Premessa

di Vittorio Vidotto

Negli studi di storia urbana sull’Italia postunitaria si possono individuare due tendenze che procedono parallele anche se non in stretta sincronia. La prima privilegia la dimensione politica e amministrativa, la seconda si concentra sulla rappresentazione della città e dei suoi spazi.
Roma come oggetto di studio partecipa di entrambe le tendenze ma si distingue, fin dagli esordi della storia urbana italiana negli anni Cinquanta, per aver sollecitato più ricostruzioni d’insieme di lungo periodo tanto in un campo che nell’altro. E per aver definito con i volumi di Alberto Caracciolo e Italo Insolera due modelli destinati a dominare a lungo le interpretazioni dello sviluppo della capitale. La situazione è cambiata solo quando quelle interpretazioni, innescate dai contrasti politici degli anni Cinquanta e incentrate sul tema della speculazione edilizia e dei connessi blocchi di potere, hanno perduto la loro carica antagonistica arricchendosi di nuove chiavi di lettura ispirate alla riflessione sul ruolo e le funzioni della città capitale1.
Si è cominciato a guardare agli anni del fascismo e del secondo dopoguerra prescindendo da un pregiudizio deprecativo e portando in primo piano l’analisi delle componenti simboliche degli spazi e degli interventi urbani nei loro successi e nei loro fallimenti lungo un accidentato percorso di modernizzazione. Un percorso segnato dalla rilevanza dell’intervento pubblico: dagli sventramenti alle Olimpiadi del 1960, dal Foro Mussolini all’Eur, dall’Istituto case popolari alle cooperative degli impiegati e all’ina-Casa. E accompagnato da una forte ripresa della proprietà ecclesiastica e da una presenza determinante dei capitali privati e della Santa Sede concentrati nella Società generale immobiliare.
È appunto su alcuni di questi momenti chiave che si sono concentrati gli interventi preparati in occasione del ii Congresso dell’Associazione Italiana di Storia Urbana2 e pubblicati qui di seguito. Ricerche e sondaggi volti anche a illustrare la ricchezza di fonti poco (o mai) consultate, ma soprattutto utilizzate per trovare risposta a nuovi interrogativi.
Paola Puzzuoli ricostruisce gli esordi dell’Immobiliare sulla scena romana e lo politica di acquisto e commercializzazione delle aree grazie al ricchissimo archivio della società depositato presso l’Archivio centrale dello Stato. La Guida Monaci consente a Francesco Bartolini di fotografare la presenza, quartiere per quartiere, della burocrazia statale confermando l’importanza delle iniziative cooperative per gli impiegati. Nel contributo di chi scrive, il ritorno alla visibilità del grandi ordini religiosi è illustrato da due casi esemplari: nel 1928, il recupero da parte dei domenicani del convento dei Santi Domenico e Sisto sulla cui area Crispi aveva pensato di erigere il nuovo Parlamento italiano, un grande edificio sovrastante i fori e la città antica; e il ritorno ai gesuiti, nel 1937, della casa madre al Gesù fino ad allora sede dell’Archivio del Regno. Due episodi emblematici del lungo processo di riconquista degli spazi ad opera degli enti ecclesiastici le cui scelte immobiliari dopo l’Unità sono rintracciabili nelle carte dell’Archivio centrale dello Stato e del ministero dell’Interno.
I nuovi spunti di ricerca consentono anche di rivedere alcune interpretazioni consolidate come quella sugli effetti degli sventramenti mussoliniani. Fernando Salsano utilizza la Guida Monaci e le carte dell’Archivio Capitolino per fornire un quadro diverso delle zone del centro storico interessate dalle demolizioni sfatando il mito dei ceti popolari deportati nelle borgate. Il tessuto sociale di quei quartieri era assai più articolato dell’immagine convenzionale comprendendo anche larghi strati borghesi, piccoli e medi, e molte attività commerciali e artigianali che trovarono una nuova collocazione all’interno della città. Del resto che la piccola borghesia soprattutto impiegatizia rappresenti a Roma uno strato sociale di grande peso non solo numerico – e a tutti gli effetti un ceto popolare – è confermato dall’analisi dei beneficiari delle assegnazioni degli alloggi del quartiere ina-Casa al Tuscolano, studiato da Alice Sotgia, dove sono presenti numerosi enti statali e parastatali. Infine, la complessità del tessuto sociale e degli attori politici che ruotano intorno al problema della casa è illustrata nella sua straordinaria articolazione dal caso della Magliana, analizzato da Bruno Bonomo.
Nell’insieme questi contributi mirano a sollecitare una più ricca e poliedrica visione della realtà urbana: e proprio la questione immobiliare si dimostra un tema nodale dove si intrecciano strettamente bisogni elementari, forze economiche e risposte politiche.

Note

1. I libri a cui mi riferisco sono: A. Caracciolo, Roma capitale. Dal Risorgimento alla crisi dello Stato liberale, Edizioni rinascita, Roma 1956; I. Insolera, Roma moderna. Un secolo di storia urbanistica, Einaudi, Torino 1962 (ii ed. 1971); B. Tobia, Una patria per gli italiani. Spazi, itinerari, monumenti nell’Italia unita (1870-1900), Laterza, Roma-Bari 1991; V. Vidotto, Roma contemporanea, Laterza, Roma-Bari 2001; i saggi di B. Tobia, M. Casciato, V. Vidotto in Roma capitale, a cura di V. Vidotto, Laterza, Roma-Bari 2002.
2. ii Congresso aisu, Patrimoni e trasformazioni urbane, Roma, 24-26 giugno 2004.