Gli Slavi nella stampa fascista a Trieste (1921-22).
Note sul linguaggio

di Adriano Martella

Le pagine che seguono hanno per oggetto l’analisi di alcune delle espressioni contenute nel quotidiano fascista “Il Popolo di Trieste” − nato nel dicembre 1920 − riguardanti gli Slavi e la politica da attuare nei loro confronti. È una raccolta di frasi e argomentazioni limitate all’arco cronologico 1921-22 che mira a evidenziare quali siano i topoi che esprimono con maggiore chiarezza le caratteristiche del linguaggio antislavo di questo primo fascismo giuliano; attraverso l’analisi delle ricorrenze tematiche e linguistiche ci ripromettiamo di verificare se esistono, nel nucleo ideologico attorno a cui lo squadrismo va strutturandosi in movimento politico e quindi in partito, le premesse per la successiva politica di snazionalizzazione nei confronti degli «allogeni» slavi; inoltre, cercheremo di inserire tali manifestazioni di ostilità nel contesto della mentalità razzista, intesa come operazione di naturalizzazione della differenza1.
Il risultato di quest’analisi servirà a comprendere meglio la specificità del pregiudizio contro gli Slavi − che costituisce parte essenziale del bagaglio ideologico dello squadrismo fascista nella Venezia Giulia − e che va inteso come punto di convergenza tra l’esasperazione nazionalistica fatta propria dal fascismo e la volontà di dominio anche simbolico sulle minoranze che si manifesta in quegli anni in un’ampia parte della società locale. Particolare attenzione merita una distinzione tra le espressioni ispirate al concetto di «scontro di civiltà» e quelle che, invece, si fondano sul substrato irrazionale dell’odio razziale, anche se tale distinzione è spesso molto sfumata. L’intenzione che ci guida è quella di evitare di trasformare il razzismo antislavo in una chiave di lettura universale per spiegare le violenze perpetrate dai fascisti, come anche quella di mostrare l’inconsistenza di una ricostruzione che attribuisca al fascismo giuliano il carattere di semplice esasperazione del principio di “difesa nazionale”, parte del bagaglio ideologico dell’irredentismo nazionalista e nazional-liberale prebellico. Si rischierebbe, altrimenti, di accreditare la visione apologetica che vuole il fascismo erede e continuatore della lotta per l’emancipazione nazionale degli italiani nell’ex Litorale asburgico, un mito che il regime fascista ha largamente sfruttato per rivendicare la propria missione storica nelle terre al confine orientale2.
Il razzismo è un fenomeno che attiene alla sfera della mentalità. Riguarda il modo in cui una società considera una parte di sé come biologicamente estranea, culturalmente irriducibile a causa di determinate caratteristiche da attribuire alla “razza” della parte minoritaria stessa. È sintomatico il ritardo con cui la storiografia ha affrontato il razzismo fascista e le insufficienze teoriche che sconta quando tenta di collegarvi la politica italiana del primo dopoguerra verso le minoranze nazionali. Questo perché, fino a tempi recenti, trattando di razzismo italiano, sono state elaborate teorie che, avendo come riferimento esclusivo l’antisemitismo nazifascista, ruotano attorno solo al concetto di discriminazione e non riescono a rappresentare in modo convincente il peculiare razzismo antislavo del fascismo italiano. Il quale lasciava aperta e anzi propugnava l’assimilazione delle masse “allogene” all’interno della compagine nazionale3.
Mosse ha spiegato come il razzismo nazista abbia costruito il suo nucleo ideologico attorno alle dottrine frutto dell’incontro della mentalità “biologistica” e colonialista di fine Ottocento con la mentalità antisemita, culturalmente ben radicata in Germania e in Austria4. Poljakov ha descritto invece il processo di costruzione di un mito “ariano” delle origini, quale elemento fondante del principio della nazionalità in molti paesi dell’Europa: un mito che raccontava alla memoria collettiva la migrazione di genti gote destinate a soggiogare le popolazioni autoctone, élite di guerrieri dominanti e sostrato di plebe inerme, a fondamento delle differenze di ceto e delle gerarchie sociali5.
La situazione italiana merita alcune considerazioni specifiche. Da una parte bisogna assumere il passato della penisola come elemento che caratterizza una difficoltà tutta peculiare di definire l’italianità sotto un profilo etnico omogeneo, per cui solo il ruolo imperiale di Roma poteva servire da surrogato per l’equivalenza Stato-Nazione; dall’altra occorre considerare la componente totalizzante dell’ideologia fascista nella sua accezione di esaltazione del principio di italianità, ovvero come affermazione dell’interesse nazionale, percepito come “tutto organico”, in risposta alla lotta di classe emersa con virulenza nel primo ventennio del Novecento. In questa prospettiva si colloca l’annessione delle province giuliane, appartenenti al dissolto Impero austro-ungarico fino al termine della Prima guerra mondiale, che comprendevano zone abitate da popolazioni mistilingui e zone (prevalentemente rurali) a maggioranza slovena e croata. Nei primi anni Venti, la Venezia Giulia fu teatro di scontri e violenze che ebbero come protagonista il nascente fascismo, organizzato in squadre d’azione. Queste ultime godettero dell’appoggio dell’autorità italiana e dell’esercito quando presero di mira le organizzazioni socialiste e quando portarono lo scompiglio nelle associazioni, nelle manifestazioni culturali e nei villaggi sloveni e croati.
Come scrive Elio Apih, «L’offensiva fascista colpì sedi culturali, politiche e sindacali socialiste e slave in tutta la regione, e si sfogò in violenze quotidiane, piccole e grandi, che andavano dall’umiliazione e dalla beffa sino all’assassinio a sangue freddo; il getto di bombe divenne un fatto quasi giornaliero»6.
Le azione squadristiche furono caratterizzate dalla capillarità della violenza, scatenata contro le sedi più minute e disperse. La capacità tattica di offensiva dei fascisti era assicurata da mezzi di trasporto messi a disposizione dall’esercito e da alcuni gruppi industriali. La convergenza degli interessi tendeva a favorire l’identificazione di fascismo e italianità, accattivandosi le simpatie della borghesia liberal-nazionale triestina e giuliana. Orientando la pubblica opinione contro la minoranza slava, nello stesso tempo la si distraeva dai problemi veri e reali della situazione economica7. La logica distruttiva del «fascismo di confine» trovava un punto d’incontro con lo Stato nella volontà politica dell’Amministrazione straordinaria di prevenire violentemente qualunque tentativo di sollevamento delle popolazioni slave in favore dell’annessione alla neonata Jugoslavia8.
Dalla prima definizione di questo fascismo “locale”, derivano tutta una serie di corollari che sottolineano retoricamente la sua peculiarità: «politica di confine», «scuola di confine», «cultura di confine» ecc.9. Romanità, mito irredentista, mito della Grande guerra, sono gli elementi costitutivi della «cultura di confine»: il ricordo della Decima Regio augustea, il sangue versato per i «giusti confini della Patria», legittimano l’opera del fascismo che fa del «confine» l’orizzonte più alto della sua azione propagandistica. È un confine inteso come linea di netta separazione rispetto ai popoli dell’Europa balcanica, innanzitutto: distinzione di civiltà, «cinta di protezione», ed insieme «spalto» sempre pronto per l’aggressione e l’offesa10.
L’ideologia «di confine» non esclude totalmente i contatti con le popolazioni slave all’estero. Solo che questi contatti hanno lo scopo di impressionare «lo straniero» affinché comprenda la grandezza della nuova Italia, magari facendosene propagandista in patria; la cultura diventa così sinonimo di prevaricazione e di esibizione. Allo stesso tempo la «cultura di confine» esige che al proprio interno essa si mostri compatta, monolitica: ogni difformità (di libertà non è più lecito parlare) rischia di incrinare l’assetto militaresco che ad essa si vuole imporre.
Lungo questa linea comune si struttura il rapporto fra il nascente fascismo e l’Amministrazione straordinaria italiana nelle Nuove Province orientali. I Commissari civili erano a capo di «regimi quasi autonomi»11, e non mancarono di esercitare i loro larghi poteri per frenare il ritorno alla normalità nei territori a maggioranza slava o etnicamente misti. L’Amministrazione straordinaria affidò gradualmente i comuni a maggioranza slovena e croata a dei commissari, destituendo i Consigli eletti e i Sindaci12.
La percezione delle minoranze slave da parte del Commissario Antonio Mosconi equivaleva in sostanza a quella di «alieni», i cui diritti erano subordinati alla lealtà assoluta da loro mostrata nei confronti della nazionalità maggioritaria13.
Enzo Collotti stabilisce una linea di continuità ideale tra la definizione data alle minoranze e gli intenti politici di cui esse furono vittime. Infatti il termine “allogeno” era stato utilizzato sin dall’Ottocento, ma il suo uso generalizzato assume un particolare significato sotto il regime fascista. L’intento era quello di convincere l’opinione pubblica che non esistevano nella società italiana minoranze nazionali; si voleva evitare – ostentando una connotazione apparentemente neutrale – di pronunciare parole come tedeschi o slavi, per non sottolineare l’esistenza di comunità che avrebbero avuto diritto a tutelare la propria identità nazionale e cultura­le. «Come se la scomparsa delle parole comportasse la scom­parsa del problema. La sterilizzazione del linguaggio era uno dei canali per fare introiettare alla grande massa del pubblico messaggi apparentemente neutri, ma in realtà di grande im­patto emotivo e di grande significato politico»14.
Il termine “allogeno”, comunemente usato da Mosconi, sottintendeva la politica artificiosa della nazionalità perpetrata dall’Austria ai danni dell’elemento italiano “indigeno”; una civiltà antica e superiore come quella italiana, riteneva Mosconi, avrebbe ben potuto sottomettere pacificamente le minoranze e assimilarle. Il Commissario però, ben informato su quanto stava avvenendo in Russia, equiparava la cultura da lui definita “slava” al bolscevismo. La categoria anonima “allogeni” veniva generalmente usata per le minoranze nazionali in Italia, mentre il termine “slavi”, relativamente più specifico, era utilizzato per definire le organizzazioni socialiste15. Perciò la caratterizzazione delle minoranze di lingua d’uso slava (comprese quelle che parlavano anche l’italiano) come invasori alieni di un territorio che era intrinsecamente italiano, relegò la cultura slava ai margini di un Oriente bolscevico e balcanico16. Forte di tali convinzioni, Mosconi non esiterà ad additare il pericolo socialista come massima minaccia contro la già debole autorità dello Stato, alimentando le immagini della lotta tra Italiani e Slavi nella regione di confine, che appartenevano al bagaglio ideologico nazionalista, con i clamori delle lotte sociali in atto, trasformando lo scontento e le agitazioni della classe lavoratrice in provocazioni anti-italiane e slave17.
Non dobbiamo perciò stupirci del fatto che Mosconi appoggerà le Squadre d’azione fasciste di Francesco Giunta per reprimere, insieme, i nemici della nazione socialisti e Slavi, o «slavo-comunisti», favorendo allo stesso tempo la diffusione di uno degli stereotipi antislavi più vividi e persistenti del periodo fascista.

1
I primi anni di attività de “Il Popolo di Trieste” contro gli Slavi
(1921-22)

Nel dicembre 1920 nasceva il quotidiano fascista cittadino, “Il Popolo di Trieste”, la cui direzione era affidata a Francesco Giunta e a Piero Belli18 e sulle cui pagine si possono rintracciare, in quei primi anni, già parecchi degli elementi programmatici e ideologici che si coagularono intorno al mito politico del «fascismo di confine».
Già nel primissimo periodo di pubblicazione, il quotidiano fascista cercava di rivendicare per sé il monopolio del linguaggio patriottico, favorendo un’identificazione tra italianità e fascismo che, una volta trasformata in dogma incontestabile dal regime, avrà vaste e tragiche conseguenze per le relazioni interetniche nella regione19.
Allo stesso tempo, gran parte delle invettive rivolte contro gli Slavi contengono l’accusa che essi rifiutano la nuova condizione di sudditi italiani e anzi sono ostili in modo irriducibile all’Italia e ai suoi abitanti. Al giornalista del seguente articolo preme sottolineare che questo non c’entra nulla con l’avversione politica al fascismo:

Da Muggia. Bassezze...
Risulta che a Muggia – e propriamente al cantiere S. Rocco – operai di quelli che predicano la libertà di pensiero – in un’adunanza tenuta prima nel cantiere stesso, poi alla Casa del Popolo, abbiano deciso quanto segue: 1. di bastonare quelle donne – figlie o mogli – che osassero portare a mezzogiorno il pranzo agli operai italiani. Si noti italiani e non fascisti, perché essi sono slavi...
[...] Questi sistemi mettono bene in luce l’onestà e la civiltà di certa gente20.

La spiegazione fornita dal “Popolo di Trieste” per questa ostilità degli Slavi nei confronti dell’Italia è basata su una serie di argomentazioni “storiche” che individuano nella politica dell’Impero austriaco, ormai dissolto, la principale responsabilità. L’«odio di razza» però, volendo prestare fede a questo articolo, ha radici antiche:

Vampe istriane
Anche una volta, adunque, per i pendii e per le piagge istriane stride la fiamma che s’alimenta dell’antico odio di razza, vivida e violenta come quella che si sprigiona dal cozzo dell’acciaio e della selce.
Per i fulvi solchi della vecchia terra italica scorre buon sangue giovine: è l’episodio novissimo della lotta millenaria che ha il suo esordio nel placito del Risano dell’800, che si addensa più tardi, quando la Repubblica veneta vuole sostituire agli originari coloni latini, distrutti dalla peste, quei selvaggi villani schiavoni, che furono altra peste più mortale ancora. E si esaspera infine dopo la sventura di Lissa, quando l’Austria inquadra in un sistema politico di distruzione il movimento nazionale. Dalle vette aquilonari delle Alpi fino alle ultime propaggini delle Dinari che erompe il grido slavo: gli italiani a mare [...]21.

L’Austria, sulla scia dell’esempio di Venezia, avrebbe introdotto artificialmente in territori italiani questi intrusi, aizzandoli contro la popolazione «indigena» e determinando la loro arrogante ascesa sociale; questo sarebbe avvenuto ponendo elementi slavi in posizioni chiave all’interno della società civile, ovvero nelle scuole, nelle parrocchie, nei tribunali, nelle gendarmerie. Gli stessi Slavi sono impiegati nella forza pubblica del «rinnegato» Zanella a Fiume, dando così ai fascisti una dimostrazione ulteriore di come essi siano pronti a lasciarsi coinvolgere ovunque si tratti di reprimere l’italianità (si noti l’appellativo «giannizzeri»):

Vecchio sego imperiale. “Italiani... croati”
I giannizzeri di questo novello imperatore del Sahara [Zanella], entrano ed escono dalla caserma, individualmente, facendo le dovute riverenze alla sentinella, al nostro fante che li guarda in cagnesco, perché puzzano ancora di vecchio sego imperiale. Incompatibilità dei globuli rossi!22

L’immoralità di questa politica è, per i fascisti, palese: basti pensare che gli slavi sono, dal punto di vista culturale e civile, nettamente inferiori agli italiani e, dal punto di vista della coscienza nazionale, si sono mostrati così deboli nei confronti dell’Austria da meritare la definizione di «schiavi contenti»; tanto che, nel nostro Paese, l’ignoranza di tutto ciò che riguarda il mondo slavo ha reso impossibile ogni ipotesi di fratellanza posta sul solco delle idee avanzate, a suo tempo, da Mazzini:

Oh santa ingenuità! (Risposta all’“Edinost”)
Il mondo slavo, prima della guerra, era presso a poco sconosciuto in Italia. [...] i czecoslovacchi e i jugoslavi, non avevano lasciato alcuna traccia notevole della loro esistenza nel campo della civiltà, della scienza o dell’arte. Il lungo servaggio aveva intorbidito e infiacchito le coscienze. Qua e là qualche barlume, specie tra i czecoslovacchi, e nulla più. I jugoslavi, a eccezione della Serbia, s’erano adagiati benissimo nel comodo cuscinetto dell’Austria, ed erano schiavi contenti. L’Italia doveva, quindi, disinteressarsene. [...] Gli unici italiani, che avessero qualche interesse immediato ad osservare lo sviluppo intellettuale, civile e culturale degli slavi, erano gli italiani di queste regioni. Ma l’Austria aveva seminato l’odio tra gli uni e gli altri. E gli slavi si accontentavano di essere i suoi sicari preferiti. [...] Ecco le ragioni per cui, i nipoti di Giuseppe Mazzini non potevano intendersi con gli slavi, e meno che meno amarli e rispettarli. La colpa era tutta dei novelli colonizzatori di queste antiche terre italiche, i quali, per l’ansia di sopraffare, ricorrevano alla frode, alla rapina, alla forza, alla violenza e al più basso spionaggio23.

L’atteggiamento degli Slavi divenuti sudditi italiani sarebbe allora la necessaria conseguenza di questa politica di «snazionalizzazione» perpetrata dal passato regime, di cui essi avrebbero accolto l’eredità. Il passaggio seguente si concentra sul tema della cospirazione:

Necessità
Chi scrive ha vissuto, ha vissuto una delle epoche più turbinose dell’Istria. Mentre ricorda che negli anni di sua fanciullezza esisteva una entente cordiale tra abitanti italiani delle città e villici slavi della campagna – i primi pronti a soccorrere nei materiali bisogni i secondi; e questi ben consci di essere venuti ospiti in tempi relativamente poco lontani – vede, come in una successione cinematografica, cangiarsi quell’idillio nelle lotte più accanite, e talvolta feroci, per opera di pochi agitatori: preti, avvocati e maestri.
Costoro, nati nelle campagne, e sprezzanti del gentil sangue latino, [...] tutto dimenticarono il bene ricevuto e con crescente furore impresero la guerra contro di noi vale a dire contro tutta la nazione italiana.
Si predicò che l’avvenire sta nelle mani delle nazioni giovani e che la nostra stirpe è ormai decrepita, destinata a lenta e sicura morte. Si seminò a piene mani l’odio contro l’Italia, di tra le masse ignoranti della campagna. [...] La terribile guerra mondiale fu per noi la massima fortuna: senza di essa l’avremmo finita male e l’Istria sarebbe stata dalmatizzata. Il governo austriaco aveva nelle sue mani tutti i mezzi per soffocarci, per distruggerci.
Gli è perciò che gli slavi, vista sfuggir loro dalle fauci la preda, quando la credevano sicura, sono in uno stato d’animo di grande esasperazione.
In Trieste, che vent’anni fa si riteneva inespugnabile baluardo italiano, essi slavi erano già riusciti a penetrare, a organizzarsi, a costruire un grande centro di riunione, a fondare potenti istituzioni economiche e giornali e scuole. [...]
Non ci sarebbe stata barba di socialista ad impedire l’ingordigia slava su queste terre benedette dalla natura, come nessuno poté trattenere i barbari invadenti l’Italia per la sua indifesa Porta orientale nel medioevo. [...]
Come i fondatori di Aquileia furono soldati e agricoltori a un tempo, destinati a vigilare sui confini della patria, e tali furono pure i custodi del Vallo romano, costruito poderosamente da Haidovium (Aidussina) a Tersatica (Fiume), così dobbiamo noi, veneti delle Giulie, prendere il loro posto e non tradire noi e la nazione tutta mancando al nostro preciso dovere24.

Come si è appena visto, una delle espressioni denigratorie contro gli Slavi ritenute più efficaci dalla propaganda fascista, è quella di «barbari». Tale espressione, retaggio del nazionalismo alla Timeus25, era particolarmente adatta a veicolare l’idea della necessità di difendere la civiltà italiana dalle «infiltrazioni» di un popolo che sembrava avere caratteristiche culturali prossime alla condizione incivile. Da notare, poi, il passaggio in cui si evoca la tradizionale gerarchia sociale tra Slavi contadini (ben consci, scrive il giornale, della propria natura di ospiti in terra altrui) e Italiani cittadini, presentata come esempio di idilliaco equilibrio tra le etnie: questo equilibrio era stato irrevocabilmente compromesso dall’azione sovvertitrice di alcuni «propagandisti», perlopiù del ceto medio. Si tratta delle stesse categorie sociali che furono, in quegli anni, perseguitate dalle autorità militari; gli elementi «antinazionali» pericolosi per l’Italia perché custodi di una coscienza nazionale e di una cultura considerate «aliene»: i preti, i maestri, gli avvocati. Nei loro riguardi si sottolineano i legami che essi intrecciano con forze straniere di oltre confine:

Cronaca della provincia. In tema di elezioni amministrative. Sulla riviera liburnica
[...] gl’italiani della riviera, desiderosi di far opera di pacificazione e di venire, essi stessi, incontro all’elemento slavo, corrotto spiritualmente dalle ambizioni di alcuni biechi agitatori che stanno con due terzi del corpo di là e con un altro terzo di qua [...]26.

Un fattore ritenuto strategico per la penetrazione della nazionalità dominante nelle aree «allogene» era l’organizzazione scolastica, perciò le autorità si concentrarono sulle scuole slovene e croate con l’intenzione di sbarazzarsene27. La funzione essenziale della scuola in una regione mistilingue per il predominio di una nazionalità sulle altre viene rilevata con chiarezza dai redattori de “Il Popolo di Trieste”, come si legge nel seguente passaggio:

Risposta ad un’inchiesta adriatica
Nella scuola elementare, palestra prima di ogni insegnamento devono basarsi le salde fondamenta della Nazione futura.28

Ecco di seguito le accuse rivolte contro i sobillatori che si nascondono nelle scuole giuliane:

Propaganda slava nelle nostre scuole del territorio
Le scuole slave – e ciò per la troppa tolleranza del Governo – sono oggi veri centri di propaganda sovversiva. [...] I più fanatici jugoslavi, i più intransigenti in materia di collaborazione coll’Italia sono i docenti [...] la propaganda d’odio sottile e velenoso contro tutto quello che sa d’italiano continua [...]29.

Sul quotidiano troviamo quasi ogni giorno accuse rivolte personalmente a questo o quell’elemento «sovversivo» che, vestito in abito sacerdotale, svolge (soprattutto nei piccoli centri o nelle campagne) attività propagandistica tra le masse «allogene» in favore della Jugoslavia o comunque in odio all’Italia. Tenendo presente che i sacerdoti e il partito clericale si erano distinti nel corso della guerra per il proprio lealismo verso l’Imperatore, non stupisce l’appellativo di «austriacanti» che viene loro attribuito30. Nell’articolo che segue si sottolinea il legame che c’è tra un sacerdote «antiitaliano», già definito «bavoso succhiatore del sangue umano»31, e lo Stato jugoslavo, che dirige da oltre il confine la sovversione:

Da Nabresina. Preti indegni
[...] Egli ubbidendo ai padroni d’oltre confine si serve del confessionale e del pulpito per influire sull’animo dei paesani e soprattutto delle donne, affinché la fiamma dell’odio, alimentata dallo spauracchio dell’inferno, continui a spandere i suoi sinistri bagliori onde possa soffocare la fiaccola della civiltà italiana ed imperare sui campi seminati di croci, spargendo l’ignoranza e la rovina per poter ribadire le catene della schiavitù32.

Un secondo articolo di accusa contro il prete di Nabresina presenta un linguaggio francamente razzista: la sua condotta, definita «incivile», è giudicata peggiore di quella delle popolazioni coloniali libiche:

Da Nabresina. Preti indegni
[...] Il prete decisamente si rifiutò di recarsi al capezzale del morente, venendo, così, meno ai suoi doveri di ufficiale dello stato civile, di curatore d’anime, ed infine mancando ai comandamenti umanitari che imperano anche fra i popoli incivili, fra i popoli che noi chiamiamo barbari. Don Vodopivec ha dimostrato parecchie volte di essere molto inferiore agli indigeni che abitano i deserti libici33.

Il passaggio seguente paragona il rito slavo alle «bestemmie d’una lingua sconosciuta» e lo considera un mero strumento di propaganda politica. Interessante il fatto che un articolo tanto violento si appelli al diritto di donne e bambini ad avere accesso alla comprensione dei riti religiosi.

Da Volosca. Liturgia slava nella Liburnia
[...] Perché si deve tollerare ancora l’abuso della liturgia slava? Siamo forse in Jugoslavia? [...] Non si domanda nessun privilegio di sorta, si pretende soltanto che le nostre donne e i nostri bambini possano frequentare la chiesa, senza esser nauseati dalle bestemmie d’una lingua sconosciuta qual è per noi il rito slavo, ch’è uno strumento di propaganda politica nelle mani di fanatici panslavisti [...]34.

Questi preti sobillatori godrebbero della protezione delle più alte gerarchie ecclesiastiche locali, e si servirebbero della stampa slava come strumento di penetrazione:

Da Tolmino. Un prete modello!
Non passa giorno che nella regione non si verifichi qualche incidente di anti-italianità, dovuto in ispecie ai preti che disgraziatamente pullulano in queste terre. Naturalmente i preti sono slavi e son fedeli seguaci delle criminose tendenze del vescovo di Gorizia [...]. Il detto prete è, naturalmente, appoggiato dai giornali sloveni, i quali, essendo molto diffusi in questi paesi, traviano l’anima degli abitanti facendoli diventare italofobi al punto tale da divenire un giorno un vero e reale pericolo interno, molto più temibile perché al confine di questo angolo di mondo nel quale vivono i nostri più accaniti nemici35.

Non mancano neppure i legami paradossali tra i sacerdoti e i comunisti, tutti pronti alla lotta per la causa comune della sovversione:

Un prete slavo
Non bisogna dimenticare che a Canfanaro vi è un prete tale Miko Sutic il quale è sempre stato un tenace nemico degli italiani. Più volte denunziato anche alle stesse autorità da parte di alcuni Canfanaresi che nei pressi dell’Istria e specialmente nei pressi di Canfanaro viene distribuito gratis un libello in lingua slava “Puchj Priatelj” (Fratello concorde) e che i principali componenti del partito comunista sono intimi amici e confidenti del prete e durante le feste religiose portano in giro le sacre immagini36.

L’accostamento tra il prete e il comunismo, per quanto improbabile, si presta per introdurre uno dei topoi più frequenti utilizzati dai fascisti nella loro polemica antislava, che si è rivelato straordinariamente persistente e che è perfino sopravvissuto al regime: si tratta dell’identificazione tra slavi e comunisti, che abbiamo visto come fosse condivisa dallo stesso Mosconi37.
Essenziale per la sua chiarezza è l’articolo del 12 febbraio 1921, in cui si riporta il contenuto di un editoriale uscito su “L’Idea Nazionale”, volto a dimostrare la predisposizione particolare delle popolazioni slave della Venezia Giulia verso la svolta bolscevica del socialismo:

Echi romani…
A Trieste, come a Gorizia, come a Pola – prosegue l’Idea Nazionale – l’accordo fra slavi e socialisti contro gli italiani si era manifestato attraverso episodi memorabilmente scandalosi fin dai tempi della luogotenenza di Hohenlohe. [...] D’altra parte il prevalere della nuova mentalità anarcoide russa sul vecchio socialismo possibilista pittoniano di tipo tedesco, attraeva sotto la bandiera rossa molte reclute insperate dal campo delle associazioni clericali slave. Anzi, la cosa andò tanto oltre che gli antichi socialisti triestini principiarono a mostrare di allarmarsi per cotesta penetrazione nazionalista slava nelle file del partito. In occasione del congresso di Livorno, la scissione si operò anche a Trieste, ma in maniera tutta speciale e caratteristica: coloro che, bene o male, si ricordavano di essere ancora, nonostante tutto, italiani di lingua e di razza se non di sentimento, si schierarono dalla parte degli unitari; gli slavi e gli slavizzanti passarono col Tuntar dalla parte dei comunisti [...]. I torbidi emissari di Mosca e di Belgrado ne saranno ormai convinti. Tempo fa era il Balkan; l’altro giorno, l’Edinost; ieri, il Lavoratore dei comunisti che sono in grande maggioranza slavi e agiscono in nome dello slavismo38.

Le successive argomentazioni prendono spunto dal fallimento della politica “morbida” voluta dalle autorità di occupazione, soprattutto da Petitti di Roreto, che ha così indirettamente facilitato la diffusione del comunismo in queste zone, ad esso già predisposte per via del bilinguismo e del passato austriaco:

Risposta ad un’inchiesta adriatica
Si agì con inconsulta debolezza, con leggerezza imperdonabile nei riguardi delle popolazioni allogene, lavando il tutto con la troppo comoda generosità latina (vedi Petitti e successori) [...]. Si accentuò il movimento dello slavo, indirettamente favorito col lasciarlo tutto fare, si impastò fruttuosamente la broda del bolscevismo che, venuto di Russia, trovava qui, in mezzo alla bilinguità, ai ricordi sopravvissuti del passato regime, alle anime semplici non anche nazionalmente formate, il terreno più adatto per fruttificare, per inquinare, sgretolare, scompaginare39.

Il metodo con cui questi «slavi-comunisti» colpiscono è solitamente quello dell’imboscata (atto codardo per eccellenza secondo i fascisti); a volte a farne le spese sono proprio gli squadristi, come accade per l’assassinio di Beuzzar:

La bestiale ferocia. L’imboscata ai fascisti – Il fascista Beuzzar assassinato
[...] ma il loro arrivo fu notato dai bolscevichi del luogo, i quali, non osando aggredirli in campo aperto, prepararono loro l’imboscata feroce che doveva costar la vita ad uno dei nostri. [...] La loro presenza fu notata da alcuni individui notoriamente slavi e bolscevichi che si trovavano nella trattoria Stipanic. [...] I fascisti hanno subito risposto al fuoco [...]. Esaminata la situazione del paese e della zona attorno, non vi poteva essere alcun dubbio: il reato doveva essere stato compiuto dagli slavi camuffati come al solito da bolscevichi40.

Altrove l’accostamento concettuale slavo-comunista è dato quasi per scontato, come nell’espressione che riportiamo qui sotto:

Da Gorizia. Tentativi di energia comunista
[...] Un terzo episodio [...] si verificò la medesima sera a S. Andrea sobborgo vicinissimo alla città e abitato in massima parte da slavi, quindi da comunisti41.

Il comunismo di marca russa e, a volte, anche il suo emulo giuliano, sono fatti oggetto di disprezzo attraverso la connotazione razziale di «mongolico»; lo provano questi due brani:
Da Pola. Signori giurati, non si scherzi col fuoco!
[...] E rallegratevi, o ceffi mongolici, uccisori di un Beuzzar, di un Petronio, di un Oravich42.

In parentesi. Agonia…
In mezzo alla sparizione dei giornali auspicatori della redenzione e sulle ceneri del “Piccolo” soppresso dalla razzamaglia austro-slava, il “Lavoratore” eresse le sue granitiche basi e divenne la rocca forte dell’anti-italianità [...]. E ingrossando le proprie schiere di tutti i detriti del cessato impero, e accogliendo in massa tutta la torma slava, farneticò di divenire il centro strategico del bolscevismo italiano ai servizi di quello mongolico che pagava e ricompensava in moneta sonante43.

Come abbiamo già avuto modo di osservare, nel descrivere l’attività dei sobillatori slavi, si pone spesso in evidenza la natura prettamente opportunistica dell’ideologia comunista, che in realtà nasconderebbe intenzioni irredentistiche e un nazionalismo feroce; a queste velleità si risponde, altrettanto ferocemente, in un articolo per molti versi paradigmatico del modo di presentare gli Slavi da parte del giornale triestino, oscillante tra dichiarazioni conciliatorie e minacce spietate:

Verso le elezioni. Inizi di lotta e propaganda slava
Il presidente della Società politica «Edinost» ha voluto dichiarare in un pubblico comizio tenuto a Divaccia, che «gli Slavi non vogliono con il loro voto né provocare plebisciti né inscenare dimostrazioni: vogliono soltanto che gli Italiani li conoscano!» E per conoscerli a fondo... le mitragliatrici e le bombe devono spazzare uomini e case in quel di Carnizza, Segotti, Momorano e Zucconi, e reprimere con metodi assai salutari la più efferata violenza dei nemici della nostra Nazione e dello Stato. Nelle rivolte dei contadini croati nella zona dell’Arsa c’è soltanto apparentemente del comunismo; ma in sostanza, sia pure abilmente ammantato, molto nazionalismo jugoslavo, che viene somministrato alla mente del contadino e dell’operaio sotto la marca di autonomia o di repubblica. [...] Fino a tanto che gli agitatori slavi ricorreranno a metodi di lotta, così apertamente anti-italiani, antinazionali e antistatali e non dimostreranno, non a parole ma con fatti irrefragabili d’aver sinceramente riconosciuto il fatto compiuto e di rispettare e di voler fare rispettare dai propri connazionali l’Italia, a cui soltanto appartengono le nostre terre, consacrate dalla nostra vittoria, fino allora non si darà loro alcuna tregua. E gli italiani tutti, fascisti e non fascisti, lotteranno sempre più tenacemente e violentemente. Non si può tollerare che emissari jugoslavi e poco scrupolosi propagandisti, [...] inferociscano come ora, coi metodi più abietti la popolazione slava della nostra Venezia Giulia, che a dispetto loro anela ardentemente alla pace e non vuole altro che poter vivere in buona armonia con gl’Italiani di queste terre44.

In un’altra occasione si sottolinea la continuità tra lo jugoslavismo e il comunismo descrivendo in modo grottesco un sostenitore del quotidiano “Il Lavoratore” che versa una sovvenzione al suddetto giornale in valuta jugoslava:

Valuta estera…
E m’è parso di vedere un jugoslavo arrivare tutto ansante agli sportelli del Lavoratore, bestemmiare in serbo, ciccare in croato e soffiarsi il naso in sloveno; poi trarre dalle pulite saccoccie [sic!] il biglietto da dieci dinari e consegnarlo, esclamando: servirà per propaganda a favore di «porca taliana»45.

In un articolo già citato in precedenza, Antonio Palin traccia un quadro che sembra ricollegare in un unico piano sovversivo tutti i fenomeni politici finora tratteggiati e prospetta una soluzione che ha il sapore della «bonifica etnica»:

Vampe istriane
[...] Ma la gravità è ora più grande che sotto il crollato impero. Il movimento nazionale cioè attinge anima e vita dall’irredentismo slavo, che ne forma l’ossatura più robusta e che si prefigge viste assai vaste e lontane. Ma oltre a questa armatura politica, esso sfrutta e subordina tutti gli elementi torbidi e insurrezionali del bolscevismo, che, derivando dalla gran madre Russia, ben nota agli slavi giuliani per antiche corrispondenze, si colora e si plasma stranamente con forme nazionali. Quindi, movimento bolscevico e slavo concordano meravigliosamente nell’azione ideale e pratica, tanto immediata che lontana. A tale programma politico sociale adunque si informa tutta l’azione degli slavi giuliani, massime in Istria. S’intende, nella concezione elevata degli agitatori; perché la massa bruta, selvaggia e incosciente, nulla comprende di tutto ciò, ma fanatizzata ed esaltata, si schiera risolutamente e con esaltazione quasi ieratica attorno ai suoi agitatori. E questi sono sempre gli stessi uomini, calati fra noi da lontano e che formano la insolubile e sinistra trinità del prete, del maestro e dell’avvocato. Chi conosce il contadino croato dell’Istria, sa che esso sarebbe tranquillo, lavoratore e tutt’al più ladrone: mai però agitatore politico, se non lo sobillasse la mala genia venuta da fuori. [...] O gli slavi disarmeranno idealmente e praticamente, massime nella lotta politica, o noi, favoriti dall’ordine mutato, serreremo le nostre file con la fede e con la forza della nuova Italia e non daremo loro né tregua né quartiere, finché non li avremo ributtati oltre i monti, da cui scesero un giorno. C’è tanti e robusti coloni italici ancora da frangere le nostre glebe o da rintegrare i nostri maggese46.

Gli Slavi divengono quindi il paradigma di tutte le forze politiche che si oppongono all’italianità, identificata nel fascismo. Sono ad essi accordati tutti i privilegi che invece si negano agli italiani autentici; questo in ragione del fatto che godono ancora di protezioni locali ben sedimentate, secondo quanto riportato dalla testimonianza di un lettore:

Voci del pubblico. Passeggiate al Punto Franco
[...] quello che più mi ha colpito sono stati certi signori dal berretto nero carico di filetti d’oro, con nel mezzo lo scudo sabaudo; stemma che contrastava maledettamente con certe facce rosse, contornate da un bel paio di baffi a corna di bue, figure deliziosamente tipiche di «kriki patochi». [...] sono gli impiegati superiori dei rr. M.G. Io, malgrado che da venti anni cammini per queste rive, non sarò mai un impiegato superiore, decorato di tanti filetti d’oro... e lo sai perché? [...] Perché io sono in una sezione ove per essere bene quotati bisogna non appartenere alla Venezia Giulia, ma essere venuto quaggiù dalla Jugoslavia, bisogna bestemmiare giornalmente contro l’Italia, bisogna essere comunista, slavo, socialista o repubblicano, tutto quello che vuoi, fuorché italiano [...]47.

L’articolo seguente afferma la superiorità della civiltà italiana, definita «romana» e «meridionale», in ragione del trattamento che il nostro Paese ha riservato alle minoranze; l’atteggiamento dell’editorialista è scopertamente paternalistico, mentre l’immagine che viene fornita degli Slavi è quella di un popolo di straccioni, disabituati al «buon pane bianco» che ora l’Italia distribuisce loro con generosità «materna». Da notare il fatto che si rivendica esplicitamente, anche se in via ipotetica, il pieno diritto dell’Italia di «atteggiarsi a conquistatrice»48.

Ammonimento
E, più che alle Autorità ci rivolgiamo a tutti quegli italiani ai quali stanno a cuore le sorti del nostro Paese; e a quei pochi sloveni – e ve ne sono – i quali molto possono operare per la reciproca tranquillità: essi che – in tante e tanto diverse circostanze hanno avuto modo di convincersi come l’Italia – che pur aveva tutto il diritto e tutti i mezzi di atteggiarsi a conquistatrice – non abbia mai trascurato di dar prova della sua romana longanimità e della sua superiorità civile e della sua meridionale bontà.
Perciò gli slavi onesti non possono aver dimenticato che, nonostante l’esito vittorioso della guerra, l’Italia è venuta ad essi con cuore veramente materno; e che, infatti, da buona madre, si affrettò a salvarli dall’angoscia e dalla miseria in cui l’Austria li aveva lasciati. E in tale opera continua tuttavia: ed essi con ogni larghezza vengono provveduti di quel buon pane bianco che non erano abituati a mangiare, e che spesso viene lesinato agli italiani49.

Sulla scorta delle opinioni di Attilio Tamaro50, invece, il giornale scrive, in vista delle elezioni del 1921:

Contro l’elettorato slavo. Non può esserci una Slavia dentro l’Italia
[...] Attilio Tamaro, con quella assoluta competenza che tutti gli riconoscono, sostiene la necessità invece di adottare verso gli slavi una politica tutt’altro che conciliativa e che noi abbiamo esattamente definita secondo il concetto dilemmatico: “O batterli o espellerli”51.

È possibile osservare come l’opportunismo suggerisse ai fascisti di non chiudere completamente la porta in faccia agli Slavi; ad esempio in occasione delle elezioni municipali viene rivolto alle popolazioni slave un appello eloquente:

Le elezioni a Idria
Elettori Sloveni! Alimentare il sentimento di discordia fra le due razze significa la rovina dei Vostri interessi!52

Tentarono, anzi, di reclutarli nelle squadre e, in seguito, nella milizia, ottenendo così degli esecutori che si distinguevano per lo zelo e la ferocia con cui si scagliavano contro i loro stessi conoscenti e congiunti53. Anche quando il giornale esalta la capacità del fascismo di avvicinare la popolazione slava alla politica nazionale, lo fa però aggiungendo alcuni stereotipi che, in un altro contesto, farebbero anche sorridere; come quello del giovane slavo entusiasta che canta l’inno nazionale italiano, «magari storpiandolo»:

Il Fascismo istriano
Il Fascismo istriano si è battuto in diuturna lotta contro slavi e croati; e lo ha fatto con una tenacia e un tatto veramente esemplari. [...] E un’altra cosa hanno saggiamente compreso i nostri amici dell’Istria: l’opportunità di individuare bene fra gli allogeni i veri responsabili, e questi colpire inesorabilmente. […] molti rubicondi parroci, e molti maestri cialtroni, e qualche avvocato bifolco e parecchi studenti fanatici […]. I villaggi si sono, diremo così, bonificati. […] e nelle zone mistilingue gli allogeni, esclusivamente per opera del Fascio, hanno ripreso contatto con gli italiani del luogo. […] In tale rivolgimento spirituale s’è verificato che tra gli allogeni, specialmente fra l’elemento giovane, qualcuno chiedesse spontaneamente ed entusiasticamente di essere iscritto ai Fasci. […] Questo è vero. E noi ce ne vantiamo. Sissignore! […] E quale miglior soddisfazione che sentir gridare da uno slavo o da un croato «Viva l’Italia» o sentirlo cantare – magari storpiandolo – l’inno di Mameli?
E quale miglior documento della nostra azione che il vedere un allogeno bastonare di santa ragione un suo compaesano – come è accaduto presso Nabresina, dove un fascista sloveno ha sparato due revolverate contro un suo conoscente che insultava l’Italia?
E quale miglior risultato della nostra propaganda che il vedere […] le giovani reclute allogene – quelle che minacciavano di disertare in massa – presentarsi alla visita militare, suonando con le loro armoniche le nostre canzoni patriottiche […]?54

La solidarietà con gli Slavi ha, però, dei limiti e questi stanno, secondo il quotidiano fascista, nell’antico pregiudizio che impedisce al popolino italiano ogni simpatia nei loro confronti. Questa pittoresca descrizione è sintomatica del tentativo di presentare l’antislavismo come aspetto tradizionalmente legato alle caratteristiche dell’autentica italianità delle terre giuliane, e perciò radicato nella genuina mentalità popolare:
Un paradiso delle oche a… Zara?
[...] il facchino che non ha mai avuto riguardo per lo “sciavo” ed è sempre stato manesco. E come immaginare la sartina arguta che ieri sdegnava “le cavre” e si turava le narici alla puzza del croato e gridava nelle dimostrazioni “morte ai sciavi!”, come immaginarla nell’atto di gettare le braccia al collo a questi missionari imbecilli e intrusi [della pace tra i due popoli]. E come figurarsi una popolana dalla lingua tagliente che riverisce questi frati stranieri, apostoli di un ideale incompreso. E come supporre quella “mularia” maleducata, imprecante ai croati, sbarazzina, amante della sassaiola e dei furterelli, divenuta come per miracolo bene educata, rispettosa di un qualunque “ciujes”? Chi fischiava e bastonava ieri i socolassi, fischierà e bastonerà domani anche qualunque croato, o serbo, o bulgaro; Zara sarà sempre l’ambiente inospitale per certa gente55.

Abbiamo parlato del pericolo che deriva, per l’Italia, dall’esistenza di uno Stato che riunisce gli Slavi del sud appena al di là delle frontiere, e che “Il Popolo di Trieste”, sulla scorta di Mussolini, definisce un «assurdo politico»56. Ecco il commento che viene dato alla notizia della nascita di un movimento jugoslavo emulo locale del fascismo:

I jugofascisti. Parodie bastarde e comiche bellicosità
[…] spiega a sufficienza l’origine torbida, l’animo bastardo, le avide idealità dell’organizzazione del regno s.h.s.57.

La Jugoslavia, che durante il regime sarà oggetto di una politica oscillante, è in questo periodo additata apertamente come nemico, tanto da suggerire ai fascisti la promozione di un’alleanza antislava nei Balcani58. Ancora peggio, la Jugoslavia è indicata come l’erede degno della defunta compagine austriaca, un avversario che trama alle spalle dell’Italia e sobilla le minoranze al confine59. In un altro caso è possibile osservare come il giornale fascista sfrutti la paura suscitata dal panslavismo per evocare lo spettro della Russia accampata alle porte della regione:

Come gli slavi di Lubiana trattano gli italiani di Trieste
[...] Qualche risentimento fu espresso dalla signora, ma lo slavo colonnello si fece un dovere di declamarle che fra non molto le schiere di Alessandro valicheranno i monti, e scenderanno qui, tra noi, a piantarvi insieme al “fratello russo” le bandiere della Slavia, l’unica che dovrà sventolare in tutta la Venezia Giulia!…60

I gendarmi e la folla jugoslava sono poi responsabili di violenze ai danni della popolazione italiana residente nel «Regno s.h.s.» o nei territori contesi; sono fatti che si connotano per la loro ferocia «selvaggia»:

Ancora sui fatti di Longatico
[...] Il generale Maister, non potendo urlare con la sua bocca contro l’Italia e non potendo strappare con le sue mani la nostra bandiera, si fece accompagnare a Longatico da 1.000, dico mille, fra i più arrabbiati slavi di Lubiana e dintorni, i quali, obbedendo al padrone, affamato di quella gloria che non aveva saputo trovare sui campi di battaglia, inscenarono dimostrazioni a base di atti brutali degni della loro razza61.

Documenti della “civiltà” jugoslava
[...] vengono quotidianamente ad aggiungersi episodi di violenza bruta che gettano nuova luce sulle avventure di quell’accozzaglia infame e primitiva di uomini che nessuna trinità più o meno sapiente potrà mai purificare o rendere per lo meno degna di certi suoi strani atteggiamenti civili [...] porcari serbi [...] un bambino brutalmente bastonato [...]62.

Anche i giornali slavi in Italia sono indicati come eredi della politica di quell’Impero multietnico che si era speso per la disfatta dell’italianità giuliana. Obiettivo della polemica è, in questo caso, un giornale croato, di cui altrove viene storpiata la grafia del titolo:

I pistolotti del Pucki Prijatelj
[...] I lanzichenecchi dell’imperatore, che si rintanano oggi presso tutte le redazioni dei fogli nazionalisti sloveni e croati della Venezia Giulia [...] schizza[no] da ogni parte il [loro] fiele contro l’occupazione italiana di queste terre, approfittando della libertà di stampa che esiste nel nostro Paese, per aizzare i villici slavi contro l’Italia e le nostre autorità con frasi che lasciano facilmente intravedere le occulte mire di quel lurido giornale [...]. Basta leggere poche righe di quello sconcio libello, per convincersi che ormai non resta nulla più a sperare che quella gente malnata possa mutare i suoi sentimenti verso la nostra Nazione [...]63.

Da Piguente. A certi coraggiosi
Quel lurido libello croato che insudicia con la sua presenza Trieste e l’Istria italiana [...] «Puki Priatelj» [...] attendiamo quel qualsiasi croato al quale prenda vaghezza di rivenir qui a raccontare frottole ai contadini e a sparlar dell’Italia, per fargli sentire di che sale è condito il nostro santo manganello. [...] codesti mangiasego di Croazia!64

Sempre in polemica contro il summenzionato giornale, un editorialista del “Popolo di Trieste” tende ad attribuire all’azione di disturbo dei nazionalisti slavi il fallimento della politica di avvicinamento tra l’Italia e le minoranze slave sottomesse; in questo articolo si tenta una distinzione tra gli agitatori e le masse dei «connazionali di campagna», a cui si riconoscono «alcune innegabili buone qualità»:

Echi dei pistolotti del Pucki Prijatelj
Piuttosto che polemizzare con voi, vi diamo – sinceramente – un consiglio: smettetela, una buona volta, a fare i bravazzoni; riconoscete il fatto compiuto del diritto d’Italia in queste terre; [...] non fate gli aizzatori e seminatori di discordie tra i vostri connazionali di campagna, che noi distinguiamo nettamente da voi, e verso i quali non nutriamo alcun sentimento ostile, ma siamo piuttosto pronti ad accogliere spontaneamente in seno alla nostra famiglia, riconoscendo loro alcune innegabili buone qualità65.

Per descrivere l’accostamento mentale che associa la delinquenza degli Slavi alla corruzione morale imperante nella «defunta»66, ci serviamo ora di un fatto di cronaca nera: una rapina a mano armata è attribuita dal cronista a una banda, al cui interno si sospetta la presenza di Slavi67. A commento di questi avvenimenti, dopo che l’inchiesta aveva portato all’individuazione dei colpevoli, sul giornale appare un articolo che tenta di dare una spiegazione di tipo antropologico all’efferato delitto68, e nel farlo sceglie argomentazioni di tipo scopertamente razzista.
Curiosamente, anche se il brano reca un’accusa pesante nei confronti degli Slavi, essi non vengono mai nominati esplicitamente: si rievocano però i loro presunti antenati barbari, che per primi avevano invaso quelle terre già romane, e vengono definiti «Austriaci».

“Austriaci”
Il fattaccio è fattaccio e i delinquenti non hanno partito, né razza: questo è un vecchio adagio, semplice, della semplice ma profonda saggezza popolaresca.C’è un però. Ed è questo: le stigmate della razza sono percepibili anche nella delinquenza. Io non so se l’ha detto Lombroso o no. Se l’ha detto vuol dire che faccio una bella figura perché concordo con lui; se non l’ha detto vuol dire che completo la sua teoria. E lo provo. La nostra razza, da Trieste a Trapani ha delle caratteristiche speciali anche nella delinquenza. I caratteristici briganti del Mezzogiorno, che esistono ancora nei romanzi da una lira e nelle “corrispondenze” compilate sui tavolini dei giornali di Belgrado, Parigi o Berlino, avevano tutti un carattere cavalleresco che non si riscontra nei briganti di nessun’altra nazione. Perché ogni nazione ha avuto i suoi briganti. Noi abbiamo avuto i briganti più cavallereschi, preoccupati sempre di trovare un alibi di moralità nelle loro azioni. Perfino i mostruosi assassini del Diana hanno tentato di rivestire la loro bestiale follia di un ammanto di idealità. E se in qualche episodio di ferocia comunista vediamo i segni della malvagità più bruta, questa si manifesta così atrocemente per la passione di parte che investe i delinquenti.
Ma non per lucro, non per egoismo personale, io difendo anche i bruti comunisti di fronte alla ferocia vile degli assassini di Bolaffio e Graziani.
Costoro non potevano essere che degli “austriaci”. E ben fece un giornale cittadino a riprodurli nella divisa del militare austriaco.
Mi si dirà: l’Austria non era uno stato di una razza, ma di molte. È vero. Ma io intendo la aggettivazione “austriaco” come quella che esprime tutta la ferocia dei discendenti degli Avari, degli Semi, dei Vendi, raffinata dalle loiolesche arti onde la casa degli Asburgo fu maestra nei secoli. È la ferocia dell’egoismo individuale, lo scempio di ogni idea umana, il trionfo del più basso istinto bestiale senza un raggio di pur falsa idealità. L’Italia, di simili delinquenti non ne ha. L’italiano ammazza per via, per gelosia, per impeto passionale, per esagerato impulso di difesa. Non per fredda meditazione di strage.
E dico tutto ciò anche perché sembra provato che gli assassini ora catturati sono colpevoli di altri atroci delitti che hanno funestata la nostra città e la nostra regione. Essi hanno fatta la loro “pratica” nell’esercito austriaco; quello che ha profanato le nostre terre friulane, che si è spento nell’ignominia.
Mi sembrano perciò, degnamente uno dei resti di quello, l’ultima scoria livida.
E non mi resta che concludere dicendo che se c’è stato qualcuno che credette di poter intravvedere [sic!] negli assassini qualche “italiano del sud” costui non può essere che della stessa mentalità degli assassini stessi, cioè un “austriaco”69.

La delinquenza assume la forma del brigantaggio soprattutto nelle zone dell’Istria interna, e ciò porge un’occasione in più perché il giornale esalti la ferocia che anima questi criminali, con titoli che mettono bene in evidenza la loro appartenenza etnica:

Da Pisino. Il brigantaggio croato in Istria. Una casa colonica assaltata a colpi di fucile – Un morto e un moribondo
L’orrendo misfatto ha prodotto nella plaga pisinese la più profonda impressione. I nostri agricoltori vedono con raccapriccio ripetersi le infami gesta di brigantaggio croato […]70.

Il sovversivismo viene percepito come atteggiamento criminale endemico, pronto a manifestarsi in tutte le attività culturali slave, anche quelle apparentemente più innocue. Come, ad esempio, questa giornata dedicata alla memoria del poeta Gregorich, che diventa occasione per un attacco violentissimo da parte del giornale:

Da Caporetto. Sintomatiche manifestazioni anti-italiane in barba alle autorità
[…] Questo signore venne assunto nell’empireo delle celebrità jugoslave per avere composto due parodie di «canzoni», nelle quali sfogava la sua vecchia bile di italofobo accanito. Come era prevedibile, commemorando l’illustrissimo poeta da strapazzo – gloria dell’empireo jugoslavo – i convenuti non potranno fare a meno di leggere, commentare e rimasticare le strofette di quelle odi fin troppo barbare, dove l’Italia è decantata come un paese di straccioni e gli italiani sono dipinti come briganti calati giù da non si sa dove a incatenare il libero popolo della santissime Trinità s.h.s.! […] Costituiscono un enorme documento di spudoratezza e di ipocrisia specialmente se si pensa all’ipocrisia di quella gente che, dopo aver dormito beatamente sotto il giogo dell’Austria per anni e anni nello stesso letamaio dei loro suini, trovano oggi il modo di sentirsi schiavi in una terra che non è loro, dove essi permangono a solo scopo di lucro71.

Lo storico Alberto Buvoli ha documentato la portata irrazionale delle aggressioni e delle spedizioni squadristiche raccontando un episodio accaduto nel giugno 1921. «Pochi giorni dopo l’inaugurazione di un monumento agli alpini sul Monte Nero, si diffuse la voce che gli Slavi lo avevano oltraggiato. Numerosi gruppi di squadristi, provenienti anche dal Veneto e dall’Emilia, si radunarono a Tolmino e a Caporetto e scatenarono una violenta rappresaglia ed il terrore fra le popolazioni slave di quella zona e di Gorizia e del Carso: numerosi sloveni vennero arrestati, case saccheggiate, persone percosse. Un’inchiesta governativa in seguito appurò che a danneggiare il monumento era stato un fulmine»72.
Ecco come, a un anno di distanza dagli avvenimenti, il quotidiano fascista sfrutta l’onda emotiva dell’accaduto per incanalare la rabbia contro gli Slavi, con un titolo a tutta pagina che rappresenta una sintomatica mescolanza di stereotipi antislavi e di temi tipici della sacralizzazione del linguaggio politico perpetrata dal fascismo.

Documentiamo ancora una volta la viltà slava. Sul monte Pleca, alle falde del Monte Nero, la pietà dei Combattenti aveva eretta una cappella dedicata a “tutti i Morti in guerra”: i barbari la devastarono. Riedificata ancora, venne di nuovo profanata e distrutta. Riedificata una terza volta, è stata ancora profanata e distrutta. – Un prete era il ricettatore della sacrilega refurtiva. Vigliacchi!73

Numerose sono le espressioni che si riferiscono all’orda selvaggia, alla bestialità, alla vita naturale nelle sue forme deteriori di putrescenza e degradazione.

Le orde slave all’assalto di Pisino
Mai come ieri la malafede slava mostrò appieno la sua livida faccia; nel locale foglio nazionalista sloveno, l’«Edinost». […] L’articolo in questione rivela le malvagie intenzioni dei soliti mestatori politici. In esso si esaltano le gesta criminose di una turba fanatica, che volle dare l’assalto al Commissariato civile di Pisino, per protestare contro il modo in cui si svolsero le elezioni e lo scrutinio elettorale.
Non è, quindi, come l’«Edinost» vorrebbe far passare per vera, una turba tranquilla e rispettosa, in difesa dei propri diritti […] Si trattava invece di una orda selvaggia, munita di armi e di odio antiitaliano, […] sotto la guida di due spregiudicati ed esaltati figuri, un maestro ed uno studente […] e che è stata fugata, come si conveniva, dall’ira e dal risentimento di una popolazione, che non tollera entro le sue mura o ai suoi confini alcune selvagge e goffe mascherate, inscenate con una coreografia, che potrà ricordare all’«Edinost» la nostalgia dei canti nazionali serbi, ma che a noi italiani sembrano invece altrettanto ridicole quanto provocanti.
Ed è bene, sommamente bene, che la gioventù di Pisino abbia fugato quelle orde selvatiche, che c’invidiarono la vittoria ottenuta, rendendole – speriamo – persuase che la vittoria italiana non sarà mutilata da nessuno, e che l’Istria, come Trieste, il Goriziano e tutta la Venezia Giulia, è terra italiana […]74.

L’«Edinost», e le orde slave di Gimino
[…] la colpa non è tutta di quei poveri villani […]. Poiché, per quanto studio ci metta l’«Edinost» a far passare quelle orde selvatiche per altrettanti agnellini […] molti di essi si gratteranno giustamente, nascosti nelle loro case, le dure cervici75.

Da Villanova. Risveglio croato
[…] i repubblicani (marca croata) […] ci limitiamo per ora a mettere in luce la persona che agita ed anima i nemici d’Italia, i quali avrebbero la pretesa di voler dominare su Villanova e si sfogano facendo uscire dal loro ventre viscido tutto il veleno che li consuma. L’esponente dunque del movimento jugoslavo è il maestro Sborovaz (si prega di non ridere), cognome che brilla per la sua italianità76.

Anche nei riguardi dello Stato jugoslavo e dei suoi sostenitori vengono utilizzati termini che si riferiscono alla metafora dello “sporco”:

Da Canfanaro. Il vergognoso agire del croatissimo don Niko Sutic
La nostra Canfanaro è insozzata da oltre 22 anni dalla presenza del vergognoso croato don Niko Sutic, che, sotto le spoglie di parroco, cerca di nascondere il suo sporchissimo passato per lavorare sott’acqua a favore del porcile jugoslavo.
[…] Dopo lo sfacelo dell’Austria divenne un fervente e feroce irredentista slavo e prestò il suo giuramento a favore del più sporco Stato balcanico, cinto da una fascia coi colori jugoslavi […].
Se vuole evitare incresciosi incidenti il don Sutic è invitato a rientrare nei confini della sua madre Patria (se ce ne ha una) e a non contaminare con la sua presenza la solenizzazione [sic!] della nostra vittoria77.

Al contrario, le squadre fasciste sono fatte passare per agenti di purificazione. E l’eliminazione degli elementi slavi dalla vita pubblica viene promossa come giusta reazione alle violenze che sono state perpetrate a danno degli italiani:

Commissioni d’epurazione
Dopo gli avvenimenti dell’occupazione di Longatico, in seguito alla cessione di questa città ai jugoslavi, Trieste e molte altre città protestarono vivamente contro gli atti incivili commessi dagli occupanti, e reclamarono altamente la completa liberazione di tutta la nostra cara terra dal piede infame dello slavo e del croato. […] Rammentatevi le vessazioni, le efferate barbarie compiute dagli sgherri di questo popolo nelle giornate del nostro Risorgimento, e non di un passo indietreggiate di fronte ai provvedimenti che potete deliberare di prendere a carico di questi elementi slavi e che possono apparirvi troppo severi78.

Fenomeno comune è quello di giornalisti e semplici lettori che se la prendono per l’uso di una lingua diversa da quella italiana. Quando la lingua in questione è slava, poi, non esitano a ricorrere alle contumelie, come in questo caso:

È ora di finirla
[…] a Zara, la italianissima Zara, la città che più fulgidamente dimostrò la sua ardente fede di italianità, ancora oggi, quasi a offesa della sua purezza, i timbri postali recano l’impronta in croato.
Ma che non si possa riuscire ad eliminare per sempre questo odioso idioma? Non formuliamo speranze, né auguri: diciamo solo che “è ora di finirla”79.

La ripetizione ossessiva di alcuni concetti e luoghi comuni è una prassi necessaria nella comunicazione di stampo razzista, altrettanto quanto l’analogia degli accostamenti, miranti a sollecitare una reazione nei lettori, che ha a che fare in modo preponderante con la sfera emotiva. Le metafore sono perciò abbondanti e quanto più possibile vivide; prendono spesso spunto dal mondo animale e contadino.

Festa da ballo croata finita in allegria italiana
I ciuco-slavi dal “morbido cervello” però si rifiutarono preferendo abbandonare la sala […]80.

Contro la propaganda jugoslava a Recchio
Alcuni ferrovieri ci mandano questa lettera da loro indirizzata al comm. Fabris, e noi la pubblichiamo ben volentieri: “A Lei, che a proprie spese per gli svillanamenti subiti, ebbe a provare le amenità di quell’orda di barbari fatta da noi Nazione, rivolgiamo una preghiera […] la nostra terra sarà salvaguardata dai rettili e non correremo il pericolo a nutrirci serpi nel seno”81.

Da Montona. Che cosa fa il Fascio pinguentino?
[…] Questo ostinato mangiaitaliani, non vuole ancor, pare, inghiottire la pillola, che tanti sogni dorati gli fece svanire. E, non potendo altrimenti sfogare la propria bile di croato, tagliato a colpi di mannaia, si è posto in testa, con una cocciutaggine da mulo, di fare il comodaccio suo, insistendo nel voler corrispondere ad ogni costo col locale Giudizio in lingua croata.
A nulla valsero le proteste e le osservazioni: lo slavo, duro come le roccie [sic!] del suo paese, ha fatto il sordo. Ci consta anzi che la sfacciataggine di questo energumeno, in veste di giudice, è giunta al punto […]82.

Il giornale “sternuto” e le sue idiotissime scappatoie
[…] non sappiamo se rimanere più stomacati della sua idiozia o del suo muso di maiale83.

Nel brano che presentiamo qui di seguito il giornalista parafrasa una famosa battuta che Mussolini aveva lanciato al pubblico del Politeama Ciscutti di Pola il 20 settembre 1920, rendendo esplicita la metafora zoologica che vi era sottintesa84.

Dopo i fatti di Spalato. Proteste e preoccupazioni a Zara
Non vogliamo più insistere nelle proteste perché siamo sicuri che prima o tardi Roma dovrà convincersi a proprie spese che con le belle non si ottiene niente e che coi somari ci vuole il bastone85.

Il brano seguente è interessante per vari motivi. Anzitutto si apre con quattro metafore zoologiche: lo slavo è definito «pezzo di maiale», «scimmiotto», «gatta morta» e «anguilla», con tutte le connotazioni psicologiche del caso. Poi, cosa ancora più notevole, il giornalista del “Popolo” entra in polemica con le frasi di un articolo del “Pucki Prijatelj”, in cui si afferma che la fusione delle razze che compongono l’Italia è avvenuta nel corso delle guerre risorgimentali (osservazione apparentemente ineccepibile, sulla scia del detto «fatta l’Italia, ora facciamo gli Italiani»). La cosa, evidentemente, non piace all’editorialista fascista, che risponde con le contumelie e sembra sottintendere che una sola razza accomuna tutti gli italiani, anche quelli acquisiti di recente con la vittoria sull’Austria. Italiani «di lingua, di razza, di cuore», non solo di orientamento politico.

Risposta al “Bono taliano”
Discutere con uno slavo è la cosa più scabrosa che possa capitare a un galantuomo, avvezzo a pensare e a parlare all’italiana. Lo slavo è, per sua natura, anguilla. […] È viscido, tortuoso, asfissiante: quanto più si crede di averlo stretto ben bene nelle maglie della discussione, ecco che con una mossa mancina, si divincola e guizza via […] fa la gatta morta o, come suol dirsi, il finto scemo. […]
E. R. afferma che le guerre per l’indipendenza italiana servirono «ad unire tutte le razze in una sola nazione». Quali razze? La sua razza di scimmiotto? Rispondere!
[…] Ancora: pezzo di maiale, perché gli italiani della Venezia Giulia sarebbero «italofili» e non italiani di lingua, di razza, di cuore? Rispondere!86

Ecco delineato, in un articolo che contiene un’accusa contro il giornale sloveno “Edinost”, un altro stereotipo che il fascismo presenta come una caratteristica della mentalità slava: lo slavo è pronto a credere ingenuamente a chiunque, tra i connazionali, ostenti una qualche forma di elevazione culturale o svolga una funzione pubblica.

Ammonimento
Ci rivolgiamo – in via assolutamente eccezionale – al “Mardocheo” di via San Francesco, il quale ben sa che, soffiare nel fuoco, non si possono ottenere che fiamme. Esso sa bene come gli slavi sieno [sic!] […] ingenui adoratori della presunta o reale intelligenza di quei loro connazionali che hanno un qualche titolo di studi, o un qualche incarico pubblico87.

Il successivo articolo che poniamo all’attenzione del lettore affronta, ancora una volta, i rapporti tra Italiani e Slavi, con un pessimismo che non lascia spazio a ipotesi conciliatorie. Viene riportato qui di seguito soprattutto per una peculiare osservazione sulla mentalità delle minoranze slave. Anche qui l’espressione «slavi» sta per «sloveni».

La spina che punge
[…] se dovessimo giudicare dalle risultanze, saremmo senz’altro portati ad escludere qualunque possibilità di pacifica convivenza con i nostri balcanici vicini. […] Gli slavi e i croati possono, è vero, aspirare a tutte le possibili attenuanti, ove si consideri il loro temperamento mistico e primitivo che li induce a portare in ogni sciocchezza un contegno ampolloso e melodrammatico da ridicoli eroi del Settecento88.

L’Amministrazione straordinaria italiana avviò fin da subito l’epurazione di elementi considerati «antinazionali» dagli impieghi statali89.
Un filone molto fertile della polemica fascista è quello che tratta della necessità di epurare dagli elementi stranieri le imprese, i pubblici impieghi, gli esercizi commerciali che recano scritte in una lingua diversa dall’italiano o che assumono personale straniero.

Per l’allontanamento degli elementi sospetti dalle pubbliche amministrazioni
I ferrovieri preoccupati dalle quotidiane manifestazioni di sentimenti anti italiani e delle azioni disfattiste che in tutte le circostanze vengono compiute dagli agenti delle ex Amministrazioni e dal personale nuovo assunto fra gli elementi stranieri qui residenti, aprono una rubrica sul “Popolo di Trieste” per denunziare all’opinione pubblica ed alle autorità quegli individui per i quali è necessario l’immediato allontanamento dalle pubbliche Amministrazioni della Venezia Giulia.
Le autorità interessate che hanno a cuore l’ordine e la disciplina sono avvertite che non provvedendo al tempestivo allontanamento delle persone segnalate si accolleranno la completa responsabilità di quanto potrà succedere90.

Voci del pubblico
«Caro “Popolo”, avrei molto piacere se un tuo redattore si recasse all’Ufficio di collocamento dei marittimi in via Genova per vedere come vanno le cose.
A me pare che vadano un po’ troppo alla… croata!
Il giorno 18, mi recai a questo Ufficio per esser messo in turno per l’imbarco. Presentai la mia matricola ad un pilota, il quale mi diede un’occhiata in lungo e in largo con un fare sospettoso, poi parlandomi in croato, mi disse che sono vecchio e che non posso pretendere imbarchi! Come, a 41 anni non si ha più diritto di avere un’imbarco [sic!], mentre ce ne sono tanti croati e slavi [!!!], più anziani di me che navigano indisturbati?
[…] Io credo che a Trieste italiana, questa croataglia avrebbe poco o niente comandare, e non favorire nei posti i croati agli italiani […]».
[Risposta:] «Il giorno del “redde rationem” verrà indubbiamente, e tutto verrà messo a posto»91.

Il seguente brano, tratto dalla rubrica della posta, non si riferisce a personaggi connotati come slavi, bensì si scaglia contro i dipendenti di una ditta che recano cognomi tedeschi. Il motivo per cui ne riportiamo le parole è dovuto all’accostamento scopertamente razzista che viene fatto tra quei cognomi dal sapore “esotico” e il termine «negri».

Voci del pubblico. Cose dell’“Adriatica” ferramenta e metalli
Che dire poi di un certo Eckschlager, di un Einchholzer? di un Veraguth? di un Huetter? E di tanti altri che rispondono a nomi fiorentini come questi? Negri, negri e negri! Ma non si decidono ad andarsene! Dovremo certamente noi dare la spinta a questi signori92.

Una delle espressioni di odio antislavo, che presenta le venature razziste più accentuate, è quella che abbiamo rintracciato in un articolo scritto in risposta a un editoriale dell’“Edinost”. La franchezza delle argomentazioni è assicurata dal titolo del brano, Parole chiare.

Parole chiare
[…] Ora diciamo due parole chiare. Premettiamo che queste sono le prime e le ultime a tale riguardo; perché non vogliamo perderci in discussioni con tale razzamaglia. I beccamorti dell’“Edinost” tengano ben presente che raccoglieranno presto i frutti del loro eccitamento alla rivolta. Ci infischiamo dei loro piagnistei e delle loro velleità storiche.
La storia è viva e palpante sulle cime di tutti i bianchi campanili della Venezia Giulia; e vi è un’altra storia più recente e più importante: quella che abbiamo scritto noi col più generoso sangue.
Per quattro porcari che da due anni stiamo sfamando, abbiamo sepolto il fiore di nostra gente, in numero di oltre cinquecentomila.
Stieno [sic!] buonini gli slavi.
Noi siamo disposti a non accorgerci che simili insetti vivano in mezzo a noi, a patto che gli insetti restino a muffire nell’ombra.
Altrimenti mediteranno amaramente sulle conseguenze93.

Alla vigilia delle elezioni politiche del 1921, compare un lungo articolo che tratta dei rapporti presenti e futuri tra Italiani e Slavi. Da notare il passaggio in cui si specifica, metaforicamente, che l’obiettivo dei fascisti non è la distruzione fisica degli Slavi, bensì la loro subordinazione culturale (ad essi è concessa la possibilità di «convivere alla luce della nostra civiltà») e il loro inserimento nella vita produttiva della nazione.

O noi, o loro!
[…] Non abbiamo nessuna intenzione di mangiare uno slavo a colazione ed uno a cena. Ricorderemo anzi di aver sempre ripetuto che saremmo ben lieti di vedere questi nostri ospiti non desiderati lavorare tranquillamente in casa nostra e convivere nella luce della nostra civiltà.
Ma non ci facciamo illusioni. E quando L’Edinost scrive in tono remissivo o rassegnato, mentisce sapendo di mentire […]. Noi stimiamo di più gli slavi quando ci fanno la guerra che quando scodinzolano e uggiolano verso di noi con untuosa espressione di avvicinamento. Perché sappiamo che sono irreducibili.
Come siamo noi. E per questo respingiamo la connivenza e la fratellanza. E non vorremmo gli slavi al parlamento italiano. E faremo di tutto per non farceli entrare. E se vi anderanno [sic!] ringrazieremo ancora una volta Francesco Salata.
Ma gli diremo anche il nostro vituperio. Perché noi siamo compresi della funzione che devono esercitare nella vita nazionale le Terre del confine orientale e siamo sicuri di noi quando affermiamo che le elezioni politiche saranno il mezzo per dimostrare la volontà di queste Terre ad essere italiane. […] Una ragione di dignità e di morale nazionale è contro le attuali circoscrizioni elettorali. La storia, la tradizione, l’etnografia, l’etica fanno tutto un blocco di quella Regione che va dalla Livenza al Quarnaro e che comprende 1.200.000 italiani contro circa 400.000 slavi.
Se la guerra fu guerra nazionale, se non fu combattuto [sic!] invano, se abbiamo il diritto di considerarci un popolo ancora capace di ulteriore sviluppo, dobbiamo pretendere che le nostre province perdano l’antico carattere austriaco nonché il coraggio di guardare in faccia la realtà, la quale scaturisce dalla regola fondamentale della vita. Ed è la lotta continua, inesorabile e fatale. O noi o loro. O Italia o Jugoslavia94.

In precedenza questa posizione intransigente era stata espressa con termini che è possibile attribuire inequivocabilmente alla mentalità razzista:

In parentesi. Blocco infrangibile
[…] Per noi il solo modo di evitare gli “odi di razza” è quello di lasciarci vivere in pace in casa nostra.
Per i nostri nemici il solo modo di evitare i conflitti di nazionalità è quello di fare la materiale mescolanza di tutte le… razze.
Non ci sarà mai pericolo che ci si possa intendere...
E sarà inesorabile che si arrivi allo scontro. Perché a Trieste ci siamo e ci resteremo. E a Trieste chi non vuole l’Italia rischia di essere strombolato molto lontano…
Del resto ce lo ha insegnato anche il Dio Lenin il quale non saprebbe intendere a… Pietroburgo o a Mosca la confusione della razza tedesca con la russa.
È una questione di sangue. E nel sangue non possiamo mettere l’acqua. È una questione di lingua. E la nostra lingua inciampa maledettamente quando si incontra con le parole di oltre confine.
Non c’è rimedio […]95.

Mettiamo ora a confronto due dichiarazioni rese nel 1921 da Mussolini e da Giunta a proposito della politica da seguire nei confronti delle minoranze e dei nuovi confini nazionali:

Parla l’avv. Giunta
«La Venezia Giulia è ai confini dell’Italia verso Oriente come era una volta ai confini del grande Impero. […]
Ad oriente o triestini il monte Nevoso non basta per essere sicuri in casa nostra e voi sapete perché. Oltre il Nevoso, che fu nostro, vi è un popolo ancora in via di formazione, un popolo che ha le sue avanguardie nella stessa nostra terra, un popolo che ha dietro di sé milioni di fratelli e che diventerà inevitabilmente imperialista, un popolo che sarà espansionista nel senso ampio della parola perché da secoli e secoli cerca il mare: e l’Adriatico e il Mediterraneo dove si sono vagliate tutte le grandi civiltà del mondo.
Bisogna parare il colpo; ecco perché noi abbiamo imprecato al trattato di Rapallo.
La lotta non è finita per la Venezia Giulia. Noi abbiamo il dovere di salvaguardare la nostra civiltà infinitamente superiore; noi abbiamo il dovere di rimediare agli errori di Rapallo proteggendo la nostra sorella abbandonata, cercando di conquistare con la nostra laboriosità l’adriatico [sic!] che ci è stato tolto, le terre che erano pur nostre, e che noi, dobbiamo conquistare con l’aratro e con la prora.[…]
C’è stato qualcuno che ha fatto delle proposte che a noi sembrano oscene: assegnare agli slavi un collegio proprio!… Non per questo abbiamo fatto la guerra! Non siamo un popolo di sopraffattori e non siamo un popolo di imperialisti che fanno dell’imperialismo. Abbiamo detto più di una volta agli slavi: questa è casa nostra; andate donde siete venuti, oppure, se volete restare in casa nostra a lavorare con noi per i fini generali dell’umanità, restate, tanto meglio. Se però avete intenzione di romperci le scatole e se avete da tramare contro di noi vi ricacceremo di là dal Nevoso. Abbiamo il cuore amaro e gonfio di passione […]»96.

Parla Benito Mussolini. Verso l’Italia mediterranea e imperiale. Alto Adige e slavismo
Se noi non manterremo l’unità formidabile della nazione, le regioni di confine ci daranno fortissimi grattacapi, perché nell’Alto Adige c’è della gente che reclama non solo l’autonomia amministrativa ma altresì di non prestare servizio nell’esercito italiano.
Bisogna dimostrare ai tedeschi che noi non siamo un popolo di cantastorie e di accattoni, ma siamo un popolo riuscito vittorioso da una grande guerra; una guerra che ha costato seicentomila morti, un milione di feriti, e cinquecentomila mutilati. Bisogna dimostrare loro che noi siamo anche dei guerrieri e che abbiamo avuto il coraggio di intraprendere volontariamente la guerra più grande della storia. E quello che diciamo per i tedeschi dell’alto Adige, lo diciamo pure per gli slavi. Noi abbiamo il diritto di trattarli con la necessaria severità; primo perché siamo un popolo di gloriosa e storica civiltà, secondo perché se non siamo un popolo di prepotenti non siamo neanche un popolo di minchioni.
Se gli slavi pensano di fomentare discordie in casa nostra, noi dovremo considerare la zona tra l’Isonzo e il Nevoso una sola trincea. E ci batteremo con ogni mezzo. (Applausi interminabili)97.

La direttrice di espansione sull’Adriatico è inserita nel progetto di dominio del mar Mediterraneo, che Mussolini promuove in un suo discorso a Napoli, cui si dà vasta eco sulle pagine del “Popolo”: «Il Mediterraneo ai mediterranei»98. L’espansione territoriale sulle sponde dell’Adriatico è rivendicata come necessità vitale dell’Italia, anche nell’ottica di difendersi dalle pretese dello «slavo affamato di conquista»:

Risposta ad un’inchiesta adriatica
La Dalmazia, invece in mano dell’Italia significherebbe una piattaforma di espansionismo commerciale, un centro d’irradiazione latina verso il retroterra balcanico, il vero ponte di passaggio per l’Oriente […]. La Dalmazia terra italiana vorrebbe dire, infine, una barriera sicura contro l’imperialismo strabocchevole dello slavo affamato di conquista99.

Nel settembre 1922 si svolge a Trieste il Congresso italo-orientale-coloniale; in questa occasione sulle pagine del quotidiano, per mano di Francesco Giunta, si esprimono per la prima volta in modo inequivocabile le aspirazioni imperialistiche del fascismo:

Italia e Oriente
Ed espansione in fondo vuol dire imperialismo […]. L’espansionismo è un privilegio dei popoli retti e guidati da uno Stato nazionale. […] L’Italia mediterranea sarà imperiale o non sarà100.

Nei mesi successivi, sulla scia dell’imprevedibile successo che consegna l’Italia liberale in mano fascista, il giornale, riportando alcuni brani del dibattito parlamentare, si preoccupa di affossare ogni speranza di concessioni autonomistiche nutrita dalle minoranze tedesche e slave:

L’immancabile Wilfan
[…] Giunta […] afferma esser vano che gli slavi e i tedeschi si illudano sulla concessione delle autonomie. Il governo fascista non le concederà mai, perché il fascismo non può ammettere che vi sieno [sic!] soluzioni di continuità ai confini della Patria. Le popolazioni allogene saranno trattate con giustizia e con pieno rispetto delle loro tradizioni e dei loro costumi; ma non è possibile concedere di più senza portare una grave minaccia alla compagine stessa della nazione italiana (vivi applausi). […] Mussolini: Al Nevoso ci siamo e ci resteremo! (vive acclamazioni)101.

Alla vigilia del voto politico, in seno al fascismo si sviluppa un’analisi delle conseguenze che potrebbe avere la suddivisione dei collegi elettorali per la rappresentanza degli Slavi in Parlamento (nel maggio 1921 i due partiti nazionalisti slavi, liberale e clericale, si presenteranno con una lista unitaria). È l’inizio di una lunga operazione, volta a marginalizzare il peso politico degli Slavi attraverso misure di suddivisione amministrativa, che porterà in seguito all’accorpamento di Gorizia alla provincia di Udine102.
L’anno successivo si discute ancora di riorganizzazione delle suddivisioni territoriali, in questo caso di quelle provinciali; l’accento è posto però, come risulta dall’articolo che segue, sul ruolo che avrebbero le città, e Gorizia in particolare, come centro di attrazione e di snazionalizzazione per le minoranze. Il brano richiama esplicitamente alla funzione assimilatrice svolta dalle colonie dell’antica Roma all’interno di un territorio compattamente straniero, su cui le città agirebbero in virtù della loro vicinanza geografica. Si tratta della nota tesi sulla prevalenza della città nei confronti della campagna circostante103. Dobbiamo porre nel giusto rilievo anche l’ammissione implicita delle difficoltà che si sarebbero incontrate poggiandosi esclusivamente sul fattore della crescita demografica dell’elemento italiano proveniente dal Friuli occidentale, il cui peso è definito «inattivo»104:

Il problema delle circoscrizioni provinciali
I Romani piantavano le loro colonie nel cuore stesso delle province che volevano romanizzare. Gorizia corrisponde oggi mirabilmente al nuovo compito nazionale, situata com’essa è allo sbocco di un considerevole territorio non italiano. […] Gli organi statali potranno infatti esercitare un’azione nazionale tanto più efficace quanto più essi saranno inseriti dentro la compagine della stirpe allogena, nel centro vitale inabolibile di una data sfera territoriale, piuttosto che agendo dal di fuori di questa. […] Ma l’assimilazione progredirà ugualmente: sensochè [sic!] essa si opererà sul confine etnico appunto, al contatto immediato con gli allogeni: avverrà per la diretta influenza spirituale politica ed economica degli italiani di Gorizia quindi, ben più che per il peso demografico, necessariamente inattivo, del Friuli occidentale. Così, per quanto riguarda l’Alto Isonzo, saranno Cividale e Udine città, piuttosto che il rimanente della provincia, quelle che avranno la più intensa capacità di attrazione e di assimilazione105.

Una delle più esplicite e, per certi versi, più lucide analisi compiute in quegli anni sulla situazione delle minoranze e sulle nuove prospettive di snazionalizzazione che si sono aperte con l’ascesa al potere del fascismo, come anche sui limiti che il fascismo potrà incontrare in tal senso, è contenuta in una relazione ufficiale ad opera della Federazione fascista dell’Istria. Particolarmente interessante il modo in cui è espresso il mito di Trieste come «stomaco possente», capace di compiere il miracolo dell’amalgama nazionale anche oltre gli attuali confini dello Stato; si noti inoltre la spiegazione data alla differente natura della coscienza nazionale tra gli Italiani e tra gli Slavi:

Il problema delle circoscrizioni provinciali (Relazione approvata dalla Federazione Istriana del p.n.f.)
[…] Trieste è stato lo stomaco possente che ha saputo digerire le razze più disparate e farne un amalgama unico, italiano. Trieste quindi è la designata dalla storia ad operare la necessaria fusione. […] La funzione di Trieste è di natura spirituale e insieme di natura commerciale: arriva fin dove arriva il suo pensiero, la sua vita politica e culturale, e fin dove arrivano i suoi traffici. […] È da osservarsi però che tale meravigliosa capacità di assimilazione è stata sempre limitata alla cerchia del suo emporio […]. Ciò non ha impedito però che nel breve territorio agricolo della città gli sloveni siano rimasti costantemente impermeabili a qualsiasi influenza snazionalizzatrice.
[…] gli slavi non hanno ora in Istria nessun punto d’appoggio né di riferimento: sono prettamente acefali. Ciò ha una grande importanza. La forza morale dello slavismo è stata e sta tutta nell’organizzazione, nell’unità del «mito» e nella sua forza di suggestione, di continuo alimentata dal centro. Quando questa premessa manchi agli slavi, essi si smarriscono, si fiaccano. La forza di resistenza della nostra razza era diversa: era, diremo così, di natura biologica, periferica: reagiva sul punto offeso istintivamente, e finché la ferita non era rimarginata le forze vitali restavano in tensione. […]
Concludendo a noi sembra saggio – almeno per un primo tempo – il frazionare gli slavi in quattro anziché in due province […] tanto che venga a smorzarsi in loro, via via che le defezioni verranno, il senso della reciproca solidarietà nazionale106.

2
Conclusioni

Con la presa del potere, il fascismo fece della repressione violenta il nocciolo della soluzione al problema della presenza di elementi disomogenei, e perciò stesso «sovversivi», all’interno della compagine sociale; il volontarismo fascista esigeva soluzioni rapide e soprattutto definitivamente risolutive, perciò ogni intralcio alla realizzazione della volontà politica diveniva un problema da occultare. Si ricorse dunque ad un approccio di tipo “negazionista”, ovvero alla rimozione collettiva dei segni di tale problema, e allo spostamento dell’accento sui temi della devianza, cioè della criminalizzazione e della “razzizzazione” dell’elemento disomogeneo107.
La costruzione dello Stato «organico», anche attraverso il capillare ruolo del pnf e dell’associazionismo fascista, come macchina pedagogica rivolta alla creazione di nuove generazioni di italiani finalmente degni del nuovo ruolo imperiale dell’Italia fascista, imponeva la capacità, da parte del potere politico, di incidere sulle caratteristiche somatiche, caratteriali e culturali degli Italiani, secondo una politica della «razza», appunto, che fu all’inizio principalmente vista come azione positiva dello Stato, combinazione di indottrinamento ideologico e profilassi igienica associati alla promozione massiccia della natalità108.
La politica delle nazionalità, ovvero la gestione delle minoranze culturali (e religiose), appariva perlopiù un affare di politica interna, una questione da gestire come se fosse − in qualche modo − esclusivamente di ordine pubblico, dal momento che il tentativo di monopolizzazione dello spazio associativo e culturale da parte del fascismo non consentiva affatto il riconoscimento di culture differenti, portatrici di qualsivoglia rivendicazione di autonomia culturale o politica.
Nondimeno, occorre osservare come la gestione politica delle minoranze nazionali ebbe, durante il Ventennio, legami anche sostanziali con la politica estera verso i Paesi confinanti. Con la Jugoslavia e con la Germania, in particolare. Questo certamente contribuì ad accentuare negli anni un particolare fenomeno di latenza nelle espressioni pubbliche del pregiudizio.
In questo articolo abbiamo documentato espressioni di odio etnico ed esaltazione nazionalistica che facevano parte del bagaglio culturale costitutivo del fascismo giuliano, definito poi «di confine» anche per accentuare l’idea della sua intransigenza irredentistica. Ma gli esponenti di questo fascismo godettero di un successo personale del tutto effimero, anche se fu poi lo stesso apparato di potere a recepirne le massime e i metodi per quanto riguardava la repressione dell’associazionismo e della cultura slovena e croata. Un apparato di potere che ebbe in mano anche le leve della rappresentazione di quel mondo «allogeno», che tanto resistette all’abbraccio della cultura «totalitaria» dell’Italia fascista, da rendere opportuno imporre su di esso il silenzio.
Per cui, semplicemente, quel mondo pare eclissarsi; e con esso pare scomparire un problema scottante per il regime dello Stato «corporativo», dello Stato «organico»: ovvero nuclei di elementi nazionali «allogeni» consistenti e vitali all’interno dei propri confini. Ecco come, negato il diritto all’esistenza di entità sociali disomogenee, inassimilabili, l’espressione della loro cultura e del loro dissenso alla politica di assimilazione viene rappresentata come il grave indizio di legami «sovversivi» con paesi stranieri. O, ancora, riconducibile all’influsso pernicioso del bolscevismo di marca russa, a cui peraltro gli Slavi balcanici andrebbero naturalmente soggetti. Da ultimo, andrebbe riferita alla natura «bestiale», «incivile», di certe genti.
Così, per il tramite del discorso sulla devianza, l’opinione pubblica si forma un comodo pregiudizio; e, allo stesso tempo, l’esistenza di un problema di convivenza, che sembrava rimosso dal velleitarismo politico del regime, ritorna a galla per il tramite esasperato dell’odio etnico. Vorremmo dire razziale, se è vero che la nazione, per la mentalità fascista, spesso si confondeva con la razza109.
Il razzismo antislavo che si manifesta in Italia nel Ventennio può essere anche inteso come un campo dottrinario aperto, in cui confluiscono le valutazioni dei caratteri fisici, psicologici, culturali di un popolo; in cui il concetto di «razza» e il suo impiego semantico risultano oscillanti, contraddittori e comunque non esclusivi. Accanto al termine «razza», trovano posto anche «masse», «popolazioni», «stirpi».
Questo a prescindere dalla attestata presenza di una “mentalità” razzista, che impregna i rapporti tra il potere fascista e la popolazione di origine slovena e croata, a causa della quale si acuiscono i conflitti sociali e interetnici nelle problematiche regioni del confine nord-orientale, innescando processi discriminatori contro singoli o collettività.
Quando il fascismo parla di caratteri naturali propri degli «allogeni» slavi, occorre anzitutto leggere in questo il tentativo di imposizione di una visione mitica che rappresentava la realtà giuliana come frutto di un’alterazione storica recente, a cui un’energica azione politica avrebbe potuto porre rimedio gettando così le basi per la rinascita civile della regione, con l’abolizione dei conflitti sociali e con la mobilitazione permanente di una massa naturalmente predisposta all’assimilazione110.
Se invece il fascismo deve giustificare il fallimento di quella politica, allora la natura attribuita alle popolazioni slovene croate cambia aspetto, ed esse vengono connotate come «razza» insidiosa e infida. Emerge quindi l’aspetto della devianza, ereditata e trasmessa grazie all’influenza malsana dell’ambiente sull’individuo.
In questo contesto, gli sloveni e i croati residenti in Italia vengono preferibilmente denominati «slavi» quando si vuole colpirli come somma di individui nemici della nazione, agenti più o meno consapevoli di una sovversione che può essere, allo stesso tempo, di tipo comunista internazionalista e sfrenatamente nazionalistica; sono invece chiamati «allogeni» quando si intendono in qualche modo come disomogenei al resto della nazione, ma allo stesso tempo passivi e inerti. Infine «alloglotti», termine più sfumato ma comunque utilizzato, consente aperture ancora maggiori poiché, se davvero si fosse trattato soltanto di una questione di lingua, allora sarebbe bastato educare «italianamente»111 i giovani, distaccarli dall’ambiente domestico (se necessario anche «risanare» quest’ultimo, agendo sulle donne con la propaganda), e costringerli a dimenticare.
Esiste, invero, un vasto repertorio di espressioni di odio antislavo, in primo luogo nella pubblicistica e nella stampa, le cui argomentazioni provengono da un filone della cultura italiana di orientamento nazionalistico, ereditato in parte anche dal passato liberale e asburgico; questo repertorio si basa prevalentemente su argomentazioni che insistono sul difetto di «civiltà» delle popolazioni slave e tendono a presentare come naturale la condizione di inferiorità sociale in cui esse versano, principalmente per ragioni di «mentalità». L’unico riscatto possibile per gli slavi consiste nel «diventare» italiani, in virtù dei provvedimenti che il regime adotta per italianizzarli.
Fondamentale, a questo proposito, è il ricorso al mito di Roma, che, unito a quello della Repubblica veneziana, funge da base per rivendicazioni nazionali di carattere storico sui nuovi territori italiani abitati da slavi, come sulle cosiddette «zone grigie». Per contro, si tenta di dimostrare l’inconsistenza di una cultura specificamente e compattamente slava anche nei Paesi dell’Europa orientale, si insiste anzi sulla loro divisione e diversificazione caotica, che fanno dell’aggettivo «balcanico» il sinonimo di corruzione del principio dello Stato nazionale, ma anche di mescolanza di caratteri razziali e culturali «asiatici» (o «mongolici») con quelli «europei».
Lo “Slavo” e i “Balcani” diventano dunque il «luogo della differenza» all’interno e all’esterno del territorio nazionale, realtà indesiderata e intrusa, che corrompe e porta disomogeneità, forza disgregatrice del principio nazionale (e perciò internazionalista).
Luogo della differenza, ma anche luogo dell’ambivalenza. Lo Slavo è facilmente malleabile, semplice di spirito, oppure servile e infido; oppure – ancora – «tenace» come un macigno, «radicato» alla sua terra e «ostinatamente» attaccato alla sua cultura, nonché pericolosamente prolifico. Tutta la concezione fascista della «razza slava» è una scandalosa ambivalenza, che si può sfruttare a fini politici solo fino a un certo punto. Per cui è meglio tacerne per quanto è possibile, per non «offendere» l’italianità apparentemente cristallina della regione, se non quando si esprime la necessità di una dura repressione. Un «problema» affrontato con la conclamata convinzione che comunque, sulla lunga prospettiva, verrà naturalmente risolto attraverso il confronto impari con la civiltà italiana, nell’arco di «una generazione o due»112.
Il pregiudizio etnico allora compie un salto di qualità e dalla svalutazione degli Slavi passa alla loro cancellazione simbolica, primo passo verso la dissoluzione effettiva della loro presenza come cultura e come coscienza nazionale.
Le minoranze slave diventano perciò, in Italia, «il popolo che non c’è». Ecco perché una parte della storiografia parla di «genocidio culturale»113.

Note

1. Cfr. per questo concetto A. Burgio (a cura di), Nel nome della razza. Il razzismo nella storia d’Italia, 1870-1945, il Mulino, Bologna 1999.
2. Cfr., ad esempio, G. A. Chiurco, Storia della rivoluzione fascista, Vallecchi, Firenze 1929.
3. Un primo saggio monografico sull’argomento è quello scritto da E. Collotti, Sul razzismo antislavo, in Burgio (a cura di), Nel nome della razza, cit., pp. 63-92.
4. G. L. Mosse, Il razzismo in Europa, dalle origini all’Olocausto, Laterza, Roma-Bari 1980.
5. Cfr. L. Poljakov, Il mito ariano, Editori riuniti, Roma 1999.
6. E. Apih, Italia, fascismo e antifascismo nella Venezia Giulia (1918-1943), Laterza, Bari 1966, p. 154.
7. Cfr. A. Buvoli, Il fascismo nella Venezia Giulia e la persecuzione antislava, in “Storia contemporanea in Friuli”, n. 27, 1996, pp. 71-2.
8. Il Commissario di governo Mosconi am­mise che «il movimento fascista giuliano aveva necessariamente col Governo locale comunanza di ideali e di fini», pur essendovi talora a suo dire «una profonda diversità di metodi». Cfr. A. Mosconi, I primi anni di governo italiano nella Venezia Giulia, Cappelli, Bologna 1924, p. 16.
9. A. M. Vinci, Il fascismo e la società locale, in Friuli e Venezia Giulia, storia del ’900, leg, Gorizia 1997, p. 221.
10. Ivi, p. 242.
11. Attraverso la sostituzione, nel luglio 1919, del governatore militare Petitti di Roreto con il Commissario generale civile Augusto Ciuffelli – cui sarebbe presto subentrato Antonio Mosconi – Nitti aveva tentato di normalizzare una situazione politica che aveva visto crescere il radicalismo sociale e i nazionalismi contrapposti. Cfr. D. Rusinow, Italy’s Austrian Heritage: 1919-1946, Clarendon press, Oxford 1969, pp. 84, 111.
12. Cfr. L. æermelj, Sloveni e Croati in Italia tra le due guerre, est, Trieste 1974, p. 37.
13. Cfr. G. Sluga, Identità nazionale italiana e fascismo: alieni, allogeni e assimilazione sul confine nord-orientale italiano, in M. Cattaruzza (a cura di), Nazionalismi di frontiera: identità contrapposte sull’Adriatico nord-orientale, 1850-1950, Rubbettino, Soveria Mannelli 2003, p. 175.
14. Collotti, Sul razzismo antislavo, cit., p. 53.
15. Cfr. Sluga, Identità nazionale italiana e fascismo, cit., p. 175.
16. Cfr. A. M. Vinci, Venezia Giulia e fascismo. Alcune ipotesi storiografiche, in “Qualestoria”, xvi (1988), p. 50.
17. «Io ben sapevo – scrive Mosconi – che i capi bolscevichi italiani e stranieri fermavano lo sguardo su Trieste, come al luogo più propizio allo scattare della scintilla che avrebbe dovuto provocare fra di noi l’incendio distruttore». Cfr. Mosconi, I primi anni del governo italiano, cit., p. 9.
18. Il quale verrà ferito pochi mesi dopo da una folla inferocita. Cfr. Apih, Italia, fascismo e antifascismo nella Venezia Giulia, cit., p. 155. Il Belli pare sia stato agente provocatore del governo ungherese a Fiume dove svolse, nel 1913, attività antirredentista; ancora a Fiume fu capo ufficio stampa di D’Annunzio, ma perse il posto quando si seppe dei suoi precedenti, e allora passò al fascismo; anni dopo, a Torino, fu condannato per truffa. Cfr. ivi, p. 141.
19. A proposito di “vigilia elettorale”. […] Lo abbiamo detto: noi siamo il partito della patria! Cfr. “Il Popolo di Trieste”, 9 febbraio 1921. Perché si sappia chi siamo. […] Noi siamo la Patria stessa […]. Cfr. ivi, 11 febbraio 1921.
20. Ivi, 21 gennaio 1921.
21. Ivi, 7 aprile 1921.
22. Ivi, 23 febbraio 1922.
23. Ivi, 30 marzo 1922.
24. Ivi, 12 febbraio 1921.
25. Ruggero Fauro, altresì noto come Timeus, è considerato tra i maggiori esponenti dei nazionalisti radicali triestini di inizio secolo. Volontario nell’esercito italiano, morì durante la Prima guerra mondiale. Cfr. P. Privitera, Ruggero Timeus-Fauro, «profeta» del fascismo, in “Qualestoria”, n.s., a. xi, n. 2, giugno 1983, pp. 47-54.
26. Ivi, 11 gennaio 1922.
27. Cfr. æermelj, Sloveni e Croati in Italia tra le due guerre, cit., p. 44.
28. “Il Popolo di Trieste”, 4 gennaio 1922.
29. Ibid.
30. Cfr. Un prete lurido austriacante!, ivi, 11 luglio 1922; Da Pieris. Un prete brutale e austriacante, ivi, 12 luglio 1922.
31. Ivi, 25 marzo 1922.
32. Ibid.
33. Ivi, 28 marzo 1922.
34. Ibid.
35. Ivi, 4 aprile 1921.
36. Ivi, 1° marzo 1921.
37. Le innumerevoli volte in cui tale identificazione è contenuta nel “Popolo di Trieste” durante i due anni presi in esame non consente, in questa sede, una rassegna completa di tali espressioni; perciò ci limitiamo a riportare quelle, a nostro giudizio, più significative.
38. “Il Popolo di Trieste”, 12 febbraio 1921.
39. Ivi, 4 gennaio 1922. Cfr. anche La rivolta slavo-comunista di S. Croce. Le tragiche conseguenze di una politica rammollita, ivi, 19 aprile 1922.
40. Ivi, 1° marzo 1921.
41. Ivi, 27 marzo 1921.
42. Ivi, 16 marzo 1922.
43. Ivi, 8 marzo 1921.
44. Ivi, 8 aprile 1921.
45. Ivi, 24 marzo 1922.
46. Ivi, 7 aprile 1921.
47. Ivi, 14 gennaio 1922.
48. Diritto che, in effetti, era implicito nell’assenza di qualsiasi impegno formale dell’Italia al rispetto delle minoranze di fronte alla comunità internazionale. Cfr. æermelj, Sloveni e Croati in Italia tra le due guerre, cit., p. 15.
49. “Il Popolo di Trieste”, 23 marzo 1921.
50. Attilio Tamaro, esponente di punta del nazionalismo e poi del fascismo giuliano, rappresentò con Francesco Salata, Fulvio Suvich e altri un vero e proprio gruppo di pressione all’interno dello stesso fascismo a sostegno dell’intransigenza antislava. Cfr. Collotti, Sul razzismo antislavo, in Burgio (a cura di), Nel nome della razza, cit. p. 44.
51.“Il Popolo di Trieste”, 19 febbraio 1921.
52. Ivi, 14 gennaio 1922.
53. Cfr. Chiurco, Storia della rivoluzione fascista, cit., iv, p. 237.
54. “Il Popolo di Trieste”, 13 giugno 1922.
55. Ivi, 1° marzo 1921.
56. Ivi, 6 giugno 1921.
57. Ivi, 30 giugno 1922
58. Cfr. Gli orientamenti politici degli Stati balcanici. L’Italia e un blocco antislavo, ivi, 21 gennaio 1922.
59. Cfr. Risposta ad un’inchiesta adriatica, ivi, 3 gennaio 1922.
60. Ivi, 8 marzo 1921.
61. Ivi, 10 marzo 1921.
62. Ivi, 5 gennaio 1922.
63. Ivi, 11 febbraio 1922.
64. Ivi, 8 aprile 1922.
65. Ivi, 24 febbraio 1922.
66. L’Impero austro-ungarico viene chiamato così in quegli anni.
67. “Il Popolo di Trieste”, 17 gennaio 1922.
68. L’editorialista fa anche un accenno al grande criminologo Cesare Lombroso.
69. “Il Popolo di Trieste”, 24 gennaio 1922.
70. Ivi, 1° febbraio 1922.
71. Ivi, 3 gennaio 1922.
72. Buvoli, Il fascismo nella Venezia Giulia e la persecuzione antislava, cit., p. 71.
73. Ivi, 4 luglio 1922.
74. Ivi, 4 febbraio 1922.
75. Ivi, 10 febbraio 1922.
76. Ivi, 22 aprile 1922.
77. Ivi, 28 gennaio 1921.
78. Ivi, 31 marzo 1921. Da notare l’espressione «piede infame dello slavo e del croato», dove «slavo» sta per «sloveno».
79. Ivi, 18 marzo 1921.
80. Ivi, 26 gennaio 1921.
81. Ivi, 3 marzo 1921.
82. Ivi, 5 marzo 1921.
83. Ivi, 6 maggio 1922. Ci si riferisce ancora al “Pucki Prijatelj”.
84. «Di fronte a una razza come la slava, inferiore e barbara, non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del bastone […]. I confini dell’Italia devono essere: il Brennero, il Nevoso e le Dinariche […]». Cfr. Chiurco, Storia della rivoluzione fascista, cit., ii, pp. 268-9.
85. “Il Popolo di Trieste”, 2 marzo 1922.
86. Ivi, 18 maggio 1922.
87. Ivi, 23 marzo 1921. L’appellativo «Mardocheo» si riferisce ironicamente al personaggio biblico noto per aver salvato, con le sue lamentazioni presso la regina Ester, il popolo ebraico dalla distruzione a cui l’aveva condannato il sovrano di Babilonia (Ester, 4).
88. Ivi, 12 aprile 1922.
89. La disposizione del Comando supremo in data 15 aprile 1919, n. 05039/a, secondo cui gli impiegati statali di ogni ordine avevano la facoltà di rimanere in servizio su richiesta, non fu applicata nel caso degli impiegati statali sloveni e croati, i quali si videro respingere le richieste di permanenza in servizio; altrimenti veniva loro notificata la sospensione dal servizio «per motivi di ordine pubblico» senza che venissero rispettate le norme vigenti. Cfr. æermelj, Sloveni e Croati in Italia tra le due guerre, cit., pp. 83-8.
90. “Il Popolo di Trieste”, 3 marzo 1921.
91. Ivi, 26 gennaio 1921.
92. Ivi, 19 marzo 1921.
93. Ivi, 4 febbraio 1921.
94. Ivi, 1° aprile 1921.
95. Ivi, 9 febbraio 1921.
96. Ivi, 7 febbraio 1921.
97. Ibid.
98. Cfr. Il discorso di Mussolini, ivi, 25 ottobre 1922.
99. Ivi, 5 gennaio 1922.
100. Ivi, 15 settembre 1922.
101. Ivi, 18 novembre 1922.
102. Cfr. L’ombra della defunta, ivi, 26 marzo 1921.
103. Cfr. per questo C. Schiffrer, Sguardo storico sui rapporti tra italiani e slavi nella Venezia Giulia, Stabilimento tipografico nazionale, Trieste 1946.
104. Sull’importanza del fattore demografico per le teorie razziali del futuro regime fascista, si veda G. Israel, P. Nastasi, Scienza e razza nell’Italia fascista, Il Mulino, Bologna 1998.
105. Ivi, 26 novembre 1922.
106. Ivi, 28 novembre 1922.
107. Cfr. Burgio (a cura di), Nel nome della razza, cit.
108. Cfr. Israel, Nastasi, Scienza e razza nell’Italia fascista, cit.
109. «Naturalmente non esiste una razza pura, nemmeno quella ebrea. Ma appunto da felici mescolanze deriva spesso forza e bellezza di una nazione». E, ancora: «Razza: questo è un sentimento, non è una realtà; il 95% è sentimento». Questo lo avrebbe scritto Mussolini in Razza e percentuale, un articolo uscito anonimo su “La Difesa della Razza”, a. i, n. 1, 5 agosto 1938, p. 5. Cfr. D. Padovan, Le scienze sociali durante il fascismo tra razza e nazione, biologia e cultura, in “Razzismo & Modernità”, anno i, n. 1/2001, p. 79.
110. Questo crea le condizioni per un’operazione linguistica congeniale alla sopraffazione, di cui A. M. Vinci scrive: «“L’allogeno” […] in realtà può ancora sperare di essere accolto nel grembo della comunità maggioritaria purché sia in grado di rispettare una scala gerarchica che è sociale e nazionale insieme. “L’allogeno” è tollerato solo se accetta di cancellare una parte della sua storia, quella cioè del suo risveglio nazionale. Reinventare “il buon popolo dei villici del contado”, riportare “gli allogeni... al loro stato naturale”». Cfr. A. M. Vinci, Il fascismo di confine, in Il confine orientale, da “I viaggi di Erodoto”, Edizioni Bruno Mondadori, a. 12, n. 34, gennaio-aprile 1998, pp. 100-5.
111. Cfr. G. Bombig, Le condizioni demografiche della Venezia Giulia e gli allogeni, in “Gerarchia”, 1927, vol. ii, p. 819.
112. Così scriverà, ancora nel 1941, “Critica fascista” sul carattere nazionale della provincia di Lubiana. Cfr. D. Rodogno, Il nuovo ordine mediterraneo, Bollati Boringhieri, Torino 2003, p. 114.
113. Cfr. A. Andri, G. Melinato, Scuola e confine. Le istituzioni educative della Venezia Giulia 1915-1945, irsmlfvg, Trieste 1994, p. 134.