Paola Stacciali

 

BANDITI E SOCIET�. LO STATO PONTIFICIO AGLI INIZI DEL SEICENTO

 

 

 

 

1. Il problema e la storiografia

 

 

 

L'analisi dei fenomeni di opposizione collettiva e violenta alla legge nella prima et� moderna � stata solo negli ultimi decenni al centro dell'interesse storiografico, nel quadro di quel processo di rinnovamento che ha condotto gli studiosi, tra l'altro, ad ampliare positivamente i propri campi di indagine. I notevoli progressi della storia sociale, lo sviluppo della storia criminale (1) hanno fornito preziosi elementi per una comprensione del modo di vita e della cultura delle popolazioni urbane e rurali, nonch� dei loro rapporti con le autorit� statali. A tutt'oggi per� la mancanza di studi organici su numerose situazioni specifiche pone ancora in primo piano la necessit� di proseguire l'indagine non soltanto nel tentativo di approfondire i temi ed i problemi generali, ma anche nella direzione di una ricostruzione degli avvenimenti e delle concrete manifestazioni di tali fenomeni. E proprio nel tentativo di approfondire tale ricostruzione, questo contributo sar� limitato ad alcuni aspetti di un fenomeno e di una situazione specifica, il banditismo nello Stato della Chiesa nei primi decenni del Seicento, come prima sintesi di uno studio che si propone di approfondire la ricerca sulla storia del crimine e della giustizia criminale nei domini pontifici del XVII secolo, nelle sue manifestazioni urbane, oltre che in quelle tipicamente rurali.

E' evidente che la peculiare uniformit� (sia pure solo fenomenica) del banditismo in differenti periodi e luoghi ‑sottolineata da tempo da E. J. Hobsbawm (2)‑ rende ripetitivo ed ovvio ogni studio che si limiti ad una mera ricostruzione delle azioni o delle figure "tipiche" di banditi in una determinata epoca: pi� interessante risulta invece ancora oggi una analisi problematica dell'atteggiamento che i vari settori sociali ebbero nei confronti dei fuorilegge e della risposta che le classi dominanti diedero,nel XVII secolo, a coloro che si posero fuori e contro la societ� "legale".

Per gli inizi del Seicento mancano totalmente studi riguardanti il banditismo nello Stato della Chiesa, dal momento che solo recentemente la storiografia ha posto in dubbio l'affermazione, precedentemente condivisa dalla totalit� degli studiosi, che riteneva che il banditismo, esploso in modo dirompente negli ultimi decenni del Cinquecento, debba considerarsi esaurito alla fine del secolo, o comunque che, se esso fu in qualche modo presente anche nel Seicento, assunse una forma endemica e, quindi, non rilevante per l'indagine storiografica.

Una pi� approfondita analisi delle, pur lacunose, fonti archivistiche sull'argomento smentisce tale affermazione. Certamente � vero che i primi decenni del secolo XVII non videro agire, nello Stato della Chiesa, banditi paragonabili a Marco Sciarra o ad Alfonso Piccolomini, cio� fuorilegge la cui figura � stata tramandata nel tempo, avvolta da quell'alone leggendario corrispondente pi� che alla reale vita degli uomini descritti al simbo�lo di giustizia che essi rappresentavano per la popolazione po�vera. Non per questo per� si pu� affermare che il banditismo, nello Stato pontificio, sia scomparso alla fine del Cinquecento. Sicuramente vi fu una notevole riduzione del numero di fuoru�sciti operanti nel territorio dello Stato ma, nonostante tale dimi�nuzione ‑ le cui cause immediate possono essere ricercate nel�l'arruolamento di fuorilegge per la guerra d'Ungheria e la con�quista di Ferrara, nella, seppur temporanea, efficacia degli stru�menti usati nella repressione del fenomeno e nell'attenuarsi, per alcuni anni, delle carestie che avevano pesantemente colpi�to la popolazione negli ultimi anni del XVI secolo ‑ il banditi�smo fu, ancora nei primi decenni del Seicento, significativamen�te rilevante dal punto di vista quantitativo e, quanto all'aspetto qualitativo assunse, nonostante le sue multiformi e spesso con�traddittorie caratteristiche, i caratteri di quel fenomeno che co�munemente viene definito banditismo sociale. Ci riferiamo in particolare alla provenienza sociale del bandito e al diffuso ap�poggio che i settori poveri della societ� fornirono ai fuorilegge.

Per questi motivi riteniamo che, anche nel Seicento, in uno studio dello Stato pontificio, ed in particolare in una ricerca sul�le classi ed i conflitti sociali, l'analisi del banditismo assuma un ruolo importante e sicuramente non trascurabile.

Allora, le ragioni del silenzio degli storici vanno ricercate al�trove. Innanzi tutto forse in quella tendenza, egemone nella storiografia fino a tempi relativamente recenti (ed in essa si in�seriscono quelle classiche e monumentali opere sullo Stato della Chiesa, a tutt'oggi punti di riferimento obbligati della storiogra�fia dei domini pontifici), che ha portato ad una liquidazione, fra i fatti privi di interesse storico, dei movimenti e delle proteste popolari della prima et� moderna. Tendenza che ha condotto a studiare soltanto, o prevalentemente, quei fenomeni di protesta ‑ quali il banditismo degli ultimi decenni del Cinquecento ‑ che videro una vasta partecipazione dei signori feudali. Proprio a causa di tale visione ‑ che tende ad interpretare le rivolte del XVI e XVII secolo in chiave di contrasti fra nobilt� e Stato, de�scrivendole come movimenti in difesa di quei consolidati privilegi feudali che si presume siano stati incrinati dal progredire del processo di accentramento e di assolutizzazione ‑ � stata soprav�valutata la partecipazione dei nobili a movimenti che, nella so�stanza, furono invece popolari e contadini. (3)

In tempi pi� recenti, la storiografia ha mostrato interesse per una indagine maggiormente accurata sia del banditismo della fi�ne del Cinquecento sia delle rivoluzioni e dei movimenti popo�lari della prima met� del XVII secolo. Nonostante ci�, manca del tutto una ricostruzione del fenomeno del banditismo nello Stato pontificio del Seicento, ed una sua interpretazione in rap�porto alla struttura sociale nel quale esso si � manifestato. (4) Se dunque riteniamo importante tentare di colmare questa assen�za, una precisazione ci sembra per� doverosa. La parzialit� del�la limitazione temporale di questa prima ricerca (che cronologi�camente abbraccia i primi due decenni del XVII secolo) appare evidente. Una completa comprensione del fenomeno, delle sue caratteristiche permanenti e delle sue modificazioni, pu� infatti discendere solo da una indagine che si occupi di un arco di tem�po pi� vasto, "mediamente lungo", che abbracci cio� l'intero Seicento, e si soffermi ad analizzare anche le altre forme di cri�minalit�, urbana e rurale. Viceversa, la brevit� del periodo stu�diato dalla presente ricerca potrebbe rischiare di non far comprendere le peculiarit� del fenomeno, e di farlo apparire esclu�sivamente come un residuo ed uno strascico di ci� che avvenne nel secolo precedente.

Nonostante tale limite per�, ci � sembrato comunque impor�tante sintetizzare i risultati della ricerca relativi ai primi decenni del XVII secolo, perch� da essi emerge il quadro di un fenome�no sicuramente molto pi� rilevante di quanto finora la storio�grafia non abbia sottolineato, e degno comunque anche di una trattazione autonoma. Se � vero infatti che il banditismo del Seicento fu per numerosi aspetti analogo a quello del secolo precedente, � anche vero che se ne differenzi� per alcune carat�teristiche determinanti.

La principale differenza fra il banditismo del Cinquecento e quello del secolo successivo � rintracciabile proprio nella com�posizione dei partecipatiti al fenomeno. Seppure con obiettivi diversi, questo aspetto fu sottolineato gi� da J. Delumeau, il quale afferm� che il banditismo, "dans la m�sure o� il surv�cut" anche nel Seicento, divenne "surtout le fait de petites gens, et par l� m�me, somme tonte, moins dangereux; car il ne b�n�ficia plus des appuis qu'il avait eus auparavant jusque chez les prin�ces et les cardinaux". (5)

Nei primi decenni del Seicento quindi il banditismo fu un fe�nomeno che coinvolse quasi esclusivamente i settori pi� poveri del mondo rurale. La vasta ed attiva partecipazione dei signori feudali che, pur se non va sopravvalutata, fu sicuramente una caratteristica del banditismo della seconda met� del Cinquecen�to, era venuta meno alla fine del secolo. Riacquistate le posizio�ni precedentemente perdute ‑ in quel processo che generalmen�te viene chiamato di rifeudalizzazione e che, pi� recentemente, � stato definito come "processo di aristocratizzazione legato ad un nuovo sviluppo della propriet� terriera" (6) ‑ la nobilt�, come classe sociale, non aveva pi� motivazioni sufficienti per passare attivamente dalla parte dei ribelli e porsi alla loro guida. E� noto comunque che, pur se la nobilt� nel suo complesso, come classe, non aveva perso potere e prestigio, n� il governo papale adott� mai una costante ed incisiva politica antisignorile, (7) molte famiglie nobili si trovarono in una situazione di estrema difficolt� fi�nanziaria, mentre emersero nuove famiglie il cui successo aveva, tra le sue cause principali, la politica del nepotismo. In questo contesto il ribellismo di alcuni signori feudali va ricercato pi� nelle vicende e nelle vicissitudini dei singoli e delle famiglie che non in una analisi generale della posizione nella societ� della classe cui appartenevano.

Pur se la transizione dal feudalesimo al capitalismo avvenne in un arco di tempo molto ampio, e fu un complesso processo che marci� tra flussi e riflussi, gi� nel Seicento si possono indivi�duare alcuni paesi (come l'Inghilterra) in cui venivano poste le prime basi perch� la forma economica capitalistica si avviasse a divenire progressivamente dominante nelle relazioni economi�co‑sociali: lo Stato della Chiesa permaneva invece in una situa�zione di ristagno economico e di arretratezza politica. In questa situazione il banditismo (tipica espressione di protesta rurale delle societ� pre‑capitalistiche) riacquist� la sua vera impronta popolare: ad esso non parteciparono "uomini di spicco", e perse quindi l'attenzione degli storici, che solo negli ultimi decenni ‑rivalutando la "quotidianit�" e rifiutando una ricostruzione me�ramente "evenemenziale" ‑ si sono interessati alla vita di quei milioni di uomini e donne che dopo la loro morte lasciano ben poche tracce si s�. E infatti, per i banditi del Seicento, le princi�pali (quasi uniche) tracce che ci sono giunte sono reperibili ne�gli atti della burocrazia dell'epoca, in genere solo nei verbali de�gli interrogatori del Tribunale del governatore durante i quali ‑spesso nel corso delle terribili torture cui venivano sottoposti ‑ i fuorilegge ricostruiscono la propria vita e le proprie azioni.

Questa ricerca vuole essere un tentativo di analisi comparata delle manifestazioni e caratteristiche del banditismo agli inizi del '600 e dell'immagine e dell'atteggiamento che i vari settori sociali (ed in particolare le classi dominanti e le popolazioni, urbane e rurali) avevano dei fuorilegge. E' chiaro per�, come pi� volte � stato sottolineato negli studi di storia sociale, che la ri�cerca � limitata dal fatto che le fonti utilizzabili sull'argomento ed i documenti esistenti sono tutti prodotti in ambienti estranei a quelli del bandito. I banditi infatti non hanno scritto una loro storia, non hanno spiegato le motivazioni delle loro azioni, cos� come non ci hanno lasciato alcun documento quelle popolazioni contadine, quel mondo rurale al quale i banditi sono collegati, e dal quale vengono talvolta considerati eroi, simboli di giustizia. Il mito del bandito si tramanda tra il popolo, di generazione in generazione, tramite quella comunicazione orale che entro al�cuni decenni si affievolisce, fino a svanire. Le fonti utilizzabili per uno studio del banditismo sono quindi solo quelle prodotte dalle istituzioni statali le quali, considerando il banditismo esclusivamente come problema di ordine pubblico, fenomeno da reprimere, non possono darci un quadro esauriente delle sue reali caratteristiche e delle cause che lo generano. E' vero che nei processi contro i banditi, celebrati dal Tribunale del gover�natore, sono raccolte testimonianze, interrogatori che possono evidenziare numerosi tratti del modo di vita dei poveri e della cultura popolare contadina. Ma � anche vero che ci si trova a dover rispondere alle domande di una istituzione giudicante: l'appoggio delle classi rurali ai banditi, lo stretto legame fra fuo�rilegge e mondo contadino, pur evidente, non potr� mai emer�gere fino in fondo, cos� come rimarranno nell'ombra tante altre caratteristiche del banditismo, che pure sarebbe interessante conoscere per analizzare a fondo il problema. La "verit� proces�suale" non pu� ricostruire un fenomeno sociale che riguarda un mondo oppresso e sfruttato perch� una classe al potere, tesa a perpetuare lo status quo per difendere la sua posizione, si serve della giustizia come instrumentum regni ed esprime, nella legi�slazione come nei processi, i suoi valori, la sua cultura, cos� lon�tani da quelli delle classi pi� povere. E proprio perch� negli archivi giudiziari non troviamo la storia della criminalit�, ma solo quella della giustizia criminale, � impossibile condurre una com�piuta analisi seriale/quantitativa del banditismo. (8) Ma i limiti delle fonti disponibili, ed in particolare degli atti del Tribunale del governatore, sono dovuti anche alla incompletezza dei do�cumenti: tale frammentariet� sembra sia generata soprattutto dalle procedure stesse del Tribunale, che spesso non arrivava neanche alla conclusione dei processi.

 

2. La societ� e i banditi

 

1. La risposta delle istituzioni

 

Le classi al potere considerarono il banditismo esclusivamen�te sotto l'aspetto punitivo e, quindi, della politica penale e della repressione militare. Del resto, agli stessi teorici politici fu estraneo il tentativo di ricercare le origini e le cause del feno�meno, di indagare quel complesso di fattori ‑ dal peggioramento delle condizioni materiali di vita dei settori poveri al mutamento dell'organizzazione sociale delle campagne ‑ che aumentavano il malcontento della popolazione. Essi si limitarono a suggerire quelli che, a loro avviso, erano i migliori rimedi, dal punto di vi�sta repressivo, per eliminare il fenomeno. (9)

Nella prima met� del Seicento, il banditismo fu ancora il fe�nomeno che maggiormente preoccup� il governo papale, anche se oggi per noi � evidente che non vi erano allora nello Stato della Chiesa le condizioni oggettive (n� quelle soggettive, cio� la coscienza di classe) perch� i settori poveri e oppressi della popolazione potessero incidere realmente e mettere in pericolo la stabilit� stessa del sistema. Ma, seppure non politicizzato, certamente non rivoluzionario, privo persino di un programma di rivendicazioni immediate (e, dunque, facilmente disgregabile con la forza militare), il banditismo rappresentava una forza organizzata fuori della legalit�: per questo, i pontefici tentarono con ogni mezzo di annientarlo.

 

1.1. L'uso dei reati politici e la "apoliticit�" del banditismo

 

Un primo elemento da sottolineare nella risposta data dalle istituzioni papali al banditismo � relativo all'utilizzo dei reati politici per colpire un fenomeno che, nel suo complesso, non si configur� come un movimento politico cosciente. La legislazio�ne degli inizi del Seicento, dichiarando i banditi "ipso facto ri�belli, e rei di lesa Maest�" (10) equiparava ogni infrazione violenta della legge, soltanto perch� collettiva, ad una ribellione politica organizzata contro il potere politico. Nello Stato pontificio quindi il reato politico, ed in particolare il crimen lesae maiesta�tis, cogliendo l� occasione della lotta al banditismo, diviene uno strumento pi� generale di cui le classi dominanti iniziano a ser�virsi per reprimere ogni disobbedienza", conservare il proprio dominio politico e perpetuare cos� la sottomissione delle popo�lazioni. Per questo il reato di lesa maest� arriva a coprire "aree sempre maggiori di comportamenti criminosi comuni nei quali si cerca minuziosamente un "minimo politico", che inevitabilmente essi contengono,onde farne argomento della loro intera "politi�cit�". (11) L'accusa di lesa maest� tende dunque a diventare il co�rollario di ogni altra accusa, perch� ‑ se il processo � alle inten�zioni ‑ � ovvio che "ogni infrazione dell'ordine, ogni violazione della legge contiene in s� quel tanto di "sfida allo Stato" che pu� essere visto come un affronto al sovrano". (12)

Ed anche se fra i giuristi non vi era unanimit� circa l'applica�zione nei confronti dei banditi del reato di lesa maest�, le moti�vazioni del disaccordo erano sempre di natura "tecnica" e non riguardavano le radici del problema. Si discuteva infatti se i fuo�rusciti, in quanto colpiti dal bando, potessero mettere in atto il reato, perch�, non dovendo pi� essere considerati sudditi di quel sovrano, non dovevano neanche essere soggetti alla sua giurisdizione.

Si rende allora necessaria una precisazione sul significato e sull'uso del termine bandito (che riteniamo pi� appropriato, per descrivere la realt� degli inizi del Seicento, rispetto a quello di brigante): (13) mentre infatti tecnicamente con il termine bandito si definiva, negli Stati del Cinque e Seicento, soltanto colui che, in seguito ad un reato commesso, veniva colpito dal bando, co�munemente il termine viene utilizzato (ed anche nel nostro la�voro � usato in tal senso), in una accezione pi� ampia, che com�prende anche i latrones, i grassatori, ecc. pur se non colpiti dal bando.

Come abbiamo visto dunque, le autorit� papali utilizzarono il reato politico contro un fenomeno a cui manc� un, seppur vago, orientamento politico. I banditi dei primi decenni del Seicento, come si � detto, erano accomunati dall'appartenenza ai settori pi� miseri del mondo rurale: la loro ribellione violenta per�, a differenza di quanto accadde in altri paesi nella prima met� del XVII secolo, fu priva persino di obiettivi o rivendicazioni imme�diate. Per questo il fenomeno, nella sua peculiarit�, rimase l'e�spressione dell'arretratezza economico politico sociale dello Stato ecclesiastico dell'epoca. E' interessante notare come ‑nello Stato della Chiesa come in altri Stati di Antico Regime ‑ si ebbe un processo inverso a quello che si verificher� in numerosi paesi in tempi pi� recenti quando le autorit�, anzich� considerare "politici" alcuni comportamenti soltanto perch� collettivi, vi�ceversa tenteranno di equiparare tutte le azioni politiche com�messe fuori della legalit� a crimini comuni.

In relazione al reato di lesa maest� va ancora detto per� che la prassi concretamente adottata dalle autorit� papali nel XVI e XVII secolo non corrispose ai principi stabiliti dalla legislazio�ne: nei processi celebrati dal Tribunale del governatore infatti tale crimen viene contestato solo in rari casi. Fra questi, quelli di Alfonso Piccolomini e di pochi altri capi banditi celebri, a con�ferma del compito di "esemplarit�" che il governo papale asse�gnava alla pena. (14) La mancanza di una diffusa applicazione del reato di lesa maest� induce a pensare che le classi dominanti in�tendessero servirsi di questo strumento come monito, come minaccia nei confronti dei fuorilegge e di tutto il mondo rurale: in�fatti, la sua previsione nella legislazione ‑ seppure la sua appli�cazione non fu frequente ‑ faceva s� che esso potesse essere in qualsiasi momento contestato dai giudici agli imputati.

In genere quindi i fuorilegge venivano giudicati e condannati per i reati che, presumibilmente, avevano commesso. E solo per i reati specifici, dal momento che agli inizi del Seicento, nello Stato pontificio come negli altri Stati dell'epoca, la dottrina non prevedeva la criminalizzazione di fattispecie analoghe a quella che oggi, negli Stati contemporanei, viene definita "banda arma�ta". Mancava totalmente cio� la previsione dei reati associativi: ovvero, l'unirsi in gruppi al fine di commettere azioni catalogate come reati non era allora, di per s�, un crimine, quando non si commettevano anche azioni specifiche. (15) Certo, tale specifica�zione pu� sembrare meramente astratta e priva di influenza nel�la pratica, in un sistema in cui era prevista la pena di morte an�che per reati non gravi ed in cui i processi venivano istruiti su un castello accusatorio spesso del tutto privo di elementi proba�tori (fondato su ipotesi, convinzioni di giudici e testimoni), ma � sicuramente utile per comprendere la politica del governo pa�pale nei confronti del banditismo.

 

1.2. La criminalizzazione del mondo rurale

 

Il provvedimento legislativo del 25 aprile 1608 � estremamen�te severo e ferocemente repressivo anche nei confronti di tutti coloro che, in qualsiasi modo, abbiano favorito un bandito. La severit� di tali misure mirava a rompere il forte vincolo di soli�dariet� che univa il bandito al mondo rurale, alle classi pi� po�vere alle quali quasi sempre apparteneva. Si doveva impedire ci� che frequentemente accadeva: i lavoratori poveri, invece di perseguitare i banditi, "li celano, nascondono, favoriscono, sov�vengono di cose necessarie al vitto, o vestito; e alle volte di mo�nitioni, o armi, e ben spesso gli fanno la spia per poter commet�tere qualche delitto, o per salvarli dalla Corte, o per altri loro disegni". Per evitare ci�, nel Bando si dichiara che chiunque "da�r� aiuto, favore, o consiglio a detti delinquenti, direttamente o indirettamente, incorra ipso facto nelle medeme pene di ribel�lione, e lesa Maest�". Chi aiutava i banditi incorreva dunque in pene severissime, ma le autorit� pretendevano ancora di pi�. Non bastava rimanere neutrali, non favorire i banditi: in linea con la via energicamente sostenuta da Sisto V infatti si esigeva una collaborazione ed una partecipazione attiva di tutti i sudditi nella repressione del banditismo. Ognuno doveva "farsi sbirro" e collaborare con le autorit�, pena la morte. Le disposizioni nei confronti dei parenti e di tutti coloro che hanno aiutato i fuoru�sciti proseguono minuziose nel provvedimento esaminato, cer�cando di prevedere tutti gli eventi possibili. Tra l'altro, i familia�ri di banditi "fino in quarto grado, secondo il Ius Canonico, e pi� oltre ad arbitrio del Presidente, o Superiore" sono tenuti "al�la refettione, e restitutione di tutti li danni che tali delinquenti, ancorch� non fossero giuditialmente condennati, daranno a qual si voglia loco publico, o privato con scacciamenti de lavora�tori, ammazzamenti d'animali, devastationi de beni, o altra simil sorte di sceleratezza; et similmente siano tenuti al resarcimento e restitutione di tutte le spese che in qualsivoglia modo far� la Rev. Camera Apostolica per l'estirpatione, e persecutione di ta�li delinquenti".

Nell'analizzare il contenuto del provvedimento colpisce la severit� delle norme stabilite per coloro che aiutano i banditi. Rischia la morte persino chi non denuncia o informa le autorit� di ogni notizia, relativa ai fuorusciti, di cui � venuto a conoscen�za. Certo, nella realt� tutte queste disposizioni non furono ap�plicate alla lettera ‑ anche perch� il rispetto di tali norme avreb�be portato ad un vero sterminio delle popolazioni ‑ ma deve far riflettere il rigore e la minuziosit� di quanto disposto. Si pu� an�che notare che in questo Bando, emanato per combattere i ban�diti, la parte dedicata a costoro � minima. Questo induce a rite�nere che le autorit� volessero esercitare una pi� generale azio�ne repressiva contro le popolazioni: si voleva diffondere il ter�rore, colpire alcuni come "esempio" per tutto il mondo rurale che, sicuramente, era pi� vicino al mondo dei banditi che a quello delle autorit�. Si volevano "educare" con mezzi terroristi�ci tutti coloro che, pi� facilmente, potevano unirsi ai banditi, aiutarli, o comunque esprimere in qualche modo la protesta. Destinatarie di questi provvedimenti erano dunque ‑oltre ai banditi ‑ le classi pi� povere, oppresse.

Il tentativo di spezzare il vincolo familiare, tramite questa politica ricattatoria che non considera personale la responsabili�t� penale, era stata una delle caratteristiche dell'azione di Sisto V, di cui il Bando del 1608 segue in pieno la strada. Ma Sisto V si era adoperato nella persecuzione dei familiari dei banditi non soltanto come "misura di rappresaglia": la famiglia era infatti "il nucleo fondamentale dell'organizzazione interna del mondo contadino, la base pi� solida e resistente della difesa delle co�munit� rurali di fronte a minacce e pericoli provenienti dall'e�sterno e dell'aiuto reciproco nei bisogni della vita quotidiana". (16)

I risultati dell'azione papale volta a recidere il profondo lega�me di solidariet� esistente fra il mondo contadino e i fuorusciti furono per� irrilevanti per le autorit� pontificie, e i fuorilegge continuarono a godere dell'aiuto dei propri familiari e compae�sani.

 

1.3. Mancanza di omogeneit� fra teoria e prassi

 

Quanto abbiamo finora detto in relazione all'azione del go�verno papale nei confronti del banditismo ha messo in luce un elemento fondamentale tipico dello Stato della Chiesa agli inizi del Seicento, cio� di un paese in cui il processo di accentramen�to e assolutizzazione fu pi� lento e contraddittorio che altrove. Uno studio dello Stato pontificio nel Seicento evidenzia infatti l'esistenza di uno squilibrio fra i principi stabiliti dai provvedi�menti e la loro applicazione concreta da parte dei tribunali e delle altre autorit� competenti. In una ricostruzione storica de�gli aspetti giuridici della criminalit� collettiva del XVII secolo vi � quindi la necessit� di condurre uno studio comparato della le�gislazione e della struttura giuridica da un lato, e della concreta azione dei governi di Antico Regime dall'altro. Nello Stato pon�tificio infatti, mentre i provvedimenti esprimono, pi� che una realt� concreta, una linea di tendenza delle istituzioni statali anche quando ‑ soprattutto a causa della persistente inefficienza degli organi dello Stato nonostante il seppur lento e contraddit�torio progredire dell'accentramento ‑ non furono applicati per intero, per comprendere appieno la situazione � necessario ana�lizzare anche la prassi concretamente adottata, spesso non coin�cidente con i principi.

Nei primi decenni del Seicento, come � noto, lo Stato della Chiesa si trovava in una situazione di estrema arretratezza ri�spetto alle monarchie assolute dell'epoca. Dal punto di vista economico la fase di sviluppo si era ormai conclusa, lasciando il passo ad una profonda depressione che, accentuando le con�traddizioni e gli squilibri sociali, alimentava il malcontento po�polare. A livello politico il processo di centralizzazione e di svi�luppo dell'assolutismo pur avendo sub�to, dagli ultimi decenni del XVI secolo, un notevole impulso (soprattutto ad opera di Sisto V) fu indubbiamente contraddittorio e di certo non port�, come invece taluni autori hanno affermato, ad un controllo ef�fettivo, e non solo nominale, di tutti i territori dello Stato.

Nella lotta al banditismo e alla violenza organizzata gli esem�pi di tale mancanza di omogeneit� sono numerosi: la difformit� fra previsione ed applicazione del reato di lesa maest�, la confu�sione nelle competenze dei tribunali, l'arbitrio dei giudici nell'u�so della tortura sono soltanto alcuni esempi di tale discordanza, che caratterizz� per tutto il secolo lo Stato pontificio.

Ci siamo gi� soffermati sull'uso dei reati politici e sulla crimi�nalizzazione del mondo rurale, in cui le ragioni dello squilibrio derivavano dalle caratteristiche stesse impresse dal governo pa�pale alla lotta al banditismo. Ci soffermeremo ora brevemente sulle funzioni e competenze del Tribunale del governatore, ov�vero l'autorit� competente nei giudizi contro i banditi. Teorica�mente vi era una struttura organizzata di Tribunali centrali e periferici: oltre al governatore di Roma esistevano i governatori di provincia ‑ coadiuvati da alcuni funzionari minori ‑ con compe�tenze analoghe a quelle dell'alta magistratura romana. Ma tale organizzazione raramente trovava applicazione nella pratica: i funzionari locali infatti persero progressivamente la loro autori�t�, con l'avanzare del processo di accentramento dello Stato. Il governatore di Roma riusciva ad avocare a s� i processi riguar�danti i reati particolarmente gravi commessi in tutto il territorio dello Stato: secondo il diritto di prevenzione infatti il giudice che iniziava la causa aveva il diritto di continuarla. La migliore organizzazione del Tribunale di Roma faceva s� che esso potesse assicurarsi il maggior numero di cause. (17)

Ma, mentre � evidente l'esistenza di una differenza fra princi�pi teorici ed organizzazione pratica, pi� difficile risulta, dall'a�nalisi dei verbali dei processi, comprendere in base a quali crite�ri venisse stabilita, nella pratica, la competenza territoriale. In�fatti, mentre in via di principio il governatore di Roma poteva giudicare soltanto i reati commessi nel distretto di Roma (che si estendeva per 40 miglia intorno alla citt�) nella pratica esso istruiva processi anche per reati commessi in altri distretti o, quantomeno, proseguiva i procedimenti iniziati dai tribunali lo�cali.

Altro esempio di discordanza fra legislazione e prassi riguar�da, come si � detto, l'uso della tortura. In questo caso per� non si tratta di una peculiarit� dello Stato pontificio, ma di una pra�tica corrente ovunque venga praticata la tortura. "Priva d'un preciso fondamento nelle leggi, debolmente regolata dai giure�consulti, essa aveva la sua norma nella consuetudine giudiziaria, molte volte nell'occasione e nell'opportunit�, spesso nell'arbi�trio degli esecutori o degli inquirenti". (18) Cos�, mentre lo Statu�to di Roma elencava le condizioni necessarie perch� i giudici potessero sottoporre l'imputato alla tortura (19) e la Bolla di Pao�lo V Reformatio Tribunalium Urbis, eorumque officialium stabi�liva i principi generali che i giudici dovevano osservare nell'ap�plicare il tormentum vigiliae (20), nella pratica i giudici agirono sempre a loro arbitrio, sia in relazione alle modalit� di applica�zione dei vari metodi di tortura, sia ignorando i presupposti che le disposizioni legislative ponevano come discriminanti perch� un imputato potesse o meno essere sottoposto al supplizio.

 

1.4. Legislazione ordinaria e "speciale"

 

Nell'analizzare i metodi e gli strumenti con cui le autorit� pontificie risposero al banditismo bisogna ricordare che, accan�to alla legislazione ordinaria, esse si servirono anche di stru�menti eccezionali. Contro il banditismo infatti ‑come spesso ac�cade in materia di reati politici ‑ vennero nella pratica sospese molte delle leggi e delle procedure ordinarie, cos� come le, sep�pur minime, garanzie previste per chi infrangeva la norma.

Quanto alla legislazione ordinaria, per tutto il periodo di cui ci occupiamo rimase in vigore a Roma lo Statuto pubblicato nel 1580: (21) per la quasi totalit� dei reati generalmente commessi dai banditi in esso era prevista la pena di morte: ci� spingerebbe a ritenere che i fuorilegge, rischiando comunque la morte, siano stati spinti da tale severit� a commettere reati pi� gravi, ma non vi sono tracce di una siffatta consapevolezza da parte dei bandi�ti. Lo Statuto prevedeva la pena di morte per impiccagione per gli autori di un latrocinium (ovvero qui per vin furatur) (22), per gli assassini (cio� coloro che "pretio vel pecunia aliquem quo�modocumque occiderit, aut occideri tentaverit, vel occidi fecerit, aut mandaverit"), (23) per i fures (coloro che occulte rubano) solo in caso di recidiva e persino, in talune circostanze, per gli autori di incendi. Nello Stato della Chiesa degli inizi del XVII secolo il supplizio rimaneva dunque la forma principale per col�pire chi non rispettava le "regole del gioco" e, quindi, il corpo dell'imputato era ancora il principale bersaglio della giustizia. La funzione pi� importante della prigione rimaneva dunque quella ‑ tipica della societ� pre‑capitalista ‑ di custodire tempo�raneamente gli accusati, prima del processo e dell'esecuzione della pena. Accanto alle punizioni corporali nel sistema delle pene adottato nello Stato pontificio assunse un ruolo importan�te ‑ a causa della sua massiccia applicazione ‑ l'istituto del bando. "Exilium, prout est, simplex eiectio � Civitate...in absentes dicitur bannum, in praesentes exilium, secundum communem usum loquendi". (24) Tale diffusa applicazione, se dimostrava l'i�nefficienza dell'apparato repressivo, contemporaneamente ali�ment� il fenomeno del banditismo.

Bisogna per� specificare che, nell'analisi della risposta statale al banditismo non � possibile limitare l'indagine alle leggi ordi�narie dello Stato: per i fuorusciti esisteva infatti anche una "legi�slazione speciale", molto pi� severa di quella ordinaria, oltre che, come vedremo in seguito, un modo di procedere di fatto, militare e non legislativo.

Abbiamo gi� detto che negli ultimi decenni del Cinquecento e nei primi del Seicento vennero emessi numerosi provvedimen�ti legislativi specifici contro i banditi. Essi erano di due tipi: i Bandi generali, che stabilivano i reati, le pene e le misure da adottare contro i fuorusciti, e i provvedimenti riguardanti singo�li banditi, nei quali si stabilivano premi per chi li avesse conse�gnati, vivi o morti, alle autorit�.

La severit� di tali provvedimenti, come si � detto, era inidiriz�zata oltre che contro i fuorusciti, contro l'intero mondo rurale, anche se la reiterazione legislativa, tipica del periodo in esame, evidenzia l'inefficienza