La “monarchia impossibile”.
Un rapporto inedito
sulla stampa di opposizione
nella Francia di Carlo X

di Veronica Granata

 

Nel suo studio The political uses of history: a study of historians in the French Restoration, Stanley Mellon notava con una metafora efficace come la monarchia costituzionale introdotta in Francia dalla Carta del 1814 avesse avuto l’effetto di «un prisma che deflesse tutte le forze politiche»1. L’apertura e l’istituzionalizzazione di spazi di dialogo e di lotta politica, in particolare le elezioni e il dibattito parlamentare, avevano lasciato emergere, dopo la lunga dittatura napoleonica, una varietà di orientamenti politici, che con gli anni si erano dotati di quadri dirigenti, programmi, organi di stampa, società ed altre propaggini più o meno legali. La formazione di partiti e i meccanismi del regime rappresentativo diedero necessariamente una rilevanza e un significato nuovi alla questione dell’informazione politica e della propaganda. La Carta, all’articolo 8, aveva accordato (o riconosciuto, secondo la prospettiva liberale) il diritto di pubblicare e di far stampare le proprie opinioni «conformandosi alle leggi che devono reprimere gli abusi di questa libertà». Finito il tempo in cui la “voce del padrone” copriva le note discordanti e bastava, da sola, al funzionamento dell’intera macchina statale, fra parlamentarismo e stampa si creò spontaneamente un legame inscindibile, necessario: ogni forza politica uscita da quel prisma ricorse alla parola declamata nelle Camere e, fuori, alla parola stampata2.
La monarchia borbonica era stata costretta alle concessioni da una Francia resa esigente dalla Rivoluzione. Ma le parole, declamate e stampate, presto presero ad analizzare, poi contestare, poi aggredire la politica del governo regio e le basi stesse del nuovo regime. A più riprese, fra il 1814 e il 1830, la corona tentò di preservare la propria autonomia di decisione (e con essa i propri arcana imperii e la sacralità monarchica) attraverso la repressione della critica e del dissenso, agenti corrosivi, che rischiavano di spostare il luogo della sovranità dal trono al Parlamento e dal Parlamento all’opinione pubblica, destinataria dell’informazione politica e “genitrice”, attraverso la mediazione del ristretto corpo elettorale, della maggioranza nella Camera dei deputati. La parola stampata, che assicurava la comunicazione fra l’interno e l’esterno del mondo politico, divenne primo bersaglio. La corona ridimensionò e reinterpretò più volte la portata del diritto sancito all’articolo 8 con proposte di legge destinate a colpire la stampa di opposizione e i suoi tanti artefici. Ne derivò un lungo, ininterrotto dibattito politico sulla libertà di stampa, un dibattito che accompagnò l’intera epoca della Restaurazione, fino a diventare uno dei nodi centrali di questa fase politico-istituzionale. Ad ogni nuova misura restrittiva invocata dalla monarchia, la discussione parlamentare si infiammò, assumendo toni tragici, violenti. Al centro della polemica non si poneva solo la questione della costituzionalità dei provvedimenti proposti. L’intima connessione che si era venuta creando fra la stampa e le nuove istituzioni spostò il dibattito su un problema ancor più cruciale, un problema cui nessun regime politico, dopo la Rivoluzione, poteva dirsi estraneo: quello della propria sopravvivenza3.
La libertà di stampa come complemento indispensabile del diritto di voto accordato ai cittadini selezionati dal censo, come strumento utile a illuminare il trono nella propria azione, come baluardo di tutte le altre pubbliche libertà: questi gli argomenti ricorrenti messi in campo dai difensori della parola stampata. In breve: la libertà di stampa come base della monarchia costituzionale. Dunque, come fattore di stabilità e di ordine sociale. Dunque, ancora, come antidoto contro una nuova crisi rivoluzionaria4. Opposta, non nelle intenzioni ma nei metodi, era la posizione degli accusatori della parola stampata, convinti dell’incompatibilità fra la libertà di stampa, intesa pure come libertà di attaccare la politica governativa, e l’autorità monarchica. In questa prospettiva, l’emancipazione della stampa si traduceva in una minaccia costante per l’ordine stabilito. Una minaccia tanto più pericolosa quanto più penetrante si faceva l’azione della stampa sulla società e sulle coscienze. La Carta, è vero, aveva riconosciuto il diritto di pubblicare liberamente le opinioni. Ma affermare che tutte le opinioni avessero uguale diritto alla più grande pubblicità costituiva un passaggio interpretativo ulteriore. E rischioso. Un’idea che già balugina nella mente dei redattori della legge fondamentale del regno, se è vero, come sosterrà il loro membro eminente, il conte Beugnot, che l’articolo 8 era stato concepito in funzione degli scritti non periodici e non dei giornali, che si pensava di lasciare sotto il controllo della Polizia5. L’intenzione, non esplicitata nel testo finale dell’articolo, troverà applicazione nella pratica. La monarchia restaurata, in effetti, mostrerà di temere non tanto lo scritto in sé, quanto i suoi lettori, non tanto l’opinione “dissidente”, quanto la sua diffusione6. Con il trauma rivoluzionario il potere aveva imparato a valutare l’importanza della circolazione delle idee e delle informazioni, a pensare la pericolosità di un’opinione espressa in relazione al numero e all’appartenenza sociale delle persone che essa era in grado di raggiungere. Gli eventi rivoluzionari non avevano forse mostrato, dalla presa della Bastiglia ai plebisciti napoleonici, la forza e l’influenza delle moltitudini, delle maggioranze, delle masse? In quest’ottica, i giornali, rapidi nel diffondersi e già dotati di un pubblico sicuro di lettori grazie al sistema dell’abbonamento, meritavano un regime di controllo ben più severo dei libri, più lenti nel circolare e meno capaci di inseguire l’attualità.
La legislazione sulla stampa adottata su iniziativa della corona negli anni 1814-30 cristallizzerà questa distinzione fra pubblicazioni periodiche e non periodiche. Dopo i Cento giorni gli ouvrages saranno definitivamente affrancati dalla censura preventiva: l’opinione “sovversiva” potrà insinuarvisi finché non intervenga una specifica sentenza della magistratura, motivata da altrettanto specifiche leggi che definiscono i casi di “abuso” della libertà di stampa. Da ora in avanti l’intervento dei tribunali e il carattere generale della legge sottrarranno i libri alla discrezionalità propria della censura7. Diverso sarà il trattamento riservato ai giornali. I periodici, durante la Restaurazione, conosceranno un’instabilità legislativa continua, frutto di maggioranze parlamentari precarie o di altrettanto precarie alleanze trasversali fra partiti di segno opposto. L’immediatezza dei giornali e i loro stretti collegamenti con il sistema politico giustificheranno agli occhi del potere temporanee sospensioni della libertà di stampa. Una libertà dichiarata non meno reale, non meno esistente, proprio perché non si può negare ciò che non esiste. Questo regime di eccezione sarà applicato complessivamente per circa sette anni, sette sui sedici della monarchia restaurata: quasi la metà8. Se le opinioni espresse sui libri potranno andare incontro ad una condanna solo dopo essere state stampate (ed eventualmente anche pubblicate), sui giornali la censura preventiva potrà eliminarle sul nascere. Nel primo caso sarà la legge votata dalle Camere a fissare le opinioni “inaccettabili”. Nel secondo, il giudizio arbitrario ed inappellabile dei censori nominati dal re o dal suo ministro della Polizia.

All’inizio del 1825 un censore impiegato al ministero dell’Interno impugna la penna per informare il governo sulla situazione della stampa di opposizione in Francia. Sulla prima pagina, a mo’ di titolo, scrive: Rapport général sur la presse. Il lavoro lo impegna per diversi giorni. Arriverà a riempire della sua fitta grafia cinquantacinque pagine. L’ultima porta la data del 12 febbraio9. Nessuna firma. Il censore lavora negli stessi uffici da cinque anni: dall’aprile del 1820 redige per i suoi superiori i rapporti sulle pubblicazioni non periodiche. Si occupa in particolare dei pamphlets politici. È proprio sulla base delle sue analisi che diversi testi (con i loro autori ed editori) sono finiti sotto gli occhi del guardasigilli e, di lì, nelle aule dei tribunali. La grafia del censore è ben conosciuta al direttore della Polizia Franchet-Desperey, che la legge tutti i giorni. L’impiegato non ha bisogno di firmarsi, non lo fa mai. Ed è appunto una breve lettera di Franchet al ministro della Giustizia a rivelare il nome dell’autore di questi rapporti e, dunque, anche del Rapport général: Mutin10.
Jean Mutin era nato in Borgogna nel 1765. Aveva appena preso gli ordini quando la Rivoluzione era scoppiata. Rifiutandosi di prestare giuramento alla Costituzione si era condannato alla clandestinità e all’esilio, poi, con l’avvento di Napoleone, si era lasciato persuadere a tornare in Francia. Approdato a Parigi, si era guadagnato in poco tempo una posizione di spicco nella redazione del “Journal des Débats”, poi “Journal de l’Empire”, il quotidiano più letto in quegli anni. E anche il più sorvegliato: le sue tirate contro i principi rivoluzionari e la filosofia illuministica lo avevano reso sospetto di simpatie borboniche11. Uomo di sicura e provata fede monarchica, Mutin non aveva dovuto faticare per guadagnarsi la fiducia del governo nominato da Luigi xviii al suo rientro in Francia. Il direttore della Polizia allora in carica, Beugnot (lo stesso Beugnot che aveva partecipato alla redazione della Carta), lo aveva designato nel novembre del 1814 “commissario” presso il “Journal Royal”, vale a dire supervisore e censore del giornale. Ogni periodico parigino, in quei giorni, se ne era visto assegnare uno. L’anno successivo Mutin era andato a ricoprire lo stesso incarico nella redazione del suo vecchio giornale, il “Journal des Débats”, e ancora, dopo i Cento giorni, presso “La Quotidienne”. L’8 agosto 1815 un’ordinanza del re aveva sottoposto tutti i giornali alla censura preventiva: Mutin era stato nominato membro della commissione addetta all’esame degli articoli. Pochi mesi dopo, il nuovo governo – Decazes era appena succeduto a Fouché – aveva cambiato nuovamente sistema e aveva insediato dei “redattori responsabili” nelle redazioni dei diversi giornali: all’abate Mutin erano toccati il “Journal des Débats”, “Le fidel ami du Roi” e il “Mémorial religieux”. Tutti giornali ardentemente realisti. Una strategia di censura accorta – in questo Napoleone era stato maestro – suggeriva di dare ad una testata dotata di colore politico un “sorvegliante” noto per la sua appartenenza allo stesso schieramento. Era un modo per rassicurare i lettori ed evitare un’emorragia di abbonati a periodici che, pur mantenendo l’apparenza dei loro colori originari, erano ormai controllati dal governo e potevano dunque funzionare utilmente da “convertitori” politici. Durante i primi anni della Restaurazione, finché durò la pratica di imporre commissari e redattori “governativi” alle diverse testate, leali monarchici come Mutin andarono a vigilare i giornali realisti, mentre i periodici di opposto orientamento furono affidati generalmente alle cure di personaggi dal passato politico evocativo – fautori delle riforme nei primi anni della Rivoluzione, ex cantori delle glorie napoleoniche, ex censori imperiali – ma più o meno saldamente acquisiti alla causa della monarchia restaurata, per convinzione, per spirito di sopravvivenza o per opportunismo12.
Mutin è, dunque, fedele servitore della dinastia legittima. Ha questa fama. Quando, nell’aprile del 1820, era stato nominato membro di una nuova commissione d’esame dei giornali (in realtà, come abbiamo visto, sarà impiegato nell’analisi delle pubblicazioni non periodiche), la stampa realista aveva applaudito alla scelta del governo: finalmente la censura era affidata solo a veri monarchici e non a uomini «souillés de la fange de toutes les polices»13. Negli ambienti dell’opposizione liberale, al contrario, il personaggio è poco amato. Si mormora che sia la longa manus della Congrégation negli uffici di censura. Vero o falso, è lui che nel febbraio del 1825 presenta al governo le cinquantacinque pagine rilegate del Rapport général sur la presse.
Perché un rapporto sulla stampa antigovernativa viene redatto negli uffici del ministero dell’Interno proprio all’inizio del 1825? Luigi xviii era morto nel settembre del 1824, e il suo successore, Carlo x, capo riconosciuto dell’ultrarealismo, aveva inaugurato il suo regno con un provvedimento inaspettatamente liberale: l’abolizione della censura preventiva che dall’agosto di quell’anno gravava sui giornali. La stampa, unanime, aveva elogiato il nuovo sovrano. I timori di quanti si preparavano all’ombra cupa della reazione sembravano clamorosamente smentiti. Tre mesi dopo, il sovrano pronunciava l’annuale discorso del trono, elencando alle Camere il programma della nuova sessione parlamentare, la prima del suo regno. La corona proponeva, fra le altre cose, un progetto di legge volto a indennizzare i vecchi proprietari dei beni nazionali – il famoso miliardo degli emigrati –, un secondo disegno, destinato a facilitare la nascita di nuove congregazioni religiose e, infine, l’inserimento nel codice penale di misure draconiane contro i profanatori dei vasi sacri e delle ostie consacrate: dai lavori forzati a vita fino alla pena capitale, preceduta dall’amputazione delle mani. Il re, inoltre, preannunciava di volersi fare incoronare a Reims, secondo la più antica tradizione monarchica francese14. A gennaio si sarebbe parlato persino di trasferire nuovamente la corte a Versailles15.
Le ferite provocate dalla Rivoluzione, a malapena cicatrizzate, si riaprirono bruscamente. Le «deux France», quella ancorata all’Antico regime e quella nata dall’89 si rimaterializzarono d’un colpo, dopo la tregua imposta da Napoleone e il compromesso voluto da Luigi xviii. Entrambe si sarebbero fronteggiate in un duello in cui ciascuna avrebbe tentato di affermare in maniera definitiva la propria legittimità, i propri diritti e il proprio retaggio culturale. La Rivoluzione tornò prepotentemente al centro del dibattito politico. Ma non come era accaduto dopo il 1820, quando mezza Europa era stata contagiata dal virus della sommossa e la Francia aveva reagito contro le minacce interne (i complotti carbonari, le manifestazioni studentesche) ed esterne (la vicina Spagna in mano agli insorti) per scongiurare una nuova fase di disordini e di instabilità. Allora l’elettorato censitario, testimoniando le apprensioni della Francia borghese, si era rifugiato nel sicuro alveo del realismo, dando una solida maggioranza agli ultras e sconfessando la sinistra antidinastica e repubblicana. Ora, invece, la Rivoluzione si imponeva prepotentemente nella lotta politica non più, o non più solo, come prospettiva, come pericolo o come aspirazione, ma come fatto storico. Un fatto storico cui tutto si rapportava: la strategia del governo regio, tesa palesemente a neutralizzare l’eredità di quel quindicennio, e la strategia dell’opposizione liberale, che aveva ormai posto la difesa e la legittimazione della Francia rivoluzionaria come propria ragion d’essere e come condizione necessaria per il progresso della Francia contemporanea.
Il “miliardo”, nelle intenzioni della corona, doveva chiudere per sempre il capitolo delle lotte civili, saldando i vecchi conti lasciati in sospeso. Ma il dibattito parlamentare sulla legge, invece di risolversi in un momento di riconciliazione, si sarebbe convertito in un drammatico processo all’intera generazione che aveva vissuto gli eventi rivoluzionari. La destra ultrarealista, composta in buona parte da ex emigrati, avrebbe sfogato un rancore a lungo trattenuto contro la borghesia accaparratrice e usurpatrice, affermando l’origine fraudolenta di proprietà che solo la Carta aveva potuto mettere al riparo. Gli assetti sociali usciti dalla Rivoluzione venivano così platealmente disconosciuti. La sinistra liberale, abbandonata dalla classe media dopo le rivolte europee dei primi anni Venti, avrebbe trovato un motivo di riscatto nella battaglia parlamentare sull’indennità. Compatta, si sarebbe costituita difensore del Terzo Stato contro l’aristocrazia del privilegio, della Nazione contro l’emigrazione traditrice, della laboriosità contro il parassitismo. La discussione della legge sarebbe iniziata nel mese di febbraio. Il discorso del trono si era tenuto il 22 dicembre16. Nell’intervallo, il dibattito politico fu monopolizzato dai giornali. E i giornali, per primi, traslarono l’accezione che la corona aveva voluto dare all’indennità, tramutandola da provvedimento di pacificazione in emblema di scontro sociale. Uno scontro che apparteneva alla storia, certo, ma che ancora mancava di un vincitore incontrastato. La generazione rivoluzionaria, tutta la generazione rivoluzionaria – la parte che rivendicava la propria antica superiorità e quella che difendeva una superiorità recentemente conquistata – era chiamata ora a dare uno sbocco finale al proprio passato. Il 6 gennaio, il maggiore organo liberale, “Le Constitutionnel”, notava:

On introduit le privilège jusque dans l’infortune, le privilège dans un pays où l’on a dit aux citoyens: vous serez égaux devant la loi. Le négociant de Lyon mitraillé, le Grenadier des filles de St Thomas qui est tombé le 10 août sous les murs des Tuileries, ont-ils moins de droits aux récompenses dues à la fidélité que le noble soldat de l’armée de Condé? Si on ne peut guérir tous les maux, pourquoi choisir la classe qui se trouve la plus favorisée? Les pensions, les dignités, les places lucratives, tout lui appartient17.

Il 24 gennaio, un altro quotidiano liberale, il “Courrier”, pubblicava un elogio della Rivoluzione: «forte de tous les sains principes de la sociabilité et de l’horreur inspirée par plusieurs siècles d’abus, [elle] prit fièrement possession du monde, et suivit une marche triomphale que rien n’a pu arrêter». L’emigrazione, proseguiva l’articolo, aveva chiamato lo straniero, lasciandogli prendere possesso del territorio nazionale: «Est-il dû une indemnité pour ces faits?», domandava polemicamente il giornale. Poi, preannunciando che il “miliardo” sarebbe stato realizzato attingendo alle tasche dei contribuenti meno facoltosi, segnalava che gli stessi contribuenti già versavano agli ex emigrati settanta milioni in pensioni, emolumenti ed onorificenze. Sullo stesso tono, il “Journal du Commerce” osservava, il 16 febbraio, che la legge sull’indennità avrebbe fatto pagare l’emigrato da colui che, forse, aveva ferito in battaglia, da un uomo a cui, forse, aveva ucciso il padre o il fratello o al quale, forse, aveva saccheggiato e bruciato la casa. Alla fine di gennaio, il direttore della Polizia Franchet-Desperey leggeva sulla rassegna stampa compilata dai suoi uffici questa nota allarmata: «l’indemnité est un texte inépuisable de déclamations et de récriminations. [...] On ne peut se dissimuler le danger de ces discussions»18.

È in questo clima che Jean Mutin scrive il suo Rapport général. Il censore divide il documento in due grandi sezioni: una dedicata alla stampa periodica, l’altra a quella non periodica. Nell’esordio l’impiegato chiarisce i suoi intenti:

Est-il urgent de faire une nouvelle loi sur la presse? – scrive – Quelle loi convient-il de faire? Deux questions qui sont, à mes yeux d’une importance immense et de la décision des quelles dépend et le sort de la monarchie et jusqu’à l’existence de l’ordre social tout entier. Ce n’est pas à moi à les décider, mais puisse-je être assez heureux pour fournir au gouvernement du Roi les élémens d’une décision certaine et salutaire19.

Mutin preannuncia gli argomenti che svilupperà nelle pagine successive: la legislazione sulla stampa deve essere riformata, dal regime della stampa dipende la sopravvivenza stessa della monarchia restaurata. Prima di iniziare la sua analisi, il censore tiene a porre una premessa metodologica. Non tratterà di astratte teorie e di dottrine precostituite sulla libertà e i limiti della parola stampata. Mutin non è un filosofo, non è un politico, è un censore. «Tout système que l’imagination crée en politique est faux. – afferma – Il n’y a de vrai que les faits, il n’y a de sûr que l’expérience». E sono appunto i fatti, «dans toute leur exactitude, sans addition ni diminution», che gli preme di portare a conoscenza del governo. Le conclusioni contenute nel rapporto saranno personali, ma le basi, afferma Mutin, saranno incontestabili. I dati citati nel rapporto sono infatti tratti da fonti ufficiali: per i giornali, i registri di tiratura e di stampa, la cui ispezione viene effettuata d’ufficio in virtù dell’ordinanza del 24 ottobre 1814, mentre per gli scritti non periodici, i registri dei tipografi, in cui, in virtù della stessa ordinanza, debbono essere riportati tutti i testi prossimi alla stampa20. Il Rapport général condensa le informazioni sull’attività editoriale parigina dei primi mesi del 1825 e degli otto anni precedenti in possesso dell’amministrazione. Ciò ne fa un documento raro e prezioso per lo studio della stampa francese della prima metà dell’Ottocento. Un documento che, eccettuati alcuni scarni dati numerici sulle pubblicazioni dell’epoca (peraltro non sempre correttamente riportati), rimane ancora oggi inedito21. Istantanea di trame economiche e culturali altrimenti difficili da ricostruire e ripercorrere, il Rapport ci rivela le cifre, i dati, i titoli, i nomi di quell’universo chiamato stampa che Balzac, nelle Illusioni perdute, descriverà, proprio con riferimento agli anni Venti dell’Ottocento, come un potere emergente dalle capacità spaventose, in grado di distruggere le reputazioni, di crearle, di dare il successo, di toglierlo, di «divorare» l’intelligenza, di abbattere i governi, di contrastare i monarchi e persino di «fare dei re». Un potere generatore e devastante, coraggioso e vile, franco e ipocrita, incorruttibile e pronto a vendersi22.
Mutin inizia l’esplorazione di questo universo partendo dai quotidiani di argomento politico. Sono dodici ad avere esistenza legale in Francia. Sei sostengono il governo del re, sei sono concessi all’opposizione. Gli arsenali dei due campi, identici sulla carta, non lo sono però negli effetti. Il 15 dicembre 1825, quando le Camere sono chiuse e l’attività legislativa è sospesa, i quotidiani dell’opposizione conquistano 41.330 abbonati, mentre i giornali “ministeriali” ne racimolano appena 14.344. Il primo gennaio, quando le Camere riprendono i lavori, la stampa di opposizione guadagna altri 2.275 abbonati, quella governativa 90623. In pratica, ogni giorno gli argomenti contro l’opera del governo raggiungono un pubblico tre volte più numeroso rispetto a quelli che, invece, la difendono. Ma anche in questo caso non bisogna fermarsi al primo dato: in realtà, fa notare Mutin, la circolazione dei quotidiani di opposizione non è tre volte superiore a quella dei giornali governativi, bensì «dieci, venti, trenta volte» superiore. Abbonarsi ad un giornale, in effetti, non è cosa alla portata di tutti. Solo una minoranza facoltosa può pagarsi le notizie a domicilio. Così, i giornali offrono due tipi di abbonamento: uno individuale, l’altro collettivo, indirizzato ai circoli, alle associazioni di vario genere e ai locali pubblici, come i ristoranti, i caffè e i cabinets de lecture. In luoghi come questi una sola copia di giornale passa rapidamente di mano in mano. Il numero dei suoi lettori sfugge ad ogni calcolo. Ebbene: i quotidiani di opposizione si avvantaggiano enormemente di questo secondo tipo di abbonamento. E fra tutti, il più diffuso è senza dubbio il “Constitutionnel”, portavoce dei liberali, sostenitore della Carta, difensore della Rivoluzione, sagacemente anticlericale e nostalgicamente bonapartista:

Quel café, – scrive Mutin – quel cabinet de lecture, à Paris et dans toute la France qui n’ait pas un Constitutionnel? Qui, même s’il est bien fréquenté, n’en ait pas plusieurs exemplaires pour suffire à l’affluence des demandeurs? Que dis-je? Ce journal a peut-être, lui seul, plus de lecteurs que n’en ont les autres pris ensemble; car non seulement il est répandu dans les petites villes de 2 et 3 mille âmes, mais il a pénétré jusque dans les cabarets de plusieurs villages. C’est le journal de la classe intermédiaire et des plus basses classes, je dirais presque qu’il est le journal de tout le monde. Royaliste ou libéral, qui ne lit pas le Constitutionnel?24

Il “Constitutionnel” si insinua ovunque. Un collega di Mutin, in un rapporto redatto due anni prima, aveva fatto la stessa constatazione: «On sait qu’il pénètre dans les hameaux les plus reculés, dans les dernières classes du peuple de nos cités et de nos campagnes»25. La redazione del primo quotidiano di Francia raccoglie nomi noti: vi figurano fra gli altri Jay, Tissot, Etienne, tutti uomini dell’imperatore, il liberale Barante, l’ex convenzionale girondino Bailleul e Thiers, lo storico della Rivoluzione. Ma è soprattutto grazie alla sua ostentata indipendenza dal governo e ad un’apparente moderazione che il “Constitutionnel” ha saputo guadagnarsi una credibilità e un’autorevolezza capaci di farne il giornale «di tutti». Anche dei realisti. Alla fine del regno di Luigi xviii il realismo, fatta eccezione per gli ambienti familiari in cui la fede borbonica restava incondizionata, aveva in effetti poco del realismo irruente e “sentimentale” del 1814 o del 1815. Le speranze rivolte verso la dinastia tornata al trono, il bisogno di pace e le scelte di campo nette che lo scontro fra l’usurpateur e il sovrano legittimo avevano motivato si erano allora tradotti in entusiasmo e in chiassose manifestazioni di fiducia e di devozione nei confronti del nuovo monarca. Il realismo del 1825 aveva perso l’energia degli esordi, diventando pragmatico, ponderato, quando non addirittura legato a meri interessi economici e a posizioni sociali acquisite. Lo stesso dibattito parlamentare, nel quale i realisti avevano svolto un’azione di contrasto e di critica, talvolta violentissima, nei confronti della politica regia, aveva allenato anche i monarchici convinti a giudicare e a contestare gli atti e i principi ispiratori di quella politica. Il realismo, sempre meno mistico e sempre più dipendente dalla concreta pratica di governo, non impediva a molti monarchici di leggere il “Constitutionnel”, così come non avrebbe impedito loro di dissociarsi dalla svolta reazionaria che il trono, in quel 1825, aveva appena iniziato ad attuare.
A fronte del gigante “Constitutionnel”, i quotidiani “governativi” fanno magra figura. Fuori dalle grandi città sono introvabili, osserva Mutin. E anche là dove arrivano, vengono scartati a favore della concorrenza: «c’est un fait notorie – scrive il censore – qu’ils sont peu lus, même par les amis du ministère». Eppure, aggiunge, nei quotidiani “ministeriali” non mancano le firme prestigiose, né gli articoli ben fatti. Il censore non ne fa menzione, ma il governo Villèle, in carica dal 1821, da diverso tempo tentava di aumentare il credito della stampa “amica” trasmettendole in anticipo notizie e informazioni in suo possesso. Non basta: molti dei quotidiani che Mutin definisce come “governativi”, sono in verità “regi”. Lo sono divenuti grazie ad una strategia di acquisti promossa anni prima da alcuni consiglieri vicini al conte d’Artois, ora Carlo x. Attingendo alla lista civile e ai fondi segreti dei ministeri, il trono aveva acquisito per interposta persona le azioni di questi periodici, accaparrandosene il controllo e, quindi, la direzione politica: era il caso del “Journal de Paris”, prima vicino a Decazes poi convertito all’ultrarealismo, de “Le Pilote”, abilmente strappato alla direzione di Tissot, e infine della “Gazette de France” e del “Drapeau blanc”. Alcune di queste testate navigavano in cattive acque al momento dell’acquisto, ma il governo ultrarealista aveva sperato, col tempo, di dare loro nuovo slancio. I calcoli si erano rivelati sbagliati e ancora nel momento in cui Mutin scrive il suo rapporto il numero dei loro abbonati resta modesto26.
Perché i quotidiani “ministeriali” non riescono a stare al passo con quelli d’opposizione? Per l’autore del Rapport général è l’implacabile legge di mercato a determinare il fallimento dei primi e il successo dei secondi. Il giornale non è solo uno strumento politico, è un prodotto che si vende e come avviene per tutti i prodotti, la sua diffusione dipende dalla domanda. I periodici, per prosperare, devono assecondare i gusti del pubblico. I quotidiani governativi, sostiene Mutin, per quanto ben scritti, per quanto bene informati, risultano noiosi ai lettori, che non vi trovano «rien de piquant». Nei giornali d’opposizione, invece, il pubblico trova ciò che cerca: il potere messo a nudo, giudicato senza riguardi, ridicolizzato, i retroscena della vita politica, gli intrighi, gli scandali. Le lusinghe sono prive di interesse, la critica appassiona. Per completare il pensiero di Mutin, aggiungiamo che le lusinghe, meritate o meno, creano diffidenza, mentre la critica, fondata o meno, si ammanta sempre di qualche veridicità. È in fondo proprio nei giornali “costituzionali” della Restaurazione che i cosiddetti canards – articoli basati su notizie false ma verosimili o notizie vere opportunamente rielaborate – divengono pratica corrente, soprattutto nella campagna anticlericale e antigesuitica lanciata da questi periodici negli anni della predominanza ultra. Il “Constitutionnel” e il “Courrier”, segnatamente a partire dal 1825, riportano quotidianamente, e con una ripetitività ossessiva, notizie di sepolture negate a protestanti e uomini di idee liberali, di assoluzioni sottoposte a condizione e ricatto, di ecclesiastici corrotti e corruttori d’infanzia. Notizie ispirate ad una realtà esistente, ma in buona parte costruite ad arte. Lo stesso Balzac, nelle Illusioni perdute, parlerà dei «cartons aux curés» infarciti di canards come di un espediente proprio dei quotidiani liberali27. Tuttavia, proprio l’uso insistente di questi aneddoti abilmente confezionati lascia intendere la loro efficacia e il loro impatto sul pubblico dei lettori, che divoravano queste notizie confondendone il sapore con quello delle informazioni autentiche e verificabili28.
L’offensiva anticlericale era parte di una strategia d’attacco al governo ultrarealista, che dal suo insediamento aveva avviato un’opera di bonifica della società e dell’insegnamento dalla cultura di stampo illuministico29. Ma per Mutin la stampa di opposizione non combatte questo esecutivo espressamente per la sua politica. Lo combatte perché è il governo in carica, così come combatterà ogni governo a venire. Per avere più lettori. Allo stesso modo, scrive più avanti il censore, durante la Rivoluzione e l’Impero i giornali più ricercati erano quelli dalle tinte monarchiche, mentre ora, sotto il regno dei Borboni, i periodici più letti simpatizzano per la forma di governo repubblicana. Secondo Mutin, il giornalismo così concepito, che conosce solo la coerenza della lotta al potere del momento, ha seguito perché interpreta correttamente la natura e le aspettative della società francese post-rivoluzionaria:

Reconnaissons-le – scrive – nos mœurs sont profondément altérées. Tant d’élévations extraordinaires, tant de fortunes rapides ont enflammé partout les imaginations, développé partout la jalousie, la vanité, la cupidité, l’ambition. Trente années d’agitations et de vicissitudes nous ont donné l’habitude et l’amour des changemens. Nous ne pouvons supporter de voir longtems les mêmes hommes en place; trois ans d’existence pour un ministère, nous paraissent une durée excessive et nous aspirons au changement, les uns pour en tirer parti, le plus grand nombre pour le plaisir d’assister au mouvement et aux variations de la scène politique. Ce n’est donc pas une opposition modérée, c’est une opposition destructive que nous aimons et recherchons dans les journaux30.

La Rivoluzione aveva impartito una formidabile accelerazione alla vita politica: l’Assemblea costituente, in appena due anni, aveva demolito la Francia consolidata dai secoli per edificarne una nuova e da allora i cambiamenti si erano susseguiti vorticosi, così come i regimi politici, abituando il paese all’idea della transitorietà e della sostituibilità di ogni potere. Thierry, nelle sue Lettres sur l’Histoire de France, aveva scritto: «Non vi è alcuno fra noi figli del diciottesimo secolo che non sappia a proposito di ribellioni e conquiste, di smembramenti di imperi, della caduta e restaurazione di monarchie, di rivoluzioni popolari e di conseguenti reazioni più di quanto non sapessero Velly o Mably, o persino lo stesso Voltaire»31. Una generazione aveva vissuto, compresse in pochi anni, esperienze che i popoli e gli Stati avevano sino ad allora conosciuto diluite nell’arco di una lunga evoluzione storica. E sui cambiamenti (così come sull’attesa di essi) si erano costruiti degli interessi economici, delle fortune personali, delle ambizioni: gli sconvolgimenti politici erano divenuti motori di una dinamica sociale ed economica cui la Francia, sembra dire Mutin, non riusciva più a rinunciare. Nella monarchia restaurata le alternanze di governo si traducevano anche in alternanze di interessi: interessi legati ad intere fasce sociali, ad ambienti dell’alta finanza, a singole famiglie, a singoli individui. Di qui una continua tensione verso il mutamento: la parte soccombente cercava un riscatto immediato su quella trionfante. E se durante l’Antico regime il desiderio di cambiamento doveva sottostare all’insindacabile decisione del re e talvolta doveva proiettarsi oltre la sua vita, sulla persona del suo successore, la Rivoluzione, innestando nella vita politica i concetti di rappresentanza e di volontà nazionale o popolare, aveva reso il paese esigente, imperioso, insofferente ai tempi lunghi. La rapidità si imponeva anche nella conduzione degli affari pubblici. Affari che i giornali sottraevano ai chiusi ambienti dei regi palazzi e delle assemblee legislative per farne oggetto di conoscenza e di dibattito pubblici, alimentando così ulteriormente le attese, ma offrendo anche motivazioni circostanziate e quotidiane alla critica e al disaccordo.
I giornali, secondo Mutin, fanno anche di più: pensano per i loro lettori. Questi ultimi, ormai, preferiscono far proprie delle «opinions toutes faites» piuttosto che maturarne di personali con l’ausilio della propria ragione e di altre fonti di informazione. I giornali, in breve, semplificano i compiti del lettore, fornendogli delle opinioni precostituite in cui identificarsi e il corredo di notizie che serve a giustificarle e a rafforzarle. Così facendo, i quotidiani “riducono” la varietà delle idee e delle convinzioni e incanalano il pubblico verso un numero più circoscritto di posizioni politiche, dunque, di aspirazioni, di obiettivi, di programmi. Se il lettore sceglie un giornale piuttosto che un altro seguendo le proprie personali inclinazioni politiche, il giornale dà a quelle inclinazioni resistenza, visibilità, autorevolezza, l’autorevolezza delle opinioni condivise, del numero. Se il lettore legge quotidianamente un giornale non perché vi trovi fedelmente espresse le proprie idee politiche, ma per trarne semplicemente delle informazioni, il giornale condizionerà comunque la sua percezione degli eventi e degli uomini. È questo, nota Mutin, uno dei poteri più temibili della stampa periodica. Essa crea una «falsa opinione pubblica» che ha però la stessa forza, la stessa influenza di una «vera opinione pubblica», vale a dire di un’opinione pubblica che si è creata spontaneamente. Un governo attaccato da una coalizione di giornali si trova così a dover combattere una guerra ad armi impari:

Nul ministère – afferma Mutin – ne peut résister longtemps à une fausse comme à une vraie opinion publique. [...] Un ministère démoli et renversé dans l’opinion à tort ou à raison, n’éprouve désormais que des embarras de toutes parts. Dépouillé de cette force morale qui, en soumettant les volontés par la persuasion et la confiance, rend l’action du gouvernement et si douce et si facile, tout maintenant se change pour lui en difficultés, tout se tourne en contradictions, tout lui devient un obstacle. S’il plie, il est gouverné; s’il résiste, il ne fait qu’irriter d’avantage les esprits et tous ses actes manquent leur effet, parcequ’ils sont décrédités32.

La questione del “miliardo” agli emigrati, afferma il censore, fornisce l’esempio più recente di questo potere persuasivo della stampa. «Il est certain – scrive – que le public, tel que l’ont fait les journaux, est aujourd’hui contre l’indemnité». Il disegno di legge non è ancora approdato alle Camere e già si avverte, forte, il malumore dell’opinione pubblica. Un provvedimento di riconciliazione è diventato, sotto la penna polemica dei giornalisti, un motivo di discordia. I quotidiani di opposizione bersagliano il governo, la cui impopolarità aumenta di giorno in giorno. Quale soluzione adottare? Quale rimedio prendere? Nominare un altro esecutivo? La tregua durerebbe solo pochi mesi, continua Mutin. I giornali, mai soddisfatti, prenderebbero ad attaccare anche quello: «car leur nature est de vivre de bruit et de scandale». La stampa, sembra dire il censore, si nutre ormai divorando i governi: così solo prospera, così solo si irrobustisce e vede aumentare il proprio potere.
Poste queste premesse, per il redattore del Rapport général non esistono che due alternative: imporre dei limiti alla libertà della stampa oppure «reconnaitre qu’il n’est point de ministère possibile en France, par conséquent, point de monarchie». È la tesi che il censore ha formulato all’inizio del suo rapporto: il regime della stampa ha un’influenza diretta sulla tenuta della monarchia costituzionale fondata dalla Carta. In un lungo passaggio Mutin chiarisce il suo pensiero:

Il n’y a point de monarchie possible sans respect pour la royauté et il n’y a point de respect pour la royauté dans un pays où les uns font métier d’insulter les ministres du roi, tous les matins, dans une feuille publique, et les autres s’amusent, tous les matins, à lire ces insultes. Vainement la mauvaise foi dit-elle qu’elle sépare le roi de ses ministres. Respecter le roi et couvrir de mépris ceux qu’il investit de sa confiance et de son autorité, sont deux choses qui impliquent contradiction. [...] Il n’y a point de monarchie possible dans un pays où l’on ne reconnaît qu’en fiction le gouvernement du roi et, en réalité, que le gouvernement des ministres; ou l’on pose pour maxime, que rien ne procède directement du roi, que tous les actes qui portent son nom, ceux même pour lesquels sa signature est le plus nécessaire, sont des actes ministériels et qu’on peut les attaquer tous, comme actes ministériels, jusqu’au discours qu’il prononce annuellement du haut de son trône. Or, tel est le système mis en vogue par l’auteur de La Monarchie selon la Charte et mis en pratique par les journaux de toutes les oppositions33.

Chateaubriand e la sua formula: «le roi est une divinité infaillible», «s’il y a erreur, cette erreur est du ministre», avevano offerto un’arma formidabile ai giornali di opposizione, che potevano dichiararsi tanto più leali verso il monarca quanto più mettevano in luce le malefatte dei suoi ministri, che potevano dichiararsi tanto più riguardosi verso la religione di Stato, quanto più denunciavano le ingerenze del clero nelle istituzioni e nelle scelte politiche dell’esecutivo. Echeggiando de Maistre e de Bonald, Mutin nega alla monarchia francese la stessa natura di quella inglese, dove il re svolge una funzione di arbitro, senza imprimere una direzione politica all’attività del governo:

L’Angleterre – scrive nel suo rapporto – est une aristocratie bien plus qu’une monarchie: en France, au contraire, il n’existe point d’aristocratie, il n’y a que la royauté qui, sans autre point d’appui qu’elle-même, est trop souvent aux prises avec la démocratie. En Angleterre, la royauté n’est qu’un principe secondaire, parce que c’est le parlement qui a fait le roi et la constitution: en France, elle est le principe premier, parce que c’est le roi qui a fait les chambres et la charte. D’où il suit que si en Angleterre le gouvernement est dans le parlement, il ne doit être en France que dans le roi34.

La conclusione è semplice: il sovrano, in Francia, non può essere dissociato dal suo governo. La libertà di giudicare e attaccare i ministri attraverso la stampa è dunque anche libertà di giudicare e attaccare il re. Di qui l’impossibilità di una monarchia, perché non vi è monarchia senza aura di prestigio, di sacralità e di intangibilità35.
Quali sono i giornali più pericolosi per l’autorità regia? Sono almeno cinque, riporta Mutin: i più letti in assoluto nel regno. La “Quotidienne” e il “Journal des Débats” fanno ufficialmente professione di fede monarchica ma, di fatto, conducono una battaglia senza tregua contro il governo Villèle. Il primo quotidiano è animato dalla forte personalità di Joseph-François Michaud, realista inflessibile, che la Rivoluzione, la prigionia, una condanna a morte e un soggiorno nelle carceri dell’Impero non hanno piegato36. Michaud mantiene un’autonomia di giudizio imbarazzante per l’esecutivo: l’ultrarealismo opportunista e scolorito di un contabile come Villèle lo trova profondamente contrario. Invano il trono aveva tentato di acquistare la proprietà del suo giornale e con essa la sua resa politica: il giornalista aveva denunciato pubblicamente le manovre per estrometterlo, facendo fallire l’operazione. Ma se la “Quotidienne” assomma 6.500 abbonati, il “Journal des Débats” ha una potenza di fuoco doppia, con i suoi 12.700 abbonati. I “Débats” sono la voce di Chateaubriand e Chateaubriand, che Mutin evoca come primo nemico della monarchia, sta scatenando un’offensiva implacabile contro il governo nel quale ha svolto le funzioni di ministro degli Esteri e dal quale è stato congedato «comme un laquais»37 per contrasti con il presidente del Consiglio. Il giorno in cui il visconte era caduto in disgrazia, il proprietario dei “Débats”, Bertin, era arrivato persino a minacciare sfrontatamente Villèle: lo avrebbe fatto cadere, così come aveva fatto cadere i governi Decazes e Richelieu. Il presidente del Consiglio, altrettanto sfrontatamente, aveva replicato: «Vous avez renversé les premiers en faisant du royalisme, et pour renverser celui dont je fais partie, il faudra faire de la révolution»38. Era il 6 giugno 1824. Otto mesi dopo, Mutin osserva:

Le Journal des Débats [:] où l’entraîne son opposition excitée par une ambition déçue? [...] Comme il attaque ce qu’il défendait et défend ce qu’il attaquait! Comme, chaque jour, il fait un pas vers la révolution et ses principes! Sans doute, il n’ose encore ce qu’osent le Constitutionnel et les autres organes de la faction révolutionnaire. Et la raison en est simple. Les trois-quarts de ses abonnés sont encore royalistes: une transition trop brusque pourrait les soulever, il faut qu’il les associe insensiblement à ses nouvelles passions, qu’il les habitue tout doucement à ses nouvelles idées. [...] Déjà il dit que les catholiques et les protestants ne diffèrent entre eux que par des subtilités scolastiques, inaccessibles au vulgaire. [...] Il parle encore de la légitimité des rois, mais il détruit aussitôt la force du principe par une distinction subtile et perfide, mettant la légitimité des peuples au dessus de celle des rois, appelant l’une, légitimité absolue et seule nécessaire et l’autre légitimité conditionnelle39.

Chateaubriand caldeggia ormai un’alleanza fra gli ultras scontenti del governo Villèle e i liberali. Nonostante questa giravolta politica, i lettori dei “Débats” si mostrano fedeli: il giornale resta il secondo di Francia e, da solo, ha un numero di abbonamenti quasi pari a quello di tutti i giornali filogovernativi messi insieme, ciò che ne fa il quotidiano “realista” più letto nel paese. Fra il dicembre 1824 e l’apertura della nuova sessione parlamentare, le due date prese in considerazione da Mutin, ha perso, è vero, duecento abbonati, mentre quasi tutti i quotidiani francesi nello stesso periodo ne acquistano di nuovi. Difficile dire se i duecento “disertori” siano passati alla stampa liberale dopo le proposte di legge presentate da Carlo x alla fine di dicembre o se, al contrario, le graduali concessioni dei “Débats” alla dottrina politica rivoluzionaria abbiano fatto emigrare una parte dei suoi lettori verso i giornali governativi. Probabilmente, più che di una fuga ordinata, si è trattato di una diaspora, che ha avvantaggiato sia i quotidiani liberali che quelli ministeriali. Il fenomeno, tuttavia, è assai limitato. I dati parlano di una sostanziale tenuta dei “Débats”, segno che la svolta politica concordata da Chateaubriand e Bertin trova consenso in una porzione considerevole dei lettori che si professano “realisti” e che, con ogni probabilità, hanno condiviso con il visconte l’ostilità verso la conversione della rendita, una misura proposta dal governo Villèle durante la precedente sessione parlamentare già con l’intento di ricavare i fondi da destinare al risarcimento degli emigrati. Era stato il motivo del divorzio fra l’ex ministro degli Esteri e l’esecutivo ultrarealista. E ora, nota Mutin, il “Journal des Débats” svolge un’azione tanto più nefasta per il governo in quanto inocula a piccole dosi il virus del dissenso e dei precetti rivoluzionari proprio nella base sociale e politica che lo aveva sostenuto – la media e alta borghesia allarmate dalle rivolte europee degli anni Venti – e che, da sola, avrebbe potuto continuare a sostenerlo.
Il “Constitutionnel”, il “Courrier” e il “Journal du Commerce” formano l’artiglieria del liberalismo e si schierano senza nascondimenti a favore dell’eredità rivoluzionaria. Il primo quotidiano, Mutin lo ha già rimarcato, è divenuto quasi il “giornale nazionale”. Ha saputo conquistare un pubblico eterogeneo grazie all’arte di lasciar intendere senza parlare apertamente: «Le Constitutionnel – osserva il censore – a moins de violence apparente que le Courrier, il n’en est que plus dangereux, in n’en plait que d’avantage aux lecteurs Français. On aime à voir avec quelle adresse il sait dire ou faire entendre, sans trop se compromettre, tout ce qu’il y a de plus séditieux et de plus impie». Già nell’aprile 1823, un collega di Mutin aveva scritto a proposito del “Constitutionnel”: «toutes ses insinuations ont de la portée et de la profondeur. Il les déguise par une feinte modération. [...] Il serait impossible que l’existence prolongée de ce journal [...] n’amenât pas une Révolution dans un temps donné. C’est ce que se disent les personnes qui voyagent dans un Département et celles qui vont à pied dans les rues de Paris, où l’on ne peut faire un pas sans voir cette feuille dans les mains des portefaix et des ivrognes»40. Se gli ubriachi sono assidui lettori del “Constitutionnel” è perché il giornale si trova sui tavoli dei caffè e delle osterie. La sua diffusione capillare nei locali pubblici e nei luoghi di lettura ne fa anche l’organo di stampa più facilmente accessibile alla gioventù, soprattutto nella capitale, dove si concentra gran parte della popolazione studentesca del paese. Nei caffè del quartiere latino, nei ristoranti economici, nei cabinets de lecture, dove i giovani lettori si riforniscono di libri, il “Constitutionnel” è a portata di mano: scorrerne gli articoli, il più delle volte, non costa nulla41. La gioventù studentesca parigina è proprio una delle categorie più temute dal governo ultrarealista. Questo esercito nato in seno alla piccola e media borghesia, pericolosamente vicino ai centri del potere, ispira diffidenza, specie dopo le proteste di piazza di cui si è reso protagonista nella primavera del 1820 e dopo gli scontri con la forza pubblica avvenuti nel marzo 1822, in occasione del passaggio dei missionari nella capitale. La polizia sorveglia da vicino il mondo delle facoltà universitarie e i suoi collegamenti con le società segrete e i partiti di opposizione. Negli ex licei e facoltà imperiali, le idee liberali, ma anche francamente antidinastiche e repubblicane, sono diffuse, così come l’anticlericalismo di stampo illuministico42. Mutin non ha dubbi: il “Constitutionnel” «a déjà perverties et pervertit tous les jours» le nuove generazioni.

Il n’y a rien à craindre des générations contemporaines de la Révolution. – scrive il censore – L’expérience personnelle qu’elles ont eu des bouleversemens passés, n’est pas faite pour les disposer à se prêter à de nouveaux plans de subversion. Mais la jeunesse, la jeunesse telle que la fait le Constitutionnel, est toute prête aux séditions et n’attend que le moment où elle sera, en majorité, dans les affaires, pour créer à la place du roi de France, un président des Etats-Unis de la République Française. C’est la pensée dominante aujourd’hui parmi les factieux. Et qu’on y prenne garde, elle deviendra de plus en plus contagieuse. Le Constitutionnel ne cesse de l’inculquer à ses jeunes lecteurs, car il ne cesse de leur vanter la liberté américaine et de leur présenter le gouvernement américain comme préférable même aux gouvernemens constitutionnels d’Europe43.

I colleghi di Mutin addetti al controllo delle opere teatrali fanno, in quei mesi, la stessa constatazione: la stampa liberale porta insistentemente a modello gli Stati Uniti d’America, “popolarizzando” il regime repubblicano attraverso un confronto inclemente con le istituzioni monarchiche della vecchia Europa. Se qui i troni fanno sopravvivere la tradizione e la superstizione – Carlo x toccherà gli scrofolosi a Reims durante la sua incoronazione – nell’altro emisfero, afferma la stampa di sinistra, i giovani Stati dell’America Latina stanno facendo tabula rasa del passato e si proiettano verso il futuro abbracciando la forma di governo repubblicana, come già avevano fatto cinquant’anni prima i coloni inglesi nell’America del Nord. L’emancipazione delle colonie spagnole e portoghesi, cui l’opinione pubblica del vecchio continente sta assistendo in quell’anno 1825, rinverdisce il ricordo della rivoluzione americana. Ma se questa viene evocata nelle pagine dei giornali di opposizione è anche a causa della lotta d’indipendenza greca, che ancora cerca il suo esito sotto lo sguardo attento della diplomazia europea. Negli articoli della stampa liberale i concetti di indipendenza e di emancipazione si confondono con quello di libertà e, attraverso il filtro di questa parola vaga e onnicomprensiva, si politicizzano, si universalizzano: la ribellione greca al dominio ottomano diventa simbolo di un duello, estendibile a tutta l’Europa, fra la libertà e il dispotismo, fra i diritti dei popoli e l’arbitrio del potere assoluto, fra la repubblica e la monarchia. La stampa di opposizione invoca a gran voce l’intervento francese in sostegno degli insorti greci. È così che la guerra d’indipendenza americana – e la forma di governo vigente negli Stati Uniti – si impongono nell’attualità politica francese degli anni Venti dell’Ottocento. Luigi xvi aveva prestato i suoi eserciti alla causa americana e la febbre rivoluzionaria e repubblicana era penetrata in Francia sotto le innocue apparenze della filantropia e degli ideali di libertà. La Grecia agirà sulla monarchia restaurata come l’America del 1776 ha agito sulla monarchia di Antico regime: questo è il parallelo suggerito dalla propaganda liberale, questo è il parallelo che spaventa la destra monarchica44. La censura, che interviene sulle parole e che delle parole conosce l’importanza, comprende, in tutti i suoi apparati, – da quelli deputati al controllo della stampa a quelli impegnati nella vigilanza del teatro – che la continua riproposta del termine “repubblica” nella stampa quotidiana o sui palcoscenici e la sua associazione al termine “libertà” ha l’effetto di far uscire dalla clandestinità le dottrine repubblicane, di farne un oggetto di dibattito pubblico e di riabilitarle in un paese che le aveva sperimentate nella forma degenerata del Terrore. Gli Stati Uniti, proposti come esempio di civiltà e di progresso, cancellano la memoria della Convenzione giacobina. Fanno di più. Ridimensionano il carattere “liberale” della Charte octroyée, ne mostrano i limiti.
Il progetto di legge sull’indennità agli emigrati aveva aperto, grazie alla mediazione della stampa, una polemica sulla Rivoluzione. Se per gli esponenti della vecchia generazione era venuto il momento di legittimare le proprie scelte passate, i giovani erano sollecitati a prendere partito. Per Mutin, i primi, già drammaticamente segnati da quindici anni di disordini, in gran parte rifuggono una nuova avventura e si aggrapperanno alle istituzioni esistenti. Nondimeno, in molti di loro, il richiamo alle libertà americane e all’uguaglianza civile deve risvegliare l’insofferenza verso i residui arcaici della forma di governo francese e disporre all’idea di una monarchia senza Borboni e senza aristocrazia, vale a dire di una monarchia libera dalla memoria storica dell’Antico regime. Per la nuova generazione, e soprattutto per la gioventù studentesca, le parole “repubblica” e “democrazia” conservano, invece, un fascino intatto, quello dei modelli dell’antica Grecia e dell’antica Roma o quello, più attuale, del modello americano. I giovani francesi, fatta eccezione per quelli cresciuti in ambienti familiari incupiti dal ricordo di antiche persecuzioni, non temono la rivoluzione. Non hanno, come i genitori, l’ossessione dell’ordine e della stabilità. Il romanticismo, prima monarchico e filocattolico, si è ora combinato in una miscela esplosiva con il liberalismo e i giovani, più sensibili di altri alle nuove tendenze culturali, popolano i loro sogni di slanci eroici, di lotte per la libertà degli individui e dei popoli. Il governo ultrarealista ha creduto di contrastare le “cattive inclinazioni” della gioventù studentesca – la classe dirigente di domani – attraverso il controllo politico dell’insegnamento. Dai primi anni Venti le aule delle facoltà universitarie sono chiuse alle idee liberali45. Ma all’insegnamento ufficiale si affianca quello parallelo e concorrente dei giornali. Mutin parla di «indottrinamento». La nuova generazione, avverte il censore, grazie al “Constitutionnel”, al “Courrier” e al “Journal du Commerce”, si sta formando alla scuola del costituzionalismo americano. Sarà in effetti questa la generazione che, dopo il tentativo interrotto del 1830, fonderà con la rivoluzione parigina del 1848 la seconda Repubblica e istituirà, come Mutin aveva predetto più di vent’anni prima, un presidente all’americana46.
Come contrastare la stampa di opposizione? Come difendere la monarchia dai suoi attacchi? Le leggi non mancano, nota il censore. Quella del 17 marzo 1822 – la discussa «loi de tendance» – dà alle Corti reali la facoltà di sospendere o addirittura di sopprimere un periodico di argomento politico nel caso in cui il suo «esprit [...] résultant d’une succession d’articles, serait de nature à porter atteinte à la paix publique, au respect du à la religion de l’Etat ou aux autres religions légalement reconnues en France, à l’autorité du Roi, et à la stabilité des institutions constituées, à l’inviolabilité des ventes des domaines nationaux et à la tranquille possession de ces biens»47. Se le armi esistono, il loro impiego è stato timido. Non passa un solo mese, sostiene Mutin, in cui il “Constitutionnel”, il “Courrier” o il “Journal du Commerce”, non realizzino le condizioni previste dalla legge. Eppure, in tre anni, la Corte reale di Parigi si è limitata a sospendere una sola volta il “Courrier” per quindici giorni, con il risultato di renderlo ancora più insolente. In quanto al “Constitutionnel”, la sua diffusione ne ha fatto una sorta di autorità intoccabile: «on l’a constamment respecté – afferma l’autore del rapporto – de peur, apparemment, de se dépopulariser en condamnant un journal qui a toute la faveur populaire». La stessa magistratura, sostiene il censore, teme e lusinga il potere della stampa. Le leggi esistenti non bastano: occorrono misure drastiche o la monarchia soccomberà alla nuova onnipotenza dei giornali. Un’onnipotenza che Mutin, nel suo Rapport, aveva descritto da impiegato ministeriale e che Balzac, nelle Illusioni perdute, avrebbe raccontato da narratore, analista e innamorato della propria epoca:

Le journal au lieu d’être un sacerdoce est devenu un moyen pour les partis; de moyen, il s’est fait commerce; et comme tous les commerces, il est sans foi ni loi. Tout journal est [...] une boutique où l’on vend au public des paroles de la couleur dont il les veut. [...] Un journal n’est plus fait pour éclairer, mais pour flatter les opinions. Ainsi, tous les journaux seront dans un temps donné, lâches, hypocrites, infâmes, menteurs, assassins; ils tueront les idées, les systèmes, les hommes, et fleuriront par cela même. [...] Napoléon a donné la raison de ce phénomène moral ou immoral, comme il vous plaira, dans un mot sublime [...]: Les crimes collectifs n’engagent personne. Le journal peut se permettre la conduite la plus atroce, personne ne s’en croit sali personnellement. [...] Ainsi, le roi fait du bien, si le journal est contre lui, ce sera le ministre qui aura tout fait, et réciproquement. Si le journal invente une infâme calomnie, on la lui a dite. [...] S’il est traîné devant les tribunaux, il se plaint qu’on ne soit pas venu lui demander une rectification; mais demandez-la-lui? il la refuse en riant. [...] Il peut en temps donné faire croire ce qu’il veut à des gens qui le lisent tous les jours. [...] Il se servira de la religion contre la religion, de la charte contre le roi; il bafouera la magistrature quand la magistrature le froissera; il la louera quand elle aura servi les passions populaires.[...] Sous un gouvernement élevé par elles, les feuilles de l’Opposition battraient en brèche par les mêmes raisons et par les mêmes articles qui se font aujourd’hui contre celui du roi, ce même gouvernement au moment où il leur refuserait quoi que ce fut. Plus on fera de concessions aux journalistes, plus les journaux seront exigeants48.

Nella seconda parte del suo rapporto Mutin affronta il tema della stampa non periodica. I giornali, tuttavia, ritornano anche in questo capitolo. Impossibile, infatti, secondo il censore, trattare dei libri senza fare accenno al rapporto di “dipendenza” che li lega ai periodici. Sono questi ultimi a far vendere le pubblicazioni non periodiche con i loro elogi o a paralizzarne la diffusione con il loro silenzio. La pubblicità dei giornali è la spinta che fa uscire i testi dagli scaffali dei librai e che li mette in circolazione in tutto il paese, talvolta in tutta Europa. Nel 1820 i quotidiani liberali avevano misurato questa loro capacità di “venditori” proponendo una pubblica sottoscrizione per la diffusione della Carta: in poco più di un mese l’editore Touquet aveva stampato e venduto ad appena un soldo decine di migliaia di esemplari, fino ad esaurimento dell’edizione49. I giornali, coscienti della loro influenza, si compiacciono di esibirla, mostrando la pronta risposta del pubblico ai loro annunci. Nel luglio 1825, ad esempio, il “Constitutionnel” si vantava di aver venduto con un articolo cinquanta esemplari di una nuova edizione delle opere complete di Voltaire in appena ventiquattro ore. Una dichiarazione attendibile: gli osservatori del mondo editoriale della monarchia restaurata sono unanimi nel riconoscere ai giornali, e segnatamente ai quotidiani di opposizione (i più letti), un ruolo fondamentale per le sorti delle pubblicazioni non periodiche. Le recensioni favorevoli, quando non sono spontanee, vengono comprate a caro prezzo. E i buoni uffici dei giornali sono indispensabili sia agli autori esordienti che agli scrittori affermati, fino ad arrivare ai classici50.
Se i periodici guidano i flussi del mercato librario, Mutin non può non additarli come diretti responsabili dell’«effroyable débordement de livres impies, athées, séditieux, immoraux, obscènes, qui [...] couvrent la surface de la France». Nella categoria il censore ascrive in primo luogo le opere delle due anime contrarie del xviii secolo: Voltaire e Rousseau. In due tabelle Mutin elenca le edizioni delle opere complete dei due pensatori pubblicate a Parigi fra il febbraio 1817 e il 31 dicembre 182451. Nella prima colonna indica il nome degli editori, nella seconda, per ogni edizione, la data di uscita del primo e dell’ultimo volume, nella terza il numero di esemplari, il numero dei volumi e il formato, nell’ultima colonna, il numero totale di volumi per ogni edizione. In otto anni, secondo le fonti in possesso dell’amministrazione, le tipografie parigine hanno stampato 31.600 esemplari delle opere complete di Voltaire, per un totale di 1.598.000 volumi, e 24.500 esemplari delle opere complete di Rousseau, complessivamente 492.500 volumi. La gran parte della produzione si concentra negli ultimi anni presi in esame. Se fra l’inizio del 1817 e la fine del 1820 vengono stampati 10.000 esemplari delle opere di Voltaire, nei successivi quattro anni ne vengono stampati più del doppio. Un aumento meno importante ma altrettanto evidente si registra per le opere di Rousseau: 9.000 esemplari per il primo periodo, 15.500 nel secondo. Il 1820 si presenta come un anno di svolta: da questo momento gli editori parigini puntano con sempre maggiore convinzione sui due filosofi settecenteschi, segno di una domanda in espansione. «Et qu’on vienne – commenta Mutin –, après cela, nous dire qu’en France, la population est tellement occupée aujourd’hui d’industrie, de commerce, de spéculations, de fortune, qu’elle n’a que le temps de lire les journaux!».
Chi acquista questi libri? Chi li legge? Il governo, il legislatore e la magistratura, scrive il censore, hanno tralasciato di arginare la riedizione dei testi fondamentali dell’Illuminismo, ritenendoli troppo voluminosi e troppo cari per essere alla portata delle due categorie più temute e turbolente: la gioventù e le classi popolari. «Erreur, fatale erreur!», esclama Mutin. La collezione completa delle opere di Voltaire, con i suoi sessanta, settanta volumi, difficilmente può essere acquistata in blocco da uno studente universitario o da un artigiano. Non è così, però, per i singoli volumi, che gli editori e i librai vendono ora spesso separatamente, sotto forma di dispense settimanali o mensili. Molte nuove edizioni, inoltre, vengono messe in commercio a basso prezzo, arrivando a costare anche solo 2 o 3 franchi a volume. «Quel est – osserva il censore – le jeune homme de nos grandes écoles, quel est même l’ouvrier un peu laborieux qui ne soit pas à même d’économiser 3 ou 2 francs?». E quando i risparmi personali non bastano, si ricorre alle collette: Mutin ha sentito parlare di certi operai che ne hanno fatta una per acquistare le opere dell’“empio” Voltaire, vendute “empiamente” in dispense domenicali dall’editore Touquet, lo stesso Touquet della Carta a un soldo. Ma i testi di Voltaire e Rousseau, che la stampa liberale evoca quasi quotidianamente, accendendo la curiosità del pubblico, sono accessibili anche a chi non può acquistarli. Nei cabinets de lecture, nei luoghi stessi in cui si leggono il “Constitutionnel” o il “Courrier”, i giovani e i meno giovani delle classi medio-basse possono affittare a 2 soldi i Dialogues et Entretiens Philosophiques o il Contrat social. I quotidiani di opposizione selezionano fra la sterminata produzione di Voltaire e gli scritti di Rousseau alcuni testi, che citano a supporto dei loro discorsi contro i Gesuiti, le ingerenze clericali e la forma di governo monarchica. Il pubblico chiede queste opere più delle altre e gli editori si adeguano: i registri del settore librario, segnala Mutin, indicano ad esempio che Touquet, ripubblicando Voltaire, ha stampato 2.000 esemplari in più delle opere «empie e sediziose» firmate dal philosophe e 2.000 in meno di testi meno polemici e dirompenti come Le Siècle de Louis xiv o L’Histoire de Charles xii. Touquet, in sostanza, ha organizzato l’edizione in modo da poter calibrare la stampa dei diversi volumi secondo la domanda, come se non facessero parte di una collezione. Ma l’«esprit de perversité» dei nuovi divulgatori di Voltaire si spinge anche oltre, scrive l’autore del Rapport général. Nelle edizioni più recenti degli scritti del “patriarca di Ferney” compaiono infatti testi che l’edizione di riferimento delle opere complete di Voltaire, quella pubblicata a Kehl fra il 1784 e il 1790, aveva escluso. Si tratta, «dans les poësies mêlées, de pièces de vers grossièrement obscènes et ordurières; et, dans les oeuvres philosophiques, [du] testament d’un curé Meslier qui demande pardon à ses paroissiens de les avoir trompés et qui leur lègue, en mourant, un écrit où il prétend leur prouver que la religion chrétienne qu’il leur a prêchée, est un amas d’impostures, de superstitions et d’horreurs»52.
Mutin non ha dubbi circa gli effetti di queste pubblicazioni: «ce qu’a fait Voltaire dans les générations précédentes – afferma – il le fera dans les générations nouvelles». Il philosophe, con il suo riso dissacrante, i suoi strali contro il potere della Chiesa cattolica, i suoi inviti alla tolleranza religiosa, era stato il primo autore della Rivoluzione. I suoi stessi “discepoli”, Chamfort e La Harpe, scrive il censore, lo avevano ammesso nel 1790, in un articolo pubblicato sul “Mercure de France”: il potere religioso e clericale – avevano dichiarato – era così strettamente unito al potere monarchico nell’Antico regime, che scuotendo le fondamenta del primo Voltaire aveva fatto crollare l’altro. La Rivoluzione stessa aveva riconosciuto i suoi padri in Voltaire e Rousseau e come tali li aveva ufficialmente consacrati53. La pericolosità del loro pensiero per l’ordine politico e sociale era cosa non ipotetica o eventuale, secondo Mutin, ma ormai inconfutabilmente provata dall’esperienza. «On conçoit jusqu’à un certain point que le gouvernement de Louis xv et celui de Louis xvi aient toléré la propagation des livres de la philosophie moderne – afferma il censore –, il n’en connaissaient pas les effets. Mais le gouvernement de la Restauration, qui les a vus et éprouvés, quelle serait devant Dieu et devant les hommes, son excuse d’une tolérance semblable?». Durante i quattordici anni dell’usurpazione napoleonica non era comparsa alcuna nuova edizione di Voltaire. L’imperatore, osserva il censore, si era mostrato assai più lungimirante e cauto dei religiosi re Borboni.
Se un numero non esiguo di editori parigini impegna le macchine da stampa in lavori lunghi ed economicamente impegnativi come la riedizione delle opere complete di Voltaire e di Rousseau, un numero ancor più consistente si lancia nella pubblicazione delle singole opere dei due filosofi, così come degli scritti dei maggiori esponenti dei Lumi. Se per le collezioni complete il formato più usato è l’in-ottavo, per le singole opere la parola d’ordine è miniaturizzare: condensare in un unico volume o in pochi volumi e ridurre il formato a un maneggevole in-diciottesimo o a un tascabile in- trentaduesimo. In quanto ai titoli dei testi riprodotti, Mutin ne fornisce l’elenco in una seconda tabella, anch’essa costruita sulla base dei dati relativi al periodo 1817-182454. Voltaire vi figura con i suoi Dialogues et entretiens philosophiques, pubblicati da Didot nel 1822, Rousseau con la Profession de foi du Vicaire Savoyard, le opere politiche, pubblicate in quattro volumi nel 1820, e soprattutto con l’Emile, pubblicato da cinque diversi editori fra il 1823 e il 1824, e il Contrat social, pubblicato nel 1818 e sette volte dopo il 1820. Segue poi Helvétius, di cui Lepetit ha prodotto le opere complete nel 1818 e di cui Dupont ha pubblicato nel 1822 De l’esprit. Gli editori Belin e Brière hanno messo sul mercato due nuove edizioni delle opere complete di Diderot, ma dello stesso autore è stata pubblicata due volte anche La Religieuse, nel 1822 in 4.000 esemplari, e Jacques le fataliste, lo stesso anno presso l’editore Taillard. Raynal è presente con la sua Histoire philosophique des deux Indes, pubblicata da Didot in dieci volumi fra il 1820 e il 1822 e da Pollatru, sotto forma di raccolta di brani scelti, in un unico volume, nel 1822. Seguono le opere complete di Saint-Lambert, le Esquisses d’un tableau historique des progrès de l’esprit humain, di Condorcet, pubblicate tre volte fra il 1822 e il 1823, il Système de la nature, il Système social, La Morale universelle e l’Essai sur les préjugés di d’Holbach, tutti pubblicati dopo il 1820. Non mancano Dupuis, con otto edizioni de L’origine des cultes, tutte successive al 1820, o ancora Volney, con ben dieci diverse edizioni de Les ruines ou méditations sur les révolutions des empires, una del 1817, le altre pubblicate fra il 1820 e il 1823. Destutt-Tracy compare nella lista con gli Elémens d’idéologie e il Commentaire sur l’Esprit des lois. Montesquieu con quattro edizioni delle Lettres persanes, tutte comparse fra il 1820 e il 1824. Alla fine dell’elenco figurano Marmontel e le quattro edizioni del suo Bélisaire, Fréret, con tre edizioni dell’Examen critique des apologistes de la religion chrétienne, tutte del 1822, Sièyes, con Qu’est ce que le Tiers-Etat? e Thomas Payne con Le sens commun, entrambi pubblicati nel 1822. Molti dei testi citati hanno avuto, fra il 1820 e il 1822, anche un’edizione in spagnolo: le tipografie parigine, nota Mutin, hanno lavorato in quell’arco di tempo per rifornire la Spagna in rivolta dei testi più incendiari e anti-religiosi dell’Illuminismo francese ed europeo. In totale, conclude il censore, gli editori della capitale hanno messo recentemente in circolazione ben 288.900 volumi di opere «empie e sediziose» ereditate dal secolo della Rivoluzione55.
Mutin si sofferma su ogni testo della lista, compilando un breve rapporto, talvolta citando alcuni passaggi degni di segnalazione per le loro implicazioni anti-monarchiche e anti-religiose. Nei Dialogues di Voltaire pubblicato da Didot, legge che la religione cristiana sorpassa in demenza le favole del paganesimo e che la storia della Chiesa è una successione continua di dispute, imposture, vessazioni e assassini. Didot, commenta il censore, ha avuto l’impudenza di mettere in bella mostra sul frontespizio il suo titolo di imprimeur du Roi, certo con l’intento di persuadere la gioventù inesperta che il testo era ufficialmente approvato, dunque, maggiormente degno di credito. Che l’edizione si indirizzasse ad un pubblico di giovani emerge dal modico prezzo dei due volumi, ma soprattutto dal formato in-diciottesimo, ideale, scrive Mutin, per sottrarre i libri alla vigilanza dei padri e degli istitutori. Alcuni editori, del resto, non fanno mistero di ricorrere ai piccoli formati per facilitare le manovre dissimulatrici dei giovani lettori e i prestiti fra collegiali o studenti universitari. Taillard, nella prefazione alla Religieuse di Diderot, dichiarava di aver ristampato l’opera espressamente per il divertimento degli studenti di diritto (insieme a quelli di medicina i più attivi politicamente): un volumetto in-diciottesimo che avrebbero potuto passarsi agevolmente durante le affollate riunioni nelle sale di lettura. Nel 1822 Taillard aveva pubblicato insieme a La Religieuse anche Jacques le fataliste. Il prezzo annunciato al pubblico era di 3 franchi a volume. Ma ai giovani che si erano presentati per acquistare una delle due opere, avverte Mutin, l’editore aveva praticato il prezzo di 20 soldi: «particularité d’une grande importance, – aggiunge – car elle prouve qu’une caisse factieuse fournissait aux frais des réimpressions»56. Il denaro dei sovvenzionatori del partito liberale, degli affaristi e dei banchieri della Chaussée d’Antin, dei Laffitte e dei Périer, è anche dietro le imprese editoriali che rinnovano la diffusione dei testi fondamentali dell’Illuminismo? L’autore del Rapport général sembra insinuarlo. La pubblicazione di tali opere uscirebbe, dunque, dal quadro della mera speculazione editoriale, con le sue regole e le sue dinamiche spontanee, per inserirsi in quello più complesso di una precisa strategia politica. Una strategia che si avvarrebbe dei fondi procurati dall’élite borghese liberale e che si avvantaggia della pubblicità dei giornali liberali. Questi ultimi, fa notare Mutin, non hanno mai mancato di dare la massima risonanza all’uscita delle edizioni citate nell’elenco, presentando ogni volta i testi ristampati come scritti basilari per la formazione dei giovani, come pubblicazioni imperdibili per gli «amici» della filosofia o come opere rare, poco edite e, quindi, da aggiudicarsi al più presto.
Come già aveva segnalato Mutin a proposito di una recente edizione del Voltaire completo, le nuove edizioni dei testi più radicali e polemici del pensiero filosofico settecentesco non sempre corrispondono a quelle originali o più diffuse. Gli editori ottocenteschi arricchiscono, tagliano e ricompongono una materia che adeguano a un pubblico individuato dall’appartenenza alle classi medio-basse e da un orientamento politico che oscilla fra il liberalismo fautore della Carta e la democrazia. Il libraio Pollatru, ad esempio, seleziona alcuni brani della lunga Histoire philosophique des deux Indes e li pubblica nel 1822 in un volumetto intitolato Des peuples et des gouvernements. In una prefazione l’editore include Raynal fra quei filosofi che, come Mably e Fénelon, hanno trovato nel Vangelo principi di unione e di uguaglianza e che hanno combattuto contro i pregiudizi «dont les pouvoirs religieux et civils se sont emparés pour opprimer les hommes»: «odieux au despotisme, – afferma – ils seront toujours chers aux peuples, dont ils ont pris la défense et revendiqué les droits». Le opere di questi ministri della religione illuminati, continua Pollatru, sono tuttavia così voluminose da risultare solo un inutile ornamento per le biblioteche. L’Histoire philosophique di Raynal, ad esempio, è ingombra di una miriade di dettagli e di informazioni ormai sorpassati e scarsamente interessanti per il pubblico del xix secolo. La gran parte dei lettori si lascerebbe scoraggiare da una simile mole e abbandonerebbe l’opera prima di averla finita. Di qui l’idea di estrarre dall’edizione del 1783 i passaggi ancora attuali, quelli sulle istituzioni politiche, e di riunirli in una serie di lezioni su diversi aspetti del rapporto fra i governi e i popoli. Nell’indice, in effetti, i passaggi scelti figurano sotto titoli incisivi come massime politiche: L’opinion publique doit être la reine des gouvernements; Les souverains ne consultent que leur intérêt personnel; Du despotisme; Etat du peuple soumis au pouvoir absolu57. Lo stesso principio viene adottato dall’editore Poulet, che nel 1822 dà alle stampe Le sens commun di Payne. Anche qui l’intento dichiarato è quello di rendere più fruibile il testo, sfrondandolo di tutti i passaggi che lo appesantiscono inutilmente, in particolare quelli che riguardano la situazione specifica americana. Nella prefazione, l’editore spiega di essersi limitato a conservare solo alcune «idées saines» che ritiene opportuno propagare in Francia. E nel fare questa accurata selezione, nota stizzito Mutin, Poulet, naturalmente, non si è lasciato sfuggire affermazioni come questa: «La royauté et plus encore, la royauté héréditaire est une institution funeste au genre humain, autant qu’elle est une violation des droits du peuple». L’editore Niogret, che pubblica nel 1822 l’Essai sur les préjugés di d’Holbach, compie un’operazione di tipo ancora diverso. Recupera un discorso preliminare inserito in un’edizione dell’Essai prodotta nel 1793 dal libraio Des Ray. Il discorso, scritto da un professore della scuola centrale, è in pieno stile Prima Repubblica:

Environnez-vous, tyrans, de vos nombreux satellites: la vérité se fera jour au milieu d’eux, elle vous atteindra sur vos trônes pour vous en précipiter. Et vous, apôtres de l’imposture, armez les mille bras du fanatisme: la vérité, comme la tête de Méduse, n’a qu’à se montrer pour vous pétrifier. Tremblez! [...] Plus de rois, plus de prêtres, ce cri de la raison et de la liberté va retentir d’un pôle à l’autre.

Nell’unica edizione dell’Essai sur les préjugés pubblicata dopo il 1793 il discorso non compariva. Niogret lo ristampa per la prima volta da allora, offrendogli un nuovo pubblico.
La legge del 25 marzo 1822 punisce con la prigionia (da tre mesi a cinque anni) e con un’ammenda l’oltraggio e la derisione della religione di Stato attuati attraverso la stampa. Lo stesso è previsto per gli attacchi contro la dignità regia, l’ordine di successione al trono e i diritti di nascita del sovrano. Ma la legge, scrive Mutin nel suo rapporto, è stata a lungo interpretata in senso restrittivo, escludendo dal suo ambito di applicazione le riedizioni. Solo recentemente la lettura della legge è cambiata. In uno dei suoi articoli, tuttavia, si delinea la via di salvezza per gli editori: le edizioni pubblicate da più di sei mesi non sono più perseguibili. In quanto a quelle fresche di pubblicazione, l’inerzia della giustizia rischia di metterle rapidamente al riparo, facendo passare il termine fatale del mezzo anno. La magistratura, già restia a sanzionare i giornali, – nel 1826 Villèle dovrà constatare che i corpi inamovibili dello Stato abbandonano il governo58 – si mostra in effetti scarsamente attiva nel contrastare la nuova ondata di scritti “filosofici” provenienti dal xviii secolo. All’origine di questa tolleranza, spiega Mutin, di questa cecità della magistratura, ma anche dell’esecutivo e dai partiti della destra realista, vi è la convinzione che le opere in questione siano già vecchie, conosciute, incapaci di esercitare l’attrazione della novità. Le Lettres Persanes, dopo tutto, hanno più di un secolo. Le prime opere di Voltaire hanno novant’anni, il Contrat social o La Religieuse ne hanno più di sessanta. Persino Qu’est ce que le Tiers-Etat? sfiora ormai i quarant’anni. Se è vero che alcuni di questi testi sono stati abbondantemente letti dalle generazioni passate e occupano da tempo un posto nelle biblioteche di molti uomini e donne che hanno attraversato la fine dell’Antico regime, la Rivoluzione e l’Impero (i cinquantenni, i sessantenni del 1825)59, è altrettanto vero che tutte le opere menzionate nella tabella di Mutin costituiscono un patrimonio ancora da scoprire per i giovani francesi della Restaurazione, che non le hanno mai lette e che le vedono e le sentono continuamente evocate e celebrate sui giornali, sui pamphlets politici, nelle aule universitarie (specie prima del 1822) o nelle riunioni politiche che si tengono più o meno segretamente in certi caffè della capitale. Gli editori, nel ristampare gli scritti dei pensatori del secolo passato, si rivolgono in primo luogo a questo pubblico. Prova ne è, scrive Mutin, che la prossima edizione delle opere complete di Voltaire, già annunciata da Didot, si comporrà di soli due volumi, stampati in caratteri così piccoli, così sottili, che solo occhi di vent’anni potranno leggerli. Occorre poi rimarcare che gli editori della Restaurazione stanno mettendo alla portata di lettori numerosi e poco facoltosi opere come La Religieuse o Jacques le fataliste che non avevano avuto invece alcun ruolo nella formazione della generazione autrice del processo rivoluzionario, essendo circolate in forma manoscritta e fra un pubblico estremamente ristretto (quello dell’elitaria Correspondance littéraire) fino al 1796.
La filosofia del xviii secolo non è la sola risorsa cui ricorre il liberalismo. La scrittura della storia si sta rivelando la sua seconda leva culturale. Nel 1818 erano uscite postume le Considérations sur la Révolution française di Madame de Staël. Nel 1820 Augustin Thierry aveva dato alle stampe le sue Lettres sur l’Histoire de France. A partire dello stesso anno Guizot aveva radunato folle di studenti al corso di storia che teneva alla Sorbona e che aveva preceduto di poco la comparsa dei suoi Essais sur l’Histoire de France. Alla stessa epoca Thiers e Mignet avevano pubblicato i loro studi sulla Rivoluzione francese. Erano queste alcune delle tappe attraverso le quali, nei primi anni Venti, si era delineata una nuova scuola storiografica, che scandagliando la storia nazionale (e non solo) in rapporto al trauma rivoluzionario, aveva scoperto un passato alla battaglia delle classi medie contro l’assolutismo e il privilegio, dandole la legittimità dei secoli e ammonendo contro i tentativi di ostacolare la marcia inarrestabile verso le libertà e l’uguaglianza civili. Smentita la tradizionale lettura controrivoluzionaria dell’89, basata sull’idea di una frattura rispetto all’evoluzione storica precedente, la nuova storiografia veniva in soccorso di un liberalismo accusato di complicità con i “giacobini” e gli “uomini del ’93” che in Europa avevano ricominciato a scuotere i troni dei sovrani legittimi. Attraverso la storia e grazie alla storia, il liberalismo riabilitava la Rivoluzione, rovesciandone la visione che prevaleva all’inizio della monarchia restaurata, di un evento contrassegnato soprattutto dal sangue e dal caos. Attraverso la storia e grazie alla storia, il liberalismo dichiarava orgogliosamente la propria discendenza dalle idee di giustizia e di emancipazione affermate dall’89 e rivendicava la propria lotta politica a supporto del Terzo Stato, della borghesia, della nazione (termini che venivano ad equivalersi) contro l’anacronistica resistenza della nobiltà e del clero reazionario. E poiché la nuova storia era divenuta elemento fondamentale del linguaggio politico liberale, essa cercò di superare i limiti angusti segnati dalle biblioteche e dalle aule universitarie e si trasfuse presto in articoli di giornali, discorsi parlamentari, pamphlets e compendi, fino a trovare una cassa di risonanza ideale: il teatro.
In quel primo scorcio degli anni Venti non era solo la storia degli storici a far discutere e ad attirare l’attenzione dell’opinione pubblica. Nel 1822 era comparso il Mémorial de Sainte-Hélène, cristallizzando per sempre il mito napoleonico. In pieno trionfo ultra, la voce dell’imperatore morto in una sperduta isola dell’oceano Atlantico aveva raggiunto la Francia, ricordandole la sua perduta grandezza, le sue glorie, lo slancio eroico e appassionato di una nazione ringiovanita e rinvigorita dalla libertà. Bonaparte, che da solo aveva saputo costruire il proprio destino e farsi dominatore d’Europa, diveniva emblema della forza di volontà umana, simbolo di un’ascesa personale conquistata con la genialità e il coraggio. Il dittatore abbandonato dai suoi sudditi nel 1814 e nel 1815 usciva dalle pagine del Mémorial trasfigurato in un capro espiatorio: in lui l’Europa legittimista e reazionaria aveva voluto punire e annientare la Rivoluzione, punire e annientare l’ambizione di sovvertire l’antico ordine sociale, gli antichi poteri. La voce di Napoleone conquistò quella parte di Francia che aveva vissuto in maniera inconsapevole, nell’infanzia, gli anni dell’Impero, quella Francia che si era formata sotto l’influsso della propaganda napoleonica e che era cresciuta nei licei e nelle università imperiali, la Francia che aveva conosciuto Napoleone seduto sul trono e per la quale i Borboni erano nuovi arrivati, pressoché sconosciuti. Era una Francia giovane, che cercava il riscatto sociale nello studio, ma alla quale la monarchia restaurata, già gravata dal peso della vecchia generazione, non sapeva offrire sbocchi, carriere o anche solo ideali. Il Napoleone del Mémorial divenne figura di riferimento per questa gioventù dalle speranze frustrate. Ma fece anche altro. Protagonista di uno straordinario successo editoriale, rese visibile alla dinastia regnante la forza e la vitalità della leggenda napoleonica, ma anche la sua capacità di esprimere, al di là di ciò che erano stati realmente l’uomo e la sua azione politica, malcontento, nostalgie, delusioni, protesta. Il Mémorial de Sainte-Hélène si era inserito in un filone già ricco di memorie sulla Rivoluzione, il Consolato e l’Impero. I protagonisti e le comparse di quegli anni già da tempo avevano cominciato a raccontarli: alcuni, in tempo di restaurazione monarchica, per giustificare la loro condotta nelle fasi delle grandi scelte di campo, altri per rivendicarla orgogliosamente, altri ancora per dipingere originali ritratti di personaggi noti. La pubblicazione del Mémorial avrebbe dato al genere ulteriore impulso: l’intero xix secolo avrebbe assistito all’apparizione di nuove memorie sull’età napoleonica. Figli, nipoti e archivisti si sarebbero incaricati di uscire dai cassetti manoscritti ancora inediti vergati da uomini e donne vissuti in quel quindicennio cruciale per le sorti della Francia e dell’Europa60.
Mutin osserva e segnala nel suo rapporto le nuove tendenze del “libro storico” e il suo successo. In una tabella elenca i libri di storia, le memorie e i sunti storici sui quali, negli ultimi otto anni, ha scritto dei rapporti negativi nella sua qualità di censore61. Alcuni, scrive, contengono passaggi «che attentano direttamente e formalmente sia alla monarchia che alla religione», altri sono «empi e sediziosi nel loro insieme, nel loro spirito generale». Nella prima categoria colloca i Fastes civils de la France, depuis l’ouverture de l’Assembée des notables, opera che porta la firma di molti esponenti illustri del liberalismo: Etienne, Tissot e Pagès, tutti di casa nella redazione del “Constitutionnel”, ma anche Antoine Vincent Arnault, il grande nostalgico dell’Impero, e l’ex deputato Manuel, espulso dalla Camera nel 1823 per aver attribuito la responsabilità della morte di Luigi xvi all’intervento straniero sollecitato dall’emigrazione aristocratica. Il nome di Pierre-François Tissot compare pure in altre opere inserite da Mutin nella lista nera: il Précis ou abrégé des guerres de la Révolution depuis 1792 jusqu’à 1815, pubblicato nel 1820 e i Mémoires historiques et militaires sur Carnot, rédigés d’après ses manuscrits, sa correspondance et ses écrits, pubblicati dall’editore Baudouin nel 1824. Ma il censore menziona anche i Mémoires inédits de Charles Barbaroux, il girondino ghigliottinato nel 1794, i Mémoires sur la Convention et le Directoire del conte Thibaudeau, il repubblicano che si era convertito all’Impero per timore di un ritorno dei Borboni, e Les Cent Jours, le memorie sull’ultima avventura di Napoleone redatte dal suo segretario Fleury de Chaboulon. Fra tutti i titoli citati questo è l’unico che sia stato condannato da un tribunale. La magistratura, commenta Mutin, teme di perdere dignità e considerazione moltiplicando i processi di stampa: essa ha reputato sufficiente perseguire i pamphlets, adagiandosi sulla convinzione che queste pubblicazioni di poche pagine siano alla portata di tutti e che la lettura dei libri sia invece prerogativa di pochi privilegiati. Una convinzione erronea, non smette di affermare il censore. E mentre la magistratura dorme sonni tranquilli, gli editori escogitano nuovi espedienti per aggirare la legge. Corréard, l’editore dei Cent Jours, aveva ad esempio evitato il sequestro dei volumi stampati sostenendo di non aver ancora pubblicato l’opera. La giustizia aveva impiegato più di quindici mesi per acquisire la prova della pubblicazione prescritta dalla legge: intanto, l’edizione delle memorie di Chaboulon era stata quasi totalmente venduta. Fra le opere messe sotto accusa da Mutin non poteva mancare il Mémorial de Sainte-Hélène, pubblicato nel 1822 da Lebègue in 3.000 esemplari. «On ne cesse – scrive il censore – dans le cours de huit volumes d’opposer à la légitimité des Bourbons, la légitimité beaucoup plus certaine de Bonaparte [et de dire] en propres termes que les Bourbons venant du dehors n’ont fait qu’accroître l’opprobre national, que les titres et les droits des Capétiens ont été éteints par les titres et les droits de la République dont le gouvernement étoit légitime par la volonté de la nation»62.
Nella seconda categoria di “libri storici”, quelli che Mutin considera anti-religiosi e sediziosi nel loro complesso, ricadono soprattutto sunti storici e dizionari. I primi si presentano sempre sotto forma di volumi singoli in formato in-diciottesimo. Félix Bodin si è guadagnato la fama di inventore del genere: porta la sua firma il Résumé de l’histoire de France, pubblicato per la prima volta nel 1821 con un successo tale da motivare ben nove edizioni in appena tre anni, per un totale di 21.000 esemplari stampati. Di Bodin è pure un Résumé de l’histoire d’Angleterre, che nel giro di pochi mesi ha raggiunto la terza edizione, per la felicità degli editori Lecointe e Durey, produttori di entrambi i volumi. Lecointe e Durey hanno fatto dei résumés historiques la loro specialità: fra il 1823 e il 1824 ne pubblicano sulla Spagna, su Stati Uniti d’America, Polonia, Impero tedesco, Olanda, Danimarca e Svezia, passando per un sunto della storia di Parigi e un sunto della storia delle crociate. Molte di queste opere sono andate rapidamente esaurite e hanno avuto l’onore di più edizioni e persino di una traduzione in spagnolo. In totale, compresi i sunti di Bodin, si tratta di ben 58.500 volumi stampati e venduti fra il 1821 e il 1824. «Tout cela – sostiene Mutin – est composé sous l’influence d’une faction. Chaque résumé a son auteur, et tous ces auteurs différens écrivent sur le même plan, dans le même esprit, dans le même but. Donc ils ont une direction commune. Qui a vu l’un de ces résumés les a tous vus». La tesi di fondo di questi libriccini, osserva il censore, è che la monarchia, la nobiltà e il clero, complici ed alleati, hanno costituito in ogni tempo e presso ogni popolo un flagello, fonte di crimini, ingiustizie e atrocità. L’intento è chiaro, continua Mutin: convincere la gioventù che una nazione libera dal peso della monarchia è una nazione felice. E la storia, con la presunta evidenza degli avvenimenti e con la forza dell’esperienza, rischia di essere più persuasiva di qualunque astratto discorso politico, di qualunque messaggio propagandistico: «Rien de plus convaincant que les faits – scrive il censore – et rien de plus facile que de tromper sur les faits des lecteurs qui ne sont pas en état de les vérifier et qui ne soupçonnent pas qu’on les trompe». Un libro di storia è ammantato di un’autorevolezza che manca al pamphlet: il lettore non vi cerca lo scandalo e la polemica, non lo sa partigiano per principio, vi cerca la cronaca del passato, i fatti, appunto, una “verità”. Ma dal momento in cui il paese, con la Rivoluzione, si era spaccato dal punto di vista politico, la storia, già oggetto di contesa filosofica nella seconda metà del xviii secolo, si era divisa secondo le stesse linee di frattura, si era, vale a dire, politicizzata. Il liberalismo stava trovando la “sua” storia e tentava di imporla come la Storia, contraddicendo la contemporanea storiografia conservatrice, priva di unità e ostaggio di una visione armoniosa della Francia pre-rivoluzionaria, ma superando parimenti la storiografia illuminista, che aveva in gran parte svalutato il passato per esaltare il progresso dell’epoca moderna. Un’impostazione, quest’ultima, che mal serviva l’esigenza di presentare la lotta per la libertà e le libertà come connaturata nella storia francese e mondiale, e la Rivoluzione come punto terminale e inevitabile di un conflitto secolare fra dominatori e dominati, fra sudditi e monarca, fra Terzo Stato e nobiltà. Il liberalismo, così dipendente dalle opere dei Lumi nel campo della filosofia e del pensiero politico, non poteva esserlo altrettanto in quello della storiografia, dove il grande spartiacque della Rivoluzione imponeva lo sforzo di una lettura aggiornata ed originale del passato63. Ed ecco, dunque, il proliferare di studi storici e la loro diffusione su vasta scala attraverso la stampa. Ma la scrittura della storia, bene inteso, non si traduce sempre in opere di spessore scientifico e teorico-politico come l’Histoire de la Révolution française di Thiers, che pure figura nella lista di Mutin nell’edizione pubblicata dai soliti Lecointe e Durey nell’autunno del 1824. Vi è anche la meno rigorosa ma non meno pubblicata storia di un Dictionnaire féodal, ou recherches et anecdotes sur les dîmes et les droits féodaux, les fiefs et les bénéfices, les privilèges, les redevances et les hommages ridicules…, di Collin de Plancy, già autore di una Biographie pittoresque des Jésuites, o quella di un Dictionnaire des abus et des crimes de l’oligarchie féodale, o ancora quella della Ligue des nobles et des prêtres contres les peuples et les rois, entrambi usciti nel 1820 sotto il nome di un misterioso Paul de P***, oppure quella dell’Histoire de l’esprit révolutionnaire des nobles en France sous les soixante-huit rois de la monarchie, uscita anonima nel 1818. Si trattava di scritti composti ai tempi della reazione anti-liberale seguita all’assassinio del duca di Berry, o prima, all’epoca del duello fra il governo Decazes e un ultrarealismo nobiliare esasperato dallo scioglimento della Chambre introuvable e violentemente critico verso l’uso delle prerogative regie. Nello stesso periodo veniva pubblicato in Francia presso Treuttel e Wurtz l’Histoire critique de l’Inquisition d’Espagne, di Juan Antonio Llorente, poi divenuto testo di riferimento sul tema. L’opera, che esibiva un bilancio documentato delle vittime dell’Inquisizione, aveva avuto tre edizioni in meno di un anno, fra la fine del 1817 e l’estate del 1818. Negli anni successivi, mentre l’attacco al governo ultrarealista capeggiato da Villèle assumeva sempre più le forme di un linciaggio contro il clero e la Compagnia di Gesù e mentre gli insorti spagnoli si scontravano con l’influenza del clero sulle masse contadine, erano usciti dello stesso autore una Histoire de l’Inquisition in dieci volumi e i Portraits politiques des papes, ma anche una versione abbreviata dello studio sull’Inquisizione spagnola, un volume in-diciottesimo curato dal liberale Léonard Gallois, altro successo editoriale coronato da quattro edizioni in appena un anno e mezzo, per un totale di 7.500 esemplari pubblicati.
Mutin è giunto alla fine del suo lungo rapporto sulla stampa non periodica. Un rapporto che sa incompleto. Ha scelto di non includervi i pamphlets, scritti di circostanza che rilasciano il loro “veleno” nel momento in cui compaiono, per poi sparire con l’occasione che li ha provocati: «Je ne m’occupe ici que de livres – precisa – qui restent dans la société pour y entretenir les mauvaises doctrines et avec elles, l’esprit de sédition qu’elles inspirent». Ha escluso anche le pubblicazioni contro i Gesuiti, che per il loro numero configurano ormai un vero e proprio genere, così come le collezioni e compilazioni «à la gloire du gouvernement usurpateur». Tralascia, per motivi di tempo, la massa dei romanzi licenziosi stampati o ristampati negli ultimi otto anni, ma non si lascia sfuggire l’occasione di denunciare per l’ennesima volta (lo ha già fatto con una serie di rapporti dettagliati) i romanzi «empi, immorali, osceni» di Pigault-Lebrun, che godono di un successo spettacolare, con ben 128.000 volumi pubblicati fra il maggio 1817 e il dicembre 1824. Banditi durante l’Impero, libri come Jérome o L’Enfant du Carnaval, si trovano ora in tutte le librerie e i cabinets de lecture del regno. Alcuni sono stati anche tradotti e pubblicati in spagnolo. Il marchio distintivo dei romanzi di Pigault-Lebrun, scrive Mutin, è «le libertinage mêlé à l’impiété et l’impiété mêlée au libertinage»: l’autore ama ritrarre uomini di Chiesa in lascivo atteggiamento con vedove e fanciulle, impiega le espressioni della liturgia cattolica ad ironico commento di situazioni scabrose, descrive nudità ed esalta i piaceri del «matrimonio naturale» a scapito di quello religioso, che nei suoi scritti viene insistentemente relegato al rango di sciocca superstizione. Mutin, da censore zelante, si è creato un’autentica competenza sui romanzi di Pigault-Lebrun: «Je les ai tous lus – scrive, e precisa – parce que mon devoir étoit d’en rendre compte, à mesure qu’ils reparaissaient, et j’atteste qu’il n’y a point de livres plus corrupteurs pour les jeunes gens de l’un et de l’autre sexe».
Nelle ultime pagine del suo Rapport général, Mutin traccia un bilancio conclusivo. Solo le sue tabelle parlano di ben due milioni settecentosettantacinquemila e novecento volumi «empi, atei, sediziosi, immorali e osceni» pubblicati negli ultimi otto anni. Un dato che fa tremare per il futuro:
La licence des journaux – scrive Mutin – s’unissant, chaque jour, à la licence des livres, pour développer les germes d’indépendance et de démocratie qui, déjà, sont disséminés de toutes parts; la religion et l’autorité sans cesse minées, par ces journaux et par ces livres; toutes les haines révolutionnaires ranimées par leurs éternelles provocations contre les supériorités sociales et religieuses; une jeunesse imbue de leurs maximes corruptrices, déjà s’irritant du frein qu’elle porte avec impatience et menaçant hautement de le secouer aussitôt qu’elle pourra; des faibles lois opposant, à la vérité, quelque digue au torrent, mais rendues entièrement vaines par leur inexécution; hélas, il faut le dire, une magistrature chargée de réprimer ces nouvelles prédications d’impiété et d’anarchie, les enhardissant au contraire, par une inconcevable incurie, par une scandaleuse tolérance. Ô Royauté, soyez avertie de ce mal. Pleine de vos souvenirs, sauvez-vous et sauvez-nous!

Il rapporto di Mutin non rimarrà fra le carte del direttore della Polizia. Questo documento interno all’amministrazione, non sappiamo in che modo né attraverso quali passaggi, raggiungerà, probabilmente in una forma opportunamente decurtata, la redazione di un giornale. Nell’aprile 1825 un quotidiano governativo, “L’Etoile”, rende noti i dati contenuti nel rapporto, rivelando che negli ultimi anni la stampa “rivoluzionaria” ha prodotto e diffuso quasi tre milioni di volumi. Esplode una polemica. Il 6 aprile, la “Quotidienne”, il giornale di Michaud, rimprovera il governo Villèle di rimanere inattivo davanti a questo torrente di carta e invoca leggi più severe a difesa della società monarchica e religiosa. I giornali liberali, dal canto loro, esprimono preoccupazione per i contenuti di questo tanto discusso rapporto sui «mauvais livres», rapporto che, dicono, pare suggerisca come urgente l’adozione di una grande misura contro la licenza delle pubblicazioni. Nel dicembre 1826, in effetti, la corona e il governo si presentano alle Camere con un nuovo progetto di legge sulla stampa. Il disegno prevede un aumento esorbitante dei carichi fiscali che gravano sui periodici e sui volumi inferiori alle ottanta pagine, con l’intento evidente di far lievitare il prezzo di queste pubblicazioni e di sbarrare la strada alla loro diffusione fra le classi meno abbienti. I proprietari di ciascuna gazzetta vengono dichiarati responsabili in solido per i reati di diffamazione, ingiuria, oltraggio e sedizione commessi dal loro giornale. Tutti gli scritti prossimi alla pubblicazione (dai cinque ai dieci giorni prima) dovranno, inoltre, essere depositati presso la Direzione generale della Librairie per un esame preventivo, riguardante non i manoscritti, ma i testi già stampati, che rischiano il deferimento ai tribunali e la distruzione qualora la loro verifica ne riveli la pericolosità per l’ordine pubblico, i buoni costumi, la morale religiosa e la persona del re64.
Il progetto provoca reazioni violente. I giornali contrari all’esecutivo si lanciano immediatamente a spada tratta a difesa della libertà di stampa. Chateaubriand, in un articolo che farà scalpore, arriva ad accusare Villèle e i suoi di spingere la Francia verso la repubblica, cosa di cui il visconte mostra, peraltro, di non rammaricarsi troppo. I “lavoratori del libro” di tutto il regno, uomini di lettere in vista e, in Parlamento, l’opposizione liberale e di destra, insorgono contro un progetto di legge che, si dice, danneggerà l’editoria francese e ripiomberà il paese nel Medioevo, assecondando le direttive di Roma e dei Gesuiti. Persino l’Académie française esce dal suo proverbiale immobilismo per denunciare il perverso meccanismo implicito nel disegno governativo: minacciando la distruzione di materiale già stampato, e dunque un danno finanziario considerevole, la legge induce gli editori a farsi primi censori e a rifiutare la pubblicazione di opere che sembrano prestare il fianco alla sia pur minima accusa. Con un simile sistema, fanno notare gli accademici, i più grandi pensatori e uomini di lettere francesi del passato avrebbero faticato a trovare degli editori.
Il 17 aprile 1827, presagendo una defezione dei pari, il governo si risolve, infine, a ritirare la proposta. La sera dopo, i cittadini di Parigi illuminano le loro case a festa. Il tentativo di riformare la legislazione fallisce, così, miseramente. Il Rapport général di Mutin ne era stata la base? ne aveva costituito, per così dire, l’éxposé des motifs? Forse. Il ritiro del progetto dimostra il ritardo con il quale era stato lanciato l’allarme sull’influenza della stampa di opposizione e, allo stesso tempo, la fondatezza dei timori di Mutin: nessun governo, ormai, poteva resistere a lungo a una falsa come a una vera opinione pubblica. Quello di Villèle aveva i mesi contati: toccato l’apice dell’impopolarità, sarebbe stato congedato nel gennaio del 1828, dopo la pesante sconfitta subita alle elezioni per il rinnovo della Camera. In quanto a Carlo x, il suo tentativo di sfidare l’opinione pubblica e di imporre un’interpretazione assolutistica della Carta avrebbe provocato, meno di tre anni dopo, una seconda rivoluzione e il divorzio definitivo fra la Francia e la dinastia borbonica.

Il Rapport général, lo abbiamo visto, non è né un resoconto sistematico delle pubblicazioni proibite in Francia fra il 1817 e il 1825, né un elenco onnicomprensivo di quelle prodotte nello stesso arco di tempo. È un atto di accusa. Una denuncia che ha il suo fondamento nella documentazione amministrativa riguardante l’attività editoriale svolta nella capitale francese. Ciò vale a dire che nelle tabelle di Mutin sono finite solo pubblicazioni prodotte a Parigi e regolarmente dichiarate agli organismi di controllo del settore editoriale. Il rapporto non contempla testi provenienti dalla provincia o dall’estero, né le pubblicazioni clandestine, sottratte alla conoscenza delle autorità o prodotte da stampatori e librai non brevettati. Secondo aspetto da mettere in evidenza: fatta eccezione per i giornali, i titoli menzionati sono stati selezionati da Mutin secondo criteri del tutto personali. Fra i volumi regolarmente dichiarati, il censore ne ha scelti solo alcuni, a suo avviso i più pericolosi. Vi sono poi, nel rapporto, lacune consapevolmente lasciate. Il censore cita, ad esempio, la letteratura pornografica e licenziosa, ma non fornisce titoli e non redige tabelle, salvo per i romanzi di Pigault-Lebrun. Il tempo gli manca. Si accontenta di segnalare che il numero e la diffusione di questi scritti sono pari a quelli dei classici dell’Illuminismo, sui quali, invece, ha preferito soffermarsi a lungo. Altre categorie di scritti «sediziosi» sono state volutamente ignorate dal censore, che per una coerenza interna al suo discorso ha privilegiato certe pubblicazioni (i giornali e i libri) piuttosto che altre (ad esempio i libelli, i pamphlets o i fogli volanti). Anche nel riferire dei giornali il censore ha operato una scelta. Menziona solo i grandi quotidiani di argomento politico, trascurando gli altri periodici, quelli dedicati alle lettere, alle arti, alle scienze, agli spettacoli, di cui pure segnala i ripetuti sconfinamenti nel campo politico.
I quotidiani di opposizione e i quasi tre milioni di volumi riportati da Mutin rappresentano, dunque, solo una porzione (per giunta legalmente prodotta e pubblicata) dei testi “empi”, “atei”, “sediziosi” e “immorali” che circolano a Parigi alla vigilia del regno di Carlo x. Per Mutin, come per i giornali sostenitori della dinastia regnante, queste pubblicazioni formano lo zoccolo duro, il nucleo principale di una ben più copiosa produzione scritta che etichettano sotto il nome di «stampa rivoluzionaria». Rivoluzionaria, in primo luogo, per la sua rispondenza alle dottrine filosofiche e politiche della Rivoluzione, in secondo luogo, per le sue possibili ripercussioni sull’ordine sociale e politico. Ciò che fa di queste pubblicazioni un pericolo concreto per la dinastia regnante, sottolinea più volte Mutin, è la loro diffusione sempre più massiccia in strati e categorie sociali che la Carta del 1814 ha volutamente escluso dall’esercizio dei diritti politici e che la monarchia vorrebbe “saggiamente” allontanare anche dal dibattito politico e dalle informazioni sullo svolgimento della vita politica, per evitarne l’intromissione. La stampa monarchica, in particolare la stampa periodica, è concepita, nei contenuti ma anche nelle sue modalità di diffusione, in funzione di un pubblico ristretto, che è identificato grossomodo con i “cittadini” legittimi del mondo politico, un’élite contrapposta alla folla indistinta, eterogenea e “pittoresca” di lettori che la stampa liberale non disdegna di procacciarsi con ogni mezzo. Un collega di Mutin, il censore teatrale Delaforest, nota a proposito dei periodici antigovernativi: «Mais d’où viennent les dangers de ces Journaux? [...] C’est que leurs lecteurs ne lisent qu’eux, et ne veulent ou ne peuvent rien lire autre chose, pace qu’en effet il manque au Gouvernement un écho populaire de ses doctrines et de ses actes»65. Il trono ha acquistato la proprietà e il controllo di diversi giornali, ma non si è curato della loro diffusione, lasciandola alla dinamica spontanea della domanda. Inoltre, non ha riformato questi organi di stampa o non si è dotato di organi di stampa capaci di fare presa su un pubblico numericamente vasto e socialmente differenziato. Insomma, non ha compiuto lo sforzo di divulgare costantemente il proprio operato e il proprio pensiero fra le classi che gli sono più lontane e fra le categorie sociali che gli sono potenzialmente più ostili. Una strategia dell’“esclusione” che contrasta con quella dell’“inclusione” messa in pratica dall’usurpateur.
Il regime napoleonico, sempre in cerca di una legittimità mancante e in lotta permanente con le fazioni e i partiti di origine rivoluzionaria, non si era limitato, in effetti, a soffocare la dialettica politica. La sua ambizione, la sua necessità, era stata anche quella di creare consenso intorno ad un uomo che si era violentemente appropriato dello Stato e intorno ai valori fondanti della sua costruzione politica e sociale. Mme de Staël, nelle sue Considérations sur les principaux événements de la Révolution française, userà la definizione di «tyrannie bavarde»: non bastava imporre il silenzio ad un paese in cui le parole (e soprattutto la parola stampata) avevano scosso i troni e maturato le coscienze, dove parlare, comunicare, convincere era diventato indispensabile per poteri e governi che, a partire dalla caduta della monarchia, avevano tutti dovuto compiere lo sforzo di legittimarsi e di radicarsi al più presto negli animi. Napoleone questo lo aveva capito bene e sotto il suo regime la censura e la propaganda erano state facce di una stessa medaglia. Preoccupato di allargare il più possibile la base sociale del suo potere, Bonaparte aveva abilmente usato la stampa come mezzo di persuasione, di indottrinamento e di auto-glorificazione e ne aveva promosso la diffusione in tutti gli strati sociali, differenziando contenuti e generi secondo i destinatari del messaggio. Dai giornali pubblicati durante la campagna d’Italia per creare in Francia un clima favorevole alle ambizioni del giovane Napoleone, agli onnipresenti bollettini della Grande Armata, dalle distribuzioni gratuite del “Moniteur”, il giornale ufficiale, alla creazione di periodici concepiti espressamente per contrastare la propaganda britannica, Bonaparte si era preoccupato di imbrigliare ma anche di formare l’opinione pubblica, allargandone all’occorrenza i confini66. Lo scopo era quello di coinvolgere il paese intero nella battaglia del regime per la propria sopravvivenza. Una battaglia combattuta all’interno delle frontiere e con ancor più virulenza al di fuori. Lo sforzo bellico prolungato suggeriva, insieme alla mobilitazione dei soldati, la mobilitazione permanente dei consensi.
Durante la Restaurazione, la monarchia sembra invece ostentare un sovrano disdegno nei confronti dell’opinione pubblica. Pensa così di disconoscerne il potere e il ruolo politico. Passata la crisi del 1814 e del 1815, tramontato l’astro di Decazes, che aveva voluto «royaliser la nation et nationaliser le royalisme», essa trascura le risorse della propaganda. Villèle preferirà fondare il suo governo su un vasto sistema clientelare piuttosto che sulla lusinga e la manipolazione dell’opinione pubblica, malgrado gli allarmi lanciati da alcuni amici della corona e da una parte dell’amministrazione – la più sensibile, la censura – che constatano, sconcertati, questa mancanza di comunicazione fra il trono e il paese. Lasciata incolta, deliberatamente ignorata quando non addirittura calpestata, l’opinione pubblica diventa facile terreno di infiltrazione per l’agguerrita e ben coordinata propaganda liberale, che la erge a «voix de la France», a Nazione, contrapponendola al potere legale: alla maggioranza parlamentare ultrarealista, al governo e, in maniera ancora velata, al re. Il governo Martignac, che succederà a quello di Villèle, invertirà la marcia e si aprirà alle istanze della “Nazione” adottando misure a favore della libertà di stampa e della laicità dell’istruzione. Durerà poco più di un anno. Con la nomina di un nuovo esecutivo, impopolare già solo per i nomi dei suoi principali ministri (Polignac, ministro degli Esteri, figlio dell’odiata favorita di Maria Antonietta e membro della Congrégation, Bourmont, ministro della Guerra, disertore a Waterloo, e La Bourdonnaye, ministro dell’Interno, sostenitore accanito della legge del miliardo) Carlo x riprenderà il suo braccio di ferro con l’opinione pubblica, deciso a riaffermare il principio della sovranità regia. Il regime monarchico, ingannato dalla consapevolezza della propria legittimità, rifiuterà il ricorso al bavardage proprio dei governi rivoluzionari ed usurpatori e rinuncerà a un’offensiva ideologica su vasta scala, che avrebbe implicato il riconoscimento di una fonte di legittimazione diversa da quella dinastica e divina.
Eppure, il bavardage delle fazioni rivoluzionarie e dei governi usurpatori aveva prodotto effetti duraturi e non solo per le dottrine politiche, i simboli e le ideologie che aveva creato e diffuso e che ancora agitano la vita politica della Restaurazione. La stampa, in effetti, dalla convocazione degli Stati Generali fino alla dittatura napoleonica era stata, cerle dottrine monarchiche avevano fatto ricorso allora alla parola stampata e ai canali sotterranei di diffusione fra le classi subalterne. Dopo il crollo della monarchia, mentre gli esponenti dell’Antico regime venivano decimati o trovavano riparo all’estero, la stampa, pressoché sola, aveva alimentato in Francia la memoria dei Borboni, sfidando le proscrizioni e la censura della Repubblica e dell’Impero. E con le dottrine monarchiche anche le altre dottrine, quelle imposte dai governi di turno e quelle delle opposizioni del momento, avevano cercato in quegli anni visibilità nella carta stampata, iniziando un pubblico sempre più vasto al linguaggio della politica. La stampa patriota e repubblicana aveva divulgato i diritti dei cittadini, i principi costituzionali, il funzionamento delle nuove istituzioni, l’andamento delle guerre contro l’Europa monarchica, la nuova legislazione, un nuovo concetto di sovranità, di Nazione, di Patria. La politica era uscita dalle stanze del potere per formare, scuotere, cercare consensi. L’Impero, lo abbiamo visto, aveva proseguito sulla stessa strada. Con la Rivoluzione i francesi si erano allenati a dare un significato politico agli eventi, alle notizie, alle parole, e la rigorosa censura napoleonica li aveva abituati a cercarlo e a crearlo anche là dove esso non era evidente o non era affatto: in un regime di mancanza di libertà il dissenso è assetato di pretesti per manifestarsi.
Se la strategia dell’“esclusione”, adottata dalla monarchia borbonica a partire dagli anni Venti, è tesa a invertire questo processo pluridecennale di allargamento e di politicizzazione dell’opinione pubblica, la sinistra di ogni sfumatura – dai liberali ai repubblicani – si mostra pronta, in quegli stessi anni, a sfruttare e a incoraggiare risolutamente la politicizzazione di massa avviata dalla Rivoluzione, lanciandosi alla conquista di un pubblico il più possibile numeroso ed eterogeneo dal punto di vista sociale, culturale, sessuale e generazionale. Le società segrete, i governi occulti e i progetti insurrezionali avevano segnato tutta la prima fase della monarchia costituzionale, sintomo di una lotta politica ancora incapace di incanalarsi interamente nelle vie legali. Alla fine del regno di Luigi xviii il fallimento di questa strategia era ormai percepito chiaramente da tutti i partiti, di destra come di sinistra. La prima, con il governo ultrarealista di Villèle, si insedia stabilmente al potere nel dicembre 1821. La seconda subisce la reazione ai movimenti rivoluzionari europei del 1820-21 e ai complotti bonapartisti e repubblicani scoperti in Francia negli anni 1821-22. Gli uni e gli altri sono di matrice carbonara. Gli uni e gli altri sono stati rapidamente soffocati dalle autorità monarchiche per l’assenza di radici profonde nella società. È proprio a partire da questo momento che la parola, e soprattutto la parola stampata, diventa per il liberalismo l’arma principale in una battaglia in cui la pubblicità si sostituisce al segreto e in cui ci si propone di affiancare all’attività di qualche iniziato una mobilitazione sempre più vasta e capillare della società, fino ai suoi strati più profondi67. E la parola stampata darà prova di una straordinaria capacità di adattarsi ad un pubblico in espansione. Il lento progresso dell’alfabetismo (arrivato al 41% nella Francia della Restaurazione)68 e dell’alfabetismo solo parziale, uniti all’affermazione di nuove pratiche di lettura (ad esempio l’affitto di libri e giornali e l’acquisto collettivo di volumi) avevano già creato le premesse per una più ampia circolazione dei testi. Le edizioni a basso costo, la vendita di collezioni in dispense autonome, l’applicazione di prezzi graduati secondo l’età, la diffusione (talvolta gratuita) di periodici e pamphlets nei locali pubblici, la compressione e la ricomposizione di testi, formano altrettante armi impiegate dal liberalismo nella propria offensiva ideologica. Esso raggiunge così, a Parigi ma non solo, anche gli ambienti dei lavoratori manuali e in maniera ancor più mirata quelli studenteschi. La gioventù di cui parlano con apprensione crescente i rapporti di censura degli anni Venti costituisce, in effetti, un’importante risorsa politica in un paese reduce dalle guerre napoleoniche e in piena espansione demografica, dove coloro che hanno meno di quarant’anni formano quasi il settanta per cento della popolazione69.