Introduzione

di Anna Maria Isastia e Giovanni Sabbatucci

La scelta di pubblicare in una sezione monografica della nostra rivista tre saggi relativi al tema del confine orientale e alle drammatiche vicende che attorno a quel confine hanno dolorosamente segnato la storia d’Italia nel secolo scorso nasce da una circostanza non prevista né programmata: la disponibilità di alcuni studi interessanti dedicati ad alcuni fra gli aspetti meno conosciuti di quella vicenda e nati, come tesi di laurea o di dottorato, all’interno del Dipartimento di Storia moderna e contemporanea. Non sarebbe corretto, però, parlare di una circostanza casuale. Certo non è casuale l’interesse manifestato da molti giovani, e non solo dai laureandi, verso quei temi, oggetto, già a partire dagli anni Ottanta e Novanta del Novecento, di un rinnovato interesse storiografico, prima locale poi nazionale1, cui ha fatto riscontro un’attenzione senza precedenti da parte dei media, attraverso rievocazioni, documentari e fictions.
Ci si è spesso interrogati sui motivi di questo risveglio di interesse e, più ancora, della lunga trascuranza, ai limiti dell’oblio o della rimozione, che lo ha preceduto (e in parte determinato). Le risposte sono diverse e si possono sostanzialmente ricondurre a tre fattori. In primo luogo, il ricordo delle tragedie vissute dagli italiani di Trieste, del Goriziano, dell’Istria e della Dalmazia era indissolubilmente legato alla memoria della più vasta tragedia del secondo conflitto mondiale: una tragedia che l’Italia del dopoguerra, nel suo complesso, era soprattutto ansiosa di superare e di dimenticare. E il discorso vale a maggior ragione per gli orrori di cui gli italiani, in veste di occupanti, erano stati agenti attivi prima di diventarne vittime2.
In secondo luogo, e più specificamente, va tenuto presente il fatto che nessuna fra le principali forze politiche aveva un reale interesse ad approfondire le cause di quelle tragedie e a tenere aperto il dibattito su di esse. Non la sinistra comunista, che scontava, soprattutto per quanto riguarda il periodo pre-’48, le sue opzioni ideologiche e di politica internazionale a favore del blocco dell’Est e i comportamenti a dir poco ambigui che ne erano derivati in tema di difesa dell’italianità minacciata, a Trieste e non solo. Non la classe di governo prima responsabile, non per sua colpa, delle dolorose scelte legate alla firma del trattato di pace. Ma nemmeno la destra nazionalista e neo-fascista, il cui impegno propagandistico per le rivendicazioni nazionali non poteva far dimenticare l’allineamento della rsi alla Germania e l’incapacità di evitare l’occupazione tedesca del litorale adriatico all’indomani dell’8 settembre.
Non vanno infine dimenticati i condizionamenti della politica internazionale, che, dopo la rottura fra Tito e il Cominform, portava inevitabilmente a rimuovere il contenzioso fra l’alleanza occidentale e il regime jugoslavo e, più in generale, ostacolava lo sviluppo della ricerca e del dibattito sui crimini di guerra, da qualsiasi parte commessi.
Si spiega così come mai, nel momento in cui questi fattori di riserbo o di rimozione hanno cominciato a venir meno, in coincidenza con la fine della guerra fredda e con le contemporanee trasformazioni avvenute nella politica italiana, l’interesse, non solo degli studiosi, per le vicende del confine orientale sia esploso quasi all’improvviso, e si sia poi ulteriormente accresciuto in relazione alle tragiche vicende legate alla dissoluzione della Jugoslavia e ai cruenti conflitti interetnici degli anni Novanta. Né va trascurato il peso che in questo fenomeno ha avuto il rilancio, avvenuto negli stessi anni, delle tematiche connesse all’identità italiana, alla riscoperta dei valori nazionali in senso lato e, più specificamente, al lungo e acceso dibattito sulla “morte della patria”3.
Accade spesso del resto, e non c’è da scandalizzarsene, che la curva dell’attenzione dedicata a singoli eventi o periodi storici proceda per sbalzi e per picchi improvvisi, che a un lungo periodo di silenzio e di oblio facciano seguito un’attenzione esasperata e un approccio non sempre equilibrato. Il rischio, allora, in questo come in altri casi, è che l’interesse per una singola fase della vicenda porti a trascurare la ricerca delle cause di breve e di lungo periodo, che l’attenzione a un evento specifico faccia smarrire il quadro d’insieme, che il clamore mediatico faccia premio sulle ragioni della ricerca storica: che non ha fra i suoi scopi quello di cancellare o al contrario di evidenziare le responsabilità dei soggetti indagati (è piuttosto la necessaria premessa per un reale accertamento delle responsabilità), ma serve prima di tutto a portare alla luce i fatti e a ricostruirne le cause immediate e remote.
È per questo motivo che abbiamo ritenuto utile pubblicare i risultati delle ricerche di tre giovani studiosi che hanno lavorato senza pregiudizi sui temi sopra richiamati e hanno, a nostro parere, fornito contributi capaci di arricchire il quadro delle conoscenze sull’argomento (un quadro oggi assai più ampio e circostanziato rispetto a dieci o vent’anni fa), illuminando, come si è detto aspetti specifici, ma non marginali, della questione del confine orientale.
Il primo saggio, quello di Adriano Martella sugli slavi nella stampa fascista a Trieste, affronta, sulla base soprattutto di un attento spoglio della stampa nel biennio 1921-22, un tema oggi di grande attualità4: la costruzione da parte nazionalista e fascista, all’indomani del primo conflitto mondiale, di una serie di stereotipi negativi e demonizzanti sugli slavi dell’Istria e della Dalmazia. Una costruzione retorica e propagandistica che veniva da lontano – l’antica subalternità politica e sociale della componente slovena e croata alla borghesia italiana, l’autentico trauma rappresentato per quest’ultima dal risveglio nazionale e dalla mobilitazione organizzativa di quelle popolazioni ritenute “senza storia” – e che soprattutto avrebbe condizionato profondamente le modalità dello scontro etnico, sociale e militare negli anni del fascismo e della seconda guerra mondiale.
Il saggio di Matteo Bressan sulla repressione italiana in Slovenia tra il 1941 e il 1943 ci porta nel pieno del conflitto armato e analizza un aspetto che solo di recente è stato indagato su base documentaria ed è anche stato al centro di forti polemiche: le politiche attuate dalle autorità civili e militari italiane nei territori slavi (qui si parla in particolare della Slovenia) dopo l’intervento nei Balcani, quando le popolazioni slovene e croate (dentro e fuori i confini del Regno) si trovarono a subire i rigori dell’occupazione da parte di un esercito che era considerato, e si considerava, a tutti gli effetti nemico. La ricerca di Bressan, condotta essenzialmente su materiali d’archivio, conferma la durezza del regime di occupazione, soprattutto per quanto attiene alle deportazioni in massa e alle politiche concentrazionarie, ma ne rivela anche le contraddizioni e le differenziazioni interne.
Il terzo saggio, quello di Emanuele Merlino sull’indipendentismo triestino, è infine dedicato a una vicenda pressoché dimenticata: quella del movimento che, tra la fine degli anni Quaranta e l’inizio dei Cinquanta, cercò di sostenere il progetto di un Territorio libero di Trieste come assetto non temporaneo e come soluzione ottimale sia per i problemi della convivenza interetnica sia in funzione di un rilancio economico della città giuliana e del suo porto. Le ambiguità e il sostanziale irrealismo di quel progetto non devono far dimenticare il consenso, sempre minoritario ma mai irrilevante, di cui godette in quegli anni fra i triestini. La ricerca condotta da Merlino sulla stampa indipendentista ha inoltre fatto emergere il ruolo in essa svolto da un personaggio per molti aspetti notevole e anch’esso quasi dimenticato: lo storico Fabio Cusin, autore di un libro a suo tempo celebre, l’Antistoria d’Italia, e tipico esponente di una linea anti-nazionale e autonomista, riemersa a Trieste anche in anni più recenti.
Si tratta, come si vede, di contributi specifici, che non ambiscono a ribaltare un quadro interpretativo peraltro ancora non del tutto consolidato, ma si propongono piuttosto, come si è detto, di completarlo e di arricchirlo con nuovi tasselli. Crediamo sia questa la strada giusta per reinserire a pieno titolo nella storia nazionale una problematica che, dopo essere stata troppo a lungo rimossa, ha rischiato poi di usurarsi per eccesso di polemica politica e di esposizione mediatica.

Note

1. G. Valdevit (a cura di), Foibe, il peso del passato. Venezia Giulia 1943-45, Marsilio, Venezia 1997; Roberto Spazzali, ... L’Italia chiamò. Resistenza politica e militare italiana a Trieste 1943-1947, Libreria Editrice Goriziana, Gorizia 2003; R. Pupo, R. Spazzali, Foibe, Paravia Bruno Mondadori Editori, Milano 2003; R. Pupo, Il lungo esodo: Istria: le persecuzioni, le foibe, l’esilio, Rizzoli, Milano 2005. Già negli anni Sessanta il tema era stato affrontato da E. Apih, Italia, fascismo e antifascismo nella Venezia Giulia (1918-1943), Laterza, Bari 1966.
2. Solo in anni recenti questo argomento è stato affrontato in modo esauriente, soprattutto da studiosi giovani. Cfr. in particolare D. Rodogno, Il nuovo ordine mediterraneo. Le politiche di occupazione dell’Italia fascista in Europa (1940-1943), Bollati Boringhieri, Torino 2003; C. Di Sante (a cura di), Italiani senza onore. I crimini in Jugoslavia e i processi negati (1941-1951), Ombre corte, Verona 2005; C. S. Capogreco, I campi del duce. L’internamento civile nell’Italia fascista (1940-1943), Einaudi, Torino 2006.
3. E. Galli della Loggia, La morte della patria, Laterza, Roma-Bari 1996.
4. Cfr. il recente A. Ventrone, Il nemico interno, Donzelli, Roma 2005.