Il Movimento di unità proletaria

di Sarah Verrengia

 

 

Nel 1939 si era chiusa la breve e significativa parentesi del Centro socialista interno (Csi) e aveva cominciato a delinearsi una delle fasi più critiche della storia del socialismo italiano. L’inizio della seconda guerra mondiale e l’invasione della Francia avevano prodotto, infatti, un grave stato di paralisi politica e organizzativa all’interno del fuoruscitismo socialista e avevano reso praticamente impossibile la sua funzione direttiva1. Mentre la situazione appariva di giorno in giorno più critica, si decideva di trasferire la direzione del partito in Svizzera, allo scopo di rimettere in piedi i gruppi socialisti in Italia. Così, nel 1941, a Zurigo, iniziava a operare il Centro estero guidato da Ignazio Silone che però non riuscì ad andare oltre qualche sporadico contatto con alcuni gruppi genovesi. Ma, mentre i contrasti politici stavano rendendo sempre più tesi i rapporti tra i vari esponenti del partito dell’emigrazione, nel paese stava maturando a poco a poco l’esigenza di ricostituire il movimento socialista.
Fra la seconda metà del 1942 e gli inizi del 1943, il progressivo indebolimento del regime, reso ogni giorno più evidente dai bombardamenti alleati che martellavano indiscriminatamente le maggiori città italiane e dai continui rovesci militari subiti dall’Asse, favorì la ripresa nel paese delle attività politiche da parte delle forze antifasciste. In questo contesto, che lasciava presagire come prossimo il crollo del fascismo, si inserì il processo di rinascita del movimento socialista che, a partire dall’estate del ’42, prese forma attraverso due progetti politici antitetici. L’uno, il Partito socialista italiano rifondato a Roma da Romita e Lizzadri che, richiamandosi al programma di Genova del 1892, si riallacciava alla tradizione socialista prefascista. L’altro, il Movimento di unità proletaria fondato a Milano da un gruppo molto eterogeneo di socialisti che, partendo dalle elaborazioni del Csi degli anni Trenta e ponendosi in una posizione di aperta rottura nei confronti dei partiti storici del movimento operaio, ritenuti ormai superati, aspirava a costituire il partito nuovo e unico del proletariato. La decisione di dar vita a questo nuovo movimento aveva profondamente risentito – come ha scritto Neri Serneri – dell’influenza delle nuove leve dell’antifascismo milanese, da tempo critiche nei confronti delle organizzazioni prefasciste e impegnate nella rifondazione programmatica dei rispettivi soggetti politici di riferimento2. Lelio Basso, che di quelle nuove leve dell’antifascismo milanese era stato uno dei rappresentanti più in vista fin dagli anni Venti, così descriveva le idee, i travagli e i sentimenti delle nuove generazioni socialiste:

Erano cresciute nuove generazioni socialiste, che si riconoscevano nella vecchia tradizione socialista ma rifiutavano di riconoscersi nelle forme politiche che essa aveva preso: penso alla generazione che lavorò in Italia nel periodo del ventennio, in clandestinità, e diede vita a un centro interno del partito; penso a uomini come Rodolfo Morandi e come me stesso, e Lucio Luzzatto; e anche a Colorni e a Curiel, prima che passassero al Partito comunista. Non avevamo alcuna corresponsabilità col fascismo prefascista, non volevamo assolutamente ritornare a quel tipo di socialismo. […] Quando dico che non ci riconoscevamo nel vecchio riformismo, voglio tuttavia sottolineare che di quel vecchio riformismo si deve parlare col più profondo rispetto per l’immensa utilità storica che ha svolta, opera che però già allora non potevamo ritenere più rispondente alle esigenze storiche nuove3.

Frutto di un lungo e complesso processo graduale, spontaneo e, soprattutto, indipendente dagli orientamenti politici del partito dell’emigrazione, la rinascita del movimento socialista ebbe come protagonisti uomini appartenenti a generazioni, storie politiche e realtà sociali completamente diverse.
Il Movimento di unità proletaria – noto ai suoi militanti e ai suoi interlocutori politici più semplicemente come Mup – venne fondato ufficialmente a Milano il 10 gennaio 1943 da un gruppo di militanti socialisti, provenienti da diverse città del paese, che non si era mai arreso di fronte al fascismo e lo aveva sempre combattuto con tenacia, passando continuamente dal carcere al confino. Alla sua fondazione avevano partecipato perlopiù militanti dei due tradizionali schieramenti socialisti: quello massimalista, rappresentato, fra gli altri, dai vecchi sindacalisti Domenico Viotto e Umberto Recalcati, e quello riformista, di cui uomini simbolo delle lotte agrarie dell’Emilia degli anni Venti come Paolo Fabbri e Giuseppe Bentivogli, erano gli esponenti più in vista. A questi si erano aggiunti giovani militanti che, come Carlo Andreoni e Corrado Bonfantini, erano stati espulsi dal Pcd’I e altri che, come Lelio Basso, Ermanno Bartellini e Lucio Luzzatto, pur avendo aderito fin da giovanissimi al Psi o al Psu e militato nelle file del Csi, erano considerati uomini nuovi per le loro idee anticonformiste. L’eterogeneità, quindi, era stata, fin dall’inizio, una delle caratteristiche peculiari del movimento e, per questo motivo lo schema proposto da Leonardo Rapone – secondo cui il Mup poteva essere considerato un soggetto politico riconducibile ai massimalisti e il Psi espressione dei riformisti – appare un po’ troppo rigido4.
La lunga fase di preparazione e di organizzazione precedente alla nascita del Mup aveva avuto inizio a partire dall’estate del 1940. In quel periodo, Basso e Viotto, internati nel campo di concentramento di Colfiorito, avevano avuto l’opportunità di ritrovarsi, rafforzare il loro vecchio legame, scambiarsi idee e, soprattutto, pervenire alla conclusione che fosse ormai giunto il tempo di ricostruire i nuclei socialisti nel paese. Il ritorno dal confino aveva coinciso, dunque, per molti militanti, con la ripresa dei contatti e dell’attività organizzativa. Viotto, subito dopo il suo ritorno a Milano nel 1941, aveva cominciato a riallacciare i rapporti con gli altri socialisti e aveva organizzato, nell’autunno di quello stesso anno, presso la Chimico Galvanica – l’azienda da lui stesso fondata negli anni Trenta «per mettere in contatto tra loro il maggior numero di compagni sotto la copertura di un rapporto commerciale»5 – un pranzo al quale avevano preso parte circa quaranta persone, tra cui alcuni dipendenti di quella stessa azienda, Basso, Recalcati e i rappresentanti di quasi tutte le grandi fabbriche di Milano e di Sesto San Giovanni6. La rete dei contatti, dopo quella prima riunione clandestina, aveva a poco a poco cominciato a espandersi, soprattutto a Milano, Torino e nel Bolognese tanto che, nell’ottobre del ’42, era stato deciso di dar vita alla prima sezione milanese del movimento7. Alla fondazione ufficiosa del Mup era seguita una fase caratterizzata da un’attività politica febbrile: Viotto si era recato in diverse città del paese, tentando faticosamente di raccogliere adesioni; nel Bolognese Fabbri e Bentivogli avevano promosso, spesso insieme a Basso e Luzzatto, diverse assemblee; Recalcati si era occupato di mantenere vivi i contatti nel Bresciano, mentre Andreoni e Bonfantini agivano nel Piemonte. Mentre la rete organizzativa si stava estendendo di giorno in giorno e le adesioni crescevano, cominciava a prender forma l’idea di organizzare un convegno nazionale e di elaborare un programma politico comune. Nel gennaio ’43, infatti, come abbiamo già visto, veniva ufficializzata la nascita del movimento e approvata quasi all’unanimità la piattaforma programmatica e si decideva, inoltre, di stabilirne a Milano la sede centrale e di attribuire a Basso, Viotto, Valcarenghi, Bonfantini e Andreoni la gestione del comitato esecutivo8.
Nella dichiarazione programmatica9 il Mup si qualificava come il partito nuovo e unico del proletariato e indicava, tra i suoi obiettivi primari, la costituzione di una Repubblica socialista dei lavoratori e il progetto di un radicale cambiamento della società. Il nuovo movimento, «nato dall’intimo travaglio» di uomini che, «nella tenacia delle cospirazioni» e «nell’angoscia delle persecuzioni» non avevano mai smesso di credere e lottare per un mondo migliore, intendeva raccogliere – richiamandosi «idealmente a tutta la tradizione del movimento proletario e socialista italiano»10 – tutte le forze del movimento operaio e, più in generale, tutti coloro che si riconoscevano nella sua piattaforma programmatica. Postosi in una posizione di aperta rottura e, in un certo senso, di sfida nei confronti dei partiti del movimento operaio, ritenuti ormai superati, esso aspirava a diventare il nuovo polo di aggregazione di quanti non si riconoscevano più nei partiti della tradizione e volevano contribuire alla costituzione di un partito unico del proletariato. In Unità proletaria, articolo scritto alla vigilia del 25 luglio ’43 da Basso e pubblicato dall’“Avanti!” clandestino, si leggeva:

I vecchi partiti sono morti, ben morti. Quel che ne è sopravvissuto, attraverso questo periodo di lotte illegali, sono delle audaci organizzazioni clandestine, attrezzate forse per la cospirazione, ma prive da vent’anni di contatti con la vita vera e con i veri sentimenti delle masse, soprattutto della generazione che in questi vent’anni s’è formata. Pretendere di trasformarli di nuovo in partiti di masse, di farne senz’altro degli strumenti efficienti di lotta politica in un nuovo clima in cui ben diverse saranno le situazioni e i compiti, sarebbe commettere un errore politico. Un errore politico anche perché vorrebbe dire richiamare in vita, insieme ai vecchi partiti che – nati in situazioni storiche diverse e per obbedire ad esigenze diverse – non rispondono più alle nuove condizioni, anche tutto il bagaglio delle polemiche, delle lotte intestine, delle scissioni che quei diversi partiti rappresentano, tutto il peso degli errori che i vecchi nomi richiamano. […] L’esigenza unitaria è profondamente sentita dalle masse ed essa può essere soddisfatta solo da un nuovo partito che superi le vecchie divisioni e non ripeta le vecchie forme mentali. Il nuovo partito del proletariato italiano deve sorgere dalla viva coscienza delle masse, espressione attiva della loro maturità politica, dei bisogni nuovi che esse sentono di fronte al rapido procedere degli eventi. Il nostro movimento ha per compito appunto di promuovere la futura costituzione di questo nuovo partito unificato del proletariato italiano11.

L’obiettivo del movimento operaio – spiegava Basso negli anni Sessanta, tracciando un bilancio della sua militanza politica – non doveva essere un semplice ritorno alla democrazia parlamentare e, quindi, all’Italia prefascista ma, al contrario, lo sfruttamento della crisi politica, al fine di attuare la conquista del potere, l’instaurazione di una Repubblica socialista e una radicale trasformazione sociale. La differente valutazione del fenomeno fascista nella storia italiana aveva contribuito, certamente in misura maggiore rispetto ad altri fattori, a delineare la frattura fra il nuovo movimento e i partiti della “tradizione”. Il fascismo non poteva essere concepito come una parentesi della storia nazionale cui porre rimedio attraverso il ripristino della democrazia parlamentare; ma doveva essere valutato come il risultato e, allo stesso tempo, la degenerazione, delle contraddizioni e dei nodi irrisolti che avevano caratterizzato l’Italia prefascista, cui era necessario rispondere con una serie di riforme tese a inquadrare «la battaglia finale contro il fascismo come battaglia per una repubblica socialista»12. Il potere – si legge nella prima parte del programma – doveva essere esercitato da tutti i lavoratori per mezzo degli organi da loro stessi espressi attraverso il suffragio universale diretto e segreto. L’abbattimento del sistema capitalistico – di cui il fascismo era stato «l’ultima e più brutale espressione» – doveva rappresentare la priorità assoluta della Repubblica socialista e doveva essere realizzato attraverso un vasto programma di socializzazione dei mezzi di produzione e di scambio in campo economico e una vasta opera di espropriazione del latifondo in campo agricolo. In materia di politica estera l’obiettivo era quello di promuovere la costituzione di «una pacifica comunità europea» volta a superare i «gretti nazionalismi» e le «meschine questioni territoriali» e, soprattutto, in grado di assicurare a ogni popolo «le migliori condizioni di sviluppo» garantendo «le materie prime, le comunicazioni nonché la tutela delle minoranze». In campo religioso veniva assicurata la totale libertà di culto sulla base dell’«assoluto rispetto» nei confronti della fede. L’istruzione era destinata a ricoprire un ruolo fondamentale, poiché il «potenziamento dei valori culturali e spirituali» doveva costituire la base della nuova società. La costruzione di abitazioni «per ogni famiglia di lavoratori», inoltre, doveva rispondere alla volontà di eliminare «qualsiasi forma speculativa capitalistica di proprietà»13.
Nel programma politico del Mup, il richiamo ad alcuni elementi tipici dell’elaborazione del Centro socialista interno era evidentissimo. Il Csi, infatti, fin dal suo esordio nel 1934, si era distinto per la rivendicazione di un motivo proprio, particolare del socialismo che aveva preso forma attraverso la critica ai partiti politici tradizionali, la forte autonomia nei confronti del partito dell’emigrazione e, soprattutto, l’aspirazione a realizzare il rinnovamento del socialismo italiano su basi classiste e unitarie. Ma il Csi, a differenza del Mup, non aspirava alla costituzione di un nuovo soggetto politico che, secondo Morandi, non avrebbe fatto altro che incrementare i fattori di debolezza all’interno del movimento operaio; l’obiettivo del nuovo movimento – come ha sottolineato Neri Serneri – era quello di proporsi come «la formazione che, superando di slancio le vecchie organizzazioni, avrebbe riunificato sul terreno classista e rivoluzionario tutte le forze attive del movimento operaio»14.
Il Mup raggiunse uno sviluppo considerevole soltanto in Lombardia, in Emilia e in Piemonte e, tranne che a Roma e a Firenze, non riuscì a stabilire alcun contatto con l’Italia centro-meridionale, ricalcando, in tal modo, i limiti del Csi. A Milano, Bologna e Torino riuscì a raggiungere un certo radicamento, fino a diventare un soggetto politico di rilievo mentre, nelle altre città, rimase fino all’ultimo fortemente circoscritto o pressoché ininfluente.
Milano era stata fin dall’inizio la sede direttiva del Mup e non era stato un semplice caso il fatto che proprio lì il movimento fosse stato fondato e avesse raggiunto il suo massimo grado di sviluppo organizzativo e politico; nel capoluogo lombardo, infatti, già dai primi anni Trenta, la rete clandestina socialista era riuscita a ricostituire una propria, seppure embrionale, presenza fino a raggiungere, durante gli anni della guerra, una significativa consistenza. Nell’estate del 1940, pertanto, quando Basso e Viotto cominciarono a maturare l’idea di organizzare il Mup, poterono contare sui diversi nuclei socialisti radicati in città già da molto tempo e, subito dopo la fondazione del movimento, riuscirono anche a raccogliere le adesioni di alcuni militanti appartenenti ad altri gruppi politici. Oltre ai comunisti dissidenti – tra cui il trockista Giordano Bruno Rizzi menzionato da Amati15 – al movimento aderirono anche alcuni gruppi anarchici, tra cui quello guidato da Mario Perelli16.
In occasione degli scioperi del marzo 1943, il movimento – nonostante lo schiacciante predominio del Pcd’I nell’organizzazione delle mobilitazioni – apportò un valido contributo, senza dubbio molto più significativo di quanto gli studi abbiano finora rilevato17; e, sebbene in quel periodo si trovasse ancora in una fase di formazione, partecipò agli scioperi stabilendo importanti contatti con alcuni nuclei di socialisti presenti nelle aziende comunali e in diverse fabbriche della città e della sua sterminata periferia industriale18. All’inizio degli anni Ottanta, Lucio Luzzatto, ripensando a quei giorni, affermò:

C’erano stati ai primi di marzo gli scioperi a Milano, e noi non è che ne fossimo stati al di fuori, certo non avevamo la presenza che aveva il Partito comunista, ma una presenza l’avevamo anche noi, avevamo riunioni, seguivamo le cose; lo sciopero lo seguimmo giorno per giorno in quel marzo 1943, e ne sentivamo tutto il significato, tutta la portata19.

Agli scioperi di marzo seguì una fase caratterizzata da un’attività politica molto intensa, volta a estendere i contatti e ad ampliare la sfera d’influenza del movimento nelle altre città. I viaggi di Valcarenghi, Basso e Luzzatto a Roma – dove da tempo si erano costituiti i gruppi del Mup, dei Socialisti rivoluzionari e di Unione proletaria – erano diventati sempre più frequenti.
Il 25 maggio del ’43 si svolse in una villetta della periferia cittadina il terzo e ultimo convegno nazionale del Mup che diede inizio, di fatto, alla seconda fase politica del movimento; da quel momento, infatti, i suoi militanti decisero di cambiare radicalmente la loro linea, iniziando a collaborare stabilmente con le altre forze politiche. La grande influenza acquisita dal Pcd’I durante gli scioperi di marzo aveva praticamente costretto il Mup ad accantonare il progetto dell’unità proletaria – la cui condizione necessaria era lo scioglimento dei partiti operai tradizionali – e a intraprendere la strada della collaborazione politica con le altre forze antifasciste allo scopo di evitare l’isolamento politico e di tentare di contrastare – come vedremo meglio più avanti – la strategia politica perseguita dai comunisti. Con questo obiettivo il Mup, rappresentato da Basso, nonostante alcune esitazioni iniziali, partecipò all’incontro interpartitico del 24 giugno, insieme ai rappresentanti del Pci20, della Dc, del gruppo di Ricostruzione liberale, del Pda e del Psi. Dieci giorni dopo, nel corso del secondo incontro, i rappresentanti dei partiti decisero di costituire un Comitato delle opposizioni antifasciste, allo scopo di elaborare una strategia politica comune che, tuttavia, non riuscirono a raggiungere, poiché il programma proposto dal Pci venne respinto sia dal Pda che dal Mup. Al Pci che pur di abbattere il regime, aveva dichiarato di esser disposto ad accettare un’eventuale alleanza con la monarchia e le forze conservatrici, il Mup e il Pda controbatterono che per questo obiettivo non erano assolutamente disposti ad allearsi con quelle stesse forze politiche corresponsabili dell’avvento del regime e dell’intervento dell’Italia in guerra.
La comune partecipazione dei rappresentanti del Mup e del Psi alle riunioni del Comitato, invece di migliorarne le relazioni, aveva accentuato drammaticamente le differenze e riacceso le polemiche. La politica perseguita dal Pci nel Comitato, inoltre, non aveva fatto altro che incrementarne le divisioni, poiché incontrava l’approvazione del Psi e la decisa opposizione del Mup.
La notizia della caduta di Mussolini giunse improvvisa, ma non colse impreparati i militanti del movimento che, nel pomeriggio del 26 luglio, organizzarono un corteo che terminò in piazza del Duomo21; mentre in alcune fabbriche della città e della sua periferia industriale, la partecipazione degli operai aderenti al Mup fu – come nel marzo precedente – molto significativa. In quello stesso giorno, inoltre, Basso, in rappresentanza del Mup, partecipò all’assemblea del Comitato delle opposizioni antifasciste, durante la quale venne redatto un documento comune; il manifesto conteneva appelli per la «liquidazione totale del fascismo e di tutti i suoi strumenti di oppressione», «l’armistizio e la conclusione di una pace onorevole», «il ripristino di tutte le libertà civili e politiche», «la libertà immediata di tutti i detenuti politici», «il ristabilimento di una giustizia esemplare», «l’abolizione delle leggi razziali» e «la costituzione di un governo formato dai rappresentanti di tutti i partiti che esprimono la volontà nazionale»22. L’adesione a quest’ultimo punto – che contraddiceva palesemente la strategia politica perseguita dal Mup fino a quel momento – era stata dettata, come sottolinearono i suoi militanti sull’“Avanti!”, dalla volontà di contrastare la politica repressiva di Badoglio23.
Nel Bolognese, terra di lunga tradizione socialista, il Mup raggiunse un livello di sviluppo paragonabile a quello di Milano, soprattutto grazie alla caratura politica del gruppo riformista molinellese guidato dagli ex collaboratori di Giuseppe Massarenti, Paolo Fabbri e Giuseppe Bentivogli. Nei primi anni Trenta Fabbri, appena tornato dal confino, decise di lasciare Molinella e trasferirsi a Bologna dove, con l’appoggio di Domenico Viotto, avviò un’attività commerciale e riprese i contatti con gli altri socialisti allo scopo di organizzare una rete clandestina; ben presto il magazzino di detersivi in via De’ Poeti – conosciuto a Bologna come “il fondone” – diventò uno dei più importanti punti di riferimento per i futuri militanti del Mup, come Giuseppe Bentivogli, Alfredo Calzolari, Renato Tega, Gianguido Borghese e Fernando Baroncini. Nell’estate del ’42, quando Fabbri e Bentivogli decisero di costituire il Mup, molto probabilmente in accordo con il gruppo milanese di Basso e Viotto, poterono fin da subito fare affidamento sui diversi nuclei di socialisti che operavano già da anni nel Bolognese. Il gruppo dei molinellesi – composto prevalentemente da ex collaboratori di Massarenti – costituì dall’inizio il nucleo principale del movimento; a questo si aggiunse un gruppo di bolognesi, formato principalmente da ex militanti del Psu, come Gianguido Borghese, i fratelli Fernando e Bruno Baroncini, Giovanni Pilati ed Enrico Bassi; a questi si unirono anche alcuni militanti di altri partiti e movimenti – tra cui il contadino anarchico Lorenzo Roda – che, pur non militando costantemente nel Mup, apportarono comunque il loro contributo. Contemporaneamente un altro gruppo di socialisti ufficializzava in città la ricostituzione del Psi; si trattava soprattutto di ex massimalisti – tra cui Grazia, Vighi, Trebbi e Mancinelli – il cui obiettivo principale era quello di riunire le componenti del socialismo bolognese in un unico soggetto politico tanto che, fin da subito, diedero inizio ai primi tentativi per giungere alla fusione con il Mup. Ma, benché le pressioni del Psi fossero diventate di giorno in giorno più forti, il Mup non cedette e non rinunciò a espandersi autonomamente, ponendosi, in tal modo, in una posizione di palese concorrenza con il Psi. Tra gli obiettivi del Psi bolognese vi era anche quello di raccogliere in un comitato tutte le forze del movimento antifascista e promuovere una strategia comune contro il regime. La proposta politica dei socialisti raccolse fin da subito i consensi del Pcd’I – che già da tempo, del resto, stava lavorando sullo stesso obiettivo – e del Mup tanto che, nel settembre del ’42, i rappresentanti dei tre partiti si riunirono per la prima volta allo scopo di elaborare una strategia politica comune. Nel corso di quel primo incontro si giunse alla costituzione del Comitato unitario d’azione antifascista, soprattutto grazie alla mediazione di Fernando Baroncini, che venne nominato segretario.
In occasione degli scioperi del marzo ’43 – cui i socialisti, secondo Onofri, diedero un importante contributo24 – il Comitato organizzò e prese parte attivamente ad alcune mobilitazioni, come quelle che interessarono le officine Calzoni, il polverificio di Marano e alcuni stabilimenti minori della città25.
In giugno il Comitato unitario d’azione antifascista venne sostituito da una più ampia coalizione interpartitica – il Comitato regionale “Pace e Libertà” – cui il Mup, superate alcune esitazioni, aderì insieme ai rappresentanti del Pci, del Psi, della Dc, del Pda e del gruppo liberale26.
La comune partecipazione del Mup e del Psi al Comitato unitario d’azione antifascista prima, e al Comitato “Pace e Libertà” dopo, si svolse, diversamente da quella di Milano, all’insegna di una grande collaborazione27.
Il 25 luglio, a poco meno di un mese dalla sua fondazione, esso si trovò a fronteggiare la grave crisi politica determinata dal crollo del fascismo e i suoi rappresentanti, dopo una breve riunione, decisero di organizzare una mobilitazione presso il carcere di San Giovanni in Monte per chiedere la liberazione dei detenuti politici. A partire dalle giornate di fine luglio, tuttavia, l’attività politica del Mup bolognese cessò di distinguersi da quella svolta dal Comitato regionale “Pace e Libertà”.
A Torino il Mup raggiunse un ruolo politico rilevante anche se, forse, non riuscì mai a raggiungere un grado di sviluppo paragonabile a quello di Milano e di Bologna. Il suo nucleo principale era costituito dagli ex riformisti Renato Martorelli e Mario Passoni, dall’avvocato Innocente Porrone e dal medico Alberico “Henry” Molinari.
Fra il 1940 e il 1942 Passoni e Martorelli – che già da tempo non si identificavano più nel “vecchio” partito e avevano preso contatto con il gruppo milanese di Basso e Viotto – cominciarono a riorganizzare le forze socialiste torinesi con l’intento di promuovere la costituzione di un nuovo movimento socialista; il loro progetto politico raccolse fin da subito le adesioni di Porrone e di Molinari. Contemporaneamente anche l’ex impresario edile Alfonso Ogliaro aveva cominciato a ristabilire i contatti con gli altri compagni allo scopo di ricostituire il Psi; la sua casa, in via San Secondo, ospitò numerose riunioni – cui molto probabilmente parteciparono anche Filippo Acciarini e gli ex sindacalisti Luigi Carmagnola e Domenico Chiaramello – e diventò, nel giro di poco tempo, uno dei più importanti punti di riferimento per i socialisti torinesi28. Anche l’ex segretario della Fiom Bruno Buozzi – che in quel periodo era stato autorizzato a spostarsi di tanto in tanto da Montefalco, dove era stato confinato, per raggiungere i suoi nipoti a Torino – prese parte ad alcune riunioni, tra cui quella organizzata in casa di Carmagnola che segnò una forte ripresa dell’attività dei socialisti in città. Questi due gruppi, pur essendo divisi da profonde divergenze, rimasero sicuramente sempre in stretto contatto tra loro tanto che, nel gennaio del ’43, Ogliaro e Acciarini parteciparono al convegno costitutivo del Mup. Tuttavia, a partire dalla seconda metà del 1942, il progressivo indebolimento del regime, unito alle pressioni del Pcd’I, indusse i due gruppi a definire in maniera chiara la propria posizione politica. Nel giugno 1942 i funzionari del Pcd’I inviarono ai socialisti, ai rappresentanti di Gl e ai gruppi cattolici e liberali torinesi una lettera in cui «si dava notizia della costituzione in Francia del Comitato per l’unione del popolo italiano – di cui si allegava il manifesto – e si proponeva di prendere subito contatto per la formazione a Torino di un comitato unitario»29. La proposta del Pcd’I suscitò nei due gruppi socialisti torinesi reazioni molto diverse: mentre, infatti, il gruppo di Ogliaro reagì con entusiasmo assicurando il suo appoggio, il gruppo di Martorelli e di Passoni – le cui posizioni politiche, come abbiamo detto prima, praticamente coincidevano con quelle di Basso e Viotto – reagì presumibilmente con scetticismo, poiché la proposta del comitato unitario aperto a tutte le forze antifasciste andava nella direzione opposta a quella rigorosamente classista sostenuta dai militanti del Mup. Tuttavia, nonostante la diffidenza nei confronti della strategia politica del Pcd’I, Passoni e Martorelli decisero di aderire – seppure mai del tutto formalmente e in maniera discontinua – ai lavori del Comitato delle opposizioni antifasciste soprattutto per evitare l’isolamento politico e per apportare il proprio contributo. Alle assemblee del Comitato – che dal 27 dicembre su proposta del Pcd’I assunse la denominazione di Fronte nazionale d’azione – i socialisti, fin da subito, si presentarono frazionati in due schieramenti: Acciarini, Ogliaro, Pierluigi (detto Piero) Passoni, Chiaramello, Carmagnola, Buozzi in veste di rappresentanti del Psi, Martorelli e Mario Passoni per il Mup. Nel corso degli scioperi di marzo il movimento non riuscì, soprattutto a causa del suo scarso seguito nelle fabbriche, a portare avanti una linea politica distinta rispetto a quella del Pcd’I che, «grazie alla sua ininterrotta azione clandestina di tutto il ventennio ed a i suoi buoni contatti con le masse operaie»30, si rivelò fin da subito il gruppo antifascista più combattivo e organizzato.
Durante gli scioperi il Fronte non partecipò alle mobilitazioni in alcun modo, rimanendo fino all’ultimo relegato ai margini e tornò a riunirsi soltanto quattro mesi più tardi, in occasione delle riunioni del 15, del 19 e del 23 luglio. Il 26 luglio, a poche ore dalla caduta di Mussolini, i rappresentanti del Fronte si riunirono immediatamente per redigere un manifesto che, alla fine, venne sottoscritto da tutti i partiti tranne che dal Mup; nel corso di quella riunione, infatti, i comunisti e gli azionisti decisero di stemperare i toni del documento per soddisfare i rappresentanti del gruppo di Ricostruzione liberale e della Democrazia cristiana i quali, fin dall’inizio, si erano opposti a sottolineare sia l’appello a una pace separata sia la parola d’ordine «fuori i tedeschi dall’Italia» e, inoltre, si erano battuti per far modificare il nome del Fronte nazionale d’azione in Concentrazione dei partiti antifascisti e per evitare che venissero menzionati gli scioperi di marzo. Nel pomeriggio di quello stesso giorno, tuttavia, il fallimento dei colloqui di una delegazione del Fronte con il comandante della Difesa territoriale, generale Enrico Adami Rossi, che non voleva rinunciare a contrapporre l’esercito alle masse, indusse anche gli antifascisti più moderati ad assumere una posizione di aperto dissenso verso il governo Badoglio. Durante la seduta del 31 luglio, infatti, il Fronte, su proposta dei rappresentanti del Mup e della Dc, lanciò un manifesto in tono assai fermo contenente un appello per la pace, la liquidazione totale del fascismo, il ripristino delle libertà costituzionali e la liberazione delle vittime politiche.
A Torino, la comune partecipazione del Mup e del Psi alle riunioni del Fronte, provocò – molto probabilmente più che a Milano – una profonda frattura tra i due gruppi. Il movimento torinese, inoltre, come ha giustamente osservato Amati, conservò fino alla fusione con il Psi – a differenza di quello di Bologna e in misura maggiore rispetto a quello di Milano – una totale autonomia nei confronti delle altre forze politiche del Fronte31.
Nel Veneziano il Mup raggiunse uno sviluppo molto limitato e rimase sostanzialmente circoscritto alla città di Venezia e all’area industriale di Porto Marghera. A Venezia il movimento venne fondato nel 1942 dal socialista Cesare Lombroso che, negli anni Trenta, aveva preso parte alle attività del Csi e, qualche anno dopo, era stato uno dei primi ad aderire all’iniziativa politica promossa dal gruppo milanese di Basso e Viotto. La pasticceria del vecchio militante socialista Tiziano Inguanotto, al Ponte del Lovo, rappresentò – secondo Lombroso – il «luogo di ritrovo di vecchi e giovani militanti che si scambiavano notizie e speranze» e il principale punto di riferimento per il veneziano Emilio Scarpa che, inviato da Basso e Viotto «per potenziare il movimento a Venezia e nel Veneto», diffuse in città alcune copie dell’“Avanti!” clandestino edito dal gruppo di Milano32. Altri luoghi d’incontro per i militanti del movimento erano gli studi degli avvocati Arduino Cerutti – che nel corso del 1942 ricostituì a Venezia, insieme a Giovanni Giavi, il Psi – e Renato Pezzutti, dove Lombroso, insieme ai suoi amici Guido Massaro e Nino Righetti, organizzò alcune riunioni clandestine33; i negozi gestiti dai Poggi, gente «di antica tessera socialista», e, infine, il caffè Piccolo Lavena.
Il Mup di Lombroso aveva dei rapporti molto stretti con il Psi tanto che, secondo Giovanni Giavi, i due gruppi lavoravano spesso insieme e facevano molte riunioni in comune.
Nel novembre 1942, i rappresentanti delle forze antifasciste veneziane, tra cui, forse, anche quelli del Mup, costituirono un comitato interpartitico che, tuttavia, nel complesso, non sembra sia stato mai particolarmente attivo. Il 26 luglio ’43 esso organizzò una manifestazione in piazza San Marco – a cui, molto probabilmente, il gruppo di Cesare Lombroso non aderì – durante la quale i comunisti Longobardi e Gianquinto, i socialisti Giavi e Fioran e gli azionisti Gavagnin e Martignoni fecero dei comizi per chiedere la liberazione dei detenuti politici.
A Porto Marghera, centro industriale alle porte della città sviluppatosi nel primo dopoguerra, il movimento venne fondato all’interno dello stabilimento industriale Vetrocoke dall’operaio socialista Ermanno Giommoni e dal caporeparto della distilleria catrame Antonioli, che era già da tempo in contatto con il gruppo di Lombroso e con alcuni esponenti del Mup di Milano e di Torino34. Nell’area industriale e, in particolare, presso la fabbrica Vetrocoke, nonostante la forte presenza di operai di estrazione prevalentemente contadina dall’«animo tradizionalmente conservatore» e con una «scarsa preparazione politico-culturale», Ermanno Giommoni riuscì a

individuare con paziente scelta un piccolo gruppo, dotato di sicura coscienza antifascista e politicamente orientato, e a farne una cellula base di aggregazione, pur embrionale, di una cinquantina di unità, che superando la passività abituale avevano aderito a sviluppare un’iniziativa politica sufficientemente coerente35.

All’indomani della caduta del fascismo non sembra che il Mup – la cui influenza, nel frattempo, si era espansa all’intera area di Porto Marghera – abbia dato segni di particolare attività.
A Genova il movimento si costituì nel 1943 per iniziativa di Virgilio Dagnino, figura storica dell’antifascismo genovese e fondatore negli anni Venti della rivista “Pietre”, che pur essendosi trasferito da anni nel capoluogo lombardo, aveva costantemente mantenuto i rapporti con i suoi compagni genovesi. Il Mup raccolse da subito le adesioni degli avvocati Marcello Cirenei e Dante Bruzzone e dell’ex sindacalista Gaetano Barbareschi i quali, tuttavia, poco dopo aver preso parte al convegno di fondazione del movimento nel gennaio del ’43, aderirono al Psi di Romita e Lizzadri. Tuttavia, nonostante l’importante contributo organizzativo di Dagnino e l’apporto di alcuni gruppi anarchici, non riucì mai a competere con le altre forze politiche né a coinvolgere i lavoratori delle grandi fabbriche cittadine e rimase, per questo, fino alla fine, pressoché ininfluente.
A Firenze la storia del Mup è legata all’avvocato socialista Ottaviano Pieraccini – nipote di «una figura quasi mitica del socialismo fiorentino»36 come Gaetano Pieraccini e amico fraterno di Roberto Veratti – che, a partire dagli anni Quaranta, aveva contribuito enormemente a mantenere vivi i contatti tra il gruppo socialista milanese guidato da Veratti e quello fiorentino che, fin dai primi anni del regime, si era raccolto attorno a suo zio Gaetano37. In occasione del primo convegno nazionale del Mup, il ferroviere Natale Dall’Oppio si recò a Milano in veste di rappresentante del gruppo socialista fiorentino e approvò il documento programmatico del movimento. Tuttavia, due mesi più tardi, il gruppo socialista toscano abbandonò il movimento per confluire – insieme al gruppo di Veratti – nel Psi. Subito dopo la scissione del gruppo, lo scrittore Manlio Cancogni – molto probabilmente in accordo con i dirigenti del Mup di Milano – assunse la direzione del movimento ma non riuscì in alcun modo a espanderne la sfera d’influenza.
A Roma, a causa della carenza di fonti e materiale d’archivio, le vicende legate al Mup e ai gruppi di giovani socialisti romani sono ancor oggi avvolte da una fitta nebbia ma, grazie alla preziosa testimonianza di Giuliano Vassalli, è stato possibile ricostruirne la storia38.
Il Mup romano ebbe, molto probabilmente, uno sviluppo assai limitato. I suoi massimi esponenti erano il vecchio tipografo socialista Luigi “Gigetto” Morara – la cui tipografia “Saturnia” situata in via del Governo Vecchio 51 rappresentò, durante gli anni della dittatura, uno dei più importanti punti di riferimento per l’antifascismo romano – e il giovane avvocato socialista ed ex esponente del Partito socialista rivoluzionario (Psr) Achille Corona.
Il movimento, fondato forse nella seconda metà del ’42 contemporaneamente a quello di Milano, per probabile iniziativa di Morara – che all’inizio degli anni Quaranta aveva preso contatto con Carlo Andreoni –, aveva dei rapporti molto stretti con Basso – che si recò spesso a Roma per incontrare i suoi rappresentanti –, con i gruppi socialisti romani di Unione proletaria e dei Socialisti rivoluzionari e, inoltre, con alcuni intellettuali di orientamento socialista guidati da Giacinto Cardona. Questi ultimi tre gruppi, nati dal dissenso giovanile e intellettuale della generazione cresciuta durante il fascismo, erano formati da ragazzi che – come Giuliano Vassalli – avevano aderito al fascismo e partecipato ai Littoriali ed erano poi approdati, dopo un lungo percorso, all’abbandono dei miti della rivoluzione fascista e a un consapevole antifascismo.
Il gruppo di Unione proletaria (Up) venne fondato a Roma nell’autunno del 1942. I suoi principali esponenti erano i giovani avvocati Giuliano Vassalli ed Edoardo Perna, i magistrati Vezio Crisafulli e Mario Fioretti ai quali, ben presto, si unì anche l’ex esponente del Psr Giuseppe Lo Presti; Vindice Cavallera, Gerolamo Congedo e Marcello Merlo, invece, parteciparono alle attività politiche del movimento soltanto in parte, poiché erano molto più vicini al gruppo dei Socialisti rivoluzionari di Mario Zagari, Tullio Vecchietti e Leo Solari; mentre Franco Malfatti, Maurizio Giglio e Giaime Pintor si mantennero costantemente in contatto con il gruppo, pur non avendovi mai aderito.
L’Up – come abbiamo già visto – si era formata nell’ambito del movimento antifascista giovanile della generazione cresciuta durante il regime e si era da subito contraddistinta per l’aspirazione a contrapporre i valori del socialismo «come realizzazione delle libertà individuali e collettive» alla repressione, il progetto europeista e federalista al gretto nazionalismo e l’idea di una società libertaria alle gerarchie sociali e istituzionali39; e, seppur distante dalla marcata impostazione classista del Mup, aveva trovato una grande intesa con il gruppo di Basso e Viotto, condividendone, nei fatti, la polemica nei confronti dei partiti storici del movimento operaio, l’intransigenza antimonarchica e il rifiuto dei comitati interpartitici.
Il movimento rimase, molto probabilmente fino all’ultimo, fortemente circoscritto anche se, soprattutto grazie all’audacia e all’intraprendenza di Mario Fioretti, riuscì ad allargare notevolmente la sua sfera d’influenza in città; il giovane magistrato romano, infatti, faceva spesso dei comizi vicino alle fabbriche e, soprattutto, nei quartieri proletari come Centocelle, Tor Pignattara, Castel di Leva e Valle Aurelia.
L’Up, in occasione degli scioperi del marzo 1943, realizzò – con l’aiuto del tipografo Luigi Morara – e distribuì un manifestino in cui si invitavano gli operai e gli impiegati ad astenersi dal lavoro e a boicottare il fascismo40.
I contatti tra l’Up, il Mup, i Socialisti rivoluzionari e la cerchia di intellettuali guidata da Cardona erano molto stretti, tanto che i quattro gruppi organizzavano frequentemente riunioni comuni nell’appartamento dell’ingegnere calabrese Domenico Corigliano in via Venti settembre; durante una di queste assemblee, alle quali non partecipavano mai più di quattro o cinque persone, venne anche presa in considerazione la possibilità di unificare i quattro gruppi e fondare un unico movimento. I giovani di Up erano in contatto anche con i rappresentanti del Mup di Milano e, in particolare, con Aldo Valcarenghi, che si recava molto frequentemente a Roma per incontrarli, dando loro appuntamento al Grand Hotel; Basso e Luzzatto, invece, andavano a Roma meno frequentemente rispetto a Valcarenghi. Anche i contatti con i rappresentanti del Psi, nonostante le divergenze, erano abbastanza stretti, tanto che i militanti di Up si incontravano spesso con loro: Vassalli, in particolare, aveva da tempo con Romita un rapporto di amicizia e di confidenza. Nel maggio del 1943 – secondo quanto testimoniato da Lizzadri – i contatti tra il Psi e i giovani di Up si intensificarono; a distanza di pochi giorni l’una dall’altra vennero organizzate due riunioni che, tuttavia, non riuscirono ad appianare le divergenze fra le due parti.
Il 25 maggio ’43 alcuni esponenti di Up, dei Socialisti rivoluzionari e del Mup si recarono a Milano, insieme a Romita, per partecipare al terzo convegno del Mup che, di fatto, spianò la strada all’unificazione tra l’Up – che nel frattempo aveva già assorbito al suo interno il gruppo dei Socialisti rivoluzionari – e il movimento di Basso alla vigilia del 25 luglio.
Il declino del Mup iniziò a delinearsi già durante gli scioperi del marzo 1943 e si accentuò quattro mesi dopo, all’indomani del 25 luglio. Gli scioperi di marzo, soprattutto quelli che scoppiarono a Milano e a Torino, misero il movimento di fronte all’amara constatazione che il Pcd’I non era morto né moribondo ma, al contrario, in rapidissima espansione. Il partito, infatti, grazie alla paziente opera di Umberto Massola, era riuscito a penetrare in alcune grandi fabbriche del Nord e a ramificarsi nel resto del paese. Successivamente, il ritorno a Milano dei dirigenti del Centro estero, aveva contribuito enormemente a estenderne la presenza e la rete organizzativa.
Con l’inizio degli scioperi di marzo il Pcd’I si rivelò da subito il gruppo politico più combattivo e organizzato tanto che, soprattutto nelle fabbriche torinesi, le sue rivendicazioni divennero ben presto le parole guida delle mobilitazioni che coinvolsero la maggior parte degli operai. Lo schiacciante predominio dei comunisti nell’organizzazione degli scioperi e nella distribuzione del materiale di propaganda costrinse di fatto il Mup a mettere da parte il progetto dell’unità proletaria e a intraprendere, a partire dal giugno 1943, la strada della collaborazione politica con le altre forze antifasciste allo scopo di evitare l’isolamento politico e di contrastare la strategia di fronte nazionale perseguita dai comunisti.
Nella seconda metà di maggio 1943, poco prima del terzo convegno del Mup, Eugenio Colorni descriveva nella Lettera ai federalisti di Ventotene, il lungo incontro avuto a Roma con Basso che, proprio in quel periodo, si trovava nella capitale insieme a Luzzatto; nella lettera, l’ex dirigente del Csi ricostruiva la linea politica del Mup nei confronti del Pci e del Psi e, pur criticandone l’intransigenza, concludeva affermando che, nonostante i suoi limiti, il movimento potesse svolgere l’importante funzione di contrastare da posizioni rivoluzionarie la strategia del Pci.

La posizione del Mup – scriveva Colorni – è quella tipicamente classista marxista tradizionale. Frattura netta fra proletariato e borghesia, intransigenza assoluta; considerano il Pda come un fascismo camuffato, si rifiutano ad ogni fronte unico, preferiscono sopportare ancora un po’ il fascismo anziché abbatterlo in collaborazione con i partiti borghesi. Alla mia obiezione che in questo modo non lo abbatteranno da soli, ma se lo faranno abbattere dall’Inghilterra, precludendosi la possibilità di avere un peso qualsiasi nella situazione di domani, risponde che i piani dell’Inghilterra, qualunque essi siano, non verranno modificati di un filo dallo sviluppo interno della situazione in Italia; e d’altra parte ritiene che l’influenza che avrà l’Inghilterra sui destini del continente sarà minore di quanto si possa credere. Pensa anche lui che l’Europa sarà divisa in due grandi sfere d’influenza e che l’Italia sarà in quella inglese. Prevede che la Russia si disinteresserà completamente della sfera che non è la sua, anzi darà ai comunisti l’ordine di boicottare larvatamente la rivoluzione, perciò il compito del proletariato è secondo lui di fare la rivoluzione per conto proprio. […] È un partito che pensa di sfruttare la posizione debole in cui si verrà a trovare per lo meno nei primi tempi il Pc in Italia costretto ad accettare il predominio inglese e ad appoggiare un governo democratico, per attirare a sé le masse proletarie malcontente. È possibile che ci riesca, se i comunisti non saranno più abili di lui; ma penso che saranno più abili, e che questo resterà uno degli eterni gruppettini di malcontento socialisti. Già ora non è il solo, e non riescono a unificarsi per motivi di ambizione personale (lo dice lui stesso). Odiano il grosso del Partito socialista, che chiamano servo della borghesia. Con tutto questo però, se (come è possibile e probabile) l’Inghilterra farà una politica di restaurazione in Europa e la Russia si disinteresserà della zona di influenza altrui, un partito di questo genere, se saprà sottrarre le masse ai narcotici loro somministrati dai comunisti, potrà avere una notevole funzione come espressione di non accettazione di una situazione statica, come elemento sommovitore di uno stato di cose che minaccerebbe di congelarsi in un “nulla da fare”41.

Il 25 maggio, pochi giorni dopo quell’incontro, si svolse a Milano il terzo e ultimo convegno del Mup che diede inizio, come sappiamo, alla seconda fase politica del movimento; da quel momento, infatti, i suoi militanti decisero di cambiare radicalmente la loro strategia, iniziando a collaborare stabilmente con le altre forze politiche ed entrando a far parte dei nascenti Comitati delle opposizioni antifasciste di Milano, Torino e Bologna.
Tra il maggio e il luglio ’43 il dirigente comunista Celeste Negarville descrisse molto acutamente in una dettagliata relazione, ricca di toni molto sarcastici, il repentino cambio di rotta cui fu costretto il Mup:

Le trattative [per la costituzione di Comitati di fronte nazionale, N.d.A.] che stanno per concludersi tra il pc, il ps, il mup, il pda, il Movimento “Ricostruzione” e i demo-cristiani sono passate attraverso una serie di difficoltà che ci hanno permesso di conoscere più da vicino gli uomini e le organizzazioni coi quali stiamo per realizzare l’accordo. […] L’affiatamento tra noi e il ps si è rapidamente e facilmente stabilito e non si possono intravedere, per ora almeno, delle intenzioni subdole di questo partito nei nostri confronti. Il ps non pone pregiudiziali alla collaborazione col mup (che è, come noto, un movimento sorto da una recente scissione del ps stesso) ma non nasconde la sua mancanza di fiducia verso tale movimento. Sfiducia che è determinata in parte da ragioni obiettive, ma ancor più da risentimenti politico-personali che sono le inevitabili appendici delle scissioni. […] Col mup le difficoltà sono state molto maggiori. Questo movimento è nato con un programma di rivoluzionarismo verbale. La sua etichetta è quella della rivoluzione proletaria che nel programma, viene posta come la sola alternativa al fascismo. La sua tattica (se si può parlare di tattica…) è (meglio, era) quella dell’“intransigenza rivoluzionaria”; nessuna collaborazione coi partiti borghesi, accordi limitati ai partiti proletari. Nel loro intimo gli uomini del mup pensano di essere gli eredi del pc, il quale – abbandonata, secondo costoro, l’intransigenza rivoluzionaria – si è oggi posto “sul terreno dell’opportunismo”. Non è un caso che gli sforzi maggiori di reclutamento del mup siano volti verso gli elementi espulsi dal nostro partito. Non sempre i dirigenti del mup esprimono senza reticenze il loro intimo giudizio sul nostro partito; avviene anzi che a volte essi parlino della prospettiva di fusione tra il pc e il mup, fusione che dovrebbe farsi contro il ps che essi giudicano ormai pienamente corrotto e superato. Insomma il mup, per il modo in cui è sorto e per il programma politico che ha adottato, appare come il raggruppamento più staccato dall’attuale realtà italiana, la quale non contiene l’antitesi fascismo-collaborazione, come non contiene, sul piano tattico l’antitesi collaborazione-rivoluzione. È chiaro che da parte di un movimento che poggia su un programma e sugli intenti a cui abbiamo accennato, le nostre proposte di unione con tutte le forze sane della nazione in vista dell’abbattimento del fascismo, per la pace separata e la conquista della democrazia, dovevano incontrare una seria resistenza. Questa resistenza è stata oggi superata, ma il mup – che viene a trovarsi, come partecipe al fn, in contraddizione, non soltanto col suo programma, ma anche con le decisioni di un suo convegno che gli vietavano qualsiasi accordo con partiti borghesi – rappresenterà, molto probabilmente anche in futuro, una forma particolare di opposizione all’interno del fn. Per ora la sua differenziazione da tutti gli altri partiti del fn si limita a negare la propria partecipazione al governo provvisorio che succederà al fascismo, dichiarandosi però disposto ad appoggiare tale governo, nel quale il mup sostiene la necessità della presenza dei comunisti (molto probabilmente convinto di compromettere per sempre il nostro partito e facilitarsi così… la famosa eredità rivoluzionaria).

Descritte le sue impressioni sul conto del Mup, Negarville si soffermava sulla strategia che il suo partito aveva adottato nei confronti del movimento:

Non dobbiamo però pensare che il mup sia cristallizzato dal punto di vista ideologico e politico. Allo stato attuale le sue caratteristiche predominanti sono quelle a cui abbiamo accennato, ma non dobbiamo ignorare che la nostra influenza, nonostante tutto, agisce su alcuni dirigenti del mup (i quali paiono subire questa influenza loro malgrado) e che se siamo riusciti a spostare il movimento dalla sua originaria intransigenza formale e settaria fino a farlo aderire al fn, potremo, nello svolgimento della situazione, determinarlo ad altri importanti spostamenti. Si tratta di agire con una paziente ed accorta opera di persuasione sugli uomini che sono più aperti alla realtà politica ed alla comprensione dei problemi tattici (O42, per esempio) e orientarli a lottare, all’interno del mup, contro i settari inconcludenti alla Io’43 che al momento della battaglia decisiva si dilettano in schermaglie di astratti ideologismi. Inoltre il mup (malgrado la sua verbale intransigenza) ha una sacrosanta paura di restare isolato e sente, a ragione, che fuori del fn esso non conterebbe più nulla. Infatti, elemento decisivo dello spostamento del mup è stato il nostro accordo di massima cogli altri partiti, e non c’è dubbio che a renderlo più aderente alla realtà, anche nel futuro, avrà una enorme importanza la coesione politica del fn44.

La linea d’azione intrapresa dal Pci – come mostra chiaramente la relazione di Negarville – puntava con forza ad allineare il Mup alla politica di fronte nazionale e a isolare, di conseguenza, le sue frange più intransigenti per favorirne lo sfaldamento interno.
A Milano, il 4 luglio del ’43, durante la riunione del Comitato delle opposizioni antifasciste, il fallimento di un primo accordo unitario determinato dall’aperto dissenso del Mup e del Pda nei confronti del programma presentato dal Pci – che, come abbiamo visto precedentemente, pur di abbattere il fascismo aveva dichiarato apertamente di esser disposto ad allearsi con la monarchia e le forze conservatrici – provocò l’ira dei dirigenti comunisti. Scrisse Giorgio Amendola:

La critica del Centro interno si rivolgeva contro i gruppi antifascisti – contro il mup, contro gli azionisti – che si attardavano in discussioni programmatiche ed opponevano ad una eventuale iniziativa monarchica la preclusione repubblicana, rifiutando le alleanze chiamate sprezzantemente “impure” con democristiani e liberali45.

Negli anni Sessanta Basso rispose alle accuse del Pci con queste parole:

L’accordo non fu realizzato, e gli studiosi che si sono occupati di queste vicende asseriscono che ciò avvenne essenzialmente per la pregiudiziale repubblicana del Partito d’Azione e del Movimento di Unità proletaria. Poiché ero io a rappresentare il mup, devo dire che questa versione è inesatta: non eravamo aggrappati a nessun dogma pregiudiziale, e non ci sfuggiva la distinzione fra tattica e strategia, e nella tattica eravamo spregiudicatissimi, ma ci preoccupavamo al tempo stesso che le impostazioni tattiche non portassero a sacrificare obiettivi strategici. Non eravamo disposti a rinunciare a lotte e rivendicazioni che consideravamo essenziali per l’avvenire del nostro paese, in nome dell’unità con tutte le forze che, ci si diceva, potevano rovesciare il fascismo, e cioè la monarchia e le forze più conservatrici46.

Il 25 luglio ruppe la situazione di stallo che si era creata nel Comitato ed ebbe l’effetto di consolidare la strategia politica perseguita dal Pci, che prevedeva l’accordo fra tutte le forze antifasciste in vista dello sganciamento del paese dall’alleanza con la Germania e della richiesta di pace separata agli Alleati. A questo punto Basso fu costretto ad accantonare tutte le riserve e a sottoscrivere, in rappresentanza del Mup, il manifesto del 26 luglio che, nel suo ultimo punto, conteneva un appello alla «costituzione di un governo formato dai rappresentanti di tutti i partiti che esprimono la volontà nazionale»47; con l’adesione a quest’ultimo punto – che andava nella direzione opposta a quella rigorosamente classista sostenuta dai suoi militanti – il Mup milanese rinunciò, di fatto, definitivamente alla sua autonomia politica.
Nel frattempo, le pressioni esercitate dai comunisti, volte a ottenere l’isolamento del Mup, non accennavano a diminuire. Nel pomeriggio del 26 luglio il Pci escluse il Mup da un’assemblea alla quale parteciparono, invece, i rappresentanti del Psi e del Pda e che aveva lo scopo di decidere la linea da intraprendere per «rispondere allo stato d’assedio»48; e il 4 agosto venne rinnovato il patto di unità d’azione fra il Partito comunista e il Partito socialista che, secondo Giorgio Amendola, aveva prodotto l’irreversibile isolamento del Mup:

La firma di questo patto di unità d’azione tra i due partiti era importante per superare la situazione di isolamento in cui mi ero trovato, preso tra la intransigenza repubblicana di sinistra e l’attesismo delle destre. Era un mezzo per riconfermare l’accordo preferenziale col Psi, riconosciuto come il principale interlocutore nostro, e per tagliare corto con le pretese di Basso e del Mup, di costituire un terzo partito nuovo della classe operaia nel quale dovevano entrare, secondo le sue previsioni, socialisti e comunisti49.

Due giorni più tardi, infine, venne stipulato un accordo tra il Pci, il Psi e il Pda per sollecitare un chiarimento nei confronti del governo dal quale, ancora una volta, il Mup venne escluso.
Anche a Torino e a Bologna i rappresentanti del Mup vennero sottoposti dai dirigenti del Pci alla stessa pressione che si riscontrò a Milano. A Torino, come abbiamo visto prima, il Mup – nonostante le pressioni del Pci – mantenne fino all’ultimo una totale autonomia all’interno del Fronte nazionale d’azione. Martorelli, infatti, il 26 luglio si rifiutò di sottoscrivere il manifesto dei partiti antifascisti – poiché nel documento non vi era alcun accenno alla volontà di pace espressa dal popolo – e, durante la seduta del 3 agosto, si battè fino all’ultimo per «venire in conflitto colla politica di Badoglio»50. Il giorno dopo il rappresentante del Pci, molto probabilmente Giorgio Carretto, compilando la relazione dei dibattiti che avvenivano nel Fronte, annotava le seguenti riflessioni sul conto del Mup:

La condotta del Mup, colle sue radicali proposte e spunti ironici verso il pc perché non li segue nei loro errori lascia delle inquietudini. Non mancano insinuazioni di supposta finzione nostra, proprio mentre i rappresentanti degli altri partiti, parlano di “lealtà e fine diplomazia” che i comunisti sanno usare, sorprendendo le alte sfere politiche51.

L’ostilità dei comunisti torinesi verso il movimento aveva raggiunto dei livelli talmente alti che Carretto era arrivato ad augurarsi «per la chiarificazione delle idee della sinistra» lo scioglimento del Mup52.
A Bologna, invece, molto probabilmente, le pressioni esercitate da Giorgio Amendola su Paolo Fabbri, sollecitarono l’adesione del Mup al locale Comitato regionale “Pace e Libertà”.
Al declino del Mup contribuì in parte anche la linea fusionista adottata dai dirigenti del Psi i quali, fin dall’inizio, cercarono assiduamente un contatto con i rappresentanti del movimento per indurli a confluire nel loro partito. Romita e Lizzadri, del resto, già nel documento programmatico del partito avevano lasciato intendere la loro linea; pur affermando, infatti, di essere «a conoscenza dei diversi movimenti d’ispirazione socialista che vanno sorgendo in diverse località della penisola», sottolineavano che «il Psi, pur con i suoi errori, ha esercitato in oltre 30 anni una grandiosa opera sociale a favore delle classi popolari e di tutta la nazione italiana»53. Essi, pertanto, facendo leva sulla forza della tradizione, intendevano egemonizzare quei gruppi di ideologia socialista che si andavano ricostituendo per giungere all’unità dei socialisti.
La partecipazione di Giuseppe Romita al convegno costitutivo del Mup del gennaio ’43 fu dettata, sostanzialmente, dall’esigenza da parte dei dirigenti del Psi, di valutare attentamente l’influenza e l’estensione raggiunte dal movimento. Dopo aver constatato che il Mup aveva raggiunto un’apprezzabile consistenza e che, di fatto, rappresentava un serio ostacolo all’espansione del partito, Romita e Lizzadri decisero di dare inizio alle trattative per la fusione. Nel febbraio del ’43, infatti, Lizzadri, tracciando un primo bilancio dell’attività fino ad allora svolta, era costretto ad ammettere che sotto il profilo organizzativo, nonostante i notevoli progressi registrati dal Psi, permanevano serie difficoltà «per l’azione del Mup che tende ad estendere la propria attività ad altre città»; ma subito dopo aggiungeva che «conoscendo i compagni che ne sono a capo, non sarà difficile avere con essi un cordiale e franco scambio di idee e, se come sembra, si marcia nella stessa direzione, cercare di procedere alla fusione al più presto»54.
A Milano, il 3 marzo, in via Bianca Maria, infatti, Lizzadri ebbe il primo importante colloquio con Basso, Luzzatto e Viotto che terminò con la dichiarata volontà da parte di quest’ultimo di appoggiare la linea fusionista intrapresa dal Psi. Un mese più tardi, in seguito agli arresti che falcidiarono le file del partito, i dirigenti romani ripresero i negoziati per la fusione con l’esecutivo del movimento milanese, avvalendosi dell’aiuto di Mario Bonfantini e Fernando Santi che mediarono fino all’ultimo per unificare i due schieramenti. In maggio, nel corso dell’ultimo convegno nazionale del Mup, Romita ottenne un risultato molto positivo: alcuni dei partecipanti, perlopiù esponenti della vecchia guardia socialista, si espressero, infatti, a favore di un’immediata fusione con il Psi55. Qualche giorno dopo, Mario Bonfantini, anche a nome del fratello Corrado che in quel periodo si trovava al confino alle Tremiti, si recò a Roma per svolgere opera di mediazione. Al termine dell’incontro Lizzadri tracciava il bilancio della situazione soffermandosi, ancora una volta, sulla necessità di arrivare all’unità delle forze socialiste, soprattutto in virtù della forte influenza esercitata dal Partito comunista:

Stiamo cercando di ricomporre il Partito come meglio è possibile nell’attuale situazione […]. Oggi il problema numero uno è l’abbattimento del regime e, per risolverlo più in fretta, l’unità dei socialisti può costituire uno degli elementi decisivi. Bisogna inoltre guardare la realtà com’è. In Italia esiste ed opera un Partito comunista che, da quanto si è visto negli ultimi mesi, esercita una grande influenza fra le masse operaie e contadine. Di ciò bisogna tener conto […] gli antifascisti rimasti in Italia sanno troppo bene che questa situazione favorevole al Partito comunista non è nata dal caso, come non è avvenuto per caso che molti socialisti siano passati proprio negli anni più duri, al Partito comunista56.

A Bologna, come abbiamo già visto, il Psi locale esercitò costantemente delle pressioni sul Mup di Fabbri e Bentivogli al fine di giungere all’unificazione delle forze socialiste.
A Roma, Romita e Lizzadri mantennero fino all’ultimo dei rapporti molto stretti con i giovani socialisti del Mup, di Up, dei Socialisti rivoluzionari e del gruppo guidato da Cardona allo scopo di farli aderire al Psi o, quanto meno, di controbilanciare l’influenza che il gruppo di Basso e Viotto esercitava su di loro.
È probabile, anche se non risulta dalla documentazione, che analoghe pressioni siano state esercitate anche nelle altre città in cui il Mup era attivo.
Nella situazione di semilegalità successiva al 25 luglio, il movimento si ritrovò praticamente travolto dall’improvvisa e inaspettata rinascita organizzativa del Psi, i cui militanti «legati al ricordo del passato» spuntavano «da ogni parte come funghi»; e, quindi, dopo l’amara constatazione durante gli scioperi del marzo 1943 dello schiacciante predominio comunista, l’altro obiettivo del Mup, e cioè quello di influenzare quei nuclei socialisti che lentamente si stavano riorganizzando, era fallito a causa dell’impossibilità di competere con l’«organizzazione spontanea del Psi che sorgeva un po’ dovunque»57.
Nel novembre 1943 Basso scrisse una lunga lettera a Roberto Veratti in cui spiegava, con molta chiarezza, le ragioni che lo avevano indotto ad accettare la fusione con il Psi e metteva in evidenza lo stato di impotenza e di debolezza in cui si era ritrovato il movimento dopo il 25 luglio:

La ragione prima di quegli atti [la firma apposta all’appello del 26 luglio redatto dal Comitato delle opposizioni di Milano e quella al patto di fusione con il Psi, N.d.A.] sta nella debolezza del Movimento, che, per essere un movimento nuovo e di non chiaro indirizzo per i profani, avrebbe dovuto essere propagandato di paese in paese, mentre praticamente quando sopravvenne la crisi del 26 luglio non era forte che a Milano, Bologna, Brescia e Roma, meno a Torino, Venezia e in qualche città. Aggiungi che, contrariamente agli sforzi di alcuni di noi, il Movimento non aveva ancora assunto una netta impostazione politica ed ospitava ancora elementi che non avrebbero approvato una politica di netto distacco dagli altri partiti. Dubito del resto che essa fosse veramente consigliabile il 26 luglio, almeno per noi, di fronte all’atteggiamento dei due partiti proletari tradizionali, e in una situazione che avrebbe potuto svolgersi anche su terreno semilegale. […] Del pari il fatto di fusione fu certamente un compromesso, reso necessario dalle circostanze del momento che avrebbero potuto determinare lo sgretolamento del Movimento stesso, il quale già a Roma e Venezia si era fuso col ps e a Milano esercitava in tal senso forti pressioni58.

Il pericolo, dunque, che il buon lavoro compiuto dal Mup fosse reso vano dalla ripresa organizzativa del Psi e dal sempre più ostile atteggiamento del Pci, indusse Basso ad accelerare il processo di fusione con il gruppo di Romita e Lizzadri.
Era, di fatto, la fine del Mup che, presentatosi fin dall’inizio come il partito nuovo e unico del proletariato, fu costretto, alla fine, a riconoscere l’astrattezza del suo progetto politico rispetto alla realtà storica del momento, poiché – come hanno scritto Muzzi e Di Nolfo – «le radici storiche del Psi e del Pci nella società italiana erano pur sempre tali da precludere al Mup gli spazi necessari a una durevole espansione»59.
Il 28 giugno 1943 Basso e Luzzatto – in rappresentanza dell’esecutivo del Mup e dei gruppi dei giovani socialisti romani – si erano recati a Roma per incontrare Romita e Lizzadri ma non erano riusciti, diversamente da quanto sostenuto da Lizzadri, a raggiungere alcun risultato concreto poiché, molto probabilmente, erano intenzionati a raggiungere l’accordo senza recedere dagli obiettivi rivoluzionari enunciati nel programma del 10 gennaio. Poco prima del 25 luglio, inoltre, erano tornati a Roma per tentare di giungere a un accordo con i dirigenti del Psi ma, ancora una volta, le trattative non avevano prodotto risultati.
Nel frattempo, la realizzazione di un numero dell’“Avanti!” clandestino curata dall’esecutivo del Mup e datata i agosto 1943, costituì paradossalmente – come ha osservato Amati – «l’ultimo atto politico significativo del movimento e ne rappresentò in ultima analisi il testamento: l’articolo in prima pagina Unità proletaria, dunque, fu l’estremo tentativo operato da Basso per esprimere l’immagine classista e le finalità rivoluzionarie del Mup»60.
L’arrivo a Milano di Rodolfo Morandi, tornato in libertà dopo aver scontato sette anni di confino, e il suo incontro con Luzzatto tra il 26 e il 27 luglio, contribuirono in maniera determinante a rimettere al centro la questione dell’unità socialista e, molto probabilmente, ad accelerare la fusione con il Psi. Negli anni Ottanta Luzzatto, parlando di quell’incontro, raccontò che l’ex teorico del Csi aveva espresso forti riserve verso il Mup:
“Noi dobbiamo lavorare” mi disse, me lo ricordo ancora, “per unire socialisti e comunisti; che serve quest’altra formula, cosa vuol dire, non è col Mup che unirai socialisti e comunisti in un’unica forza di classe, per abbattere il fascismo ed i suoi residui e creare la società nuova, non è inserendo un altro elemento che poi diventa elemento di divisione”61.

Il 26 luglio, a Roma, il gruppo dei giovani socialisti – che, come sappiamo, alla vigilia del 25 luglio era confluito nel Mup – spinto dall’entusiasmo popolare che la caduta del regime aveva prodotto, si unì ufficiosamente al Psi di Romita e Lizzadri, molto probabilmente all’insaputa degli stessi compagni del Mup. Giuliano Vassalli – che di quei giovani socialisti romani era stato uno dei rappresentanti di spicco – ha raccontato che, subito dopo il crollo del fascismo, quei movimenti «sorti così, come funghi» avvertirono «il bisogno di ancoraggio, di organizzazione e di unificazione» e che, di conseguenza, la loro «scelta di confluire nel Psi fu naturale»62.
Anche a Venezia – secondo quando testimoniato dal rappresentante del Psi locale, Giovanni Giavi – era stata realizzata la fusione con il Mup di Cesare Lombroso.
A Milano, durante la prima settimana d’agosto, Basso – cedendo alle pressioni unitarie espresse da Morandi, alle urgenze che la situazione imponeva e prendendo atto della fusione anticipata operata dal Mup di Roma e Venezia – non tardò a rendersi conto che l’unica soluzione possibile era la confluenza nel Psi. L’8 agosto, giunto a Roma con una delegazione del comitato interpartitico milanese, firmò infatti l’atto di fusione. A Bologna, Torino e Milano, subito dopo l’accordo raggiunto da Basso, vennero organizzate dai dirigenti locali del Psi e del Mup, delle assemblee per ufficializzare la fusione tra i due gruppi e per discutere sul convegno di Roma che avrebbe sancito la nascita del Psiup. Durante queste assemblee, inoltre, non sembra che da parte dei militanti del Mup ci fossero state proteste contro l’unificazione, nemmeno a Milano e a Torino, dove le divergenze con il Psi erano state più marcate.
Realizzata la riunificazione delle varie componenti del socialismo italiano, occorreva, ora, rifondere in un unico soggetto politico le diverse esperienze che in esso erano confluite. Le prime sommarie risposte vennero dal convegno romano del 22-25 agosto 194363 che, in presenza di Pietro Nenni, Bruno Buozzi e Sandro Pertini, diede vita al Partito socialista italiano di unità proletaria (Psiup).
Dopo un incontro preparatorio avvenuto a Vedano Olona, alcune decine di rappresentanti del Psi, del Mup e di Unione proletaria si riunirono in casa di Giuseppe Romita per costituire il Psiup. Al convegno, che durò due giorni, parteciparono, oltre a Nenni, Buozzi e Pertini, gli esponenti dell’esecutivo del Psi rifondato a Roma – Romita, Lizzadri, Perrotti, Canevari e Vernocchi – e altri suoi esponenti come il romano Merloni, il genovese Cirenei, i piemontesi Acciarini e Ogliaro e i bolognesi Trebbi e Grazia. Il Mup, invece, era rappresentato da Basso, Andreoni, Luzzatto, Recalcati, Fabbri, Borghese e, probabilmente, Bentivogli e Fernando Baroncini. Per l’Up e i Socialisti Rivoluzionari erano presenti Vassalli, Zagari, Fioretti, Vecchietti, Crisafulli e Corona. Mancavano, invece, Saragat – che tornando dalla Francia era stato bloccato al confine – e Bonfantini che, pur essendo stato liberato dal confino il 14 agosto, non prese parte al convegno.
Dalla riunione uscì la prima Direzione del nuovo partito. Nenni venne eletto all’unanimità segretario e direttore dell’“Avanti!”; mentre Pertini e Andreoni – sostituito poco dopo da Saragat – vennero nominati vicesegretari. A far parte della Direzione vennero designati, inoltre, Acciarini, Basso, Bonfantini64, Borghese, Buozzi, Cirenei, Crisafulli, Faralli, Lizzadri, Luzzatto, Mancinelli, Morandi, Perrotti, Romita, Saragat, Vassalli, Vernocchi, Veratti e Zagari. Durante i lavori del convegno venne approvata la dichiarazione politica del Psiup: la bozza presentata da Nenni – su cui intervenne un comitato di più persone, tra cui Luzzatto – ebbe l’approvazione di tutti soltanto nella notte. Il 26 agosto ’43, il testo venne pubblicato in un supplemento al secondo numero dell’“Avanti!”, che portava, però, il sottotitolo “Giornale del Partito socialista”65.
Nella dichiarazione programmatica, divisa in sette punti – in cui l’influenza del Mup era molto evidente – si indicava come obiettivo immediato di lotta la necessità di far seguire alla «rivoluzione di palazzo del 25 luglio […] concepita ed attuata come un tentativo di salvare le istituzioni, i ceti capitalistici, gli uomini compromessi col fascismo», una «rivoluzione popolare», in grado di metter fine all’alleanza con la Germania, ottenere l’armistizio dagli Alleati, liquidare il fascismo, la monarchia e i gruppi capitalistici, ripristinare le libertà civili e politiche e imporre «l’assunzione del potere da parte di un governo provvisorio di salute pubblica, il quale sia emanazione dei partiti popolari e progressisti». Compito del Psiup – nato «dalla fusione del vecchio Partito col Movimento di Unità Proletaria e coi Gruppi di giovani intellettuali» – era quello di guidare «la lotta per la Repubblica Socialista dei Lavoratori», fondata sulla «socializzazione dei mezzi di produzione e di scambio». Il nuovo partito, inoltre, dichiarava la propria volontà di «realizzare la fusione dei socialisti e dei comunisti in un unico soggetto politico, sulla base di una chiara coscienza delle finalità rivoluzionarie del movimento proletario»66.
Alla fine del convegno, dunque, i risultati ottenuti dai rappresentanti del Mup erano molti positivi; la piattaforma programmatica del Psiup, con il suo richiamo all’unità proletaria e alla realizzazione della Repubblica socialista dei lavoratori, la nomina di Andreoni, al fianco di Pertini, alla carica di vicesegretario e la forte presenza numerica nella Direzione, sembravano offrire al movimento un ampio spazio per esprimere le proprie posizioni politiche e, soprattutto, la possibilità di continuare all’interno del nuovo partito la sua battaglia più importante, quella per il rinnovamento del socialismo italiano.
«La battaglia iniziata dal Mup per un rinnovamento del vecchio Partito socialista – scrisse Basso qualche anno prima di morire – si trasferiva così all’interno del partito stesso»67.

Note

1. Nel 1940 le truppe tedesche, dopo aver invaso il territorio francese, ottenevano la firma dell’armistizio da parte del generale Pétain e la suddivisione del paese in due zone, l’una sotto il loro diretto controllo, l’altra – quella di Vichy – sotto l’amministrazione francese. Di fronte alla capitolazione francese, la maggior parte dei socialisti italiani – con le sole eccezioni di Buozzi e Morgari – decideva di riparare a Vichy dove, tuttavia, poco dopo, il governo ordinò lo scioglimento delle organizzazioni politiche paralizzando, di fatto, l’attività del fuoruscitismo socialista.
2. S. Neri Serneri, Resistenza e democrazia dei partiti. I socialisti nell’Italia del 1943-1945, Lacaita, Bari 1995, p. 41.
3. L. Basso, Orientamenti dell’opposizione politica prima del 25 luglio, in La Resistenza in Lombardia, Lezioni tenute nella sala dei Congressi della Provincia di Milano (febbraio-aprile 1965), Labor, Milano 1965, pp 32-3.
4. L. Rapone, L’età dei Fronti popolari e la guerra (1934-1943), in G. Sabbatucci (a cura di), Storia del socialismo italiano, vol. iv, Gli anni del fascismo (1926-1943), Il Poligono, Roma 1981, p. 405.
5. G. Ferro, Milano capitale dell’antifascismo, Mursia, Milano 1985, p. 182.
6. Lettera di Domenico Viotto a Lelio Basso, (13 febbraio 1970), Fondo Lelio Basso, s. 2, f. 28, Fondazione Lelio e Lisli Basso, Roma.
7. Ibid.
8. La dichiarazione programmatica non era riuscita, tuttavia, ad appianare i contrasti e le divergenze all’interno del movimento: nel marzo ’43, in occasione del secondo convegno, una minoranza, guidata da Roberto Veratti, decideva di abbondare il Mup per aderire al Psi di Romita e Lizzadri.
9. Della Dichiarazione programmatica del movimento esistono, attualmente, due copie diverse. Una si trova presso l’archivio della Fondazione Basso (Fondo Lelio Basso, s. 7, f. 5, fasc. 2) ed è stata pubblicata integralmente nel 1981 in Rapone, L’età dei Fronti popolari, cit., pp. 511-15; l’altra è conservata presso l’Archivio Centrale dello Stato (acs, ps f1, b. 101, f. 1157) ed è stata menzionata, probabilmente per la prima volta, in F. R. Amati, Il Movimento di unità proletaria (1943-1945), in G. Monina (a cura di), Il Movimento di unità proletaria (1943-1945), Annali della Fondazione Lelio e Lisli Basso, Carocci, Roma 2005, pp. 159-63. Tra le due versioni ci sono alcune differenze, come la diversa denominazione del Mup e alcuni riferimenti presenti nella seconda, di cui non vi è alcuna traccia nella prima.
10. Dichiarazione programmatica del Mup, cit.
11. Unità proletaria, in “Avanti!” (Milano), 1? agosto 1943.
12. L. Basso, Vent’anni perduti?, in “Problemi del socialismo”, novembre-dicembre 1963, p. 1291.
13. Dichiarazione programmatica del Mup, cit.
14. Neri Serneri, Resistenza e democrazia dei partiti, cit., p. 7.
15. Amati, Il Movimento di unità proletaria, cit., p. 34.
16. F. Giulietti, Il movimento anarchico italiano nella lotta contro il fascismo 1927-1945, Lacaita, Manduria 2003, p. 363.
17. Neri Serneri, Resistenza e democrazia dei partiti, cit., pp. 15, 42.
18. L. Cavalli, C. Strada, Il vento del nord. Materiali per una storia del Psiup a Milano. 1943 1945, Franco Angeli, Milano 1981, p. 116.
19. Archivio Fondazione Istituto Gramsci (afig), fondo b.m.t., fasc. Lucio Luzzatto, Intervista a Lucio Luzzatto, p. 102.
20. In seguito allo scioglimento dell’Internazionale comunista, avvenuto il 15 maggio 1943, la denominazione di Partito comunista d’Italia sezione dell’Internazionale comunista (Pcd’I) venne sostituita da quella di Partito comunista italiano (Pci).
21. Si rimanda al Memoriale inedito di Domenico Viotto riportato qui di seguito.
22. Basso, Orientamenti dell’opposizione, cit., pp. 41-2.
23. Agli Italiani, in “Avanti!”, (Milano), 1 agosto 1943.
24. N. S. Onofri, I socialisti bolognesi nella Resistenza, La Squilla, Bologna 1965, p. 16.
25. Testimonianza di L. Tarozzi, in L. Bergonzini, La Resistenza a Bologna. Testimonianze e documenti, Istituto per la storia di Bologna, Bologna 1967, vol. i, p. 184.
26. Ibid.
27. Onofri, I socialisti bolognesi, cit., p. 12.
28. R. Luraghi, Il movimento operaio torinese durante la Resistenza, Einaudi, Torino 1958, p. 40.
29. Ivi, p. 47.
30. Ivi, p. 38.
31. Amati, Il Movimento di unità proletaria, cit., p. 57.
32. C. Lombroso, Il Mup a Venezia e a Marghera, in G. Turcato, A. Zanon Dal Bo (a cura di), 1943-1945, Venezia nella Resistenza. Testimonianze, Comune di Venezia, Venezia 1976, pp. 305-6.
33. Ivi, p. 305.
34. Ivi, p. 303.
35. Ibid.
36. Fu il socialista empolese Jaurès Busoni a descrivere con tali parole Gaetano Pieraccini (J. Busoni, Nel tempo del fascismo, Editori Riuniti, Roma 1975, p. 28).
37. Carlo Francovich scrisse che «la casa Pieraccini continuò in tutti quegli anni ad essere il ritrovo dei socialisti fedeli alla bandiera, e non solo dei socialisti, ma in generale degli oppositori al regime» (C. Francovich, La Resistenza a Firenze, La Nuova Italia, Firenze 1975, p. 9).
38. Cfr. l’intervista realizzata dall’autrice a Giuliano Vassalli, riportata in appendice.
39. Neri Serneri, Resistenza e democrazia dei partiti, cit., p. 45.
40. Il manifestino, che è finora l’unico documento di Up reperito, è conservato presso l’Archivio Centrale dello Stato (acs, ps, f1, b. 101, f. 1161).
41. E. Colorni, Lettera ai federalisti di Ventotene, in L. Solari, Eugenio Colorni, Marsilio, Venezia 1980, pp. 138-9.
42. Secondo Spriano dietro la lettera O si nascondeva Lelio Basso (P. Spriano, Storia del Partito comunista italiano, vol. iv, La fine del Fascismo. Dalla riscossa operaia alla lotta armata, Einaudi, Torino 1973, p. 246).
43. Dietro la sigla Io’, invece, non è stato ancora possibile stabilire quale nome si nascondesse.
44. Dattiloscritto senza titolo attribuito a Celeste Negarville, Politica da seguire alla vigilia della costituzione del Fronte Nazionale, maggio-luglio 1943, afig, Archivio del Partito comunista (apc), 1943-45, dn, 1, Direzione, “Direzione 1940-1945”.
45. G. Amendola, Storia del Partito comunista italiano. 1921-1943, Editori Riuniti, Roma 1978, p. 530.
46. Basso, Orientamenti dell’opposizione politica, cit., p. 41.
47. Ivi, p. 42.
48. G. Amendola, Lettere a Milano, 1939-1945, Editori Riuniti, Roma 1976, p. 116.
49. Ivi, pp. 133-4.
50. afig, apc, 1943-45, dn, “Piemonte ’43” , Seduta del Comitato d’azione di martedì 3 agosto.
51. afig, apc, 1943-45, dn, “Piemonte ’43”, 9-3-4, Relazione degli avvenimenti politici nel periodo dal 4 al 6 agosto.
52. Amati, Il Movimento di unità proletaria, cit., p. 78.
53. O. Lizzadri, Il Regno di Badoglio. Note di taccuino sulla ricostituzione del Psi, Edizioni Avanti!, Milano 1963, p. 39.
54. Ivi, p. 58.
55. Ivi, p. 77.
56. Ivi, p. 78.
57. L. Basso, La ricostituzione del Partito socialista italiano, in Fascismo e antifascismo (1936-1948). Lezioni e testimonianze, Feltrinelli, Milano 1962, p. 469.
58. Lettera di Basso a Veratti, (4 novembre 1943), in M. P. Bigaran (a cura di), L’archivio Basso e l’organizzazione del partito, 1943-45, Annali della Fondazione Lelio e Lisli Basso, Franco Angeli, Milano 1988, pp. 30-1.
59. E. Di Nolfo, G. Muzzi, La ricostituzione del Psi. Resistenza, Repubblica, Costituente (1943-1948), in G. Sabbatucci (a cura di), Storia del socialismo italiano, vol. v, Il secondo dopoguerra (1943-1955), Il Poligono, Roma 1981, p. 15.
60. Amati, Il Movimento di unità proletaria, cit., p. 93.
61. afig, fondo b.m.t., fasc. Lucio Luzzatto, cit., p. 110.
62. Cfr. Intervista a Giuliano Vassalli riportata in appendice.
63. Riguardo alla data di costituzione del Psiup, le testimonianze appaiono divergenti. Secondo Lizzadri, Cavalli e Strada, infatti, il convegno si tenne il 22 e il 23 agosto; mentre Basso, invece, al pari di Vassalli, parlò del 24-25 agosto; Nenni, infine, spostò la data al 25-26 agosto. Cfr., oltre l’intervista a Vassalli riportata in appendice, Lizzadri, Il Regno di Badoglio, cit., p. 104; Cavalli, Strada, Il vento del nord, cit., p. 28; L. Basso, Movimento di Unità Proletaria, in P. Secchia (a cura di), Enciclopedia dell’antifascismo e della Resistenza, La Pietra, Milano 1968-89, ad vocem; P. Nenni, Tempo di guerra fredda. Diari 1943-1956, vol. i, Sugarco, Milano 1981, p. 31.
64. Molto probabilmente Bonfantini, pur non avendo partecipato al convegno di agosto, come sostiene il suo biografo Bermani, venne ugualmente nominato dai suoi compagni membro della Direzione del Psiup (C. Bermani, Il rosso libero. Corrado Bonfantini, organizzatore delle Brigate Matteotti, Fondazione Anna Kuliscioff, Milano 1995, p. 44).
65. “Avanti!”, 26 agosto 1943 (supplemento al secondo numero del 22 agosto 1943).
66. Dichiarazione politica del Partito socialista italiano di unità proletaria, in “Avanti!”, 26 agosto 1943.
67. Basso, Movimento di Unità, cit., ad vocem.

Appendici

1. Intervista a Giuliano Vassalli

L’intervista che segue è stata concessa dal professor Giuliano Vassalli all’autrice nel corso del 2005 (10 marzo, 12 aprile, 9 giugno) ed è qui riportata integralmente.

D Secondo Leonardo Rapone il movimento venne fondato a Roma intorno al 1939. Lei cosa può dirmi al riguardo?
R Io non c’ero nel 1939 a Roma perché ero militare comunque ero in contatto ugualmente… Già dei prodromi nel ’39 certamente… Ci conoscevamo, eravamo amici, con Zagari amicissimi fraterni… Ma adesso di stabilire una data di fondazione non sarei capace. Ma la data di entrata in attività vera fu negli ultimi mesi del ’42.

D L’Up non è mai stata oggetto di studi; tuttavia, Neri Serneri dice che, ad un certo punto, e siamo già alla vigilia del 25 luglio 1943, il movimento entrò in contatto con il Mup di Basso e che i due movimenti progettavano di unirsi. Lei può confermarlo?
R Il momento è un po’ indietro rispetto al 25 luglio 1943… Questo momento di contatti un po’ intensi con Basso risale esattamente ai primi mesi del ’43. Io lo posso testimoniare perché ero a Roma ed ero stato trasferito come militare. Ero a Roma dalla fine del 1942, da novembre, da dopo i bombardamenti di Torino, Milano… Le posso dire che i contatti con Basso ci furono già nel gennaio, febbraio 1943. Quindi questi primi contatti vanno spostati prima. Eravamo a conoscenza dell’esistenza di questo movimento chiamato Mup che si trovava a Milano, che aveva base nel nord perché era un movimento tutto nordico, tutto lombardo… E le dirò poi pure i nomi dei rappresentanti. Basso certamente era il massimo ispiratore perché era un forte teorico, un forte studioso. C’era Domenico Viotto, ex deputato socialista; c’era Recalcati che morì nella Resistenza, morì in campo di concentramento.

D E Fioretti era nel Mup?
R No, Mario Fioretti era dei nostri, era di Up, fraterno amico. Ho fatto anche il processo contro l’assassino come parte civile… Comunque questi contatti [tra Mup e Up, N.d.A.] furono nei primi mesi del ’43. C’era però, non dico una certa diffidenza, ma insomma c’era, sì, sembrava una specie di idolo questo Basso perché era una persona molto seducente ma ci lasciava molte perplessità a noi dell’Up. Il Mup aveva delle propaggini in Roma che erano rappresentate da persone che erano in parte in stretto contatto e in parte in contatto con noi. I due rappresentanti a Roma di Lelio Basso e del Mup, su cui lui aveva messo gli sguardi o che si erano uniti per ragioni casuali vedendo che c’era la rinascita di questo movimento che in definitiva era un movimento socialista, erano Achille Corona che apparteneva per altro verso a questa schiera dei giovani socialisti di Roma [i Socialisti rivoluzionari, N.d.A.] ma che non era dell’Up, anche se noi tenevamo contatti strettissimi. Ci vedevamo sempre, c’era un po’ di confusione tra questi rappresentanti e noi. Corona aveva anche paura che Fioretti parlasse troppo, non voleva troppe compromissioni… Corona temeva enormemente l’idea di essere… Allora parlavamo della polizia fascista, si temeva soprattutto un certo Rotundano, un commissario. Ecco Corona aveva molto timore di cadere nelle mani di Rotundano, perché diceva che non era molto sicuro di resistere e di non parlare, quindi voleva conoscere meno persone possibile. Corona non amava stare in gruppo con noi perché Mario Fioretti si esponeva troppo e quindi temeva che ci potesse succedere qualcosa prima del 25 luglio – come è successo ai comunisti e agli azionisti – a noi invece non ci successe perché eravamo abbastanza segreti. Ritornando a Basso… Egli aveva individuato come suoi rappresentanti del Mup in Roma Achille Corona – che era quello con cui si vedeva più di frequente – e Luigi Morara, un vecchio tipografo socialista, romano, detto Gigetto, che aveva subìto anche delle persecuzioni durante il fascismo. Egli aveva potuto ricostituire la sua tipografia – cosa per noi importantissima – a cui noi cercavamo di appoggiarci per i volantini e altro. Tipografia che poi è rimasta ai figli e io mi ci sono servito finché ho fatto l’avvocato. Ci vedevamo sempre, di continuo [con gli esponenti del Mup in Roma, N.d.A.]; a casa mia Basso lo portò un giorno Fioretti che mi fece perdere un altro appuntamento, lasciai tutto perché arrivava Basso… Era la primavera del 1943… I contatti quindi c’erano, erano frequentissimi, anche se ognuno stava nel suo proprio schieramento. Noi, in particolare l’Up, ci appoggiavamo per i contatti con il Mup [di Milano, N.d.A.], ad Aldo Valcarenghi. Egli era un personaggio di grande importanza, perché era un uomo d’affari di Milano, padre dei famosi Valcarenghi… Comunque lui poi finì a Mathausen… Si salvò da Mathausen... Arrivò che era uno spettro, era uno scheletro... Comunque Aldo Valcarenghi era una persona distintissima, che non dava adito a sospetti, che alloggiava quando veniva a Roma al Grand Hotel. Noi lo andavamo a trovare al Grand Hotel quando veniva a Roma e questo dice anche qualche cosa sui nostri contatti. Lui teneva questi contatti strettissimi tra il Mup e noi. Questa Up – di cui lei giustamente dice non si trova niente, ed è vero, perché avremmo fatto qualche volantino sì e no – aveva un grande slancio ed era composta da una triade, sostanzialmente, attorno a cui gravitavano altre persone.
Tra questi c’era anche Giacinto Cardona che era un rivoluzionario a sé stante, persona molto rispettabile, un giovane professore, che era proprio di spirito rivoluzionario ma non comunista ed era con noi, non potrei dire che era iscritto, non avevamo iscrizioni a Up. I tre nuclei molto forti di Up, la triade, erano Mario Fioretti, Edoardo Perna – che nel novembre ’43 passerà al Pci e ne diventerà uno dei maggiori dirigenti e poi è finito presidente dei senatori comunisti. È morto alla fine degli anni Ottanta, dopo mia moglie, per una grave malattia – ... io e Crisafulli – che poi, come Perna, passò al Pci. Eravamo Fioretti, Perna, Crisafulli e io: questa era la vera triade di Up. Cardona gravitava molto vicino a noi, ci vedevamo sempre; poi c’era un gruppo, i cosiddetti “giovani socialisti” o “socialisti rivoluzionari”, che erano quelli di Zagari e Vecchietti. Vecchietti non era con noi in Up, eravamo a strettissimo contatto ma Vecchietti stava con Zagari. Zagari, Vecchietti e Leo Solari – che è l’unico sopravvissuto oltre me, è tuttora vivo ed è più giovane di me – il quale era cugino primo di Zagari. Adesso i nomi di questi “socialisti rivoluzionari”, oltre a Zagari, Vecchietti e Solari mi è difficile ricordarli.

D Quindi, Professore, possiamo parlare di tre gruppi a Roma: il gruppo del Mup romano – che faceva riferimento al gruppo di Basso – l’Up e i Socialisti rivoluzionari. È così?
R Questo è esatto non vedo altri gruppi. Ma tornando a noi, lei dice benissimo che prima della riunione dell’agosto del ’43, eravamo tre [gruppi, N.d.A.]. Però, e questo è un punto fondamentale, l’unione con il Psi non fu qualcosa di piovuto dal cielo. Eravamo in contatto con i vecchi socialisti di Roma, ci vedevamo sempre con Lizzadri. I quattro socialisti di Roma – proprio del Psi autentico che essi avevano ricostituito con questo nome in modo efficiente… C’era sempre stato un filone durante tutto il fascismo, ma l’avevano ricostituito in modo efficiente nel ’42 – erano Romita, che era anche considerato in Italia il massimo rappresentante del Psi clandestino… Giuseppe Romita, ingegnere, nella cui casa di via Levico 12 ci vedevamo e nella cui casa avvenne il famoso patto del 25 agosto 1943 e non in quella di Lizzadri come scrivono molti libri. Certo qualche riunione c’era stata anche in casa di Lizzadri a viale Parioli 44, però la base era quella di Romita, oppure ci vedevamo in ordine sparso, oppure da Perrotti (e non Ferretti come si trova scritto in qualche libro. Ma quale Ferretti!). Perrotti era un medico abruzzese, nativo di Penne, e a noi serviva molto perché facevamo finta che fosse il nostro medico; gli telefonavamo per delle ricette, le ricette volevano dire un’altra cosa non mi ricordo quale altra cosa, gli telefonavamo se erano dei giornali clandestini… Parlavamo un linguaggio medico che invece ne sottintendeva un altro. Poi c’era Olindo Vernocchi, era di origine romagnola emiliana, si dava molto da fare, era molto in contatto anche con ambienti fascisti, per cui sa nell’entusiasmo spifferò molte cose… Ma non ci successe niente, non arrestarono nessuno di noi, anche se ci tenevano d’occhio, i sospetti su di noi c’erano… Vernocchi l’aveva dichiarato, per farsi bello, che c’era un grande gruppo di giovani socialisti.

D Professore, quale tipo di rapporto c’era tra questi giovani di Up e il Psi di Romita? C’era un rapporto di conflittualità o, addirittura, di rivalità come sostiene, ad esempio, Neri Serneri?
R C’era un rapporto di grandissima amicizia personale e di grande confidenza. Poi Romita era stato al confino con un mio zio materno, era amicissimo di un mio zio materno, fratello maggiore di mia madre, il professor Vittorio Angeloni. Quindi c’era un rapporto di fiducia e di rispetto. Romita lo conoscevo bene personalmente. Dal punto di vista politico noi sentivamo che c’era bisogno di un profondo rinnovamento rispetto al passato; questi [Perrotti, Lizzadri, Romita, Vernocchi e Canevari, N.d.A.], avevano militato da giovani in quello che prima della fusione in esilio del 1930 si chiamava Partito Socialista Massimalista… Mi ricordo che Perna disse: «Adesso prendiamo contatto con i massimalisti». Tra l’altro Perna li conosceva molto bene, perché era cognato di Raffaello Merloni, a sua volta figlio di un vecchio deputato di Grosseto del vecchio partito socialista massimalista. E fu attraverso Perna e Merloni, che stava in via Calabria 17, che prendemmo i contatti ufficiali con il Psi. Sapevamo inoltre che fermentavano altre idee nell’ambito del Psi; era rimasto separato da loro tutto il vecchio gruppo di “Critica sociale”, con base a Milano, guidato soprattutto da Faravelli che in quell’epoca era in carcere. Noi [dell’Up, N.d.A.] avevamo delle riserve soprattutto nel senso che non ci davano una sufficiente garanzia di rinnovamento.

D Questa esigenza di rinnovamento era sentita anche dal Mup. È così?
R Non c’è dubbio, lei dice benissimo.

D È possibile tracciare una linea di continuità tra il Csi di Morandi e il Mup?
R No, il Csi di Morandi era in rivalità con il Mup, non era d’accordo con il Mup.
D Ma questa idea del partito che aspira al rinnovamento la possiamo trovare anche nel Csi di Morandi.
R Sì, la può ritrovare in Morandi ma in un senso diverso.

D Può spiegarlo, Professore?
R Sarebbe difficile spiegare perché Morandi era una figura un po’ chiusa, un po’ misteriosa… Morandi puntava enormemente su un’organizzazione forte del Psi e in questo aveva – senza essere comunista – delle forti analogie con i comunisti… Tanto che Morandi fu sempre iscritto, fino alla sua prematura morte, al gruppo dei cosiddetti socialfusionisti… Tornando a noi… Morandi non era affatto in linea con Basso.

D E perché? Può spiegarlo?
R E perché… Perché… Perché non lo so… Perché è difficile da spiegare… Intanto Basso personalmente, pur essendo di grandissimo valore teorico e aspirazione rivoluzionaria, destava non grande fiducia per quella che era la sua condotta personale, nel senso che dichiarava che faceva l’avvocato in modo spregiudicato – dichiarando che lo faceva perché c’era bisogno di soldi per il partito – . Aveva poi una fortissima personalità che si autoesaltava e che dai suoi seguaci veniva esaltata e che anche per la somiglianza fisica – il suo pizzetto – portava a chiamarlo qualche volta il “Lenin italiano”. E tutto questo, naturalmente, non contribuiva a rafforzare – se non in ristretta cerchia – i suoi rapporti con gli altri socialisti, in modo particolare con Morandi. Questo rinnovamento è una cosa molto vaga da spiegare ma, intanto, lei non deve dimenticare che, noi almeno di Up, eravamo contro i comunisti che Fioretti chiamava i “gesuiti moderni”. Noi non eravamo per congiungerci con i comunisti. E le dico di più: questo era molto maturato perché noi i comunisti li conoscevamo, erano nostri amici fisicamente. Se fossimo voluti andare con i comunisti non c’era problema: Alicata, Lombardo Radice un amico fraterno, Giaime Pintor eravamo stati militari insieme, un amico di famiglia… Così come se fossimo voluti andare con il Partito d’Azione: conoscevamo tutti più o meno. E io mi ricordo il passo indietro che fece Maria Antonietta Solari [sorella di Leo Solari, N.d.A.] un giorno in cui mi incontrò – prima della caduta del fascismo – con i manifestini di “Italia libera” e io le dissi: «Scusa Maria Antonietta io non sono affatto di “Italia libera!”». Perché le dico questo? Per dire che lei rimase così, perché credeva che fosse naturale che io fossi di “Italia libera”. Noi avevamo maturato questa posizione autonoma, non per settarismi, ma per una meditazione, per cui noi non ci sentivamo del Pda e non ci sentivamo del Pci; il che rese più facile – quando si dovettero ricostituire i partiti, quando si dovette contare sui fattori organizzativi, quando si dovette contare anche sui fattori nominali, di presenza, di conoscenza della storia… Noi che non eravamo niente, che eravamo movimenti sorti così, come funghi. Alcuni che venivano addirittura dalle organizzazioni culturali fasciste… confluire nel Psi. La nostra scelta di confluire nel Psi fu naturale, perché già avevamo maturato il rifiuto nei confronti del Pci e del Pda, di cui conoscevamo benissimo gli adepti che erano a volte anche nostri personali amici. Poi altri elementi di rinnovamento erano anche quelli di cercare di non avere i nomi dei partiti tradizionali; di avere questa idea o fissazione per il proletariato – da qualcuno questo nome di Up fu dato addirittura in polemica con i comunisti – . In tutte le nostre riunioni – che erano riunioni comuni dell’Up, dei Giovani socialisti, del Mup – che si svolgevano al quarto piano di un palazzo in via xx settembre, in casa dell’ingegnere calabrese Domenico Corigliano che era un grande patrocinatore di questi rinnovamenti… Lì mi ricordo che quando si decideva del nome da dare al nuovo partito, se ci fossimo fusi noi come gruppi e anche eventualmente con i socialisti, Andreoni propose che si chiamasse “Comunista rivoluzionario” – per dirle, quindi c’era un po’ di sbandamento – . Andreoni era un ex comunista che era stato allontanato dal Pci nonostante lunghi anni di galera che aveva scontato, perché aveva sbagliato in un attentato che aveva dovuto fare da giovane… Da giovanissimo: era ventunenne… Aveva sbagliato bersaglio. Tutto questo era un confluire di sentimenti rivoluzionari – vi era appunto il gruppo dei “socialisti rivoluzionari” – di sentimenti di lotta di classe – la denominazione di Up significava questo – ma con l’abbandono, per non dire rinnegamento, delle vecchie classificazioni di comunisti, azionisti, socialisti, ecc. Ci apparivano delle cose vecchie… Quando però i tempi strinsero, il fascismo cadde, si sentiva il bisogno di costituire dei partiti forti – organizzativamente e ideologicamente – fu naturalissimo il nostro confluire nel Psi.

D Eppure Neri Serneri sottolinea nel suo testo il fatto che, da parte di Up, ci fossero state fino all’ultimo delle forti riserve e una profonda diffidenza nei confronti del Psi. Ma è proprio così?
R È vero… È vero… Ma poi decidemmo… Decidemmo anche perché… Per esempio Vecchietti aveva delle riserve enormi contro Nenni e non ho mai capito perché… Però nel mese di agosto tutto questo fu superato e confluimmo molto bene, molto rapidamente nel Psi seppure su posizioni molto divergenti. Io mi ricordo ancora un discorso alla fine di agosto tra Nenni e Zagari, in cui Zagari espose le nostre e le sue idee e Nenni le contrastò. Noi temevamo, fin d’allora, e fu un punto su cui noi poi avemmo vittoria nell’ottobre del ’44 quando ci staccammo dal secondo governo Bonomi, che si potesse ricostituire l’Italia prefascista in cui la gran parte di loro aveva vissuto e in cui parte di loro aveva ricoperto importanti incarichi, sia quelli che erano stati in esilio, sia i comunisti.

D Secondo Neri Serneri, Muzzi e Rapone i movimenti di Up e Mup credevano che questi “vecchi” partiti non fossero più all’altezza di interpretare le reali esigenze del paese e temevano, inoltre, che questi potessero rimettere in piedi – come Lei ha appena detto – il sistema prefascista.
R È vero. È vero. Però, e non bisogna dimenticarlo, c’erano anche differenze individuali. Le farò un esempio parlando di ciò che avvenne dopo l’8 settembre. Dopo l’8 settembre il Comitato delle opposizioni divenne Cln, nel quale entrarono solo sei partiti (Pli, Dc, demolaburisti, Psi, Pda, Pci) ma non vi presero parte Bandiera rossa, Cristiano-sociali, repubblicani e altre formazioni. Quando si costituì questa compagine del Cln ci furono parecchi esponenti dei nostri gruppi che, per quanto confluiti nel Psiup, assunsero un ulteriore motivo di diffidenza per il pericolo di ritorno all’Italia prefascista. E in particolare questi furono Zagari, Leo Solari, Vecchietti… Questa diffidenza aumentò perché questa Italia ciellenistica non la capivano; l’unione – seppure per combattere i tedeschi – con i liberali, i democristiani, i democratici del lavoro sembrava proprio un’ipoteca con la continuità, con il passato prefascista. Le diffidenze aumentavano, anche se eravamo già uniti.

D Quindi devo dedurre, da quello che Lei mi ha appena detto, che gli ex esponenti del Mup e di Up mantennero sempre una certa autonomia all’interno del Psiup. È così?
R Sì, sì… Aspetti. Bisogna distinguere. Mantennero sempre una loro autonomia ma su fronti diversi. Tutti gli ex Giovani socialisti e i superstiti di Up – Fioretti fu ammazzato il 4 dicembre ’43; Perna andò con il Pci nel novembre ’43 – mantennero una certa autonomia e fondarono una corrente chiamata “Iniziativa socialista”.

D Professore, può spiegare le affinità e le divergenze tra Mup e Up? C’è chi sostiene che l’Up non fosse stata altro che il Mup di Roma.
R Ma non è così. Eravamo in contatto permanente con il Mup, però eravamo due gruppi ben distinti nel modo più assoluto. C’erano diversità attinenti alla formazione: la nostra era una formazione sviluppatasi al centro-sud. Il Mup, invece, era composto prevalentemente da vecchi socialisti – più giovani – come Basso – e meno giovani – come Viotto o Recalcati. Poi vi erano delle divergenze per quanto riguardava la formazione ambientale. Poi differenze generazionali. Mup e Up, tuttavia, si costituirono nello stesso periodo, seppure in modo autonomo.

D Cosa spinse questi gruppi a confluire nel Psi?
R Fu prima di tutto un crescente affiatamento personale che si era determinato attraverso i contatti, una totale caduta delle barriere di diffidenza – molto più forte in noi tale caduta di quanto non fosse per il Mup perché Basso non poteva tollerare l’idea della presenza nel partito di Vernocchi –; e poi il bisogno di ancoraggio, il bisogno di organizzazione e di unificazione. Tutti quanti portavamo in noi questo nome unitario, e se non ci cominciavamo ad unire neanche tra noi affini… Allora sarebbe stata proprio una finzione. Il movimento a noi più affine, nel modo più assoluto, era il Psi.

D L’Up si serviva di opuscoli o volantini?
R Di tanto in tanto li realizzavamo… Io avevo tutto ma me lo hanno bruciato quando fui preso dalle ss… Io avevo anche tutta una serie di documentazioni sulla Resistenza: volantini, direttive segrete – anche ciclostilate – . Radunavo tutto in una vecchia borsa che ho ancora nel mio vecchio studio… Alcuni volantini erano stati redatti da Giacinto Cardona… In alcuni c’era scritto «Terra ai contadini», «Industrie agli operai»… Trovare questi documenti potrebbe essere un caso, ma non saprei dove, quando e come… Si deve pensare che noi abbiamo vissuto, non solo secondo le regole della clandestinità, ma anche sotto il terrore nazista per nove mesi a Roma e quindi chi si teneva la roba addosso…

D Per quanto riguarda il Mup sono stati ritrovati alcuni volantini. E poi c’era l’“Avanti!” clandestino. Ma voi di Up avevate un foglio?
R No, noi dell’Up non avevamo un foglio… Solo qualche volantino… Direi che l’unico documento scritto è quello relativo alla fusione del nostro movimento con il Psi.

D Esiste un manifesto di fondazione di Up?
R No, non c’è.

D Quindi è solo Lei che, attraverso la sua testimonianza, può ricostruire il programma politico del movimento
R Sì è così… Sono morti tutti… Sono rimasto solo io… Io ho novanta anni… Non l’avrei mai pensato di sopravvivere… Il destino è strano… Io che ero il più vicino alla morte di tutti, o quasi.

D La scorsa volta Lei raccontò che questi gruppi, molto spesso, facevano delle riunioni in comune.
R Certo, era proprio così… Noi facevamo delle riunioni comuni ma anche molto ristrette, in cui non partecipavano più di quattro o cinque rappresentanti, perché c’erano persone tra noi che avevano molta paura di essere scoperte. C’era anche chi, come Corona, non faceva mistero di avere molta paura, se preso, di non resistere e parlare. Poi c’era quel commissario Rotundano… Io poi ho saputo che alcuni di noi, fra cui me in particolare, venivano sorvegliati ma senza adozione di misure. L’ho saputo con certezza dopo e sono stati ritrovati anche dei documenti in proposito, che ora non saprei dove possano stare. La scorsa volta le parlai di Viotto e Recalcati… Io di Viotto posso dirle solo che, quando si parlava del Mup a Roma, si diceva il movimento di Basso e Viotto. Basso non era mai stato parlamentare, ma era stato in prigione ai tempi della militanza nel Csi. Viotto, invece, era noto come l’onorevole Viotto, perché era stato deputato prima del fascismo; non ricordo se con gli Unitari o con i Massimalisti ma, secondo me, sicuramente con i Massimalisti.

D Ho portato un’intervista fatta a Lucio Luzzatto risalente a qualche anno fa in cui si racconta, tra le tante cose, dei viaggi che quest’ultimo e Basso compivano regolarmente a Roma per incontrare gli esponenti di Up.
R Devo dirle che Basso venne a Roma più spesso di Luzzatto… Poi loro avevano anche un missus che era Aldo Valcarenghi; lui era quello che veniva più spesso perché, tra l’altro, aveva anche dei motivi d’affari, di lavoro. Di Umberto Recalcati, a proposito dei rappresentanti del Mup, io non so niente; credo di averlo visto una sola volta, in occasione della riunione di fondazione del Psiup nell’agosto del 1943. Ricordo che lui non era mai stato parlamentare, e, se ricordo bene, era di provenienza operaia con molto seguito e molto attivismo. Mi pare che morì in campo di concentramento.

D Vorrei che Lei tratteggiasse il profilo di ciascun esponente di Up cominciando proprio dalla sua esperienza personale.
R Io sono nato a Perugia il 25 aprile del 1915 e a quindici anni, nel 1930, mi trasferii a Roma con la mia famiglia; frequentai la seconda e la terza liceo al Visconti e tutta l’università alla Facoltà di Giurisprudenza di Roma e nel 1939 mi sono sposato. Sono nato a Perugia perché la mia famiglia materna era di Perugia; mio padre, invece, era romano e discendeva da una famiglia con antiche origini romane e, come tanti altri professori di Perugia, aveva sposato una perugina. Così io nacqui a Perugia, nella casa di mio nonno materno in corso Vannucci, il 25 aprile del 1915. Per quanto riguarda la mia formazione… Ha risentito di molte cose… Un anno fui anche fascista, presi parte ai Littoriali, credevo nella lotta di Mussolini contro Hitler perché sono stato sempre ferocemente antinazista. Scrivevo anche sui giornaletti fascisti, sempre con il mio feroce antinazismo, tanto che, a un certo momento, il fascista Carlo Barbieri mi disse di lasciar perdere. Io avevo l’ossessione, più di altri, dell’avanzata nazista in Europa. Nel fascismo, allora, c’era un angolo antitedesco e si era del resto manifestato alla reazione di Mussolini contro l’uccisione di Dolfuss avvenuta nel 1934. Dolfuss era un reazionario cattolico, nel febbraio 1934 aveva represso i moti operai a Vienna, era antitedesco e si era sempre battuto per l’autonomia dell’Austria. Mussolini reagì mandando le truppe al Brennero e in quel periodo vedemmo un Mussolini diverso e, soprattutto, antitedesco. Cosicché io mi lasciai trascinare a partecipare ai Littoriali nel 1935 ma, diversamente da tanti altri amici, vi partecipai per un anno solo. Mi bastò… Ci furono molti momenti di sbandamento… Da ragazzo ero filocomunista, considerato comunista e persino deriso da Lucio Lombardo Radice che, in seguito, diventò comunista sul serio. E poi caddi nella trappola della guerra d’Etiopia e delle sanzioni, le quali, tra l’altro, vanno tenute sempre presenti, perché fecero diventare nazionalisti e amici del regime coloro che, pur avendolo sempre avversato, non riuscivano a tollerare l’idea delle sanzioni contro la propria nazione. Nel 1936, con l’inizio della guerra di Spagna, passai decisamente e senza esitazione al fronte antifascista ed ero anche molto noto, sotto questo profilo, in certi ambienti borghesi romani.

D Quindi possiamo dire che il 1936 fu l’anno della sua svolta?
R Sì, certamente, l’ho sempre detto. La mia formazione politica ha poco di familiare cioè, non ha alcuna ascendenza nella linea paterna, che era di apolitici o di liberali; ha, invece, una possibile ascendenza nella linea materna che era tutta di repubblicani, tranne mia madre che era monarchica e antifascista feroce. Certo il fatto che mio zio Mario [Angeloni, N.d.A.] andò a combattere in Spagna con le brigate e morì influì molto su di me; e, a diciotto anni, nel ’33, andai a trovarlo in esilio in Francia e, lui, che allora era segretario del Partito repubblicano in esilio, mi disse che stava diventando socialista democratico. Dunque dal 1936 io cominciai a orientarmi decisamente verso i socialisti senza svolgere, però, alcuna attività; avevo anche qualche riferimento ma poi venne la guerra… Comunque ero antinazista, nel modo più intransigente e più incredibile, al punto di auspicare la guerra preventiva contro Hitler. Alcuni miei amici erano sbalorditi dal fatto che io auspicassi la guerra preventiva, ma io credevo che fosse assolutamente necessaria. Cominciai a prender parte ai nuclei socialisti soltanto nel 1942.

D Rapone, tuttavia, sostiene che alcuni rappresentanti di Up provenissero dal Partito Socialista Rivoluzionario, formatosi a Roma nel 1939 circa, attorno a Ruggero Zangrandi. Può dirmi qualcosa in proposito?
R Di questo partito non so dirle niente ma sicuramente è esistito anche se, a quei tempi, per me, non possiamo parlare di veri e propri gruppi organizzati… Poi venne la guerra e io, come tanti altri, venni richiamato nel 1940 e andai a Torino come ufficiale di Cavalleria. Di Zangrandi posso dirle, invece, che ne avevamo sentito parlare e che lo consideravamo comunista, seppure dissidente.

D Ritorniamo a Up. Di questo gruppo, secondo Neri Serneri, facevano parte anche Marcello Merlo, Giuseppe Lo Presti e Vindice Cavallera. Lei ricorda questi nomi?
R Certo che li ricordo e a questi nomi dobbiamo aggiungere anche quelli di Gerolamo Congedo, Franco Malfatti, Maurizio Giglio e Giaime Pintor. Tranne Lo Presti – che era con noi e che, tra l’altro, morì alle Fosse Ardeatine – di Merlo, Cavallera e Congedo possiamo dire che gravitavano tra noi e i Socialisti Rivoluzionari di Zagari anche se erano più legati a quest’ultimo. Cavallera era figlio di un deputato socialista sardo, da sempre attivo nel movimento antifascista in Sardegna e, secondo me, era più con il Pda che con noi. Quello che le voglio dire è che le classificazioni sono molto difficili e lo schema non si può irrigidire. Ad esempio il nome del movimento di Zagari non compare nel manifesto di costituzione del Psiup perché passava sotto il manto di Up.

D Potrebbe parlarmi di Vezio Crisafulli?
R Crisafulli era nato nel 1910 in una famiglia di origine siciliana che da tempo si era trasferita a Roma; il padre, Vincenzo Crisafulli, era un magistrato, procuratore generale alla Corte di Appello di Roma ed era un fascista terribile. Vezio Crisafulli era un giudice in carriera a quei tempi, e aveva vasti interessi culturali, soprattutto in campo di diritto costituzionale. Diventò professore a Urbino, vincendo il concorso di diritto costituzionale nel 1939, e giudice costituzionale nel 1968. Entrò a far parte di Up però poi si unì al Pci e alla liberazione di Roma già faceva parte di quel partito, o vi si iscrisse poco dopo. Durante l’occupazione nazista a Roma ricoprì un importante incarico all’“Avanti!” clandestino: raccoglieva le notizie, portava gli articoli.

D Che cosa può dirmi di Edoardo Perna?
R Perna era il mio luogotenente, eravamo sempre insieme. Figlio di un professore di liceo, era nato nel 1918 e aveva molti interessi culturali tra cui, soprattutto, il diritto amministrativo. Era collegato con gli ambienti antifascisti per una duplice ragione familiare – era parente per parte materna degli Arangio Ruiz; era cognato di Raffaello Merloni, il quale era figlio di un deputato socialista prefascista – e fu proprio lui a stabilire i contatti tra Up e i socialisti di Romita e Lizzadri. Venni a sapere del passaggio di Perna al Pci, avvenuto nel novembre 1943, da Giorgio Amendola durante una riunione del tripartito della Giunta militare del Cln. Perna fu un bravissimo comunista, sempre fedele al partito. Parliamo di Mario Fioretti… Era giudice e professore e aveva ottenuto un incarico all’università di Cagliari. Aveva partecipato ai movimenti fascisti giovanili, ma era diventato un antifascista feroce – come spesso accadeva a quei tempi – e anche un po’ esaltato, tanto che era tenuto un po’ in disparte da molti, perché ritenuto pericoloso per via della sua sfrenata libertà di parola e il suo grande coraggio. Era molto coraggioso e, spesso, faceva dei comizi ardentemente antifascisti nei quartieri operai della città. Egli, pur aderendo a Up, aveva contatti molto stretti con il Mup di Milano e, quando Basso veniva a Roma, cercava lui oltre che Corona. Fu proprio Fioretti, tra l’altro, a portare a casa mia Basso nella primavera del 1943. Nel dicembre dello stesso anno, durante l’occupazione nazista a Roma, Fioretti venne assassinato da un fascista in piazza di Spagna.

D Può parlarmi dei rappresentanti del Mup romano Achille Corona e Luigi Morara?
R Corona, nato nel 1914, era stato ufficiale in Russia e da giovane era stato fascista fino a diventare, in seguito, un ardente socialista. Rimase, per tutta la vita, un fedelissimo di Nenni. Luigi Morara, invece, apparteneva a un’altra generazione – era molto più grande di noi – ed era un vecchio tipografo romano, aveva sempre militato nel Psi e, se non sbaglio, subì anche il confino. Egli aderì da subito al Mup, poiché gli piacque questo aspetto di rinnovamento socialista proposto da Lelio Basso. Corona e Morara erano a Roma i due punti di riferimento per il Mup di Milano. Questo è tutto quello che posso dirle.

D Adesso vogliamo passare a Giacinto Cardona?
R Cardona possiamo considerarlo tra gli affiliati a Up, era un rivoluzionario e per lui bisognava ritornare ai vecchi motti di «La terra ai contadini», «Le imprese agli operai». Non ricordo l’anno della sua nascita ma, credo, fosse al massimo due o tre anni più grande di me. Era un grande studioso, molto colto – se non ricordo male era un professore di liceo – e per un rivoluzionarismo estremo, ma non necessariamente comunista. Non prese parte alla riunione di fondazione del Psiup, nell’agosto del ’43.

D Presso l’Archivio Centrale dello Stato è stato rinvenuto questo volantino di Unione proletaria risalente all’aprile 1943.
R Io riconosco questo volantino, è uno dei nostri che facemmo all’indomani degli scioperi del marzo del 1943 e distribuimmo il mese successivo, nel mese di aprile – perché allora era molto difficile trovare una tipografia disponibile –. Se dovessi dire quale era la tipografia… Certezza assoluta non ne ho. Noi, in quell’epoca, avevamo moltissimi punti di riferimento… Quello a cui ci rivolgevamo con maggiore fiducia – e aveva molto coraggio a farli perché aveva noti precedenti antifascisti e socialisti – era Gigetto Morara. Altri tipografi non me li ricordo… Era un manifestino di propaganda.

D Dai toni molto forti, tra l’altro.
R Dai toni molto forti... Poi ho letto che si parlava di un certo Cianetti che, in quel periodo, era il ministro del Lavoro… Facemmo questi volantini, pochi per la verità, perché era molto pericoloso. La situazione, prima del 25 luglio, era molto pericolosa.

D L’Up riuscì ad allargare la sua sfera d’influenza in città? Facevate dei comizi? Riuscivate a parlare con i lavoratori?
R Certo il gruppo aveva dei contatti fortissimi; e il più attivo in questi contatti era Mario Fioretti. Lui, certamente, faceva dei comizi nelle zone vicino alle fabbriche e, soprattutto, nei quartieri proletari come Centocelle, Tor Pignattara, Castel di Leva, Valle Aurelia.

D In città il movimento riuscì a raccogliere consensi tra i lavoratori?
R Sicuramente.

D Vorrei che Lei mi parlasse del programma politico di Up.
R Noi avevamo realizzato anche un manifesto programmatico ma io, la scorsa volta, le ho raccontato la fine dei miei documenti… Neri Serneri, comunque, ne ha parlato – seppure in maniera molto sintetica – nel suo libro.

2. Memoriale di Domenico Viotto

Il documento inedito che segue è tratto dagli appunti autobiografici di Domenico Viotto, conservati presso l’Archivio Gianfranco Porta della Fondazione Luigi Micheletti di Brescia [Fondo Domenico Viotto, b. 3, “Dal confino alla Liberazione”]. Una parte di questi appunti, relativa agli anni 1919-27, è stata pubblicata da G. Porta in Domenico Viotto, Note autobiografiche di un organizzatore operaio, in Annali della Fondazione Micheletti, Brescia 1985. Le pagine qui riportate, relative agli anni 1942-43, sono tratte da un quaderno non datato, ma risalente ai primi mesi del 1975. I fogli scritti in grafia minuta e a tratti pressoché incomprensibile, presentano alcuni errori ortografici e lacune che sono stati mantenuti nella trascrizione. L’autrice ringrazia il professor G. Porta per averle permesso di accedere a questi documenti.

Il clima generale, sia pure con qualche inquietudine, andava migliorando, ma si doveva agire, pursempre, con vigilata prudenza, anche se da molti sintomi era lecito sperare che la fine del regime si avvicinava. I compagni dei centri vicini, profughi a Milano, intensificavano la loro presenza in viale Bligny e premevano; i contatti fra noi, Basso, Dagnino, Recalcati, Baccani [?], Micheli, Agostini, Sacerdote [?], Rossi si intensificavano. Tutto questo ci indusse a sfidare un certo rischio ed indire uno dei soliti banchetti in via Tertulliano 121: valutando e soppesando ogni invitato, in modo che il personale dell’azienda, i clienti ed i rappresentanti di fabbrica e delle singole località fossero ecquamente e validamente rappresentati, intervennero circa una quarantina di persone, come il compagno Alini con i più aitanti rimescolarono abbondante polenta e una vera caldaia d’acciaio inossidabile con raghù di polli, conigli e qualche gatto. Più che del mangiare ci preoccupavamo di scambiare idee e notizie sulla situazione. La riunione fu propizia sotto ogni aspetto e dimostrò la concordia degli obbiettivi ed il desiderio di operare dei convenuti, risultò evidente che lo stabilimento di via Tertulliano era il posto ideale per i momenti cruciali. Dopo quella riunione altre ne seguirono a Sesto San Giovanni, dove erano numerosi i profughi bresciani, nella vicinanza dei grandi complessi industriali ed in abitazioni operaie dei rioni. Nella primavera del 1942 Basso mi fece conoscere Corrado Bonfantini che ci aggiornò sui fermenti di Novara e Torino, egli mi diede l’indirizzo di un gruppo di medici che io poi riunii più volte in casa del compagno dott. Lionello Beltramini; l’on. R. Recalcati mi fece conoscere l’avv. Lucio Luzzato [recte: Luzzatto] e poco dopo conobbi Aldo Valcarenghi con qualche altro. L’azienda continuava a espandersi e anche la rivendita degli altri centri si consolidavano e permettevano di essere veramente utili nel momento decisivo. In una riunione dell’estate del 1942 il consiglio di amministrazione della Chimico Galvanica, di cui Basso era il legale con un modesto compenzo, decise di elevare il compenzo a lire quattromila mensili, al fine di farsi sostituire nello studio legale ed operare maggiormente nell’organizzazione clandestina. Una sera molto nebbiosa, dopo una minuta preparazione, alla fine d’ottobre 1942 in casa del comp. I. M. Lombardo, in via Tantardini, convennero: Viotto D., G. Colombo, M. Micheli, S. Principato, R. Recalcati, Benzoni, R. Veratti, G. Bianchi, M. Santambrogio, G. Fornoncini, A. Rizzi, L. Gambini, P. Bruzzi, R. Azzara, G. Tamburini [?], G. Faretti [?], G. Levi, G. Giovanetti, R. Muratori, A. Torchiani ed altri. Dopo breve relazione dello scrivente, si convenne sulla necessità di raggrupparci in una organizzazione unitaria, che non solo superasse le divergenze socialiste, ma mirasse anche a convogliare la classe operaia in un unico schieramento politico, creando la prima sezione Milanese del “Movimento di Unità Proletaria per la Repubblica Socialista” (m.u.p.). Dopo tale riunione e la decisione presa avevamo un punto di riferimento localmente. Ora occorreva estentere la verifica nella zona da noi controllata ed oltre: a Brescia i contatti erano permanenti, bastava aggiornare gli amici sul posto ed a questo fine l’on. Recalcati andò a trovare l’on. Mastri; poi segui L. Basso e L. Luzzato [recte: Luzzatto] che andarono a Ghitti e Savoldi e con altri incontri l’intesa fu perfetta. Da Bologna venne P. Fabbri che condusse con se Bentivogli di Molinella e si convenne che avrebbero indetto una prima riunione di fidati elementi con Borghese e Baroncini dove siamo intervenuti io e Basso. In seguito avvenne una più larga riunione, dove intervennero anche i repubblicani di Romagna e studenti di ferrara con Raghianti [recte: Ragghianti] e con io e Basso l’on. Lami Starnuti, da poco passato nelle fila socialista. Il compagno Bonfantini ed il Dr. Andreoli [recte: Andreoni], che ormai operavano con noi, ci aggiornarono sulla situazione di Torino, Biella, Alessandria e Novara ed assicurano che tutto procedeva per il meglio. Io mi recai a Perugia ad aggiornare dei compagni che colà conoscevo; poi ritornai a Foligno per il comp. on. Fiore, conosciuto al confino. Feci un salto a Colfiorito per aggiornare i pochi elementi conosciuti; feci una corsa a Firenze dall’ex sindaco Pieracini [recte: Pieraccini] che mi disse di esser stato informato da Lanti delle decisioni di Milano e che, pur non essendo del tutto consenziente, stava lavorando con altri al fine comune. In una successiva settimana feci una corsa nel Veneto: andai a Venezia a ragguagliare Gino Müller, poi passai per Padova per parlare con Marzotto, figlio di un vecchio compagno, già segretario di quella Camera del Lavoro, dal quale seppi anche gli intendimenti del Prof. Concetto Marchesi, di cui mi avevano parlato alcuni universitari di Bologna e di Ferrara. Mi fermai per qualche giorno a Vicenza per vedere Foracio [?] che già conoscevo da lunga data e fermarmi da De Maria e dalle quattro sorelle, tutte compagne e una moglie del mio amico. Da Vicenza a Cittadella erano a due passi ed avrei veramente desiderato di andarci, ma l’ambiente era troppo piccolo e facilmente potevo esser riconosciuto; d’altra parte in luogo non vi erano industrie ed i miei ottimi compagni avevano un’influenza minima sulla popolazione locale. L’economia di Cittadella era basata sull’agricoltura con prevalenza della fittanza e scarza mezzadria, dove i catolici dominano incontrastati: si trattava di gente seria e laboriosa, dove certa moralità sarebbe incomprensibile, con tendenze conservatrici, ma digiuna alla violenza, pronta a reagire alla prepotenza. Al fine della lotta contro il regime dell’arbitrio e della violenza quel centro era un ottimo serbatoio da valorizzare. Mio nipote Viotto Guerrino, già da tempo mi aveva fatto conoscere l’avv. Gavino Sabadini già sindaco di Cittadella col quale concordavamo perfettamente nel giudizio sul regime, percui, quando ebbi modo di conoscere il Prof. Concetto Marchesi a Milano, gliene parlai e seppi poi che si erano incontrati ed avevano operato nella comune lotta contro il fascismo. Ormai la situazione si evolveva rapidamente e, per certe sensazioni inafferrabili che si verificano in particolari vicende pubbliche, la idea che macinavamo nei nostri conciliaboli si difondevano rapidamente. Da Roma ci giungeva notizia che un giovane scrittore (Silone) già dirigente comunista, con molti altri laureati e studenti erano pronti a lavorare con noi e Corona, Vecchietti, Zagari, Vassalli e altri, alternativamente, vennero poi a Milano. Io mi recai a Roma e parlai con Romita, al quale ero sempre collegato, con Perotti [recte: Perrotti], Lizzadri, Vernocchi e qualche altro. Da più parti si prospettava la necessità di vederci, parlarci e tracciare un organico programma; queste pressioni c’indussero ad indire un convegno Nazionale, che si svolse in casa del compagno Dr. Lionello Beltramini il 10 gennaio 1943. In questo convegno intervennero i rappresentanti di molte località fra le quali: Roma, Milano, Torino, Venezia, Trieste, Bologna, Firenze, Varese, Brescia, Pavia, Vicenza, Verona, Padova, Novara, Vercelli ed altre, rappresentate da: Romita, Basso, Bonfantini, Andreoli [recte: Andreoni], Oliaro [recte: Ogliaro], Acciarini, Fabbri, Baroncini, Maestri, Ghitti, De Maria, Bianchi, Micheli, Viotto, Dagnino, Valcarenghi, Molinari, Lombroso, Farè, Recalcati. Nel convegno veniva approvata all’unanimità una mozione con la quale si tracciavano le direttive ed i fini del “Movimento di Unità Proletaria per la Repubblica Socialista”. Dopo qualche settimana però nello stesso luogo si tenne un nuovo convegno, meno numeroso, nel quale Romita comunicò che a Roma con Agnini, Vernocchi ed altri avevano ricostituito il p.s.i.; la magioranza dei presenti però confermò di perseverare nell’organizzazione del m.u.p. ed in seguito ciascuno perseverò nel proprio lavoro. Nei locali della Chimico Galvanica, in viale Bligny si organizzò la riproduzione della mozione approvata al primo convegno Nazionale e si pensò di farla giungere in più luoghi ed a più compagni possibile. Io mi recai, con qualche altro di Torino, da Bruno Buozzi a Montefalco, colà confinato. Di ritorno con Basso e Lami Starnuti partecipai ad un convegno clandestino del Partito d’azione. Nel marzo del 1943 scoppiarono gli scioperi in più complessi industriali ai quali i nostri aderenti diedero un valido contributo. In quel periodo Jury [recte: Henry] Molinari mi fece conoscere La Malfa, reduce dall’estero, con notizie confortevoli. Per il 1º maggio 1943 tutto era stato disposto per stampare “L’Avanti” clandestino, ma all’ultimo momento, malgrado lo avessimo già pagato, il tipografo venne meno all’impegno. Il nostro lavoro continuò in estenzione ed in profondità, con riunioni, ovunque fosse possibile, e distribuzione di volantini ciclostilati. Verso la fine di maggio, sempre in via Tertulliano, organizzammo un nuovo e più numeroso banchetto, accentuammo la partecipazione dei rappresentanti di fabbrica. Durante il suo svolgimento ci fu dato modo d’interpellare i singoli intervenuti e conoscere l’ambiente di lavoro. A quel raduno erano, fra gli altri, presenti: Basso, Luzzatto, Bartellini, Recalcati, Micheli, Andreoli [recte: Andreoni] fu questo l’ultimo e più completo raduno prima della caduta di Mussolini. Il 25 luglio trovò il m.u.p. in pieno sviluppo e la Chimico Galvanica divenne il suo quartiere generale. Seppi della caduta di Mussolini alle ore 23 e subito, in bicicletta, corsi in viale Bligny, dove un gruppo di popolani già attendevano. Uniti ci avviammo in via Paolo da Cannobbio dove una discreta folla era già assiepata manifestando, con essa partecipammo all’assalto ed alla distruzione di quanto esisteva nel “Covo” cosa che durò un certo tempo. Intanto spuntò l’alba e nelle adiacenze di Piazza del Duomo molta gente affluiva dai rioni e ne approfittai: salii sul Monumento a Vittorio Emanuele ed arringai quanti stavano sul posto, avvertendoli che nel pomeriggio, nella stessa piazza, avremo tenuto il primo comizio, dopo la caduta del regime ed esortandoli a non dar tregua ai fascisti e snidarli dai loro covi. Corsi in via Tertulliano, sempre in bicicletta, feci mettere in funzione la menza, mandai più uomini nella cascina in cerca di uova per ristorare quanti ne avevano bisogno. Da una catasta di legna feci scegliere e tagliare randelli in quantità e con gli autocarri mandai a distribuirli nei rioni. Tornai in fretta in viale Bligny, dove molti compagni attendevano; Lucio Luzzato [recte: Luzzatto] stillò in tedesco un manifestino da distribuire ai soldati germanici; gli altri tutti si misero in moto per preparare la prima manifestazione cittadina per la riconquistata libertà. Alle 14 dalla sede della Chimico Galvanica, col nostro motocarro e macchine cariche di mutilati, partì il corteo che si avviò a Porta Ticinese ove la folla venne chiamata a raccolta ed avviata per largo Cesare Correnti dove si tenne un primo comizio; imboccando poi via Torino la massa si snodò in lungo corteo. Fummo subito avvertiti che allo sbocco di via Torino la Piazza del Duomo era bloccata dagli arditi; ciò nonostante proseguimmo la marcia e nel mentre noi stavamo sbucando, altri autocarri, provenienti da Sesto Sangiovanni, spuntavano dal corso Vittorio Emanuele. In breve la Piazza tutta fu un mare di popolo ed a fianco del monumento io salii sul motocarro per parlare liberamente alla popolazione milanese: dopo di me parlò il compagno comunista Roveda, ma ad un tratto, ci fu una sparatoria e la folla sospinse il motocarro in Galleria con gran sbandamento; la polizia sparò nuovamente sulla ruota e l’automezzo fu bloccato e ci volle la paziente costanza del nostro amministratore per riaverlo. Mentre questo avveniva al centro, nei rioni Luzzato [recte: Luzzatto], Basso, Recalcati ed altri del m.u.p. tenevano discorsi per incittare i cittadini alla lotta. Nelle prime ore del giorno successivo alla Chimico Galvanica in viale Bligny, vennero gli agenti badogliani per arrestarmi. Visto che non mi conoscevano li pregai di rimanere un momento al telefono che andavo a chiamare l’onorevole. Da quel momento divenni un clandestino effettivo. In giornata si tenne la prima riunione dei partiti antifascisti; si stampò il primo dell’Avanti clandestino. Con la finanza della Chimico Galvanica si acquistarono una macchina piana per stampare il giornale ed una padalina per stampare manifestini. Per alcuni giorni ancora si compilò un bollettino dattilografato con la preghiera che fosse riprodotto e distribuito. Quasi subito vennero scarcerati i compagni Valcarenghi, Bonfantini e I. M. Lombardo ed altri da poco arrestati. Dopo alcuni giorni giunze da Ponza il compagno Nenni e dalla Francia Saragat. Il comitato dei partiti antifascisti chiese al luogotenente di Badoglio, Generale Ruggero di armare il popolo per la difesa della città; egli promise ventimila fucili, tergiverzò per qualche settimana e, poi, si mise ad arrestare gli antifascisti. In seguito cominciarono i massicci bombardamenti e la città fu sconvolta. A Roma fu indetto un convegno per l’unificazione dei movimenti socialisti, al quale noi mandammo L. Luzzatto, Recalcati e Basso. Nella capitale prevalse la tradizione sulla ragione politica e avvenne l’unificazione; unica soddisfazione per il m.u.p. fu l’aggiunta di “Unità prolettaria” al nome e la promessa fatta da B. Buozzi, su insistenza di Basso, che Viotto sarebbe stato il segretario della C.d.L. di Milano, ma i comunisti locali si opposero e noi ripiegammo su Recalcati.