Introduzione

di Giovanni Sabbatucci

 

 

La notevole fortuna – culturale, editoriale, accademica – di cui la storia dei partiti ha goduto nell’Italia repubblicana è, almeno in parte, legata al ruolo protagonistico che i soggetti di quella storia (i partiti, appunto) hanno svolto nel nostro sistema politico-istituzionale. Se questo è vero, e se è vero che la storia dei partiti in Italia, fatta salva la notevole qualità di molti suoi prodotti, non è stata del tutto esente da spunti autobiografici e da inflessioni autocelebrative, non deve stupire il fatto che l’attenzione maggiore sia stata dedicata a formazioni politiche “di successo”, comunque vive e operanti nel momento in cui se ne scriveva la storia: in primo luogo ai grandi partiti di massa. È una regola che ha ovviamente le sue cospicue eccezioni: penso alla discreta fortuna storiografica di formazioni piccole e dalla vita breve (l’Associazione nazionalista, il Partito d’azione, la stessa Democrazia del lavoro), capaci però di lasciare nella politica nazionale un segno assai più importante e duraturo di quanto non dica l’entità dei consensi raccolti. Ma credo che molte storie, apparentemente minori, debbano essere ancora raccontate. E sono convinto che la storia dei partiti nell’Italia unita possa risultare tanto più ricca – e meno deterministicamente orientata – quanto più sia disposta a prendere in considerazione, accanto ai soggetti capaci di imporsi sui tempi lunghi, le tante creature progettate e mai nate, o vissute solo nell’arco di una breve stagione: insomma i soccombenti nel processo di selezione darwiniana che presiede alla vita e alla morte delle formazioni politiche.
I quattro saggi contenuti in questa sezione ci parlano, più che di partiti veri e propri, di progetti di partito, prematuramente falliti o realizzati solo parzialmente. Progetti che però cercavano di rispondere a esigenze reali, di esprimere interessi e valori ritenuti privi di adeguata rappresentanza nella costellazione delle forze politiche esistenti e operanti. Progetti che, a prescindere dalla loro scarsa o nulla riuscita (che merita comunque di essere spiegata), ci danno preziose informazioni sui tempi e sulle circostanze in cui furono concepiti, sulle culture e sugli uomini che li partorirono.
Prendiamo il caso del Partito liberale, oggetto del saggio di Silvia Capuani. Non stiamo parlando del Pli dell’età repubblicana (un partito di piccole dimensioni, soprattutto in rapporto alle ambizioni che nutriva e alla tradizione che intendeva rappresentare, eppure dotato di una precisa identità), ma di quella formazione, dalla consistenza assai più volatile e dai confini mai chiaramente tracciati, che negli anni della crisi dello Stato liberale e dell’avvento del fascismo, tentò di dare una struttura organizzativa unitaria alla galassia di gruppi, clientele e posizioni personali che aveva sino alla Grande Guerra quasi monopolizzato gli spazi di governo, il ruolo di ceto dirigente e la stessa area della legittimità costituzionale. Il progetto, com’è noto, fallì su tutta la linea, non essendo riuscito a coinvolgere e a ingabbiare in una struttura partitica i leader più autorevoli dell’area liberal-democratica; e di fatto si ridusse a rappresentarne solo una frazione (per giunta quella più conservatrice e filofascista). Ma questo fallimento non basta a giustificare la quasi scomparsa del primo Partito liberale dalle storie del dopoguerra, che per lo più si limitano a registrare l’inidoneità della vecchia classe dirigente a competere con socialisti e cattolici sul piano delle organizzazioni di massa. Il fatto stesso che almeno una parte di quella classe dirigente si ponesse il problema e cercasse di risolverlo a suo modo ci impone una ricostruzione più circostanziata della storia di quel progetto sfortunato. È appunto quanto fa Silvia Capuani. Il suo studio si incentra soprattutto sulla parte terminale di quella storia: la fase della cosiddetta “opposizione in aula” (ovvero dell’opposizione non aventiniana al governo Mussolini, maturata fra mille incertezze nell’ultimo scorcio del 1924), che sembrò per un momento restituire ai superstiti della vecchia classe dirigente un ruolo centrale e persino un simulacro di unità. Ma il saggio muove da una documentata, ancorché sintetica, ricostruzione, dei conati organizzativi avviati già nell’immediato dopoguerra. Una ricostruzione che, se da un lato conferma nella sostanza il giudizio corrente sulla difficile compatibilità fra la cultura liberale italiana e l’organizzazione partitica, dall’altro consente di articolare quel giudizio e di motivarlo non solo in termini definitori, ma anche sulla base dei comportamenti concreti di attori tutt’altro che inconsapevoli del passaggio storico che stavano vivendo.
Un discorso non troppo diverso si può fare a proposito del Movimento di unità proletaria (Mup), di cui si occupa nel suo saggio Sarah Verrengia. In questo caso ci troviamo di fronte a un movimento dalle dimensioni minime (non più di qualche centinaio di militanti in clandestinità o semiclandestinità) e dalla vita brevissima (pochi mesi, fra l’inverno e l’estate del ’43), ma dalle ambizioni smisurate: niente meno che rifondare da zero il movimento operaio italiano, in base a un progetto classista che aveva le sue origini nell’esperienza del Centro interno socialista degli anni Trenta e che scontava l’annullamento di tutte le vecchie identità partitiche in nome, appunto, dell’unità della classe, depositaria unica dei valori socialisti più autentici. Anche il Mup ha goduto, fino a tempi recenti1, di modesta fortuna storiografica, causa soprattutto l’evidente velleitarismo del progetto di cui era portatore: progetto destinato a infrangersi in tempi rapidissimi contro la più solida realtà delle reti e delle tradizioni socialiste non del tutto cancellate del ventennio fascista, oltre che del superiore radicamento, non solo nazionale, del più dinamico Pci (l’autrice individua infatti l’inizio del declino del Mup già negli scioperi operai del marzo 1943). Anche in questo caso, però, constatare l’inevitabilità di un fallimento non significa certificare una irrilevanza. Per quanto riguarda il Mup, la sua breve vicenda testimonia se non altro la forza del mito dell’unità proletaria come base legittimante di un movimento operaio concepito come tutto unico: un mito che lasciò tracce ben visibili non solo nella nuova denominazione assunta dal ricostituito Partito socialista (Psiup), ma anche in esperienze più tarde: dall’operaismo di Raniero Panzieri al nuovo Psiup nato dalla scissione del ’64. Lo stesso carattere utopico del progetto ci dice molto sul clima politico e culturale tipico di certe fasi di transizione traumatica: quando molti pensano di poter ricominciare daccapo facendo tabula rasa del passato o sciogliendo le vecchie appartenenze in contenitori del tutto nuovi. Il lavoro di Sarah Verrengia, fondato su una solida e minuta ricerca, e le due interessantissime testimonianze inedite che lo accompagnano (l’intervista a Giuliano Vassalli e il memoriale di Domenico Viotto) mostrano fra l’altro, a questo proposito, come il progetto di rifondazione del movimento operaio avesse coinvolto non solo giovani rivoluzionari, ma anche esponenti di rilievo della vecchia guardia riformista: del resto lo stesso Lelio Basso, il più noto e prestigioso fra gli animatori del Mup, aveva militato in gioventù nelle file del Psu.
Nel terzo saggio di questa sezione, Luca Polese Remaggi, già autore fra l’altro di un’importante biografia politica di Ferruccio Parri2, ricostruisce, sulla base di una documentazione in gran parte inedita, la breve storia di un’altra formazione politica piccola e sfortunata: la Concentrazione democratica repubblicana fondata, per iniziativa soprattutto di Parri e La Malfa, nell’imminenza delle elezioni del 2 giugno ’46 e subito stroncata dall’infelice esito di quella prova elettorale. Anche questo partito ha goduto di scarsissima attenzione da parte della storiografia, che lo ha di solito preso in considerazione solo in quanto scheggia minoritaria del Partito d’azione, frutto della scissione del febbraio ’46, a sua volta causata dall’affermazione della corrente socialista in seno al Pda. Dall’analisi ravvicinata di Polese emerge una realtà più complessa. Viene messa in rilievo la variegata matrice delle componenti confluite nel partito (il combattentismo democratico del primo dopoguerra, l’esperienza dell’amendoliana Unione democratica, il crocianesimo “progressista” dei De Ruggiero e degli Omodeo). È valorizzato il contributo (per lo più misconosciuto) della sinistra liberale appena fuoriuscita dal Pli e co-fondatrice della Concentrazione. Soprattutto si sottolinea come l’insuccesso politico di Parri e La Malfa fosse figlio di un precedente progetto fallito: quello che mirava a creare una vasta area di democrazia laica e riformista allargata ai socialisti, concorrenziale rispetto a Dc e Pci e capace di candidarsi in proprio al governo del paese. Rispetto a questa prospettiva – venuta meno per la precoce scelta classista del Psiup – la Concentrazione costituiva nulla più che un ripiego, che avrebbe dovuto tuttavia fungere da polo di attrazione per quanto ancora restava della potenziale area di “terza forza”. La sconfitta elettorale rese inattuabile anche questo progetto e determinò un’ennesima diaspora fra i numerosissimi intellettuali di prestigio che avevano aderito alla Concentrazione e che non avevano condiviso la scelta dei leader maggiori di entrare nel Pri. Non pochi di loro avrebbero finito, di lì a poco, per aderire al Pci o per fiancheggiare il Fronte popolare nel ’48: un esito paradossale per chi aveva contestato l’opzione socialista del Pda; ma anche la confessione implicita di un fallimento, di una storica delusione da rimuovere rifugiandosi nella braccia accoglienti del grande partito, capace, lui sì, di inquadrare e di mobilitare le masse.
Potrà apparire discutibile l’inserimento in questa sezione del saggio di Luigi Giorgi sulla corrente dossettiana e sui suoi difficili rapporti col governo e col partito fra la fine del ’49 e la primavera del ’50: un’altra analisi ravvicinata, basata su una documentazione di prima mano da poco accessibile agli studiosi (le carte di Amintore Fanfani conservate nell’Archivio storico del Senato). Qui non abbiamo a che fare con un piccolo partito né con un disegno palesemente velleitario. Stiamo parlando del più grande partito italiano, destinato a restare tale ancora per decenni, reduce per giunta dallo straordinario successo del 18 aprile ’48. Stiamo parlando, in particolare, di una corrente, quella dossettiana, che fu luogo di formazione di tanta parte della classe dirigente democristiana degli anni a venire. Eppure dalla ricostruzione di Giorgi emerge chiaramente (e questa non è una novità) una dialettica vivace fra le linee espresse dal gruppo dossettiano e le strategie di governo degasperiane. Emerge, al di là delle divergenze su singoli punti, una sostanziale differenza di impostazione e di approccio ai problemi. Emergono soprattutto i lineamenti di un progetto economico-sociale non privo di tratti utopici, ispirato in parte al keynesismo, in parte alla tradizione del solidarismo cattolico, comunque chiaramente alternativo alle scelte caratterizzanti della prima stagione centrista: un progetto solo parzialmente realizzato nella breve fase delle riforme (1950-51), cui peraltro i dossettiani diedero un decisivo contributo, e poi di fatto accantonato, o quanto meno profondamente modificato, anche dopo l’avvento alla guida della Dc degli esponenti della “seconda generazione”. Già alla fine del ’51, del resto, la decisione di Dossetti di abbandonare le cariche di partito e la stessa militanza politica era suonata come la presa d’atto di una sconfitta: dell’impossibilità di trasformare il partito (tutto il partito) nello strumento per l’attuazione di quel progetto.

Note

1. Nel 2005 è uscito un volume (per i tipi della Carocci) curato da G. Monina, Il movimento di unità proletaria (1943-1945), che contiene fra l’altro un ampio saggio di Fabrizio R. Amati dallo stesso titolo.
2. L. Polese Remaggi, La nazione perduta. Ferruccio Parri nel Novecento italiano, Il Mulino, Bologna 2004.