sangue commessi per vendetta che avevano avuto una recrudescenza negli anni Cinquanta e Sessanta del Seicento. Poiché dal nostro precedente lavoro risultava che tali crimini fossero diminuiti proprio in coincidenza con gli anni di Raynaldi16, ci è parso interessante confrontare l’opera dottrinale dell’uditore con la sua pratica giudiziaria, obiettivo perseguibile dall’incontro tra lo scavo di archivio di Angelozzi e mio e le competenze di storico del diritto di Marco Cavina.
Lo spoglio è completato solo per il 1673, per la città (30 volumi)17, per un totale di 1.349 denunce e 181 processi, e per il contado (20 volumi)18, per un totale di 1.589 denunce e 188 fascicoli processuali. Rispetto agli anni 1701-02 denunce e processi non sono raccolti in volumi separati contrassegnati con i e ii, ma sono entrambi contenuti nello stesso volume. Anche in questo caso è stata fatta una schedatura sommaria per la città e per il contado di un campione di denunce pari circa al 25% del totale, mentre i fascicoli processuali sono stati schedati tutti, alcuni molto dettagliatamente (ed è questa la ragione per la quale finora siamo riusciti a completare solo un anno dei sei previsti).
È già possibile peraltro accennare ad alcuni problemi che lo spoglio di questa fonte ha posto ad Angelozzi e me. Per quanto riguarda Marco Cavina, il suo contributo consiste finora nell’esame della letteratura giuridica che potrà confrontare con la prassi del Torrone solo quando sarà conclusa la schedatura degli anni 1671-76.

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Pratiche di giustizia

Per il momento posso fare qualche considerazione solo sui dati del 1701-02. Una prima osservazione che si impone è lo scarto tra denunce e processi. Se si aggiunge poi che all’interno dei fascicoli processuali se ne trovano molti che contengono solo la denuncia e i primi accertamenti (interrogatorio di un ferito, interrogatorio di alcuni testimoni, riconoscimento di corpi del reato ecc.) e che sembrano concludersi nel nulla, confondendosi nella forma con le non poche denunce alle quali segue immediatamente un interrogatorio da parte del notaio ma per le quali non si apre alcun procedimento, il numero dei processi che arrivano a sentenza cala ancora. È vero che per una non piccola parte di casi la sentenza si troverà (e in certi casi abbiamo avuto la fortuna di trovarla) allegata a un altro procedimento aperto contro la stessa persona per un altro reato in un altro sgabello, ma è indubbio che molti processi si interrompevano. È il caso della quasi totalità dei processi per stupro – nella maggior parte seguito da gravidanza – che si limitano quasi sempre all’interrogatorio della vittima e alla visita della ragazza da parte delle due ostetriche stipendiate dal tribunale. L’interruzione del procedimento è in molti casi motivata con la soddisfazione ottenuta dalla parte lesa (soddisfazione in denaro: abbiamo trovato solo un caso di matrimonio riparatore19) e tutto fa supporre che anche dove tale conclusione non è esplicitata si siano conseguite la pace fra le parti e la rinuncia a proseguire la causa da parte della donna20.
Per quanto riguarda il rapporto tra denunce e processi la loro sproporzione non sembra tanto indicare una disfunzione della giustizia quanto piuttosto, dalla qualità e quantità delle denunce presentate, la capillarità con cui essa interagiva con le componenti medio-basse del tessuto sociale (i nobili molto raramente si rivolgevano al tribunale). Migliaia di denunce per anno, come abbiamo visto, sia in città che nel contado: è un dato per molti aspetti sorprendente e che pone in altri termini il problema della rappresentatività delle fonti criminali. Se da un lato è vero che gli incartamenti processuali rimandano un’immagine distorta della società – occultandoci la normalità dei non devianti – dall’altro le migliaia di persone che si presentavano in Torrone a denunciare piccoli torti, liti fra vicini, sassate di ragazzi e le altrettante che erano querelate ci danno invece uno spaccato molto più ampio che tiene insieme sia l’eccezionalità del reato che la quotidianità del contenzioso. La denuncia, nella maggior parte dei casi, serve appunto a regolare il contenzioso, ad avviare un procedimento davanti all’autorità giudiziaria per poterlo poi chiudere privatamente, con la pace e la rinuncia cioè il ritiro della querela. Quanto al caso delle numerose denunce di furti di oggetti d’uso quotidiano, solo apparentemente non avevano seguito: quando veniva avviato un processo a carico di un presunto ladro, i volumi delle denunce venivano scrupolosamente consultati per trovare una corrispondenza con gli addebiti attribuiti al reo, a volte anche ad anni di distanza.
Nel periodo 1701-02 si ricorre raramente alla tortura (in non più del 2% dei processi) e solo – e non sempre – in caso di palese contraddizione fra le affermazioni del reo e quelle di uno o più testimoni; in ogni caso è la Congregazione criminale a decretarla. La tortura consiste nella quasi totalità dei casi nella sospensione, per un quarto d’ora, mezz’ora e solo eccezionalmente per un’ora o due. Quando il chirurgo del Torrone verificava un impedimento fisico a sostenerla si ricorreva di solito al supplizio della veglia. Un confronto con i dati già disponibili per il 1673 dimostra che in precedenza l’interrogatorio sotto tortura era più frequente e prolungato. Non solo il reo lo subiva, ma anche i testimoni, per avvalorare in facie all’accusato le loro testimonianze quando contrastavano con le sue dichiarazioni. Questo uso spiega come mai nei trattati dei giuristi si sia affermato che il duello era ammissibile in quanto assimilabile alla tortura: si trattava appunto del supplizio sopportato da due antagonisti per avvalorare le rispettive dichiarazioni, in analogia con i duellanti che si fronteggiavano e correvano il medesimo rischio per difendere il proprio onore21.
Complessivamente si può dire che l’uso della tortura è raro nel periodo considerato e fa parte di un rituale che deve avvalorare una testimonianza o una confessione, più che essere un metodo coercitivo, come dimostra il lievissimo supplizio inflitto a Rocco Mainardi, di undici anni, che aveva dichiarato di essere disposto a confermare «nei tormenti» le sue accuse contro Andrea Giuliani e Sante Barbanti d’averlo sodomizzato22.
La stessa tortura viene inflitta a Benedetta Sonetti, una ragazza di ventidue anni di Vado, una comunità di montagna, che depose nel procedimento per incesto contro suo padre, avviato da un memoriale presentato a nome della madre23. Vale la pena soffermarsi su questo dibattimento perché è uno dei pochi per il quale abbiamo il processo difensivo, di cui possiamo seguire in dettaglio le varie fasi.

4
Processi difensivi e condannati senza difesa

Abbiamo trovato pochissimi processi difensivi per il periodo 1701-02 e non moltissimi nei volumi relativi all’anno 1673 (e contigui): uno degli interrogativi che finora sono rimasti senza risposta è quale ne sia la ragione. L’ipotesi più probabile è che l’avvocato e il procuratore dei poveri assumessero la difesa solo dopo aver consultato verbalmente l’uditore e aver sondato le possibilità di procedere con qualche vantaggio per i loro assistiti. Qualche traccia di questa pratica l’abbiamo trovata, ma non è detto che da sola spieghi lo scarso numero di processi difensivi allegati e rimane il dubbio che possano essere stati collocati in una serie a parte. Nelle sentenze si cita sempre la consultazione, da parte della Congregazione criminale, dei difensori, ma non si fa mai riferimento alle risultanze dei processi difensivi, quindi non possiamo sapere quanti se ne siano effettivamente celebrati; comunque sappiamo che non avevano diritto alla difesa i rei contumaci, per i quali la latitanza valeva come confessione.
Giovanni Sonetti era in carcere e per lui il 30 aprile comparve davanti all’uditore l’avvocato dei poveri Giovan Battista Sanuto Pellegrini e ad opponendum al processo celebrato su richiesta di Pellegrina Guidi addusse per scritto e in latino prima tre generalia, e cioè che «non constat de aliquo pretenso corpore delicti», che il processo non era stato condotto servatis servandis, e infine che i testimoni non erano attendibili in quanto «subornatos, interessatos, inhabiles […] viles, criminosos, contrarios […] quibus nulla fides tam in judicio quam extra adhibenda venit». Alle obiezioni generali fanno seguito otto articoli, enunciati in italiano, che si intendono provare nel processo difensivo per richiedere il proscioglimento di Sonetti e sulla base dei quali dovranno essere interrogati i testimoni a favore.
Come in tutti i processi difensivi il primo articolo che si vuole avvalorare è la buona vita e fama dell’imputato. La linea difensiva insiste poi sulla buona educazione nel timore di Dio data da Giovanni ai figli «per tutto quello che porta la vita di un contadino». Subito dopo questi articoli generici si profila la sconfessione dei figli Domenico e Marco, che avevano testimoniato contro di lui (articoli 3° e 4°). Negli articoli 5°, 6° e 7° si addossava la responsabilità della gravidanza di Benedetta su Marco Fanti, fratello di Francesco e cugino di altri Fanti che avevano testimoniato contro Sonetti e sulla buona fama di Benedetta. Si voleva provare che Domenico era a conoscenza di questo rapporto della sorella e che spesso l’aveva lasciata sola con Marco. L’ultimo articolo specificava che nella casa vi era un’unica stanza, che il letto era vicino al camino tanto che «è impossibile che chi sta in letto faccia o dica cosa alcuna […] che non sia assolutamente inteso e udito da chi sta vicino al detto fuoco».
Il 6 maggio cominciò il processo difensivo, condotto dal sottouditore Carretti. Il primo testimone, come gli altri dopo di lui, dichiarò di essere stato indotto a deporre da Lorenzo Sonetti, fratello di Giovanni, e dal cognato di questi, Luca Maiorini, il quale aveva anche pagato le spese di vitto e alloggio all’osteria finché non era stato interrogato. Dalle sue risposte risulta solo confermato l’articolo 7°, e cioè che i Fanti erano parenti stretti di Marco. Per il resto il testimone dichiarò che Sonetti «fa stare detti suoi figlioli con timore, di modo che non ardiscono di parlare e paiono santi e si fa stimare da detti suoi figlioli». Disse anche di aver visto i tre fratelli conversare con Mario Fanti alla presenza del padre e della madre «e discorrevano amorevolmente tra di loro […] di cose lecite».
Chi più di tutti si prestò ad avvalorare gli articoli presentati per conto di Giovanni fu il cognato Luca Maiorini, il quale disse che come parente «bravai e gridai a detto Domenico con dirli che lui aveva fatto male ad esaminarsi contro suo padre e che non doveva mai deporre quello che aveva deposto contro suo padre e che non doveva farlo benché fosse la verità perché un figliolo dovrebbe sempre ricoprire il padre e non esaminarsi mai contro per causa alcuna che così si fa tra buoni parenti». Maiorini sostenne poi che il nipote gli avrebbe risposto di aver testimoniato perché indotto da Marco Fanti ma di non essere a conoscenza di motivi di rancore di Domenico con il padre come si affermava negli articoli 3° e 4°.
Il 20 maggio venne acquisita agli atti la dichiarazione della moglie Pellegrina che scagionava Giovanni:

Essend’io impedita dalla vecchiaia e grave infirmità né potendo andare di persona a Bologna a sgravare la mia conscienza e perché sii conosciuta la verità et innocenza di mio marito confesso e mi dicchiaro mai haver lasciato la Benedetta mia figlia nel letto sola con detto Giovanni mio marito […] e se mia figlia fosse andata la prima a letto io subito vi andavo avanti mio marito né mai mi sono accorta che detta Benedetta […] habbi havuto che fare col detto Giovanni mio marito e di ciò non ne ho mai havuto indicio né sospetto alcuno e se ci fosse stato […] prattica alcuna dishonesta certo me ne sarei accorta […]. Né meno ho havuto in pensiere che sij fatto né ordinato memoriale alcuno contro il detto Giovanni […] anzi che quando Domenico mio figlio ha detto d’haverlo fatto fare e presentato e per tal causa è stato preso detto Giovanni mio marito io gli ho sgridato et mi è dispiaciuto grandemente una tal scelleraggine.

A favore di Giovanni Sonetti l’avvocato dei poveri presentò all’uditore anche una memoria legale nella quale si sosteneva che non era legittimo che i figli testimoniassero contro i padri e che citava come testimone principale a discarico la moglie. Concludeva poi dicendo che la testimonianza di Benedetta era stata comprovata da una tortura troppo blanda e che la pubblica voce e fama era avvalorata solo dal fratello e dai parenti stretti di Marco Fanti. Il 14 giugno Pellegrina, che evidentemente si era ripresa dai suoi malanni, venne sentita da Carretti. La donna, che aveva 66 anni, affermò di non ricordare se qualche volta la figlia si era coricata prima di lei e di Benedetta disse che «è sempre stata una buona figliola, ha fatto conto dell’honore suo e non ha mai pratticato né conversato con huomini».
Dichiarò di non sapere perché il marito era carcerato (quindi di non aver presentato nessun memoriale per accusarlo) e neppure di avere mai fatto alcuna dichiarazione per discolparlo ma solo di essere stata condotta dal notaio da Luca Maiorini, dal cognato Lorenzo Sonetti e da Tommaso Cevenini (altro cugino dei Sonetti): «Mi pregorno che io mi dovessi esaminare e dire che io non sapevo cosa della causa per la quale era prigione detto Giovanni» e l’aveva dichiarato alla presenza loro e di Stefano Paselli: «E questo fu tutto l’essame che io feci e non dissi altro in detto mio esame e se sta altrimenti sarà tutta falsità perché io non ho detto altro né dissi altro né posso attestare altro per verità». A questo punto Carretti le lesse la dichiarazione che era stata presentata al tribunale e la donna ne disconobbe il contenuto e ripeté di aver affermato solo di non sapere la causa della prigionia del marito e di aver creduto di aver sottoscritto davanti al notaio solo tale dichiarazione. Inoltre tra i testimoni dell’atto è elencato anche Melchiorre Mogli di Bologna ma Pellegrina negò che fosse stato presente.
Il 30 luglio venne interrogato Mogli, che affermò di essere stato convinto da Luca Maiorini e dal curato di Vado ad andare da Pellegrina per indurla a fare la dichiarazione a discarico di Giovanni che era stata richiesta dall’avvocato dei poveri. Alla loro presenza Pellegrina aveva rifiutato di farla «con dire anco che non voleva fare discolpatione se prima non ne parlava anco con li suoi figlioli». Il giorno dopo Mogli, Maiorini, Lorenzo Sonetti, il curato e il notaio erano tornati dalla donna che questa volta era affiancata dai figli e che si era detta disposta a fare la dichiarazione a discarico. Il notaio, che l’aveva già preparata, gliela aveva letta. La donna in un primo tempo si era rifiutata di giurare, poi si era fatta convincere. Il sottouditore lesse l’atto che gli era stato consegnato in maggio dall’avvocato dei poveri e Mogli dichiarò che era quello che la donna aveva finito per sottoscrivere alla sua presenza.
Il processo difensivo si conclude qui. Le contraddizioni rimangono parecchie: Pellegrina affermava che Mogli non era stato presente, Mogli dichiarava il contrario; la donna aveva negato di aver mai convalidato il documento presentato al tribunale, Mogli l’aveva contraddetta; lo stesso affermò che i figli, i principali accusatori del padre, erano stati presenti alla firma dell’atto. Malgrado queste incongruenze, nel processo difensivo Pellegrina e Mogli non vennero messi a confronto: la Congregazione criminale avrebbe valutato a sua discrezione le dichiarazioni contrastanti. Inoltre nessun testimone confermò l’ostilità tra padre e figlio che poteva inficiare le dichiarazioni di Domenico; solo Maiorini e Paselli (indotto da Maiorini stesso) dichiararono di essere a conoscenza dell’inimicizia fra Marco Fanti e Giovanni Sonetti; neppure loro però si sentirono di convalidare sotto giuramento la relazione tra Benedetta e Marco. La sentenza, emessa il 15 settembre, sembra rispecchiare l’ambiguità degli elementi raccolti: dichiara colpevole Sonetti ma è relativamente blanda in considerazione della gravità del reato: sette anni di galera. È comunque uno dei pochi esempi in cui il processo difensivo sembra in qualche modo condizionare la sentenza: il ruolo del procuratore e dell’avvocato dei poveri è un aspetto della procedura di giustizia che ci proponiamo di delineare meglio.
Vediamo ora uno dei tanti casi in cui manca il processo difensivo. Abbiamo trovato il fascicolo relativo ad una delle sedici esecuzioni con modalità atroce del xviii secolo. L’8 marzo 1702 il caporale degli sbirri comunicò al notaio che in città era appena stata uccisa da un ladro nella sua abitazione una donna di circa sessant’anni, Domenica Vernizzi. L’uomo, Lorenzo Zanolini, era stato catturato dai vicini di casa di Domenica mentre stava fuggendo. Il notaio con gli sbirri si recò subito sulla scena del delitto a fare la ricognizione del cadavere dalla quale risultò che la donna era stata colpita alla testa con un corpo contundente e strangolata con una corda che aveva ancora attorno al collo. Vicino al corpo venne trovato un coltello.
Nello stesso giorno, a poco più di un’ora dal delitto, l’uditore Giovan Francesco Terzi interrogò Zanolini, un gargiolaro di sessant’anni che era stato chiamato in casa dalla sua vittima perché le pettinasse della canapa. La sua confessione, immediata, è sconcertante nella sua ottusa brutalità. Mentre la donna gli volgeva le spalle aveva deciso di derubarla «e per rubarla di ammazzarla et a tal effetto ho presa una pietra che era nel camino» con la quale l’aveva colpita in testa e poi «mi è sovvenuto di fare un cappio per strozzarla». Aveva poi preso un coltello da cucina per finirla, ma si era accorto che era già morta e lo aveva lasciato cadere. Aveva poi avvolto un fagotto di biancheria che però aveva dovuto lasciare perché alle grida della donna era accorsa gente. Aveva tentato la fuga ma era stato fermato, nonostante si fosse difeso con un bastone. L’uditore mostrò a Zanolini il fagotto, il cappio di corda, il coltello e il bastone, che riconobbe senza difficoltà. Gli interrogatori dei testimoni, tutti vicini della donna, vennero condotti dal sottouditore Corradini. Ippolita Ginnasi riferì che Zanolini, quando erano arrivati gli sbirri, aveva subito confessato l’omicidio dicendo «che ciò l’haveva fatto per bisogno». La testimone descrisse i connotati e gli abiti dell’uomo e si disse disposta a identificarlo. Un altro testimone, che aveva trattenuto con altri l’assassino finché erano arrivati gli sbirri, riconobbe tra tre il bastone con il quale Zanolini si era difeso. Nonostante Zanolini fosse stato sorpreso in flagrante reato, la procedura segue il percorso consueto, di verifica formale della confessione. Altri testimoni lo descrissero, altri riconobbero il bastone.
Il giorno successivo, Zanolini venne di nuovo interrogato dall’uditore e disse di non aver altro da aggiungere. Venne messo in fila con altri due uomini, i connotati dei quali corrispondevano ai suoi; Ippolita Ginnasi e altri due testimoni lo identificarono e lui confermò di essere l’uomo che aveva ammazzato Domenica. L’uditore gli chiese se sapesse di essere incorso nelle pene previste dai bandi e Zanolini rispose di non saper cosa dire «havendo ciò fatto per la necessità essendo qui quasi nudo conforme lor signori mi vedono». L’uomo fu mandato nella segreta, gli fu assegnato un solo giorno «ad dicendum contra propria confessionem» con la facoltà di parlare all’avvocato e al procuratore dei poveri ai quali venne consegnata copia del processo. Il procuratore dei poveri la restituì il giorno dopo, il 10 maggio. Alla stessa data è registrato il decreto della Congregazione criminale che dava piena facoltà di emettere il giudizio all’uditore (mentre la prassi più consueta, come ho già ricordato, era che il decreto stesso anticipasse la pena contenuta poi nella sentenza dell’uditore).
Il giorno dopo fu consegnata in carcere a Zanolini la citazione ad audiendam sententiam. Il 12 marzo Terzi emise la sentenza di colpevolezza seguendo il formulario di rito:

Viso toto processo informativo testiumque depositionibus […] visaque confessione […] sponte ac legittime facta [visis] terminis eidem assignatis ad dicendum contra propriam confessionem, [visa] accomodatione processus dd. advocato et procuratori pauperum carceratorum facta, exceptionibus ad eius defensam datis, relataque causa predicta in Congregatione criminali specialiter habita […] audito domino advocato pauperum carceratorum et nihil saltem relevans deductum fuerit ad eius favorem, visa denique citationem ad sententiam […] aliisque visis videndis et consideratis considerandis, inherendo decreto in eadem Congregatione facto.
Venne inflitta la pena di morte «scilicet percussionis cum malleo in eius temporibus, jugulationis et scissionis eius cadaveris». Un palco doveva essere eretto sul luogo del delitto e i quarti del corpo del giustiziato appesi in alto. L’intero procedimento era durato quattro giorni. Tanto rigore veniva compensato da un atto di clemenza: per ogni esecuzione capitale era prassi che un bandito sul quale pendeva la condanna a morte potesse essere rimesso. Tre anni dopo, il 21 agosto 1705, il capitano del bargello Ungarelli, che aveva lasciato il servizio a Bologna e che si trovava a Roma, chiese e ottenne dal nuovo uditore Sabaini la facoltà di nominare un bandito capitale che doveva essere graziato in cambio della cattura di Zanolini che a suo tempo aveva eseguito24.
In questo caso sembra chiaro (ma non sempre è così) che manca il processo difensivo per la flagranza del reato e per la confessione del reo; inoltre i termini per la difesa sono una pura formalità, ridotti come sono al minimo, mentre in molti casi tra la pubblicazione del processo all’accusato e il processo difensivo (quando c’è) o comunque la citazione ad sententiam poteva anche passare un mese. Lo stesso Zanolini non accennò nemmeno a proteggersi, ammise fin dal primo momento la sua colpa, si giustificò appena con la sua povertà. Infine va notato che è l’uditore in prima persona che conduce gli interrogatori del reo; ne abbiamo trovato solo un altro esempio nei processi esaminati per il 1673.
Un delitto paragonabile a questo per efferatezza non venne sanzionato con la stessa severità, certamente per la latitanza dell’assassino che rendeva solo nominale la pena di morte comminata, ma soprattutto per la grazia che venne in seguito concessa. Il 10 luglio 1673 il cursore Pietro Battista Candi comunicò che poco prima era stata uccisa in strada Mirasole una vedova cinquantenne, Vittoria Matarozzi, mentre tornava dalla messa25. L’assassino, che le aveva sparato e che aveva poi infierito sulla vittima pugnalandola ripetutamente, era stato visto dai vicini ed era Cristoforo, il fratello di Vittoria, uomo del conte Raniero Marescotti. Il notaio provvide subito alla ricognizione del cadavere. Il giorno seguente lo stesso notaio interrogò un ciabattino che dalla sua bottega posta vicino al luogo dell’agguato aveva visto passare Cristoforo con altri due uomini, uno dei quali indossava la livrea del conte Marescotti. Il 12 luglio venne interrogato Giacomo Bisi, lardarolo, che oltre a confermare di aver visto passare Cristoforo poco prima del delitto rispose alle domande del notaio sulla reputazione della donna e sul possibile movente del fratello. Vittoria era conosciuta come «donna honorata da bene e timorata di Dio che giornalmente andava alla messa […] e si communicava spesso et era donna carittatevole». Quanto al movente «alcuni dicono che l’habbia fatto per l’honore» ma, aggiunse Bisi «io non lo credo perché la detta Vittoria l’ho sempre tenuta per donna honorata» e gli sembrava più plausibile quella che era l’opinione più diffusa: «che esso fratello dimandasse o facesse dimandate alla medesima de denari perché lei era donna che stava commoda e viveva d’entrate e che lei non gli ne havesse volsuto dare mai». Due giorni dopo un altro testimone, il ciabattino Giuseppe Landini che aveva la bottega in via Mirasole affermò di aver sentito dire che Cristoforo «l’habbia ammazzata per l’honore, ma sotto di che pretesto d’honore sia non so né l’ho udito dire». Anche Landini manifestò dei dubbi su questa voce: non solo la donna era ritenuta donna onorata e pia ma era anche «una donna di tempo che io giudico potesse havere da cinquanta anni in circa».
Ma il movente dell’onore, che si intreccia con quello del denaro, si ripropone e si chiarisce con le testimonianze successive. Il 16 luglio Giacomo Parisi, anche lui ciabattino in Mirasole, raccontò che tre anni prima Cristoforo aveva lasciato la casa della sorella ed era andato a servire il conte Marescotti. Sul motivo della separazione aveva «inteso chiachierare […] che sia perché gli fusse dimandato a detto Christofano la nepote sua, figliola della detta Vittoria per maritarla e che detto Christofaro havesse havuto a male in sentir questa richiesta e che lui dicesse non haver nepote». Si trattava quindi di una figlia nata fuori dal matrimonio, tenuta nascosta, l’esistenza della quale qualcuno aveva scoperto e aveva malignamente comunicato a Cristoforo. Ma, aggiunse Parisi, «l’altra causa che ho inteso che si sia mosso detto Christofaro ad uccidere la detta sua sorella fosse perché pretendeva la metà della dote che lei haveva havuto da suo padre perché in quanto alla robba che godeva essa Vittoria era robba lasciatagli dal marito» in usufrutto. La sorella facoltosa non aveva voluto dargli nulla e anche per questo si diceva che l’avesse uccisa. Anche Margherita Scarselli, moglie del falegname Alessandro Alessandri, interrogata il 27 luglio riferì di aver sentito dire da parecchie persone che Vittoria avesse una figlia della quale il fratello non sapeva nulla ma aggiunse di credere «che detto Christofaro si sia mosso ad ucciderla più per li quatrini e per la robba che per altro perché […] l’ho sempre tenuta, stimata e reputata sino alla sua morte per donna honorata da bene e frequentava spessissimo le devotioni». Altri testimoni insistono di più sul movente economico, quasi increduli che la devotissima Vittoria potesse aver custodito un segreto così compromettente.
Secondo il rituale dei processi a rei in contumacia, una volta esauriti gli interrogatori, venne messa agli atti l’inquisitio contro Cristoforo Matarozzi che fu citato a comparire per difendersi il 18 ottobre (la citazione venne consegnata a palazzo Marescotti, sua residenza). Circa una settimana dopo fu disposta la citazione cum tuba che rendeva pubblico il provvedimento. Infine si disponeva la citazione ad audiendam sententiam (in questo caso il 29 ottobre) alla quale faceva seguito, il giorno successivo, il pronunciamento della sentenza. Cristoforo venne condannato a morte per impiccagione e alla confisca dei beni. La motivazione della condanna lascia indefinito il movente del delitto, che l’uditore ritiene non sia stato accertato con sicurezza: «cum dictus inquisitus causa sibi nota, curiae autem non bene cognita deliberasset occidere Victoriam».
Sei anni dopo, il 26 aprile 1679, Matarozzi ottenne la grazia, esibendo al legato la pace sottoscritta dalle sorelle, sue e di Vittoria, Cecilia, Prudenzia e Maria e dalla reverenda madre Maria Stella Caterina, l’imbarazzante figlia di Vittoria. Riacquistare la libertà di tornare a Bologna costò a Cristoforo 120 scudi più altri 12 per il notaio. In questo caso la grazia senza dubbio assecondava le pratiche largamente condivise in materia di offesa dell’onore. Infatti, come stigmatizzava Francesco Birago, «le risse, quistioni, inimicitie, e le morti violente […] tutte si lasciano veder coperte del manto dell’honore, con tutto che il lor principio da altra cagione habbiano; percioché col pretesto dell’honore tutti credono dar riputatione alle cause loro, e mantenersi in buona opinione»26.

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Reati e pene. Uno sguardo d’insieme

Prendiamo in considerazione la totalità dei processi avviati nel 1701-02. Complessivamente, nei due anni che abbiamo esaminato, emerge l’immagine di una società non eccessivamente violenta, e di una giustizia che continua a favorire l’accomodamento privatistico delle vertenze, limitando solo a pochi casi le condanne esemplari e confermando la lunga durata della cultura della composizione di cui parla Sbriccoli, o meglio della osmosi tra essa e gli apparati di giustizia27.
Su circa 570 fascicoli solo una ristretta minoranza arriva a sentenza. Nella maggior parte dei casi di risse e ferimenti o anche omicidi, e qualche volta anche in caso di furto, viene ottenuta prima la pace e remissione della parte lesa che conclude il procedimento con la formula amplius non molestari decretato dall’uditore a favore del reo28. Se esaminiamo i reati sanzionati con le pene più severe, vediamo che il numero si restringe ulteriormente, a conferma del fatto che nel periodo considerato il ricorso alla pena di morte e all’esilio perpetuo diventa piuttosto raro. Prendendo in considerazione le condanne alla pena di morte irrogate, vennero eseguiti l’impiccagione di Giovanni Filippelli per l’uccisione a tradimento dello zio Marco29, l’impiccagione e squartamento di Sante Persighini30 e di Zanolini, e infine l’impiccagione del ladro confesso e recidivo Pellegrino Tassarelli per furto di porci31. Nello stesso periodo le condanne all’impiccagione in contumacia con confisca dei beni furono una decina, delle quali una per vizio nefando32 e un’altra per ferimento33. Per omicidio venne condannato il dottor Pacini, al quale in considerazione del suo rango venne comminata la decapitazione34. Tutte le altre condanne per omicidio vennero poi cassate per pace e rinuncia ottenute dai parenti dei morti. Per l’omicidio di Cesare Monti detto Negrino ucciso dai suoi nemici Zannini detti Patini furono irrogate una pena all’impiccagione per Antonio Zannini come mandante e la forca e il successivo squartamento per i due sicari. Zannini nel 1705, due anni dopo la sentenza, chiese di essere ammesso «al benefitio della nominatione conceduta […] al capitano Domenico Maria Ungarelli, già bargello di questa Legatione» per la cattura di Lorenzo Zanolini; ottenuta la nominazione, che comportava la cancellazione della pena capitale per il beneficiario, Ungarelli l’aveva trasferita per denaro allo stesso Zannini che chiese al cardinal legato la ratifica del beneficio e la remissione dal bando, avendo anche ottenuta la pace dal padre dell’ucciso. La supplica ottenne rescritto favorevole – ma reservato exilio – il 25 agosto 1705. Quattro giorni dopo lo stesso Zannini avanzò un’altra domanda di grazia, chiedendo la remissione dell’esilio «con qualche honesta compositione», che gli venne accordata a condizione che pagasse 660 scudi. A breve distanza di tempo e con la stessa procedura anche i due sicari ottennero la cancellazione della pena e la revoca dell’esilio35.
L’omicidio non veniva sempre punito con la pena di morte. Ne abbiamo incontrati sette sanzionati in contumacia con la galera a vita36. Con la galera a vita in contumacia vengono sanzionati anche un furto di agnelli con effrazione37, il furto ripetuto38 e la delazione d’arma proibita39, mentre l’omicidio poteva essere punito con sentenze anche piuttosto lievi40. L’omicidio a bastonate compiuto da Carlo Golfieri a danno di Giovanni Vezzali per una lite nata per lo sconfinamento di pecore non fu perseguito, ma Carlo aveva dodici anni e Giovanni nove, e comunque il giovane omicida si rese contumace e rimase latitante41.
Ho già detto che nella maggior parte dei casi i procedimenti relativi a omicidi e ferimenti gravi si interrompevano, pace consecuta. Questo si verificò anche in un caso molto particolare, quale è quello documentato in un processo relativo all’uccisione di un soldato straniero: la pace venne sottoscritta dalla magistratura degli Anziani in assenza di eredi e di parenti del morto che, convocati pubblicamente nelle debite forme, non si erano presentati42.
In altri casi i rei venivano graziati prima della conclusione del procedimento durante le visite ai detenuti fatte in occasione di alcune festività dal legato, dai suoi uditori civile e criminale, dal vicario dell’arcivescovo, e da rappresentanti della città (il gonfaloniere di giustizia, capo del Senato, un senatore, il dottore della magistratura dei Tribuni della plebe, il giudice del Foro dei mercanti, il presidente del Monte di Pietà)43.
L’esame del complesso dei processi dimostra come i reati sessuali non venissero perseguiti se non raramente. Ho già detto che i casi di stupro si arrestavano subito dopo la denuncia e la perizia delle ostetriche. Anche nel caso di un tentato stupro ai danni di una bambina di otto anni compiuto da Pietro Muti, un ragazzetto mendicante, il giudice fu singolarmente clemente, disponendo la scarcerazione di Pietro con il precetto de se applicando44. Per la corruzione di una donna sposata che aveva lasciato il marito vennero catturati due soldati, ma sia loro sia la donna vennero rilasciati45. Anche due adulteri vennero rilasciati col precetto de non conversando, pena tre tratti di corda e la fustigazione46. L’accusa, molto circostanziata, di corruzione di un bambino di undici anni, non ebbe seguito47.
In tre occasioni altrettanti ladri ottennero l’impunità denunciando i propri complici48 e in tutti i casi rilasciando torrenziali confessioni che vennero scrupolosamente verificate e in alcuni casi avvalorate con la tortura in faccia agli accusati. La concessione dell’impunità rilasciata dal legato prevedeva infatti che le confessioni contenessero elementi sufficienti a provare i reati denunciati e a condannare i colpevoli e che, se necessario, il “pentito”, cioè l’impunito, appunto ratificasse «nel tormento in faccia alli compagni, quando siano presenti, e quando siano absenti in capo de medesimi, tutto ciò che haverà confessato e deposto». In cambio sarebbe stato rilasciato senza alcuna pena. Fu un impunito a portare alla condanna a morte di Pellegrino Tassarelli. In uno dei tre casi49 l’impunito non ebbe il coraggio di confermare la sua deposizione nel confronto con i suoi compagni ma ugualmente non subì alcuna pena e venne riportato in luogo immune, dal quale pretendeva di essere stato prelevato irregolarmente.
In uno dei pochissimi casi in cui abbiamo trovato processi contro nobili, quello contro Pirro Malvezzi, per aggressione a un gentiluomo e per quadriglia (banda armata), si concluse con una pena molto severa – la relegazione a vita alla fortezza di Civitavecchia – che però dopo quattro anni di contumacia venne condonata50.
L’immagine della giustizia che si presenta non è quindi di inefficienza, anzi: in una società in cui i piccoli furti (di lenzuola, di abiti, di stoviglie) vengono denunciati ogni giorno, lo scrupolo con il quale vengono processati i ladruncoli è singolare, così com’è singolare, agli inizi del Settecento, l’indulgenza dei giudici nei confronti dei giovani delinquenti, che spesso venivano scarcerati alla condizione de se applicando prima di arrivare alla sentenza. Venivano cioè affidati ad un mastro artigiano con l’obbligo di esercitare un mestiere, pena l’esilio. Solo dopo aver ripetutamente contravvenuto a questa condizione l’esilio veniva irrogato e solo dopo aver più volte contravvenuto anche all’esilio veniva emessa una pena pesante: in genere cinque anni di galera51. È sorprendente anche la frequenza con la quale i pregiudicati venivano riconosciuti e riacciuffati, cosa che conferma, considerata la vaghezza dei connotati che di essi venivano forniti, il legame tra società e apparato di giustizia: solo la delazione di numerosi “amici della corte” può infatti spiegare l’efficienza degli sbirri.
Anche sulla durata dei processi occorre sfatare luoghi comuni. Sia in città che in contado le indagini si svolgevano rapidamente e gli interrogatori dei testimoni – salvo quando venivano lasciati in carcere per disporli meglio a parlare – erano tempestivi e incalzanti. Ci sono peraltro parecchi casi di procedimenti che si interrompono e che vengono ripresi dopo parecchi anni, perché l’uditore ordina un supplemento di indagini per “rimpinguare” il processo, che evidentemente si era arenato per mancanza di indizi, o perché nel frattempo erano stati catturati contumaci.

Note

1. Cfr. O. Niccoli, Storie di ogni giorno in una città del Seicento, Laterza, Roma-Bari 2000 e i rimandi bibliografici ai precedenti lavori dell’autrice.
2. Nella definizione degli obiettivi della ricerca sono stati molto utili le osservazioni e gli avvertimenti di M. Sbriccoli, Fonti giudiziarie e fonti giuridiche. Riflessione sulla fase attuale degli studi di storia del crimine e di giustizia criminale, in “Studi storici”, 29 (1988), pp. 491-501.
3. G. Alessi, Il processo penale. Profilo storico, Laterza, Roma-Bari 2001, p. 103. Sulla esecuzione come spettacolo cfr. A. Prosperi, Esecuzioni capitali e controllo sociale nella prima età moderna, in “Politica del diritto”, iv (1983), fasc. i, pp. 165-82.
4. Per questo episodio cfr. C. Ginzburg, M. Ferrari, La colombara ha aperto gli occhi, in “Quaderni storici”, n. 38 (1978), pp. 631-9 e C. Ginzburg, The Dovecote Has Opened its Eyes. Popular Conspiracy in Seventeenth-century Italy, in The Inquisition in Early Modern Europe. Studies on Sources and Methods, edited by G. Henningsen and J. Tedeschi in association with C. Amiel, Northern Illinois University Press, Dekalb 1986, pp. 190-8.
5. Sulla conforteria a Bologna cfr. M. Fanti, La confraternita di S. Maria della Morte e la confraternita dei condannati in Bologna nei secoli xiv e xv, in “Quaderni del Centro di Ricerca di Studio sul Movimento dei Disciplinati”, n. 20, 1978 e A. Prosperi, Il sangue e l’anima. Ricerche sulle Compagnie di giustizia in Italia, in “Quaderni storici”, 51 (1982), pp. 959-99. Di elenchi dei giustiziati ricavati dalle cronache della conforteria ne esistono parecchi a Bologna, sia all’Archivio di Stato che nelle biblioteche dell’Archiginnasio e Universitaria. Il più completo tuttavia sembra essere quello di Carlo Antonio Macchiavelli, schedato da Angelozzi parecchi anni fa, quando era consultabile presso l’Istituto per le Scienze religiose, biblioteca Giuseppe Dossetti, mentre attualmente è depositato presso la biblioteca del Seminario di Bologna, di accesso limitato.
6. Per il periodo per il quale possiamo confrontare i due elenchi (1613-73) risulta tra le nostre fonti uno scarto di circa il 6%. Infatti il documento stilato sulle cronache della conforteria enumera una ventina di esecuzioni in più rispetto all’altro. È una differenza che non modifica sostanzialmente la valutazione sull’andamento delle esecuzioni. Scomponendo infatti il totale delle condanne del primo elenco nei due sottoperiodi (1613-49; 1650-73) risulta comunque confermato il calo delle esecuzioni nella seconda metà del Seicento quando se ne registrano 80 contro le 236 della prima metà.
7. I dati sulle esecuzioni romane sono ricavati da V. Paglia, La morte confortata, riti della paura e mentalità religiosa a Roma nell’età moderna, Appendice seconda, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 1982, pp. 141 ss.
8. asb, Torrone, vol. 7541/ii, fasc. 31.
9. Tuttavia, queste considerazioni preliminari sugli elenchi di condannati a morte sono servite a definire una periodizzazione di massima, confermata anche da altri dati quantitativi ricavati dal repertorio dei registri del Torrone: gli anni che vanno dalla seconda metà del Cinquecento alla metà del Seicento, gli stessi nei quali si ha la maggiore incidenza delle esecuzioni capitali, sono caratterizzati da una produzione di incartamenti processuali di gran lunga superiore a quella del secolo e mezzo successivo. Ancora una volta la spiegazione può essere la diminuzione della violenza nobiliare e contadina nel secondo periodo.
10. A. Pastore, Crimine e giustizia in tempo di peste nell’Europa moderna, Laterza, Roma-Bari 1991, p. 75. Manca comunque un confronto comparativo per gli anni antecedenti, per le già segnalate difficoltà di condurre un lavoro a tappeto su questa fonte.
11. M. Sbriccoli, Giustizia criminale, in M. Fioravanti (a cura di), Lo Stato moderno in Europa. Istituzioni e diritto, Laterza, Roma-Bari 2002, p. 178.
12. Alessi, Il processo penale, cit., p. 68; P. Prodi, Una storia della giustizia, Il Mulino, Bologna 2000.
13. G. Angelozzi, C. Casanova, La nobiltà disciplinata. Violenza nobiliare, procedure di giustizia e scienza cavalleresca a Bologna nel xvii secolo, clueb, Bologna 2003.
14. asb, Torrone, voll. 7530/i, 7530/ii, 7531/i, 7531/ii, 7533/i, 7533/ii, 7535/i, 7535/ii, 7538/ii, 7539/i, 7539/ii, 7541/i, 7541/ii, 7542/i, 7542/ii, 7547/i, 7547/ii, 7548/ii, 7549/i, 7549/ii, 7550/i, 7551/i, 7551/ii, 7551/iii, 7552/i, 7552/ii, 7553/i, 7553/ii, 7554/i, 7555/i, 7555/ii, 7556/ii, 7557/i, 7557/ii, 7558/i, 7558/ii, 7559/i, 7560/i, 7560/ii, 7561/i, 7561/ii, 7561/iii, 7562/i, 7562/ii, 7562/iii, 7563/i, 7564/i, 7565/i, 7566/i, 7567/i, 7568/i, 7568/ii, 7569/i, 7569/ii, 7570/i, 7570/ii, 7571/i, 7572/i, 7572/ii, 7572/iii, 7573/i.
15. Eccezionalmente, come si può verificare dalla nota precedente, per un anno può comparire anche un volume contrassegnato come iii, che raccoglie altri fascicoli processuali di quell’anno o di anni contigui.
16. Angelozzi, Casanova, La nobiltà disciplinata, cit., pp. 67-8.
17. asb, Torrone, voll. 6937, 6968, 6982, 6983, 6985, 6988, 6990, 6991, 6992, 6994, 6996/i, 7000, 7002, 7003, 7004, 7005, 7006, 7007/i, 7008, 7010, 7012, 7014, 7015, 7016, 7018, 7025, 7039, 7049, 7055, 7077.
18. asb, Torrone, voll. 6986, 6989, 6993, 6995, 6996, 6997, 6998, 6999, 7001, 7001, 7009, 7011, 7013, 7017, 7019, 7020, 7021, 7022, 7023/ii, 7032, 7034, 7045. Come si vede, sia dall’elenco della nota precedente che in questo i processi relativi ad un anno non sono tutti rintracciabili seguendo la sequenza numerica dei volumi ma si possono trovare in volumi contrassegnati con un anno diverso.
19. asb, Torrone, vol. 7551/ii, fasc. 39.
20. L’unico processo che abbiamo schedato che arriva alla sentenza è per il reato di stupro violento commesso alla fine del 1673 nei confronti di Lucia, moglie di Cristoforo Veggetti, al quale il violentatore, Lucio Benni di Brigola, nel contado bolognese, fece offrire, tramite il massaro della comunità, 300 lire in riparazione; con la complicità dello stesso massaro, che non denunciò il reato al Torrone, Benni ritirò poi con la violenza l’offerta in denaro e intimorì Cristoforo Veggetti al punto che non osò presentare querela. Successivamente l’uomo aveva di nuovo stuprato violentemente una donna, questa volta la «putta» Lucia Faccenda, al cui padre aveva offerto 200 lire. Anche in questo caso l’offerta, formalizzata come la precedente con un atto notarile, era stata ritirata successivamente, strappando al padre della ragazza con la forza la scrittura. In questo caso gli interrogatori vengono condotti dal sottouditore Carretti. La sentenza, pronunciata in contumacia del reo dall’uditore Raynaldi, irrogò a Benni la condanna a morte, la confisca dei beni e l’obbligo di dotare convenientemente Lucia Faccenda. Mentre il massaro, condannato a tre tratti di corda e all’esilio per aver mancato al suo ufficio venne graziato nel 1678, non c’è traccia di grazia a Benni. Cfr. asb, Torrone, vol. 6998, fasc. 26.
21. Su questa posizione dei giuristi per legittimare il duello cfr. M. Cavina, Il duello giudiziario per punto d’onore. Genesi, apogeo e crisi nell’abolizione dottrinale italiana (sec. xiv-xvi), Giappichelli, Torino 2003 e anche Angelozzi, Casanova, La nobiltà disciplinata, cit.
22. La tortura consisteva nel far passare un bastoncino tra ogni coppia delle dita delle mani congiunte e divaricarle con una funicella. La testimonianza del ragazzo portò alla condanna dei due giovani, che però fu poco più che simbolica: fu disposto che Sante Barbanti ricevesse tre tratti di corda in pubblico, pena commutata – a conferma della scarsa pubblicità che si tendeva ormai a dare a questo genere di reati – con la fustigazione in carcere. Andrea Giuliani fu condannato alla fustigazione e all’esilio. asb, Torrone, vol. 6988, fasc. non num., 26 marzo 1672.
23. asb, vol. 7023/ii, fasc. non num., intestato 1674, “Incestum contra Joannem Sonettum de Vado detto Persighino”. «Pelegrina Guidi povera dona umilmente espone a VS Ill.ma come esenda molestata tanti in fatti quanto in parole da Giovanni Sunetti quale gli ha strosiato [dissipato] tutto quello che aveva et anco è dietro strosinare quella dotte che à et dopo questo à una figliola quella la in gravidata et la detta à fatto figlioli come ne consta».
24. asb, Torrone, vol. 7539/ii, fasc. 10.
25. asb, Torrone, vol. 6996 in fine, “Super homicidio Victoriae Matarozzi”.
26. F. Birago, Cavalleresche decisioni, F. Ghisolfi, Milano 1637.
27. Sbriccoli, Giustizia criminale, cit., p. 172.
28. Sulla composizione extragiudiziale dei conflitti cfr. S. Roberts, The Study of Dispute: Antropological Perspectives, in J. Bossy (ed.), Disputes and Settlements. Law and Human Relations in the West, Cambridge University Press, Cambridge 1983; N. Rouland, L’anthropologie juridique, Presses Universitaires de France, Paris 1990; A. M. Hespanha, La gracia del derecho. Economia de la cultura en la edad moderna, Centro de Estudios Constitucionales, Madrid 1993. L’infrajudiciaire: du Moyen Age à l’Epoque contemporaine, sous la direction de B. Garnot, eud, Dijon 1996; M. Bellabarba, Pace pubblica e pace privata: linguaggi e istituzioni processuali nell’Italia moderna, in Criminalità e giustizia in Germania e in Italia. Pratiche giudiziarie e linguaggi giuridici tra tardo medioevo ed età moderna, Il Mulino-Duncker Humbolt, Bologna-Berlin 2001. Su Bologna cfr. O. Niccoli, Rinuncia, pace, perdono. Rituali di pacificazione della prima età moderna, in “Studi storici”, 40 (1999), pp. 219-61.
29. asb, Torrone, vol. 7562/ii, fasc. 6. Questa condanna non compare nell’elenco delle esecuzioni compilato sugli atti della conforteria.
30. asb, Torrone, vol. 7569/ii, fasc. 228. Il fascicolo, relativo ad alcuni furti, non ha la sentenza ma solo l’annotazione dell’esecuzione. Infatti Persighini aveva almeno un altro procedimento aperto, per l’assalto a tre corrieri postali, che non abbiamo trovato sotto gli anni 1701-02 e al quale dovette essere riportata in calce la sentenza.
31. asb, Torrone, vol. 7548/ii, fasc. 31.
32. asb, Torrone, vol. 7569/ii, Giacomo Muzzarini venne accusato da due bambini di nove anni di averli sodomizzati. Non ottenne la grazia.
33. asb, Torrone, vol. 7535/ii, fasc. 18. La condanna fu inflitta al soldato Giacomo Filippo Sabatini che aveva ferito il capitano Luca Mingarelli. Non ottenne la grazia.
34. asb, Torrone, vol 7541/ii, fasc. 31. Si tratta del caso al quale ho già accennato, dell’uccisione del canonico Marsili che si opponeva a che il Pacini frequentasse suo fratello, probabilmente per contrastare una relazione omosessuale. Pacini non ottenne la grazia.
35. asb, Torrone, vol. 7561/iii, fasc. 31.
36. asb, Torrone, vol. 7558/ii, fasc. i, omicidio a bastonate; non risulta la concessione di grazia; vol. 7560/ii, fasc. 6, omicidio a colpi di archibugio (non viene concessa la grazia); vol. 7562/iii, fasc. 49, ferimento con arma da fuoco a scopo di furto (viene concessa la pace e la rinuncia e la pena venne rimessa); vol. 7568/ii, fasc. 10, ferimento con arma da fuoco durante una rissa e successivo decesso (pace nel 1705, grazia nel 1710), vol. 7572/ii, fasc. 239, rissa e ferimento con forcone e arma da fuoco, seguita da morte, fra contadini (la grazia viene ottenuta dopo un anno, pace secuta e con il pagamento di 225 lire); vol. 7547/ii, fasc. 22, condanna in contumacia di Giovan Battista Neri per l’uccisione del suo padrone di casa con la complicità di una sorella nel gennaio 1702; il 18 maggio 1705 viene concessa la grazia alla sorella latitante; vol. 7547/ii, fasc. 31, omicidio di un merciaio da parte di un altro merciaio suo rivale per un posto in fiera. La sentenza è del 17 ottobre 1702, la grazia del 22 marzo 1703.
37. asb, Torrone, vol. 7557/ii, fasc. 22. Nel 1706 il derubato concede la pace e la rinuncia; l’amplius non molestari dell’uditore a favore dei condannati è di tre anni dopo. In questo come in altri casi si deve sottolineare la discrezionalità dell’uditore nel concedere la cancellazione del reato, che in certi casi avveniva subito dopo la concessione del perdono della parte lesa, a volte dopo anche una decina d’anni.
38. asb, Torrone, vol. 7548/ii, fasc. 31. È lo stesso processo già citato, nel quale venne inflitta l’impiccagione a Pellegrino Tassarelli. Ancora per furto di gabbani, viene condannato Carlo Sarti «graviter inditiatus» ma non confesso (ivi, 7539/ii, fasc. 8).
39. asb, Torrone, vol. 7551/, fasc. 43. Francesco Gricci subisce questa pena anche per due altri processi aperti contro di lui per diversi furti.
40. asb, Torrone, vol. 7562/ii, fasc. 2. Giuseppe Bernardi viene inviato alle trireme per cinque anni a Civitavecchia per aver confessato di aver bastonato a morte un uomo per rubargli una camicia. La stessa pena fu inflitta per un decesso provocato da una sassata nel 1701 per il quale reato si emette la sentenza solo nel 1708 dopo aver riaperto il caso che si era fermato alla ricognizione del cadavere. Due anni dopo, ottenuta la pace del padre dell’ucciso, venne concessa la grazia (ivi, vol. 7552/ii, fasc. 26). In contumacia a dieci anni furono condannati per uccisione in una rissa Domenico Bolzatta, che aveva colpito il suo antagonista a sassate, e Giovan Battista Donini che aveva usato un falcetto. In nessuno dei due casi fu ottenuta la grazia (ivi, vol. 7569/ii, fascc. 226-7). La stessa pena fu inflitta a tale Bernardo detto Nardino per l’uccisione di Domenico Antonio Graziani, suo presunto rivale in amore. Graziani, ferito il 25 luglio 1701, era morto il 19 agosto. Prima di morire, il 30 luglio, aveva concesso la pace al suo uccisore mentre i suoi fratelli Antonio e Matteo gliela avevano rilasciata il giorno stesso della morte di Domenico Antonio. La sentenza, in contumacia, fu emessa solo nel 1709, mentre la grazia venne concessa nel 1716 (ivi, vol. 7539/ii, fasc. 9). A dieci anni di trireme e alla confisca di metà dei beni venne condannato in contumacia nel 1702 Giacomo Cappelli per l’uccisione del presunto amante della moglie. Dopo quattro anni di latitanza e dopo aver ottenuto già da tre anni la pace dalla madre e dalla sorella del morto chiese e ottenne la grazia affermando di aver ucciso «accidentalmente […] sorpreso da gran collera causata per la sua riputatione».
41. asb, Torrone, vol. 7572/ii, fasc. 2.
42. asb, Torrone, vol. 7570/ii, fasc. 30.
43. Sulle visite graziose cfr. Angelozzi, Casanova, La nobiltà disciplinata, cit., pp. 79-80. Rilasci per visita in asb, vol. 7535/ii, fasc. 28 (si tratta di un ferimento); vol. 7541/ii, fasc. 15 (falsificazione di un documento di rilascio del tribunale del Torrone), ibid., fasc. 41 (per sassate); vol. 7547/ii, fasc. 12 (un copista si era spacciato per notaio del tribunale).
44. asb, Torrone, vol. 7542/ii, fasc.13.
45. asb, Torrone, vol. 7556/ii, fasc. 10.
46. asb, Torrone, vol. 7541/ii, fasc. 24.
47. asb, Torrone, vol. 7552/ii, fasc. 23.
48. asb, Torrone, vol.7562/ii, fasc. 10; vol. 7547/ii, fasc. 6, vol. 7539/ii, fasc. 8.
49. asb, Torrone, vol. 7547/ii, fasc. 6.
50. asb, Torrone, vol. 7547/ii, fasc. 4.
51. asb, Torrone, vol. 7552/ii, fasc. 1.