I luoghi del fascismo a Roma*

di Vittorio Vidotto

 

 

Si potrebbe iniziare con un’affermazione apodittica e paradossale: Roma intera è un luogo del fascismo. E tuttavia c’è un elemento di verità in questo paradosso. Innanzitutto per il peso che ha nel fascismo l’idea e il mito di Roma.
Il tema è stato largamente indagato negli ultimi anni1. E quindi è sufficiente riproporre solo alcune affermazioni chiave, note e meno note, perentorie come slogan pubblicitari e significative non solo per l’autorevolezza dei loro autori ma anche per il momento in cui vennero presentate al pubblico, prima della marcia su Roma o pochi mesi dopo il 28 ottobre 19222.
Il mito di Roma aveva ripreso slancio con la nuova fase della storia d’Italia annunciata dalla vittoria militare nella Grande guerra. Il 21 aprile 1921, sul quotidiano fascista “Il Popolo d’Italia”, Gioacchino Volpe, il maggiore storico di quegli anni e grande medievista, rammentava:

Roma aiutò gli Italiani a costruire la loro italianità. Cominciarono a sentirsi distinti dalle altre genti come latini e figli di Roma; cominciarono ad amare nell’Italia Roma che in quella riviveva. E finirono col sentirsi distinti come Italiani, aventi una propria e superiore civiltà […]. Oggi noi usciamo con onore, pari ai sacrifici compiuti, da una grande prova, la maggiore da che l’Italia è emersa da le tempeste della storia. Oggi noi attendiamo, con una fiducia che si è fatta più consapevole e virile, meno ingenua e fanciullesca, un domani migliore. Abbiamo la sensazione di una giovinezza nuova che ci scorra nelle vene3.

L’anno successivo Mussolini, eleggendo il natale di Roma a festa del fascismo, aveva modo di ribadire:

Celebrare il natale di Roma significa celebrare il nostro tipo di civiltà, significa esaltare la nostra storia e la nostra razza, significa poggiare fermamente sul passato per meglio slanciarsi verso l’avvenire. [...] Roma è il nostro punto di partenza e di riferimento; è il nostro simbolo o, se si vuole, il nostro mito. Noi sogniamo l’Italia romana, cioè saggia e forte, disciplinata e imperiale. Molto di quello che fu lo spirito immortale di Roma risorge nel fascismo: romano è il Littorio, romana è la nostra organizzazione di combattimento, romano è il nostro orgoglio e il nostro coraggio4.

Mentre Enrico Corradini, uno dei principali ispiratori del movimento nazionalista confluito nel fascismo, in un discorso del 1923 sottolineava l’avvento di una nuova era nel segno di Roma.

Quando il destino muove le fortune della Patria, Roma riappare. [...] Roma è rinata nell’Italia vittoriosa. La rinascita di Roma è in voi, cittadini, Italia nuova, gioventù dell’aquila e del fascio. Dopo tanti secoli e tante fortune storiche, liberata già prima e unificata la Patria, oggi, vinto e distrutto il nemico esterno, domate le male forze del dissolvimento interno, Roma rinasce, animatrice, vita della vita nazionale, volontà di potenza e di grandezza, spirito di impero5.

E in seguito ancora Volpe, nel tracciare la storia del movimento fascista, poteva sintetizzare, riferendosi a quegli anni: «Roma era Roma. Sempre più questa parola suona[va], agli orecchi dei fascisti, come autorità, universalità, disciplina, impero»6.
Roma venne quindi conquistata dall’ideologia fascista ben prima che dall’iniziativa politica. Questa operazione comportò l’assorbimento della vulgata retorica nazionalista legata al mito di Roma e l’accantonamento dei risentimenti antiromani intrecciati alla dimensione antipolitica e antiparlamentare del fascismo originario.
Del resto il fascismo non aveva a Roma luoghi di fondazione, né luoghi di memoria, né poteva vantare episodi significativi del suo martirologio. Per la Cappella dei caduti per la rivoluzione (tav. 1), voluta fermamente dalla direzione del Partito nazionale fascista (pnf) e inaugurata, nel marzo 1933, al cimitero del Verano, non fu agevole trovare dodici salme di martiri da deporre nei loculi previsti. Roma non disponeva di un numero così alto di caduti: ai quattro uccisi negli scontri degli anni 1920-22 ne vennero aggiunti anche altri, morti a distanza di tempo per le ferite riportate o nel corso dei nuovi conflitti del 1924 o uccisi all’estero anni dopo7.
Ma come ogni movimento rivoluzionario o che ambisca a presentarsi come tale, il fascismo interviene nella misurazione del tempo, dotandosi di un nuovo calendario, e si impegna nella definizione di un nuovo spazio politico. A Roma, quindi, il fascismo modifica profondamente lo spazio pubblico, inteso come spazio simbolico e cerimoniale, adottando una serie di procedure che potremmo definire di “appropriazione”, “trasformazione”, “connotazione”, “esibizione”, “invenzione”8.
Appropriazione del Vittoriano-Altare della Patria e della tradizione nazional-patriottica che lì era rappresentata. Quel luogo era insieme simbolo dell’Italia unita ed espressione di parte. Rappresentava infatti l’Italia che aveva scelto la guerra contro quanti, in primo luogo i socialisti, l’avevano osteggiata ponendosi al di fuori della storia nazionale. La sfilata delle camicie nere al termine della marcia su Roma si era conclusa con l’omaggio alla tomba del milite ignoto e Mussolini, accettando l’incarico di formare il governo, aveva pronunciato la celebre frase, «Porto a Vostra Maestà l’Italia di Vittorio Veneto, riconsacrata dalla vittoria». Del resto, dal 1920 l’Altare della Patria aveva subito una inequivocabile politicizzazione di parte: alla vigilia delle due tornate elettorali dell’ottobre 1920 (amministrative) e del maggio 1921 (politiche) sulle sue scalinate era stato pronunciato un giuramento politico antisocialista e antibolscevico da parte delle forze nazional-patriottiche e poi fasciste. Una politicizzazione che precede quindi la consacrazione del luogo al soldato ignoto (4 novembre 1921), simbolo di tutti i caduti nella guerra vittoriosa.
Appropriazione del Campidoglio inteso sia nella sua dimensione mitica di simbolo della Roma antica sia come luogo fisico, con la collocazione nel 1926, sulla sua sommità, nel giardino della Vittoria accanto al palazzo Senatorio e con la vista aperta sui fori, dell’ara dei caduti fascisti divenuta subito meta obbligata del culto littorio (tav. 2). Sul Campidoglio si erano concluse le giornate interventiste del maggio 1915 e da lì aveva preso avvio quella nuova storia culminata nella vittoria militare e completata nella conquista fascista di Roma. Tutto si teneva. E il fascismo non esitava ad appropriarsi del Campidoglio anche come municipio, con l’istituzione di un nuovo potere cittadino, il governatore, alle dirette dipendenze del ministro degli Interni e quindi di Mussolini stesso.
Trasformazione di piazza Venezia da platea antistante l’Altare della Patria in arengo della nazione fascista raccolta e adunata sotto il balcone di palazzo Venezia dal quale si affacciava il duce. L’asse visivo dominante, legato al dispiegarsi dello sguardo sulla grande mole bianca, veniva ora riorientato verso il palazzo e il balcone, mentre il Vittoriano rimaneva come fondale laterale. Nelle grandi adunate la folla si assiepava anche sulle scalinate del monumento con il volto verso il balcone e le spalle al milite ignoto. Il rapporto dinamico fra la figura e la voce del duce e le risposte, gli echi, i plausi e le grida della folla sottostante erano regolati dal nuovo orientamento dello spazio politico imposto alla piazza.
Trasformazione di palazzo Venezia, già ambasciata austriaca e preda di guerra, in luogo centrale del nuovo potere, simbolo non solo della relazione plebiscitaria con le masse, ma anche dell’operosità di Mussolini, guida e tutore dell’intero paese. E insieme alternativa magniloquente al palazzo del Quirinale, residenza del sovrano.
Anche l’interno del palazzo era stato largamente modificato, alla metà degli anni Venti, con un restauro tanto grandioso quanto poco filologico. Nella grande sala del Mappamondo riaffrescata alla maniera del Mantegna e divenuta, dal 1929, studio del duce, un nuovo pavimento a mosaico nello stile delle aule termali romane univa i simboli del fascismo a una grande raffigurazione del ratto d’Europa, metafora dell’antica egemonia culturale e artistica dell’Italia, ma anche presagio o auspicio di un dominio nel Mediterraneo come era stato un tempo quello di Venezia9. Del resto il primo atto della politica mediterranea di Mussolini era stata la breve occupazione di Corfù (agosto-settembre 1923), storico possesso veneziano, compiuta come ritorsione contro la Grecia dopo l’eccidio della missione militare italiana, impegnata a tracciare i confini greco-albanesi10.
Il grande complesso monumentale che ruotava intorno a piazza Venezia, denominato ufficialmente dal Piano regolatore del 1931 come “Foro italico” e ribattezzato successivamente come “Foro dell’impero fascista”11, veniva così a rappresentare lo spazio politico/pubblico per eccellenza non solo di Roma, ma dell’Italia intera.
Connotazione fascista di singoli edifici o di interi complessi come la Città universitaria. Una connotazione che deriva dai fasci littori, dalle dediche o dalle epigrafi apposti sulle facciate, sugli ingressi, sulle trabeazioni, ma anche da una cifra stilistica tutt’altro che rigida, anzi variamente articolata, e tuttavia inconfondibile. Tanto da stabilire una correlazione strettissima, almeno nell’edilizia pubblica e monumentale, fra gran parte degli esempi della modernità architettonica e la modernità fascista e di consentire di utilizzare, arbitrariamente certo e da parte dei non specialisti, espressioni come “architettura fascista” per intendere l’architettura “degli anni del fascismo”. Arbitrio che trova una giustificazione nel largo impegno del regime nell’edilizia pubblica e nella sintonia degli architetti con l’ideologia modernizzatrice del fascismo.
La connotazione si applicava anche alla toponomastica come nella intitolazione o re-intitolazione di importanti strade e piazze. Ai martiri fascisti furono intitolati un piazzale e un viale ai Parioli, dopo la liberazione dedicati a due caduti antifascisti, rispettivamente don Giovanni Minzoni e Bruno Buozzi12. Via XXIII marzo, data di fondazione dei fasci di combattimento, designava la moderna strada (oggi via Leonida Bissolati) che congiunge via Vittorio Veneto con largo Santa Susanna. Piazza Montecitorio fu re-intitolata a Costanzo Ciano, mentre portavano il nome di Adolfo Hitler il piazzale e il viale di fronte alla stazione Ostiense dove era sceso il dittatore nazista al suo arrivo a Roma nel maggio 193813.
Esibizione: in questo campo rientra la politica espositiva del fascismo con il corredo delle grandi mostre che si tennero a Roma nel corso degli anni Trenta. Per mantenere alto il tasso di consenso nel paese, il fascismo aveva bisogno di rivendicare e confermare la legittimità della sua rivoluzione, celebrare le proprie origini, attestare la novità del suo sistema politico, la centralità della lotta e del sacrificio e insieme la continuità con la grande storia del passato misurabile anche con le conquiste sociali ed economiche del regime. La mostra della Rivoluzione fascista inaugurata il 28 ottobre 1932 a via Nazionale con la sua facciata di un brutale modernismo – gli alti fasci littori in rame, quasi ciminiere svettanti sullo sfondo rosso cupo del volume eretto a nascondere l’architettura ottocentesca del palazzo delle Esposizioni – rappresentò il modello insuperato del programma iconografico e della politica espositiva del fascismo. Il grande successo della mostra, rimasta aperta per due anni e visitata da circa quattro milioni di persone, fu dovuto non solo alla mobilitazione organizzativa del partito, ma anche alla qualità dell’allestimento e alla capacità di coinvolgere emotivamente il pubblico in un percorso che si concludeva con il sacrario dei caduti per la rivoluzione, uno spazio circolare oscuro nel quale da una fiamma si ergeva una croce mentre sulle pareti correva insistita la scritta luminosa “presente”. Anche se le successive grandi mostre non furono all’altezza di quella della Rivoluzione, sia che adottassero uno stile monumentale tradizionale come nel caso della mostra Augustea della romanità del 1937 sia che accettassero il linguaggio moderno come in quelle svoltesi al Circo Massimo fra il 1937 e il 1939 – delle Colonie estive e dell’Assistenza all’infanzia, del Tessile nazionale, del Dopolavoro, del Minerale italiano –, tutte confermavano il ruolo centrale che la comunicazione visiva e il culto delle immagini avevano nella propaganda fascista14. Questa macchina espositiva svolgeva una funzione pedagogica e rassicurativa per il paese mirando a rafforzare i rapporti identitari fra la società italiana e il fascismo. In una Roma trasformata in vetrina del regime, le mostre del Circo Massimo si avvalevano dello sfondo monumentale in cui erano inserite come moltiplicatore del loro messaggio propagandistico.
Invenzione infine: di un nuovo spazio pubblico con la realizzazione di una moderna città per l’educazione fisica e politica della gioventù, il Foro Mussolini alla Farnesina, e invenzione del nuovo spazio monumentale di Roma antica.
Il Vittoriano, inserito a forza nel fitto tessuto urbano preesistente, aveva già imposto una sistemazione degli spazi circostanti per evitare che la grande mole rimanesse imprigionata ai lati da edifici diversissimi per rango e qualità. Queste erano solo le premesse di un programma ideologico che intendeva cancellare la dimensione del pittoresco, entro la quale era inserita la Roma antica, adottando un linguaggio spaziale grandioso e consentendo, come si espresse Mussolini nel discorso di insediamento del governatore il 31 dicembre 1925, che i «monumenti millenarî della nostra storia» giganteggiassero «nella necessaria solitudine»15. Antonio Muñoz, direttore delle Antichità e Belle arti del Governatorato, e l’architetto dei giardini Raffaele De Vico furono i principali esecutori di un progetto che trovava nel duce la volontà ispiratrice e la copertura politico-culturale, ma godeva, nelle sue linee generali, anche di larghissimi consensi fra gli specialisti.
Così con gli sventramenti tutto intorno al colle capitolino, la distruzione dei vecchi quartieri di piazza Montanara, della Bocca della Verità, di via Alessandrina e via Cremona, il taglio della collina Velia, lo svuotamento del Circo Massimo, la costruzione di via dell’Impero e via dei Trionfi fu letteralmente “inventato” un nuovo spazio monumentale (tav. 3, sopra). I ruderi antichi vennero inseriti in un paesaggio da percorrere visivamente da lontano e anche in movimento lungo i grandi assi viari, scenografia ideale tanto per il turista che per le parate e le liturgie di massa del regime. Questa invenzione rappresenta il lascito più durevole del fascismo alla sua capitale e insieme una popolarizzazione, discutibile quanto si vuole, degli avanzi archeologici e della loro possibile fruizione come paesaggio da cartolina o da fotografia-ricordo.
In realtà, nonostante l’ampiezza e il numero degli interventi, non si può parlare di un progetto organico e compiuto per Roma fascista. È un percorso fatto di successi, ma anche di rinunce e fallimenti.
La centralità simbolica e funzionale di piazza Venezia, del palazzo e del balcone cancellò l’ipotesi di costruire a via dell’Impero la nuova sede del Partito nazionale fascista, il palazzo del Littorio con il Sacrario dei caduti e la sede permanente della mostra della Rivoluzione. Ogni possibile concorrenza fra i due luoghi fu dunque eliminata nonostante il grande concorso architettonico del 1934, il più importante di quegli anni, per il progetto di palazzo Littorio.
La tanto attesa riesumazione del mausoleo di Augusto, frutto di un ulteriore sventramento, produsse una scenografia monumentale largamente inferiore alle aspettative, mentre non solo il Foro Mussolini non vide mai il grande piazzale delle adunate ideato da Luigi Moretti e l’erezione del colosso del fascismo sulla collina sovrastante, ma dall’altra parte della città i lavori per l’Esposizione universale del 1942 furono interrotti dalla guerra.
Il tentativo, compiuto nei tardi anni Trenta e negli anni di guerra, di rivitalizzare la dimensione nazional-patriottica del fascismo a scapito di quella partitica produsse fra l’altro la rinuncia alla costruzione di palazzo Littorio. Destinato da un secondo concorso a sorgere a viale Aventino, in asse con via dei Trionfi, era stato spostato al Foro Mussolini per essere trasformato nel 1940, a costruzione largamente avviata, nella sede del ministero degli Esteri. Abbandonato ormai palazzo Vidoni, a corso Vittorio Emanuele, la direzione del pnf trovò posto allora in un edificio secondario, le Foresterie nord del complesso monumentale alla Farnesina. Lo spazio politico e l’immagine pubblica del regime restavano così indissolubilmente legati alla presenza del duce a palazzo Venezia e all’area monumentale convergente dal Colosseo, dai Fori e dal Campidoglio verso la piazza.
Se poi passiamo ad analizzare i luoghi del fascismo dal punto di vista delle funzioni, della posizione e del ruolo che ebbero, e che in parte ancora conservano nel tessuto urbano, potremmo tentare un’ulteriore classificazione dettata da una serie di possibili contrapposizioni: “luoghi esterni o aperti / luoghi interni o chiusi”, “luoghi compiuti / luoghi mancati”, “luoghi effimeri / luoghi permanenti”.
Luoghi esterni o aperti / luoghi interni o chiusi. Questa contrapposizione era molto evidente fra piazza Venezia e la sala del Mappamondo, fra l’esterno e l’interno di palazzo Venezia, fra il duce della folla e il duce operoso e assorto, raffigurato in innumerevoli immagini e celebrato dai cinegiornali nelle due funzioni, oratore dal balcone o seduto alla scrivania d’angolo, venticinque passi lontana dall’ingresso nella sala, o mentre riceve in piedi, sul lucido pavimento a mosaico, le delegazioni giunte ad omaggiare il novello principe. E qui è opportuno sottolineare come la definizione di questi spazi non possa prescindere dal repertorio di immagini divulgato dai media di allora e riproposto ancora oggi. Soprattutto la rappresentazione dello spazio politico chiuso era il risultato di una costruzione affidata interamente alle immagini e alla comunicazione dei mass media.
Spesso non individuabili dall’esterno, luoghi sempre interni, chiusi, raccolti e talora reclusi erano i sacrari dei caduti. Come quello, piccolissimo, di palazzo Vidoni o quello della Milizia volontaria per la sicurezza nazionale, collocato in alto all’interno del torrione del nuovo palazzo di viale Romania, un altare di cristallo nero attorniato da grandi figure a mosaico. Maggiore visibilità avrebbe avuto il sacrario progettato per il nuovo palazzo del partito al Foro Mussolini: era previsto come base della grande torre littoria o collocato al di sotto dell’arengario, ma non fu mai realizzato. Mentre quello progettato e realizzato da Moretti nel 1941 per la sede del pnf nelle Foresterie nord − impropriamente noto come Cella commemorativa (tav. 4) − si apriva all’esterno sulla fiancata del lungo edificio più simile a una scuola o a una caserma ed era collocato in uno spazio di risulta pur identificabile dal rifacimento di una porzione del prospetto16.
Luoghi compiuti / luoghi mancati. Se da un lato possiamo collocare, fra le realizzazioni che portano nettissima la cifra del fascismo, il Foro Mussolini, la Città universitaria, il palazzo delle Corporazioni (poi ministero dell’Industria) a via Veneto, via dell’Impero e via del Mare (tav. 3, sotto), i palazzi delle Poste, le case della Gioventù italiana del littorio, piazza Augusto imperatore, ma anche le borgate ufficiali come Acilia, Primavalle e Quarticciolo, fra i luoghi mancati si possono ricordare il palazzo Littorio, il piazzale delle adunate e l’e42, i grandi progetti resi impraticabili dalla guerra o accantonati per l’attenuarsi del peso politico e simbolico del partito.
Luoghi effimeri / luoghi permanenti. Fra i primi ovviamente le grandi mostre a palazzo delle Esposizioni e al Circo Massimo. Anche se la più importante, la mostra della Rivoluzione fascista si trasformò in permanente con il trasferimento e la riapertura negli ambienti della Galleria nazionale d’Arte moderna a Valle Giulia nel 1937. Una localizzazione pensata dapprima come provvisoria in previsione di una nuova sede nel palazzo Littorio e poi divenuta definitiva con una terza edizione inaugurata nel 1942, in occasione del ventennale.
Luoghi permanenti. Non solo quelli destinati fin dall’inizio a durare e che hanno perso, col tempo, molto della loro iniziale connotazione, come la Città universitaria, ma anche altri che mantengono incancellabili i segni della originaria funzione politica e simbolica: in questo caso, gli edifici e i manufatti del Foro Mussolini, ribattezzato Foro Italico fin dall’agosto 1943.
Questa ultima categoria suggerisce altre possibili classificazioni, quelle dei luoghi sopravvissuti, perduti, occultati, e ci introduce negli anni del dopoguerra e nel campo ancora non pacificato della battaglia delle memorie.
Non c’è dubbio, dopo quanto si è detto, che la sopravvivenza più significativa sia la sistemazione degli spazi intorno al Campidoglio e al Vittoriano con il largo asse di via dei Fori imperiali, la denominazione postbellica di via dell’Impero. Ma, nonostante le origini mussoliniane, ben pochi attribuirebbero oggi un carattere esclusivamente fascista a uno spazio monumentale che è stato interamente assorbito dalle sue funzioni di rappresentazione scenografica dell’antico, svincolate dalla originaria intenzione mitica e politica. In particolare, via dei Fori imperiali – attraversata da innumerevoli manifestazioni, parate militari o grandi funerali come quelli dei leader comunisti Togliatti e Berlinguer – è divenuta nel tempo l’unico percorso nazional-patriottico di un paese dalle memorie divise. In un certo senso i nostri Champs Elisées. Proprio per questo l’apertura di nuovi scavi – prima applicazione di un più vasto progetto della soprintendenza archeologica originariamente inteso a rimuovere quell’assetto viario17 – viene avvertita da molti come una incongrua ferita inferta alla storia della città. Una storia che nel Novecento è segnata appunto da questa grande trasformazione. Non si tratta evidentemente di negare la legittima difesa ecologica dei monumenti antichi dalle ingiurie del traffico né di ostacolare un approfondimento delle conoscenze archeologiche, ma di evitare la cancellazione dell’asse piazza Venezia-Vittoriano-Colosseo, il simbolo più vistoso di tutte le contraddizioni e gli artifici mitici prodotti dall’Italia in oltre un secolo di storia unitaria. Contraddizioni e artifici ai quali si guarda da tempo con sostanziale distacco: ripercorrendo quello spazio, tanto nell’intensissimo uso urbano che nelle ricorrenti occasioni politiche, non ritorna certo in gioco il passato fascista o l’anatema antifascista gettato su quei luoghi. Del resto proprio la coesistenza di tante storie e militanze diverse certifica il carattere dello spazio politico pubblico della capitale italiana nel secondo dopoguerra.
Non può che essere diverso il discorso relativo alla sopravvivenza dei luoghi più fortemente connotati per la loro esplicita funzione celebrativa del fascismo. È il caso non tanto dell’ex Foro Mussolini nel suo insieme quanto del piazzale dell’Impero, oggi viale del Foro Italico, il percorso trionfale che congiunge l’obelisco con la dedica Mussolini Dux alla fontana della Sfera (tav. 5). Progettato da Luigi Moretti e inaugurato a un anno dalla proclamazione dell’Impero, il 17 maggio 1937, ha una lunghezza di 280 metri ed è costituito da una spina centrale sopraelevata di tre gradini, accompagnata ai lati da una complessa sequenza figurativa pavimentale a mosaico bianco e nero che, accanto ai simboli e alle parole d’ordine del regime, reiterati e disposti in chiave decorativa, illustra fasi storiche della conquista del potere (come una squadra d’azione su un camion), i balilla, la sottomissione dell’Etiopia, le realizzazioni del regime, l’operosità degli italiani, le arti, l’educazione fisica e le attività sportive18. All’inizio del percorso, sul lato sinistro, ricorrono i simboli di Roma con una pianta della città accompagnata dalla scritta «inchoata Roma forma leonis», il segno zodiacale del duce, mentre sul lato destro viene rappresentata la sistemazione ideata da Moretti di tutto il Foro Mussolini, con il progetto del grande piazzale delle adunate. Undici blocchi marmorei per parte, disposti ortogonalmente al percorso, affiancano esternamente il piazzale mentre altri quattro più grandi, disposti a due a due e perpendicolari ai primi ne segnano l’inizio e la fine. Sui blocchi ortogonali una serie di epigrafi, disposte nel senso di marcia dall’obelisco alla fontana, celebrano i fasti del regime ricordandone in numeri romani giorno, mese e anno. La prima scritta a destra recitava «xv novembre mcmxiiii / mussolini fonda / il popolo d’italia». Le successive continuavano con l’entrata in guerra dell’Italia (24 maggio 1915), la battaglia di Vittorio Veneto (23 ottobre 1918) (tav. 6), la fondazione dei fasci di combattimento (23 marzo 1919)19, la marcia su Roma (22 ottobre 1922), la fondazione della milizia (1 febbraio 1923), la battaglia del grano (30 luglio 1925), l’Opera Balilla e i sindacati (3 aprile 1926), la Carta del lavoro (21 aprile 1926), il Gran Consiglio (9 dicembre 1928), la fondazione di Littoria (19 dicembre 1932). La sequenza terminava con il testo della proclamazione dell’Impero inciso sul grande blocco finale. Le epigrafi riprendevano a sinistra con la guerra all’Abissinia (2 ottobre 1935), la conquista di Adua (6 ottobre 1935), le sanzioni economiche all’Italia (18 novembre 1935), la nascita di Pontinia (18 dicembre 1935), la fondazione di Aprilia (24 aprile 1936), la conquista di Addis Abeba (5 maggio 1936), la proclamazione dell’Impero (9 maggio 1936).
Il piazzale dell’Impero celebrava il fascismo, ma soprattutto celebrava il duce al centro del foro monumentale che portava il suo nome. Il compendio della storia d’Italia scandito dalle date sui blocchi aveva inizio con la fondazione del “Popolo d’Italia”, l’atto che segnava la rottura di Mussolini con il socialismo e la scelta interventista. I mosaici ripetevano la devozione dei giovani al duce, mentre la “M” di Mussolini ricorreva come elemento decorativo insieme al leone. All’inizio del percorso era posta, come richiamo inequivocabile, la figura di Ercole al quale si sarebbe ispirata la statua colossale in bronzo del fascismo destinata a sovrastare il piazzale delle adunate.
La sopravvivenza del piazzale dell’Impero è sorprendente e in qualche modo unica. Nessun altro monumento del fascismo è rimasto così evidentemente legato alla sua ispirazione originaria. A difenderlo contribuì certamente la sua qualità architettonica e quella del complesso in cui era inserito. Giovò anche il nome, Foro Italico, con cui era stato ribattezzato fin dall’agosto 1943 l’insieme degli impianti sportivi, a suggerire un luogo per tutti gli italiani: ripresa di una denominazione mai interamente consolidatasi per indicare invece il perimetro monumentale intorno a piazza Venezia.
E tuttavia quel luogo del fascismo aveva continuato a suscitare, seppure a fasi alterne, riserve e opposizioni da parte delle forze politiche di sinistra. Ciò non aveva impedito che nel settembre 1948 la grande festa per celebrare il ritorno di Togliatti alla politica dopo l’attentato del 14 luglio si svolgesse proprio al Foro Italico, con carri allegorici, gare, fuochi d’artificio e balli fra lo stadio dei marmi e il piazzale dell’Impero in un tentativo di riappropriazione nazional-popolare degli spazi fascisti20.
Le polemiche erano rimaste latenti fino alla vigilia delle Olimpiadi romane del 1960. A quanti volevano cancellare il carattere fascista del Foro Italico erano stati opposti, fra l’altro, i costi elevatissimi che avrebbe comportato la rimozione dell’obelisco. Ma il grande confronto sportivo riaccese le discussioni sulla stampa e in Parlamento. Era infatti paradossale che uno dei luoghi centrali degli impianti sportivi e il principale percorso di accesso pedonale allo stadio olimpico fosse contrassegnato dall’obelisco Dux e affiancato dai cippi marmorei con le date più significative del fascismo. Il 6 ottobre 1959 il deputato socialista Oreste Lizzadri lamentava alla Camera che al Foro Italico la Repubblica italiana non esisteva, mentre nel corso dello stesso dibattito gli faceva eco il collega di partito Federico Comandini sottolineando che la Repubblica democratica non era ricordata «neanche da una piccola scritta in un angoletto, modestamente, senza megalomanie retoriche»21.
Una ventina di giorni prima dell’inaugurazione delle Olimpiadi, prevista per il 25 agosto 1960, ripresero le polemiche. La rivolta antifascista di luglio aveva abbattuto il governo Tambroni sostenuto dai neofascisti ed era appena entrato nel pieno delle sue funzioni il ministero Fanfani, il primo dell’apertura a sinistra. Fra nuovi contrasti e manifestazioni filofasciste il ministro per il Turismo Folchi provvide a far cancellare dal pavimento a mosaico il giuramento fascista22 e a ricoprire la scritta che deprecava le sanzioni contro l’Italia fascista, al tempo della guerra d’Etiopia, volute da 52 nazioni, ora ospiti dei giochi olimpici.
In realtà in quel momento il piazzale non si presentava più nell’assetto originario. Tre nuove scritte erano state aggiunte su tre blocchi di sinistra (tav. 7, sopra) per ricordare la caduta del fascismo (25 luglio 1943), il referendum istituzionale (2 giugno 1946) e la costituzione repubblicana (1 gennaio 1948). Era stato in fondo accolto il suggerimento di Lizzadri e Comandini. Ma si era fatto di più. I primi tre blocchi della sequenza cronologica erano stati spostati mettendo al primo posto l’entrata dell’Italia nella prima guerra mondiale, al secondo la battaglia di Vittorio Veneto e solo al terzo la fondazione del “Popolo d’Italia” (tav. 7, sotto). Con l’evidente obiettivo di ridurre la caratterizzazione mussoliniana insistendo sulla oggettività delle date e degli eventi. Del resto il ministro del Turismo e dello Sport Umberto Tupini, nell’aprile 1959, rispondendo a un’interrogazione parlamentare di deputati comunisti aveva sostenuto che quelle iscrizioni ricordavano «fatti ed eventi che si sono effettivamente verificati, quale che possa essere il giudizio che su di essi si possa dare in sede storica e politica»; e che altre «più direttamente legate ad una ideologia politica, ricordano massime che l’esperienza ha dimostrato assolutamente fallaci e non felici; e costituiscono, ormai, proprio la testimonianza di quella fallacia»23: indicando quasi il programma dei successivi interventi. Così, al termine di questa operazione trasformistica, ispirata a un disinvolto relativismo storico, il piazzale poteva presentarsi come un luogo di memorie nazionali. Nel 1990 in una pubblicazione ufficiale dedicata al Foro Italico, edita dopo i restauri eseguiti in occasione dei campionati mondiali di calcio di quell’anno (tav. 8), troviamo certificate e giustificate le scelte del 1960: «Sui blocchi sono state incise le date salienti della storia italiana fino alla costituzione della Repubblica e due di essi sono ancora liberi»24: e, prudentemente, lo sono rimasti fino ad oggi.
Diversa fortuna hanno avuto altri luoghi celebrativi del regime. Non bastò l’alta qualità formale a salvare il sacrario di Moretti collocato nella Foresteria nord del Foro Italico: mentre l’ingresso è ancora individuabile dai pilastri in marmo sbozzato, l’interno ospita una biblioteca e sala riunioni. Dell’altro grande sacrario, quello della milizia, sono tornati alla luce dopo anni di occultamento solo i grandi mosaici parietali e lo spazio originario è stato trasformato in sala conferenze del Comando militare della capitale. Solo la Cappella del Verano spogliata delle salme dei martiri è rimasta come luogo di memoria del neo-fascismo romano e meta di omaggi più o meno ostentati a seconda dell’atmosfera politica cittadina e dell’andamento dei contrasti interni alle fazioni dell’estrema destra.
Un bilancio sui luoghi del fascismo non può che concludersi con un ritorno a piazza Venezia per notare come l’antica torsione della piazza verso il balcone non sia stata ancora sanata impedendo di restituire un significato nazionale alla larga platea antistante l’Altare della Patria. Le grandi aiuole spartitraffico non consentono la sosta o il raccogliersi della folla, né si ricordano manifestazioni politiche nazionali in quello spazio. Come se la piazza più centrale della capitale e il luogo segnato dal grande monumento simbolo dell’unità non riuscisse a liberarsi del passato conservando permanentemente il segno incancellabile della deriva fascista.

Note

* Questo articolo è il testo della relazione tenuta al convegno Urbs: Concepts and realities of public space / Concetti e realtà dello spazio pubblico, tenutosi presso l’Istituto Olandese di Roma il 2-4 aprile 2003, in occasione del centenario dello stesso Istituto.
1. A. Giardina, Ritorno al futuro: la romanità fascista, in A. Giardina, A. Vauchez, Il mito di Roma. Da Carlo Magno a Mussolini, Laterza, Roma-Bari 2000, pp. 212-96; E. Gentile, Il culto del littorio. La sacralizzazione della politica nell’Italia fascista, Laterza, Roma-Bari 1993, pp. 146-54.
2. Cfr. V. Vidotto, La capitale del fascismo, in V. Vidotto (a cura di), Roma capitale, Laterza, Roma-Bari 2002, pp. 387-9.
3. G. Volpe, Il Natale di Roma. Risalendo il corso della storia, in “Il Popolo d’Italia”, 21 aprile 1921.
4. “Il Popolo d’Italia”, 21 aprile 1922.
5. E. Corradini, Celebrazione del Natale di Roma, discorso pronunciato a Palazzo Vecchio il 21 aprile 1923, in Id., Discorsi politici (1902-1923), Vallecchi, Firenze 1923, pp. 477-8.
6. G. Volpe, Fascismo, in Enciclopedia italiana, xiv (1932), p. 860.
7. V. Vidotto, Palazzi e sacrari: il declino del culto littorio, in “Roma moderna e contemporanea”, settembre-dicembre 2003, pp. 577-8. Fra i caduti fu inserita anche Ines Donati, giovane marchigiana protagonista del primo fascismo romano, morta di tisi a Matelica nel novembre 1924, consumata, si disse, dagli sforzi e dagli entusiasmi di quegli anni.
8. Id., Lo spazio pubblico dai papi alla repubblica, in “Gomorra”, maggio 2003, pp. 29-33. Per una ricostruzione d’insieme delle trasformazioni della città, cfr. ora B. W. Painter jr., Mussolini’s Rome. Rebuilding the Eternal City, Palgrave Macmillan, New York 2005.
9. Id., La capitale del fascismo, cit., pp. 398-9. F. Hermanin, La Sala del Mappamondo nel Palazzo di Venezia, in “Dedalo”, xi (1930-31), pp. 466-7. In alternativa al tema del ratto d’Europa Piero D’Achiardi − autore del mosaico, pittore e storico dell’arte − aveva proposto il leone di San Marco: Archivio Museo Nazionale del Palazzo di Venezia (ampv), cassetto 20, Sala del Mappamondo, fasc. 2; il preventivo per il pavimento di 262 mq. era di 314.000 lire. Nei verbali del febbraio 1926 del Comitato per i lavori di restauro del palazzo si insisteva perché D’Achiardi vivacizzasse i colori del mosaico: ampv, cassetto 6-10, Verbali comitato. Sul museo a cui era destinato il palazzo Venezia e sui lavori di restauro cfr. P. Nicita, Il museo negato. Palazzo Venezia 1916-1930, in “Bollettino d’Arte”, lxxv (2000), n. 114, pp. 29-72; Ead., Nazione e museo: il cantiere del Palazzo di Venezia in Roma (1916-1936), in F. Lanza (a cura di), Museografia italiana negli anni Venti: il museo di ambientazione, Feltre 2003, pp. 163-88.
10. Nei pressi di Giannina in Epiro, il 27 agosto 1923, furono uccisi, da terroristi non identificati, il generale Enrico Tellini, due ufficiali e l’autista della missione: G. Candeloro, Storia dell’Italia moderna, vol. ix, Il fascismo e le sue guerre, Feltrinelli, Milano 1981, pp. 165-6.
11. Consociazione turistica italiana, Roma, parte i, Milano 1941, p. 26.
12. La decisione relativa fu presa il 2 febbraio 1945.
13. Subito dopo la guerra avrebbero assunto il nome di piazzale dei Partigiani e viale delle Cave Ardeatine la prima denominazione del luogo − chiamato in seguito Fosse Ardeatine − dove i tedeschi, il 24 marzo 1944, avevano massacrato 335 italiani come rappresaglia per l’attentato di via Rasella.
14. M. S. Stone, The patron State. Culture and politics in fascist Italy, Princeton University Press, Princeton 1998; A. Russo, Il fascismo in mostra, Editori Riuniti, Roma 1999; M. Carli, «Per volontà del Duce e per opera del Partito». La Guida storica della mostra della Rivoluzione fascista, in S. Simonetta (a cura di), Potere sovrano: simboli, limiti, abusi, Il Mulino, Bologna 2003, pp. 79-96; J. T. Schnapp, Anno x. La Mostra della Rivoluzione fascista del 1932, Istituti editoriali e poligrafici internazionali, Pisa-Roma 2003.
15. In Opera omnia di Benito Mussolini, a cura di E. e D. Susmel, vol. xxii, La Fenice, Firenze 1957, p. 48.
16. Vidotto, Palazzi e sacrari: il declino del culto littorio, cit., pp. 587-91.
17. Soprintendenza archeologica di Roma, Roma. Studio per la sistemazione dell’area archeologica centrale, a cura di L. Benevolo, De Luca, Roma 1985.
18. A. Greco, S. Santuccio, Foro Italico, Multigrafica Editrice, Roma 1991, pp. 61 e 63-4.
19. Cfr. l’immagine relativa in P. Marconi, Il Piazzale dell’Impero al Foro Mussolini in Roma, in “Architettura” , xx (1941), pp. 347-59.
20. Vidotto, Roma contemporanea, cit., p. 270.
21. Atti parlamentari, Camera, Discussioni, 6 ottobre 1959, pp. 10615 e 10617. Per una ricostruzione più dettagliata, cfr. V. Vidotto, Il mito di Mussolini e le memorie nazionali. Le trasformazioni del Foro Italico 1937-1960, in Roma. Architettura e città negli anni della seconda guerra mondiale, Atti della Giornata di studio del 24 gennaio 2003, Gangemi, Roma 2004, pp. 117-21 (Quaderni di «Ricerca e Progetto», Dipartimento di progettazione architettonica, urbana, del paesaggio e degli interni, Università degli Studi di Roma “La Sapienza”).
22. Il testo del giuramento recitava: «Giuro di eseguire / senza discutere / gli ordini del duce / e di servire con tutte / le mie forze e se / è necessario col / mio sangue la causa / della rivoluzione/fascista». Cfr. le foto in prima pagina,“l’Unità”, 4 agosto 1960.
23. Atti Parlamentari, Camera, Discussioni, seduta del 28 aprile 1959, p. 1934.
24. M. Caporilli, F. Simeoni (a cura di), Il Foro Italico e lo Stadio Olimpico. Immagini dalla storia, Tomo edizioni, Roma 1990, p. 136: nonostante la sua denominazione di viale del Foro Italico il piazzale era ricordato, sotto il velo del latino, come “Forum Imperii” o più sorprendentemente come “Piazzale della Vittoria”.