Gli sventramenti nella Roma fascista:
famiglie, proprietari
e attività commerciali nelle aree demolite

di Fernando Salsano

La Roma descritta da D’Annunzio ne Il Piacere era ancora la Roma di Stendhal, al tempo stesso vasta e angusta, con una società fatta di stranieri e di nobili, una plebe ancora legata alle tradizioni e una borghesia ristretta di mercanti e intermediari, il cosiddetto generone. La Roma degli anni intorno al 1920 era ancora in gran parte quella di D’Annunzio, con pochi cambiamenti. […] La Roma di Stendhal è, dunque, durata fino quasi ai giorni nostri. Il primo vero colpo glielo diede il fascismo con gli sventramenti e gli isolamenti retorici dei monumenti classici e con la costruzione di interi nuovi quartieri per impiegati dello Stato e di cosiddette borgate per la povera gente1.

Introducendo nel 1956 un’edizione delle Passeggiate romane di Stendhal, classico della letteratura di viaggio fiorita intorno all’epopea del Grand Tour, Alberto Moravia faceva proprio l’assunto, allora già consolidato e diffuso, secondo il quale la realtà sociale della città di Roma sarebbe rimasta immobile per circa due secoli, cristallizzata nell’immagine pittoresca che avevano tramandato i viaggiatori colti del Sette-Ottocento. La trasformazione monumentale di alcune aree del centro storico, fortemente voluta dal regime fascista e realizzata a tappe negli anni Venti e Trenta, avrebbe perciò costituito un improvviso momento di rottura, sconvolgendo il tradizionale assetto abitativo degli antichi rioni.
Nella formulazione di tale lettura ha avuto un ruolo importante la tradizione nostalgica del fortunato filone sulla “Roma sparita” che riproponeva – e ripropone tuttora con grandi successi editoriali – lo stereotipo di una città perennemente semiprovinciale e arretrata, il cui nucleo centrale era caratterizzato dalla presenza quasi esclusiva dei ceti popolari, con tutto il corredo degli elementi necessari a creare un paesaggio pittoresco dal fascino antico. Il rimpianto estetizzante per l’unicità degli ambienti spariti ha influenzato, in modo decisivo, anche la letteratura critica sugli sventramenti sviluppatasi nel secondo dopoguerra. L’immagine della realtà sociale nei luoghi demoliti che ha finito per prevalere è, nella sostanza, conforme a quella diffusa dal regime fascista che propagandava, tra gli effetti positivi dell’opera sventratoria, il benefico e necessario risanamento di aree insalubri e degradate.
Mentre gli esiti architettonici degli interventi sono da tempo oggetto di un ampio dibattito, dove le implicazioni politiche dell’operazione pesano inevitabilmente nella determinazione dei giudizi, lo studio degli effetti sociali seguiti alle demolizioni è invece rimasto limitato a sommarie descrizioni del più generale processo di spopolamento degli antichi rioni. Gli sventramenti sono in genere descritti come un’indiscriminata deportazione di massa nelle borgate periferiche, mai quantificata né documentata da alcuno studio sistematico2.
Nell’immaginario collettivo della popolazione romana esiste inoltre un vero e proprio “mito di fondazione”, per usare una categoria etnografica, che vede negli sventramenti la causa originaria e principale cui ricondurre tutti i mutamenti avvenuti tra le due guerre nella redistribuzione territoriale delle categorie sociali. Molti abitanti dei quartieri periferici sorti negli anni Venti e Trenta, nel rivendicare con orgoglio la propria “romanità”, sottolineano come la nascita del proprio quartiere sia da collegarsi all’espulsione forzata dei ceti popolari dal centro storico.
Tale mito è avallato dall’assenza di una ricostruzione approfondita della realtà territoriale preesistente nelle aree interessate dagli interventi e di una ricostruzione specifica dei cambi d’abitazione seguiti alle demolizioni. La ricerca sommariamente presentata in questa sede si propone quindi di ricostruire, nelle sue diverse componenti, il tessuto sociale e commerciale presente in un’area campione che comprende i territori circostanti il Campidoglio, piazza Venezia e i Fori imperiali. La zona prescelta coincide con il complesso di quello che al tempo era chiamato “Foro Italico”, oggetto degli interventi più significativi non solo da un punto di vista quantitativo, ma anche per l’importanza simbolica e politica che il luogo aveva assunto fin dall’edificazione del monumento a Vittorio Emanuele ii.
I primi risultati suggeriscono un’immagine più complessa e articolata di quella tradizionalmente fornitaci dalle rievocazioni nostalgiche, dalla propaganda fascista e dalla letteratura critica del dopoguerra. Già nella Roma preunitaria convivevano nelle stesse aree individui e famiglie appartenenti a ceti tra loro ben distanti per cultura e tenore di vita. L’eterogeneità della composizione sociale era aumentata dopo il 1870, con la crescita demografica, l’espansione edilizia e il trasferimento dell’apparato ministeriale del nuovo Stato unitario. La crescita dei ceti medi impiegatizi e professionali, oltre a favorire lo sviluppo urbano nei quartieri di nuova costruzione, aveva prodotto un’ulteriore diversificazione nella struttura della popolazione del centro storico, affiancandosi alle componenti tradizionali3. Anche l’abusata immagine delle piccole botteghe artigiane conservava una sua validità al tempo degli sventramenti, ma si trattava della rappresentazione di un mondo in via di dissoluzione, in minoranza nel tessuto commerciale dell’area.
La stesura di una mappa socio-economica dei quartieri demoliti costituisce il primo passo per determinare con precisione la successiva destinazione degli abitanti e delle attività economiche e realizzare un’analisi degli effetti di tale trasformazione sull’interezza del corpo cittadino.
È necessario perciò orientarsi nella frammentaria documentazione relativa ai diversi sventramenti presi in considerazione, i quali, pur mostrando infine un risultato unitario, furono attuati separatamente e con differenti provvedimenti legislativi. Le varie fasi dell’operazione furono gestite inoltre da diverse istituzioni, i cui fondi documentari sono dislocati in più archivi, non sempre di agevole consultazione.
Di grande utilità per conoscere il profilo sociale degli abitanti è il fondo relativo all’attività dell’Ufficio di Assistenza Sociale del Governatorato, conservato presso l’Archivio Storico Capitolino. Organismo costituito nel 1928 e soppresso nel 1935, l’Ufficio di Assistenza Sociale, presieduto da Raffaello Ricci, svolse compiti come la lotta all’accattonaggio, la prevenzione antitubercolare, l’assistenza scolastica e alle famiglie degli sfrattati4. Nell’operazione degli sventramenti l’Ufficio funzionò da tramite fra i Servizi Tecnici della v Ripartizione del Governatorato e l’Istituto Case Popolari (icp), gli organismi incaricati rispettivamente di eseguire gli espropri necessari alle demolizioni e di fornire alloggio agli abitanti sfrattati dalle proprie abitazioni.
L’Ufficio di Assistenza Sociale redasse dei veri e propri censimenti negli stabili da demolire, assumendo anche la responsabilità di decidere quali famiglie avessero diritto all’assegnazione di una casa dell’icp e quali invece dovessero procedere per proprio conto a trovarsi una nuova sistemazione. I censimenti contengono perciò una notevole quantità di dati utili a ricostruire uno spaccato della realtà sociale presente nelle aree colpite dagli interventi: età e professioni degli abitanti, stati di famiglia, in alcuni casi anche i redditi percepiti, in altri il prezzo dei fitti pagati, il numero dei vani per ogni abitazione, delle famiglie in subaffitto e di quelle in regola o meno con l’iscrizione anagrafica.
Le attività lavorative costituiscono l’indice più immediato per individuare la collocazione degli abitanti nella scala sociale. Nei censimenti compaiono le occupazioni più disparate, variamente presenti in tutte le strade dell’area presa in esame, dove negli stessi immobili erano domiciliati rappresentanti delle varie categorie. Ad esempio, negli edifici in piazza Foro Traiano 21, 30 e 34 abitavano membri di tutte le classi sociali, dagli ultimi esponenti di mestieri in via di sparizione come stagnari e abbacchiari fino a professionisti come avvocati e notai, passando per impiegati, negozianti, pensionati, donne di casa, giornalisti e ufficiali dell’esercito. In via Alessandrina 111-113 vivevano un ragioniere, una sarta, un capitano, un meccanico e un cameriere, mentre in via di Campo
Carleo 6 era possibile trovare nello stesso stabile un calzolaio, un ingegnere, un avvocato, un impiegato e una casalinga5.
È anche possibile farsi un’idea delle condizioni di vita delle famiglie, niente affatto classificabili secondo il consueto schema interpretativo che le vuole tutte riconducibili a un livello di estrema miseria, bensì altamente variabili a seconda della combinazione dei diversi fattori. Se è vero che i ceti popolari erano presenti in misura massiccia nell’area campione, è anche da sottolineare l’esistenza di una vasta gamma di situazioni che vanno dai casi di famiglie con più di un membro fruitore di un reddito fisso a casi di intere e numerose famiglie mantenute da pensionati o lavoratori occasionali.
Dai dati demografici emerge una prevalenza del modello abitativo della “famiglia allargata”, in cui più nuclei familiari legati da rapporti di parentela convivevano sotto lo stesso tetto in appartamenti di pochi vani, ma non mancano esempi di moderne famiglie borghesi mononucleari. Spesso la coabitazione non era neppure tra parenti, come dimostra l’alto tasso di famiglie che trovavano nella pratica del subaffitto l’unico modo per fronteggiare il continuo aumento dei canoni di locazione.
Il sovraffollamento delle abitazioni era un problema cronico che affliggeva la città fin dalla sua proclamazione a capitale del Regno e che ricorreva periodicamente nella pubblicistica istituzionale. Nell’assegnazione di case popolari alle famiglie sfrattate si cercò quindi di evitare che si riproponessero situazioni di coabitazione, considerate sconvenienti per motivi di igiene ma anche e soprattutto per una questione di “pubblica moralità”.
Le enunciazioni di principio si scontravano tuttavia con la reale disponibilità di alloggi, sempre inadeguata a coprire il crescente fabbisogno abitativo, e con la rigidità dei criteri stabiliti per l’assegnazione. Per ottenerla era infatti necessario essere in regola con l’iscrizione anagrafica, non avere precedenti penali, avere un regolare contratto di locazione e non risultare morosi nel pagamento dei fitti. La richiesta di tali requisiti rendeva di fatto impossibile l’accesso alle case popolari per alcune tra le famiglie più bisognose. In molti casi intervennero meccanismi di raccomandazione o di cedimento alle reiterate suppliche inviate alle autorità competenti, che permisero di aggirare le difficoltà burocratiche e favorirono la concessione di alloggi ai casi più disperati. Per coloro che invece non poterono beneficiare di aiuti dall’alto si aprirono le porte dei ricoveri provvisori e degli alberghi suburbani, soluzioni progettate come temporanee ma che persistettero a lungo nel panorama cittadino, anche nel dopoguerra.
L’assegnazione degli alloggi era inoltre condizionata non solo dalla quantità di case fornite dall’icp, ma anche dalla qualità di esse, ossia dalla loro tipologia di costruzione che richiedeva un’utenza in grado di sostenerne i costi di locazione. Ad esempio, in una serie di lettere inviate all’ingegner Salatino, direttore dei Servizi Tecnici, il presidente Ricci illustrava la disponibilità di alloggi per gli sfrattati in seguito a vari interventi decisi dall’amministrazione, tra cui gli sventramenti previsti per il biennio 1928-296.
Per le demolizioni in via Tor de’ Specchi del luglio 1928 l’icp mise a disposizione 400 vani in località Villa Narducci, mentre ne venivano destinati 180 in piazza d’Armi agli sfrattati per il primo allargamento previsto in via Alessandrina, 220 a Pontelungo per gli sventramenti in via Giulio Romano, 200 sulla via Portuense per via Cremona e 80 sempre a Pontelungo per la liberazione del Teatro di Marcello. Per il trimestre febbraio-aprile dell’anno successivo l’Ufficio di Assistenza Sociale sottolineava come, dei 280 alloggi messi a disposizione del Governatorato, molti fossero di carattere economico e quindi, per il prezzo del fitto e per le caratteristiche di costruzione, andassero assegnati a famiglie con una certa capacità finanziaria, in particolare alle famiglie borghesi residenti negli stabili del centro soggetti a demolizione. Il suggerimento doveva essere stato messo in pratica se, nel maggio dello stesso anno, dei 131 alloggi rimasti disponibili, solo 9 erano di tipo economico contro i 122 di tipo popolare. Illuminanti sono le collocazioni geografiche: le case economiche, la cui ampiezza variava tra i 4 e i 7 vani, erano situate a Montesacro (via Gargano), in via delle Sette Chiese, in piazza d’Armi, al Flaminio e in località Villa Certosa sulla via Casilina; le case popolari, di ampiezza compresa tra i 2 e i 5 vani, si trovavano a Ostiense, Testaccio, Garbatella, Portuense, Sant’Ippolito, Montesacro, San Saba, Porta Latina, Ponte Milvio, via Vitellia, via degli Orti d’Alibert.
Come si può notare, si tratta di zone a prevalente carattere popolare, ma ben diverse, per qualità abitative e dotazione di servizi, dalle cosiddette “borgate ufficiali” come San Basilio, Gordiani o Primavalle, la cui costruzione iniziava in quegli anni soprattutto allo scopo di tenere sotto controllo l’imbarazzante fenomeno dei “villaggi abissini”.
Più difficile ricostruire i movimenti di coloro – la maggioranza – che trovarono da soli una nuova collocazione, anche se, confrontando le diverse annate della Guida Monaci, è possibile seguire gli spostamenti effettuati dai professionisti domiciliati nelle zone demolite7. Essi furono più rapidi, rispetto ad altre categorie, ad effettuare i cambi di abitazione, completati tra il 1928 e il 1934. Data la maggiore disponibilità di capitali e considerata l’ampia rete di relazioni cui i professionisti hanno tradizionalmente accesso, è possibile ipotizzare, anche confrontando le date di trasloco con quelle degli sventramenti effettuati, che molti di essi non abbiano atteso l’ultimo momento per trasferirsi ma si siano organizzati per tempo, prendendo possesso delle nuove abitazioni prima dell’intervento di “Sua Maestà il piccone”. I professionisti restarono in maggior parte nel centro storico, spesso in aree adiacenti a quelle del precedente insediamento come via Cavour o corso Vittorio Emanuele. Numerosi altri si spostarono nei quartieri borghesi costruiti alla fine del secolo precedente come il Pinciano, l’Esquilino e Prati o nelle zone all’interno delle mura aureliane rimaste inedificate e oggetto dagli anni Venti del rinnovato interesse delle imprese di costruzione.
Nel complesso, la popolazione dei rioni diminuì soltanto del 2,47% tra il 1921 e il 1931 e del 6,5% nel ventennio 1931-51. Si tratta di percentuali che, se confrontate con il 34% relativo al decennio successivo, restituiscono l’idea del reale effetto degli sventramenti sui movimenti di popolazione all’interno del territorio comunale e soprattutto sul processo di gentrification che interessò il centro storico in misura maggiore a partire dagli anni Cinquanta8.
Lo svuotamento dell’area di residenze e servizi destinati alle fasce meno abbienti, iniziato negli anni Trenta anche e soprattutto in seguito allo “sblocco dei fitti”, si realizzò compiutamente solo nel primo decennio del secondo dopoguerra. Gli spostamenti seguiti agli sventramenti ebbero inoltre un raggio limitato e i trasferimenti si attuarono prevalentemente verso aree limitrofe al domicilio di provenienza9.
La principale fonte archivistica per conoscere la geografia proprietaria degli stabili demoliti è costituita invece dai documenti conservati nell’archivio del xii Dipartimento del Comune di Roma. Quest’ultimo è erede dell’ex v Ripartizione del Governatorato che, come si è detto, svolse un ruolo chiave nell’operazione degli sventramenti gestendo le diverse fasi delle pratiche di esproprio10.
Dalla lentezza nella risoluzione degli aspetti burocratici degli espropri deriva l’esistenza di una quantità di informazioni altrimenti irreperibili. Per risolvere gli innumerevoli contenziosi che si aprirono tra i proprietari e il Governatorato furono infatti redatte altrettante stime e relazioni allo scopo di determinare l’ammontare di un equo corrispettivo da versare agli espropriati. Dalle perizie emerge come l’area intorno a piazza Aracoeli e quella intorno al Foro Traiano fossero considerate ad alto valore immobiliare con prezzi dei fitti abbastanza elevati.
Grazie alla Guida Monaci è inoltre possibile ipotizzare che la dimensione prevalente degli esercizi commerciali dell’area fosse intermedia tra i due estremi della piccola bottega artigianale e della “ditta” con filiali in tutta Roma. La capacità di sopravvivenza delle attività commerciali in seguito al trasferimento forzato appare variabile in proporzione alla capacità di adattamento a livello cittadino degli esercizi appartenenti alle diverse categorie. Le botteghe più tradizionali, a prevalente dimensione artigianale, incontrarono maggiori difficoltà nella prosecuzione delle attività, non solo a causa dell’allontanamento dalle sedi d’esercizio consolidate, ma soprattutto perché colpite dal processo di trasformazione in atto nell’intero tessuto commerciale cittadino11.
Rimane ancora da elaborare una valutazione complessiva, da un punto di vista sia quantitativo che qualitativo, del fenomeno della “deportazione” di abitanti dal centro storico in periferia. Esso appare in ogni caso di minore entità rispetto alla tradizionale considerazione che se ne è avuta e, soprattutto, frutto di un processo di selezione sociale più articolato.
Evoluzione comune alla gran parte delle città europee, il trasferimento in aree periferiche di un’alta percentuale di abitanti è stato determinato a Roma da un insieme di fattori, in primis l’incremento della rendita immobiliare, tra i quali gli sventramenti costituiscono solo il motivo più appariscente, anche per il forte legame con un determinato momento storico.
Le demolizioni in ogni caso incisero sul cronico problema del fabbisogno abitativo, aggravatosi in seguito ad un’ulteriore fase di accrescimento demografico. Come si è detto, l’icp non riusciva a soddisfare le richieste di abitazioni da parte del Governatorato e in molti casi si dovette ricorrere a soluzioni temporanee come i ricoveri provvisori e gli alberghi suburbani. Il proseguimento di una ricerca incentrata sulle diverse componenti sociali interessate dall’operazione non potrà fare a meno di approfondire tali realtà della Roma contemporanea, ancora sconosciute al di fuori di consolidate tradizioni orali che troppo spesso cedono a semplificazioni interpretative.

Note

1. A. Moravia, Prefazione, in Stendhal, Passeggiate romane, Parenti, Firenze 1956, pp. xiii-xiv.
2. Cfr. ad esempio A. Cederna, Mussolini urbanista: lo sventramento di Roma negli anni del consenso, Laterza, Roma-Bari 1979; I. Insolera, Roma moderna. Un secolo di storia urbanistica 1870-1970, Einaudi, Torino 1993 (i ed. 1963) ; G. Berlinguer, P. Della Seta, Borgate di Roma, Editori Riuniti, Roma 1976.
3. F. Bartolini, Condizioni di vita e identità sociali: nascita di una metropoli, in V. Vidotto (a cura di), Roma Capitale, Laterza, Roma- Bari 2002, pp. 24-5.
4. L. Francescangeli, Fonti archivistiche per la storia dell’amministrazione comunale dopo il 1870 nell’Archivio Storico Capitolino, in M. De Nicolò (a cura di), L’amministrazione comunale di Roma, Il Mulino, Bologna 1996, pp. 259-323.
5. Il numero di vani a disposizione per ciascun componente dei nuclei familiari era variabile a seconda dell’impiego del capofamiglia: mentre ad esempio i quattro familiari del portiere dello stabile in via Giulio Romano 44 vivevano in un appartamento di due vani, l’impiegato Luigi Nilli abitava con moglie e due figli in quattro vani al quinto piano di un fabbricato d’angolo in via delle Tre Pile e la possidente Anna Barboni divideva con un imprecisato parente sei vani in via Giulio Romano 52. Archivio Storico Capitolino, v Ripartizione, carteggio fuori posizione, b. 58, fasc. 1.
6. Ibid.
7. Le categorie professionali più rappresentate erano le professioni legali: notai, procuratori e soprattutto avvocati. Numerosi anche medici e chimici-farmacisti. Nella categoria “professionisti” della Guida Monaci rientravano inoltre ragionieri, dottori commercialisti, ingegneri, architetti, tutti variamente presenti nell’area in proporzione con la consistenza numerica delle varie professioni nell’intero corpo cittadino. Guida Monaci. Guida commerciale di Roma e provincia, Roma 1926-34.
8. F. Martinelli, Ricerche sulla struttura sociale della popolazione di Roma (1861-1961), Goliardica, Pisa 1964, pp. 83-5.
9. Dall’analisi dei cambi di domicilio pubblicati sugli annuari statistici dal 1924, anno in cui la denuncia fu resa obbligatoria, emerge come i luoghi di destinazione privilegiati degli abitanti del gruppo 1, quelli della “vecchia Roma”, fossero Prati e Trastevere. Lo stesso rione Trastevere era la destinazione privilegiata di coloro che provenivano dai rioni meridionali interessati dagli sventramenti sopra descritti. S. Babonaux, Roma, dalla città alla metropoli, Editori Riuniti, Roma 1983, pp. 211-3.
10. Per un’analisi più approfondita dei documenti dell’ex v Ripartizione: F. Salsano, Conseguenze sociali degli sventramenti nella Roma fascista: le trasformazioni di un tessuto urbano, in “Rivista Storica del Lazio”, n. xviii, 2003, pp. 173-200.
11. Calzolai, falegnami e carbonai, ad esempio, presentano un tasso di sopravvivenza inferiore a quello di altre attività presenti nell’area campione, ma perfettamente in linea con la tendenza a livello cittadino. Il numero di esercizi di questo genere censiti sulla Guida Monaci tende infatti ad assottigliarsi di anno in anno, con la significativa sparizione di numerose botteghe dislocate in territori non interessati dagli sventramenti.