La riforma del Carmelo scalzo
tra Spagna e Italia

di Elisabetta Marchetti

 

 

La riforma dell’Ordine carmelitano promossa da Teresa di Gesù e approdata alla nascita della famiglia religiosa denominata Scalza presenta caratteri interessanti in relazione ai rapporti che si instaurarono tra Corona iberica e nuovo Ordine. La monarchia spagnola partecipò attivamente e in maniera determinante sia alle vicende che portarono alla separazione degli Scalzi dall’alveo del Carmelo, sia alle differenti fasi che condussero alla separazione tra ramo scalzo spagnolo e ramo scalzo italiano. Negli interventi della Corona iberica in favore dei discepoli di Teresa e nei contrasti che ben presto si accesero tra questi e i cosiddetti Calzati, emerge prepotentemente l’azione di Filippo ii che, in differenti momenti, sostenne e difese l’Ordine riformato tanto che questo già dai primi anni, secondo l’espressione di padre Ambrosio Mariano, uno dei primi collaboratori di Teresa di Gesù, veniva denominato «planta del rey»1. Nel caso della famiglia teresiana è evidente, infatti, l’interesse e l’impegno del monarca al fine di disporre di un ordine religioso – suo e dei suoi regni, rigorosamente riformato e riformatore – con superiori spagnoli più dipendenti da Madrid che da Roma. Come si vedrà, la stretta connessione tra iniziativa teresiana e intervento regio riporta ancora una volta l’attenzione sulla dibattuta tendenza spagnola, e in concreto di Filippo ii, ad esercitare forme di controllo e di intervento sulla vita ecclesiastica e religiosa dei propri territori2.

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Filippo ii e il Carmelo scalzo

Filippo ii condivise attivamente la concezione, derivatagli dai secoli precedenti, che il «primo e fondamentale fine dell’azione di governo consisteva nel difendere e propagare la fede cattolica, proteggendo la Chiesa di Roma e mettendo a disposizione del papato il proprio potere temporale»3. Durante i suoi anni di regno, soprattutto nel periodo che vide sul soglio pontificio l’antispagnolo Sisto v, venne più volte ipotizzato che la politica religiosa del re celasse in realtà finalità meramente politiche. Rimane tuttavia il fatto che in epoca moderna, in ambito cattolico come in quello protestante, la progressiva affermazione dell’assolutismo confessionale fece sì che gli interessi politici fossero in genere strettamente vincolati e dipendenti da quelli religiosi. Durante il regno di Filippo ii si assiste indubbiamente a un rinvigorimento della politica regalista della Corona secondo una tradizione ereditata già dall’epoca dei re cattolici. Sottolinea a tale proposito Borromeo: «Se la politica regalista di Isabella e Ferdinando si inseriva così nel contesto di una azione di governo mirante a una nuova strutturazione del potere statale attraverso il rafforzamento delle prerogative della Corona, va però sottolineato come la rivendicazione di poteri di controllo sulla Chiesa spagnola fosse anche finalizzata a promuovere una incisiva opera di riforma nella vita religiosa dei regni ispanici»4.
Filippo ii era convinto della necessità di una riforma del clero nei suoi regni e, parimenti, era deciso a dare inizio a questo cambiamento partendo dai regolari che, in molti casi, necessitavano di una formazione culturale e religiosa più completa e approfondita. Il re più volte intervenne su questa linea; ad esempio nel 1561 richiese il consenso papale per portare egli stesso a termine tale riforma. Egli avrebbe desiderato creare una commissione di fiducia incaricata di stilare un progetto da affidarsi poi ai commissari e vicari spagnoli dei rispettivi generali residenti a Roma. I vicari, trovandosi in Spagna, avrebbero potuto agire con più libertà e incisività; nel progetto tra i primi provvedimenti si auspicava il passaggio delle varie famiglie religiose di “claustrali” o “spirituali” alla “osservanza”.
A causa dell’opposizione romana, che non gradiva l’ingerenza nel governo dei regolari, questa proposta non ebbe seguito e si consigliò il sovrano di attendere gli esiti del Concilio di Trento che, certamente, avrebbe affrontato il tema chiave della riforma dei religiosi. Nonostante il diniego, Filippo ii non si diede per vinto e, tralasciando questa volta i commissari e i vicari, fece giungere ai più influenti arcivescovi spagnoli una sua nuova istruzione dal titolo Memorial de algunos cabos que se ofrecen para lo de la reforma5. Anche quest’intervento regio non fu ben visto da Roma e, poco dopo, il re, accantonando l’argomento, passò ad occuparsi più direttamente della riorganizzazione del clero secolare e in particolare dei seminari.
La fattiva attenzione del re verso il mondo dei religiosi raggiunse intorno al 1564 anche la famiglia carmelitana; nel febbraio del medesimo anno Filippo ii aveva infatti consegnato al papa e al vicario generale dell’Ordine alcune note in cui si richiedeva al romano pontefice di obbligare con censure il generale e il capitolo del Carmelo spagnolo alla riforma dell’Ordine. In questo memoriale si proponeva che, soprattutto e principalmente per la nazione iberica, si dovesse scegliere per l’Ordine un vicario generale dotato di pieni poteri e con titolo di riformatore perpetuo. Egli doveva essere di nazionalità spagnola, venire eletto ogni sei anni dal priore generale ed essere confermato dal papa con autorità apostolica6. Non meraviglia la richiesta del re affinché i vicari degli Ordini presenti sul suo territorio venissero scelti tra gli spagnoli; il re e la corte, infatti, condividevano il pregiudizio che l’auspicata riforma delle famiglie religiose avrebbe trovato un serio ostacolo nel fatto che i regolari dipendessero da superiori stranieri. Soprattutto gli Ordini mendicanti, a motivo della loro struttura sovranazionale, erano a volte invisi poiché accusati di sottrarre i propri religiosi al controllo della Corona. Per tali motivi il Consiglio reale avrebbe voluto, e di fatto tendeva, ad escludere nei conventi iberici l’intervento di generali stranieri e, nello stesso tempo, premeva per la nomina di generali spagnoli e residenti nella penisola, come testimonia la supplica presentata nel 1561 al pontefice volta a ottenere la licenza di nominare generales naturales per le famiglie religiose presenti sul territorio della Corona. Nella supplica, a riprova della validità e opportunità della richiesta, si elencava una lunga serie di inconvenienti provocati dall’operato di generali non spagnoli7. Avremo modo di osservare quanto il pregiudizio di una presunta superiorità e peculiarità iberica ritorni più volte anche nella vicenda scalza.
La richiesta avanzata dal re nel 1564 di obbligare alla riforma l’Ordine carmelitano aveva trovato viva opposizione tra i capitolari anche spagnoli; tuttavia, al fine di non contrariare il monarca, fu accolta una formula moderata secondo la quale il generale doveva impegnarsi a intraprendere quanto prima la visita in Spagna: in caso contrario entro due anni le province avrebbero potuto eleggere un vicario generale dando inizio alla riforma8. In effetti nel maggio 1565 Pio v emanò un breve volto a introdurre e a ottenere quanto prima l’azione di riforma decretata dal Concilio di Trento a proposito dei regolari. A tal fine si nominava commissario apostolico di tutto l’Ordine il generale dei Carmelitani Giovan Battista Rossi, detto Rubeo9, che, iniziata la sua visita dall’Andalusia e comprovata l’effettiva presenza di casi di rilassatezza, intervenne con rigore per sanare la situazione. Durante il suo viaggio in Spagna Rubeo conobbe Teresa di Gesù, visitò il monastero di San Giuseppe da poco eretto ad Avila, accordò il permesso per la fondazione di altre case e, prima di lasciare la Spagna, concesse alla carmelitana l’autorizzazione per dare inizio, col consenso previo del provinciale di Castiglia e del priore di Avila, a due conventi di “carmelitani primitivi”. Queste ultime fondazioni, che avrebbero dovuto rimanere sotto la giurisdizione del provinciale di Castiglia10, estendevano di fatto anche al ramo maschile la riforma iniziata qualche anno prima dalla Madre. Nel 1567 Pio v con il breve Superioribus mensibus sottomise i Carmelitani ai vescovi che dovevano essere assistiti nel loro compito da un piccolo gruppo di Domenicani. Due anni dopo, in accordo con i desideri del re, sempre poco fiducioso nell’opera dei visitatori stranieri, il papa nominò visitatori apostolici con pieni poteri i padri domenicani Pietro Fernández de Orellana, priore di Talavera de la Reina, per la provincia di Castilla e Francisco Vargas, priore di San Paolo di Cordova, per l’Andalusia. La nomina dei due Domenicani incaricati di portare a termine la visita anche presso i Carmelitani non contribuì che ad esasperare le tensioni poiché «in questo modo si operò la divisione della giurisdizione: l’autorità del Priore, basata sulle Costituzioni, e quella straordinaria dei due Visitatori apostolici»11. Mentre la visita della Castiglia non presentò problemi, quella in Andalusia risultò particolarmente difficile, visto il persistente stato di decadenza di alcuni conventi. Si auspicò allora, quale mezzo idoneo a riformare il Carmelo, la fondazione di tre conventi di Scalzi ma, dato che essi furono portati a termine al di fuori del territorio castigliano, questi insediamenti vennero eretti contro l’esplicita proibizione del generale dell’Ordine. A ciò si aggiunse che, poco dopo, Vargas nominò superiore e suo delegato nelle visite padre Baldassarre Nieto12 che, a sua volta, delegò le sue facoltà a padre Jerónimo Gracián. Questi, due mesi prima, all’età di ventotto anni, aveva professato nel convento scalzo di Pastrana13. La scelta del più stretto collaboratore di Teresa quale commissario e visitatore apostolico dei Carmelitani di Castiglia e Andalusia diede inizio a un periodo di profondo disagio poiché i Carmelitani andalusi, esasperati dalla nomina e dalle numerose fondazioni di Scalzi portate a termine sul loro territorio, interpellarono il Rossi additando i riformati quali ribelli nei confronti dell’Ordine. A questo punto si riaccesero le polemiche che, ampliate da non corrette informazioni giunte al padre Rossi, determinarono quello che venne chiamato il conflitto “tra fratelli” dello stesso Ordine. Si giunse così al Capitolo che, riunitosi a Piacenza il 22 maggio 1575, impose dure misure contro gli Scalzi: vennero revocati i visitatori domenicani e fu notificato che sarebbe stato rimosso chiunque fosse stato eletto superiore contro gli statuti del generale e l’obbedienza dovuta ai superiori dell’Ordine oppure avesse accettato conventi o luoghi proibiti dai superiori. Inoltre si decise di deporre dall’ufficio coloro che avevano aperto case contro la volontà del generale e si decretò che fossero abbandonati entro tre giorni i conventi di Granada, Siviglia e La Pañuela. Ai padri teresiani venne anche proibito sia di formare una provincia o congregazione separata dalla provincia di Castiglia, sia di andare completamente scalzi perché ciò non era richiesto in nessun punto della regola. Occorreva denominarli “contemplativi” o “primitivi”, ma non “scalzi”, come del resto non bisognava creare fratture chiamando gli uni “scalzi” e gli altri “calzati” o “del panno”. Si deliberò, infine, che non dovessero essere fatte aggiunte alla formula della professione. In questo momento di pericolo, come in altri, la protezione del re fu essenziale agli Scalzi; tra le testimonianze che meglio attestano il ricorso fiducioso al monarca, al fine di ottenerne protezione e sostegno, spiccano gli scritti della Madre fondatrice.
Teresa menziona Filippo ii o gli si rivolge nelle Fondazioni e in alcune lettere che la santa inviò direttamente al monarca o nelle quali ella accenna alla protezione del re. Com’è noto, le relazioni storiche delle Fondazioni costituiscono un tesoro documentale straordinario, per questo motivo gli accenni che nel testo la santa fa al suo sovrano confermano e sottolineano il peso e il valore dell’azione regia nella vicenda scalza. Filippo ii, secondo il racconto teresiano, si spese in prima persona in difesa dell’autonomia del monastero di Caravaca:

Mas hízome tanta merced el rey que en escribiéndole yo, mandó que sediese, que es al presente Felipe, tan amigo de favorecer los religiosos que entienden que guardan su profesión, que como huviese sabido la manera de proceder destos monasterio, y ser de la prima regla, en todo nos ha favorecido, y ansí, hijas mias, os ruego yo mucho que siempre se haga particular oración por su Majestad, como ahora la hacemos14.

Filippo, inoltre, intervenne anche in difesa degli Scalzi, duramente contrastati dai confratelli calzati:

Y ansí sucedió en esto, que como nuestro católico rey don Felipe supo lo que pasava, y estava informado de la vida y relisión de los descalzos, tomó la mano a favorecernos de manera que no quiso juzgase sólo el nuncio nuestra causa, sino diole cuatro acompañados, personas graves – y los tres religiosos – para que mirase bien nuestra justicia15.

E ancora, nel capitolo immediatamente successivo, la carmelitana attribuiva al monarca e non al papa il merito della avvenuta separazione dai Calzati:

Estando en Palencia, fue Dios servido que se hizo el apartamiento de los descalzos y calzados, haciendo provincia por sí, que era todo lo que deseávamos para nuestra paz y sosiego. Trájose – por petición de nuestro rey don Felipe – de Roma un Breve muy copioso para esto y su Majestad nos favoreció mucho este fin como lo havía comenzado16.

Per poi concludere con maggiori dettagli a proposito del breve di separazione:

el deseo que yo tenía que todo el mundo alabase a nuestro Señor, y se lo ofreciésemos a este nuestro santo rey don Felipe, por cuyo medio lo havía Dios traído a tan buen fin17.

Si osserva che i tre momenti in cui Teresa si riferisce all’intervento di Filippo ii coincidono con svolte importanti nella storia della sua riforma. La prima, del 1576, è relativa alla richiesta che il monastero scalzo di Caravaca fosse posto sotto la piena giurisdizione dell’Ordine carmelitano e non sotto quella del Consiglio degli Ordini; la seconda coincide con il difficile momento in cui l’atteggiamento negativo dell’allora nunzio in Spagna Filippo Sega rischiava di annullare la novità scalza sottoponendola all’autorità dei provinciali calzati di Castiglia e Andalusia; per ultimo la carmelitana assegna esplicitamente a Filippo il merito di aver ottenuto la separazione degli Scalzi dai confratelli “del panno”, e dunque di averne reso possibile la sussistenza e il carisma.
I tre episodi accennati sottolineano i momenti salienti della prima fase di vita degli Scalzi (1562-81), coincidente con quella della fondatrice, in cui si giungerà a una prima separazione e dunque alla salvaguardia e a una riconosciuta autonomia del Carmelo teresiano dall’originaria e tradizionale famiglia carmelitana. In questi anni si colloca anche il forte contrasto tra “fratelli” dello stesso Ordine e la violenta opposizione subita dai maggiori rappresentanti degli Scalzi tra cui, oltre alla stessa Madre, vanno annoverati Giovanni della Croce e il Graziano18.
Nella contesa si erano andate a poco a poco consolidando due posizioni in contrasto: da un lato i Calzati sostenuti dal generale dell’Ordine e dal nunzio apostolico, espressione autorevole dell’orientamento romano, dall’altro gli Scalzi, a favore dei quali, si moltiplicarono le iniziative del re e della corte spagnola. È vero che, fino a quando Nicolò Ormaneto fu nunzio in Spagna19, ci si mantenne su posizioni diplomatiche e di prudenza dettate sia dal favore del nunzio nei riguardi della riforma teresiana, sia dalla sua sostanziale sintonia con la politica religiosa di Filippo ii. Ma nel 1577, con l’arrivo del nuovo nunzio Filippo Sega20 contrario alla realtà Scalza, la famiglia teresiana corse il serio pericolo di venire radicalmente cancellata. Sono gli anni in cui Teresa, di fronte alla persecuzione scatenata contro i suoi, dovette ricorrere direttamente al monarca, come testimonia il secondo brano delle Fondazioni sopra riportato. Sarà, infine, il favore del re e della sua corte a decidere positivamente la futura sorte dei riformati quando, a motivo delle pressioni del monarca iberico e dei suoi ambasciatori presso la Santa Sede, Gregorio xiii concesse nel 1580 il breve Pia consideratione, denominato anche “breve di separazione”, grazie al quale nell’Ordine carmelitano i due rami – Calzati e Scalzi – vennero divisi21.
L’appoggio e l’influenza di Filippo ii non terminarono né si limitarono all’iniziale difesa del carisma teresiano o, in seguito, al conseguimento di un’adeguata configurazione giuridica della Congregazione scalza. Il monarca partecipò attivamente anche a quel processo che determinò l’imporsi nel Carmelo scalzo spagnolo della corrente detta “rigorista” a discapito di quella rappresentata dai più stretti collaboratori della fondatrice, come il padre Graziano, in seguito espulso dal suo stesso Ordine. Infatti la separazione dai Carmelitani detti “del panno”, e dunque la sospirata autonomia raggiunta, favorì l’espansione su tutto il territorio spagnolo dell’iniziativa teresiana che, nei medesimi anni, sperimentava al suo interno il consolidarsi di correnti che affrontarono e risposero in maniera differente sia al grande tema delle missioni, sia all’assimilazione di quello che viene definito “umanesimo teresiano”. Quest’ultimo orientamento, ripreso e trasmesso da Giovanni della Croce, dal Graziano, da Anna di Gesù e da altre fra le prime seguaci della carmelitana, puntava sulla fraternità, la semplicità, le letras e molto buon senso; al contrario rifiutava gli eccessi sia nei rigori che nelle penitenze. Teresa dovette tuttavia constatare quanto nei suoi insediamenti maschili, specie nel noviziato di Pastrana sotto l’influenza dei potenti Eboli, si andassero ben presto consolidando un tenore di vita e una spiritualità volti a un ideale di rigorismo radicale. In senso opposto nel Collegio di San Cirillo, fondato ad Alcalá de Henares nel 1570, sia l’influenza dell’università cisneriana, sia il soggiorno e il magistero di Giovanni della Croce ottennero uno sviluppo del Carmelo scalzo secondo l’originale insegnamento della Madre.
Il contrasto tra i due orientamenti preoccupò non poco la fondatrice. Nonostante gli sforzi di questa e dei suoi più stretti collaboratori, la tendenza rigorista, basata su un modello rigidamente penitenziale caratterizzato dalla solitudine, dalla contemplazione non lontana dalla passività e dal disinteresse per la cultura22, prese piede. Basti a tal proposito ricordare la vicenda legata a Caterina Cardona che, nell’opera di padre Francisco de Santa Maria Pulgar23, non solo viene considerata «la prima anacoreta spagnola» e modello di vita per gli Scalzi del monastero de La Roda, ma è anche insignita del titolo di “coadiutrice” della madre Teresa nel rinnovamento del Carmelo24.
La corrente estrema e “osservante” poté affermarsi anche per l’appoggio che ricevette dal generale dell’Ordine, il genovese Nicolò Doria, che fu a capo della riforma dal 1585 al 1594. Come ben esemplifica Egido, per la fiducia e la stima accordategli dalla santa25, nonché per il prestigio e l’autorità conferitigli dall’aver ricoperto, in anni cruciali per l’assestamento della riforma teresiana, la carica di provinciale, poi di primo vicario generale e in seguito di primo preposito generale degli Scalzi, il padre Doria contribuì profondamente al conformarsi della personalità del suo Ordine26. Egli durante il periodo iniziale del suo agire, pur riconoscendo e accettando il peso e l’influenza dell’intervento del re nelle questioni e nelle battaglie degli Scalzi, non tralasciò di servirsi e di percorrere i normali canali ecclesiastici quali: il ricorso al generale dei Calzati e alla curia romana, l’invio di petizioni, l’affrontare viaggi presso la Santa Sede a difesa della riforma teresiana anche se spesso con esito negativo. A poco a poco il carmelitano poté sperimentare come l’intervento della Corona e la pressione esercitata dagli ambasciatori spagnoli presso la Curia ottenessero quanto egli anelava per la riforma. Si comprova allora, commenta Egido, come progressivamente Doria «se acomodó, por convincción o per necesidad, a la realidasd regalista hasta el extremo de invocar la mediación del rey en asuntos internos de la Consulta, de las monjas, del pleito con Gracián»27. L’azione del re e l’impegno del Doria ottennero negli anni seguenti la trasformazione della provincia scalza in congregazione e, infine, il passaggio di questa a Ordine28.
Nel mutare e concretarsi del nuovo scenario, altro elemento importante appare lo scontro tra le differenti tendenze e fedeltà al carisma teresiano rispetto al grande tema delle missioni al di fuori dei confini e dei territori iberici. Il padre Graziano, dopo l’elezione a provinciale nel 1581, aveva promosso fondazioni scalze in Italia (Genova), Guinea, Congo e Messico. Nel suo scritto Estimulo por la Propagación de la Fé29 il carmelitano motivava la ragione di tale espansione sottolineando sia l’eccellenza della missione apostolica, sia il desiderio sempre espresso in tal senso dalla madre fondatrice, sia la pressione esercitata da Filippo ii affinché la nuova famiglia riformata si radicasse nei territori spagnoli di conquista. Graziano fu, inoltre, sempre in sintonia con il desiderio di Teresa di aprire una casa a Roma; la santa in una lettera del 1579 al Doria ribadiva infatti l’opportunità di un insediamento scalzo nell’Urbe al fine di fronteggiare le possibili maldicenze o accuse che i nemici della sua riforma avrebbero potuto far pervenire al papa30. Nonostante tutto questo, la proposta del Graziano non incontrò il favore di molti padri capitolari che, anche sul tema delle missioni, manifestarono in quel momento e negli anni a venire un differente rapporto e una diversa assimilazione dell’insegnamento teresiano. Alcuni autorevoli Scalzi31 ritenevano infatti che il lavoro missionario avrebbe menomato il ritiro privilegiato dalla riforma ed erano dell’opinione che la purezza dello spirito riformato avrebbe subito una contaminazione e uno svilimento se fosse uscita dai confini originari e naturali, ossia quelli iberici32.
Durante il suo provincialato Graziano, tuttavia, ottenne che venissero inviati missionari in Africa e nella Nuova Spagna e autorizzò Doria anche alla fondazione di conventi in Italia, a partire da Genova. Con le fondazioni scalze nel capoluogo ligure la novità teresiana varcò definitivamente i confini spagnoli. Se al Doria si attribuisce una parte di responsabilità nell’affermazione della cosiddetta corrente “rigorista” nel ramo iberico del Carmelo riformato, egli, promuovendo la fondazione genovese consolidò la struttura giuridica alla riforma creando le basi per la sua efficace diffusione al di fuori della Spagna. Nel 1584 Nicolò Doria accettò a Genova − sua città natale, nella quale poteva contare sull’appoggio della famiglia33 −, la cappella di Sant’Anna che si trasformerà nel primo convento teresiano in Italia, sebbene mal tollerato dall’Ordine e ritenuto una concessione e un’eccezione in ambito romano e papale. Nel 1590, a pochi anni dall’arrivo degli Scalzi, anche le monache giunsero in Italia, ancora una volta a Genova.
Intanto, parallelamente alle fondazioni genovesi, la riforma continuava il suo cammino verso l’indipendenza giuridica; dopo un primo esito negativo, nel 1586 gli Scalzi avevano ottenuto il breve Quae a predecessoribus nostris nel quale, acconsentendo alle domande del re e dei Carmelitani scalzi, si concedevano i tre favori richiesti: la conferma del breve Pia consideratione di Gregorio xiii con il quale era eretta la provincia degli Scalzi e venivano fissate le leggi fondamentali per la sua costituzione giuridica, la facoltà di adottare il rito romano abbandonando il rito proprio dell’Ordine, il diritto di avere a Roma presso la corte pontificia un procuratore permanente distinto dal procuratore generale dell’Ordine carmelitano34. Grazie alle raccomandazioni del re e all’interessamento dei cardinali Pinelli, Aldobrandini e Spinola, nel 1587 un ulteriore breve, il Cum de statu, concesse che gli Scalzi fossero eretti in congregazione e affrontò la questione della Consulta, mentre proseguivano le fondazioni della riforma e la controversia con le monache e con il Graziano. Infine, il 20 dicembre 1593, Clemente viii rilasciò il breve Pastoralis officii con il quale gli Scalzi venivano definitivamente e totalmente separati dai Calzati, ottenevano un proprio preposito generale e inoltre la facoltà di fondare nuovi istituti ubique terrarum35.

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Il caso italiano

Dopo la contrastata fondazione del primo convento di Scalzi a Genova nel 1584, la riforma teresiana aveva ottenuto nel 1587 l’erezione a Roma del convento di Santa Maria alla Scala. Un anno prima, dietro l’impulso del padre Graziano – ormai espulso dall’Ordine per i contrasti con il Doria – sempre a Roma era stato eretto il monastero di San Giuseppe a Capo le Case. Questo primo insediamento femminile era sorto contro la volontà del Carmelo spagnolo; dalle testimonianze raccolte si deduce infatti che all’erezione di questo primo monastero romano non parteciparono monache fondatrici spagnole come anche non appaiono riferimenti ad arrivi di Scalze dal monastero genovese di Gesù Maria, in quegli anni unico insediamento di teresiane in Italia. Il secondo dato interessante consiste nella prova della stretta collaborazione che si instaurò tra Ordine carmelitano scalzo e gli Oratoriani di Filippo Neri; il monastero, infatti, venne eretto con l’aiuto e l’intervento, protrattosi nel tempo, di Francesco Soto membro della Congregazione dell’Oratorio, e sotto il patrocinio di Filippo Neri36.
Nonostante la non collaborazione dell’Ordine e della Corona spagnola e il mancato invio di teresiane genovesi, la casa di San Giuseppe a Roma venne aperta grazie all’appoggio di Clemente viii, che favorì le monache assoggettandole direttamente alla sede apostolica e affidandone il governo all’oratoriano cardinal Baronio. A motivo di ciò si rafforzò l’opposizione dei superiori spagnoli contrari all’espandersi degli Scalzi all’estero; infatti se ciò fosse avvenuto, la politica regalista spagnola di riforma, che prevedeva i religiosi dipendenti nominalmente da Roma ma nei fatti da Madrid, avrebbe subito un arresto. Constatato tuttavia l’evolversi della situazione, il re e la diplomazia spagnola, non potendo opporsi a quanto si decideva a Roma, erano sempre più propensi ad una separazione degli Scalzi spagnoli da quelli italiani. Da parte iberica si interpellò, quindi, la Santa Sede affinché almeno l’abito dei due rami dell’Ordine fosse differente e perché non si comandasse o consentisse il passaggio di frati da una parte all’altra. Dietro richiesta del re cattolico, Roma concesse, il 20 marzo 1597, il breve Sacrarum religionum37 con il quale, per il momento, non venne creata né menzionata una nuova Congregazione italiana contrapposta alla spagnola; con questo breve le case italiane furono sottratte al governo dei superiori della Congregazione spagnola e poste sotto la diretta giurisdizione del papa che ne affidò la protezione al cardinale Pinelli. Inoltre, se la Consulta spagnola aveva ignorato il monastero genovese di Gesù Maria, nel documento questo venne nominato e gli fu destinata la medesima sorte dei conventi maschili italiani.
Con le due fondazioni romane di San Giuseppe a Capo le Case e Santa Maria alla Scala iniziava la decisiva espansione italiana della riforma scalza che, spinta da zelo missionario, prese subito la via verso altre nazioni straniere. Qualche anno dopo, a conclusione di un contrastato percorso, il papa, con il breve In apostolicae dignitatis culmine del 13 novembre 1600, istituiva definitivamente la Congregazione scalza d’Italia, detta di Sant’Elia, separata e indipendente da quella spagnola denominata di San Giuseppe. La scissione rispondeva, nell’ottica del papato, a più esigenze; motivo primario era quello di assicurare il carisma della riforma teresiana; a tale scopo si era resa conveniente la separazione e, quindi, la difesa dell’indipendenza di un ramo dell’ordine dalle mire e dalle influenze della Corona spagnola.
È interessante osservare che quanto avvenne per le comunità scalze, ossia la divisione ad opera della Santa Sede tra ramo iberico e ramo italiano, si ripropose nei medesimi anni anche per i seguaci di Giovanni di Dio. Dopo la morte del santo, avvenuta nel 1550, erano sempre più numerosi coloro che chiedevano di far parte della pia associazione. Sotto i pontificati di Pio v e Sisto v l’istituto venne approvato e in seguito elevato a Ordine religioso confermandone l’uso di pronunciare i tre voti religiosi ai quali si aggiungeva quello di ospitalità. Contestualmente si conferiva anche la licenza di riunirsi in Capitolo per l’elezione del superiore generale e la stesura delle Costituzioni che vennero portate poi a termine nel 1587. Dopo questa rapida crescita iniziale, la vita del nuovo Ordine subì tuttavia un arresto a opera di Clemente viii che, nel breve Ex omnibus, riportava l’Ordine allo stato di semplice Congregazione sotto il governo dei rispettivi ordinari, lo privava del proprio superiore generale e riduceva i voti da pronunciare a quelli di obbedienza e di ospitalità. Solo quattro anni dopo, alcune di queste norme venne abrogata parzialmente soltanto per l’Italia dove, dal 1572 e partendo da Napoli, gli Ospedalieri si erano andati estendendo e radicando. Nel 1608 Paolo v allargò l’abrogazione alla Spagna e, in seguito, elevò nuovamente la Congregazione a Ordine. Tuttavia, il duplice e autonomo ristabilimento portò alla divisione degli Ospedalieri in due distinte famiglie – quella di Spagna e quella italiana – che si svilupparono parallelamente fino alla definitiva riunione avvenuta a metà del xix secolo38.
È interessante notare come durante il papato di Clemente viii si assistette alla divisione in due rami di queste due forze nuove, Scalzi e Ospedalieri, nate nell’alveo del grande momento controriformistico; in entrambi i casi la separazione portò la Congregazione d’Italia a una completa autonomia dalla matrice spagnola; inoltre il ramo italico in entrambi i casi si caratterizzò fin dai primi anni per uno spiccato afflato missionario volto sia alle terre della Penisola sia, soprattutto, alle nazioni straniere senza esclusione di continenti39. In modo analogo in entrambe le realtà la Congregazione spagnola rivolse, invece, la spinta missionaria ai territori spagnoli e di conquista.
Quanto osservato, in relazione all’intervento del papato nella vicenda di separazione tra ramo scalzo spagnolo e quello italiano, permette di approfondire un altro aspetto importante che si ricollega al tema della politica regalista del monarca iberico e della conseguente reazione del papato. Si è già osservato come di fronte al ruolo assunto in campo religioso da Filippo ii «malgrado i severi giudizi espressi a Roma in relazione a specifiche iniziative del sovrano, tutti i pontefici della seconda metà del xvi secolo dovettero riconoscere che la monarchia ispanica era l’unica potenza sul cui appoggio la Santa Sede potesse sempre contare»40; inoltre «a Roma si riconosceva l’impegno con il quale egli si adoperava per garantire la realizzazione della Riforma voluta dal Concilio di Trento»41. Tuttavia, osserva sempre Borromeo, durante il regno di Filippo ii più volte la Santa Sede, pur riconoscendo il peso religioso e politico della monarchia spagnola, non tralasciò di affermare più o meno esplicitamente la sua essenziale autonomia dalla politica regia. È noto come durante il pontificato di Sisto v emersero con più chiarezza l’avversione del pontefice per la politica spagnola e la poca simpatia nei confronti dello stesso re, atteggiamenti posti ancor più in rilievo dalla crisi dinastica francese per la quale Spagna e Santa Sede propendevano per soluzioni differenti. I due protagonisti, tuttavia, pur nel riconosciuto disaccordo e mantenendo punti di vista differenti, si impegnarono entrambi per la riforma della Chiesa: Sisto v per mezzo della bolla Immensa Aeterni Dei, il re riformando il suo Consiglio della Camera di Castiglia42. Lo studio degli anni che videro l’attuarsi della riforma sistina della Curia romana conferma come tra i cardinali allora esistenti «tan solo ventitrés cardenales no gozaban de pensión directa del rey. Entre los cardenales que no gozaban de pensiones estaban Castrucci, Carafa y Aldobrandini, que al non aceptar la “merced” podrián obrar con más independencia en sus respectivas congregaciones de Justicia, Concilio y Penitenciaría Mayor»43.
L’ipotesi di un’influenza schiacciante del re sulla Curia romana non viene però confermata dai fatti e dagli scontri che si ebbero in quel periodo e, in seguito, tra corte spagnola e papato. Al contrario, la riforma portata a termine dal pontefice si andò sempre più delineando come strumento di assestamento della Chiesa nel suo insieme e, nello stesso tempo, quale efficace mezzo per limitare e porre ordine alle pretese avanzate o difese da Filippo ii.
Anche durante le differenti fasi che segnarono l’evolversi della vicenda teresiana, se da un lato è evidente la tutela e il senso di appartenenza che la monarchia manifestò verso l’Ordine, d’altro canto la Curia espresse la sua preoccupazione e l’impegno affinché gli Scalzi dipendessero a tutti gli effetti da Roma e non da Madrid. Possiamo infatti osservare che, se nei primi momenti di vita l’innovazione introdotta e proposta da Teresa deve al re e alla sua corte la possibilità di affermarsi, nel periodo successivo, tra volere del monarca sull’Ordine e gli interventi da Roma volti alla salvaguardia della sua originaria fisionomia, iniziarono a manifestarsi delle discrepanze. Tale processo è stato magistralmente posto in luce da Roggero tramite lo studio dei documenti pontifici emanati da Roma fino al momento di separazione tra la Congregazione scalza di Spagna e quella d’Italia.
Analizzando il breve Quae a predecessoribus nostris, emanato nel 1586 in seguito all’esplicita pressione del re spagnolo, si osserva che nel testo Filippo ii viene nominato due volte e si acconsente alla sua triplice richiesta e a quella degli Scalzi di confermare il breve Pia consideratione di Gregorio xiii che erigeva la provincia degli Scalzi, nonché di concedere la facoltà di adottare il rito romano e di avere a Roma un proprio procuratore permanente. Nel breve non veniva però analizzata la questione della possibilità per gli Scalzi di aprire nuove residenze al di fuori dei territori spagnoli.
La questione relativa al permesso di fondare ubique terrarum si presenta nel breve Pastoralis officii (1593) con cui Clemente viii separa definitivamente gli Scalzi dai Calzati. In quest’ultimo documento, così importante e desiderato dai riformati, non si fa menzione né di Filippo ii né del suo operato in favore degli Scalzi. Questo silenzio romano, unito al sostegno dato agli insediamenti scalzi italiani, è emblematico del peso e della funzione che Clemente viii attribuiva alla realtà teresiana. Essa, infatti, rispondeva bene a quell’intento di riforma della Chiesa che caratterizzò il papato dell’Aldobrandini44 e, nello stesso tempo, essa era per il papato, e in concreto per Clemente viii, un saldo punto di riferimento nel tentativo di riaffermare la propria autorità e autorevolezza in campo politico soprattutto nei confronti di Stati che, come la Spagna di Filippo ii, vedevano l’ambito spirituale e religioso come proprio terreno sul quale esercitare una legittima ingerenza.
Grazie infatti a papa Aldobrandini inizia la decisiva espansione scalza in Italia e dall’Italia verso il resto del mondo.
Con il successivo breve, il Sacrarum religionum, si trovò una soluzione a quanto sollevato intorno agli insediamenti scalzi romani e si concesse, in parte, quanto la corte spagnola richiedeva in relazione alla divisione tra ambito scalzo iberico e quello italiano. Tuttavia anche questo documento deluse le aspettative del re che, nello scritto, non venne menzionato pur avendo egli stesso richiesto il breve.
La carrellata tra i brevi che segnarono la nascita, lo sviluppo e l’assestamento dei Carmelitani scalzi ha permesso di apprezzare quanto il papato, specie con Clemente viii, fosse sempre più interessato a ricondurre e mantenere l’Ordine scalzo sotto il proprio controllo nonostante, e a volte contro, le pretese della Corona spagnola. Tale indirizzo, com’è noto, andò rafforzandosi come esemplifica la storia della Congregazione De Propaganda Fide che, sia per il tema delle missioni che per la diretta partecipazione ad essa degli Scalzi, si ricollega a quanto esposto finora. Come sottolinea Pizzorusso, la creazione della Congregazione si caratterizzava per il fatto che «la collocazione romana del centro missionario era legata soprattutto alla riaffermazione del ruolo primario del pontefice nell’opera di evangelizzazione»45. Lo studioso nota come Propaganda si presenti quale «frutto tardivo» della stagione riformistica post-tridentina e, quale motivo primario di tale ritardo, individua il «ruolo preponderante nella diffusione della fede nel mondo coloniale di cui si era investita la Corona spagnola all’epoca di Filippo ii, strenuo difensore del monopolio garantitogli dal patronato e convinto assertore del carattere universale del proprio potere anche nella sfera spirituale»46. Nella linea di una revisione del monopolio della monarchia iberica in tema di espansione missionaria si colloca, per quanto osservato in precedenza, proprio il Carmelo riformato che, con Pedro de la Madre de Dios, sovrintendente generale delle missioni, Tomás de Jesús autore del De Procuranda Salute Omnium Gentium, e con padre Jeronimo Gracián (Graziano), elaborò anche teoricamente il tema missionario. A fronte di ciò si è potuto constatare quanto il neoriformato Ordine carmelitano fu di aiuto anche politicamente al papato che, individuando nell’Ordine degli Scalzi uno strumento atto a influire positivamente sulla vita della Chiesa post-tridentina, ne difese l’espansione e, soprattutto, si impegnò attivamente perché il carisma teresiano da monopolio spagnolo divenisse un bene della Chiesa universale.

3
Tra Francia e Paesi Bassi

Reciproci e peculiari furono, in conclusione, i legami che intercorsero tra riforma teresiana e monarchia spagnola; gli Scalzi, infatti, trovarono ben presto in Filippo ii un sostenitore e un protettore, mentre a sua volta il re, assumendo la riforma degli ordini religiosi quale compito personale, considerò il Carmelo riformato come cosa propria e profondamente spagnola. Per tale motivo Filippo ii ostacolò, fin dove gli fu permesso, l’espansione della riforma teresiana nei territori al di fuori del suo regno. Egli incoraggiò invece l’espansione degli Scalzi nei propri domini come avvenne nel caso dei Paesi Bassi dove il radicamento di un Ordine profondamente ripensato e in grado di apportare nuova linfa al mondo cattolico servì a rendere più saldo il legame di quelle terre con la monarchia cattolica47.
Il flusso di fondazioni che tra il 1603 al 1607 si stabilì tra Spagna e Paesi Bassi passando per la Francia, come osserva Torres Sánchez, fu utile alla monarchia iberica poiché dopo la scomparsa di Filippo ii solo la preminenza religiosa in Europa «podía hacer mantener cierto protagonismo en la escena internacional a la Corona española»48. Il periodo di pace seguito alla tregua dei Dodici (1598-1633) fu inteso dagli arciduchi Alberto e Isabel Clara Eugenia come momento favorevole per rivitalizzare le fila dei cattolici presenti sul territorio rinsaldando i legami di questi con la Chiesa romana. Il rafforzamento del fronte cattolico avrebbe, di conseguenza, confermato l’adesione alla Spagna e ai suoi rappresentanti nei paesi del Nord. In questa cornice si apre nel 1607 un nuovo capitolo nella storia missionaria dell’Ordine riformato poiché i due reggenti divennero promotori e sostenitori nella fondazione del primo monastero di Scalze portato a termine da Ana de Jesús49. Questo primo insediamento, edificato a Bruxelles, rimane nella storia del Carmelo scalzo una eccezione in quanto fondazione “reale”, cioè promossa direttamente dalla monarchia mentre, secondo quanto veniva indicato dalle Constituciones50, l’Ordine rifiutava ogni patronato al momento di stabilire i propri insediamenti.
Il monastero, fortemente voluto dal potere civile e portato a termine in terre dove il cattolicesimo non godeva dell’assoluta priorità tipica di altre nazioni cattoliche, ebbe successo e, a partire dal 1611, le case scalze si sparsero su tutto il territorio fiammingo, anche in quelle zone che più violentemente si erano ribellate al potere spagnolo e avevano pagato un alto prezzo per la loro rivolta. L’impressionante velocità con cui si moltiplicarono gli insediamenti, prima femminili e poi maschili, sottolinea il peso risolutivo dell’intervento regio, il quale spronò sia la diffusione delle opere e delle traduzioni teresiane, sia il carisma della scalza Ana de Jesú, motore dell’espansione nei Paesi Bassi.
In precedenza la monaca si era fatta promotrice dei primi insediamenti francesi ai quali ora accenniamo poiché l’atteggiamento mantenuto nei confronti di questi da parte della Corona iberica conferma e conclude quanto finora esposto a proposito dell’espansione scalza in Italia. In Francia, già a partire dal 1586, circolavano traduzioni delle opere teresiane e, parallelamente, era cresciuto il consenso verso la riforma scalza soprattutto tra la nobiltà. In pochi anni la «Francia aceptó entonces la influencia del pensamiento espiritual de la castellana, aunque el poder monárquico temía la injerencia española y el fanatismo»51. Di fronte alle pressioni di M.me Acarie52, del Bérulle e della principessa di Longueville, il re francese Enrico iv autorizzò la fondazione della prima casa di Scalze e così, nel 1604, ebbe inizio a Parigi la costruzione del monastero di Notre Dame de Champs, sebbene in quei primi anni il monarca escludesse perentoriamente l’entrata nei suoi territori dei rappresentanti maschili dell’Ordine. Il monastero parigino si configura come una fondazione detta nobile a motivo dell’intervento e della protezione accordatale dall’alta nobiltà che, dopo aver richiesto e sostenuto l’insediamento, se ne accollò anche le spese e la propaganda in città. Anche questo tipo di fondazione era lontano dalla prassi adottata della Madre e dallo spirito del Carmelo che, in Spagna, aveva portato a termine insediamenti secondo modalità differenti; tuttavia in Francia l’arrivo e il radicamento delle Scalze rivestì nel contesto politico-religioso del tempo un ruolo tale da giustificare e rendere necessario l’appoggio dell’aristocrazia.
Analogamente a quanto era già avvenuto per l’espansione teresiana in territori non iberici, in un primo momento da parte dei superiori Scalzi vi fu opposizione all’idea di aprire nuove case in territorio francese; tuttavia anche questa volta la volontà papale superò l’opposizione spagnola e stabilì l’invio a Parigi di un ristretto numero di monache scelte tra quelle che avevano conosciuto e seguito da vicino Teresa di Gesù. Tra queste, dietro pressante richiesta di padre Quintanadueñas e del cardinale Bérulle, venne inviata Ana de Jesú che, come le altre monache fondatrici in terra francese, aveva partecipato in pieno all’acceso dibatto apertosi qualche anno prima in Spagna intorno alla salvaguardia delle Costituzioni redatte dalla santa nel 1581. Nella contesa le monache si erano schierate apertamente a favore di quanti sostenevano padre Gracián in contrapposizione alle idee del Doria, destinato in seguito ad avere la meglio. La netta presa di posizione di Ana de Jesú viene oggi considerata la causa del suo allontanamento dal territorio spagnolo, al quale l’esplicita richiesta francese faceva buon gioco. In seguito, sempre con l’intento di preservare e trasmettere il genuino insegnamento di Teresa, Ana de Jesú, anche per sottrarsi alle pressanti ingerenze del cardinale Bérulle nei confronti dei monasteri scalzi in Francia, preferì lasciare questa nazione e con le altre monache spagnole spostarsi, come si è visto, nei Paesi Bassi.

Note

1. L’autore dell’espressione fu padre Ambrosio Mariano, al secolo Ambrogio Mariano D’Azaro, nato verso il 1510 e morto a Madrid nel 1594. Incerte sono le notizie su di lui prima della sua entrata nel Carmelo riformato. Dopo l’incontro con Teresa di Gesù contribuì in maniera determinante alla nascita e alla diffusione della Riforma scalza. Cfr. P. Prodi, Ambrogio Mariano, in “Dizionario Biografico degli Italiani”, vol. 2, pp. 719-20.
2. Ampia la bibliografia a tale riguardo: A. Borromeo, Filippo ii e il papato, in L. Lotti, R. Villari (a cura di), Filippo ii e il Mediterraneo, Laterza, Roma-Bari 2003, pp. 477-535; Id., Felipe ii y la tradición regalista de la Corona española, in J. Martínez Millán (a cura di), Felipe ii (1527-1598), Europa y Monarquía Católica, 4 voll., Parteluz, Madrid 1998, vol. iii, pp. 111-37; F. Martín Hernández, Felipe ii y la Reforma del clero español: los Seminario, in “La Ciudad de Dios”, vol. ccxi, n. 3 (sept.-oct. 1998), pp. 1005-26; Id., La formación del clero y de los religiosos, in Historia de la acción educadora de la Iglesia en España, por Bernabé Bartolomé, Biblioteca de Autores Cristianos (bac), Madrid 1995, 2 voll., vol. i, pp. 746-72; vol. ii, pp. 203-20; J. I. Tellechea Idígoras, Clemente viii y el episcopado español en las postrimerías del reinado de Felipe ii (1596-1597), in “Anthologica Annua”, 44 (1997), pp. 205-351; H. Kamen, La política religiosa de Felipe ii, in “Anuario de Historia de la Iglesia”, vii (1998), p. 21. Cfr. anche Id., Philip of Spain, Yale University Press, New Haven 1997; E. García Hernán, La curia romana, Felipe ii y Sixto v, in “Hispania Sacra”, xlvi (1994), pp. 631-49. Tra le opere che aiutano a meglio inquadrare il tema, oltre a quelle già citate ricordiamo O. Steggink, La reforma del Carmelo español. La visita canónica del general Rubeo y su encuentro con Santa Teresa (1566-1567), Teresianum, Roma 1965; J. García Oro, Observantes, recoletos, descalzos: la monarquía católica y el reformismo religioso del siglo xvi, in Actas del Congreso Internacional Sanjuanista, Avila, 23-28 de septiembre de 1991, Valladolid 1993, pp. 53-97.
3. Borromeo, Filippo ii e il papato, cit, p. 480. Non sembra muoversi su questa linea Woodward quando afferma «A tutti gli effetti la Chiesa era una sezione dello Stato, governata dal re e amministrata dal suo segretario; anche nei sinodi diocesani, le cui decisioni dovevano essere sanzionate dal Consiglio di Stato, c’erano rappresentanti laici», G. Woodward, Filippo ii, Il Mulino, Bologna 2003, p. 78 (ed. or. 1992).
4. Borromeo, Filippo ii e il papato, cit., p. 499.
5. Il testo, conservato a Simancas e a Roma e di cui dà notizia F. Martínez Hernández, fu a suo tempo studiato da H. Jedin in Zur Vorgeschichte der Regularenreform Trid. Sess. xxv, in “Röm. Quartalsch.”, 44 (1936), pp. 269-70.
6. Steggink, La reforma, cit, pp. 97-8. Cfr. anche A. Roggero, Genova e gli inizi della Riforma teresiana in Italia (1584-1597), Sagep, Genova 1984, pp. 14-5.
7. Steggink, La reforma, cit., p. 79.
8. Efren de la Madre de Dios, O. Steggink, Tiempo y vida de S. Teresa, bac, Madrid 1976, vol. 2, p. 333.
9. Giovan Battista Rossi divenne generale dei Carmelitani nel 1564 e un anno dopo Pio v lo nominò commissario apostolico di tutto l’Ordine carmelitano. Cfr. Documenta Primigenia, Monumenta Historica Carmeli Teresiani, voll. i-ii, Romae 1973, vol. iii, 1977, vol. iv, (d’ora in poi indicato con mhct), vol. i, pp. 39-43.
10. Litterae patentes P. Ioannis Baptistae de Rossi Prioris Gen. O. C., pro M. Teresia a Iesu, Barcelona 10 augusti 1567, in Documenta Primigenia, mhct, vol. i, pp. 67-71.
11. Cfr. E. Albisani, La Vigna del Carmelo, Marietti, Torino 1990, p. 68.
12. Sulle vicende dei fratelli Nieto e le ripercussioni nella storia della riforma scalza cfr. Roggero, Genova, cit., pp. 23 ss.
13. Jerónimo Gracián de la Madre de Dios (1545-1614) nel 1572 prese a Pastrana l’abito degli Scalzi. Ben presto Teresa vide nel carmelitano l’uomo adatto per rafforzare e promuovere la nascente riforma. Nel capitolo di Alcalá (1581) Gracián venne eletto come primo provinciale degli Scalzi, ma dopo la morte della santa si manifestarono opposizioni e critiche contro di lui e il suo governo. Fu sostituito nella carica di provinciale dal padre Nicolò Doria con il quale entrò in conflitto. Espulso dall’Ordine, padre Jerónimo si recò a Roma dove non riuscì a rientrare tra le file degli Scalzi. Dopo essere stato prigioniero dei turchi, il Gracián ritornò a Roma dove svolse un’intensa attività; in seguito fu ammesso tra i Carmelitani calzati. Si recò poi in Spagna e nelle Fiandre dove morì. Cfr. I. Moriones, Jérôme de la Mère de Dieu, in “Dictionnaire de Spiritualité, Ascétique et Mystique” (ds), 8, coll. 920-8.
14. F. 27, 6. Le opere di Teresa di Gesù? verranno citate con le usuali abbreviazioni: F (Fondazioni), c.ta (Lettera).
15. F. 28, 6.
16. F. 29, 30.
17. F. 29, 31.
18. Padre Gracián venne fortemente calunniato a Roma e segregato a Pastrana; padre Juan de la Cruz fu incarcerato a Toledo dai Calzati, mentre madre Teresa fu anch’essa confinata nel monastero di Toledo.
19. Nicolò Ormaneto, vescovo di Padova e legato in Inghilterra nel 1533, collaborò con il cardinal Pole. Trasferitosi a Milano divenne consigliere di Carlo Borromeo che lo inviò a Roma quale suo rappresentante nella Congregazione per la riforma del clero romano. Nel 1572 Gregorio xiii lo nominò nunzio in Spagna dove svolse un’energica azione di riforma dei monasteri spagnoli. Cfr. R. Palmarocchi, Niccolò Ormaneto, in Enciclopedia Cattolica (ec), vol. ix, p. 359.
20. Filippo Sega succedette all’Ormaneto giungendo a Madrid il 30 agosto 1577. Egli si mostrò subito mal disposto nei confronti degli Scalzi a motivo delle informazioni avute dal cardinale protettore dei Carmelitani Filippo Buoncompagni suo parente e nipote di papa Gregorio xiii.
21. Bullarium Carmelitanum plures complectens Summorum Pontificum Constitutiones, voll. i-iv (d’ora in poi Bull. Carm.), vol. ii, pp. 208-12.
22. Cfr. T. Egido, Contexto histórico de san Juan de la Cruz, in Experiencia y pensamiento en San Juan de la Cruz, Editorial de Espiritualidad, Madrid 1990, pp. 335-77.
23. Francisco de Santa Maria Pulgar, Reforma de los Descalzos, vol. i, Madrid 1642.
24. «Los frailes descalzos más tienen y mejor les está imitar a la ermitaña Cardona que a la monja Teresa [...]. Es fuerza decirlo, que no es menos fundadora de los frailes descalzos la Madre Cardona que Teresa de Jesús, ante más porque del convento de Pastrana, que fundaron el padre Mariano y fray Juam de la Miseria, se ha multiplicado la Orden más que de la casa de Mancera que fundaron los dos frailes calzados que redujo a descalzos la Madre Teresa. Y aquella casa de Mancera ya acabó. Y ansí la casa de Pastrana es agora la primera, y, por consiguiente, la matriz y medida de vida», Angel de San Gabriel, Madrid, Biblioteca Nacional, ms. 4213, fol. 95 in A. Marín Irisarri, Fray Juan de Jesús María: mística y missión en el Carmelo teresiano, tesis de licenciatura bajo la dirección del prof. dr. D. J. I. Tellechea, Universidad Pontificia de Salamanca, Facultad de Teología, 1997-98, dattiloscritto, p. 29.
25. Nicolò Doria (Genova 1539-Alcalà 1594). Nel 1578 Teresa desiderava inviare il Doria a Roma affinché perorasse la causa degli Scalzi. Tre anni dopo, durante il Capitolo di Alcalà lo Scalzo venne designato quale compagno dell’allora provinciale Gracián con il quale però nacquero ben presto contrasti. Doria venne poi eletto provinciale nel 1585.
26. Cfr. T. Egido, La reforma carmelitana nel contexto regalista, in S. Giordano, P. Paolocci, Nicolò Doria. Itinerari economici, culturali, religiosi nei secoli xvi- xvii tra Spagna, Genova e l’Europa, Hinstitutum Historicum Teresianum, Studia 7, Teresianum, Roma 1996, p. 116.
27. Egido, La reforma, cit., p. 115.
28. Per quanto riguarda la congregazione cfr. 10 luglio 1587, mhct, vol. 3, pp. 168-78. Per l’Ordine, già sotto Clemente viii, 20 dicembre 1593, mhct, vol. 4, pp. 539-47.
29. J. Gracián, Estímulo por la Propagación de la Fé y Vinculo de Hermandad entre los Padres Descalzos del Carmen y de San Francisco, Lisboa 1586. Lo scritto venne poi ripubblicato a Bruxelles nel 1609.
30. C.ta Al p. Nicolás Doria, Ávila, 20 febrero 1579, in Teresa de Jesús, Obras completas, Notas de Efren de la Madre de Dios, O. Steggink, bac, Madrid 1986, p. 1203: «También es menester advertir si será bien hacer casa en Roma, aunque no haya ahora aparejo, hasta que estemos más fortalecidos. Porque si los de allá toman enemistad con los descalzos (que si harán, que lo bueno adonde hay faltas ofende) estando cerca del papa sería terribile yerro para todos».
31. Tra questi si possono annoverare Girolamo di San Giuseppe, Francesco di Santa Maria e, pare, lo stesso Giovanni della Croce.
32. Questa l’opinione di alcuni superiori spagnoli: «Non esser bene l’estendersi fuori di Spagna lontano dalla vista dei prelati, e pastori, poiché solo con questo sperimenta gran bene la greggia: che era un periglioso salasso il cavare dalla Spagna gran parte dei maggiori soggetti già allevati, per altre nationi: che era un’aprire porta a missioni non conformi al ritiro della regola: che dilatandosi l’Ordine si dilatava con l’estensione la virtù [...] che le forze e costumi degl’italianinon potevano sopportare tanto rigore, quanto quelle de spagnoli; onde non conveniva caricargli tanto peso», Giuseppe di Santa Teresa, Riforma de Scalzi, t. iii, traduzione di Carlo Luigi di San Giuseppe, Parma 1684 (d’ora in poi Riforma), p. 114.
33. A. Roggero, Origini della presenza carmelitana maschile e femminile a Genova, in Giordano, Paolocci, Nicolò Doria, cit., pp. 319-20.
34. Roggero, Genova, cit., p. 89. Cfr. anche Bull. Carm., ii, pp. 232-3.
35. Filippo ii venne informato dell’iter avuto dal Pastoralis officii per mezzo del cardinale Pinelli in una lettera del 1° gennaio 1594: «Li mesi a dietro il Duca di Sessa Ambasciatore della V. M. appresso la santità di N. S. mi rese una lettera di V. M. e m’informò a pieno del desiderio che la V. M. haveva, che li frati Carmelitani Discalzi havessero superiore particolare della propria regola, separati in tutto dalla obbedienza del Generale dell’Ordine di Carmelitani Mitigati; sopra di che havendo fatta prendere scritta informatione, et trovato che il tutto cederebbe conforme allo zelo della V. M., in molto servizio di Dio, et in molta pace et quiete delli Religiosi suddetti, ordinai ch’il negozio si proponesse nel Capitolo Generale che in quel tempo s’haveva da celebrare in Cremona per intenderne il parere et la volontà d’esso capitolo dal quale essendo stato determinato di commun consenso che si facesse la suddetta separatione, proposi poi il negotio a Sua Beatitudine remostrandole con molte ragioni, ch’era necessario soddisfare in questo V. M. et di proveder insieme alla quiete d’ambo le parti. Piacque a Sua Beatitudine di farmene gratia et così n’è stato spedito breve, qual io stesso ho havuto cura di rivedere et l’ho raccomandato in alcune parti per chiarezza e fermezza maggiore del negotio. Il che tutto ho voluto rappresentare alla V. M. per certificarla, che sarò prontissimo sempre, a servire alla V. M. con veri affetti in tutto quello a che s’attenderà la debolezza delle forze mie, et col fine resto pregando Iddio, che per serio suo et di Santa Chiesa conceda alla M. V. in sanità perfetta, et con argomento di Stato, longhi et felicissimi anni. Di Roma il primo dell’Anno 1594. Di V. S. R. et cattolica Maestà humilissimo et devotissimo Signore Domenico card. Pinello». Simancas, Archivo General, E 964, lett. card. Pinelli, 1.1.1594.
36. Cfr. E. Marchetti, Le prime traduzioni italiane delle opere di Teresa di Gesù nel quadro dell’impegno papale post-tridentino, Lo Scarabeo, Bologna 2001.
37. Dalla rubrica preposta all’edizione del Sacrarum Religionum 20 marzo 1597 in Bull. Rom., x, p. 338.
38. Per ulteriori notizie sugli Ospedalieri di Giovanni di Dio cfr. Dizionario degli Istituti di Perfezione, vol. vi, Edizioni Paoline, Roma 1980, coll. 982-7.
39. I Fatebenefratelli, appellativo popolare con cui gli Ospedalieri vennero ben presto indicati in Italia, alla metà del xvii secolo potevano contare già su 6 province e 66 ospedali. Dal 1602 l’espansione toccò Parigi e la Francia, il Canada, Vienna, Praga per poi dilagare in Polonia, Ungheria, Romania ecc. Analogamente la Congregazione scalza di Sant’Elia dopo una rapida espansione negli Stati della penisola italiana si aprì alle terre di missione vicine e lontane.
40. Borromeo, Filippo ii e il papato, cit, p. 484.
41. Ivi, p. 499.
42. Cfr. García Hernán, La curia romana, cit.
43. Ivi, p. 641.
44. Cfr. L. von Pastor, Storia dei papi, Desclée & C. Editori Pontifici, Roma 1910-36, vol. xi, p. 222; I. Sicard, La reforma de los religiosos intentada por Clemente viii, Bogotá 1954; D. Beggiao, La visita pastorale di Clemente viii (1592-1600). Aspetti di riforma post-tridentina a Roma, Roma 1978; J. I. Tellechea, Clemente viii e l’episcopato spagnolo, in “Anthologica Annua”, 44 (1997), pp. 205-380.
45. G. Pizzorusso, Agli antipodi di Babele: Propaganda Fide tra immagine cosmopolita e orizzonti romani (xvii-xix secolo), in Roma, la città del papa. Vita civile e religiosa dal giubileo di Bonifacio viii al giubileo di papa Wojtyla, Storia d’Italia, Annali 16, Einaudi, Torino 2000, p. 480.
46. Ibid.
47. Cfr. a tale proposito C. Torres Sánchez, Conventualismo femenino y expansión controrreformista en el siglo xvii. El Carmelo Descalzo español en Francia y Flandes (1600-1607), in i Congreso internaciónal del monacato femenino en España, Portugal y America 1492-1992, Universidad de León, 1993, t. ii, pp. 237-48.
48. Ivi, p. 240.
49. Ana de Jesús, carmelitana scalza, fu discepola e collaboratrice di Teresa, che la pose come priora del monastero di Beas. In seguito, dopo aver dato inizio ad alcuni monasteri spagnoli, nel 1604 introdusse la riforma teresiana in Francia e nel 1607 in Belgio dove promosse il primo monastero a Bruxelles. Ana de Jesús fu molto stimata dalla santa, ottenne inoltre che Juan de la Cruz scrivesse il Cántico espiritual e Luis de León la Exposición del Libro de Job. Cfr. Ambrogio di Santa Teresa, Anna di Gesù, in ec, vol. 1, col. 1363.
50. Constituciones de la Orden Carmelita Descalça, 1581, cap. vii.
51. D. De Courcelle, Las primeras fondaciones del Carmelo reformado en España y Francia, los significados teológicos, eclesiológicos y politicos, in El monacado femenino en el imperio español. Monasterios y beaterios, recogimientos y colegios, Memoria del ii Congreso internaciónal homenage a Josefina Muriel, coordinador M. Ramos Medina, Centro de Estudios de Historia de Mexico, Condumex (Mexico) 1995, p. 3.
52. Madame de Acarie, parente di Pierre de Bérulle, curò gli aspetti pratici concernenti l’insediamento delle Scalze a Parigi. In seguito entrò nel monastero dell’Incarnazione di quella città. Cfr. E. Rapley, The “Dévotes”. Women and Church in Seventeenth-Century France, Mc Gill-Queen’s University Press, Montreal - Kingston 1990.