«Lo splendore del Vero»:
l’incontro di Margherita Albana Mignaty con Edouard Schuré

di Lucetta Scaraffia

Nel dicembre del 1871 fui presentato a Margherita Albana, nel suo salotto di Firenze, da Malvida di Meysenburg, amica di Alessandro Herzen, di Mazzini e di Riccardo Wagner, ed egregia autrice delle Memorie di una idealista. Ero sceso in Italia, coll’idea di scrivere il mio libro sul Dramma musicale in un orizzonte di calma e bellezza. Fin allora avevo soltanto pubblicato la mia Storia del Lied, che mi procurò le preziose amicizie di Michelet e di Sainte-Beuve; inoltre un mio ampio articolo su Riccardo Wagner, apparso nella “Revue des Deux Mondes”, aveva fatto, con il suo entusiasmo giovanile, un po’ di scandalo fra i lettori [...]. Ero ben lontano, allora, dal conoscere me stesso. Sentivo una potente aspirazione verso un ideale lontano, posto ad una altezza inaccessibile, ma non scorgevo la strada per avvicinarmici: e ad ogni momento me ne veniva un nascosto soffrire, inconfessato, un’oppressione dolorosa1.

Così narra il suo incontro con Margherita lo scrittore Edouard Schuré, che è stato suo biografo, amante e discepolo. Chi era il giovane francese dagli occhi azzurri e dall’aria ispirata che era stato presentato a quella signora greca cosmopolita che, secondo Pasquale Villari, «si tingeva i capelli e usava il belletto» già cinquantenne, anche se forse non lo confessava?
Edouard Schuré2 era nato in Alsazia, a Strasburgo, il 21 gennaio del 1841; rimasto presto orfano dei genitori, fu allevato con rigida austerità dai nonni che lo obbligarono a portare a termine gli studi in giurisprudenza. Il giovane Edouard, però, appena laureato si gettò in quella che era la sua passione, la letteratura romantica tedesca, e nel 1861 partì per la Germania alla ricerca di canti popolari. Un viaggio importante, non solo perché risveglia il suo amore per la Germania e la cultura tedesca, ma soprattutto perché incontra Richard Wagner – che più tardi avrebbe definito «esoterista incosciente» – nel periodo d’oro della sua vita creativa. Iniziato dal musicista e da Nietzsche, che a quell’epoca era ancora strettamente legato al compositore, alla comprensione della forza catartica dell’arte e alla conoscenza degli archetipi dell’Arte, dell’Amore e della Conoscenza, Schuré scrive il suo primo libro, Histoire du Lied ou la chanson populaire en Allemagne (1868), a cui seguono due lunghi articoli che spiegano ai francesi il significato spirituale delle opere wagneriane, viste come simbolo delle alterne correnti della discesa verso la Materia e dell’ascesa allo Spirito. Questa interpretazione sarà poi ampliata in un volume successivo, Le drame musical. Richard Wagner, son oeuvre et son idée, che uscirà nel 1875, dopo l’incontro con Margherita.
Prima del suo arrivo a Firenze si era maturata la rottura con il primo maestro, Wagner, per difficoltà caratteriali ma anche a causa della guerra franco-prussiana del 1870, finita drammaticamente per la Francia che fu costretta a cedere proprio l’Alsazia alla Prussia. Edouard non era solo: nel 1866, a venticinque anni, si era sposato con Matilde, figlia del pastore protestante di Barr, piccolo centro del Basso Reno, probabilmente come atto di ribellione contro i tutori. Ma fu un matrimonio per lungo tempo negletto, dal momento che come massimo riconoscimento alla moglie, che frequentava solo qualche mese l’anno, il giovane alsaziano non trovava di meglio che chiamarla «cara sorella», complimentando la sua maestria nelle arti domestiche. Insomma, una donna ben lontana da quella rappresentante dell’“eterno femminino” che Schuré bramava di incontrare da tempo, nella sua ansia romantica di esule ormai senza patria. Margherita sembrava fatta apposta per inverare il suo sogno: egli la vede «nella sua radiosa maturità», elegante e misteriosa perché «uno scialle purpureo della Turchia o un velo indiano ricamato le copre le spalle. I capelli di un nero bluastro incorniciano la sua ampia fronte e ricadono sul collo, inanellandosi, come dicevano i greci, in ricci di giacinto. La testa sorge da una nuca dalla pelle ambrata e domina colla forza dello sguardo»3. La vede come una maga, che incanta con il suo sguardo intenso e un fascino al quale nessuno resiste.
Margherita, ormai sentimentalmente sola dopo la rottura con Villari, non poteva che essere toccata dalla presenza di questo giovane pieno di passione e di talento, alle prime armi, in cerca di una ispiratrice. E, con il suo infallibile intuito di talent scout, accetta di incarnare questo ideale per vivere quello che fu, probabilmente, il legame più intenso ma anche più gratificante della sua vita sentimentale.
Per Schuré, infatti, Margherita sarà l’unica passione della vita, la grande ispiratrice, «sorella nella passione e nell’ideale». Nel 1928, quindi ben quarantadue anni dopo la morte della sua ispiratrice, poco prima della sua scomparsa, Edouard disse ai nipoti che lo assistevano: «Sento vicino a me Margherita Albana: ho veduto mio padre che viene a prendermi, è la fine»4. E un anno prima di morire ancora ricordava: «Voi avete ragione, ciò che mi avvinse a quella donna, di cui dissi tutto quello che il povero linguaggio umano è capace di esprimere, ma di cui il meglio non è stato ancor detto, ciò che mi avvinse non è paragonabile, né con l’amore della De Stein e di Goethe, di Lamartine e di Elvira, di Vigny con la sua Eva...; il nostro amore mi sembrò avere una lontana affinità con quello di Leonardo da Vinci e Monna Lisa. Contemplate il quadro della Gioconda e pensate ai miei Grandi Iniziati. Voi sapete bene quello che intendo dire»5.
Anche se esistevano indubbie affinità tra Schuré al momento dell’incontro con Margherita e il giovane Villari – entrambi stranieri e giovani, incerti sulla propria vocazione e bisognosi di una guida e di un appoggio –, è molto diverso il modo con cui i due vedono la donna. Villari è moderatamente emancipazionista, pensa che le donne possano e debbano impegnarsi nella cultura e nella politica, ma fatica ad accettare che Margherita, sostegno della sua vita e della sua carriera, si impegni in prima persona diventando una scrittrice ella stessa. Schuré invece ha fatto totalmente sua l’utopia romantica della donna come nuovo messia, capace di moralizzare la società, di risvegliare la parte migliore nel cuore dell’uomo6, e guarda all’amica greca non solo con amore e gratitudine, ma con reverenza e infinita devozione. Proprio per questo, Schuré le riconosce un ruolo intellettuale decisivo nella svolta centrale della sua vita, dal momento che proprio lei gli ha suggerito il suo libro di maggior successo, I grandi iniziati, che lo consacrerà come massimo interprete dell’esoterismo europeo. Una svolta che porta Edouard, dal ruolo dello scrittore e critico d’arte, ancora interno alle regole della normale esperienza intellettuale dell’epoca, a una netta e coraggiosa scelta di campo, quella dell’esoterismo e della spiritualità teosofica. Il libro, che Schuré «offre in voto» a Margherita, morta due anni prima («sia questo libro il pegno di una fede conquistata e divisa»)7 è scritto con un metodo nuovo, che l’autore chiama «esoterismo comparato»8: elaborato con la Mignaty, vuole essere «una rivelazione successiva della dottrina nelle sue diverse parti per mezzo dei grandi iniziati; ognuno dei quali rappresenta una delle grandi religioni che hanno contribuito alla formazione dell’umanità attuale»9.
L’opera, infatti, costituisce una sorta di compendio, scritto in modo accattivante e facile, del pensiero gnostico teosofico: tutte le religioni storiche sono solo parti di una grande tradizione comune, alla quale gli studi di storia delle religioni e le esperienze occulte cercano di arrivare. Presentando insieme, come iniziati, Gesù, Maometto, Budda e Krishna, Orfeo, Pitagora, Platone, Schuré esce allo scoperto, prende clamorosamente le distanze dalla fede cristiana, divulga quello che fino a quel momento era segreto iniziatico di pochi.
I primi mesi dopo l’incontro furono di totale e intensa passione, che interrompe i loro studi e li allontana dalla vita di società: «ciascuno di noi – scrive Schuré – vivendo solamente dell’altro, aveva perduto ogni senso di equilibrio. In lei ho suscitato la natura dionisiaca, repressa fino ad allora»10. Margherita si prodiga nel suo ruolo di musa ispiratrice: Edouard sta scrivendo il suo libro su Wagner e confessa: «per oltre un anno non visse, non vibrò se non per il mio libro»11. Spaventati dal furore di questa passione, i due amanti decidono di rallentare i loro incontri, di frequentarsi solo per qualche mese all’anno, anche se questa scelta viene sofferta, anche fisicamente, da entrambi. I periodi di lontananza sono costellati da lettere, delle quali poco rimane nel fondo fiorentino12. Un biglietto senza data, ma che dal tono strettamente amichevole sembra dei primi tempi, rivela il loro immediato e intenso scambio intellettuale: Schuré ha ricevuto il libro di Margherita su Dante, e ancora prima di leggerlo sa che «c’est un guide ainsi aimable qu’intelligent et enthousiaste pour suivre le grand pèlerin dans sa vie et son mystérieux voyage»13.
Più nettamente amoroso è invece un biglietto che porta la data del maggio del 1872, in cui lo scrittore, che si è recato per la prima volta a Roma con la moglie, assicura Margherita che sta seguendo obbedientemente tutti i suoi consigli, ma con qualche difficoltà, perché «mi perdo in questo affollamento di rovine e di chiese» e ancor di più in quanto «l’avevo talmente immaginata sentendone parlare che non riesco ad accettare la realtà»14. Nella lettera prevale la nostalgia per l’amica lontana: «Roma non mi è simpatica, e sogno Firenze e, voi lo sapete, un angolo scelto della via Cavour come a un luogo di elezione»15.
Della montagna di lettere che si inviavano ogni giorno, anche più? volte al giorno, poche – e tutte di Schuré – sono quelle conservate a Firenze. Jeanclaude, autore di una biografia dell’alsaziano, cita invece molte lettere di Margherita, appassionate e spirituali, ma non dice dove sono conservate (il libro non ha note né bibliografia, ma solo una cronologia di Schuré e un elenco delle sue opere). Ritroviamo nelle sue citazioni i toni più appassionati: Schuré che la descrive simile a una sfinge «être étrange, puissant, adorable e fascinateur»16. Da questa corrispondenza si capisce come anche con Schuré il ruolo di Margherita non fosse solo quello di ispiratrice ma anche di consolatrice durante le frequenti crisi depressive dello scrittore: «Alors, mon Ami – scrive Margherita il 14 luglio 1876 – parce que tu n’as pas ancore rétrouvé pour le moment ton élan, tu es mécontent de toi-meme, énnuyé. Tu te plains du temps, du froid... O Edouard, ne me parle plus de la pluie et de la brume»17.
Il loro rapporto, dal punto di vista intellettuale, si configura subito come paritario: Edouard considera Margherita – che ha al suo attivo, oltre al libro su Dante, un altro sulla poesia di Shelley e Byron – una scrittrice di talento e di grandi capacità interpretative, non solo una ispiratrice, come è dimostrato dal fatto che anche Margherita scrive un piccolo libro su Wagner, in francese, prima ancora che esca il lavoro di Schuré. Nell’autunno del 1873 i due amanti si incontrano sul lago di Lugano, prima di un lungo distacco, e Schuré si rende conto che i due anni che l’amica ha dedicato a lui l’hanno allontanata dagli amici e dai suoi interessi di studio: si propone allora di suggerirle un nuovo interesse, la pittura. Le racconta che la visione delle opere del Correggio era stata per lui una rivelazione, e le propone di partire immediatamente per Parma. Lì, insieme, ammireranno il pittore, e Margherita, divenuta «pallida e ammutolendo per l’emozione», comprende il suo compito: «scoprire il segreto dell’anima sua» e far sapere al mondo chi era Correggio.
Il libro su Correggio uscì in prima edizione francese nel 1881 (editori Sandoz e Fischbacher) e in italiano, tradotto dall’amica Georgina Saffi, nel 1888 (Libreria H. F. Munster, Firenze) poco dopo la morte dell’autrice. Il fatto che la prima stesura fosse in francese – mentre tutte le altre opere di Margherita sono scritte in inglese – fa pensare a una stretta collaborazione con Schuré. Il libro era stato salutato con ammirazione dall’amico Angelo De Gubernatis18, che gli aveva dedicato una lunga ed elogiativa recensione sulla “Nuova Antologia”, in parte ripresa nella sua prefazione all’edizione italiana. Si tratta di un volume di quasi quattrocento pagine, che senza dubbio aveva richiesto all’autrice anni di studi e di ricerche, nonché di visite sui luoghi dove si conservavano le opere del pittore, che essa descrive con grande precisione. Il primo terzo del volume è dedicato alla storia della cultura italiana del Rinascimento, come preparazione alla comprensione dell’artista a cui la monografia era dedicata. Del pittore Margherita sottolinea l’assoluta originalità e autonomia: dal momento che ci sono poche notizie biografiche, ella nega che la sua tecnica e la sua ispirazione fossero frutto di scuole o incontri con artisti del tempo: «non ebbe quasi maestri, non amici che lo potessero consigliare. Arrivò da se stesso ad esprimere il divino che sentiva»19. Leggendola, si capisce che il suo lavoro, più che una ricerca storica, vuole essere una rivelazione spirituale sul pittore e sulla sua opera. Raccontato in questo modo, infatti, Correggio diventa un esempio della concezione dell’artista come mistico, canale di trasmissione dell’ispirazione divina che, attraverso il Bello, arriva a illuminare l’animo degli spettatori, perché, scrive l’autrice, «ogni anima ha diritto ad inalzarsi alla luce del Vero, e di seguire la via che conduce alla perfezione»20. Anche la particolare maestria del Correggio nel rappresentare la luce viene letta come una prova di sensibilità spirituale da lei chiamata «ariana», in coerenza con le tesi teosofiche di Hélène Blavatskij, sostenitrice dell’esistenza di cinque «razze spirituali», di cui l’ariana sarebbe stata la più elevata: «per l’indipendenza e la spontaneità del suo Genio, il Correggio staccandosi da tutte le idee giudaiche e romane, riannodò la tradizione cristiana alla tradizione ariana, nel carattere comune ad entrambe: cioè nel culto della Luce, simbolo della vita e dell’eterno vero, e sorgente feconda e perenne del bene»21. Margherita attribuisce quindi al pittore rinascimentale proprio quel particolare sincretismo religioso che lei stessa e Schuré professavano, e in particolare la capacità di mettere insieme la tradizione greca con quella cristiana, posizione che poi Schuré sosterrà nel mondo esoterico nei decenni successivi, quando sceglierà Rudolph Steiner e il suo esoterismo venato di cristianesimo, contro Annie Besant, che aveva dato un’impronta induista e buddista alla Società teosofica.
Margherita riconosce infatti al «pittore delle due Cupole» (di San Giovanni Evangelista e del duomo di Parma, da lui affrescate) di essere «compenetrato della essenza del bello, mercé il sentimento immediato dei miti pagani»22, ma anche di saper rappresentare in modo sublime la tradizione cristiana, libero però da ogni sudditanza alla Chiesa: «il pittore delle due Cupole non sembra essere stato legato ad alcun dogma»23: in sostanza, dal momento che «l’anima dell’universo par che spiri nelle divinità del Correggio», ella lo vede come un antesignano della fede esoterica da lei professata insieme a Schuré. Questa idea del carattere ariano della spiritualità del pittore viene ripresa anche a proposito di un tema caro a Margherita, il rapporto con le donne: «Oltre il culto della luce, vi è un altro carattere distintivo delle razze ariane, che non s’incontra nelle semitiche: quello, cioè, del rispetto per la donna nelle sue più alte qualità»24. Le piaceva molto, di Correggio, anche la sua dimestichezza con alcune grandi nobildonne della sua epoca, come Veronica Gambara o la badessa del monastero di San Paolo di Parma, per committenza della quale egli decorò il parlatorio con una scena di Diana cacciatrice ricca di figure simboliche e misteriose. In queste donne vedeva anticipata la propria funzione di ispiratrice di artisti, attribuendo a esse anche una funzione di levatrici dell’arte del Correggio. In sostanza, questo libro, che più che del pittore parla delle idee dell’autrice sulla spiritualità e sull’arte, contribuì indubbiamente a rinfrescare la fortuna di Correggio, come dimostra il fatto che Parma, la città dell’artista, le aveva conferito la cittadinanza onoraria. Negli ultimi anni della sua vita – scrive nella prefazione all’opera De Gubernatis – Margherita ebbe anche la grande consolazione di entrare in possesso «di un meraviglioso ed autentico quadro del Correggio rappresentante la voluttà mistica della Maddalena pentita»25. Soggetto particolarmente indicato per un’autrice che subito dopo, sempre sotto l’effetto dello scambio spirituale e intellettuale con Schuré, si dedica alle estasi di Caterina da Siena.
Anche questo libro viene scritto in francese26. Schuré osserva che «segna l’inizio dell’ultima evoluzione per lei, segnò per me l’ingresso in un mondo nuovo»27. L’ingresso nel mondo spirituale esoterico, per Schuré, avviene a opera della sua guida spirituale, Margherita, anche se poi, proprio a proposito del lavoro su Caterina, parla di un cammino comune: «questi studi ci avevano condotti fino alla soglia dei fenomeni occulti e delle dottrine esoteriche; dominio nuovo per me, ma non per lei»28.
Quest’opera, che sarà l’ultima, contiene tutti i temi cari alla scrittrice: l’amore per l’Italia, di cui, come per lo studio di Dante, riconosce le tracce nella società medievale, l’emancipazionismo che la porta a scegliere una figura femminile forte, e la volontà di rileggere la mistica – come prima l’arte – con le nuove categorie delle scienze occulte: gli ultimi paragrafi si intitolano infatti I fenomeni occulti dinanzi alla scienza moderna e Importanza della scienza occulta per l’avvenire della scienza e della religione. Consapevole che una lettura “femminista” della vita della santa era stata già proposta, in quegli stessi anni, dalla suffragetta inglese Josephine Butler29, ben nota anche in Italia per il suo impegno nella lotta contro le leggi che regolamentavano la prostituzione, Margherita vuole, con il suo libro, «dimostrare che il soprannaturale apparente non è che una sfera superiore della natura, sorretta da leggi altrettanto immutabili di quelle che governano i sensi», e dunque «bisognerebbe riassumere tutta la filosofia dell’evoluzione, secondo la dottrina esoterica»30. L’uso, sottolineato, di due termini così alla moda nella cultura dell’epoca come evoluzionismo ed esoterismo è rivelatore dell’appartenenza di Margherita alla cultura teosofica, che si stava diffondendo in Italia, a cominciare da Roma e Firenze, proprio in quegli anni, e che proponeva una sorta di conciliazione fra scienza e soprannaturale, fra ragione e intuizione, trattando i fenomeni paranormali con strumenti che si volevano scientifici31.
Sappiamo che nei decenni successivi Schuré sarebbe diventato uno degli intellettuali europei più impegnati in questo campo, ma soprattutto uno dei più felici divulgatori delle teorie esoteriche, a cominciare dal libro di enorme successo che Margherita gli suggerisce, I grandi iniziati32, uscito nel 1889, a cui lavora durante i quindici anni della relazione con lei e che riconosce più volte come ispirato dal loro rapporto. Chi è stato l’iniziatore dell’altro al mondo della cultura esoterica? Senza dubbio Schuré a Parigi avrà conosciuto gli occultisti più in voga, come Péladan e Papus, ma centrale per il suo impegno fu senza dubbio l’incontro con Hélène Blavatskij, la fondatrice e presidente della Società teosofica, che avvenne a Parigi nel 1884. Egli riconobbe in lei una guida e si iscrisse alla Società, dalla quale uscì nel 1886, in seguito a uno scandalo, avvenuto in India ma presto conosciuto in Europa, che coinvolgeva proprio la Blavatskij. Ma il fatto che nel 1907 Schuré, grazie allo straordinario successo del suo volume I grandi iniziati, sia stato eletto socio onorario della Società fa capire come esistesse un’indubbia convergenza ideologica fra le sue convinzioni e quelle predicate dal gruppo esoterico. Non è però possibile in questa sede soffermarsi sulla vita di Schuré che, dopo la morte di Margherita, si schiererà con l’ala europea e filocristiana della Società teosofica, quella dominata da Rudolph Steiner, poi fondatore della Società antroposofica.
È invece il caso di tornare a Margherita: quando essa scrive le sue opere, la Società teosofica non è ancora arrivata a fondare sedi italiane, quindi i suoi contatti con questo mondo devono essere avvenuti tramite gli inglesi residenti a Firenze, da lei frequentati abitualmente, come i Trollope, una famiglia inglese trasferitasi a Firenze, dove nell’Ottocento molti intellettuali inglesi si erano stabiliti. Margherita frequentava i fratelli Anthony (1815-1882) e Thomas (1810-1892) e le rispettive famiglie. Furono i Trollope a invitare a Firenze il celebre medium scozzese Daniel Douglas Home, che guidava le sedute spiritiche dei circoli più elitari della società britannica, dove aveva “convertito” all’occultismo molti dei futuri capi del movimento spiritista33. Ma Schuré scrive che a sperimentare l’occultismo era la stessa Mignaty che «addormentava» una giovinetta fiorentina, Nerina, in possesso di doti medianiche, come racconta lo stesso scrittore: «essa spaventò molti amici e amiche di Margherita narrando loro, nel sonno magnetico, i fatti più nascosti e più compromettenti della loro vita»34. Il contatto di Margherita con l’occultismo avvenne quindi in base alla sua esperienza diretta, cioè dai fachiri indiani incontrati nella sua infanzia, «non già – scrive sempre Schuré – attraverso un sistema filosofico o religioso»35. A queste esperienze si aggiunsero «le nuove correnti di idee che, al di fuori del mondo ufficiale, attraversavano le regioni profonde del pensiero europeo fra gli anni 1880 e 1885»36.
Un certo numero di lettere in inglese conservate presso la Biblioteca Nazionale di Firenze, inviate a Margherita da due Trollope, Frances Eleanor e Theodosia, probabilmente le mogli dei due fratelli, testimoniano una stretta amicizia e una grande familiarità tra le due famiglie, che coinvolgeva anche i figli (compresa Aspasia) e il marito Giorgio, che li frequentava anche in assenza della moglie. Le lettere di Theodosia sono senza data e trattano di argomenti quotidiani, come la salute, i progressi dei figli, le visite ricevute, le vacanze, i prezzi. Una lettera di Frances Eleanor del 1873, da Roma, rivela invece un intenso rapporto intellettuale: la Trollope, che ha ricevuto il piccolo libro di Margherita su Wagner, scrive: «ho letto il libretto con molto interesse e piacere e sono d’accordo con esso nella sua quasi totalità»37. Nella lettera si allude anche a un condiviso giudizio negativo sul Manzoni: «sì, sono d’accordo con te, gli italiani hanno esagerato il significato e il pensiero di Manzoni». Nessuna prova diretta, quindi, di comuni interessi occultistici, ma la stretta amicizia e la frequenza delle visite scambiate lasciano supporre che Margherita fosse coinvolta in tutte le attività della famiglia Trollope e che quindi, a maggior ragione, avesse partecipato alle sedute fiorentine di Home.
Di comune interesse verso l’esoterismo si parla invece, apertamente, nelle lettere a Margherita di Giorgina Saffi, scritte negli anni 1882-85 e che coinvolgono nell’amicizia anche Schuré. Giorgina Crawfurt Saffi38 era nata in una famiglia inglese liberale, e sua madre Sophia era stata vicina all’esule Mazzini fin dai primi anni della presenza del patriota a Londra, sia come sostenitrice morale sia, soprattutto, come procacciatrice di fondi per le sue imprese politiche e culturali. Non stupisce quindi che la figlia Giorgina avesse sposato – all’inizio, contro la volontà del padre – un esule mazziniano, Aurelio Saffi, e si fosse trasferita, dopo l’Unità d’Italia, nella penisola.
Le due donne hanno quindi in comune la madrelingua inglese (anche se le lettere sono scritte per la maggior parte in italiano), l’essere straniere, anche se patriote, in Italia, ma soprattutto la forte vena spirituale, la ricerca di una religione laica che risponda ai bisogni di elevazione delle loro anime. Giorgina è la rigida custode della memoria mazziniana, legata strettamente al gruppo di reduci repubblicani che vivevano nel ricordo di Mazzini, in più o meno aperta critica nei confronti del regno sabaudo. La sua militanza non aveva avuto fine dopo l’unità politica della penisola e la sconfitta dei democratici, ma aveva preso nuove strade, come l’emancipazionismo – al fianco di altre mazziniane, come Gualberta Beccari, direttrice del periodico “La donna” – e la battaglia per l’abolizione delle leggi sul controllo della prostituzione. Una donna, quindi, impegnata in prima persona in politica e considerata una guida per le militanti democratiche. Che cosa poteva avere in comune con lei Margherita, che non aveva mai sentito attrazione verso la politica e la militanza, ma solo verso la cultura e la mondanità, e che con la sua vita privata alquanto libera non rientrava certo nell’ideale femminile casto e fedele di moglie difeso e impersonato dalla Saffi? Dal piccolo numero di lettere di Giorgina dirette a Margherita, tutte del periodo compreso fra il 1882 e il 188539, si può evincere che il loro legame, che risulta intimo e intenso, si fondava sulla condivisa attrazione per il paranormale e l’esoterico.
Margherita invia a Giorgina il suo libro su Correggio, forse per chiedere un parere o, più probabilmente, un aiuto per la traduzione in italiano che, infatti, sarà opera di Giorgina, provata traduttrice. In cambio Giorgina, che ha ritrovato nel testo dell’amica quelle aspirazioni spirituali che per lei si sono realizzate nella «religione mazziniana», le manda il testamento di Mazzini: «ho sentito il bisogno di farti conoscere una delle più splendide rivelazioni dell’anima del Nostro grande, del nostro Santo Amico e Maestro e te l’ho inviato come il miglior modo – per me – di esprimerti ciò che ho provato nel leggere te!». Questo lusinghiero avvicinamento dell’amica al suo «Santo» Mazzini non può che avere gratificato la scrittrice, anche se non risulta da parte sua un analogo interesse verso il leader politico. Dalla lettera veniamo a sapere comunque che Giorgina aveva cercato, nel 1860, di farli incontrare a Firenze, «ma tu non stavi bene e io non potevo dirti che c’era»40. Come probabilmente Margherita sperava, la Saffi si offre di tradurre il suo testo, e dalle lettere successive deduciamo che si sia immediatamente dedicata a questo impegno, dal momento che sottopone alla scrittrice vari problemi di traduzione incontrati.
Le lettere sono ricche però di accenni agli incontri paranormali di cui entrambe sono appassionate: alludendo alla possibile visita a Firenze del magnetizzatore Davisson41 scrive Giorgina: «a proposito di ciò che tu mi dici nella tua lettera, e che si riferisce a quell’arcana indefinibile potenza, quanto vorrei parlare a lungo con te! Sono certa che tu senti con me che, appunto perché sappiamo e sentiamo che quella potenza esiste, essa deve custodirsi come cosa sacra e riposta lungi dagli sguardi e dai commenti dei profani. Sono perfettamente d’accordo con Monti il quale dice che è molto bene che nell’attuale stato della società quel misterioso potere che un essere può esercitare sovra un altro resti ignorato ai più o venga tutt’al più deriso»42. La lettera allude pertanto molto chiaramente a conoscenze esoteriche e segrete, condivise dalle due donne e che costituiscono senza dubbio il cemento della loro amicizia. Solo a Margherita, si direbbe, Giorgina si sente di raccontare fenomeni «strani e interessanti» che le sono capitati, rassicurandola però sull’uso che ne avrebbe fatto: «ma puoi credermi che mi sono scrupolosamente astenuta dal servirmi di quell’influenza – per lettera non posso spiegarmi –. Del resto ti basti, Margherita mia, il sapere che non v’ha cosa ch’io non creda possibile il conseguire mercé una forte, e indomita e intensa volontà»43.
Giorgina finisce di tradurre il Correggio circa un anno dopo, e la aiuta nella ricerca dell’editore, insieme con il marito Aurelio. Nello stesso anno, le lettere di Giorgina fanno capire che la traduttrice ora si sta occupando di un’opera di Schuré, probabilmente il Dramma musicale, per pubblicare la quale vuole coinvolgere il poeta Carducci: «A me è molto caro avere ottenuto l’appoggio e la cooperazione di Carducci. Prima perché il suo nome più d’ogni altro oggi farà strada al libro in Italia, e quindi più presto desterà l’attenzione e l’interesse del pubblico ai suoi molti e grandi pregi: poi perché il core mi dice che il fratello nostro [cioè Schuré] non avrà discaro che venga accennato da chi autorevolmente può farlo»44. Nella sua tipica ansia apostolica, la Saffi agisce su due piani: da un lato, aiutare Schuré a farsi conoscere nell’ambiente intelletuale italiano grazie alla presentazione di uno dei suoi più autorevoli esponenti, dall’altro coinvolgere Carducci in un discorso esoterico: «una buona occasione per avvicinare a noi, alle nostre idee, il Poeta»45. Il Carducci si dimostra infatti interessato alla proposta, ma prima vuol leggere qualche brano dell’Histoire du Lied, che Giorgina gli traduce appositamente. La sua solidarietà con Schuré, e l’approvazione del legame che lo unisce a Margherita, risulta evidente: «Mi è caro sentire che il nostro amico, che ho lo stesso del mio fratello, si trova ora presso di te»46.
Questa corrispondenza, insieme con l’intenso rapporto con Schuré, fa capire come Margherita sia stata una delle prime e importanti tramiti dell’esoterismo anglosassone in Italia, e come la sua opera di proselitismo abbia coinvolto, con successo, anche i rappresentanti del mondo mazziniano più ortodosso. Dietro al successo dell’opera di Schuré, che è il primo tentativo di divulgazione della teosofia al di fuori dei circoli esoterici, vi è quindi un’abile tessitura di rapporti da parte di Margherita, militante essa stessa, come dimostrano i libri, di questa fede. Il legame con Schuré, quindi, anche se in parte ha ripetuto lo schema già sperimentato con Villari, va più avanti perché vede un suo coinvolgimento in prima persona: Margherita non è più solo ispiratrice – e con grande acume e forza – di un promettente intellettuale, ma è scrittrice ella stessa, con il pieno appoggio e aiuto dell’amante. La morte precoce, nel 1887, interrompe questa nuova promettente fase della sua vita: a Schuré che, come si è visto, non la dimenticherà mai, resta solo la ricerca del passato della donna amata, in visita a Corfù, dove conosce suo fratello.
Nella fase esoterica, che la vede legata a Schuré, la figura del marito Giorgio sembra quasi scomparire: ma il fatto che di lui si riparli dopo la morte fa capire che era rimasto comunque al suo fianco. E De Gubernatis, nella prefazione all’edizione italiana del libro su Correggio, uscito appunto dopo la morte di Margherita, allude con un’elegante metafora alla strana situazione in cui Giorgio Mignaty aveva vissuto:

Egli sapeva pure che sposando un sole, conveniva sempre adorarlo; nessuna macchia, nessuna nube avrebbe mai potuto offuscare il suo gran sole; e però in ogni tempo lo troviamo adoratore ardente e pio del suo puro ed alto astro domestico47.

Note

1. E. Schuré, Donne inspiratrici, Laterza, Bari 1930, p. 145.
2. Le notizie sulla biografia di Schuré sono tratte da P. A. Riffard, L’ésotérisme. Qu’est-ce-que l’ésotérisme? Anthologie de l’ésothérisme occidental, Robert Laffont, Paris 1990, e soprattutto dall’Introduzione di G. Burrini a E. Schuré, Evoluzione divina dagli antichi ai nuovi misteri, Tilopa, Roma 1993 (prima edizione italiana, Laterza, Bari 1922, edizione originale francese 1912) e dalla biografia di G. Jeanclaude, Edouard Schuré, sa vie, son oeuvre, Librairie Fischbacher, Paris 1968.
3. Schuré, Donne inspiratrici, cit., p. 145.
4. R. Pitoni, Introduzione a Schuré, Donne inspiratrici, cit., p. vi.
5. Ivi, p. xiv.
6. Cfr. L. Scaraffia, A. Isastia, Donne ottimiste. Femminismo e associazioni borghesi nell’Otto e Novecento, Il Mulino, Bologna 2002.
7. E. Schuré, I grandi iniziati, Laterza, Roma-Bari 20037, p. 10.
8. Ivi, p. 18.
9. Ibid.
10. Schuré, Donne inspiratrici, cit., p. 149.
11. Ivi, p. 151.
12. Il fondo Mignaty è conservato presso la Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze (bncf).
13. Lettera di Schuré a Margherita, senza data, cv 201, 186.
14. Lettera di Schuré a Margherita del 4 maggio 1872, cv 201, 186.
15. Ibid.
16. Jeanclaude, Edouard Schuré, cit., p. 77.
17. Ivi, p. 94.
18. Angelo De Gubernatis (1840-1913), uno dei più importanti intellettuali italiani dell’epoca, condivideva gli interessi di Margherita e di Schuré: negli anni in cui lo frequentavano, insegnava sanscrito presso l’Istituto di Studi Superiori di Firenze e traduceva la letteratura indiana. I suoi interessi si estendevano anche alla tradizione popolare italiana.
19. Dalla Presentazione di De Gubernatis, in M. Albana Mignaty, La vita e le opere di Correggio, Libreria H. F. Munster, Firenze 1888, p. xii.
20. Ivi, p. 131.
21. Ivi, p. 133.
22. Ivi, p. 207.
23. Ivi, p. 279.
24. Ivi, p. 134.
25. Ivi, p. xiv.
26. M. Albana Mignaty, Catherine de Sienne. Sa vie et son rôle dans l’Italie du quatorzième siècle, Librairie Fischbacher, Paris 1886.
27. Schuré, Grandi inspiratrici, cit., p. 162.
28. Ivi, p. 163.
29. J. E. Butler, Catharine of Siena: a biography, Dyer Bros., London 1878.
30. M. Albana Mignaty, Caterina da Siena e la parte ch’ebbe negli avvenimenti d’Italia nel secolo decimoquarto, Tipografia G. Civelli, Firenze 1894 (è ignoto il traduttore), p. 14.
31. Cfr. Scaraffia, Isastia, Donne ottimiste, cit., e M. Eliade, L’occulto e il mondo moderno, in Id., Occultismo, stregoneria e mode culturali, Sansoni, Firenze 2004.
32. Può dare un’idea dello straordinario successo del volume il fatto che la versione francese fosse, nel 1943, alla 146a edizione.
33. M. W. Homer Leumann, Lo spiritismo, Elledici, Rivoli (To) 1999, e anche G. K. Nelson, Spiritualism and Society, Routledge & Kegan Paul, London 1969; G. Wehr, Novecento occulto. I grandi maestri dell’esoterismo contemporaneo, Neri Pozza, Vicenza 2002.
34. Schuré, Grandi inspiratrici, cit., pp. 163-4.
35. Ivi, p. 164.
36. Ibid.
37. Lettera di Frances Eleanor Trollope del 20 giugno 1873 (bb. 202-3).
38. Su di lei cfr. L. Gazzetta, Giorgina Saffi. Contributo alla storia del mazzinianesimo femminile, FrancoAngeli, Milano 2003; la biografia però non fa cenno agli interessi esoterici di Giorgina e del suo ambiente, pur sottolineando più volte il carattere religioso della sua fede mazziniana.
39. bncf, Fondo Mignaty.
40. Lettera di Giorgina Saffi a Margherita del 1° febbraio 1882, cv, 198, 20.
41. Si tratta probabilmente di Peter Davidson (1837-1915), che diffondeva in Europa le dottrine di una misteriosa fraternità, forse la Hermetic Brotherhood of Luxor (cfr. M. Introvigne, Il cappello del mago, Sugarcoedizioni, Varese 1990, p. 201).
42. Lettera di Giorgina Saffi a Margherita del 23 marzo 1882, cv, 198, 20. Le sottolineature sono nel testo.
43. Ibid.
44. Lettera di Giorgina Saffi a Margherita del 24 giugno 1883, cv, 198, 20.
45. Ibid.
46. Lettera di Giorgina Saffi del 7 ottobre 1883, cv 198, 20.
47. Albana Mignaty, La vita e le opere di Correggio, cit., p. vii.