Un “parto supposto” in casa Parisani:
Laura Zampeschi e suo “figlio” Felice

di Lothar Sickel

 

Il 30 marzo 1588 nella chiesa romana di S. Lorenzo in Lucina venne battezzato con il nome di Felice un neonato di pochi giorni1. Tale appellativo era in realtà soprattutto adoperato per le donne, ma negli anni intorno al 1588 molti genitori chiamarono i propri figli con il nome del pontefice allora regnante Sisto v, al secolo Felice Peretti, assai popolare tra i cittadini romani2. Il battezzando Felice aveva dunque il nome in comune con quello di molti altri bambini, ma ciò che lo distingueva era la discendenza da una nobile stirpe. O almeno questo era quello che credevano le persone convenute al fonte battesimale. La funzione venne celebrata dal milanese Jacopo Oldrado, nominato nel dicembre 1587 canonico di San Pietro da papa Peretti; padrini furono il cardinale Giovanni Evangelista Pallotta e Porzia Mattei, anch’essi alti esponenti dell’ambiente cortigiano romano3. Pallotta, elevato alla porpora cardinalizia nel dicembre 1587, era datario di Sisto v, mentre Porzia Mattei era moglie del banchiere del pontefice, Giovanni Agostino Pinelli4. La presenza di personalità tanto eminenti indica che quel battesimo rappresentava un evento importante, e non mancavano in effetti le ragioni per una celebrazione tanto sfarzosa.
Dal registro battesimale Felice risulta figlio del gentiluomo Alessandro Parisani di Tolentino, dimorante all’epoca a Roma quale inviato della sua città e in stretti rapporti con la corte di Sisto v. Ciò spiega l’illustre cerchia dei padrini. Lo stesso Alessandro Parisani, pur non essendo un personaggio di altissimo rango, era pur sempre il diretto discendente e soprattutto l’erede universale del cardinale Ascanio Parisani, morto nell’aprile 1549 che, nel corso della sua lunga carriera come maggiordomo di Clemente vii e tesoriere generale di Paolo iii, aveva saputo accumulare un considerevole patrimonio comprendente numerosi possedimenti a Roma e a Tolentino5. Nel marzo del 1588 questi beni avevano subito un certo depauperamento, ma rappresentavano pur sempre un patrimonio considerevole che sarebbe in seguito toccato al neonato Felice. Nonostante l’età avanzata – all’epoca aveva circa cinquant’anni –, Alessandro Parisani non aveva, fino ad allora, avuto figli. La nascita di Felice significava quindi per lui una grande e ormai quasi inaspettata fortuna: il rampollo, destinato a proseguire la dinastia familiare, avrebbe scongiurato il pericolo che un diverso ramo del casato entrasse in possesso dell’eredità del cardinale Parisani.
Nel suo testamento del marzo 1547 Ascanio Parisani aveva non solo previsto un fedecommesso che vietava severamente l’alienazione degli immobili più importanti, ma anche impartito precise disposizioni sulla futura linea ereditaria: nel caso i nipoti Alessandro e Cesare non avessero avuto discendenti maschi, sarebbero subentrati nell’eredità – in terzo grado – i figli del cugino Tommaso Parisani6. All’inizio del 1588 si stava profilando proprio quest’eventualità, perché del ramo principale restava ancora in vita il solo Alessandro, mentre quello secondario era rappresentato dal figlio di Tommaso, Giovanni Battista Parisani, residente a Tolentino, e padre di ben quattro figli ormai adulti7, assai allettati dalla prospettiva di entrare in possesso della ricca eredità del cardinale Parisani. Deve essere stata perciò altrettanto grande la loro delusione nell’apprendere che a Roma aveva visto la luce in casa Parisani un neonato battezzato con il nome di Felice. Già all’epoca è probabile che questa nascita abbia alimentato qualche sospetto.
Avanti negli anni non era soltanto Alessandro Parisani; a suscitare dubbi era soprattutto l’età inoltrata della moglie, sposata con lui da oltre venticinque anni. La donna, che si chiamava Laura Zampeschi, era la sorella maggiore del celebre condottiero, più tardi duca di Candia, Brunoro Zampeschi di Forlimpopoli8. Alessandro Parisani l’aveva sposata nel 1561 all’età di 22 anni9. Alla nascita di Felice, nel marzo 1588, Laura doveva essere già all’incirca cinquantenne, ma né la stessa interessata né i suoi congiunti erano in grado di affermarlo con certezza. Quando Felice venne battezzato a San Lorenzo in Lucina, la donna, a quanto sembra, non era presente, dato che nel registro sopra menzionato il suo nome è sostituito da una linea punteggiata. Una lacuna che, da un punto di vista retrospettivo, appare addirittura emblematica, quasi una sorta di rinuncia, come se occorresse ancora stabilire il nome della madre carnale di Felice. La questione, che portò a una drammatica controversia, emerse però solo alcuni anni dopo il battesimo, nel maggio 1594, in seguito alla morte prematura di Felice, avvenuta alla fine del 1593. Soltanto due anni prima, nel giugno 1591, era deceduto Alessandro Parisani, evento che rese ancor più tragica la scomparsa del figlio di appena cinque anni10. Così, la speranza che Felice potesse proseguire la discendenza dei Parisani durò poco, e l’eredità del cardinale Ascanio ritornò inaspettatamente in ballo. In questo contesto si fece strada il dubbio che Felice non fosse il figlio carnale di Alessandro Parisani e Laura Zampeschi. La sua nascita e il suo battesimo sarebbero stati solo una messinscena per difendere con la frode il patrimonio di famiglia. Si parlò di “parto supposto”, con un’espressione che era di uso corrente nell’Italia del Cinquecento. Indicava una nascita simulata, in cui alla madre presunta era attribuito il figlio di un’altra donna. Si trattava di norma di un maschio, perché l’idea di simulare una nascita era di fatto opera soprattutto di genitori ricchi senza prole che intendevano in tal modo assicurarsi un erede. Il motivo principale che spingeva a questo passo non stava dunque nell’amarezza di essere senza prole ma in concreti interessi economici, poiché c’erano in ballo grandi patrimoni e diritti di proprietà.
Il “parto supposto”, la più grave forma di raggiro nelle questioni ereditarie, era considerato fuori legge e come tale veniva perseguito. Chi avesse voluto metterlo in pratica avrebbe dovuto agire con molta circospezione ed estrema discrezione: in realtà i casi rimasti nell’ombra devono essere stati numerosi, se consideriamo che la stessa espressione “parto supposto” era diventata proverbiale. Ma addurre prove concrete di tale prassi era estremamente difficile, perché la faccenda riguardava la sfera privata più intima, all’epoca protetta da numerosi tabù, pudori e regole sociali.
Nel corso dei secoli si è di continuo sospettato che alcune donne eminenti si fossero assicurate la discendenza con la frode. Molte cronache sono però più che altro leggende, come ad esempio il noto racconto secondo cui Costanza di Sicilia nel dicembre 1194 si sarebbe fatta allestire una tenda sulla piazza del mercato di Jesi per fornire la prova – davanti agli occhi di tutti – che non c’era alcuna manipolazione nell’imminente nascita del figlio, il futuro imperatore Federico II11. Quasi cinquecento anni dopo, nel giugno 1688, i sospetti si appuntarono sulla regina d’Inghilterra, Maria di Modena, ritenuta sterile, che mise alla luce, con grande disappunto della maggioranza protestante, l’auspicato successore al trono di parte cattolica. Immediatamente la fazione avversa mise in giro la voce che il principe tanto festeggiato era in realtà figlio di semplici mugnai, portato di nascosto nella stanza della partoriente dentro una pentola12. In entrambi i casi si trattava però di sobillazione propagandistica. Gli episodi davvero passibili di intervento giudiziario erano trattati con molta maggiore discrezione. Così, il fenomeno del “parto supposto”, estremamente interessante dal punto di vista sociale, trova finora pochissimi riscontri documentari perché obbligava tutti gli interessati alla massima segretezza.
Quando il velo minacciava di squarciarsi, avveniva che le stesse vittime del raggiro addirittura contribuissero a salvare le apparenze. Per non diventare oggetto di derisione della corte, Francesco de’ Medici (1541-87) nascose ad esempio la verità sulla vera origine del presunto figlio Antonio che la sua amante Bianca Cappello gli aveva “regalato” nell’agosto 1567. Accecato dall’amore e divorato dalla smania di un erede maschio, il granduca fiorentino non si era reso conto che la nascita del figlio era stata simulata e il raggiro architettato da tempo. Per assicurarsi durevolmente il favore del principe, la bella, ma sterile Bianca aveva incaricato il servitore Pietro Elmi e la fantesca Giovanna Santi di cercare una ragazza rimasta incinta contro il suo desiderio e disposta a consegnare il proprio nascituro. Antonio era in realtà figlio di una certa Lucia, che aveva creduto alla promessa di matrimonio di un cavaliere di Santo Stefano, rimasto anonimo. Preoccupata del suo stato, prestò fede a Elmi e alla Santi senza conoscerne con precisione i progetti. Che fosse suo figlio quello che Bianca Cappello presentò come proprio a un Francesco pazzo di gioia, Lucia lo venne a sapere solo quando, subito dopo la nascita, venne trasferita a Bologna. E forse il progetto di Bianca di salire sul trono di Firenze tramite Antonio sarebbe andato in porto senza scandalo, se i sicari, da lei inviati nel novembre 1577 per assassinare la complice Giovanna Santi, non avessero mancato il colpo, limitandosi a ferire a morte la vittima. Poco prima di spirare, Giovanna fece in tempo a sgravarsi la coscienza e rendere una confessione il cui contenuto venne riferito al fratello del granduca, il cardinale Ferdinando de’ Medici, residente a Roma. Bianca, venutane a conoscenza, confessò subito l’inganno, e Francesco, costretto dalle circostanze, la perdonò. Avendo poco prima riconosciuto Antonio come suo figlio naturale, una condanna di Bianca sarebbe equivalsa ad ammettere di essersi fatto beffare. Ci si adoperò dunque a tenere nascosto un segreto che non lo era quasi più per nessuno. Antonio, se venne escluso dalla successione, mantenne però fino alla morte, avvenuta nel maggio 1621, il titolo di “Illustrissimo”. Invano Lucia cercò, dopo la morte di Bianca nell’ottobre 1587, di farsi riconoscere come vera madre13.
La vicenda è indicativa delle condizioni sociali dell’Italia del Cinquecento, particolarmente favorevoli allo sviluppo di un fenomeno clandestino come il “parto supposto”. Le radici affondano in rapporti di dipendenza, dove le differenze gerarchiche, se restano il motivo scatenante, si rivelano però pura esteriorità. L’inganno non punito di Bianca Cappello evidenzia inoltre come la faccenda fosse talmente delicata per tutti gli interessati da sfociare solo estremamente di rado in una denuncia pubblica. Ciò vale in primo luogo per la città di Roma14.
L’unico caso di questo tipo di cui si avesse finora conoscenza era avvenuto nell’autunno 1557 nella provincia lombarda e riguardava la famiglia del cardinale Giovanni Angelo Medici, futuro papa con il nome di Pio iv. Era in gioco la successione della contea di Melegnano, promessa dal fratello del cardinale, il celebre condottiero Gian Giacomo Medici, a suo nipote Annibale Altemps nel caso in cui l’erede di diritto, il fratello Agosto Medici, non avesse avuto figli legittimi15. Tutto faceva supporre che le cose sarebbero andate così, perché nell’autunno 1557 Agosto aveva già 55 anni e dal suo matrimonio, risalente al 1549, con la milanese Barbara Majno non erano fino allora nati figli. Gli Altemps si vedevano dunque già signori di Melegnano, quando Barbara Majno nel settembre 1557 annunciò di essere incinta. Immediatamente gli Altemps sentirono odore di inganno e chiesero al re Filippo ii di Spagna il permesso di far esaminare da un criminologo il corpo della gentildonna che si proclamava incinta16. Richiesta che venne però respinta. Per il monarca dai rigidi costumi la difesa della sfera intima di una nobildonna era evidentemente più importante degli interessi economici degli Altemps. Questi continuarono però a rivendicare testardamente le loro pretese anche dopo la nascita del bambino (si trattava naturalmente di un maschio), battezzato con il nome del famoso zio Gian Giacomo17. Nel 1586, l’anno in cui morì Barbara Majno, gli Altemps rintracciarono presunti testimoni del “parto supposto” che furono prontamente arrestati e interrogati. Ma dopo tanto tempo non era naturalmente più possibile stabilire se Gian Giacomo ii fosse o meno figlio di Agosto Medici. Per accontentare gli Altemps, questi cedette loro nel 1593 alcuni possedimenti, ma rimase marchese di Melegnano fino alla morte nel settembre 1599, quando il figlio – questa volta carnale – Ferdinando gli subentrò come successore18.
Il caso di Gian Giacomo Medici sta in primo luogo a dimostrare la rivalità di due famiglie in lotta tra loro per la ricchezza e il potere. Non risulta però sufficientemente documentato, tanto che alcuni aspetti restano oscuri19. Ciò vale soprattutto per il modo in cui una donna riusciva a simulare una gravidanza e la nascita di un figlio. Bianca Cappello aveva potuto facilmente gabbare l’innamorato Francesco de’ Medici aumentando di peso grazie ad una sovrabbondante alimentazione. Ben più difficile si presentava l’impresa quando si trattava di convincere dell’autenticità di una gravidanza non già amanti facili a essere persuasi, ma attenti esaminatori, quando bisognava cioè inscenare la nascita in modo così perfetto da impedire in seguito qualsiasi dubbio sulla legittimità del figlio. In altre parole: come si organizzava un “parto supposto”?
Una prima chiave ce la fornisce la lettura di una commedia dal titolo Il parto supposito, pubblicata ad Ascoli nel 1583, dunque sette anni dopo gli eventi di Firenze e cinque prima del battesimo di Felice Parisani20. Il lavoro teatrale, gli autori del quale sono i membri dell’Accademia degli Eterei di Padova, costituisce un’eccellente chiosa alla problematica qui affrontata e attesta innanzitutto quanto fosse profondamente radicato nella coscienza della società italiana del Cinquecento il fenomeno del “parto supposto”, se esso poteva diventare addirittura materia di un lavoro teatrale.
Si tratta di una commedia degli equivoci, in cui tutti i personaggi sono coinvolti in amori segreti, destinati alla fine a sciogliersi felicemente. Il protagonista Muzio non può sposare l’amata Sofonisba perché a Padova tutti sanno che sono entrambi figli di una certa Agnese. Pur se di padri diversi, i due restano comunque fratelli ed è dunque escluso un loro matrimonio. Alla fine della commedia Sofonisba è però impalmata dal presunto fratellastro perché si scopre che Muzio è in realtà figlio del cavaliere romano Rutilio che, durante un soggiorno giovanile a Padova, aveva avuto una relazione con un’ignota bellezza locale. All’epoca, nel 1542, la giovane Agnese era sposata a un ricchissimo ottantenne, evidentemente non più in grado di procreare. Per assicurarsi la ricca eredità, la donna aveva bisogno di un figlio: quale migliore occasione della gravidanza dell’amante del cavaliere Rutilio, preoccupata di garantire al piccolo bastardo un’adeguata sistemazione? A incaricarsi dell’affare fu una conoscente comune, di nome Betta Ruffina, che organizzò in questo modo il “parto supposto”: ogni settimana Agnese si avvolgeva intorno al ventre un lenzuolo, ingrossando a vista d’occhio, al modo di una donna incinta. Quando l’amata di Rutilio diede alla luce il figlio − Muzio −, Betta Ruffina, presente all’evento, mise il neonato insieme al liquido amniotico e alla placenta in una pentola e lo portò nella casa del ricco vecchio, dove Agnese aspettava già nel letto da puerpera. Allorché Betta fece sgomberare la stanza da tutta la parentela con un pretesto, Agnese cominciò immediatamente a simulare le doglie, lanciando alte grida; il resto fu un gioco da ragazzi: la nascita da una pentola. Il piano riuscì. Il vecchio sposo, poco dopo aver appreso la nascita del presunto figlio, morì, lasciando a Muzio un ricco patrimonio21.
L’autore del testo non si dovette discostare di molto da ciò che di fatto accadeva, anche se il punto di partenza della commedia – il bambino scambiato aveva nobili natali – appare del tutto anomalo rispetto a quanto avveniva nella realtà, dove i bimbi oggetto di scambio erano figli di donne dalla difficile situazione o di coppie di ceto sociale inferiore a quello dei genitori “adottivi”. Questi ultimi non sempre sfruttavano la loro superiorità sociale per costringere la povera gente a consegnar loro i figli e neppure avevano bisogno di offrire in cambio denaro o doni. Le coppie di basso ceto consegnavano spontaneamente i figli anche senza esservi obbligate perché speravano così di garantire alla loro prole una nuova esistenza, molto migliore di quella che essi potevano offrire, poiché spesso vi erano in gioco sostanziosi patrimoni ereditari. L’idea che il proprio figlio sarebbe potuto diventare ricco, forse addirittura conte o duca, induceva i genitori a imbarcarsi in questi loschi traffici. Tra le coppie c’era dunque un tacito accordo che faceva leva sul futuro e obbligava tutti gli interessati a mantenere un rigoroso silenzio.
Nel caso di Felice Parisani questo patto venne però infranto dalla morte prematura del fanciullo. Se Felice – come numerosi altri bambini dell’epoca – fosse morto ancora in fasce, la cosa sarebbe apparsa una triste fatalità. Ma quando Felice chiuse gli occhi, alla fine del 1593, aveva più di cinque anni ed era già entrato in possesso dell’eredità di Alessandro Parisani. La notizia della morte del fanciullo fece crollare di colpo le aspettative nutrite e infranse la consegna del silenzio. Il padre carnale se la prese a tal punto con il proprio destino da cominciare a parlare apertamente della faccenda e le sue parole misero in moto la causa contro Laura Zampeschi.
Il processo iniziò l’11 maggio 1594. Nella prigione di Tor di Nona venne innanzitutto interrogato il sarto Angelo Gravina. Questi fece scrivere a verbale di aver lavorato fino a poco prima in una casa presso la torre Sanguigna, non lontano da piazza Navona, e di aver qui fatto la conoscenza di un altro sarto, originario di Bologna, di nome Andrea Mannini, dimorante in quello stesso caseggiato. Già qualche anno prima l’amico e collega Andrea gli aveva confidato in segreto che la sua grama esistenza da sarto avrebbe avuto termine e che lui – Andrea – sarebbe diventato forse castellano, dato che aveva consegnato ad Alessandro Parisani il figlio appena nato, destinato un giorno a ereditare tutti i beni di famiglia. Di più Angelo non sapeva. Se la sua deposizione risponde a verità, Andrea Mannini non ha dato prova né di particolare discrezione né di spirito disinteressato. Nel maggio 1594 i suoi sogni erano già comunque sfumati da un pezzo. Il giorno stesso venne tradotto a Tor di Nona per essere interrogato.
Alla rituale domanda di apertura, se conoscesse il motivo del suo arresto, Andrea rispose con un iniziale diniego, ma poi si lasciò indurre senza troppe storie a confessare di aver avuto, oltre ai quattro rampolli cresciuti a casa dalla moglie Bartolomea, un altro figlio, consegnato a donna Laura, sposa di Alessandro Parisani, che lo aveva fatto passare come proprio e battezzato con il nome di Felice. A far da tramite era stata una donna di età alquanto avanzata, Giovanna Zoppa, già balia dello stesso Andrea e al servizio dei Parisani come lavandaia. Questa Giovanna era evidentemente in buoni rapporti con la padrona di casa e al corrente delle sue angosce per un futuro erede. Quando la moglie di Andrea, Bartolomea, rimase incinta una seconda volta, le fece la proposta di consegnare il bambino – non importa se maschio o femmina – a donna Laura che era enormemente ricca e avrebbe assicurato al nascituro grande agiatezza22. Il giorno seguente fu Bartolomea ad essere interrogata; le dichiarazioni che rilasciò furono le medesime. Diversamente dal marito, parlò anche del forte conflitto di coscienza che l’aveva tormentata quando Giovanna aveva chiesto di consegnarle il bambino. Non avrebbe voluto separarsi dalle sue «carni», e comunque non senza l’approvazione del marito Andrea. Questi, anche se si mostrò d’accordo con lo scambio, ne volle però sapere il meno possibile. Con l’affermazione «poiché Dio benedetto manda la ventura a questa creatura; io non ci la voglio levare» si cavò d’impaccio, lasciando magnanimamente tutta la responsabilità alla moglie. Questa, pensando al bene futuro del bambino, si persuase a consegnarlo ma, a suo dire, senza ricevere denaro.
Secondo la deposizione di Bartolomea, il “parto supposto” si sarebbe svolto in modo simile a quello riportato nella commedia. Quando cominciò il travaglio, giunsero Giovanna e un’altra donna di nome Diana per prestarle aiuto. Subito dopo il parto, Giovanna prese con sé il bambino «con le pezze insanguinate et con la seconda» e lo portò a Laura Zampeschi. Bartolomea sottolinea espressamente che le «pezze» erano necessarie per consentire a donna Laura di far credere di aver generato il figlio. È indicativo, alla luce della questione, menzionata all’inizio, del difficile accertamento dell’età, che Bartolomea si ricordasse il giorno della nascita (il 10 o l’11 marzo), ma non quanti anni fossero trascorsi: a suo giudizio, forse sei, un calcolo che doveva rivelarsi corretto. Inoltre, Bartolomea disse di non aver mai più visto in seguito il figlio. Alla morte di Felice, Laura Zampeschi l’avrebbe chiamata per confidarle il suo dolore e la madre carnale di Felice si trovò perfino costretta a confortare la gentildonna.
Il marito di Bartolomea, Andrea, era invece rimasto, stando alla sua deposizione, in più stretto contatto con casa Parisani. Quando Felice – nell’autunno 1589 – aveva compiuto un anno e mezzo, lo aveva rivisto per confezionargli degli abiti. Un incarico che Andrea potrebbe aver sbrigato con un misto di piacere e scontento, perché se il suo sogno di sbarazzarsi finalmente di ago e filo non si era ancora avverato, poteva all’epoca continuare a nutrire qualche speranza, ed è probabile che abbia messo ogni impegno nel preparare i vestiti richiesti. L’ultimo incontro con il figlio avvenne l’anno prima del processo, il giorno di San Pietro, il 29 giugno 1593, quando, sulla strada per Loreto, si fermò a Tolentino. Felice viveva infatti qui con la madre adottiva nel palazzo di famiglia23. Il fanciullo, secondo Andrea, era già all’epoca molto malato, e non gli fu quasi possibile parlare con lui. Tornato a Roma, venne informato due mesi dopo da Laura Zampeschi che Felice era morto nella cittadina marchigiana, e gli furono restituiti gli abiti confezionati per il fanciullo. Anche Laura era intanto tornata a vivere a Roma. La deposizione del sarto Andrea termina con la conferma che a ordire tutta la faccenda era stata la detta Giovanna.
Nei giorni successivi, il procedimento fece pochi passi avanti. Il 13 marzo venne ascoltata brevemente la balia Dorotea, incaricata di allattare il figlio di Bartolomea, ma allontanata da Andrea con il pretesto che il neonato era già stato nutrito. Il 15 maggio seguì l’interrogatorio della già menzionata Diana, una vicina di Andrea Mannini, che confermò come Bartolomea avesse in effetti generato un figlio. Se poi il neonato fosse rimasto o meno dai suoi genitori, la donna non seppe o volle dire e si limitò a dichiarare di non averlo mai visto in casa di Bartolomea. I giudici si accontentarono di queste dichiarazioni. Per esperienza sapevano che da testimoni come lei non c’erano da aspettarsi informazioni più precise, perché anche Diana, al pari di Dorotea, era coinvolta solo indirettamente nella faccenda e poteva appellarsi alla non conoscenza dei fatti. L’affare sembrava comunque abbastanza chiaro: in casa del sarto Andrea era nato un bambino, subito scomparso. Quel che bisognava ora appurare era se l’infante fosse stato davvero portato a casa dei Parisani, come affermavano Andrea e sua moglie Bartolomea. Il problema stava nel fatto che non c’era più nessuno che potesse testimoniare sul trasporto dell’infante. Si potrebbe anche dire: mancava un’interprete per il ruolo di Betta Ruffina. Infatti, per fortuna o sfortuna delle parti in causa, Giovanna Zoppa, presunta artefice di tutta la faccenda e potenziale testimone chiave, era morta nel 159324. In un certo senso, si era verificata per via naturale esattamente la stessa situazione che Bianca Cappello aveva messo in atto sedici anni prima con la forza, quando aveva architettato l’uccisione della propria fantesca Giovanna Santi. Sebbene non fosse più possibile citare in giudizio la presunta complice di Laura Zampeschi, il ramo dei Parisani erede di diritto dei beni familiari ritenne che l’indagine preliminare avesse raccolto sufficiente materiale a carico per presentare una legittima denuncia contro la presunta truffatrice.
Oggetto della denuncia non era, in verità, il crimine di parto supposto. Se Laura avesse simulato o meno la nascita del figlio, ai Parisani non interessava troppo. Come per gli Altemps nel 1557, per loro contava solo il danno economico in cui sarebbero incorsi se a Laura fossero state attribuite parti dell’eredità di Felice e per chiarire la questione occorreva intentare un processo al Tribunale della Rota25. La faccenda del “parto supposto” rappresentava di fatto solo una vertenza collaterale che i giudici dovevano però tenere nel debito conto. Molto probabilmente già i primi interrogatori erano avvenuti su iniziativa dei Parisani, ma la prova di una loro diretta partecipazione al processo data solo al 22 maggio 1594, quando Giovanni Battista Parisani, residente a Tolentino, incaricò il suo procuratore romano Jacopo Joannino di rappresentarlo al processo26. Sembra che questi abbia subito fatto pressioni per un’immediata prosecuzione delle indagini. Appena tre giorni dopo, il 25 maggio, si svolse il primo interrogatorio di Laura Zampeschi. La donna si trovava già allora in stato di arresto, ma continuava ad abitare in casa propria presso l’“Immagine di Ponte”, una strada nel prolungamento di via dei Coronari. E qui ebbe luogo l’interrogatorio, condotto dagli ispettori Marco Aurelio Domo e Tommaso de’ Rossi, due dei massimi esponenti della giustizia romana27, dal momento che la faccenda era troppo importante per essere affidata a funzionari di secondo piano.
Laura Zampeschi era però ben preparata. Diversamente da quanto aveva fatto il sarto Andrea, dichiarò fin dall’inizio di conoscere esattamente i motivi del suo arresto; e aggiunse anche subito che le accuse mosse contro di lei non erano altro che un’ignobile «calunnia», messa in giro ai suoi danni da Angelo Parisani, uno dei figli di Giovanni Battista. Già a queste prime parole, i due alti ufficiali di giustizia capirono probabilmente che appurare la verità sarebbe stato estremamente difficile. D’altro canto, potevano ben difficilmente aspettarsi da Laura Zampeschi un’ammissione di colpevolezza. In caso di sentenza a lei sfavorevole, la donna sarebbe stata condannata a morte; tuttavia ciò che la indusse a ribattere con tanta veemenza alle accuse non fu tanto la preoccupazione di salvarsi la vita28 quanto piuttosto – questa era la posta in gioco – l’ansia di tutelare il suo onore di nobildonna. Dopo aver dunque chiarito la propria posizione, venne invitata dai due ispettori a raccontare in modo preciso la storia della sua vita e Laura diede volentieri le informazioni richieste.
Come già detto, le indicazioni temporali da lei fornite non sono però molto attendibili. Laura affermò di essere stata sposata con Alessandro Parisani venticinque o ventisei anni e che il suo consorte, di cinque-otto anni più grande di lei, era morto all’incirca cinquantaquattrenne. Per la verità erano stati sposati esattamente trent’anni, e Alessandro, nato intorno al 1537, era solo di poco più grande di Laura che, nella sua deposizione, si era tolta buoni cinque anni forse per far credere di essere stata ancora in grado di partorire nel 1588. Raccontò comunque con sorprendente sincerità la sua vita matrimoniale. Prima della nascita di Felice era rimasta in stato interessante tre volte, ma aveva sempre perso i figli prima della nascita. Un primo aborto lo aveva avuto circa quattro anni dopo il matrimonio, dunque intorno al 1565, a Tolentino, e in una fase talmente prematura da rendere impossibile appurare se si trattasse di un maschio o di una femmina. L’anno successivo perse, nella città natale di Forlimpopoli, dopo tre mesi di gravidanza, una femmina, e altri tre anni dopo, dunque all’incirca nel 1569, ebbe a Rimini un terzo aborto, allorché perdette un figlio di cinque mesi. In seguito non rimase più incinta per diverso tempo dato che il marito Alessandro era stato costretto a vivere per lunghi periodi lontano da lei29 a causa della difficile situazione a Tolentino, intendendo con questo alludere ai lunghi contrasti con la famiglia Mauruzi, iniziati il 3 maggio 1571, quando Alessandro Parisani aveva ucciso in un alterco Orazio, figlio del comandante militare Antonio Mauruzi, scatenendo una faida che non accennava ancora a terminare30. Pur avendo ottenuto una sentenza a lui favorevole, Alessandro aveva dovuto per lungo tempo guardarsi dall’ira dei Mauruzi tanto che, nel settembre 1574, Cesare Parisani, residente a Roma, aveva chiesto protezione a favore di suo fratello al cardinale Alessandro Farnese. Come attestano altre fonti, Alessandro Parisani era vissuto all’epoca nella lontana Tropea in Calabria31. In tali condizioni era difficile immaginare la possibilità di discendenti.
Secondo quanto da lei dichiarato, Laura rimase di nuovo incinta solo dopo che il marito l’ebbe fatta venire a Roma all’inizio del pontificato di Sisto v. Che la coppia dovesse vivere di nuovo unita era, a quanto sembra, desiderio personale dello stesso pontefice. In un secondo interrogatorio, il 30 giugno 1594, Laura precisò di aver già in precedenza soggiornato per un certo tempo a Roma, nella casa presso l’“Immagine di Ponte”, cosa in effetti documentata nel 158332. Un anno prima della nascita di Felice, dunque nell’aprile del 1587, era ritornata nella capitale per andare a vivere in una abitazione sotto Trinità dei Monti, dove sarebbe venuto al mondo – undici mesi dopo – Felice. È possibile determinare l’esatta ubicazione di quella casa, elemento non irrilevante per comprendere come sia avvenuto il trasporto dell’infante. Essa sorgeva in via della Croce sul lato destro della strada, allo sbocco sull’attuale piazza di Spagna. Proprio dirimpetto sorgeva l’“Osteria del Moro”, che cambiò in seguito denominazione e nel xviii secolo risulta nota come “Osteria del Cavalletto”33. Di essa è rimasto altrettanto poco quanto dell’allora casa dei Parisani, nella quale Laura Zampeschi deve aver partorito «alli tanti di marzo», cioè alla fine di marzo. Alcune settimane dopo la nascita – in aprile o in maggio – si trasferì con il figlio nel grande palazzo di famiglia presso il Pantheon, che alcuni anni prima era stato la residenza dell’ambasciatore spagnolo a Roma34. Probabilmente la donna abitò qui fino alla morte di don Alessandro nel giugno 1591 per poi fare ritorno a Tolentino, dove due anni dopo Felice si spense.
Le dichiarazioni di Laura divergono alquanto da quelle della moglie del sarto Bartolomea, secondo cui la nascita sarebbe avvenuta il 10 o l’11 marzo; ma questa differenza non esclude che si tratti dello stesso bambino battezzato il 30 marzo 1588 a San Lorenzo in Lucina. Per scoprire se Laura Zampeschi avesse detto o meno la verità, gli ispettori avrebbero dovuto avviare indagini più approfondite, e ad esse vennero direttamente sollecitati il 2 giugno 1594. Reca infatti tale data la citazione ufficiale, presentata presso il tribunale del governatore di Roma da Ascanio Parisani, nuovo rappresentante legale del padre Giovanni Battista35. In essa i Parisani esponevano le loro ragioni ed esortavano a procedere subito con maggior rigore nei confronti di Laura Zampeschi, alla quale addossavano l’intera responsabilità del misfatto. Era infatti, a loro avviso, da escludere che una persona onorata come Alessandro Parisani potesse sapere qualcosa del “parto supposto”. Non poteva essere stata che sua moglie a ingannare tanto lui quanto il legittimo erede Giovanni Battista. Tre anni dopo la morte di Alessandro era facile affermare una cosa del genere, ma l’idea che Laura Zampeschi si fosse potuta, all’epoca, trovare in uno stato di costrizione non sfiorò la mente dei suoi accusatori e anche alla stessa imputata il fatto doveva apparire un argomento processuale non spendibile.
Sebbene dopo la morte del fratello Brunoro, avvenuta nel maggio 1578, non avesse più parenti prossimi cui far ricorso, Laura non volle vestire i panni della vittima36 poiché un tale atteggiamento sarebbe stato contrario al suo orgoglio di nobildonna. La difficile situazione indusse quindi Laura Zampeschi a passare all’offensiva, presentando l’8 giugno, una controdenuncia per calunnia37. Ma non fu certo la migliore delle strategie possibili dichiarare con furore ai giudici, il 25 maggio e il 30 giugno, che i Parisani le avevano prima ucciso il marito e poi il figlio Felice. Con tali attacchi non documentati rischiava di giocarsi l’unica carta che poteva darle qualche garanzia di un esito favorevole, la benevolenza dei suoi giudici.
Laura aveva però anche altri argomenti per rintuzzare le accuse nei suoi confronti. Nel secondo interrogatorio del 30 giugno 1594 cercò di addurre argomenti convincenti a proposito della sua gravidanza. Se nella commedia Agnese simula l’aumento di peso avvolgendosi delle lenzuola intorno al ventre, Laura non ne ebbe bisogno, dal momento che era naturalmente ingrassata. In casa di una certa Flaminia, che abitava vicino al convento dei cappuccini di San Bonaventura sul Quirinale, ella stessa e altre serve avrebbero constatato che dal suo petto usciva del latte. Secondo un rituale all’epoca consueto, avrebbero anche subito cercato di scoprire se il figlio che portava in grembo sarebbe stato maschio o femmina. A tale scopo, preso un po’ di latte, lo spruzzarono contro la parete, ma che cosa avrebbe dovuto accadere, non viene specificato. Lo sapeva forse il medico Giovannino di Ravenna, che sembra aver assistito Laura durante la gravidanza. La dichiarazione della donna restò però priva di riscontri, perché il summenzionato medico, un testimone potenzialmente importante, non venne chiamato a deporre. Il motivo è ignoto. Forse era morto anche lui – come Giovanna Zoppa – prima dell’inizio del dibattimento. I giudici avevano tuttavia fatto rinchiudere già all’inizio di giugno a Tor di Nona un’altra teste, le cui dichiarazioni promettevano di far luce sul caso inestricabile.
Nel suo primo interrogatorio del 24 maggio Laura aveva menzionato piuttosto di sfuggita come alla nascita di Felice fosse presente anche una levatrice di nome Chiara, che sarebbe diventata la figura chiave del processo poiché era l’unica testimone fuori causa che potesse sapere se Laura Zampeschi avesse davvero partorito nel marzo 1588. Ma che Chiara fosse disposta a rivelare quanto sapeva, era tutto da dimostrare. Se non aveva avuto niente a che fare con il trasporto del bambino, il suo ruolo come levatrice, in caso di complicità, veniva almeno in parte a coincidere con quello di Betta Ruffina o di Giovanna Santi. Le sue dichiarazioni non erano dunque a priori attendibili, e questo gli ispettori dovevano già averlo messo in conto nel loro interrogatorio. Ad ogni modo videro in Chiara la teste più importante del processo. Nelle settimane successive venne ascoltata quattro volte e in un caso sottoposta anche a tortura.
Chiara era figlia di un certo Agostino del rione Testaccio; non ne conosciamo però il cognome di famiglia. Moglie del panettiere Tibaldo Tibaldi, abitava in via del Babuino, non lontano dalla casa dei Parisani. Di tanto in tanto lavorava come levatrice. Due anni prima aveva aiutato Cinzia, moglie di Pierfrancesco Caetani, al momento del parto, ma al di là di questo caso, non aveva avuto tra le sue clienti altre nobili dame ad eccezione di Laura Zampeschi38. È quanto si legge nella deposizione di Chiara in occasione del suo primo interrogatorio, avvenuto il 6 giugno a Tor di Nona davanti a Tommaso de’ Rossi. Affermò di non sapere nulla della gravidanza di Laura. Era stata chiamata all’improvviso a dare assistenza alla partoriente. Quando era entrata nella camera della nobile dama al quinto piano della casa, la donna, che giaceva a letto svestita ma coperta da molte lenzuola, l’aveva accolta lamentandosi di essere in preda a dolori insopportabili. Chiara le aveva quindi afferrato i piedi e, con l’aiuto di altre due donne, li aveva tirati sul bordo anteriore del letto in modo che le gambe rimanessero un po’ sollevate. Ma dalle ginocchia in su il corpo della – presunta – partoriente era sotto le lenzuola e Chiara non aveva quindi potuto vedere nulla. Mentre le altre donne sorreggevano Laura da dietro, la levatrice aveva allungato le mani sotto i panni, tastando prima la testa del bambino e subito dopo anche il resto del corpo. La fuoriuscita della placenta era stata quasi contemporanea, e tutto si era svolto così velocemente da non avere neppure il tempo di recitare un “Paternoster”. Chiara aveva quindi tagliato il cordone ombelicale al neonato e lo aveva subito consegnato a un’altra donna di nome Bartolomea. Visto che era già uscita la placenta, aveva affidato Laura alle altre donne per occuparsi del bambino, «nato vestito», cioè avvolto nel sacco amniotico39. Chiara non aveva avuto però modo di osservare con i propri occhi la nascita, perché, secondo la sua affermazione, non era permesso toccare gli organi genitali di un’altra donna e non era neppure lecito vederne la «natura». Non sapeva perciò dire se Laura avesse davvero generato il figlio o se lo avesse tenuto tra le gambe, dando così a intendere di averlo partorito.
Chiara potrebbe aver intuito che dalla sua deposizione dipendevano fatti di grande rilevanza, non da ultimo il destino di una donna altolocata come Laura Zampeschi. Di certo, si dichiarò all’oscuro di tutto per paura e cattiva coscienza. Un bambino, nato probabilmente in una casa vicino a torre Sanguigna e portato con un tragitto di almeno quindici minuti dai Parisani, a piazza di Spagna, non poteva che avere una costituzione del tutto diversa da quella di un neonato e ogni levatrice avrebbe notato la differenza. Anche le successive cure da prestare al piccolo variavano nell’uno o nell’altro caso. In presenza di un “parto supposto”, il bambino non avrebbe più avuto il cordone ombelicale; altrimenti come sarebbe stato possibile trasportarlo? Chiara, affermando che quando aveva estratto il neonato, questo era ancora nel sacco amniotico e che era stata lei a tagliargli il cordone ombelicale, attestava in modo chiaro e lampante come Laura Zampeschi fosse la madre naturale del bambino. Ma quando metteva in dubbio la cosa e dichiarava che il neonato avrebbe potuto anche essere frutto di uno scambio, non diceva la verità in una parte della sua deposizione. Ma appunto in quale? Era stata anche lei corrotta dai Parisani, come affermò in seguito Laura Zampeschi a proposito della moglie del sarto, Bartolomea?40 O diceva di non aver visto nulla per non ammettere che sei anni prima – forse presa davvero alla sprovvista – si era trovata ad assistere a una ben congegnata messinscena, su cui aveva per troppo tempo mantenuto il silenzio, seguendo probabilmente ordini precisi? In questo caso, avrebbe potuto crearsi facilmente un alibi, dichiarando apertamente come Laura Zampeschi fosse la madre carnale del bambino. Ma Chiara evitò di farlo perché temeva che gli ispettori potessero scoprire l’inganno per altra via e che la sua posizione finisse col passare da quella di semplice teste a quella di complice. Per Chiara la cosa migliore era dunque mantenersi su una linea che le evitasse di pronunciarsi apertamente e questo era possibile perché la donna si era appellata a una morale sessuale gravata da tabù che, a quanto sembra, le proibiva di toccare o vedere la «natura» di Laura Zampeschi.
Questo tabù si rispecchia anche nelle illustrazioni a stampa dell’epoca che mostrano levatrici mentre, svolgendo un ruolo del tutto passivo, allungano le mani sotto le gonne verso donne partorienti senza vedere ciò che fanno41. Nella realtà le cose andavano naturalmente in modo diverso: ma nessun giudice avrebbe potuto condannare Chiara per il fatto di aver rispettato le regole morali dominanti nella Roma pontificia. La prassi quotidiana, difficile da documentare, emerge in parte ex negativo dalle dichiarazioni della donna. Per libri come il trattato di Scipione Mercurio La Comare o racoglitrice del 1595, pervaso da uno spirito illuminato e nel quale le levatrici sono espressamente esortate a un agire coraggioso, non si trovarono a Roma editori42 e questa importante opera venne pubblicata, non a caso con grande successo, nella libera Venezia. Per Chiara, quindi, la morale ufficiale rappresentava la migliore protezione. Il 9 luglio venne sottoposta alla tortura della corda; tuttavia, nonostante i tormenti patiti, rimase ferma nella sua versione che variò solo nel senso di affermare che, a suo giudizio, Laura Zampeschi era davvero la madre di Felice43. Dichiarò però di non poterlo proclamare in modo certo, e a questa tesi Chiara si attenne anche di fronte alla minaccia di ulteriori torture, agitata nel corso del suo ultimo interrogatorio del 27 luglio. Al che gli ispettori la lasciarono andare.
Avevano tentato di tutto. Il 6 e il 15 luglio avevano messo a diretto confronto le due madri rivali, Bartolomea e Laura. Ma le due donne erano rimaste ferme nelle loro rispettive convinzioni: Bartolomea aveva asserito che Felice era suo figlio, al che Laura aveva obiettato con altezzosa superbia che sarebbe bastato dare uno sguardo al suo Felice per capire che non poteva essere prole di un vile artigiano. Non si erano rinvenute quelle ipotetiche lettere rivelatrici che il sarto Andrea asseriva di aver ricevuto da Laura e che questa da parte sua negava di aver mai scritto. Dopo la conclusione di tutti gli interrogatori, le prove raccolte contro l’imputata prospettavano una situazione estremamente complessa. Numerosi indizi erano contro di lei. Ma la verità restava nascosta sotto le lenzuola, e la levatrice Chiara, l’unica che avrebbe potuto svelare le cose, si era rifugiata sotto il pesante manto protettivo delle costrizioni morali. Bisognava però emettere comunque una sentenza.
Come essa fu formulata e su quali motivazioni si basò, non sappiamo. Ma è possibile accertare che è stata all’epoca favorevole a Laura Zampeschi. Due anni dopo la fine del processo, per l’esattezza il 19 luglio 1596, Laura e l’avversario di un tempo, Giovanni Battista Parisani, stipularono a Tolentino un accordo in cui regolarono di comune intesa i rispettivi diritti. Nel preambolo del documento si dice espressamente che Laura – in conformità con la sentenza della Rota – è la madre carnale di Felice e la sua erede44. I giudici avevano dunque ritenuto legittima la nascita di Felice e dichiarato a posteriori il bambino erede di diritto del fedecommesso inserito dal cardinale Ascanio Parisani nel suo testamento del marzo 1547. Nell’accordo del luglio 1596 il nome di Felice compare dunque con pari legittimità accanto a quello del padre – ormai a pieno titolo – Alessandro Parisani. Un elemento che per Laura doveva senza dubbio contare moltissimo.
I singoli articoli dell’accordo, denominato pax, prevedevano che i Parisani avrebbero rimborsato la dote a Laura, rateizzandola nel corso di sei anni. La gentildonna ottenne inoltre il diritto di abitare per tutta la vita nel palazzo di famiglia a Tolentino. Qui dunque trascorse gli ultimi anni di vita, in casa di quelle stesse persone che poco tempo prima aveva denunciato come assassini del proprio marito e figlio. Una soluzione che non dovette andarle troppo a genio, ma che accettò di buon grado dopo essersi fatta assicurare dai Parisani che non l’avrebbero più molestata con altre citazioni in giudizio. In cambio, Laura cedeva i diritti sull’eredità di Felice a Giovanni Battista Parisani e ai figli di questo45. Tutto finiva come se non ci fosse mai stato il complesso contenzioso sulla legittimità del bambino: i Parisani entravano a pieno titolo in possesso di quanto restava dell’eredità del cardinale e Laura Zampeschi conservava il suo onore di gentildonna. O almeno questo le riconosceva ufficialmente il tribunale, la cui sentenza non si basava però soltanto sulle risultanze degli interrogatori. Dietro le quinte si è probabilmente lavorato fin dal 1594 al compromesso stipulato nel luglio 1596. Pur essendo consapevoli della rilevanza sociale del problema, i giudici non avevano evidentemente alcun interesse a provocare, con la condanna di Laura Zampeschi, uno scandalo di grandi proporzioni46. Se la giustizia romana non esitava a perseguire i delitti capitali compiuti nell’ambiente aristocratico, si ritenne comunque preferibile lasciare il “parto supposto” alle trame da palcoscenico.
Dopo il ritiro a Tolentino, Laura Zampeschi cercò di mettersi in buona luce. Nel 1596, lo stesso anno dell’accordo con i Parisani, donò ai monaci cappuccini di Tolentino un grande appezzamento di terreno su cui erigere il loro convento. La donazione è ricordata in un’iscrizione, e anche una strada nel centro storico di Tolentino porta il nome di quella donna che nel 1594 fu gravemente sospettata di aver simulato la nascita del figlio47. Dopo il felice esito del processo, Laura Zampeschi condusse vita ritirata e non si risposò. Viene menzionata un’ultima volta in un documento del 15 dicembre 1611, quando aveva già 72 anni e viveva ancora in casa dei Parisani. Ignoriamo la sua data di morte48. Molto probabilmente è sepolta nella tomba di famiglia nel duomo di San Catervo a Tolentino al fianco del figlio – o almeno presunto tale – Felice.

Note

1. Archivio Storico del Vicariato di Roma [asvr], San Lorenzo in Lucina, battesimi 1585-90, f. 173r.
2. Creare una “Roma felix” era il programma dichiarato del pontificato di Sisto v, caratterizzato peraltro anche da un grande rigore. L’esame del libro battesimale sopra menzionato conferma la ricorrenza del nome Felice.
3. Sebbene nel registro battesimale sia indicato solo il nome del celebrante e non il suo cognome, il personaggio va senza dubbio identificato con Oldrado, dato che non esistono altri canonici di San Pietro con il nome Jacopo. Sulla concessione del canonicato a Oldrado cfr. Biblioteca Apostolica Vaticana [bav], Archivio del Capitolo di San Pietro, manoscritti vari, vol. 19, f. 113.
4. Giovanni Agostino era a sua volta fratello di Domenico Pinelli, elevato alla porpora cardinalizia da Sisto v nel dicembre 1585; cfr. C. Weber, Genealogien zur Papstgeschichte, vol. ii, Hiersemann, Stuttgart 1999, p. 609 (Mattei) e pp. 770-1 (Pinelli).
5. Segno della sua agiatezza è non da ultimo la cappella fatta erigere da Parisani a San Marcello al Corso, nella quale venne sepolto nell’aprile del 1549; cfr. J. von Henneberg, Un aiuto del Vasari e la cappella Parisani nella chiesa romana di San Marcello, in Commentari, n. s., 16, 1965, pp. 258-60, nonché L. Gigli, San Marcello al Corso, Palombi, Roma 1977, pp. 106-9. Parisani si era reso inviso alla popolazione romana quando nel 1537 aveva stabilito un aumento della tassa sul sale. Fu allora definito «arca de’ vizi»; cfr. V. Marucci, A. Marzo, A. Romano (a cura di), Pasquinate romane del Cinquecento, Salerno, Roma 1983, vol. i, pp. 558 ss, n. 515. Nel dicembre 1539 venne nominato cardinale da Paolo iii. Su Parisani cfr. inoltre E. Casadidio, La famiglia Parisani. Saggio di genealogia e di demografia storica, in “Quaderni del bicentenario”, 1-2, 1995-96, pp. 43-60, e C. Weber, Legati e governatori dello Stato Pontificio (1550-1809), Istituto Poligrafico, Roma 1994, p. 827.
6. Il 24 maggio 1545 Paolo iii aveva concesso a Parisani la facultas testandi; cfr. Archivio Segreto Vaticano [asv], Schedario Garampi, vol. 35, f. 22v. Il testamento originale non si è finora rinvenuto. Una copia si trova in Archivio di Stato di Roma [asr], Miscellanea famiglie, vol. 137, fasc. 10.
7. Sull’albero genealogico della famiglia Parisani cfr. Weber, Genealogien zur Papstgeschichte, cit., pp. 726-7.
8. Laura era la figlia di Antonello Zampeschi che nel 1535 aveva sposato Lucrezia di Stefano Conti. Una copia del contratto matrimoniale del 1 febbraio 1536 si trova in asr, Collegio Notai Capitolini, vol. 569, ff. 479-87. Su Brunoro Zampeschi, che aveva anche studiato musica e che nel 1565 aveva pubblicato a Bologna il poemetto L’innamorato, cfr. A. Aramini, Brunoro ii Zampeschi: ultimo “rampollo” di una insigne famiglia Forlimpopolese, in Id., Scritti, Amministrazione Comunale, Forlimpopoli 1993, pp. 227-37. Sulla tomba di Brunoro cfr. M. Gori, Le arche degli Zampeschi nella chiesa collegiata di San Rufillo, in Forlimpopoli. Documenti e studi, vol. viii, 1997, pp. 85-104. Brunoro morì nel maggio 1578 senza legittimi discendenti. Nel suo testamento del 29 marzo 1570 aveva nominato sua erede universale la moglie Battistina Savelli. La sorella Laura ricevette solo la somma forfettaria di 1.000 scudi; cfr. U. Santini, Il comune di Forlimpopoli, in Atti e memorie della R. deputazione di storia patria per le provincie di Romagna, vol. 21, 1903, pp. 410-4.
9. La data delle sue nozze è menzionata in Aramini, Brunoro ii Zampeschi, cit., p. 237. Laura Zampeschi deve essere nata nel 1539, perché lei stessa afferma di essere nove mesi maggiore del fratello Brunoro, nato il 13 luglio 1540.
10. Alessandro Parisani venne sepolto il 26 giugno 1591 nella cappella di famiglia a San Marcello al Corso; cfr. asvr, Santa Maria in Via Lata, morti 1569-1622, f. 182r. Va perciò corretta l’indicazione di Weber secondo cui Alessandro sarebbe morto nel 1593.
11. Per i retroscena di questa leggenda cfr. la voce relativa di Theo Kölzer in Dizionario biografico degli Italiani, [dbi], Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma, vol. 30, 1984, pp. 346-56.
12. Cfr. C. Frank, «Die widerrechtlich angemassete Cron, und der unter-oder beygeschobene Printz...». Die europäische Dimension der Feierlichkeiten aus Anlaß der Geburt des Prinzen von Wales 1688, in W. Cilleßen (hrsg.), Krieg der Bilder. Druckgraphik als Medium politischer Auseinadersetzung im Europa des Absolutimus, G&H, Berlin 1997, pp. 37-61.
13 . Per un dettagliato racconto di questa “commedia del figlio” cfr. C. Giachetti, Bianca Cappello: la leggenda e la storia, Bemporad, Firenze 1936, pp. 55-83. La ricostruzione della vicenda si basa sulla confessione di Giovanna Santi del 10 novembre 1577, sulla dichiarazione di Lucia del 1588 e sul referto del medico Piero Cappelli del gennaio 1587, coinvolto nella trama di Bianca Cappello. Dopo la morte di Giovanna d’Austria nell’aprile 1578 Francesco de’ Medici sposò la sua amante e la fece granduchessa di Toscana. Antonio de’ Medici restò per tutta la vita celibe, ma generò cinque figli illegittimi.
14. La fattispecie del “parto supposto” non trova riscontro negli atti degli organi giudiziari romani. Sono altri di norma gli sfondi dei conflitti matrimoniali e dei crimini sessuali che avvenivano nella Roma del tardo Cinquecento; cfr. P. Blastenbrei, Kriminalität in Rom 1560-1585, Niemeyer, Tübingen 1995, pp. 225-34.
15. Cfr. L. Besozzi, Il cardinale Giovanangelo Medici (Pio iv) nei documenti all’Archivio di Frascarolo (1549-1559), in “Libri & documenti”, vol. 11, n. 3, 1985, p. 19, nota 21.
16. Cfr. F. Calvi, Famiglie notabili milanesi, vol. iv, Forni, Milano 1885 (ristampa Bologna 1969), fascicolo “Medici di Marignano”, tavv. ii, v-vi.
17. In una lettera al cardinale Carlo Borromeo del 22 gennaio 1571 Annibale Altemps motiva la sua decisione di proseguire il processo appellandosi alla patente imperiale del 1554; cfr. L. Welti, Graf Jakob Hannibal i von Hohenems (1530-1587). Ein Leben im Dienste des katholischen Abendlandes, Wagner, Innsbruck 1954, pp. 134-7. Nel suo testamento dell’8 febbraio 1564 Pio iv aveva molto favorito gli Altemps, ma aveva confermato il fratello Agosto e gli eredi di questo nel dominio su Melegnano; cfr. F. Cerasoli, Il testamento di Pio iv, in Studi e documenti di storia e diritto, 1893, pp. 373-81. Sulle strategie politiche degli Altemps cfr. A. A. Strnad, Die Hohenemser in Rom, in “Innsbrucker Historische Studien”, vol. 3, 1980, pp. 61-130.
18. In precedenza gli Altemps avevano cercato di evitare che Melegnano venisse in possesso di Gian Giacomo. Nel novembre 1573 questi era stato rapito con l’approvazione del cardinale Borromeo e portato in un convento gesuitico, ma poco dopo era stato restituito alla madre. Nell’aprile 1580 sposò Livia, figlia del marchese di Cassano, Ferrante Castaldi. Oltre ai figli Ferdinando e Giovanni Battista, ebbe anche due figli illegittimi.
19. Né Calvi, Famiglie notabili milanesi, cit., né Welti, Graf Jakob Hannibal, cit., forniscono precise indicazioni di fonti.
20. L’editore Giacomo Pinetti dedicò la commedia al conte Giovanni Della Torre che, subentrato al padre, visse a Milano dal 1582 come ambasciatore del duca Carlo Emanuele di Savoia; cfr. P. Caroli in dbi, vol. 37, 1989, pp. 571-3. La commedia contiene numerose allusioni a persone realmente esistenti. Sono così ad esempio menzionati il duca di Bracciano, Paolo Giordano Orsini e Sforza Pallavicino.
21. I fatti sono narrati da Betta Ruffina a Rutilio che commenta il racconto della donna con le parole: «cosi si castigano i vecchi lusuriosi»; cfr. Il parto supposito. Comedia nova dell’illustri Academici di Padoa, Pinetti, Ascoli 1583, ff. 74v.-75r.
22. «[...] seria stato molto bene per quella creatura da nascere perché la signora Laura era riccha assai» asr, Tribunale criminale del Governatore, Processi, sec. xvi, vol. 276, fasc. 1, f. 4r (d’ora in poi citato come Processo).
23. Fu il cardinale Parisani a far costruire il palazzo, che non venne però terminato; cfr. G. Giovannoni, Antonio da Sangallo il Giovane, Tipografia Regionale, Roma 1959, vol. i, pp. 284 ss., nonché A. Tonarelli, Il Palazzo Bezzi-Parisani di Tolentino, in “Quaderni del bicentenario” [Tolentino], 1-2 (1995-96), pp. 61-7.
24. Che Giovanna Zoppa fosse morta, lo ricorda Andrea Mannini nella sua deposizione dell’11 maggio; Processo, f. 4r.
25. La questione è menzionata nella denuncia di Ascanio Parisani del 2 giugno 1594. Il documento è anteposto, senza essere rilegato, al verbale degli atti del processo. Il caso era stato affidato al giudice Pompeo Arrigoni (1552-1616), ma ci sono rimasti pochi documenti della sua cancelleria, e in questi non si trova alcun accenno a tale controversia. Si sono esaminati: asv, Sacra Romana Rota, Manualia actorum, vol. 431 (1587-99), e la serie, Iura diversa, 608 (1593) e 609 (1594-95). Il Tribunale della Rota non trattava cause penali, ma si occupava soprattutto di quelle legate ai diritti di proprietà.
26. A ciò si fa riferimento in un appunto del 2 giugno 1594; asr, Tribunale criminale del Governatore, Manuali d’atti, vol. 121, f. 51v.
27. Su Marco Aurelio Domo, nell’agosto 1595 ancora «luogotenente criminale del governatore», cfr. N. Del Re, Prospero Farinacci: giureconsultoromano (1544-1618), Roma 1999, p. 23, nota 11, e su Tommaso de’ Rossi, morto nel dicembre 1614, cfr. L. Sickel, Künstlerrivalität im Schatten der Peterskuppel. Giuseppe Cesari d’Arpino und das Attentat auf Cristoforo Roncalli, in “Marburger Jahrbuch für Kunstwissenschaft”, vol. 28, 2001, p. 181, nota 22. Interrogatori successivi furono condotti anche da Alfonso Tomassini, «luogotenente substituto» del governatore.
28. Dato che non sono noti casi precedenti, resta incerta la pena prevista per tale reato. Nella sua lettera Annibale Altemps ricorda tuttavia al cardinale Borromeo che in caso di condanna Barbara Majno sarebbe stata giustiziata; cfr. nota 17.
29. Alessandro Parisani sarebbe spesso vissuto a Rimini, dove il fratello Giulio aveva ereditato i beni del cardinale Ascanio Parisani, prima di morire colà nell’aprile 1574; cfr. C. Santini, Saggio di memorie della Città di Tolentino, Cortesi, Macerata 1789, pp. 234-5. In seguito, Alessandro sarebbe stato per lungo tempo al servizio del cardinale Luigi d’Este (1538-86), vivendo a Ferrara o nella residenza romana del prelato, il Palazzo Orsini di Montegiordano.
30. Cfr. P. Litta, Famiglie celebri italiane, vol. ix, ED, Milano 1841, fascicolo Mauruzi di Tolentino, tav. ii.
31. La lettera di Cesare Parisani si trova in Archivio Storico Comunale di Tolentino [asct], Archivio Parisani, vol. 1078/22 [2/3], n. 66. A Tropea Alessandro Parisani diede, il 9 luglio 1574, la sua approvazione ad accendere un’ipoteca sul palazzo romano dei Parisani; cfr. nota 34.
32. In quella casa nel rione Ponte Laura Zampeschi approvò il 15 novembre 1583 la vendita di palazzo Parisani; cfr. nota 34.
33. La locanda si chiamava ancora nel 1638 “Osteria del Moro”. Ne era all’epoca proprietario Giuliano Quattrino. Al più tardi nel 1701 cambiò il nome in “Osteria del Cavalletto”; cfr. F. Cerasoli, Ricerche storiche intorno agli alberghi di Roma dal secolo xiv al xix, in Studi e documenti di storia e diritto, 1893, pp. 399, 406. Sull’ubicazione dell’“Osteria del Cavalletto” cfr. A. Anselmi, Il Palazzo dell’Ambasciata di Spagna presso la Santa Sede, De Luca, Roma 2001, p. 178, fig. 8.
34. Juan de Zuniga era venuto a Roma nel gennaio 1568 – succedendo al fratello Luis de Requesens – come nuovo ambasciatore di Filippo ii. L’8 giugno 1570 prese in affitto palazzo Parisani a un canone annuo di 800 scudi. Vi abitava ancora nel luglio 1574, quando i Parisani dovettero accendere un’ipoteca sull’immobile. I documenti relativi andrebbero analizzati più in dettaglio nel quadro di uno studio specifico dedicato alla storia del palazzo. Il successore di Zuniga, Enrique de Guzmán, spostò la sede dell’ambasciata nel palazzo del duca di Urbino al Corso, prima di trasferirsi nell’ottobre 1582 a palazzo Sforza, affittato a un canone annuo di 1.200 scudi; cfr. Anselmi, Il Palazzo dell’Ambasciata di Spagna, cit., pp. 16, 196.
35. Cfr. nota 25.
36. Il 25 maggio Laura dichiarò che le sue parenti più prossime erano Emilia Orsini e Massima Conti; Processo, f. 14v. Dato che suo fratello Brunoro era morto senza eredi maschi, non aveva più nessun congiunto diretto.
37. asr, Tribunale criminale del Governatore, manuali d’atti, vol. 121, f. 68v.
38. Non si può stabilire con certezza se nella sua deposizione Chiara alluda a Pietro di Onorato Caetani (1562-1614). Questi era sposato dal giugno 1593 con Felice Maria di Ferdinando Orsini; ma è possibile che sia stato sposato prima con una donna di nome Cinzia, forse presto deceduta.
39. Era questo un segno di buona fortuna. In certe aree regionali, tali neonati alimentarono da adulti psicosi collettive; cfr. C. Ginzburg, I benandanti: ricerche sulla stregoneria e sui culti agrari tra Cinquecento e Seicento, Einaudi, Torino 1960. Ancor oggi è in uso l’espressione «nato con la camicia».
40. Il 6 luglio Laura si esprimeva così: «e se lo dicono [Andrea e Bartolomea] dicono una bugia e se ne mentono per la gola che li haveranno promesso qualche cosa li Parisani». Processo, f. 42r.
41. Cfr. le illustrazioni relative in V. Lehmann, Die Geburt in der Kunst, Braunschweiger Verlagsanstalt, Braunschweig 1978, e R. Müllerheim, Die Wochenstube in der Kunst: eine kulturhistorische Studie, Enke, Stuttgart 1904. È interessante confrontare queste illustrazioni con la rappresentazione della Nascita di San Francesco di Giovanni Baglione nel Palazzo Laterano; cfr. M. Smith O’Neil, Cavalieri Giovanni Baglione: “Il modo eccellente di disegnare”, Master Drawings, 36, 1998, p. 363.
42. Di particolare interesse è il capitolo Della qualità e degli officij della buona commare. Su Mercurio cfr. E. Curatulo, L’arte di Juno Lucina in Roma: storia dell’ostetricia dalle sue origini fino al secolo 20, Tip. Sallustiana, Roma 1901, pp. 153-76. Manca finora una più precisa analisi della ostetricia nell’Italia del Cinquecento, forse anche per mancanza di fonti. Sulla situazione in Germania cfr. S. Flügge, Hebammen und heilkundige Frauen: Recht und Rechtswirklichkeit im 15. und 16. Jahrhundert, Stroemfeld, Frankfurt a. M.-Basel 1998.
43. «non ho detto de non sapere se l’habbia fatto o non fatto la signora Laura quel putto perché io tengho che l’habbia fatto lei. [...] non potevo dire affirmativamente che quella creatura l’havesse fatta la signora Laura e sia uscita dal corpo suo». Processo, f. 54r, f. 57r. Sulla prassi della tortura cfr. A. Pompeo, Il Tribunale criminale del Governatore di Roma nella seconda metà del xvi secolo, in M. Fagiolo, M. L. Madonna (a cura di), Sisto v. Roma e Lazio [vi Corso internazionale di Alta Cultura, 1989], Istituto Poligrafico, Roma 1992, p. 99.
44. Archivio di Stato di Macerata [asm], Fondo notarile di Tolentino, P 318 [ex 1993], Francesco Pierfranceschi, ff. 74v-82v.
45. Giovanni Battista Parisani morì tre anni dopo la riconciliazione con Laura Zampeschi. Si può stabilire solo in via indiretta la sua data di morte, nel periodo tra il 20 marzo e il 14 settembre 1599; cfr. asm, Fondo notarile di Tolentino, P 244 [ex 1298], Tarquinio Lucci, ff. 48r, 116r.
46. In effetti, i giudici avrebbero creato un precedente, provocando probabilmente una valanga di processi.
47. L’iscrizione suona: «Hos hortos Fratibus Cappuccinis Laura Zampeschi a Foro Pompilio [Forlimpopoli] pientissima donavit anno Domini 1596»; cit. in Santini, Saggio di memorie della Città di Tolentino, cit., pp. 159-60.
48. Le sepolture sono documentate a San Catervo solo a partire dal 1656. Non sappiamo se i Parisani disponessero qui di una loro cappella. Non l’avevano ancora nel dicembre 1583, quando Catervo Parisani redasse il suo testamento; asm, Fondo notarile di Tolentino, P 274 [ex 2074], Giovanni Vita not., ff. 151-3. Il documento del dicembre 1611 si trova in asct, Archivio Parisani, vol. 1079/23 [4], fasc. D, f. 16r.
Terminata la stesura di quest’articolo, è stato pubblicato un volume di Filippo Luti dove si mette in dubbio la credibilità delle accuse avanzate contro Bianca Cappello (F. Luti, Don Antonio de’ Medici e i suoi tempi, Olschki, Firenze 2006). Comunque, rende il caso ancor più interessante per il nostro argomento pensare che il cardinale Ferdinando de’ Medici abbia architettato un parto supposto per impedire alla prole di suo fratello di salire sul trono fiorentino.