Identità urbana, rituali civici
e spazio pubblico a Roma
tra Rinascimento e Controriforma*

di Maria Antonietta Visceglia

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Lo spazio pubblico tra principe e città

Il rapporto tra spazio urbano e potere nell’Italia della prima età moderna è stato certamente uno dei temi maggiori della storiografia europea, con una preferenza però, almeno nel caso italiano, per i singoli contesti e il breve periodo e con impegno più degli storici dell’arte e degli urbanisti che hanno accumulato su questi temi una ricchissima bibliografia, che degli storici tout court. Recentemente Marcello Fantoni, richiamando l’attenzione su questo squilibrio degli studi, ha proposto con un’efficace opera di sintesi − Il potere dello spazio. Principi e città nei secoli XV-XVII una lettura di lungo periodo dal tardo Medioevo all’età barocca, delle vicende, marcate da fratture e discontinuità, ma anche da permanenze, dell’architettura del principe come componente essenziale della costruzione della statualità in Italia. Nella relazione dialettica fra strutture residenziali e forme del potere l’archetipo, secondo Fantoni, è rappresentato da Roma e da Costantinopoli, ove si elabora e tramanda «un modello che trova la sua ragion d’essere nell’essenza sacra della maestà − rex sacerdos l’imperatore bizantino e pontifex rex il vescovo romano»1 − cioè il sacro palazzo con un gran numero di ambienti annessi.
Nel caso romano si tratta, come è noto, della Domus Lateranensis che diviene ben presto la prima reggia papale, significativamente però ai margini della città, nell’area a sud-est di Roma, scelta da Costantino come residenza del vescovo di Roma e come luogo della sua cattedrale su terreni di proprietà privata dell’imperatore e sufficientemente periferici rispetto alle opera publica del Senatus Populusque romanus «in base a considerazioni di opportunità nel contesto politico e religioso del 312-313»2. Né a lungo termine, con il nuovo peso politico della Chiesa, questo svantaggio si ribaltò.
La rapida e verticale riduzione demografica di Roma nel corso del v secolo (da 800.000 persone intorno al 400 a 500.000 nel 452 e a 100.000 abitanti alla fine v secolo) si accompagnava alla concentrazione della popolazione nell’ansa del Tevere ed in Trastevere, ma «sembra» – scrive Krautheimer – «che il cuore della città sia stato ancora a ovest: ai piedi nord e nord-ovest del colle Capitolino e lungo l’arteria del Corso verso sud»3.
Originariamente lo spazio pubblico romano appare dunque caratterizzato da questa disimmetria della sua topografia politica − che si accentuerà nel corso del Medioevo con la rinascita del senatus del 1143-44 e la ricollocazione del governo municipale di Roma sul Campidoglio e che peserà gravemente sulla renovatio urbis, intrapresa dai pontefici dopo Avignone.
La Roma rinascimentale sarà certamente una città principesca, ma secondo uno schema dialettico principe-città.
Nella nuova Roma «restaurata» e «restituita al Popolo Romano» da Martino v dopo la fine della crisi del grande Scisma e il ritorno della sede papale a Roma, gli interventi di papa Colonna si indirizzarono al restauro di numerose chiese e cappelle, al rafforzamento delle mura e delle fortificazioni della città e soprattutto al completamento della residenza dei Colonna, sul lato destro della basilica dei Santi Apostoli, una casa-fortezza il cui carattere di dimora atta alla difesa militare non è smentita dagli ampi loggiati «adeguati alla comparsa del papa al cospetto del popolo»5. Una scelta che appare coerente all’esigenza nepotistica di accrescere il potere del lignaggio dei Colonna, ma che potrebbe anche ricollegarsi all’interesse di Martino v per lo spazio del Campidoglio, il luogo simbolico più eminente della Roma antica. Lo provano anche i miglioramenti al Palazzo senatorio e la torre che ancora oggi porta il suo nome6, nonché altri aspetti della sua politica come il ripristino nel 1425 dell’ufficio dei magistri aedificiorum et viarum, iuxta illius antiquam institutionem7e la rappresentazione del papa non solo come erede dell’Impero, ma come padre e sposo di Roma (huius inclitae urbis pater et sponsus verissimus)8.
La vera svolta verso la città del principe avviene però – e su questo punto unanime è il consenso storiografico – più tardi, con Nicolò v, al quale Leon Battista Alberti presenta9 il De re aedificatoria nel 1452. Il pontefice, secondo il suo dotto segretario e biografo – l’umanista fiorentino Giannozzo Manetti10 – avrebbe fatto dell’edificazione degli edifici la cifra specifica del suo pontificato. Si tratta di un evidente modulo retorico classicista che Il Cortegiano del Castiglione eleverà a canone di governo principesco11. La scelta di fare del Vaticano la residenza pontificia esprimeva infatti anche un preciso intento politico che rafforzava una dimensione della sovranità pontificia: quella del papa-capo della Chiesa apostolica piuttosto che quella del papa-vescovo di Roma12. Sul piano concreto della ristrutturazione dello spazio pubblico, lasciando alla nobiltà cittadina il controllo economico-politico della zona Laterano-Colosseo e intervenendo, però, sull’area Castel Sant’Angelo-Borgo-San Pietro, il papa sanciva il definitivo riconoscimento della vitalità di quell’area urbana che il pellegrinaggio alla tomba di San Pietro e la proclamazione del giubileo da parte di Bonifacio viii, proprio dalla basilica vaticana, avevano reso a livello simbolico uno dei fulcri della città e che appariva anche ricca di potenzialità economica per ospitare artigiani, cambiavalute, panettieri13.
L’altro dato fondamentale da cui partire per comprendere la rilevanza dei mutamenti della fase tra xv e xvi secolo è la densità dello spazio “privato” nella Roma tardo-medievale.
La densa ricerca di Henri Broise e Jean-Claude Maire Vigueur sullo spazio domestico e l’architettura civile a Roma nel basso Medioevo, relativa all’analisi dei patrimoni immobiliari, evidenzia la concentrazione topografica di quest’ultimi secondo logiche familiari e consortili. Gli edifici delle grandi famiglie, denominate palatium, domus, accasamenta, tendono a formare insulae che comprendono giardini, vigne, forno e anche – almeno per quelle della nobiltà feudale (Colonna, Orsini, Savelli, Conti, Capocci, Boveschi, Stefaneschi) o dell’aristocrazia più antica (Cerroni, Boccamazzi, Cesarini, Leni, Cenci) – la turris e la platea (una piazza su cui la famiglia o uno dei suoi membri vantava diritti)14. Pure famiglie di recente affermazione, appartenenti o al gruppo sociale dei bobacterii – imprenditori agricoli la cui zona di insediamento più denso erano i quartieri a sud dell’ansa del Tevere cioè Sant’Angelo, Campitelli, Regola, Pigna , Sant’Eustachio e Monti15 – o al gruppo dei mercanti emergenti, aspiravano a dotarsi di dimore urbane poderose anche per esigenze dovute ai caratteri specifici della loro attività produttiva.
Ma, nonostante la densità, almeno nel suo nucleo centrale, di questo spazio abitato16, è impossibile vedere nel «raggruppamento dei complessi familiari» il principio-base dell’organizzazione dello spazio romano. Cioè a differenza di altre città dell’Italia tardo-medievale, come Genova, dove lo spazio urbano è occupato da clan nobiliari o da consorterie popolari, o anche – aggiungerei – come Napoli, dove la struttura per seggi e la forte presenza di chiese private connotano marcatamente in senso privatistico-associativo la struttura urbana, a Roma esisteva un ventaglio articolato di luoghi pubblici di duplice natura, cioè con funzioni o politiche ed economiche – il cui controllo era riconducibile all’autorità del municipio – o religiose17.
Tra secondo Quattrocento e primo Cinquecento questo carattere originario dello spazio romano si riconferma, accentuandosi l’articolazione e differenziazione dei luoghi pubblici, nell’intreccio tra interventi del sovrano e esigenze della crescita economica e politica della città.
Paolo ii (1455-71), nonostante la “timida ripresa” dei lavori in Vaticano, diverge dalla linea inaugurata da Nicolò v. Costruendo il complesso palazzo-chiesa in piazza di San Marco, sceglie come residenza papale, dislocandovi il centro della corte, un’area assolutamente contigua al municipio romano; e non si tratterà di una scelta contingente visto che i papi vi risiederanno per tutta la prima metà del Cinquecento18. Al Comune Paolo ii con gli Statuti del 1469 dà un nuovo ordinamento che svuota – come ha scritto Paola Pavan «di contenuto politico e decisionale il ruolo del Senatore, le cui competenze si restringono quasi esclusivamente all’ambito giudiziario a vantaggio di quello dei Conservatori, mentre per la prima vengono codificati i compiti dei loro diretti collaboratori, i Caporioni»19, figure cardini dell’organizzazione sociale, economica e militare dei rioni di Roma20.
La decisione dello stesso pontefice, nel 1466, di modificare l’organizzazione spaziale del carnevale, spostando le corse dei cavalli che si svolgevano in Testaccio a via Lata – cioè nella direttrice adiacente al palazzo papale – e di istituire corse di uomini distinti per classe d’età (giovani, vecchi, bambini) o per appartenenza etnica (gli ebrei), considerata tradizionalmente «un ampliamento del carnevale», poi codificato negli stessi Statuti21 è apparsa alla storiografia più recente non meno densa di implicazioni. Alain Boureau ha notato come essa spostava l’asse festivo carnevalesco che andava dal Testaccio ad Agone (piazza Navona, ove dal xiii secolo, ma forse anche da una fase più antica, il giovedì grasso si svolgevano altre feste carnevalesche), con un’apertura in direzione nord verso porta Flaminia e con un significativo incrocio con la via papalis dal Vaticano al Laterano proprio all’altezza del Campidoglio22. Anna Esposito ha rilevato la nuova dimensione – cortigiana e d’apparato – che assume il carnevale, nel Medioevo festa popolare per eccellenza che vedeva la città, nella sua divisione per ordini, compiere al cospetto del pontefice e delle magistrature civiche un rito di combattimento e di forza che era anche occasione per ribadire la sudditanza al Comune di Roma di alcuni centri laziali, quali Tivoli, Velletri, Cori23. Certamente la configurazione data al carnevale da Paolo ii riassumeva la fase medioevale e comunale della festa che si produceva in parte in uno spazio extraurbano – un campo montuoso che non si doveva seminare – quale era il Testaccio, area della regione dell’Aventino, considerata uno dei luoghi mitici dell’origine di Roma24: uno spazio a sé, lontano dalle direttrici degli itinerari pontificali. Essa inoltre sanciva l’inserimento dei ludi nel cuore dello spazio pubblico della città con un proposito di appropriazione da parte dell’autorità pontificia.
Tornerò tra breve su questo tema. Continuiamo per ora a seguire il filo delle trasformazioni dello spazio pubblico negli ultimi decenni del xv secolo.
Pochi anni dopo, nell’agosto del 1477, il Consiglio municipale discuteva dell’istituzione di un nuovo mercato delle arti, il mercoledì in piazza Navona: un provvedimento voluto da Sisto iv, che va contestualizzato nella più generale politica urbanistica di papa della Rovere, tesa – come dimostra anche la ricostruzione del ponte romano di Valentiniano – a risistemare e valorizzare l’area urbana dei rioni di Parione e Ponte, collegandola meglio alla cittadella papale e a Trastevere, in funzione certamente del Giubileo (nel 1450 il tragico crollo del ponte aveva funestato l’Anno santo), ma anche di ragioni politiche ed economiche più complesse. Come in altre realtà cittadine, anche a Roma tra Quattro e Cinquecento, nei progetti di rinnovamento edilizio, si tende a separare centro politico e luogo di mercato25.
Come ha dimostrato Anna Modigliani26 il provvedimento del 1477 non segnò il tracollo del tradizionale mercato medievale che si teneva il sabato sul Campidoglio, caratterizzato dalla presenza degli artigiani romani, da una clientela romana (laddove la zona mercantile sviluppatasi intorno a San Pietro era frequentata prevalentemente da forestieri) e da luoghi di vendita stabili − banchi (statia) o pietre fisse (lapides), su cui venivano esposte le merci27. Nel sistema dei luoghi di mercato romano − Campidoglio, Sant’Angelo alla Pescheria (il grande mercato medioevale del pesce al portico di Ottavia, ben collocato rispetto agli approdi del traffico fluviale)28, San Marcello a Ripa (mercato della carne), campo Vaccino (mercato del bestiame) – l’inserimento del mercato settimanale di Agone significava un «adattamento di una nuova area all’uso di mercato»29 soprattutto per le merci di importazione30, un indizio non secondario di un aumento del volume dei consumi.
Questa ristrutturazione dello spazio pubblico non fu senza conseguenze: la prima può essere indicata nella decisa spinta propulsiva che derivò da quel provvedimento ad orientare ancor più le linee di forza dello spazio verso una sorta di cuore economico della città, all’incrocio dell’asse orizzontale della via papale (Vaticano-Campidoglio-Laterano) e dell’asse verticale da Ripetta a Ripa grande che coincideva con il ponte di Castel Sant’Angelo e con la zona limitrofa31. Il mercato di piazza Navona si collocava a ridosso di Campo dei Fiori, sede di un mercato di generi alimentari, ma soprattutto piazza sulla quale convergeva un’area fittamente popolata di botteghe e commerci attraversata dall’importantissima via Mercatoria che collegava il Campo dei Fiori al Campidoglio32.
La seconda conseguenza può essere individuata non nel declassamento del Campidoglio ma, secondo una logica della differenziazione degli spazi urbani, in una sua diversa qualificazione: il colle nei “ritratti” di città era sempre immaginato come il punto centrale, l’umbelicus urbis della Roma antica33. Esso continuava ad essere sede di mercato, la cui importanza però andava lentamente decrescendo «per esaurimento»34, ed era soprattutto luogo del governo municipale di Roma, anche se iniziava un lento e lungo processo per risignificare quest’ultima funzione politica, arricchendola di valenze simboliche e depauperandola di reali contenuti di potere.
In questo ampio contesto di differenti provvedimenti volti alla ristrutturazione dello spazio urbano si inscrivono gli interventi sulla viabilità realizzati tra xv e xvi secolo. Nell’Europa quattrocentesca rettificare la rete viaria è un obiettivo primario, ma esso «si compie di fatto solo per tratti, attraverso modifiche parziali e mai complete del tessuto edilizio»35.
A Roma, come avvenne in altre città principesche (Ferrara ad esmpio, il cui caso è stato esaustivamente studiato), il sovrano fece delle sue prime realizzazioni di viabilità rettilinea l’elemento forse più importante di un’azione di trasformazione urbana. Essa secondava esigenze complesse e diversificate: religiose, ma anche familiari-dinastiche ed economiche, un’azione, dunque, che non ci appare comunque riconducibile ad un’unica direttrice. Così la realizzazione dell’asse viario di via della Lungara, iniziata da Alessandro vi e continuata da Giulio ii, offriva «alla zona del Vaticano un nuovo collegamento per uomini e merci con il porto di Ripa e – attraverso ponte Sisto – con Campo de’ Fiori e il centro più vitale dei commerci cittadini, alleggerendo il traffico di uomini e merci che si incanalava lungo le strade dell’ansa del Tevere»36. D’altra parte, l’apertura della via recta (1499-1500) da Castel Sant’Angelo, rafforzato da quattro bastioni, a San Pietro creava un itinerario processionale ma anche una strada di parata principesca di accesso al portone dei palazzi vaticani ampliati dallo stesso papa Borgia, ponendo le condizioni per lo sviluppo di un nuovo quartiere – Borgo – che sarebbe rapidamente divenuto zona di elezione aristocratica e curiale37.
Giulio ii intervenne nella trama medievale della città, rettificando il tracciato viario in più punti (via Rua, via di Botteghe Oscure), ma soprattutto creò strade rettilinee nelle aree che costeggiavano il fiume Tevere: nell’ansa meridionale, nel popolare quartiere di Trastevere, riprendendo via della Lungara e aprendo via della Lungaretta che tagliava il rione collegando Santa Maria in Trastevere al ponte di Santa Maria, realizzando così una via di «contornamento del Tevere» da Ripa-Campidoglio a Borgo-San Pietro evitando Castel Sant’Angelo38. Sull’altra sponda del Tevere la bramantesca via Giulia avrebbe potuto costituire un asse stradale raccordato a quello che tagliava Trastevere se la strada rettilinea che prese il nome del papa fosse terminata in un ponte come alcuni storici dell’architettura ipotizzano intravedendo un disegno complessivo di «un elemento viario anulare»39. Collegamento dunque tra Vaticano e Trastevere, una strada monumentale sulla quale sarebbe stato prospiciente il palazzo dei Tribunali iniziato nel 150940 e ancora di più: «a kind of city within the city, a garden city along the Tiber», considerando il fiume con le due arterie che lo bordavano, fiancheggiate da palazzi, incluso quello che apparteneva al banchiere del papa Agostino Chigi41.
Per quanto riguarda lo sviluppo della viabilità rettilinea durante i pontificati dei papi Giovanni e Giulio de’ Medici − rispettivamente Leone x e Clemente vii − si tratta di interventi che vanno inseriti nel più ampio problema dei modi, delle forme e dei tempi dell’insediamento dei fiorentini a Roma, un fenomeno di lungo periodo che si snoda dal 1386 (istituzione del Banco Medici) al primo Cinquecento. Recentemente Ivana Ait ha puntualizzato i molti aspetti dell’espansione fiorentina e medicea a Roma che si collegava, nel mercato creditizio romano, alla componente comunale oltre che naturalmente alla Camera apostolica, ma che concerneva anche flussi di maestranze attirati dal fiorente mercato del lavoro romano42. Se la presenza imprenditoriale e finanziaria connotò soprattutto il rione di Ponte – zona di elezione dei banchieri – e quella delle maestranze specializzate di più antico insediamento il contiguo rione Parione, Leone x ampliò fortemente la geografia fiorentina a Roma facendo aprire, dopo l’ascesa al soglio pontificio, la strada Leonina (via di Ripetta), un’arteria rettilinea verso porta del Popolo, intervento funzionale al progetto di trasformare il palazzo Medici (palazzo Madama) in un residenza cortigiana, atta ad ospitare biblioteca e collezioni artistiche. Tra i due pontificati l’apertura della via Leonina e della simmetrica via Clementina (via del Babuino), iniziata da Clemente vii significavano la rapida urbanizzazione di Campo Marzio servito dal porto fluviale di Ripetta, punto di arrivo di prodotti dell’area geo-economica umbro-laziale.
Tutto questo è noto: anzi la ricca storiografia di impianto storico-artistico su questi temi ha intravisto un programma unitario nelle scelte urbanistiche dei pontefici romani tra la seconda metà del xv e i primi decenni del xvi secolo, considerando il periodo 1447-1527 come fase di cerniera per la trasformazione di Roma da città medioevale in città principesca e cortigiana. In questo senso l’enfasi è stata allo stesso tempo posta sulla costruzione delle dimore cardinalizie che i papi incentivarono soprattutto nelle zone da essi valorizzate, come fece papa Borgia con la bolla del 1500 con la quale concedeva privilegi e esenzioni a coloro che avessero voluto costruire sulla via Alessandrina43.
Abbiamo un doppio riferimento – teorico e fattuale – per verificare come a Roma, almeno in questa fase, si realizzò la tendenza dei curiali a risiedere nelle aree contigue alla dimora del sovrano.
Paolo Cortesi, nel secondo capitolo del trattato De Cardinalatu (1510), intitolato De domo, in cui delinea un modello di palazzo cardinalizio con i suoi spazi interni – la biblioteca, il cubiculum musicae, la cappella – pone anche il problema «in quo loco sit locanda domus», proponendo due alternative che sono da rapportare al profilo del cardinale. Se il porporato preferisce dedicarsi agli studi potrà scegliere una dimora più appartata «que longe ab hominum frequentia absit» (e l’autore forse pensava al dotto cardinale Bessarione che aveva deciso di abitare presso la periferica chiesa di San Cesareo a sud dell’Aventino), mentre, se intende seguire gli affari di curia, sarà più confacente un palazzo «in urbis oculis», sì da poter gestire con maggior comodità i «negotia» . Il Cortese aggiunge in questo senso anche la sua personale opinione: che il palazzo non debba essere lontano dal Vaticano44.
Un consiglio che non andò disatteso. I dati del Census del 152645 mostrano un addensamento delle dimore cardinalizie e più in generale curiali in Borgo, dove il personale di curia (compresi i familiari) rappresentava il 49,5% di tutti gli abitanti del quartiere. Ma Borgo non era luogo esclusivo di insediamento aristocratico. A Sant’Eustachio, favorito da Leone x, oltre che dimore cardinalizie erano localizzati i palazzi di note famiglie dell’aristocrazia capitolina (Caffarelli, Crescenzi, Alberini, Cavalieri), per una popolazione che rappresentava approssimativamente il 30% della popolazione dell’intero quartiere; a Parione dove erano 6 le dimore cardinalizie, ma anche di famiglie non legate alla curia come i Massimo, la stessa percentuale era del 17,4 % della popolazione; a Regola dove abitava Alessandro Farnese, ma anche i vari rami dei Cenci e famiglie come i Santacroce, i Capodiferro, il 14,26%; a Ponte (ma mancano gli Orsini) il 9,2%46. Nei rioni più vicini al Campidoglio non vi erano importanti dimore cardinalizie: a Campitelli (254 case per 1907 bocche) abitavano i Margana, i Capizzucchi e anche esponenti della piccola burocrazia capitolina, a Sant’Angelo, il rione di più forte insediamento ebraico – 1013 bocche su 3360 – emergevano solo i Mattei con due domus – rispettivamente quella di Ciriaco con 199 bocche e quella di Pietro Antonio con 200 bocche47. La distinzione tra nobiltà civica e curiali sembrava dunque scritta nello spazio, ma essa non era totale, come mostra la fisionomia ambigua di alcuni quartieri, e soprattutto, non esisteva un solo luogo di insediamento cortigiano.
Che cosa dedurne?
Nel periodo tra il 1447 e il 1527, che è parso essere la fase della riqualificazione di Roma non solo come capitale, ma anche come «centro di un sistema di relazioni che si infittiscono e si consolidano» a livello italiano ed europeo48, gli obiettivi e le contraddizioni del processo di costruzione della sovranità pontificia sembrano materializzarsi nella grandiosità e nelle incoerenze dei progetti di ristrutturazione dello spazio urbano.
L’esito delle profonde trasformazioni del periodo a cavallo tra i due secoli è consistito in una relativa espansione dello spazio della città, ma soprattutto in una riqualificazione dello spazio pubblico secondo direttrici che sono religiose ed economiche e che innervano il tessuto urbano intorno ad alcuni poli. Di essi certamente il Vaticano è quello emergente, ma il potere del sovrano sullo spazio si esplica anche in aree differenti, scelte come luogo delle dimore principesche dalle famiglie del pontefice regnante. Se è innegabile la divaricazione che si crea nello spazio cittadino tra i rioni più direttamente investiti «dalla potenza ordinatrice del principe»49 e quelli che lo sono meno, occorre sfumare il topos della «centralizzazione del tessuto urbano su San Pietro»50 e sottolineare la complessità di un’organizzazione urbana che mostrava analogie e tendenze comuni con gli altri stati principeschi dell’Italia del tempo, ma che non era e non poteva essere monocentrica, poiché si era andata sviluppando secondo esigenze pragmatiche, funzionali ai differenti pontefici, alle loro politiche, alle ambizioni delle loro famiglie, ed anche agli obiettivi economici dei ceti finanziari e mercantili che sostenevano i singoli pontefici51.
Questa organizzazione dello spazio, segnata da discontinuità, come mostra l’abbandono tra un pontificato e l’altro di molti progetti, ma anche da coerenze con il complessivo sistema economico cittadino, non marginalizzava in alcun modo il Campidoglio che, anzi, veniva meglio collegato a Trastevere e al sistema portuale romano. La gestione, inoltre, di questo grande cantiere che era la città era condivisa tra curia e municipio della cui giurisdizione il controllo delle piazze, dei mercati, della viabilità era l’aspetto più eminente sebbene sempre conteso52.
Come il municipio difese i suoi spazi di potere, come si adeguò al brusco cambiamento rappresentato dalla versione papale dell’assolutismo? Se a livello politico e istituzionale solo un grosso lavoro di scavo archivistico sulla burocrazia capitolina potrà consentire di disegnare un profilo delle élites urbane non curiali nelle sue molteplici e semisconosciute figure, più agevole può essere tentare di valutare il peso culturale e simbolico dei riti civici nel forgiare l’immagine della Roma moderna cercando allo stesso tempo di individuare il senso della loro evoluzione.

2
Riti civici e identità urbana

Lo sviluppo nella storiografia più recente dei temi della ritualità ha privilegiato lo studio delle cerimonie papali. All’interno dello svolgimento di queste ultime è stato osservata «la sostanziale inferiorità dei rappresentanti delle magistrature capitoline» che, nei riti più importanti del potere papale come il possesso, vengono percepiti e rappresentati come «elementi di disordine e di disturbo, potenziali nemici che rompono il delicato equilibrio di un ritmo e di una gerarchia accuratamente studiati»53.
Ciò è certamente vero. Ma il Comune era anche protagonista di una ritualità specifica che concerneva singole figure di magistrati laici, come ad esempio il Senatore di Roma che, durante la vacanza avignonese, aveva assunto l’alto compito cerimoniale di ricevere con la rappresentanza del Popolo romano, che inalberava lo stendardo della città, l’imperatore, i re, i legati apostolici54. Il rito di insediamento del Senatore aveva poi un duplice referente: i Conservatori, nelle cui mani – come espressamente prevedevano gli Statuti del 1363, il magistrato giurava, e il pontefice. In veste lunga di raso serico, preceduto da un paggio che portava lo stocco e il cappello, simboli del potere arbitrale di giustizia55, il Senatore con gli ufficiali capitolini cavalcava fino al palazzo pontificio per giurare fedeltà al papa e ricevere da questi lo scettro con la formula rituale56. Quindi tornava il Campidoglio. Il percorso della cavalcata coincideva in senso inverso con l’itinerario processionale del possesso papale.
Il rito assunse una forma codificata e ripetitiva nel corso dell’età moderna, ma non perse d’importanza come, fra l’altro, prova la riproposizione della cronaca della cerimonia a stampa nel tardo Seicento o nel primo Settecento, quando il Senatore, pur nel declino della magistratura capitolina, sembra recuperare un ruolo simbolico più rilevante in una fase di valorizzazione del Campidoglio come luogo di memoria a di antichità57.
Vi erano inoltre momenti della vita urbana durante i quali il corpo di città nella sua totalità diventava protagonista della scena cittadina e arbitro del suo spazio. Anzitutto la Sede vacante58.
L’interregno, che rappresentava l’occasione ricorrente di assunzione del potere da parte della città, si svolgeva attraverso una serie di azioni: l’apertura delle prigioni del Campidoglio da parte dei Caporioni di Campitelli e Regola, la consegna al capitano del Popolo romano della bandiera «d’ormesino cremisino con l’arma del Popolo Romano ad uso di bandiera militare» per la rituale benedizione nella chiesa di Ara Coeli, l’inalberamento in Campidoglio del gonfalone, che veniva consegnato dal Gonfaloniere ai Conservatori59, il trasferimento del primo dei Conservatori, nei suoi abiti solenni, in Vaticano − «per dovere di assistere ad una delle Rote del Conclave» − dove l’università degli ebrei gli allestiva a sue spese un appartamento60. Gesti rituali codificati che dovevano ribadire l’esistenza di una declinazione del potere cittadino parallela a quella papale e non meno legittima di quest’ultima e trasmettere alla città un messaggio di ordine e di legalità, messaggio tanto più importante poiché la fase che si apriva con la morte di un papa e si chiudeva con l’incoronazione del successivo, coincideva con l’esplosione di violenze e saccheggi che concernevano i beni del papa morto, ma anche quelli del neoletto pontefice.
La Sede vacante, significando la reintegrazione della giurisdizione capitolina nella sua pienezza, diventava un’occasione di rinegoziazione politica tra municipio e collegio cardinalizio, come mostrano i capitoli delle grazie e richieste presentate durante gli interregni, e anche un momento propositivo per la città. Alla fine del Cinquecento (1599) i Conservatori redigono il 17 dicembre, in Campidoglio, una memoria intitolata Dubbi proposti dai Signori Conservatori sopra la Giurisdizione che i medesimi hanno sopra il Conclave nella quale sotto forma di interrogativi avanzano la pretesa di «correggere li Prelati quando non facciano quel che si conviene e quel che hanno giurato» e più generalmente difendono la giurisdizione del Popolo romano sopra il Conclave61.
La Sede vacante rappresentava inoltre una fase di militarizzazione della città e di controllo dei nodi cruciali dello spazio urbano. Non soltanto gli officiali anche minori erano autorizzati «a portar armi»62 ma il popolo, assumendo la difesa del territorio urbano, eleggeva quaranta deputati per assistere il magistrato in caso di bisogno, redigeva la lista di coloro che erano stati ammessi alla cittadinanza romana dalla ultima Sede vacante, assicurava la custodia armata delle porte63, le cui chiavi erano affidate ai capotori dei differenti rioni, e la vigilanza di tutti i ponti. Il noto censimento degli “artisti” della città del 162564 ci offre una precisa indicazione quantitativa: la milizia dei 14 rioni del Popolo romano constava a quella data di 300 fanti, il cui reclutamento avveniva per mestieri, essendone esclusi solo i mercanti di fondaco, i copisti, i notai, i fornai, i sensali, i mercanti di vino di Ripa e i mercanti di legname di Ripa e Ripetta. Ad essi si dovevano aggiungere per Cori 300 fanti e 50 cavalieri, per Barbarano 120 fanti, per Vitorchiano 110 fanti, per Magliano 100 fanti, per un totale di 980 militi.
Occorrerebbe approfondire il significato della milizia cittadina nell’organizzazione della città per quartieri, paragonando differenti contesti urbani: ad esempio Roma a Napoli, dove la divisione tra seggi nobili e seggi del popolo creava un antagonismo nobiltà-popolo nella prerogativa della difesa del territorio cittadino, aspetto che invece sembra essere assente nella differente struttura civica romana65.
Se nella Sede vacante – morto il papa – il corpo della città doveva esprimere anche attraverso i riti la giurisdizione e le prerogative del Popolo romano, i giochi carnevaleschi erano un’occasione rituale annuale per esprimere – cito Marco Antonio Altieri, sicuro interprete dell’ideologia “municipalista” di alcuni gruppi dell’aristocrazia romana – nell’«allegria universale [...] una devozione fiera e truculenta contra de’ nemici»66. I giochi perciò potevano essere considerati come «fussiro ordinati per lo exercitamento universale de qualunca a piede et a cavallo, colle arme et da generoso se ascrivesse alla militia»67.
Un’esercitazione militare, dunque, una forma di parata dei diversi segmenti del corpo di città in cui cruciale, come in qualsiasi parata o corteo, diventava il problema della precedenza fra i rioni: «licet unus ex ipsis semper prior existat inter eos aut sorte aut communi concordia eligendus qui ab omnibus principaliter honoratur»68. A metà Quattrocento (1454) la tabula precedentiae officialium reformata in Consilio si modellava ancora sulla divisione tra l’ordo dei pedites, con i marescialli, i Caporioni e i connestabili rione per rione, «armati more solito» e l’ordo degli equites che inalberava il vessillo della giustizia e metteva in campo la magistratura senatoria69. La tavola dei Ludi del 1520, redatta ancora in latino, segue sostanzialmente la stessa distinzione70. In quella del 1539 il riferimento agli ordines dei pedites ed equites è però scomparso: la fonte ci descrive i drappelli dei partecipanti secondo la duplice forma di organizzazione in arti e rioni: il documento precisa che «tutte le arti e consolati armati con la loro insegna e tamburi» devono «mandare un homo per bottega a presentarsi in la piazza di Capitolio e poi secondo la loro precedenza seguitare la festa»71. Nella parata procedevano «li Connestabili delli rioni, cioè a tre rioni per tre rioni insieme in fila, incominciando da Trastevere, Ripa, S. Angelo e così seguendo in ordine retrogrado», quindi i Caporioni a tre per tre, poi i Conservatori e il Priore dei Caporioni, i giocatori per rioni, i carri, i Sindaci del popolo vestiti di bianco, i Marescialli, i Cancellieri del Popolo «a coppia vestiti di broccato con cavalli coperti di broccato “all’antica”». Tra questi ultimi incedeva il Gonfaloniere, armato con lo stendardo del Popolo romano, seguiva la spada della giustizia che introduceva la curia senatoria72.
Pur permanendo l’organizzazione corporativa e la struttura per rioni, mutamenti importanti si erano intanto verificati: il 1466 non era stato solo, come abbiamo già detto nelle pagine iniziali di questo scritto, l’anno dell’ampliamento spaziale del carnevale, ma anche quello dell’introduzione dei carri allegorici. Nel 1519 Marin Sanuto descrive il carnevale romano di Testaccio e via Lata «con i diversi pallii a diversi giorni» che vedevano esibirsi «li zudei, li mamoli, li gioveni, li vecchi e le putane, quegli nudi e queste in camisa», ma quando arriva a rendere conto della festa di Agone scrive che essa «è una representazione di uno triumpho»73.
Tra la fine del Quattrocento e il primo Cinquecento è cioè avvenuta una trasformazione della festa secondo moduli teatrali derivati dalla cultura classica, che hanno profondamente trasfigurato l’antico rito “popolare” basato sulla competizione violenta e di carattere militaresco74.
È una svolta culturale di grande respiro che investe non solo il carnevale, ma tutte le tradizioni cittadine romane e che rilancia la romanitas classica come carattere peculiare del municipio, valore del quale il corpo di città si rappresentava come geloso e vigile custode75.
La difesa della romanitas si declinava in vari ambiti, alcuni dei quali ci appaiono cruciali per la definizione dell’identità urbana di Roma nella prima età moderna. Tale era certamente la giurisdizione sulle antichità dell’Urbs. Si trattava di una prerogativa che la magistratura capitolina esercitava da tempo: la giurisdizione de antiquis aedificiis non diruendis, attribuita secondo il dettato degli Statuti del 1363 al Senatore e, secondo il testo degli Statuti del 1519-23 che riportavano nel sesto libro la bolla di Pio ii del 1462 (quod antiqua aedificia Urbis et eius districtus non diruantur), ai Conservatori76. Quando, nel 1520, il cardinale Trivulzio ordina la scarcerazione di un uomo, imprigionato per aver distrutto con altri complici il cosiddetto arco trionfale di Noè nel foro di Nerva, il primo Conservatore Francesco De Brancis rivolge ai cittadini un solenne ammonimento a vigilare su aedificia et antiquitates, memoria tangibile del loro passato: «et nil aliud remansisse de avitorum memoria in Urbe nisi permanentia edificia que Urbem illorum memoria decorant»77.
Se le antichità di Roma appartengono al Popolo romano, anche il conferimento della cittadinanza è un suo ambito esclusivo.
Scorrendo le patenti di «cittadini romani creati» rilasciate tra 1516 e 1532, riscontriamo nella formula di concessione della romana civilitas un tono alto: il Popolo romano considera – si legge – le qualità della persona, ma anche i «meriti» di Roma che non è una civitas, ma l’Urbs per eccellenza, cioè l’Urbs caput orbis78. Sappiamo che il municipio romano attuò una pratica larga delle concessioni di cittadinanza – 12,5 novi cives in media ogni anno durante il pontificato di Clemente vii per un totale di 75 individui; 37,3 durante il pontificato di Paolo iii, per un totale di 522 individui, e 53,8 durante il pontificato di Giulio iii per un totale di 269 persone79.
Quello che è interessante rilevare è anche il messaggio che si voleva comunicare attraverso le formule: il proposito cioè di assumere consapevolmente la forza e il peso dell’eredità classica.
Un accadimento di altissimo valore simbolico è in questo senso la concessione del privilegio della “civiltà” romana il 13 e 14 settembre 1513 a Giuliano e Lorenzo de’ Medici, rispettivamente fratello e nipote di Leone x, solennizzata con una cerimonia teatrale in Campidoglio, accuratamente orchestrata dal municipio e dal pontefice, sulla quale disponiamo dell’eccellente studio di Fabrizio Cruciani80. Un evento con profonde implicazioni con la politica medicea di quegli anni che, con l’aiuto della storia antica e di alcuni temi mitologici sapientemente selezionati, si proponeva di presentare Firenze come una nuova Roma e comunque tendeva a ribadire un asse Firenze-Roma che fosse la riattualizzazione di un passato antichissimo della storia di Etruschi e Romani81. La cerimonia aveva dunque per la famiglia papale un’indubbia valenza dinastica. Da un punto di vista romano era un’occasione per realizzare il sogno degli umanisti coinvolti nell’ideazione e organizzazione della festa. L’aristocrazia capitolina ribadiva in questa circostanza la sua adesione al programma culturale dell’Accademia romana che aveva il suo punto nodale nella rinascita di Roma: il riferimento alle Palilie (il natale di Roma che l’Accademia romana appunto aveva inaugurato nel 1483 e il Comune fatto proprio82) fu infatti enfatizzato dall’Altieri nell’Avviso a Renzo di Cere, una sintetica ma efficace descrizione della cerimonia83. Inoltre nella piazza del Campidoglio, che aveva ancora una fisionomia «medievale»84, fu inserito un magnifico teatro ligneo rinascimentale di grandi dimensioni, con una facciata esterna ad arcate delle quali quella centrale aveva la forma di un arco trionfale85. Una prefigurazione, quindi, della reale metamorfosi della piazza in una fase di poco successiva.
La romanitas e l’antico come modello, del quale, cogliendone la forma profonda, è possibile impadronirsi, sono dunque i valori culturali e simbolici intorno ai quali si tesse nel primo Cinquecento il dialogo tra il municipio e i pontefici.
Con l’elezione al trono papale di Alessandro Farnese (Paolo iii) il progetto di rilancio della romanitas trovò nel pontefice un suo convinto fautore, lucidamente consapevole delle grandi potenzialità del linguaggio dell’antico per l’esaltazione sia della sua famiglia di principe italiano e romano che del papato come potere universale. Tale consapevolezza animò un programma “urbanistico” che concerné, oltre che il Campidoglio stesso del cui progetto di rifacimento Michelangelo fu incaricato da Paolo iii, la via del Corso, rettificata da piazza del Popolo con il Campidoglio come sfondo, la piazza del Pantheon «risistemata con la demolizione di alcune case addossate alla grande testimonianza dell’antichità classica»86, la fabbrica di palazzo Farnese, punto di arrivo di un asse Ripetta (cioè la via Leonina)-Navona-Campo dei Fiori, lungo il quale si erano andati dislocando edifici civili e religiosi di grandi famiglie e di poteri esterni alla città87.
Essa si espresse anche in una straordinaria serie di manifestazioni festive che occorrerebbe studiare sistematicamente per tutta la durata del pontificato con un approccio che ne valuti la sostanza politica oltre che l’aspetto spettacolare. L’entrata di Carlo v, nel suo viaggio cerimoniale dopo Tunisi, fu l’occasione “eccezionale” per uno straordinario programma di valorizzazione dell’antico offerto all’imperatore come cornice del suo trionfo che non necessitava di apparati effimeri, come nelle altre città che lo avevano accolto e festeggiato, ma che aveva come scenario reali archi trionfali che si ergevano come muta testimonianza dell’eterno trionfo di Roma88.
Ma anche le ricorrenze rituali ordinarie furono abilmente utilizzate per veicolare messaggi propagandistici che esaltassero allo stesso tempo il pontefice e la sua città, e non è casuale che anche i ludi del Carnevale fossero valorizzati come l’occasione festiva più propizia a questo scopo.
Qui vorrei, a titolo di esempio, citare solo un riferimento, usando un resoconto delle feste carnevalesche «celebrate in Agone ed in San Pietro» nel 1539: un testo che riporta, mescolando latino e italiano, una breve nota sui rioni nel loro ordine e una descrizione dei carri trionfali di ciascun rione. Si incomincia da Ripa la tredicesima “regio” con queste parole: «Ripae itaque, quae ultima est, prima offertur venientibus ex Regno Neapolitano et Latio. Et inde initium argumentorum omnium, quasi a veteri Roma (cuius gloriam Festum hoc representat) et celeberrima eius parte, quae fuit forum romanorum, sumptum est. Qua in regione felicia sunt Domus Austriae auspicia»: cioè le origini della Casa d’Austria fatte risalire ai nobili romani Pierleoni. Questi ultimi – continua il testo – che avevano avuto la loro dimora originaria «in capite Fori romani, presso San Nicolò in Carcere dove è hogi casa del Signor Paulo Savello», fuggiti da Roma al tempo di Pasquale ii (1099-1118) avrebbero fondato Aubsburg «quasi Aventinensium oppidum». Perciò il carro che rappresentava il rione di Ripa portava le statue di sette imperatori di Casa d’Austria – da Rodolfo a Carlo v – e quella di Margherita d’Austria, rappresentata quest’ultima «in gesto di voler passare al prossimo Rione, che è quello della Regola, dove è la casa del Papa, iunto a quel di Ripa, perché se affronta che el Rion del Papa e quello dell’Imperatore son contigui e se toccano insieme». Il carro del rione Regola, dove era la dimora dei Farnese, raffigurava la difesa di Roma ad opera di Muzio Scevola e Orazio Coclite contro Porsenna, re degli Etruschi, ed un grande sole «qui est luminare maius et Pontificem significat cuius radijs illustratur aliquot qui infra costituti sunt Farnesiae familiae viri, quorum Princeps effigiatus est Rainutius qui olim Sanctae Romanae Ecclesiae Capitaneus et Confalonerius fuit». Ma anche il carro del rione Ponte che rappresentava un grande struzzo «con le ali elevate e con un cuneo di ferro in bocca» esaltava il pontefice, per essere – come si legge nel documento – il rione «del Ponte quasi tutto nelle pertinentie del pontefice, Castello, Borgo e Palazzo». Lo struzzo che tutto ingoia e assimila, anche pietre e ferro, è – si aggiunge – una rappresentazione della forza della «neutralità del papa qual è stato, et è bon patre a tutti, né dipende più da un principe che da un altro». Il carro del rione Campitelli – la regione del Campidoglio – rappresentava il Senatore Popilio inviato dal Senato romano a portare un ultimatum al re di Siria Antioco. «Rex Syriae» – precisa il documento – «hodie est Turcarum Tyrannus»89.
La sfilata carnevalesca è divenuta un manifesto politico che, attraverso il linguaggio dell’antico, esprime messaggi precisi sulla storia contemporanea. In questo caso uno dei riferimenti è alla missione di pace del pontefice a Nizza nel 1538, già celebrata con una solenne accoglienza organizzata dal municipio: il 24 luglio il Senatore e la sua curia, i Conservatori, i Caporioni, i Marescialli del Popolo e 40 giovani romani avevano ricevuto il papa a ponte Miglio, tributandogli un trionfo all’antica90. Nelle feste di Agone del 1539 la favola degli Asburgo venuti da Roma che i cronisti imperiali del primo Cinquecento contrasteranno con altri racconti mitologici sull’origine spagnola di Roma91, l’enfasi sulla neutralità del papato come potere universale nei conflitti europei, l’esaltazione dei Farnese in quanto romani e difensori della libertà romana, la rappresentazione della lotta contro il Turco come un compito storicamente inerente alla missione di Roma nel mondo sono tutte immagini di un’unica sequenza nella quale la specificità sociale dei rioni è scomparsa e l’identità civica di Roma, che è invece sempre presente, è offerta come elemento comune della storia europea, legame originario tra i due supremi poteri della Cristianità.
Ma nella stessa fase anche le feste di Testaccio hanno ormai perso il carattere di caccia cruenta per divenire paludata giostra cortese. Nel 1545 il drappello che si muove dal Campidoglio verso Testaccio è chiuso dal Gonfaloniere del Popolo romano Giuliano Cesarini che incede «a cavallo su un cavallo simile a quel di Marcho Aurelio con il superbo suo stendardo bellissimo con l’impresa al solito di Romani s.p.q.r.»92, e ricordiamo che nel 1538 la statua equestre di Marco Aurelio era stata trasportata dal Laterano al Campidoglio. Precedevano il patrizio romano novantasei scudieri in livrea con altrettanti «schiavi di diversa natura turchi, et Mori legati, volendo rappresentare li triumphi antiqui romani in detta festa et gioco»93. Sei cavalieri «vestiti da soldati all’antica» con grande sfarzo dalla munificenza dei cardinali Farnese e Santa Fiora e dal duca di Camerino si esibirono davanti al popolo «e specialmente davanti alle belle Donne». Sessantamila persone assistettero alle corse affollando la «Prateria di Testaccio fino alla cima del Monte Aventino»94.
Questa curializzazione della festa che certo più di qualsiasi altra aveva originariamente caratteri popolareschi è emblematica di processi profondi di trasformazione culturale e di mentalità non riducibili al topos della perdita di vigore dello spirito di appartenenza municipalistica.
La storiografia, attribuendo alla corte papale del Rinascimento caratteri di precoce assolutismo, ha inquadrato eventi e aspetti della storia di Roma nel primo Cinquecento in una visione dicotomica, polarizzata dall’opposizione sovrano-pontefice sempre più forte, municipio sempre più debole, laddove, pur senza negare la forza dei mutamenti introdotti dall’ampliamento degli offici curiali, è importante considerare come l’ideologia della romanitas offriva un modo originale e unico per coniugare allo stesso tempo universalismo e città. Quest’ambiguità, che significava appropriazione da parte del papato di linguaggi e temi della classicità e per la città la possibilità, pur nella subordinazione, di continuare a essere depositaria di un’ideologia civica e di un potere “locale”, diventerà sempre più difficilmente praticabile nell’età della Controriforma, quando la Chiesa si affermerà come unica interprete ed erede di un’idea diversa di romanitas.

3
L’offensiva simbolica della Controriforma e le persistenze municipali

L’impatto della Controriforma sui rituali profani della città, condivisi dal pontefice e dal Popolo romano, fu repentino e, come è noto, andò nel senso dell’attacco, pur tra rigore e concessioni, alle forme profane della festa, che sopravvisse però nella Roma barocca come evento mondano e aristocratico95. Uno degli aspetti più appariscenti di questo processo fu quello della sottrazione, lenta ma inesorabile, dello spazio pubblico al carnevale, considerato non solo un’occasione di licenza, ma anche un momento di disordine che moltiplicava estorsioni e delitti96. Nel 1567 è lo stesso Consiglio pubblico che emana il 19 febbraio un decreto che sancisce la decisione che le corse dei cavalli per l’avvenire non si facessero più in Borgo «per esservi la residenza del Papa»97, provvedimento che va nel senso del progressivo restringimento dell’area festiva alla sola zona di San Marco e del Corso. I giochi di Testaccio, che nel primo Cinquecento si svolgevano ancora, anche se solo sporadicamente, cessano del tutto. Un esito di questa cancellazione sarà nella seconda metà del Seicento (1669) la decisione dei Conservatori «di dare facoltà di fare una piantata nel piano di Monte Testaccio»98, soluzione che fu perseguita attraverso concessioni in enfiteusi, mentre negli stessi anni sono documentate numerose vendite di suolo pubblico «ad effectum faciendi criptas pro retentione et conservatione vini et non ad alium»99. Una risoluzione che dava una risposta alle numerose appropriazioni di suolo comunale che si erano verificate dalla fine del Cinquecento100, ma che cancellava definitivamente la simbologia di quel luogo periferico e appartato, culla, secondo il mito, della Roma precristiana. Tra la fine del Cinquecento e il Seicento si verifica, in sostanza, un processo di segno opposto a quello che si era verificato tra Quattrocento e primo Cinquecento: se in quest’ultimo periodo l’area della festa profana si era estesa al centro della città, inglobando la stessa piazza San Pietro, la Controriforma la riduce al Corso, sospingendola verso porta del Popolo101.
In effetti questo non che è un tratto, e certo non il maggiore, della trasformazione profonda dello spazio urbano nell’età della Controriforma. Molti apporti storiografici, di carattere soprattutto storico-artistico, hanno ben messo in luce le innovazioni che nel secondo Cinquecento si verificarono, ad opera dei papi, nella configurazione dello spazio pubblico. Anzitutto l’allargamento dell’area urbanizzata, che si amplia e si collega a nuove strutture viarie anche in rapporto al territorio circostante, come provano nell’età di Pio iv la ricostruzione delle porte: porta Angelica, porta del Popolo, porta San Giovanni.
Quindi la razionalizzazione della struttura di interi quartieri, come l’ampliamento del Borgo «mediante una maglia di strade ortogonali gerarchizzate fra loro»102, intrapreso dallo stesso Pio iv e portato a termine da Gregorio xiii, che andava però ancora nel senso dei progetti rinascimentali, configurandosi come una addizione. L’intervento urbanistico maggiore fu comunque in questi anni l’apertura di un nuovo asse rettilineo, la via Pia (1561) − cioè l’attuale via xx Settembre, che collegava porta Pia, opera incompiuta di Michelangelo, allo slargo davanti a villa Carafa, la futura piazza del Quirinale. Esso si sarebbe legato ad un altro evento pregno di conseguenze per l’assetto complessivo della città: la decisione di papa Boncompagni di acquisire villa Carafa, affittata da lungo tempo agli Este, come residenza privata. Sisto v attuò il progetto, aprendo un vasto cantiere che comprendeva la ristrutturazione degli spazi circostanti la villa e la costruzione di un acquedotto (l’Acqua Felice). Come ha scritto recentemente Antonio Minniti Ippolito non è facile comprendere quali fossero, sull’uso di questa residenza, le reali intenzioni di papa Peretti, contemporaneamente impegnato in lavori nel complesso vaticano, nella ricostruzione del palazzo lateranense e di villa Montalto, ma fu Paolo v nel 1606 «che espresse la ferma volontà di concludere quella fabbrica» e di farvi una residenza papale, accanto alla quale si dislocarono il palazzo del nipote, gli uffici della Dataria (1609), i tribunali della Rota e della Camera apostolica103.
L’insediamento di una reggia papale creava tutto un nuovo arco d’intervento urbanistico nell’area nord-orientale della città e si poneva come tappa iniziale o finale di nuovi itinerari cerimoniali che moltiplicavano le vie processionali o di parata della città. La nozione di centro appare perciò ora, a Roma, rispetto al Rinascimento, ancora più difficilmente determinabile. Con Sisto v anzi, come è stato più volte sostenuto, il policentrismo della città diventa piano, forma compiuta sia a livello funzionale che simbolico. La citta «in syderis forma» esprimeva nella struttura complessiva simbologie complesse ma chiare. Le grandi basiliche erano ciascuna un centro devozionale autonomo, ma tutte collegate tra loro dagli itinerari processionali giubilari e dai nuovi riti religiosi di preghiera e penitenza come la visita delle Sette Chiese104 inaugurata da San Filippo Neri, che si svolgeva il giovedì di carnevale come controrito religioso lungo i margini sacri della città, in antitesi al rito profano che aveva luogo a via del Corso105. Santa Maria Maggiore, la basilica del culto mariano, non lontano dalla quale era Villa Peretti all’Esquilino (1576-81) diveniva il centro simbolico della mappa stellare. La Civitas Dei di Sisto v appare solcata da percorsi evocativi di significati impliciti. L’antico iter processionale del possesso da San Pietro-San Giovanni, semplificato con l’apertura di una strada rettilinea nell’ultimo tratto, non ha come riferimento intermedio il Campidoglio, l’unico centro laico della città106, ma la chiesa di Ara Coeli. La lunga prospettiva rettilinea tra piazza del Popolo-Santa Maria Maggiore e Santa Croce in Gerusalemme si interseca con la direttrice San Lorenzo-San Giovanni-San Paolo, disegnando lo schema di una croce immaginaria107.
Nella città che si amplia e si fa carico anche spettacolarmente dei destini dell’Europa cattolica, non meno cruciale per ridefinire l’immagine della città e il nuovo volto del potere papale è il rapporto spazio-monumento: i simboli religiosi si sovrappongono a quelli pagani sacralizzandoli108, come ad esempio la croce alla sommità degli obelischi, ma allo stesso tempo dichiarano effimeri i trionfi del passato rispetto a quelli della Roma cristiana.
Se nel linguaggio della romanitas municipio e papi potevano ancora nel primo Cinquecento trovare un registro comune, ora la divaricazione appariva problematica.
Luigi Spezzaferro ha evidenziato come i conflitti politici tra Sisto v, che dà alla Curia la sua struttura moderna per congregazioni e che nell’allargamento della burocrazia curiale fa spregiudicatamente ricorso alla venalità, e il municipio, trovarono una loro trasposizione anche simbolica. Allo studioso la scelta di affidare gli affreschi della sala del palazzo dei Conservatori, detta la Sala dei Capitani, luogo nel quale i magistrati cittadini rendevano giustizia a Tomaso Laureti, pittore di origine siciliana, non amato dal papa, e di assumere come tema del ciclo pittorico – eseguito tra il 1586 e il 1591 – episodi della storia repubblicana di Roma e anche molto significativi – come La Giustizia di Bruto o Muzio Scevola davanti a Porsenna – è parsa un innocuo ma chiaro messaggio inviato al pontefice, teso a dimostrare quanto fosse importante ancora per il municipio l’eredità repubblicana dell’antica Roma109.
Un’altra vicenda molto significativa è quella relativa alle statue del papa in Campidoglio110. Erigere un busto o una statua al proprio principe era un gesto consueto di connotazione simbolica dello spazio attraverso ilmonumento: un segno di fedeltà e riconoscenza. Anche a Roma, nel Rinascimento, la città aveva dedicato statue al suo principe cioè al pontefice, soprattutto quando questi cercava un buon rapporto con il municipio. Così era stata eretta in Campidoglio una statua per Leone x e nel 1521 recitata una solenne orazione in onore di papa Medici111. Anche al “romano” Paolo iii il municipio dedicò un monumento statuario112, mentre più travagliate furono le vicende della statua dell’austero e bellicoso Paolo iv, smontata dal piedistallo dopo la morte del papa e gettata nel Tevere. Per Gregorio xiii, vivente il pontefice, si nominarono otto commissari per sorvegliare la lavorazione del monumento, affinché la raffigurazione fosse naturale nel miglior modo possibile113. A novembre del 1585 il Popolo romano e il Senatore decisero di erigere una statua per Sisto v da collocare nel salone dei Conservatori di fronte a quella di Leone x , al posto di una raffigurazione di Ercole: il pontefice sarebbe apparso seduto su una sedia ornata da due leoni che reggevano nelle zampe due pere. Il leone era l’antico simbolo della maestà del Popolo romano, ma il leone con il ramo di pere era anche una delle raffigurazioni dell’emblema del pontefice, scelto quando questi, frate minore francescano, aveva assunto la carica di Inquisitore di Venezia114.
La decisione, presa all’inizio del pontificato, non pareva più sostenibile alla morte del pontefice: il 28 agosto 1590 il Consiglio pubblico decretò che il municipio non avrebbe più eretto statue al pontefice vivente115. Un decreto simile fu rinnovato durante la Sede vacante di Clemente viii nella quale si stabilì che «per l’avvenire non si potessero erigere statue a pontefici viventi, né a loro parenti ed amici»: una questione (quella delle statue dei pontefici in Campidoglio) non definitivamente chiusa, come vedremo nel corso di queste pagine, che comunque proprio nell’età di un papa autoritario e imperioso come Sisto v riceveva da parte del Comune una soluzione legislativa negativa.
Occorre esplicitare le implicazioni politiche di queste battaglie simboliche: l’assolutismo papale non trovò un terreno vuoto di fronte a sé, ma a Roma, come e ancor più che in altre realtà istituzionali rafforzate dal principio dinastico di successione, la preesistente struttura cittadina era pronta a difendere competenze e privilegi oltre che a inserirsi nella costruzione del nuovo potere ricavandone spazi e vantaggi.
Questa dialettica è evidente nella politica urbanistica dei papi della Controriforma, riconducibile certo a profonde esigenze religiose e devozionali, ma con un ricasco importante anche in più generali termini economici e con conseguenze pure nella ristrutturazione dello spazio capitolino.
La grande opera pubblica di portare l’acqua delle fonti del Pantano de’ Grifi a Roma, ad esempio, mirava a rendere abitabili le zone alte della città – l’Esquilino e il Viminale – in modo funzionale al percorso del pellegrinaggio delle Sette Chiese, ma il municipio partecipò anche in senso finanziario all’impresa, portando l’acqua in Campidoglio e vedendosi riconosciuto il diritto di decidere «dove costruire le fontane e i privati a cui concedere l’acqua»116. Sisto v impose a questa “libertà” il vincolo di far dirigere dall’architetto papale Matteo Bartolini il progetto della fontana sul colle, incontrando però non poche resistenze. Intanto l’architetto del Popolo romano Giacomo della Porta dotava di acqua i rioni Sant’Angelo e Campitelli – dove proprio negli anni Ottanta famiglie capitoline come i Muti (1585), gli Astalli (1587), i Capizucchi (1587) facevano costruire o ricostruire le loro dimore117 – e conduceva l’acqua dal Campidoglio all’ospedale della Consolazione, istituzione assistenziale direttamente dipendente dall’autorità municipale.
Si può ipotizzare allora che «nel momento della sua massima debolezza politica» il Campidoglio avesse la forza di imporre il proprio controllo dello spazio circostante, in una sorta di cittadella capitolina118? O piuttosto considerare come il piano di espansione della città – diretto dai pontefici verso i quartieri di nuovo impianto, anche con notevoli incentivi, secondo la bolla di Sisto v (13 settembre 1587) che prometteva a coloro che costruivano sulla via Felice (via Sistina) e sulla via Pia (via xx Settembre) l’esenzione dalla confisca dei loro stabili per qualsiasi delitto eccetto che quello di lesa maestà – fosse un aspetto di un processo più ampio che coinvolgeva e riqualificava anche i più vecchi rioni e fra questi in primo luogo quelli contigui al Campidoglio?
Qualsiasi sia la risposta a questi interrogativi, ci sembra di poter sostenere che tra xvi e xvii secolo il municipio romano continua a rappresentare una risorsa politica che ha i suoi uomini e il suo linguaggio che viene declinato in una logica di distinzione e in molteplici campi: quello culturale-simbolico, quello economico e, non da ultimo, quello socio-religioso.
L’interesse ideologico-politico di una vicenda ben nota quale è quella della canonizzazione di Santa Francesca Romana, studiata da Giulia Barone119, rientra nella dimensione di investimento simbolico ed economico che assume per il municipio romano. Nel 1604 il 15 ottobre i Conservatori e il Priore dei Paporioni espongono che:

per trovar denaro per tirar a fine la canonizzazione della beata Francesca e per non alterare le vecchie Gabelle né imponere le nuove secondo la forma delli Consigli secreto e pubblico si è pensato che si elegga una Quantità di Gentilhuomini i quali si debbano sottoscrivere di esercitare li offici gratis e senza pagamento alcuno et che sopra l’emolumenti che si caveranno da detti esercitii si piglino li 12 milia scudi quali saranno necessari per detta Canonizzazione con vendere tanti luoghi di Monte120.

L’iniziativa fu coronata da successo e il 29 maggio 1608, giorno della solenne canonizzazione, Francesca Romana fu proclamata santa. Come avvocata dell’Urbe era commemorata ogni anno con l’offerta del calice e della patena che la Camera Urbis presentava attraverso i suoi magistrati alle chiese situate nelle pertinenze del Campidoglio o intitolate a santi romani121.
Si tratta evidentemente di uno dei tanti episodi della moltiplicazione dei santi patroni che caratterizza l’Italia della Controriforma, ma quello che è soprattutto rilevante è la riaffermazione, anche nel campo dei culti religiosi, di una tradizione cittadina che va riconosciuta e custodita, rivendicazione che è contemporanea a quella analoga di altre importanti città italiane, come Napoli dove il patronato di San Tommaso fu promosso proprio negli stessi anni dalla nobiltà municipale122. Un’altra, probabilmente casuale, coincidenza che sembra però avvalorare l’idea di una sorta di competizione nella città intorno ai santi e ai loro corpi, è il succedersi nel 1638 di due eventi: nel gennaio Anna Barberini Colonna, “prefettessa” di Roma, tenta, anche se senza successo, di sottrarre il corpo di San Filippo Neri all’oratorio di San Maria di Vallicella per mandarlo a Palestrina, feudo di famiglia; nell’agosto nella chiesa di Santa Maria La Nova si espone il corpo di Santa Francesca Romana dissotterrato per la traslazione alla presenza dei Conservatori e dei Caporioni, garanti della pubblicità del culto123. Eventi significativi che sembrano avvalorare l’affermazione di Laurie Nussdorfer secondo la quale «se nella Roma pontificia, esisteva una religione civica, quella religione era quella del popolo romano»124.
Per la fase cruciale del lungo papato di Urbano viii proprio i lavori di questa storica americana hanno avuto il merito di dimostrare la pluralità di figure secondo le quali si coniugava il rapporto municipio-papato. Si trattava di una logica di annessione simbolica. Lo dimostrò fin dall’inizio del pontificato il carattere romano e imperiale che papa Barberini diede al rito del possesso, descritto da Agostino Mascardi come Le pompe del Campidoglio125 e lo ribadì il tentativo di far rivivere ad uso esclusivo dell’affermazione della famiglia papale antiche figure di magistrature romane come il prefetto di Roma, la cui carica fu conferita a Taddeo Barberini che si arrogò anche tradizionali onori riservati al Popolo romano126. Ma anche di una logica di coinvolgimento in una rete di reciprocità di favori. Sono in questo senso significative le modalità con cui i Conservatori nel 1635 chiesero al Consiglio segreto e pubblico di derogare dalle precedenti disposizioni prese durante la Sede vacante di Clemente viii e di erigere un monumento in onore del papa, per non correre il rischio «per sfuggire lo scoglio dell’adulazione, urtare in uno peggiore dell’ingratitudine, tanto più che la legge positiva non può derogare a quella della natura»127. Un’analoga offerta nello stesso anno venne avanzata, in segno di riconoscenza alla casa Barberini per il superamento della peste e l’annessione di Urbino, al cardinal nepote Francesco che declinò l’omaggio128.
E tuttavia, negli spazi ristretti di un rapporto di forze sbilanciato e all’interno di una vischiosa rete di scambi clientelari, una cultura municipale persisté anche nell’età barberiniana. Il noto diarista Giacinto Gigli era certamente un cliente di casa Barberini o almeno si professava tale, ma era anche un magistrato cittadino, più volte Caporione tra il 1631 e il 1644 e tre volte Priore di Roma 129. Forse in relazione alla decisione del Campidoglio nel dicembre 1640 di porre nel palazzo dei Conservatori una tavola di Fasti Consulares Capitolini, con la nomenclatura dei Conservatori e dei Priori dei Caporioni, Gigli redasse alcuni testi sulle magistrature romane.
Uno di questi discorsi ripercorre nel tempo la storia del governo di Roma, soffermandosi sulla rinascita nel medioevo dei vari offici cittadini e sulle ripetute discordie tra i pontefici e i “quiriti” fino alla congiura di Stefano Porcari, a metà Quattrocento «e questo – egli commenta – fu l’ultimo sforzo che fecero i Quiriti per la Libertà, la quale pareva loro di aver perso»130. Ma la perdita dell’antica libertà – aggiunge prudentemente – è compensata dalla permanenza dell’autorità e della grandezza della città, dal pieno dispiegarsi – «della Maestà di Roma»131. Il ricorso a questo concetto della Maestà dell’Urbs che si ritrova in molti scritti seicenteschi e che si dispiega pienamente nella cultura figurativa di età barocca132, significa la Maestà di Roma cattolica, resa grande dalla missione universale del papato.
Se passiamo, però, dal piano più evanescente della rappresentazione al livello più corposo dell’evoluzione delle relazioni economiche tra papato e Comune, la prima metà del Seicento appare il periodo di un’irreversibile “espropriazione” delle entrate comunali in coerenza con le esigenze di un esasperato fiscalismo di guerra133, l’inizio di quella grave crisi delle istituzioni comunali – sulla quale mancano purtroppo studi analitici – che sfocerà nella sostituzione dei Consigli con la congregazione economica nel 1694.
I fili di una tradizione municipale, anche soltanto nelle forme ripetitive dei riti, si fanno più esili: quando, nel 1695, l’ambasciatore del duca di Parma rende visita ai Conservatori la visita è quasi un itinerario museale in cui si discorre delle pitture e statue che si ritrovano nel Campidoglio e, allorché il magistrato cittadino deve restituire la visita, si constata che non ci sono più state iniziative del genere dal tempo di Alessandro vii. Sicché, il consiglio, «non trovandosi sopra di ciò memoria alcuna ne’ libri del Campidoglio» deve riunirsi più volte per discutere il «quid agendum» fino a decidere di eleggere 28 cavalieri (2 per rione) e invitando i cardinali e i principi di ogni rione a partecipare al corteggio134.
Sappiamo anche che, dopo il 1660, la pratica dell’udienza abituale del papa al Senatore e ai Conservatori che si rendevano al Palazzo ogni quindici giorni era andata perdendosi, resa superflua dallo svuotarsi progressivo del potere municipale. Sarà Clemente xii con un motu proprio del 19 settembre 1731 a ristabilirla135.

4
Conclusione: «un grandissime village semé de beaux palais
et des magniffiques édifices publics»

L’opposizione tra Roma antica, della cui eredità e immagine il Campidoglio era comunque simbolo e luogo di memoria, e Roma moderna è certamente tutta risolta nel Seicento a vantaggio di quest’ultima che ingloba e contiene l’altra136. L’aggettivo moderno attribuito a Roma nelle pagine degli contemporanei – cioè degli autori del xvii secolo – è utilizzato per indicare la città del tempo presente, nel cui spazio dilatato dalle opere dei pontefici e attraversato dalle nuove arterie rettilinee, i visitatori di tutta Europa si muovono per ammirare il trionfo della fede romana, il dispiegarsi della carità e della magnificenza cristiana. Un autore tardo-seicentesco, il cui nome è legato alla descrizione apologetica delle “opere pie” romane, il noto Carlo Bartolomeo Piazza, descrivendo le chiese romane e suburbane di titolo cardinalizio deplora i libri Admiranda sive de Magnitudine romana di Giusto Lipsio, definisce avida curiosità per «i rottami dei marmi» e la «spazzatura delle colonne» il gusto di quest’ultimo per l’antico, al quale oppone la sua apologia della «Roma moderna o religiosa», magnanima nella sua beneficenza. Il Campidoglio − egli scrive con veemenza − non è affatto il simbolo di Roma in quanto «capo del Mondo», è piuttosto un delirio mitologico fortunatamente cancellato dalla sacralità che il luogo ha assunto, perché nelle sue grotte sotterranee la prigionia di Pietro ha liberato l’uomo dalla tirannide del paganesimo137.
Ma sarebbe riduttivo considerare, sulla scorta di questa letteratura, che l’offensiva simbolica della Controriforma abbia prima annessa e poi cancellata l’“altra” Roma. Il sistema dei riferimenti culturali, letterari e figurativi, della Roma laica e profana non solo, come abbiamo cercato di dimostrare, permane, ma diviene terreno di nuova indagine, dotta e filologicamente rigorosa, attraverso le accademie, l’antiquaria, il collezionismo. E così nel primo Settecento quando il Comune romano si avvia a diventare uno strumento amministrativo del potere centrale, l’eredità culturale che esso rappresenta emerge prepotentemente in primo piano nell’archeologia e nella storia erudita e locale.
Inoltre, non tutti gli osservatori contemporanei usano l’aggettivo moderno esclusivamente per denotare la città delle chiese, dei monasteri, degli ospedali, delle confraternite, dei collegi e dei seminari. Le ville, i palazzi e le fontane, nelle guide e nelle descrizioni seicentesche della città, visualizzano, non meno degli edifici “religiosi” o degli stabilimenti di carità, la “modernità” di Roma.
La letteratura di riferimento è amplissima e perciò mi limiterò a citare solo un esempio, richiamando un testo di fine Seicento che ha grande fortuna nel secolo successivo. Il Mercurio errante delle grandezze di Roma tanto antiche che moderne, la cui prima edizione è del 1693 − opera di Pietro Rossini, originario di Pesaro, a Roma antiquario dell’ambasciatore imperiale conte di Lambergh − giustappone in libri diversi la descrizione di Roma moderna (i primi due libri) e antica (il terzo libro «delle cose antiche che si vedono al presente»). La Roma moderna è la città dei palazzi pubblici – il Campidoglio, il Vaticano, il Quirinale, il Monte di Pietà – e dei palazzi delle grandi famiglie aristocratiche che hanno anch’essi nella loro taglia, nella struttura interna dello spazio una connotazione pubblica, nonché dei giardini e delle ville suburbane. Gli unici itinerari processionali che si menzionano nel volume sono la cavalcata dell’ambasciatore di Spagna per offrire la chinea al papa e la cavalcata del Senatore.
Un modo dunque di leggere la città e il suo spazio assai distante anche se contemporaneo rispetto a quello di Carlo Bartolomeo Piazza.
Ma possiamo assumere ancora un punto di vista differente: quello di un anonimo autore francese che descrive la Roma degli anni 1677-81. La sua attenzione è tutta centrata sulle arterie rettilinee sulle quali sorgono i grandi palazzi romani, con l’intento esplicito di paragonare Roma alla Parigi di Luigi xiv. La via Pia lo delude alquanto: «entrant dans cette rue appellée Strada Pia on y trouve d’abord de la beauté, estant la plus longue et la plus droitte de Rome. Elle n’a guères moins d’un mille, mais comme il y a peu de maisons et qu’elle n’est formée que par des murailles qui servent de closture à des jardins, aussy ne doit – on pas mettre ces rues au rang de celles qui font voir le plus la majesté de cette ville»138. Della via Felice, che porta dal Pincio a Santa Maria Maggiore, apprezza la lunga prospettiva, anche se la giudica meno bella di quella di rue Richelieu e di altre strade dei nuovi quartieri parigini, ma soprattutto trova piacevole l’incrocio delle Quattro Fontane, che è diventato specialmente d’estate un luogo di ritrovo: «c’est là qu’on voit plusieurs gens assez voisins les uns aux autres, le lieu n’estant pas grand, qui le chapeau à la main, s’y arrestent des heures entières pour y gouster l’air: “per godere l’aria”, comme ils disent»139.
Le nuove direttrici spaziali delineate dai grandi lavori dei papi dell’età della Controriforma hanno tracciato una nuova mappa ma essa appare in alcuni punti ancora una griglia vuota. Roma, nonostante i grandi palazzi delle famiglie papali e cardinalizie, espressione pietrificata del nepotismo barocco, sembra allo sconosciuto francese che ha assunto lo sviluppo di Parigi come parametro della “modernità”: «un grandissime village semé de beaux palais et des magniffiques édifices publics»140.

 

Note

* Questo articolo è il testo della relazione tenuta al convegno Urbs: Concepts and realities of public space / Concetti e realtà dello spazio pubblico, tenutosi presso l’Istituto Olandese di Roma il 2-4 aprile 2003, in occasione del centenario dello stesso Istituto.
1. M. Fantoni, Il potere dello spazio. Principi e città nell’Italia dei secoli xv-xvii, Bulzoni, Roma 2002, p. 21.
2. R. Krautheimer, Tre capitali cristiane. Topografia e politica, Einaudi, Torino 1987, p. 149 (ed. or. 1983).
3. Ivi, p. 172.
4. Sull’organizzazione dello spazio romano alla fine del xii secolo cfr. E. Hubert, Espace urbain et habitat à Rome du xe siècle à la fin du xiiie siècle, préface de P. Toubert, Istituto Storico Italiano per il Medio Evo, Roma 1990.
5. L. Finocchi Ghersi, Le residenze dei Colonna ai Santi Apostoli, in M. Chiabò, G. D’Alessandro, P. Piacentini, C. Ranieri (a cura di), Alle origini della nuova Roma: Martino v (1417-1431), Atti del Convegno, Roma 2-5 marzo 1992, Istituto storico italiano per il Medio Evo, Roma 1992, p. 70.
6. Riferimenti indispensabili: P. Pavan, Dalla renovatio senatus all’unità d’Italia: il percorso di una istituzione, in La facciata del palazzo Senatorio in Campidoglio. Momenti di storia urbana di Roma, Pacini editori, Pisa 1992, pp. 21-8; M. Franceschini, Il tribunale del Senatore, ivi, pp. 29-37; E. Rodoconachi, Les institutions communales de Rome sous la paupeté, A. Picard, Paris 1901.
7. La magistratura dei Magistri aedificiorum, «positi et constituti a Senatu et a Populo romano super omnibus questionibus Urbis edificiorum, murorum, domorum, viarum et platearum [...] respicientibus comodum et utilitatem rei publicae» è attestata già nel 1227; cfr. I. Ait, Strade cittadine: atteggiamenti mentali e comportamenti a Roma nel xv secolo, in “Studi Storici”, n. 4, 1991, pp. 877-88; O. Verdi, Da ufficiali capitolini a commissari apostolici: i maestri di strade e degli edifici di Roma tra xiii e xvi secolo, in L. Spezzaferro, M. E. Tittoni (a cura di), Il Campidoglio e Sisto v, Carte Segrete, Roma 1991, pp. 54-62.
8. N. Signorili, Descriptio urbis Romae eiusque excellentiae, in R. Valentini, G. Zucchetti (a cura di), Codice topografico della città di Roma, 4 voll., Tipografia del Senato, Roma 1940-53, iv, 1953, pp. 162-5. Niccolò Signorili, Caporione del rione Monti (1425) era lo scribasenatus designato da Martino v al Campidoglio.
9. La testimonianza della presentazione del codice al papa è di Matteo Palmieri, mentre non abbiamo alcuna prova che il pontefice ne sia stato committente, cfr. M. Miglio, L’immagine del principe e l’immagine della città, in ricordo di Manfredo Tafuri, in Principe e città alla fine del Medioevo, Pacini, Pisa 1996 (Collana Centro studi sulla civiltà del tardo Medioevo, San Miniato), pp. 315-32.
10. Giannozzo Manetti scrisse il De vita ac gestis Nicolai v l’anno successivo alla morte del papa. Cfr. L. Onori, Sacralità, immaginazione e proposte politiche: la Vita di Nicolò v di Giannozzo Manetti, in “Humanistica Lovaniensa”, xxviii, 1979, pp. 27-77.
11. B. Castiglione, Il Cortegiano, a cura di A. Quondam, Garzanti, Milano 1981, pp. 406-7.
12. C. W. Westfall, La strategia urbana di Nicolò v e Alberti nella Roma del ’400, Introduzione di M. Tafuri, La nuova Italia Scientifica, Roma 1984, p. 72; G. Spagnesi, Roma: la Basilica di San Pietro, il borgo e la città, Jaca Book, Milano 2002, pp. 29-46.
13. C. Borruoghs, Below the Angel: An Urbanistic Project in the Rome of Pope Nicholas v, in “Journal of the Warburg and the Courtauld Institutes”, xlv, 1982, pp. 94-124. Sul rapporto tra giubileo e interventi sulla città cfr. M. A.Visceglia, Roma e il giubileo: universalismo e città tra medio evo ed età moderna, in E. Capuzzo (a cura di), Città Sante-Città Capitali: il Giubileo nella storia, esi, Napoli 2001, pp. 19-53.
14. H. Broise, J. C. Maire Vigueur, Strutture famigliari, spazio domestico e architettura civile a Roma alla fine del Medioevo, in F. Zeri (a cura di), Storia dell’arte italiana, xii, Momenti di architettura, Einaudi, Torino 1983, pp. 114-28.
15. Ivi, p. 140.
16. «La casa medievale non era, come sembra credere P. Tomei, [riferimento a L’architettura a Roma nel Quattrocento], isolata dai suoi confinanti per mezzo di spazi scoperti, cortili o giardini. Questo accadeva effettivamente in quartieri periferici come quello che si disponeva intorno alla chiesa di San Pietro in Vincoli», ivi, p. 158.
17. Ivi, p. 141.
18. I. Insolera, Roma. Immagini e realtà dal x al xx secolo, Roma-Bari, Laterza 1980, p. 31.
19. P. Pavan, I fondamenti del potere: la legislazione statutaria del Comune di Roma dal xv secolo alla restaurazione, in Il Comune di Roma. Istituzioni locali e potere centrale nella capitale dello Stato Pontificio, a cura di P. Pavan, “Roma moderna e contemporanea”, iv, 2 (1996), pp. 317-35, in part. p. 326. Sui Conservatori cfr. M. Franceschini, I Conservatori della Camera Urbis. Storia di un’istituzione, in Il Palazzo dei Conservatori e il Palazzo Nuovo in Campidoglio. Momenti di storia urbana di Roma, Pacini, Pisa 1996, pp. 19-27.
20. Sulla perdita da parte delle Arti, nella seconda metà del Trecento, delle loro prerogative politiche a vantaggio delle organizzazioni di quartiere cfr. J. C. Maire Vigueur, Arti o rioni? Appunti sulle forme di organizzazione del popolo nel comune romano, in L. Gatto, P. Supino (a cura di), Studi sulle società e le culture del Medioevo per Girolamo Arnaldi, All’insegna del Giglio, Firenze 2002, pp. 327-40.
21. B. Premoli, Ludus Carnelevarii. Il carnevale a Roma dal secolo xii al secolo xvi, Guido Guidotti editore, Roma 1981, p. 62.
22. A. Boureau, La papessa Giovanna, Einaudi, Torino 1991, p. 101 (ed. or. 1988).
23. A. Esposito, Der römische Karneval in Mittelalter und Renaissance, in M. Matheus (hrsg.), Fastnacht /Karneval im europäischen Vergleich, Steiner, Stuttgart 1999 (Mainzer Vorträge 3), pp. 11-30. Ringrazio Anna Esposito che mi ha segnalato questo volume.
24. «Dove già da Evandro sacrato fu il primo altare ad Hercule» (Le cose meravigliose della città di Roma, per Guglielmo da Fontareto, Venegia 1542, senza indicazione di pagine). Ma l’Aventino era anche identificato con il luogo dove Remo avrebbe preso gli auspici e dove poi sarebbe avvenuto il fratricidio (D. Gallavotti Cavallaro, Guide rionali di Roma, Rione xxi, San Saba, Fratelli Palombi, Roma 1989).
25. D. Calabi, Il mercato e la città. Piazze, strade, architetture d’Europa in età moderna, Marsilio, Venezia 1993.
26. A. Modigliani, Mercati, botteghe e spazi di commercio a Roma tra Medioevo ed età moderna, Roma nel Rinascimento, Roma 1998.
27. Ivi, pp. 29-55. Sullo sviluppo inizialmente precario della zona commerciale intorno a San Pietro, che era «un’aggregazione di un’unità commerciali priva dello statuto di mercato», cfr. ivi, pp. 262 ss.
28. L. Palermo, Il porto di Roma nel xiv e xv secolo. Strutture socio-economiche e statuti, Il Centro di Ricerca, Roma 1978.
29. Modigliani, Mercati, botteghe e spazi, cit., p. 300.
30. A. Esch, Roma come centro di importazioni nella seconda metà del Quattrocento ed il peso economico del papato, in S. Gensini (a cura di), Roma capitale (1447-1527), Pacini, Pisa 1994 (Collana Centro studi sulla civiltà del tardo Medioevo, San Miniato), pp. 107-43, ove si dimostra come la corte importasse più beni di quanto la città non ne consumasse.
31. L. Palermo, Sviluppo economico e organizzazione degli spazi urbani a Roma nel primo Rinascimento, in A. Grohmann (a cura di), Spazio urbano e organizzazione economica nell’Europa medievale, Atti della Sessione C23, Eleventh International Economic History Congress, (Milano 12-16 settembre 1994), esi, Napoli 1994, p. 430.
32. Modigliani, Mercati, botteghe e spazi, cit., pp. 145-209. Campo dei Fiori e piazza Navona furono lastricate durante il successivo pontificato di Innocenzo viii Cybo.
33. Fabio Calvo, Antiquae Urbis Romae cum regionibus simulachrum, Ludovicus Vicentinus, Romae 1527 (dedicato a Clemente vii). Sull’imago urbis, cfr. L. Nuti, Ritratti di città. Visione e memoria tra Medioevo e Settecento, Marsilio, Venezia 1996, pp. 43 ss.
34. Modigliani, Mercati, botteghe e spazi, cit., p. 327.
35. D. Calabi, Storia della città. L’età moderna, Marsilio, Venezia 2001, p. 27.
36. A. Modigliani, Uso degli spazi pubblici nella Roma di Alessandro vi, in M. Chiabò, S. Maddalo, M. Miglio, A. M. Oliva (a cura di), Roma di fronte all’Europa al tempo di Alessandro vi, t. ii, Ministero per i beni e le attività culturali, Roma 2001 (Atti del Convegno, Città del Vaticano-Roma, 1-4 dicembre 1999), p. 533.
37. Ivi p. 536. L’asse della basilica sarà imposto dal Bernini a metà Seicento nel rifacimento della piazza; cfr. Insolera, Roma, cit., p. 50.
38. Ivi, pp. 58-60.
39. G. Simonicini, Città e società nel Rinascimento, Einaudi, Torino 1974, vol. ii, pp. 254-5. Italo Insolera dubita invece che sia possibile pensare questi interventi come sempre finalizzati a itinerari «anticipando una caratteristica barocca (o addirittura contemporanea), dimenticando altri luoghi e funzioni che allora erano perlomeno e forse più importanti»: Insolera, Roma, cit., p. 60. Su via Giulia, riferimento fondamentale, L. Salerno, L. Spezzaferro, M. Tafuri (a cura di), Via Giulia. Una utopia urbanistica del Cinquecento, Staderini, Roma 1973. Cfr. anche Spagnesi, Roma: la Basilica di San Pietro, il borgo e la città, cit., pp. 53-68.
40. Ch. L. Frommel, Il Palazzo dei Tribunali in via Giulia, in Studi Bramanteschi (Atti del Congresso internazionale, Milano, Urbino, Roma 1973), De Luca, Roma 1974, pp. 523-34. Leone x avrebbe poi rinunciato alla realizzazione del palazzo dei Tribunali.
41. I. D. Rowland, The Culture of the High Renaissance. Ancients and Moderns in Sixteenth-Century Rome, Cambridge University Press, Cambridge 1998, p. 178.
42. I. Ait, I fiorentini nella Roma di Leone x e di Clemente vii, in S. Gensini (a cura di), Una “Gerusalemme” toscana nello sfondo dei due giubilei: 1500-1525, Atti del Convegno di studio del Centro internazionale “La Gerusalemme” di San Vivaldo Monteione (Firenze), 4-6 ottobre 2000, Sismel: edizioni del Galluzzo 2003, Firenze 2004, pp. 31-56.
43. Regesti di bandi editti notificazioni e provvedimenti diversi relativi alla città di Roma ed allo Stato Pontificio, vol. i (1234-1605), Tipografia Cuggiani, Roma 1920, p. 5, n. 23.
44. Pauli Cortesii, De cardinalatu commentarius, a.d. 1510, pp. il-liiiv.
45. Descriptio Urbis. The Roman Census of 1527, edited by E. Lee, Bulzoni, Roma 1985. Il censimento, come proverebbe l’assenza nel documento dei Colonna, fu successivo al raid colonnese del 20 settembre. Un altro elenco, De domibus cardinalium, è in F. Albertini, Opusculum de mirabilibus novae et veteris urbis Romae, in Codice Topografico, cit., pp. 516-22.
46. Traggo le percentuali da Insolera, Roma, cit., pp. 88-91. Sui Cenci cfr. M. Bevilacqua, Il Monte dei Cenci: una famiglia romana e il suo insediamento urbano tra medioevo ed età barocca, Gangemi, Roma 1988.
47. The Roman Census, cit., p. 119.
48. G. Chittolini, Alcune ragioni per un convegno, in Gensini (a cura di), Roma capitale (1447-1527), cit., pp. 1-14, in particolare p. 13.
49. L’espressione è in Fantoni, Il potere dello spazio, cit., p. 134.
50. Simoncini, Città e società nel Rinascimento, cit., i, p. 185.
51. Su quest’ultimo punto insiste Palermo, Sviluppo economico e organizzazione, cit., p. 414.
52. Documentata è la sovrapposizione del Camerlengo ai Maestri di strade. Nel 1562 poi appare un riferimento a un chierico di Camera presidente delle strade, ma ancora durante il pontificato di Pio v «si afferma il principio del controllo contabile da parte del popolo romano, sull’attività di esazione delle tasse esercitata dai maestri»: due patrizi inviavano documentazione del loro sindacato ai Conservatori per «l’archivio pubblico Romani Populi». Cfr. O. Verdi, Da ufficiali capitolini a commissari apostolici: i maestri di strade e degli edifici di Roma tra xiii e xvi secolo, in Spezzaferro, Tittoni, Il Campidoglio e Sisto v, cit., pp. 54-62, in part. p. 59.
53. I. Fosi, «Parcere subiectis, debellare superbos». L’immagine della giustizia nelle cerimonie di possesso a Roma e nelle legazioni dello Stato Pontificio, in Cérémonial et rituel à Rome (xvie-xixe siècle), Etudes réunies par M. A. Visceglia et C. Brice, Ecole Française de Rome, Rome 1997, p. 95; M. Boiteux, Parcours rituels romains à l’époque moderne, ivi, pp. 27-87; M. A. Visceglia, La città rituale. Roma e le sue cerimonie in età moderna, Viella, Roma 2002.
54. Archivio storico capitolino (d’ora innanzi asc), Cred. 4, t. 130, f. 148 (Ordine e pompa con la quale i Senatori di Roma cavalcavano e andavano a ricevere l’Imperatore o Re o Legati Apostolici mentre la Sede Apostolica stava in Avignone).
55. Sul significato simbolico degli “ornamenti” del Senatore cfr. M. A. Altieri, Li Nuptiali, pubblicati da E. Narducci, Tipografia Romana, Roma 1873, p. 121.
56. asc, Cred. 6 , t. 54, f. 436 (Ritus quo novus almae Urbis Senator Possessionem suae Dignitatis capit ex Apostolicis commentariis sive Diariis excerptus). Una precisa descrizione di questo rito è in M. Franceschini, Il tribunale del Senatore, in La facciata del Palazzo Senatorio, cit., pp. 29-37. Cfr. anche Rodoconachi, Les institutions, cit., pp. 134-7.
57. Cfr., ad esempio, Il Campidoglio trionfante in occasione della nobilissima cavalcata fatta il 4 novembre 1691 per l’Eccellentissimo Signor Ottavio Riario, Mascardi, Roma 1691 e Distinta relazione della solenne cavalcata fatta dall’Illustrissimo ed Eccellentissimo Marchese Mario Frangipani Senatore di Roma in occasione del Possesso nel Campidoglio, presso G. Zenobi, Roma 1712. L’itinerario del percorso, quando il papa risiedeva in Quirinale, passava da Quattro Fontane, Madonna di Costantinopoli, piazza di Spagna, via dei Condotti, San Lorenzo in Lucina, San Marco.
58. L. Nussdorfer, The Vacant See: Ritual and Protest in Early Modern History, in “The Sixteenth Century Journal”, 18 (1987), pp. 173-89.
59. Durante il pontificato di Giulio iii scoppiò una disputa sulla precedenza tra Giuliano Cesarini, Gonfaloniere e il Priore dei Caporioni che fu risolta dal pontefice a vantaggio del Gonfaloniere (asc, Cred. 4, t. 130, f. 245).
60. asc, Cred. 4, t. 54, f. 76.
61. asc, Cred. 4, t. 130, f. 160.
62. Ivi, f. 252 (Lista delli officiali del Popolo Romano e uomini della Casa degli signori Conservatori soliti a portar Armi).
63. Porta del Popolo al capotoro di campo Marzio, porta Pia ai capotori di Monti e Trevi, porta Pinciana ai capotori di Colonna e Trevi, porta San Lorenzo, porta Maggiore, porta San Giovanni al capotoro di Monti, porta San Sebastiano e porta San Paolo al capotoro di Ripa, porta Portese e porta San Pancrazio al capotoro di Trastevere, porta Cavalleggeri e porta Angelica al capotoro di Borgo (asc, Cred. 4, t. 54, Istruttione in occasione di Sede Vacante, ff. 71-83, s. d.).
64. Biblioteca Apostolica Vaticana, Barb. Lat., mss. 4835, 4840. Sulla datazione di questi documenti cfr. R. Ago, Economia barocca. Mercato e istituzioni a Roma nel Seicento, Donzelli, Roma 1998, pp. 5-6.
65. Sull’interpretazione dell’origine dei seggi napoletani come antichi distretti militari cfr. M. A.Visceglia, Identità sociali. La nobiltà napoletana nella prima età moderna, Unicopli, Milano 1998, pp. 95 ss.
66. Altieri, Li Nuptiali, cit., p. 121 (il corsivo è mio).
67. Ivi, p. 120.
68. Signorili, Descriptio Urbis Romae, cit., p. 167. Per un riferimento cronologico anteriore cfr. De nominibus regionum Urbis Romae, in Valentini, Zucchetti, Codice topografico, cit., 3, Roma 1946, pp. 169-73.
69. asc, Cred. iv, t. 105, ff. 141-143.
70. Ivi, ff. 130-1.
71. Ivi, f. 134. Ogni rione presentava in piazza del Campidoglio un toro. I tredici tori venivano lanciati dal monte Testaccio a correre dietro sei carriole che erano lasciate andare giù per il pendio, ciascuna di esse aveva su di sé un palio rosso e un maiale.
72. Ivi, ff. 135 ss.
73. Cit. in B. Premoli, Ludus Carnelevarii. Il carnevale a Roma dal secolo xii al secolo xvi, Guidotti, Roma 1981, p. 93.
74. F. Cruciani, Teatro nel Rinascimento: Roma 1450-1550, Bulzoni, Roma 1983, p. 116.
75. Sul tema della romanitas, cfr. Pavan, I fondamenti del potere, cit., p. 321.
76. M. Franceschini, La Magistratura Capitolina e la tutela delle antichità di Roma nel xvi secolo, in “Archivio della Società Romana di Storia Patria”, 109 (1986), pp. 141-50, in particolare pp. 142-3. Gli Statuti del 1580 confermavano ai Conservatori e ai Caporioni la tutela dell’antico.
77. Documento citato in Franceschini, La Magistratura Capitolina, cit., p. 145.
78. asc, Cred. vi, t. 49 (Registro di patenti di cittadini romani creati 1516-1532).
79. A. Camerano, La restaurazione cinquecentesca della romanitas, identità e giochi di potere fra Curia e Campidoglio, in B. Salvemini (a cura di), Gruppi ed identità sociali nell’Italia di età moderna. Percorsi di ricerca, Edipuglia, Roma 1998, p. 56.
80. F. Cruciani, Il teatro del Campidoglio e le feste romane del 1513, con la ricostruzione architettonica del teatro di Arnaldo Bruschi, Il Polifilo, Milano 1968.
81. M. Casini, I gesti del principe. La festa politica a Firenze e Venezia in età rinascimentale, Marsilio, Venezia 1996, pp. 128-37.
82. asc, Cred. i, t. 13.
83. Avviso di Marco Antonio Altieri dato all’Illustre Signor Renzo di Cere intorno alla Civiltà, donata in persona del Magnifico Giuliano et alla casa Medici, in Cruciani, Il teatro, cit., pp. 3-20, in particolare p. 6.
84. C. Pietrangeli, I Palazzi capitolini nel Medioevo e i Palazzi Capitolini nel Rinascimento, in “Capitolium”, 1964; P. Picchiai, Il Campidoglio nel Cinquecento, N. Ruffolo, Roma 1948.
85. C. L. Stinger, The Campidoglio as the Locus of «Renovatio Imperii» in Renaissance Rome, in C. M. Rosenberg (ed.), Art and Politics in Late Medieval and Early Renaissance Italy: 1250-1500, University of Nôtre Dame Press, Nôtre Dame and London 1990, pp. 135-56.
86. Spagnesi, Roma: la Basilica di San Pietro, il borgo e la città, cit., p. 86.
87. Insolera, Roma, cit., p. 99.
88. Visceglia, La città rituale, cit., pp. 191-201.
89. (Sebastiano Torello), Ordine delle festa celebrate in Roma, per Carnevale, nella Piazza di Agone e in San Pietro, con la dechiaratione e significato delli Carri che vi intervennero e dell’altri progressi e invenzioni, (s. n. t., s. l.) 1539.
90. V. Forcella, Tornei e giostre, ingressi trionfali e feste carnevalesche in Roma sotto Paolo iii, Tip. Artigianelli, Roma 1885, pp. 52-62.
91. Il riferimento è a Florian de Ocampo e Ambrogio Morales, La cronica de España, Zamora 1541, cit. in T. J. Dandelet, Spanish Rome 1500-1700, Yale University Press, New Haven and London 2001, p. 44.
92. Premoli, Ludus Carnelevarii, cit., p. 131.
93. Ivi, p. 132.
94. Ibid.
95. M. Boiteux, Rivalità festive. Rituali pubblici romani al tempo di Sisto v, in M. Fagiolo (a cura di), Roma di Sisto v: i segni dell’autorappresentazione, Istituto Poligrafico dello Stato, Roma 1992, p. 387; Visceglia, La città rituale, cit., pp. 101-8.
96. asc, Cred. i, t. 30, p. 313 (Relazione in Consiglio Segreto delle estorsioni che si commettono in occasione dei palii).
97. asc, Cred. i, t. 23, p. 33.
98. asc, Cred. 4, t. 99, f. 90.
99. Vendita del 1 ottobre 1672 per scudi 330, 25 ottobre 1672 per 250 scudi, 26 novembre 1672 per 200 scudi, 23 dicembre per 30 scudi, prezzo 4 scudi a canna (ivi, ff. 93-113v). Le vendite continuarono fino al 1685.
100. asc, Cred. i, t. 30, p. 190.
101. asc, Cred. vii, t. 57, p. 200. Il 26 febbraio 1710 un chirografo di Clemente xi approva la risoluzione presa dai Conservatori di mutare «il luogo antico» della partenza («mossa») della corsa dei cavalli «con farla cominciare dalla piazza del Popolo».
102. Spagnesi, Roma: la Basilica di San Pietro, il borgo e la città, cit., p. 126.
103. A. Minniti Ippolito, I papi al Quirinale. Il sovrano pontefice e la ricerca di una residenza, Viella, Roma 2004, pp. 46-60, in particolare p. 53.
104. San Pietro, San Paolo, San Sebastiano, San Giovanni in Laterano, Santa Croce in Gerusalemme, San Lorenzo, Santa Maria Maggiore.
105. G. Labrot, Roma «caput mundi»: l’immagine barocca della città santa:1534-1667, Electa, Napoli 1997, p. 245; M. Boiteux, Parcours rituels romains à l’époque moderne, in Visceglia, Brice, Cérémonial et rituel, cit., p. 66.
106. L’analogia tra l’impianto trapezoidale della piazza e l’agorà greca è stata più volte rilevata, cfr. Simoncini, Città e società, cit., pp. 343-7.
107. M. Fagiolo, La Roma di Sisto v. Le matrici del policentrismo, in “Psichon”, 8-9, 1976, pp. 24-40, cit. in Boiteux, Parcours rituels romains à l’époque moderne, cit., p. 66.
108. Interessante la letteratura contemporanea: cfr. ad esempio Giovanni Jodati, Dialogo sull’obelisco innalzato in Vaticano da Sisto v, Roma 1580 e Id. Dialogo che ha fatto il cerchio di Nerone per la perdita delle guglie, Roma 1586.
109. L. Spezzaferro, Sisto v e il Popolo Romano: opere e progetti, ambiguità e conflitti, in Spezzaferro, Tittoni (a cura di), Il Campidoglio e Sisto v, cit., pp. 15-20. M. E. Tittoni, Gli affreschi del periodo sistino in Campidoglio: Tommaso Laureti nella Sala dei Capitani, ivi, pp. 137-40. Il Laureti aveva lavorato a Bologna.
110. Su questo tema indispensabili punti di riferimento: W. Hager, Die Ehrenstatuen der Päpste, Römische Forschungen der Bibliotheca Hertziana, vii, Leipzig 1929; M. Butzek, Die kommunalen Repräsentationsstatuen der Päpste des 16. Jahrhunderts in Bologna, Perugia und Rom, Boch und Herchen, Bad Honnef 1978.
111. Hager, Die Ehrenstatuen der Päpste, cit., pp. 41-2.
112. asc, Cred. 6, t. 59 , f. 122 (Memoria dello scultore che fece la statua di Paolo iii).
113. asc, Cred. i, t. 20 (Proposta fatta dal Consiglio per terminare la Statua di Paolo iv, 5 novembre 1558) e ivi, Cred. i, t. 6, f. 27 (Decreto del Consiglio in Sede Vacante per la rimozione della statua dal Campidoglio, 10 settembre 1559).
114. Spezzaferro, Sisto v e il Popolo Romano, cit., p. 19.
115. asc, Cred. i, t. 29, p. 254.
116. A. Bedon, La realizzazione del Campidoglio michelangiolesco all’epoca di Sisto v e la situazione urbana della zona Capitolina, in Tittoni (a cura di), Il Campidoglio e Sisto v, cit., pp. 76-84.
117. F. Lombardi, Roma. Palazzi, Palazzetti, Case. Progetto per un inventario, 1200-1870, Edilstampa, Roma 1952.
118. Bedon, La realizzazione del Campidoglio, cit., p. 81.
119. G. Barone, La canonizzazione di Francesca Romana (1608): la riproposta di un modello agiografico medievale, in G. Zarri (a cura di), Finzione e santità tra medioevo ed età moderna, Rosenberg e Sellier, Torino 1991, pp. 264-79. Ead., Le culte de Françoise Romaine: un exemple de religion civique?, in A. Vauchez (sous la direction de), La religion civique à l’époque médiévale et moderne (Chrétienté et Islam), Collection de l’Ecole Française de Rome, Rome 1995, pp. 367-73.
120. asc, consiglio i , t. 21, p. 133v, cit. in P. Lugano osb, Il Magistrato e il Popolo Romano per Francesca Bussa dei Ponziani, in “L’Urbe”, v, nn. 3-4 (1940), pp. 1-15.
121. Alla chiesa di San Angelo alla Pescheria era il Senatore che si recava ad offrire i calici (Le cose meravigliose della città di Roma con le reliquie e con le indulgentie de dì in dì che sono in tutte le chiese di essa, Venezia 1542). Il numero delle chiese onorate dal municipio aumentò considerevolmente nel corso del Seicento per evidenti istanze di patronage, ma su questo tema manca una ricerca analitica.
122. G. Galasso, Ideologia e sociologia del patronato di San Tommaso d’Aquino su Napoli (1605), in G. Galasso, C. Russo (a cura di), Per la storia sociale e religiosa del Mezzogiorno d’Italia, ii, Guida editori, Napoli 1982, pp. 213-29.
123. G. Gigli, Diario romano, Tuminelli, Roma 1958, pp. 174-7, 179-81.
124. L. Nussdorfer, Il «popolo romano» e i papi: la vita politica della capitale religiosa, in L. Fiorani, A. Prosperi (a cura di), Storia d’Italia, 16, Roma, la città del papa, Einaudi, Torino 2000, p. 251.
125. «Volle il Cielo – scriveva il Mascardi – che Roma rimanesse Reina, le cangiò il seggio e dal Campidoglio lo pose nel Vaticano, all’Imperatore successe il Pontefice con principato più capace e più potente [...]. Né per mutatione della religione e dell’impero ha perdute l’antiche virtù: anzi hora le possiede tanto più nobili quanto è più degno il fine che si propone» (A. Mascardi, Le pompe del Campidoglio per la Santità di Nostro Signore Urbano viii quando pigliò il possesso, s. l., s. d., p. 27).
126. Sull’attribuzione della carica di prefetto a Taddeo Barberini cfr. Visceglia, La città rituale, cit., pp. 147-52.
127. asc, Cred. i, t. 13, f. 113.
128. Ivi, f. 123.
129. L. Nussdorfer, Civic Politics in the Rome of Urban viii, Princeton University Press, Princeton 1992, pp. 108-14.
130. asc, Cred. iv, t. 130 (Li Regi e Consoli della Repubblica Romana con un discorso del governo e Magistrati che sono stati nella Città da che mancò di forza fino al tempo presente), f. 123.
131. L’espressione «Maestà di Roma» compare più volte nel testo. Fra l’altro il Gigli rievoca proprio le feste di Agone del 1539 alle quali abbiamo sopra fatto riferimento come «feste nobilissime che rappresentavano la Maestà di Roma, ma Roma quando era giovane» (ivi, f. 87) e oppone la «giusta» credenza nella discendenza di Carlo v dai Pierleoni romani «all’errore di Pietro Mexia che nella vita di Carlo v vuole la Casa d’Austria venga dai Goti osia per invidia verso i Romani o per qualsiasi altra Ragione di scemar sempre qualcosa alla grandezza e Maestà di Roma» (ibid.).
132. Sull’uso metaforico del mito antico nella cultura figurativa del periodo cfr. C. Strinati, Decorazioni pittoriche a carattere mitologico tra fine Cinquecento e grande stagione barocca, in Dopo Sisto v. La transizione al barocco, Istituto Nazionale di Studi Romani, Roma 1997, pp. 212-28.
133. Le cifre dei prestiti richiesti dal papa al Popolo romano sono in Nussdorfer, Il «popolo romano» e i papi, cit., pp. 251-5.
134. asc, Cred. vi, t. 54, ff. 1-12. (Memoria della Visita fatta à Sg.ri Conservatori dal Signor Gaspare Scotti Ambasciatore del duca di Parma e della rispettiva Visita restituita da Sig.ri Conservatori al medesimo con la relazione di tutto ciò che accadde nel trattamento).
135. Ivi, f. 380.
136. Labrot, Roma «caput mundi», cit., p. 271.
137. C. B. Piazza, La Gerarchia cardinalizia, nella Stamperia del Bernabò, Roma 1703, pp. 421-2.
138. Specchio di Roma barocca. Una guida inedita del xvii secolo, a cura di J. Connors e L. Rice, Edizioni dell’Elefante, Roma 1991, p. 127.
139. Ivi, pp. 128-9.
140. Ivi, p. 37.