Margherita Albana Mignaty
e Pasquale Villari

di Maria Teresa Mori

Non è facile ricostruire la trama e interpretare la dimensione del rapporto tra Margherita Albana Mignaty e Pasquale Villari poiché, nonostante ne fosse allora largamente riconosciuta l’importanza, se ne è poi quasi persa ogni traccia, relegata alla sfera del pettegolezzo o di un privato considerato poco significativo rispetto ai grandi temi pubblici della storia1.
Quando Villari incontra Margherita a Firenze, nella primavera del 1850, ha lasciato Napoli da qualche mese, poco più che ventenne, in seguito alla repressione dei moti che nel maggio del 1848 hanno coinvolto la città partenopea. A quella rivoluzione egli ha attivamente partecipato, accanto ai giovani studenti e intellettuali che ne costituiscono l’anima, e vi ha perso un amico, Luigi La Vista, ucciso da un mercenario svizzero al servizio dei Borbone2. L’ambiente da cui proviene è quello degli studi privati che a Napoli costituiscono l’alternativa ad un’università asfittica e inefficiente: scuole in cui si insegnano le discipline umanistiche – il diritto, la filosofia, la storia – e che per l’élite liberale napoletana sono una specie di palestra di formazione, dove l’esercizio dell’opinione intorno ai contenuti disciplinari veicola e media il discorso politico. È lo studio di De Sanctis, in vico Bisi, che Villari frequenta a partire dal ’46, e vi trova alimento a quella cultura romantica di cui avverte fortemente l’influenza, in opposizione all’ingessato classicismo del purista Rodinò le cui lezioni ha pure, in un primo tempo, seguito3.
«A casa di La Vista abbiamo letto qualche cosa dello Childe Harolde [sic], ho veduto meglio l’animo di quell’uomo e che fuoco terribile gli ardeva nel seno»4, annota in una pagina del diario degli anni giovanili (inizia a comporlo nel ’44): la lettura di Byron, insieme a quella di Alfieri, Foscolo, Leopardi costituisce il riferimento letterario di una sensibilità acuta e inquieta, tormentata da forti aspirazioni, delusa dalla realtà: «Sento che ora non vivo, bramo la vita e la vita che bramo è vita d’amore, vita di verità, vita di grandi azioni»5. La rivoluzione del ’48 sarà l’occasione per sperimentare sul campo un impulso ad agire avvertito acutamente, e dove l’impegno politico si nutre di miti letterari e di appassionate inquietudini personali.
Con questo bagaglio di emozioni e di esperienze, sconfitta la rivoluzione, esule lo stesso De Sanctis e i suoi allievi migliori, Pasquale lascia Napoli scegliendo di stabilirsi a Firenze, nell’estate del ’49. Il fascino di una città percepita come cuore della tradizione culturale italiana si concilia con l’aspettativa di pubblicare (ha pronto uno studio su Savonarola) e di inserirsi nel circuito letterario ed editoriale toscano, anche se la realtà che deve affrontare nei primi mesi è quella dell’esiliato, sradicato e solo, alle prese con il problema della sopravvivenza, in condizioni di dure ristrettezze. Scrivendo nell’aprile del ’50 al pittore napoletano Domenico Morelli, suo amico fraterno, il giovane profugo racconta le giornate fiorentine con malinconia, ma anche con il senso di speranzosa aspettativa che gli viene dal fervore di uno studio proficuo e dai primi, nuovi contatti sociali:

La mattina vado alle nove in biblioteca, resto fino all’una o all’una e mezza, dopo tre volte la settimana ho una lezione. Fra le due e le tre pranzo, passeggio, verso le quattro un’altra lezione, dopo al gabinetto letterario, la sera più tardi studio a casa. Tutto questo però viene sempre interrotto da tanti piccoli accidenti che si presentano, le visite che debbo fare, mille distrazioni procurate a bella posta o senza volerlo. Alcune visite debbo farle colla speranza di ottenere qualche vantaggio materiale, altre per utile morale altre per distrazione e quasi per innaffiare lo spirito che stando solo ai libri si inaridisce. Di queste lezioni quella della sera che è tutti i giorni la faccio a quel pittore greco di cui ti parlai e mi rende tre scudi al mese. Quello che io desidero ardentemente è raccogliere tanti scudi al mese quanti ne bisognano per vivere che non son molti e seguitare a lavorare. Il mio lavoro non è vicino a pubblicazione, come tu credi, anzi si va allontanando quanto più vi studio sopra. Con tutte le persone che vedo non ho potuto acquistare finora alcun legame d’amicizia, se qualche volta ho creduto in qualcuno è stata illusione. Il mio cuore è chiuso6.

Secondo il rituale quasi obbligato per un intellettuale in cerca di fortuna, Villari è dunque entrato nei salotti cittadini, «colla speranza di ottenere qualche vantaggio materiale», come scrive, o solo per distrarsi, o per coltivare lo spirito nella pratica della conversazione colta7. Tra questi salotti, c’è quello di Margherita Albana, che ha appena conosciuto: il pittore cui fa cenno nella lettera e a cui dà lezioni di italiano per tre scudi al mese è Giorgio Mignaty. Dell’incontro con lei la lettera a Morelli non fa menzione, anzi in quell’aprile del ’50 Villari si esprime come un uomo affettivamente insoddisfatto, con il “cuore chiuso” alle emozioni sentimentali, e cui la solitudine pesa. Appena due mesi dopo, nel luglio di quello stesso anno, l’amicizia con Margherita prorompe in toni così accesi nella corrispondenza con l’amico da turbare quest’ultimo, coinvolgendolo in un forte sentimento di identificazione: «Non parlare più della Signora greca per Dio che me ne fai innamorare – scrive Morelli –. Veramente io non l’invidio questa conoscenza perché sei tu ma è proprio come la desideravi e come te l’avrei augurata io, con la medesima purità. Io dovrei dirti delle cose che ti farebbero scrivere come Byron, Schiller, Shakespeare»8.
La formazione del giovane Pasquale, nutrita di miti romantici, ha certo favorito la disponibilità ad un incontro tanto decisivo. Nel suo diario degli anni napoletani, sono frequenti le digressioni che disegnano accese fantasie su un ideale di donna assoluto e salvifico: una donna sul cui grembo posare il «capo tormentato» e dalle cui mani trovare conforto come «il viaggiatore nel deserto desidera l’acqua, come desidera l’ombra delle palme», perché essa è una creatura che ha «qualche cosa di balsamico», ed è stata mandata sulla terra «per amare e consolare»9. Margherita rappresenta l’incarnazione di quei sogni esaltati nella realtà di una donna e di una relazione la cui consistenza è però ben oltre la rêverie romantica: per il giovane profugo l’ingresso nelle stanze di via Larga vuol dire imbattersi nel mito da tempo inseguito, ma anche segnare una tappa importante nel proprio percorso di iniziazione mondana e intraprendere una complessa esperienza affettiva.
Molto più tardi, a distanza di anni, Villari si troverà a ricostruire la propria intima vicenda con Margherita per contestare la versione suggeritane da Edouard Schuré nel suo Donne inspiratrici10. Nello scritto, al di là del carattere polemico (si tratta per lui di difendere l’originalità del proprio lavoro, come vedremo più oltre), traspare il tentativo da parte dell’autore di rileggere la propria esperienza, rendendo ragione, prima di tutto a se stesso, di una fascinazione che lo ha sedotto per oltre vent’anni. Gli anni trascorsi e il carattere del documento, scritto con lo scopo di ridefinire una storia da cui l’autore vuole prendere le distanze, non riescono a sbiadire l’emozione con cui egli rievoca le tappe della propria vicenda: la conoscenza iniziale, lo stupore nello scoprire una donna che gli appare “diversa”, il progredire di un’amicizia sempre più intensa ed esclusiva. Nella casa di lei Villari è introdotto da un comune amico inglese, che spera di aiutarlo procurandogli amici ben inseriti nella società fiorentina:

Sedeva sul canapè, elegantemente vestita, la signora Margherita Albana Mignaty di Corfù, moglie del pittore Giorgio Mignaty di Cefalonia. […] La signora non più giovanissima era una donna veramente singolare. Il suo viso e la sua figura non erano molto regolari. Aveva una fronte assai alta, capelli nerissimi, occhi neri ed assai grandi quali sarebbero convenienti ad una testa di Giunone. Parlava assai bene l’italiano, con un accento veneto, come usa nella borghesia a Corfù; parlava l’inglese come lingua sua propria, parlava anche il francese. […] La sua cultura si era formata con la conversazione e con la lettura di libri specialmente inglesi. Era eloquentissima, aveva una grande animazione, un vero entusiasmo per la poesia, per l’arte, per ogni specie di letteratura. Non era, come sono generalmente le donne, una gran lettrice di romanzi, ma si interessava invece con vera intelligenza nella storia, nella critica filosofica, nella letteratura, ed ascoltava con grande attenzione chiunque ne parlava11.

Oltre il sentimento struggente del ricordo, lo scrivente si interroga sui motivi profondi del suo legame con la Mignaty, riflettendo sulla straordinaria personalità di una donna che da un lato sembra incarnare il sogno maschile della comprensione, dell’incoraggiamento, della dolcezza, dall’altro pare non cedere nulla in termini di autonomia, autostima, indipendenza morale e intellettuale: «Aveva di se stessa una straordinaria opinione. Pareva che pensasse di sé tutto ciò che il Nietzsche dice del superuomo. E tali erano la forza delle sue opinioni e la sua eloquenza che spesso riusciva a persuadere di tutto ciò anche gli altri. L’attitudine che aveva a far parlare gli uomini, la grande attenzione con cui li ascoltava finivano con esercitare su di essi un vero fascino»12.
Margherita (e questo aspetto della sua personalità è ricorrente nelle testimonianze che la riguardano)13 incanta i propri amici e interlocutori sapendoli ascoltare, interpretandone i bisogni, valorizzandone meriti e competenze, gratificandoli con affettuosa attenzione: «Potevo parlare a lungo delle mie ricerche d’archivio, di quel che trovavo nei manoscritti ed ella senza dar mai segno di stanchezza ascoltava sempre con grande attenzione. A me pareva quasi di sognare e fui lungamente sotto il suo fascino, in modo che non potrei descriverlo a parole»14.
Lo smarrimento amoroso, che i ricordi di Villari ormai anziano evocano ancora con tanta forza, è lo stato d’animo dominante dell’unica, tra le lettere disponibili15, probabilmente attribuibile ai primi tempi della relazione: sei fittissime pagine inviate da Roma e dedicate in buona parte a raccontare con minuzia, per un’interlocutrice evidentemente assai interessata all’argomento, le visite dello scrivente alla città e soprattutto agli studi degli artisti, pittori e scultori, attentamente descritti con circostanziati giudizi sulle loro opere. L’esordio ha toni commoventi: «Carissima signora, con un affetto che è cresciuto fino al delirio, con una desolazione che rende il bisogno del vostro conforto mania, con l’animo e la mano tremante io riprendo lo scrivere... Credetemi il bisogno di una lettera che mi conforti passa il limite del credibile»16. Pasqualino si esprime con il vocabolario frammentato ed estremo di una passione che lo lascia stupefatto, ma chiama Margherita «signora». L’appellativo – che rimane nel corso degli anni nella corrispondenza tra i due e di Villari con altri – sottintende le molteplici sfumature dei rispettivi ruoli sociali e di genere: lui, esule politico, studioso non ancora affermato, non ricco e bisognoso di conferme; lei, più anziana, straniera, colta, di buona origine familiare, socialmente inserita a Firenze dove gestisce, con l’intelligenza e la disinvoltura di una gran dama, un prestigioso ruolo d’autorità all’interno del proprio salotto17. Dell’autorevolezza della «Signora» – la maiuscola è ricorrente – Villari si fa interprete presso amici e familiari, che finiscono con l’accettare, dopo qualche resistenza iniziale, una relazione del tutto fuori dalle convenzioni. Intorno a lei si costituisce, nel corso degli anni, un cerchio a distanza di devoti ammiratori: Domenico Morelli, innanzitutto, che, conosciutala nel corso dei frequenti soggiorni a Firenze negli anni Cinquanta, le manda bozzetti, le descrive meticolosamente il proprio lavoro, le chiede consigli; la sorella di Pasquale, Virginia, che di Domenico diventa moglie nel ’53 (i due chiameranno la propria bambina Eva Maria Margherita), la madre, gli altri fratelli18. Di questo entourage parentale Margherita diventa il nume tutelare, ancora prima di conoscerli tutti: «Assai spesso mi sono intrattenuta a parlare di voi con i miei fratelli – le scrive Virginia nel ’61 – spessissimo me ne parla Morelli, e la stima che tutti risentono per voi mi fa sempre crescere più il desiderio di conoscervi da vicino»19.
Gli anni Cinquanta, anni decisivi per Villari e per il suo lavoro intellettuale di storico (rielabora il Savonarola, fino a farne un nuovo libro), sono quelli in cui la relazione tra i due si stabilizza con una dimensione pubblica, un’istituzione parallela al matrimonio di lei. Le lettere di Morelli indirizzate all’amico durante quel decennio costituiscono un’indiretta testimonianza della forza di questa relazione: la «Signora» vi è molto spesso citata, magari solo nei saluti finali, come ineludibile presenza a fianco di Pasquale. Suscettibile e di carattere ombroso, Domenico avverte, a volte con fastidio, l’ascendente che Margherita esercita su Villari e sulla sua visione del mondo: quando, ad esempio, l’amico lo rimprovera di egoismo e trascuratezza nei confronti della moglie Virginia, egli crede di cogliere nelle sue argomentazioni l’influenza del “femminismo” della «Signora»20.
Verso di lei nutre un sentimento ambiguo, sospeso tra il rispetto, l’incomprensione e la gelosia, ma finisce per considerarla come una sorta di autorità indiscussa, grande consigliera della famiglia, subendone a sua volta il fascino. In circostanze terribili, quali la morte a distanza di pochi giorni dei due figli, ricorre a lei, che a sua volta ha conosciuto l’esperienza della perdita di due bambini, come a una Mater dolorosa dispensatrice di misericordia e dolcezza, che sola può trovare le parole per lenire una sofferenza insopportabile: «Io vi prego pel vostro buon cuore – chiede nella lettera in cui le comunica la morte della piccola Eva – scrivete a Virginia una parola di conforto che voi lo potete e come si potrà fatelo sapere a Pasqualino»21. Margherita ha un ruolo taumaturgico, di mediatrice del lutto: può aiutare Virginia pur senza averla mai incontrata, e a lei viene affidato il compito di riferire all’amico la notizia della morte della nipotina. Eva sarà sepolta avvolta in un velo che la «Signora» ha donato ai Morelli22.
Alla fine degli anni Cinquanta il grande lavoro di studio che Villari ha compiuto negli archivi e nelle biblioteche fiorentine giunge al suo esito finale. Il ’59 vede la pubblicazione, presso Le Monnier, del primo volume del Savonarola (il secondo sarà pubblicato nel ’61)23, che favorisce la nomina dell’autore, da parte del governo provvisorio toscano, a professore supplente di storia presso l’Università di Pisa (diventerà ordinario dopo pochissimi mesi): l’esule napoletano è ormai lontano dalla condizione di isolamento dei primi anni, solidamente inserito nell’establishment politico e culturale di orientamento liberale. Durante l’impresa dei Mille, viene inviato a Napoli come segretario del Comitato dell’ordine costituzionale che ha il compito di preparare l’entrata di Garibaldi24.
La corrispondenza che invia alla Mignaty tra il settembre e l’ottobre del ’60 è un puntuale resoconto dei problemi che si presentano in città dopo l’ingresso di Garibaldi: la resistenza inaspettata dei Borbone asserragliati a Capua, l’attesa dei piemontesi, l’anarchia nelle province, la difficile gestione del governo. Egli si confida con Margherita come con un’interlocutrice alla pari: se confrontiamo queste lettere con altre scritte negli stessi giorni e indirizzate a uomini politici, troviamo gli stessi temi, riflessioni simili, un identico atteggiamento critico25. In lei e nella sua intelligenza egli ripone assoluta fiducia esprimendole con schiettezza e acume le proprie valutazioni di liberale moderato, fedele al progetto di unificazione realizzato dai Savoia, ma anche attentissimo ai reali problemi del Meridione. La decisa presa di distanza nei confronti di Emilio Bertani, capo del governo provvisorio napoletano, descritto come un mestatore autoritario ed opportunista, la diffidenza verso Garibaldi («Il male è che Garibaldi non ha la testa ferma e che disfa oggi quello che ha fatto ieri»)26 e i repubblicani, l’avversione rispetto a forme di radicalismo che a suo avviso mettono a rischio il futuro dell’Italia, la condanna per come viene gestito il potere nel governo napoletano.
Possiamo presumere che i richiami ai valori etici ricorrenti nelle lettere, se conformi alla personalità morale di Villari, siano anche graditi alla sua corrispondente, sostenitrice di una visione del mondo tendente all’impegno ideale e alla spiritualità27. Frequente ricorre la denuncia del malgoverno e della spudorata caccia al posto da parte dei liberali emigrati e ritornati in patria: «La gente che è al potere è sicuro che non lo merita [...]. Io mi sono guardato bene di accostarmi per alcuna via al potere. Vi assicuro l’avere impieghi qui è cosa schifosa». «Si può con la massima facilità ottenere due o trecento ducati al mese purché si faccia quel che un galantuomo non può fare»28. Questi argomenti, qui esposti attraverso la dimensione strettamente personale propria di una corrispondenza privata, sono gli stessi che, rielaborandoli, Villari affronta poco più tardi come uomo pubblico.
Lasciata la Campania, infatti, e tornato a Pisa alla sua carica di professore di storia all’Università, nel novembre del ’60 scrive una relazione sullo stato delle cose nel Napoletano a Terenzio Mamiani, poi, su consiglio di quest’ultimo, a Luigi Farini, nominato luogotenente per il Mezzogiorno. Ne dà puntuale notizia all’amica, chiedendo consiglio: «Il Mamiani mi dice di scriverne una simile a Farini, e conclude col dirmi: continuate a servire la patria colla penna e col consiglio. Mi domanda se conosco due persone adatte per due o tre cattedre che esso vorrebbe far occupare. Cosa dite: devo scrivere a Farini?»29. Villari scrive la lettera, una lucida denuncia degli errori dell’unificazione che contiene argomenti molto vicini alle annotazioni esposte nella corrispondenza con Margherita («Sotto i Borboni – vi si legge – bastava aver nome di borbonico per trovare aperte tutte le porte, per avere tutti gli affari. Oggi basta essere emigrato, o amico di emigrati per ottenere lo stesso privilegio»)30. Ne spedisce poi il testo all’amica, raccomandandole il massimo riserbo e chiedendole un parere sull’opportunità di inviarlo: «Vi accludo la lettera che avevo scritta al Farini – le scrive da Pisa l’11 dicembre – leggetela e ditemi cosa ve ne pare. Ciò che dite mi persuade. Rimandatela subito, con quella di Mamiani e col vostro giudizio perché se deve partire deve essere subito»31. Lei, forse temendo un’eccessiva esposizione da parte dell’amico, gli sconsiglia l’iniziativa, e le sue motivazioni devono essere piuttosto convincenti dato che, sulle prime, la missiva non sarà inviata e solo dopo qualche giorno Villari supererà ogni dubbio decidendosi finalmente a spedire la propria «lettera meridionale»32. Tornerà a trattare pubblicamente i temi del Mezzogiorno – il brigantaggio e la camorra, ma anche gli errori del governo centrale – nelle corrispondenze inviate da Napoli al foglio milanese “La Perseveranza” tra l’agosto e l’ottobre del ’6133.
Con la Mignaty, Pasquale discute come con un uomo politico. Nella Firenze del secondo Ottocento Emilia Peruzzi, la moglie del potente Ubaldino, non è perciò l’unica donna capace di affrontare alla pari le molte questioni sollevate dal processo di unificazione nazionale e di esprimere giudizi in merito. Necrologi, memoriali e testimonianze hanno di solito sottolineato l’eccezionalità degli interessi della Peruzzi «gentildonna [...] ardente come un politico, entusiasta come un patriota»34 e nel cui salotto, come ci ricorda Edmondo De Amicis, «la cronaca mondana, la moda e altri argomenti soliti dei discorsi femminili erano quasi affatto banditi dalla conversazione»35. Espressioni che vogliono evidenziare, nell’attitudine di Emilia alla politica, l’assoluta eccentricità rispetto all’universo femminile, quasi uno scarto nella sua identità di genere. Invece, a non molta distanza dal salotto rosso di Borgo dei Greci, nella sua casa di via Larga, un’altra signora si intende di cose politiche, e sollecita in un interlocutore come Pasquale Villari – di cui condivide il liberalesimo decisamente antirepubblicano e antigaribaldino, ma non chiuso ad istanze critiche – un colloquio intimo ma rigoroso sulle pubbliche vicende e un puntuale confronto su di esse36.
L’assoluta fiducia nell’amica, quasi sconfinante nella dipendenza affettiva e intellettuale, è ancora più evidente nelle lettere che Villari le scrive da Pisa, dove torna a insegnare dopo la parentesi napoletana, nel dicembre del ’60. Non c’è incontro nelle sue giornate che manchi di comunicarle, rendendola partecipe dei numerosi contatti con l’élite intellettuale o politica che dimora nella cittadina toscana o vi arriva di passaggio (Capponi, Centofanti, Prati, Aleardi, Salvagnoli, d’Azeglio, D’Ancona, il Comparetti, Savarese, De Luca sono alcuni dei nomi citati nelle lettere), non c’è avvenimento di interesse pubblico o privato che non affronti con lei (i guai familiari, gli atti del governo, le notiziole riguardanti amici e conoscenti). La vita a Pisa gli sembra monotona e la lontananza dagli studi gli pesa, gravandolo di uno spleen che diventa malattia: «Io comincio ad essere nuovamente oppresso dalla malinconia – scrive nel gennaio del ’61 – Non so che fare di me, e non trovo nessuna occupazione che mi diletti. La lezione mi eccita un poco, per poi ricadere nella solita prostrazione»37.
Le lezioni all’Università, soprattutto, occupano uno spazio di primo piano nelle preoccupazioni dell’inesperto professore. Benché non più giovanissimo, egli le vive con l’ansia del neofita: si arrovella a prepararle, si preoccupa degli esiti, è ipercritico con se stesso, e ogni lezione che crede non riuscita costituisce per lui «una disgrazia» che gli provoca forti malesseri fisici (mal di testa, male d’occhi). «Oggi ho fatto la prima lezione – scrive il 15 dicembre del ’60 – Fiasco! Ne sono restato scontentissimo. Ci vuole pazienza. Ma cominciare male è una gran brutta cosa. Avevo affastellato troppa materia ed ho finito col dire nulla! Per colmo di sventura c’era l’Aleardi. Potete immaginarvi in che stato mi trovo»38. L’essere pubblicamente esposto al giudizio di studenti e uditori lo carica d’ansia, e Pasquale avverte il bisogno di manifestare a Margherita le proprie insicurezze senza ritegni, anzi con un’enfasi che sfiora il vittimismo, come se intendesse volutamente proporsi all’amica attraverso un’identità maschile fragile e sofferente. Il non aver tempo da dedicare ai propri studi, il dover insegnare a studenti non sempre interessati, «il voler far troppo» per «concluder nulla», sono i motivi ricorrenti delle sue lettere tormentate, dove è raro trovare squarci di serenità. Soprattutto, lo angoscia la ricerca di un ruolo pubblico che sia gratificante ma che non lo metta in discussione con se stesso: quando Giovanni Prati lo rimprovera di non risultare accattivante nelle sue prolusioni, imputando ciò al fatto che parla troppo modestamente, «sempre adagio e con tono poco concitato, gettando le gemme ai porci, come un gran signore»39, lui cerca di adeguarsi, alza il tono di voce e quello della retorica, guadagna finalmente gli applausi ma poi li disprezza e si sente umiliato.
La malinconia che promana dalle lettere – da tutte le lettere di Villari alla Mignaty – non è solo quella dell’innamorato lontano, del professore insicuro, del politico ancora troppo inesperto: è anche il disagio dell’uomo che sta faticosamente costruendo se stesso, ed è confuso e spaventato dalla difficoltà del compito che gli spetta. È dal confronto con la sfera pubblica che egli si sente messo alla prova, interiormente scisso nello sforzo di ottemperare ad un modello positivo e socialmente accettato di persona adulta e di sesso maschile: a Margherita affida il compito di mediare e coadiuvare questo faticoso processo di crescita individuale e integrazione sociale. Lei, dal canto suo, lo sostiene, gli dà consigli, gli invia a richiesta libri e giornali, entra addirittura in merito al contenuto delle lezioni, il cui argomento lui non manca di riferirle (Grozio e l’influenza della sua dottrina in Europa, Montesquieu, Machiavelli, Valla, Telesio, Campanella...): «Oggi ho seguito il vostro consiglio e ho fatto una lezione più semplice, e mi pare che non sia andata male. Ho parlato della civiltà moderna, dal secolo xv alla Rivoluzione francese e dell’influenza che vi ha la letteratura»40. Di fronte alla depressione dell’amico, Margherita lo rimprovera, lo scuote, mette anche avanti, ma raramente, i propri personali malesseri – dovrebbero forse funzionare da antidoto a quelli dell’altro – per ripiegare però quasi sempre (così almeno sembra di capire dalla lettera di Villari, dove gli accenni ai problemi dell’amica sono fugaci) nel ruolo forte della «Signora» esperta e saggia, che sa confortare e alleggerire la pena di vivere. Di lei egli si fida totalmente anche sul piano intellettuale: è la consigliera cui, come a un amico, chiede il parere riguardo a una recensione critica41, manda bozze dei propri lavori42, consiglia a sua volta libri o articoli che ha trovato interessanti, invia sollecitamente, per fargliela leggere, una nuovissima poesia dell’Aleardi43.
La reciproca lontananza ha un ruolo decisivo nella difficoltà di Villari ad adattarsi alla vita pisana, ma costituisce un problema anche per Margherita. «Da una parte le vostre lettere le quali respirano una gran malinconia – le scrive il 23 gennaio del ’61 – da un’altra lo stato mio fanno sì che sono scontento e triste. Io vedo bene che bisogna prendere qualche provvedimento sicuro per l’avvenire. Il vivere in questa incertezza, coll’idea che voi penate, che non ci sono domani: tutto questo fa sì che io non ho pace, fo tutto senza piacere né soddisfazione, passo la giornata infelicemente e la sera non so che fare di me»44.
La pubblicazione del secondo volume del Savonarola dovrebbe funzionare da viatico per favorire il trasferimento a Firenze di Villari, una promozione che i meriti del suo accurato lavoro storico potrebbero facilitare. Egli cerca di accelerare i tempi di questa pubblicazione, sollecita Margherita perché se ne preoccupi, pensa di inviarne una copia a Mamiani e Ricasoli «dicendo loro – scrive all’amica – che i miei studi richiedono che io stia a Firenze per le ricerche storiche. Il libro lo proverebbe»45. E aggiunge: «Credete voi possibile ed onesto domandare la traslocazione per questo anno? È vero che io non ho un solo scolaro obbligato, ma d’altronde il corso è cominciato. Ditemi qualche cosa, ma consideratela seriamente. Nello stesso tempo mandate Giorgio a chiedere a Le Monnier quando esce il secondo volume, non però a nome mio». Possibile e onesto: la sua interlocutrice è maestra delle convenzioni sociali e sa quali sono le regole del gioco, ma è anche una musa ispiratrice di valori morali.
Solo nel gennaio del ’62 il professore otterrà un posto a Firenze come incaricato di filosofia della storia all’Istituto di Studi Superiori, diventando nello stesso anno direttore della Normale di Pisa, ma dovrà aspettare il ’65 per lasciare definitivamente la cittadina toscana e trasferirsi nel capoluogo, finalmente ordinario di storia allo stesso Istituto Superiore. È Margherita invece che in quegli anni trascorre lunghi periodi nella cittadina toscana (il cui clima, tra l’altro, viene all’epoca considerato salubre e mite), gestendo un ménage familiare e affettivo che, tra l’una e l’altra sponda dell’Arno, comprende il marito Giorgio, l’inseparabile figlia Aspasia, Pasquale e il fratello di quest’ultimo, Emilio, a sua volta professore di fisica e chimica all’università46.
Di Giorgio Mignaty, Edouard Schuré ha delineato un profilo impietoso, relegandolo al ruolo di marito capitato per caso, sposato per sbaglio e finito ad assolvere un ruolo del tutto succube a fianco di una donna brillante e intelligente che lo domina completamente e lo sopporta solo per convenienza sociale47. La corrispondenza tra lui e la moglie svela invece i tratti di una realtà molto più complessa, e ci aiuta ad avvicinarci in modo inedito a una personalità affascinante e obliqua come quella di Margherita, che qui rivela frammenti di sé diversi e insospettati rispetto a ciò che i profili biografici e le stesse lettere di Villari fanno intuire48.
Le lettere tra i due esprimono un rapporto coniugale saldo e affettuoso, oltre la convenzionalità familiare di un matrimonio ottocentesco, fermamente ancorato a una dimensione domestica fatta di incombenze quotidiane, amici comuni, amorosa sollecitudine verso le figlie. Giorgio si dimostra marito servizievole e padre esemplare: la preoccupazione per le bambine e la cura nei loro confronti hanno tratti quasi femminili, scompigliando acquisiti e forse troppo frettolosi schemi di genere. Il colloquio tra i due coniugi (che si scrivono nei brevi periodi di lontananza, quando ad esempio lei, d’estate, è a Livorno o lui alle terme di Montecatini) si esprime nei primi anni nei termini di tenerissimo attaccamento reciproco, attraverso un lessico familiare tessuto di vezzeggiativi e soprannomi (lei è Ghitulla, lui Zorgi, Elena Baby, Aspasia Fuffina), poi si assesta sui toni di un’intimità consolidata e rassicurante, in cui di volta in volta trovano posto i nuovi amici di Margherita, prima Villari poi Schuré.
Durante il soggiorno pisano di Margherita, che come sempre ha con sé la figlia Aspasia49, i due Mignaty intrattengono una corrispondenza regolare, praticamente giornaliera: «Noi ogni giorno attendiamo con grande interesse l’arrivo della posta – scrive lei nel marzo del ’63 –. È il momento della giornata che ci reca maggior piacere»50. Essa mette a parte puntualmente il marito delle persone che incontra, di come passa il tempo, dei propri malesseri: «Sono sempre debole, stanca e con la testa confusa in modo da non poter né leggere (con profitto) né lavorare. Oggi siamo uscite per tre quarti d’ora (dalle quattro e mezzo alle cinque e un quarto) in legno aperto con Emilio, che mi fu mandato dal fratello Pasquale. Questi due fratelli vengono da me la sera, al solito»51. E ancora: «Villari è venuto a chiedere le mie nuove dopo la sua lezione, siccome ieri sera mi sentivo poco bene. Egli mi ha fatto macinare e tostare il caffè di Moka ed oggi l’ho avuto per desinare. Abbiamo mangiato bene, due beccaccine»52.
Con il marito, Margherita si esprime spesso come una donna sofferente (è un tratto ricorrente nelle sue lettere a lui anche in anni diversi), insicura, vittima di una sensibilità troppo acuta e di un «male nervoso», come lei stessa lo chiama, che la rendono preda di una nera malinconia. Con un sorprendente ribaltamento di ruolo, qui è lei a dover essere sostenuta e consolata, forse nell’intento di farsi perdonare la propria diversità proponendosi nel ruolo di persona sofferente e malata: le lettere di Giorgio sono solerti, attente, piene di raccomandazioni perché ella abbia cura della propria salute. Lui, da parte sua, non ha da proporle sottili analisi della situazione politica né particolari drammi personali: la sua corrispondenza è per lo più concentrata su un monotono, rassicurante, affettuoso elenco di vicende familiari e quotidiane: le commissioni eseguite (la magnesia alla farmacia inglese, il tè, il caffè moka), i pasti che si fa servire a buon mercato dalla trattoria sotto casa (minestra, umido, patate lesse, agnello arrosto), le visite ai più cari amici di entrambi (i Trollope e i coniugi Giorgina e Carlo Strozzi, soprattutto), il lavoro di pittore allo studio, i problemi di bilancio economico. C’è nelle sue lettere un’attenzione decisamente femminile ad argomenti minuti e di basso profilo: la pulizia della casa, che egli vuole perfetta per quando la moglie ritorna dalle sue vacanze, i tappeti del salone del cui rinnovo si occupa personalmente, le beghe con i domestici, le toilettes delle signore ad un ricevimento dei Trollope. Lei lo prende garbatamente in giro («Bravo, bravissimo sior Giorgi, che hai fatto pulire il quartiere e ti proponi di dare un ultimatum al salone di tua mano!»)53 ma condivide con lui quel mondo: si interessa degli avvenimenti quotidiani, li commenta, mostra di divertirsi ai racconti su una serata mondana o su una conoscente bizzarra, le piace dilungarsi a descrivergli la raffinata eleganza di un ballo in casa Fenzi54. A questo marito dall’animo buono, mediocre pittore (è qui il caso di ricordare che Domenico Morelli come copista lo stima assai poco, anche se cerca di trovargli dei committenti su richiesta di Villari)55, squattrinato e inetto negli affari, ma che sembra benvoluto e ben inserito nella cerchia amicale e mondana della moglie (la condizione dell’artista costituisce comunque un’attenuante per fallimenti e insuccessi professionali), Margherita affida una parte di se stessa, altra rispetto a quella della «Signora», ninfa Egeria e protettrice. Lui, dal canto suo, è consapevole della diversità della donna che ha sposato, ma l’accetta, ammirandone la cultura e le doti intellettuali, un passo dietro di lei: «Mi pareva di parlare con voi», le scrive intenerito, per raccontarle che ha conosciuto a casa dei Trollope un signore inglese «di immensa intelligenza», appassionato di «tutti quegli studi» che piacciono anche a lei56.
Nel ménage à trois dei Mignaty e di Villari, vissuto alla luce del sole ed esplicitamente riconosciuto dalla loro cerchia (i corrispondenti di Margherita non mancano di inviare i saluti a Giorgio e a Pasquale, con diversa accentuazione a seconda del loro rapporto con l’uno e l’altro)57, quello del marito non sembra un ruolo di pura convenzione: del resto, la convenzione avrebbe previsto una discrezione, nel condurre le proprie scelte affettive, che Margherita rifiuta di avere, compiacendosi di essersi fatta guidare nella vita, come ella stessa scrive a un altro grande amico, Angelo De Gubernatis, «dagli impulsi dell’animo anziché dalle consuetudini e dalle scelte materiali»58. La sua gestione di una situazione tanto complessa è tutt’altro che impassibile e, nel corso dei due decenni e più in cui dura l’amicizia con Villari, sono molti i momenti in cui forse essa prende in considerazione la possibilità di soluzioni diverse: ma, alla fine, la sua famiglia («questa parola – le scrive Pasquale con qualche rimpianto – mi ha fatto crescere la malinconia»)59 rimane quella della stanze di casa Fenzi, via Larga 38.
Tra il ’71 ed il ’72 si consuma tra Pasquale e Margherita una rottura irreversibile e pubblicamente riconosciuta, in primo luogo nella corrispondenza di Giorgio Mignaty60. Nella sua personale ricostruzione della vicenda, Schuré ne trova le cause nelle scelte di Villari, concentrato soprattutto sulle proprie ambizioni professionali e politiche e per cui l’amica non era «un’anima vivente da amare per se medesima e di cui si desidera la fioritura alla luce del mondo, bensì una miniera di cui si sfruttano i tesori e che con ansia si asconde»61. Una versione sostenuta anche da Angelo De Gubernatis, che addirittura nell’orazione pubblica sopra la salma di Margherita, il 30 settembre dell’87, si lascia andare ad una veemente rampogna contro l’antico amico, che essa ha contribuito a rendere illustre e che «ebbe, nei giorni della gloria, la infelicità di dimenticarsi» di lei62. Una decisa accusa di ingratitudine, dunque, che lo Schuré, nel suo Donne inspiratrici, argomenta per qualche pagina, dilungandosi con insistenza sul ruolo decisivo di Margherita nella stesura di quel Savonarola che ha guadagnato la fama all’autore: il quale, però, «non credette opportuno di dedicare pubblicamente il suo libro»63 a lei, rifiutandosi, sempre secondo la testimonianza di Schuré, di sostenere a sua volta la pubblicazione di un volumetto sull’Alighieri e i suoi tempi scritto dalla Mignaty in occasione delle celebrazioni dantesche del ’65, e disinteressandosi in genere del lavoro intellettuale dell’amica64.
La Disposizione testamentaria in difesa del suo libro sul Savonarola è scritta da Villari in più riprese e riveduta nell’aprile del ’17, nell’intento esplicito di difendere l’originalità del proprio lavoro: doveva essere pubblicata solo in caso di estrema necessità, se, dopo la sua morte, «qualche pubblicazione indiscreta» avesse reso «necessaria la rettificazione della verità», ma è rimasta inedita65. In essa l’autore non solo ripercorre la propria relazione amorosa con Margherita, come si è visto, ma si addentra nella questione dei suoi rapporti intellettuali con lei: forzando forse un po’ le illazioni di Schuré, le interpreta come un’esplicita accusa di plagio, e risponde in merito. Ammette di aver letto l’intero manoscritto all’amica, e precisa: «Quella lettura mi fu assai utile. Certo, quanto alla sostanza del lavoro, ella, ignara com’era della storia politica, letteraria e filosofica, nessun aiuto e consiglio pratico poteva darmi. Ma poteva ben dirmi se la narrazione procedeva rapida e naturale [...]. Senza che ella parlasse, io me ne avvedeva dalla espressione del suo volto»66.
L’autenticità del lavoro di Villari non è qui in discussione. Suo e soltanto suo è il Savonarola, il cui progetto egli coltiva fin dalla giovinezza napoletana e che poi, a contatto con Firenze e le sue biblioteche, rielabora completamente, dedicandosi per dieci anni, con ostinata passione, a ricostruire il profilo e la dimensione storica del frate domenicano: una compagnia, per parafrasare il noto giudizio di Eugenio Garin, certo non disadatta allo spirito inquieto di uno come lui, giovane esule e ribelle67.
Solo, la spiegazione di Pasquale (la tiepida ammissione di aver letto all’amica tutto il manoscritto per essere rassicurato riguardo alla scorrevolezza della narrazione) sembra piuttosto sotto tono sia rispetto alla ricostruzione del rapporto con la Mignaty che lui stesso elabora nella Disposizione sia confrontandola con l’ansiosa dipendenza dai giudizi di lei che abbiamo verificato nelle lettere. L’attenta disponibilità da parte dell’amica a leggere bozze e manoscritti per valutarne l’efficacia discorsiva è senz’altro un ruolo importante ai fini della gestazione del Savonarola, ma la presenza di Margherita non si esaurisce in questa sorta di funzione segretariale: troppo forte è la sua influenza su Villari e decisiva ai fini della costruzione della personalità dello studioso e del politico, proprio in quegli anni Cinquanta in cui lui, povero e lontano da casa, ha bisogno di conferme e di sostegno affettivo e materiale. Per dirla con le parole di Edouard Schuré, certo da vagliare con cautela, ma in questo caso senz’altro efficaci,

Il Villari possedeva l’erudizione, una potenza d’analisi, di sottile dialettica, di lavoro accanito, insieme al gusto delle idee generali. Ma l’amica sua gli portava l’esperienza della vita e degli uomini, una conoscenza della letteratura straniera68, tanto più profonda in quanto essa parlava l’inglese, l’italiano, il francese, come fossero state lingue materne [...] gli portava il dono dell’intuizione psichica col senso della prospettiva e dell’armonia dell’insieme [...]. Essa dilatò per eccellenza l’orizzonte dello storico, ne acuì lo sguardo, lo aiutò attivamente nella creazione e nell’elaborazione dell’opera sua, di cui seguì la lenta costruzione con sollecitudine materna69.

Forse, nel rapporto tra i due, la dedizione non è stata paritaria. Quando Margherita, avvicinandosi l’anniversario della nascita di Dante, intende scrivere un libro sulla Commedia e il suo autore, Villari – è lui stesso a raccontarlo – prima le suggerisce di comporre una narrazione popolare della vita dell’Alighieri poi, letto il manoscritto, ne sconsiglia decisamente la pubblicazione70. Nel ’65 il lavoro esce comunque, in inglese, con il titolo An historical sketch illustrative of the life and times of Dante Alighieri with an outline of the legendary history of Hell, Purgatory and Paradise71. Il volume esordisce con una lunga introduzione storica sul Medioevo, la nascita della letteratura italiana, l’evoluzione della lingua, l’affermazione delle libertà municipali; per soffermarsi poi sulla vita di Dante e, tra le opere, la Vita Nuova e la Commedia. Le pagine centrali illustrano miti e leggende concernenti il poema e in particolare le storie medioevali intorno a Virgilio mago; il capitolo finale è dedicato a Beatrice. Di quest’ultima Margherita dà un’interpretazione in coerenza con la propria visione spiritualistica e platonica del mondo: essa è l’idea di bellezza e d’amore che si incarna nella realtà, per diventare guida dell’uomo Dante verso l’elevazione a Dio, bellezza e amore assoluti72. Le tematiche storiche del libro rivelano l’interesse dell’autrice (che su questi stessi motivi tornerà in un successivo lavoro73) per argomenti praticati anche da Villari: sono molte, nel volume della Mignaty, le idee e le suggestioni che sembrano provenire da scambi di vedute e discussioni con il suo amico storico, come il valore delle autonomie comunali, la decadenza della civiltà fiorentina con la perdita della libertà, il ruolo del volgare, il rapporto della letteratura italiana delle origini con quella francese. Manca però, nel suo libro, la visione d’insieme: il testo risulta per lo più farraginoso, frammentario, con l’aggravante di un linguaggio spesso sovrabbondante e retorico, come se all’autrice fosse mancata la capacità di dare un’impostazione unitaria a motivi pur interessanti, di ordinare le idee imponendosi un filo conduttore. Poco dopo l’uscita del volume, Villari pubblica a sua volta Alcune leggende e tradizioni che illustrano la Divina Commedia (dell’imminente pubblicazione di questo lavoro Margherita dà puntuale notizia in una nota del suo Historical sketch74). Il libro, dopo un’ampia introduzione storico-letteraria su Dante e la letteratura in Italia, riporta, trascrivendole da antichi manoscritti, storie inerenti a visioni ultramondane (tra cui quella di san Paolo) e la leggenda di Virgilio mago tratta dalla Cronaca napoletana di Bartolommeo Caracciolo75. C’è evidentemente una forte affinità con i temi trattati dalla Mignaty: si intravedono discorsi e amicizie comuni, un contesto condiviso, del materiale confrontato. Viene l’idea che forse, il compagno di tante discussioni e scambi di vedute, che all’amica ha sottoposto per intero la lettura dei due corposi tomi del Savonarola, avrebbe potuto intervenire rispetto al libro di lei con maggiore buona volontà, suggerendo, proponendo, aggiustando, dandosi un po’ da fare, insomma, ai fini di migliorarne l’impostazione. Margherita dimostra di avere molto a cuore il proprio lavoro di scrittrice, ci tiene a pubblicarlo e cerca costantemente di sottoporlo al giudizio di Pasquale, in un rapporto con lui che essa immagina paritario anche a livello intellettuale: nelle sole tre lettere di lei all’amico che ci sono pervenute, ricorre, in tutte, il riferimento ai propri studi76. Villari, forse, più che dall’invidia professionale e dall’aridità affettiva suggerite da Schuré, è frenato da una percezione dei ruoli rispettivi, inespressa ma condizionante, che non prevede per l’amica, la sua «Signora» intelligente, compassionevole e teneramente dedita a lui, una pubblica affermazione come studiosa e scrittrice. Di Margherita egli riconosce la dimensione di prestigio sociale e l’importante ruolo culturale nell’élite fiorentina: un aspetto di lei che ammira incondizionatamente ma che, nella sostanza, rimane coerente con un acquisito modello femminile realizzato attraverso la mondanità, la socievolezza, la capacità di contattare, conversare, capire. L’estensione ad un ambito più ampio, insomma, della tradizionale, buona gestione di un salotto, se pure da parte di una donna particolarmente intelligente e capace. Quando lei cerca invece una realizzazione autonoma come intellettuale e studiosa, come donna che vuole scrivere, sembra allora che le sue ambizioni appaiano all’amico ingenue, inadeguate, comunque scarsamente rilevanti: la tiepida attenzione che egli riserva ai lavori di Margherita contrasta singolarmente, ad esempio, con le assidue, incoraggianti proposte di lavoro e collaborazione che le vengono da Angelo De Gubernatis77.
Come si è detto, le lettere di Margherita a Villari sono solo tre, e si collocano tutte nella fase conclusiva della loro relazione. Leggendole si intravede come Pasquale, ormai uomo maturo e affermato studioso e politico, esprima ancora, con lei, una disposizione emotiva e affettiva caratterizzata dal bisogno di sostegno e di conferme. «Ho ricevuto con piacere una vostra lettera più umana e tranquilla nel tono morale – scrive la Mignaty il 3 agosto del ’70, mentre lui si trova a Napoli –. Mi è grato sapere che avete trovato assai benino tutti i cari individui della vostra famiglia e che abbiate una cameretta apparte, nell’appartamento di Ernesto. A questo modo potete concentrarvi: ed essere nello stesso tempo presso i vostri». Ancora una volta coinvolta nel malessere dell’amico, essa si sente rassicurata perché lui sta meglio e, ancora una volta, si preoccupa che possa dedicarsi in tranquillità al proprio lavoro intellettuale disponendo, in casa del fratello Ernesto, di una stanza tutta per sé. Poi prosegue: «Nelle pene dell’animo il migliore medico è colui che più c’intende e ci ama. E, abbenché sia assai vero che la vostra scienza non possi oltrepassare quella del “Medico”, in certe materie; pure il fatto stesso di poter ragionare di un soggetto che altamente ci interessa, con persona amata e amica, è già un bene. Per noi donne, che più di assai che voi altri uomini ci si pasce nell’Ideale, il consorzio di persona veramente simpatica ai nostri intimi affetti è come nuova vita, è la meta a cui tende l’anima nostra e che meglio che ogni altra gioia appaga i nostri desideri». La fragilità dell’amico è per lei l’occasione per alludere indirettamente a se stessa, alla propria fragilità, ai propri bisogni interiori, forse esprimendo l’inconscio desiderio di lasciare una volta il ruolo di medico per interpretare quello dell’ammalato: nelle tendenze del proprio animo, che privilegia la sfera affettiva rispetto ad altri interessi, crede di riconoscere il segno di un’identità di genere largamente condivisa.
Probabilmente il senso della relazione con Villari, passata attraverso le diverse sfumature dell’amore-passione, del sodalizio, dell’amicizia, è già logorato, all’inizio di quegli anni Settanta, nell’intimo di Margherita. La lettera che essa scrive per accompagnare l’invio all’amico di un ritratto di Morelli, una breve missiva senza data ma attribuibile anch’essa intorno al ’70, fa intravedere, nel malinconico esordio, la percezione di una storia ormai esaurita, il senso di un distacco interiore già avvenuto:

Carissimo Villari, permettetemi di offrirvi come dono spontaneo e tributo, che deve legare il passato nostro all’amico Morelli, il bozzetto che quest’ultimo mi favorì: e che mi è stato compagno da ben dodici anni (!) nella stanza dei molti miei dolori e patimenti morali! In quella pallida Donna vi è tutt’una storia [...] vi rammenterà la nostra.

Forse la rottura non è ancora consumata (Margherita accenna più oltre al prossimo invio di un proprio manoscritto), ma tra queste righe già se ne avverte l’ineluttabilità. L’incontro con Schuré nel ’72 rappresenta l’occasione contingente di questa rottura. Quando Villari scrive la sua Disposizione testamentaria, a distanza di decenni, il ricordo dell’evento sembra ancora suscitargli un non sopito sentimento misto di gelosia, incredulità, smarrimento, con la punta di astiosa cattiveria di chi non ha perdonato:

Fu nel ’71 che comparve sulla scena il Francese. [...] La signora Mignaty, sebbene fosse allora già avanzata in età, si tingesse i capelli e facesse uso del belletto, si propose di conquistare lo Schuré, entusiasmandolo con la sua eloquenza, e finì col riuscirvi, come ella stessa mi dichiarò. Ciò era talmente contrario all’idea che, per molti e lunghi anni, mi ero formato di lei, resistendo ai giudizi più volte sentiti in contrario, che mi svegliai come da un lungo sogno, e interruppi per sempre ogni relazione avuta con lei78.

Qualche sporadico contatto tra i due avviene anche in seguito – ad esempio in occasione della malattia che porterà alla morte la madre di Pasquale – ma nella sostanza il rapporto tra Villari e la Mignaty non avrà più storia, non trovando il modo di trasformarsi in una diversa amicizia. Egli, che alla fedeltà per Margherita ha fino ad ora sacrificato la possibilità di costituire una famiglia propria, ha appena conosciuto, come sappiamo, Linda Mazini White e, dopo qualche anno, nel ’76, la sposa: sceglie per moglie un’amica, una compagna di vita, attiva e intelligente, che scrive e si interessa di politica. L’educazione sentimentale e umana vissuta nel pieno della gioventù a fianco di una donna diversa non è stata solo «un lungo sogno», ma ha profondamente segnato la sua visione del mondo79.
Margherita, il cui cuore «si pasce nell’Ideale», è pronta per intraprendere un nuovo viaggio.

Note

1. L’amicizia tra Pasquale e Margherita è stata per lo più ignorata dagli studiosi di Villari. Se Gaetano Salvemini cita qualche brano delle lettere dell’uno all’altra censurando il nome della destinataria (si limita a definirla «persona amica»: cfr. G. Salvemini, Maestri e compagni. Pasquale Villari, in Scritti vari (1900-1957), a cura di G. Agosti e A. Galante Garrone, Feltrinelli, Milano 1978, p. 68), Giovanni Spadolini, ricostruendo l’ambiente fiorentino in cui lo studioso napoletano si è formato, riporta una pagina della Disposizione testamentaria in difesa del suo libro su Savonarola, documento autografo e inedito conservato presso la Biblioteca Apostolica Vaticana (d’ora in poi bav) (Carteggio Villari, 93, 404-414) ma ne omette tutta la parte riguardante la relazione con lei nell’intento di rispettare la dimensione privata di quel documento (su di esso torneremo più avanti). Cfr. G. Spadolini, La Firenze di Pasquale Villari, Cassa di Risparmio, Firenze 1989, p. 278. In anni più recenti, qualche considerazione sul ruolo della Mignaty non solo rispetto alla formazione di Villari ma nell’insieme del contesto intellettuale fiorentino in M. Moretti, Pasquale Villari e l’istruzione femminile: dibattiti di opinione e iniziative di riforma, in S. Soldani (a cura di), L’educazione delle donne. Scuole e modelli di vita femminile nell’Italia dell’800, FrancoAngeli, Milano 1989, p. 500; N. Urbinati, Le civili libertà. Positivismo e liberalismo nell’Italia unita, Marsilio, Venezia 1990, in particolare pp. 11 ss.; F. Bertini, Villari e l’ambiente culturale fiorentino negli anni sessanta, in Pasquale Villari nella cultura, nella politica e negli studi storici, Atti del Convegno di studi, in “Rassegna storica toscana”, 1998, 1.
2. Sull’ambiente intellettuale che costituisce l’entourage del ’48 a Napoli è ormai un classico G. Oldrini, La cultura filosofica napoletana dell’Ottocento, Laterza, Roma-Bari 1973. Per quanto riguarda la giovinezza di Villari nella capitale partenopea cfr. M. Moretti, Alla scuola di De Sanctis: la formazione napoletana di Pasquale Villari (1844-1849), in “Giornale critico della filosofia italiana”, 1984, 2. Una testimonianza diretta è quella dello stesso P. Villari, Prefazione a Id. (a cura di), Memorie e scritti di Luigi La Vista, Le Monnier, Firenze 1863.
3. Interessante la ricostruzione dell’esperienza degli studi privati da parte di due protagonisti: La giovinezza di Francesco De Sanctis. Frammento autobiografico, a cura di Pasquale Villari con Introduzione dello stesso, Morano, Napoli 1912.
4. Frammenti di diario e rimembranze della propria vita, diario giovanile inedito di Pasquale Villari, bav, Carteggio Villari, 90, ff. 239-374, f. 339.
5. Ivi, f. 569. Sugli ideali romantici del giovane Villari e del suo ambiente cfr. A. Villari, Introduzione a D. Morelli, Lettere a Pasquale Villari (1849-1859), vol. 1, Bibliopolis, Napoli 2002.
6. Villari, Introduzione a Morelli, Lettere a Pasquale Villari, cit., p. xlix, nota 85.
7. Sul ruolo degli intellettuali nei salotti di conversazione dell’Ottocento, cfr. M. T. Mori, Salotti. La sociabilità delle élite nell’Italia dell’Ottocento, Carocci, Roma 2000, pp. 126 ss.
8. Lettera del 5 luglio 1850, in Morelli, Lettere a Pasquale Villari, cit., p. 68. L’incontro con Margherita dovette costituire per Pasquale una sorta di folgorazione, dato che già nell’aprile Morelli scrive così all’amico: «L’ultima lettera che ho ricevuta è quella in cui hai parlato di una bellissima signora donna di un artista, e leggendo quella lettera ho pensato alla impressione che ha dovuto fare a te, perché l’ài dipinta in modo da innamorare», lettera del 15 aprile 1850, ivi, p. 59.
9. Frammenti di diario e rimembranze della propria vita, cit., f. 366.
10. E. Schuré, Donne inspiratrici, Laterza, Bari 1930. Edizione originale: Femmes inspiratrices et poétes annonciateurs. Mathilde Wesendork, Cosima Listz, Marguerite Albana Mignaty, Perrin et Co., Paris 1908.
11. Disposizione testamentaria in difesa del suo libro sul Savonarola, cit., f. 407.
12. Ibid.
13. Così Angelo De Gubernatis nel discorso tenuto in occasione dei funerali di Margherita: «Con mirabile intuizione, in ogni nuovo ospite che ella accoglieva nel suo salotto ospitale, ricercava la scintilla latente crescendo coraggio anche ai più umili, ed accendendo in ogni ingegno, anche modesto, un bel fuoco ideale. [...] Sapeva, col calore del suo affetto, destare l’amor proprio degli scrittori e degli artisti che la circondavano, i quali studiosi di piacerle, mettevano in opera presso di lei una certa civetteria», Margherita Albana Mignaty. Parole di compianto proferite sopra la salma in una sala della stazione ferroviaria di Firenze nel pomeriggio del 30 settembre 1887 da A. De Gubernatis ed E. Schuré, Tip. Luigi Niccolai, Firenze 1887, pp. 5-6.
14. Disposizione testamentaria, cit., f. 408.
15. Presso la Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze (bncf) sono conservate 32 lettere di Villari alla Mignaty, collocate Carteggi Vari, 466, buste 13-14 (ne indicherò d’ora in poi solo la busta e il numero d’ordine). Sono tutte datate tra il settembre 1860 ed il gennaio 1861, e a questo periodo sono attribuibili anche quelle senza l’indicazione dell’anno, tranne la prima. Di Margherita a Villari sono disponibili solo 3 lettere, due datate 1870 e una
s. d., conservate presso la bav, Carteggio Villari, 32, 469-475.
16. 26 marzo 1850, b. 13, 1. «Piove, il Tevere ha straripato, e un’opprimente malinconia provoca allo scrivente malesseri fisici: io mi reggo a mala pena, mi sento male, ho l’animo pieno di dolore e di angoscia». Per quanto riguarda il giudizio di Villari sugli studi degli artisti, tra tutti preferisce lo scultore Pietro Tenerani di cui apprezza «la morbidezza e delicatezza di forme» e nel cui atelier può ammirare una testa di Cristo e due Psiche.
17. Questi aspetti del rapporto tra Villari e la Mignaty richiamano una modalità di relazione tra la padrona di casa e un giovane intellettuale che è ricorrente in molti salotti ottocenteschi. Cfr. al riguardo M. T. Mori, Maschile, femminile: l’identità di genere nei salotti di conversazione, in M. L. Betri, E. Brambilla (a cura di), Salotti e ruolo femminile in Italia tra fine Seicento e primo Novecento, Marsilio, Venezia 2004.
18. Nella bncf sono conservate 6 lettere di Domenico Morelli (datate dal 1856 al 1870) con 6 disegni (cv, 199, 43-48) e 8 lettere di Virginia, datate 1857-72 (cv, 199, 49-56).
19. bncf, cv, 199, 52, lettera del 23 novembre 1861.
20. «Ebbene io vedo che l’influenza della Signora a poco a poco ti ha finalmente condotto a vedere così»: lettera del 18 ottobre 1857, in Morelli, Lettere a Pasquale Villari, cit., p. 337. Nella lettera precedente, datata 14 ottobre, Morelli scrive: «Quando tu mi parlasti di voi la prima volta, a me spiacque l’avvenimento, non lo compresi e non lo seppi vedere bene» (ibid.): chiara allusione alle difficoltà nell’entourage napoletano di Pasquale ad accettare la sua relazione con una donna sposata. Da parte sua Villari, nell’imputare all’amico scarsa correttezza verso Virginia, ricorre ad accenti che dimostrano quanto, ormai trentenne e a quasi dieci anni dall’incontro con Margherita, coltivi ancora nell’animo una concezione dell’amore romantica e idealista: «Dove sono quei nostri sogni per la donna? Così dovevano finire quelle tue idee di paladini e di cavalieri, e di trovatori? Tu certo non ti rammenterai che divenimmo amici il giorno che mi parlasti di certe tue idee nobili sull’amore e sulla donna. Dimmi eri sincero allora?», lettera di Villari a Morelli del 9 ottobre 1857, ivi, p. 338.
21. bncf, cv, 199, 46, lettera del 24 dicembre 1856.
22. Ibid. I piccoli Morelli muoiono di difterite a distanza di pochi giorni l’una dall’altro: Eva, a tre anni, nel dicembre del 1856, Venturino, ad un anno, nel gennaio del 1857.
23. P. Villari, La storia di Gerolamo Savonarola e dei suoi tempi narrata da Pasquale Villari con l’aiuto di nuovi documenti, Le Monnier, Firenze 1859-61, 2 voll.
24. Cfr. M. L. Cicalese, Note per un profilo di Pasquale Villari, Istituto storico per l’età moderna e contemporanea, Roma 1979, pp. 89 ss.
25. Temi simili a quelli trattati nella corrispondenza con Margherita, ad esempio, nella lettera da Napoli a Gino Capponi del 18 settembre 1860, in M. L. Cicalese, Dai carteggi di Pasquale Villari. Corrispondenze con Capponi, Mill, Fiorentino, Chamberlain, Istituto storico italiano per l’età moderna e contemporanea, Roma 1984, pp. 85-6. Le lettere napoletane di Villari alla Mignaty sono citate in riferimento alla formazione intellettuale del primo da Mauro Moretti, Silvio Spaventa e Pasquale Villari, in Silvio Spaventa. Filosofia, diritto, politica, Atti del Convegno, Bergamo 26-28 aprile 1990.
26. Lettera del 26 settembre 1860, b. 13, 4.
27. Sulla particolare impostazione “morale” del liberalesimo di Villari e sulle sue aperture sociali sono ancora ricche di suggestioni le note di Gaetano Salvemini, Pasquale Villari in Scritti vari, cit. Cfr. inoltre E. Garin, Un secolo di cultura a Firenze da Pasquale Villari a Piero Calamandrei, in La cultura italiana tra ’800 e ’900, Laterza, Bari 1962 e, dello stesso, Introduzione a P. Villari, I mali dell’Italia. Scritti su mafia, camorra e brigantaggio, Vallecchi, Firenze 1995.
28. Le citazioni sono tratte rispettivamente dalle lettere del 16 ottobre (b. 13, 8) e 19 ottobre (b. 13, 9).
29. Lettera dell’8 dicembre 1860, b. 13, 13.
30. Lettera a Farini datata 9 dicembre 1860, in La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia. Carteggi di Camillo Benso conte di Cavour, Zanichelli, Bologna 1960-61, vol. iv, p. 43.
31. Lettera dell’11 dicembre 1860, b. 13, 11.
32. «Io non ho mandato la lettera a Farini dopo la vostra che mi sconsigliava, ne so se sono più a tempo»: così Villari a a Margherita (lettera datata 12-13 dicembre 1860, b. 13, 15). La lettera a Farini del 9 dicembre è inviata acclusa ad un’altra datata 15 dicembre: il ritardo nella spedizione, come si vede causato dai dubbi di Margherita, è da Villari giustificato con la preoccupazione di parere un importuno (La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia, cit., p. 78). Sulla relazione a Mamiani e le successive lettere a Farini cfr. E. Garin. Una lettera meridionale di Pasquale Villari , in “Il pensiero politico”, 1969, n. 1.
33. Le sette corrispondenze alla “Perseveranza” sono state pubblicate in volume a cura di Gaetano Salvemini, P. Villari, Le prime lettere meridionali, La Voce Soc. An. Ed., Roma 1920. Forse più note le successive quattro corrispondenze che Villari ha pubblicato tra il marzo e l’aprile del 1875 sull’“Opinione” di Roma, poi edite in volume: P. Villari, Le lettere meridionali e altri scritti sulla questione sociale in Italia, Le Monnier, Firenze 1878. Sul meridionalismo dell’autore cfr. M. Sagrestani, Villari e le “Lettere meridionali”, in “Rassegna storica toscana”, gennaio-giugno 1998.
34. Necrologio di E. Peruzzi cit. in S. Soldani, Prefazione a E. De Amicis, Un salotto fiorentino del secolo scorso, a cura di E. Benucci, ets, Pisa 2002, p. 11.
35. Ivi, p. 95. Villari, amico della Peruzzi, ne frequentò assiduamente il salotto: cfr. M. L. Cicalese, Pasqualino Villari nel salotto di Emilia Peruzzi, in Salotti e ruolo femminile in Italia, cit. Anche i coniugi Mignaty furono in rapporti di buona conoscenza con i Peruzzi: «Dopo pranzo sono andato a fare visita alla Peruzzi, la quale ebbe piacere di vedermi», racconta Giorgio alla moglie (lettera del 7 ottobre 1873, cv, 198, 169); «Ieri domenica venne il Peruzzi», scrive da parte sua Margherita al coniuge che è a Parigi (lettera del 12 febbraio 1866, cv, 199, 37).
36. La polemica contro repubblicani e garibaldini si fa ogni tanto sentire anche nella corrispondenza tra Margherita e il marito, su cui torneremo più avanti. Ad esempio, in una lettera a Giorgio da Pisa datata 25 marzo 1863 essa si compiace del fatto che la visita di Garibaldi nella cittadina toscana sia stata accolta con indifferenza dalla pubblica opinione, a parte il riprovevole entusiasmo di «qualche mascalzone» (bncf, cv, 199, 4). Nell’epistolario di Margherita altre corrispondenze manifestano il vivo interesse suo e di amiche donne alle questioni politiche. Notevole ad esempio una lettera di Cornelia Martinetti, scritta in francese e datata 26 luglio 1849, dove la signora bolognese, passata alla storia soprattutto per l’amicizia con Foscolo e la raffinatezza mondana, esprime un forte sentimento di angoscia per la situazione politica tale da farle dimenticare qualsiasi altro sentimento (bncf, cv, 466, 7). Per quanto riguarda la Mignaty, Villari non è il solo interlocutore uomo che le scrive di politica, come testimonia la corrispondenza a lei di Giovanni Rosini, amico e corrispondente anche del marito. Cfr. ad esempio alcune lettere datate 1848-49, bncf, cv, 200, 226-235.
37. Lettera del gennaio 1861, b. 13, 17.
38. Lettera dell’11 dicembre 1860, b. 13, 14.
39. Lettera del 25 gennaio 1861, b. 14, 24.
40. Lettera del 21 gennaio 1861, b. 14, 23.
41. «È uscito anche un articolo nell’Italia sopra Luigi La Vista. Sebbene faccia lodi del libro e dica qualche cosa in mio favore, io non ne sono molto contento. Ne giudicherete voi stessa», lettera datata 1861, senza mese, b. 14, 27. Qui Villari si riferisce al libro degli scritti di La Vista da lui curato e prefato, Memorie e scritti di Luigi La Vista, Le Monnier, Firenze 1863.
42. «Potrei darvi l’abbozzo che ho scritto», così Villari a proposito di un proprio lavoro di filosofia che giudica «assai mal fatto».
43. «È uscito il nuovo canto dell’Aleardi che, se non avete letto, vi manderò subito», lettera del 10 gennaio 1861, b. 14, 22.
44. Lettera del 23 gennaio 1861, b. 13, 21.
45. Lettera del 14 gennaio 1861, b. 13, 19. Villari, come risulta anche dalle lettere all’editore Le Monnier, dispone che le prime copie del suo libro vengano inviate a casa dei Mignaty, da dove, grazie a Margherita e alla sua buona conoscenza dell’élite intellettuale e politica, saranno destinate a chi di dovere. «Voi sapete chi le deve avere – scrive Pasquale all’amica – così le darete a chi vi parrà, venendo io riceverò le altre copie e continuerò la distribuzione» (lettera del 23 gennaio 1861, b. 13, 21). Le lettere a Le Monnier in Spadolini, La Firenze di Pasquale Villari, cit., pp. 154 e 158.
46. Emilio Villari, più giovane del fratello Pasquale, era professore di fisica e chimica al liceo di Pisa (sarà poi ordinario all’Università di Bologna). Qualche notizia in A. De Gubernatis, Dizionario biografico degli scrittori contemporanei, Le Monnier, Firenze 1879-80,vol. 1, ad vocem. Presso la bncf sono conservate 9 lettere di Emilio a Margherita (cv, 199, 152 e cv 203, 64-71) datate dal 1856 al 1872, alcune senza data. Da questa corrispondenza risulta un rapporto tra i due affettuoso, con qualche sfumatura di ambiguità difficilmente interpretabile. Ad esempio in una lettera s.l. e s.d., ma scritta verosimilmente da Bologna, Emilio, lontano da Margherita da due mesi, si rivolge così all’amica (che chiama «mia amatissima»): «Voglio pregarvi assai ardentemente che non vi scordiate di me perché io non passa una giornata senza ragionare di voi con me medesimo e perché vi assicuro che merito essere contraccambiato con l’amore» (cv, 203, 69).
47. «Egli era un po’ selvatico, senza profondità spirituale, né superiorità d’intelligenza, con ingenuità ed impeti da maleducato. [...] Ebbe sempre per la moglie una specie di ammirazione muta e di timore, come dinnanzi ad un essere superiore che non riusciva a comprendere; simile ad un buon cane da guardia che il padrone ipnotizza collo sguardo e domina col gesto, nonostante il suo abbaiare». Così Schuré, Margherita Albana Mignaty, in Donne inspiratrici, cit., pp. 126 e 128. In questo ritratto senza indulgenza c’è forse qualcosa di vero. Eppure Margherita, già approdata all’amicizia con Schuré, passata attraverso le traversie di trent’anni di matrimonio, nel 1875 scrive ancora al marito parole come queste: «Confesso che mi pesa assai questa solitudine che mi fa tornare a galla tutte le mie malinconie [...]. La tua presenza, la tua compagnia mi aiuterà a svagarmi e mi darà consolazione [...]. Ho bisogno di essere calmata e riconfortata da te e di sentire raccontare notizie e sciocchezze (magari) del mondo esterno», lettera, da Stresa a Firenze, del 31 luglio 1875, bncf, cv 199, 29.
48. Nella bncf sono conservate 33 lettere di Giorgio Mignaty alla moglie (cv 198, 163-193 e cv 199, 31-32) datate dal 1847 al 1873, 41 lettere di Margherita al marito (cv 198, 201-210; cv 198, 196; cv 199, 13-30; cv 199, 33-38; cv 199, 1-5) datate dal 1847 al 1880.
49. Pittrice dilettante, Aspasia, legatissima alla madre, la seguiva regolarmente in tutti i suoi spostamenti, aiutandola a gestire la corrispondenza e facendone le veci nei non rari periodi in cui essa era sofferente. Con Villari, la figlia di Margherita (che all’epoca dell’incontro tra i due è una bambina piccolissima, intorno ai tre anni) aveva un rapporto molto affettuoso e non convenzionale, cresciuto evidentemente in una lunga consuetudine fin dall’infanzia. Nelle lettere a lui (4 sono conservate presso la bav, Carteggi Villari, 32, 462-468) il tono è scherzoso e confidenziale: gli si rivolge con il “tu” e si firma come «nipote». Nella bncf sono conservate 2 lettere di Aspasia al padre (cv, 199, 30 e cv 199, 14) datate 1866 e 1880 e una, da Corfù, alla madre (Vari, 275, 64) datata 1870. Scarne notizie su di lei in C. Catanzaro, La donna italiana nelle scienze, nelle lettere, nelle arti. Dizionario biografico delle scrittrici e delle artiste viventi, tip. Cappelli, Firenze 1892, ad vocem.
50. Lettera del 20 marzo 1863, cv, 199, 4.
51. Ibid.
52. Lettera del 18 marzo 1863, cv, 199, 18.
53. Lettera del 25 marzo 1863, cv, 198, 210.
54. Il ballo era «splendido per bellezza e ricchezza di toelette», Margherita stessa indossava il costume «più bello» e «meglio portato» di tutta la festa, l’«Aspasia era assai carina» e su tutte brillava «la nudità della Rattazzi» (lettera del 25 geannaio 1866, cv, 199, 22). Qui la Mignaty si riferisce a un famoso ballo in casa di Ernesta ed Emanuele Fenzi in cui Maria Rattazzi, moglie di Urbano, si presentò eccentricamente vestita in un succinto costume da Baccante. L’evento causò molto scalpore e molte critiche nell’ambiente dell’élite fiorentina: nessuna censura moralistica, invece, nella lettera di Margherita, che commenta divertita: «in compenso le sue carni sono stupende» (ibid.). Sull’episodio cfr. U. Rogari, Due regine dei salotti nella Firenze capitale. Emilia Peruzzi e Maria Rattazzi fra politica, cultura e mondanità, Sandron, Firenze 1992, pp. 118 ss.
55. Cfr. Villari, Introduzione a Morelli, Lettere a Pasquale Villari, cit., pp. xlii ss. Qualche cenno su Giorgio Mignaty pittore in A. De Gubernatis, Dizionario degli artisti italiani viventi, Le Monnier, Firenze 1889 e A. Comanducci, Dizionario illustrato dei pittori, disegnatori e incisori italiani, L. Patuzzi, Milano 1972, vol. 3, ad vocem (ma quest’ultimo profilo si limita a riprendere quasi testualmente le poche righe del De Gubernatis).
56. Lettera del 25 marzo 1863, cv, 198, 183.
57. In assenza di Giorgio, ad esempio, Margherita è invitata a pranzo da comuni conoscenti insieme alla figlia Aspasia e a Villari, come ella stessa racconta in una lettera al marito a Parigi (12 febbraio 1866, cv, 199).
58. Lettera senza data (ma ascrivibile al febbraio 1865). Qui Margherita vuole esprimere la propria solidale comprensione all’amico che, in polemica con l’élite politica liberale toscana, dà le dimissioni, nel 1865, dalla sua carica di professore di sanscrito all’Istituto di Studi Superiori fiorentino. L’amicizia tra i due, iniziata dall’arrivo di De Gubernatis a Firenze, nel 1863, durerà fino alla morte di Margherita, sostenuta da una intensa affinità di interessi ed orientamenti intellettuali: «condiscepoli nella gran Patria del Pensiero – gli scrive la Mignaty – di quella in cui si vive pel Progresso delle Idee e della Civiltà» (lettera del 17 novembre 1882). Nella bncf sono conservate 38 lettere di Margherita a De Gubernatis (De Gubernatis, cass. 87, n. 27) e 6 di lui all’amica (cv, 195, 173-178). Di Margherita Albana Mignaty De Gubernatis ha tracciato un suggestivo ritratto in Fibra. Pagine di ricordi, Forzani, Roma 1900, pp. 199 ss.; a lei, inoltre, dedica un profilo nel suo Dizionario biografico degli scrittori contemporanei, cit., ad vocem. Sui rapporti tra Villari, la Mignaty e De Gubernatis cfr. Bertini, Villari e l’ambiente culturale fiorentino negli anni sessanta, cit.
59. Lettera del 27 gennaio 1861, b. 14, 26.
60. Una lettera a Margherita del 2-3 ottobre 1873 allude esplicitamente ad una rottura con Villari consumata da un pezzo, cv, 198, 192.
61. E. Schuré, Margherita Albana Mignaty, in Donne inspiratrici, cit., p. 141.
62. Margherita Albana Mignaty. Parole di compianto, cit., p. 3. «Eppure egli solo – continua l’oratore – avrebbe potuto celebrare degnamente la nostra compianta amica, perché la vide ed ammirò, per la consuetudine di oltre un decennio, nel pieno trionfo della sua grazia e della sua bellezza»: un definitivo riconoscimento, pur in un tale contesto, della priorità nella vita di Margherita del rapporto con Villari (ibid.).
63. Schuré, Margherita Albana Mignaty, in Donne inspiratrici, cit., p. 138.
64. Ivi, pp. 137-43. Anche l’adesione al positivismo di Villari è sottolineata da Schuré come motivo di allontanamento da parte di Margherita, «platonica prima ancora d’aver letto Platone, teosofa senza saperlo, occultista per intuizione e per esperienza, religiosa nell’anima e nel pensiero», p. 139.
65. «Con grande ripugnanza – scrive Villari – mi sono indotto a scrivere questi ricordi, dopo averci pensato e ripensato», Disposizione testamentaria, cit., f. 411.
66. Ivi, f. 408.
67. Cfr. Garin, Un secolo di cultura a Firenze da Pasquale Villari a Piero Calamandrei, cit., p. 82. Sul Savonarola cfr. anche M. Moretti, Alcuni documenti relativi alla composizione della Storia di Gerolamo Savonarola e de’ suoi tempi di Pasquale Villari, in Scritti in onore di Eugenio Garin, Scuola normale superiore, Pisa 1987 e G. Giarrizzo, P. Villari, lo storico, in “Rassegna storica toscana”, 1998, 1.
68. N. Urbinati (Le civili libertà, cit., pp. 12-3) sottolinea come Villari proprio attraverso la Mignaty, ammiratrice di Gladstone, fosse entrato in contatto con la letteratura inglese e quindi anche con Stuart Mill, la cui opera contribuì a divulgare in Italia. Proprio a Glad-stone, «amico della letteratura e dell’arte greca e italiana, campione della libertà civile e religiosa», Margherita, non a caso, dedicò il suo volume Sketches of the historical past of Italy from the fall of the Roman empire to the earliest revival of letters and arts, Bertley and son, London 1876. Sui rapporti di Villari con Mill e la loro corrispondenza cfr. Cicalese, Dai carteggi di Pasquale Villari, cit.
69. Schuré, Margherita Albana Mignaty, in Donne ispiratrici, cit., p. 138.
70. Disposizione testamentaria, cit., p. 409.
71. M. Albana Mignaty, An historical sketch illustrative of the life and times of Dante Alighieri with an outline of the legendary history of Hell, Purgatory and Paradise, Bettini, Firenze 1865.
72. Ivi, pp. 278 ss.
73. Mignaty, Sketches of the historical past of Italy from the fall of the Roman empire to the earliest revival of letters and arts, cit.
74. Mignaty, An historical sketch illustrative, cit., p. 228, nota 1.
75. Alcune leggende e tradizioni che illustrano la Divina Commedia precedute da alcune osservazioni di Pasquale Villari, Annali delle Università Toscane, Pisa 1866, edizione anastatica Forni, Pisa 1979.
76. La Mignaty invia all’amico, per farglieli leggere ed averne un’opinione, il manoscritto di Sketches of the historical past of Italy e quello dello studio in francese Le théâtre de Bayreuth et la réforme musicale de Richard Wagner (poi pubblicato, in francese, presso la tipografia Galileiana, Firenze 1873). Cfr. la lettera da Firenze, datata 1870, bav, 32, f. 472 e s.d., ivi, f. 474. In quest’ultima corrispondenza Margherita comunica anche all’amico l’intenzione di lavorare con serietà ad uno studio su Shelley «che dovrebbe essere condotto con accuratezza e precisione: quindi non facile a comporre e a sviluppare» (cfr. M. Albana Mignaty, Byron e Shelley e studio postumo sul genio di Shelley ed il suo Prometeo, Ademollo, Firenze 1889, Prefazione di E. Schuré).
77. Fabio Bertini, nel citato articolo Villari e l’ambiente culturale fiorentino negli anni sessanta, si sofferma sul coinvolgimento della Mignaty, da parte di De Gubernatis, nel progetto della rivista “La civiltà italiana”, che uscì nel gennaio del 1865. Vale la pena sottolineare, al proposito, come proprio Villari, discutendo con De Gubernatis quel progetto, gli consigliasse di rivolgersi a Margherita come consigliera: «Fate sentire il programma alla signora Mignaty – scriveva – la quale meglio di ogni altro vi può dire il linguaggio che conviene tenere» (lettera del 25 novembre 1864, bncf, De Gubernatis, 131, 15). La corrispondenza tra i due, negli anni Settanta e Ottanta, attesta l’affettuosa disponibilità del professore verso Margherita, dalle proposte di lavoro all’interessamento presso editori.
78. Villari, Disposizione testamentaria, cit., f. 410.
79. È qui inevitabile ricordare l’attenta sensibilità del Villari politico nei confronti delle problematiche inerenti la questione femminile. Cfr. su questo argomento Moretti, Pasquale Villari e l’istruzione femminile, cit. L’autore richiama l’attenzione, tra l’altro, su una argomentazione ricorrente negli scritti di Villari, che attribuisce alla donna «una sorta di primato morale affidato all’“ispirazione”, alla genuinità del sentimento» (p. 502): come non riconoscere in queste posizioni l’influenza di Margherita, la donna “ispiratrice” per eccellenza?