Aspetti dell’occupazione italiana
in Slovenia (1941-43)

di Matteo Bressan

1
Le politiche repressive nell’ambito delle operazioni antipartigiane

Lo studio dell’occupazione italiana della Slovenia tra il 1941 ed il 1943 dimostra quali furono le politiche del regime fascista nelle operazioni di guerriglia antipartigiana in quei territori. Queste operazioni non avevano come unico obbiettivo quello di debellare il movimento partigiano ma rientravano in un progetto più articolato di semplificazione etnica della provincia di Lubiana.
Per delineare le linee guida della politica di repressione del Regio esercito nella provincia di Lubiana è necessario tracciare un quadro cronologico dei principali provvedimenti contro i “ribelli” sloveni, per poter comprendere l’inasprimento delle misure adottate dai vertici politici e militari italiani nel tentativo di “pacificare” l’area.
La situazione dell’ordine pubblico era già difficile per le autorità italiane sin dall’estate del 1941, tanto che l’11 settembre l’Alto commissario per la provincia di Lubiana, centurione della mvsn, segretario federale del pnf di Trieste e consigliere nazionale del Partito Emilio Grazioli compilò i “Provvedimenti per la sicurezza dell’ordine pubblico” che prescrivevano la pena capitale o la fucilazione immediata per il passaggio clandestino della frontiera, per detenzione di armi, per atti di sabotaggio, per la propaganda “sovversiva” e per l’aiuto ai “sovversivi”. Sempre nel mese di settembre il Comando della II Armata riscontrava:

la propaganda comunista-panslava si è accentuata e si manifesta tuttora con aggressioni ai nostri militari o simpatizzanti verso le nostre istituzioni. Larga la diffusione di manifestini in cui l’incitamento alla rivolta aperta è preciso. Palese il consenso alla propaganda russo-britannica, quanto mai attiva1.

Al provvedimento di Grazioli, in seguito all’aumento degli scontri tra popolazioni locali e truppe italiane, si aggiunse il bando con cui Mussolini istituiva a Lubiana il 7 novembre 1941 il tribunale militare di guerra della II Armata, che istruì sino all’8 settembre del 1943 ben 8.737 processi contro 13.186 imputati, tra i quali 84 condannati alla pena capitale, 434 all’ergastolo e 2.695 a pene fra i 3 e i 30 anni di reclusione. Nonostante un perdurante stato di conflittualità reciproca, l’Alto commissario Grazioli e il comandante dell’XI Corpo d’armata generale Mario Robotti emanarono congiuntamente, il 24 aprile e il 6 maggio 1942, nuove ordinanze concernenti le fucilazioni di ostaggi come rappresaglia qualora si fossero verificati atti di terrorismo o di sabotaggio contro l’esercito italiano.
L’ultimo atto, ma solo in ordine cronologico, nell’ambito delle azioni di rastrellamento di civili, fu la costruzione di un gigantesco reticolato di fili spinati, casematte e posti di blocco intorno al perimetro della città di Lubiana, che di fatto trasformò quest’ultima in un enorme campo di concentramento da parte dell’XI Corpo d’armata nella notte tra il 22 e il 23 febbraio 1942. Lo scopo di questo progetto, unico nel suo genere se paragonato ad altre tipologie di rastrellamenti, fu di dare inizio ad un’immensa azione di perquisizioni e arresti di massa che raggiunse ben 20.037 persone fermate, delle quali 936 arrestate e 3 uccise, come testimoniano le cifre inserite nella relazione di Emilio Grazioli al Ministero dell’Interno il 25 marzo 1942.
Nella relazione sulle operazioni di disarmo della popolazione di Lubiana si leggono le motivazioni di ordine pubblico che spinsero le autorità italiane alla chiusura di Lubiana, e le modalità con le quali si agì nei rastrellamenti. Secondo gli esperti dello Stato maggiore:

Il cambio d’umore della popolazione della Slovenia italiana era dovuto all’entrata in guerra della Russia. La propaganda di Londra e Mosca, conoscendo la natura religiosa delle popolazioni slave e l’avversione di queste all’idea e ai sistemi del comunismo, seppe sfruttare il secolare lavoro di antitalianità fomentato dall’ex impero Asburgico e continuato dall’ex Jugoslavia, innalzando la bandiera del nazionalismo. Sorse così il “ Fronte della libertà” (of) con a capo il prof. Boris Kidric, che raccolse le simpatie della “facinorosa” gioventù studentesca slovena e a mano a mano anche della borghesia ricca e benestante che qualcuno riteneva favorevole all’Italia ed al Regime. Per ragioni evidenti Lubiana è stata prescelta quale centro del movimento. La città è stata divisa in “rioni” ed a capo di ogni rione è stato posto un “commissario politico” assistito da un “comandante” dei partigiani.
Compito del commissario politico, oltre la propaganda, era quello di preparare le vari azioni delittuose; al comandante dei partigiani ne era affidata l’esecuzione.

Una volta analizzata la situazione politica, Robotti descriveva come si era passati al «disarmo manu militari» della popolazione di Lubiana:

Considerando che:
– condizione essenziale di riuscita doveva essere la sorpresa
– per le disposizioni da me impartite precedentemente allo scopo di rendere più difficile l’entrata e l’uscita da Lubiana dei ribelli e dei sospetti, era stato pressocché ultimato un numero di gabbioni in filo spinato sufficiente per fare un ordine di reticolato attorno
– le truppe dislocate in Lubiana sarebbero state insufficienti al bisogno
– sarebbero state utili delle stazioni fotoelettriche per illuminare la cintura
ho deciso di abbinare al disarmo della popolazione, la individuazione dei sovversivi a mezzo di commissione mista composta di elementi dei dipendenti organi informativi, di confidenti travestiti e di elementi di p.s.
Durante la notte ed al mattino del 23 febbraio sono stati collocati i reticolati. Prima dell’alba le truppe hanno completato il cordone di truppe e di armi intorno alla città.
Alle ore 14 la cintura è stata ultimata in tutti i particolari ed alle ore 15 è stata resa nota l’ordinanza con la quale venivano sancite legalmente le disposizioni attuate e da attuare.
Con ciò la popolazione si è venuta a trovare nella impossibilità di uscire dalla città e di allontanare da essa materiali di qualsiasi specie.
Sulla base dei miei ordini il comandante della divisione granatieri aveva disposto:
– perquisizioni generiche
– perquisizioni specifiche
– perquisizioni volanti

Dopo aver illustrato le modalità delle perquisizioni per opera dei cc.rr., delle guardie di finanza e di «pochi» agenti di p.s.(si noti la sottolineatura di «pochi» tesa a screditare il basso peso avuto in questa operazione da parte dell’Alto commissario Grazioli alle cui dipendenze erano i reparti di p.s.), Robotti concludeva il rapporto elogiando i metodi duri usati nella circostanza con questi termini:

Io spero che, dopo la chiara necessità del “metodo deciso” vi sarà, da parte delle nostre autorità locali, il fermo orientamento verso l’idea che gli uomini sono nulla e che l’unica cosa che conta è il Paese ed il suo prestigio assieme a quello del Regime, prestigio che questa gente, abituata da secoli al polso duro, si piegherà a considerare nelle debite forme soltanto se sarà costretta a riconoscere che alla bontà ed alla civiltà nostra fanno riscontro l’indispensabile energia d’un Paese e d’un governo che sa vincere2.

Al termine del rastrellamento del febbraio-marzo seguì quello effettuato sempre con le stesse modalità alla fine del giugno del 1942, in cui il generale Taddeo Orlando, comandante della Divisione di Sardegna e responsabile delle principali operazioni di rastrellamento, affermava di aver «tolto dalla circolazione oltre il quarto degli uomini validi di Lubiana». Il numero delle persone arrestate fu in questo caso di circa 6.000 uomini che vennero avviati nel campo di concentramento di Gonars, il più grande campo militare presente nel vecchio confine3. In merito, consultando il fascicolo 1080 del fondo d’archivio as 1840 (Collezione del materiale concernente le vittime dell’occupazione italiana), ho avuto modo di sapere chi fossero le 6.000 persone internate durante il rastrellamento di Lubiana del 30 giugno 1942 e ho reperito un elenco in cui sono presenti ben 771 studenti (la categoria più rappresentata), operai ed artigiani. A riguardo ho trovato una lettera del 17 settembre 1942 del Rettore dell’Università di Lubiana indirizzata all’Alto Commissariato per la provincia di Lubiana che così iniziava:

Eccellenza, i genitori e parenti degli studenti della nostra Università si rivolgono negli ultimi mesi spesse volte al Rettore, ai membri del Senato ed a singoli professori con domande, se ai loro figli che erano iscritti nei semestri precedenti a questa Università e ora si trovano nei campi di concentramento, sarà resa possibile, per il venturo anno accademico, l’iscrizione all’Università [...].
Le esperienze che le autorità universitarie hanno avuto nello scorso anno accademico or’ora passato hanno dimostrato che il render possibile lo svolgersi regolare dello studio e del lavoro ha portato molto utile all’Università e che l’occupazione degli studenti con studi seri e con lavori ha contribuito notevolmente alla pacificazione generale.

La lettera firmata anche dal Preside della Facoltà di Teologia e dal Preside della Facoltà di Ingegneria terminava con la richiesta per

un colloquio sulle seguenti questioni:
1) Il ritorno degli studenti della nostra Università dai campi di concentramento e la loro iscrizione all’Università per l’anno accademico 1942/43 che incomincia in data 25 settembre.
2) Il rilascio dei permessi – qualora non fosse consentito a tutti gli studenti il ritorno dai campi di concentramento – allo scopo di presentarsi agli esami, poiché parecchi studenti deportati erano costretti a interrompere gli esami e molti perderebbero un intiero corso, qualora non fosse consentito loro sostenere gli esami prescritti.
3) Inoltre, qualora non ritornassero tutti, che sia concesso di far loro pervenire pacchi più grandi con dei vestiti caldi e calzature per l’inverno che si avvicina4.

Tra le varie ordinanze diramate dopo la chiusura degli accessi alla città di Lubiana, Mario Robotti ed Emilio Grazioli diramavano nel luglio del 1942 un bando alla popolazione in cui si disponeva:

1) A partire da oggi nell’intera provincia di Lubiana:
− è vietato a chiunque di viaggiare sui treni in transito, tranne a chi è in possesso di lasciapassare e passaporto per le altre province del Regno e per l’estero;
− è vietato il movimento, con qualsiasi mezzo di locomozione ed a piedi, fra centro abitato e centro abitato;
− è vietata la sosta o il movimento, tranne che nei centri abitati, nello spazio di un chilometro dai due lati delle linee ferroviarie (sarà aperto senz’altro il fuoco sui contravventori);
− sono soppresse tutte le comunicazioni telefoniche, telegrafiche e postali, urbane ed interurbane.
2) A partire da oggi nell’intera provincia di Lubiana saranno immediatamente passati per le armi:
− coloro che faranno comunque atti di ostilità alle autorità e truppe italiane;
− coloro che verranno trovati in possesso di armi, munizioni ed esplosivi;
− coloro che favoriranno comunque i rivoltosi;
− coloro che verranno trovati in possesso di passaporti, carte di identità e lasciapassare falsificati;
− i maschi validi che si troveranno, senza giustificato motivo, in qualsiasi atteggiamento nella zona di combattimento.
3) A partire da oggi nell’intera provincia di Lubiana saranno rasi al suolo:
− gli edifici da cui partiranno offese alle autorità e truppe italiane;
− gli edifici in cui verranno trovate armi, munizioni, esplosivi e materiali bellici;
− le abitazioni i cui proprietari abbiano volontariamente dato ospitalità ai rivoltosi.
Sapendo che tra i rivoltosi si trovano individui che sono stati costretti a seguirli nei boschi, ed altri che si pentono di aver abbandonato le loro case e le loro famiglie, garantiamo salva la vita a coloro che prima del combattimento, si presentino alle truppe italiane e consegnino le armi.
Le popolazioni che si manterranno tranquille, e che avranno contegno corretto rispetto alle autorità e truppe italiane, non avranno nulla a temere né per le persone, né per i loro beni5.

La metodologia della politica di occupazione della provincia di Lubiana trovava pieno riscontro nella circolare 3c, datata 1° marzo 1942, in cui il generale Roatta, comandante della ii Armata denominata “Supersloda” (Comando Superiore Slovenia Dalmazia), elencava ai comandanti di battaglione le mansioni delle truppe italiane. La circolare comprende diversi aspetti della condotta bellica e si suddivide in cinque parti: Servizio informazioni, Misure di sicurezza e protezione, Organizzazione del territorio e dei presidi, Operazioni, Trattamento da usare alle popolazioni ed ai partigiani nel corso delle operazioni. Alcuni passaggi della circolare 3c evidenziano quale fosse la tipologia d’indottrinamento delle truppe italiane in quel teatro operativo; nei concetti generali infatti si parla di «mentalità di guerra» che il soldato italiano deve acquisire perché si attui il «ripudio delle qualità negative compendiate nella frase “bono italiano”».
Sulla tempra del soldato italiano era intervenuto il 2 novembre del 1941 anche Robotti che si adoperava «per trasformare l’insanabile bonomia dei nostri soldati, portati sempre dalla bontà d’animo della razza alla confidenza con le popolazioni slovene, al compatimento, alla fiducia». Accanto a questo suggerimento di condotta e di corretto operato si insiste nella Circolare 3c sulla «grinta dura» da opporre al movimento partigiano la cui efficienza «è per lo più sopravvalutata». Si ribadisce di «reagire prontamente e nella forma più decisa e massiccia possibile», alle offese dell’avversario concludendo con la ben tristemente nota frase «il trattamento da fare ai partigiani non deve essere sintetizzato dalla formula: “dente per dente” ma bensì da quella “testa per dente”». L’insistenza posta nel ribadire un atteggiamento duro e risoluto nei confronti dei partigiani era dovuta ad una serie di casi in cui alcune colonne di militari italiani erano state sorprese in imboscate e avevano opposto una scarsa resistenza al nemico tanto da abbandonare le armi sul posto. Per fronteggiare queste evenienze il generale Mario Roatta minacciava di sottoporre a «rigorose inchieste, ed a gravissimi provvedimenti disciplinari o penali» quei militari che si fossero sbandati senza motivo, asserendo che:

Non vi sono circostanze che autorizzano nuclei singoli a cessare dalla lotta o sbandarsi, come non esistono circostanze che legittimino perdite in armi o prigionieri, non accompagnate da notevoli perdite in morti e feriti. Si spieghi inoltre ben chiaramente alla truppa che le armi e munizioni eventualmente abbandonate, o stupidamente cedute all’avversario, sono quelle che, in altra occasione, serviranno a colpire coloro stessi che non hanno avuto il fegato di difenderle.

Concluse le direttive per la lotta antipartigiana venivano prese in esame le misure precauzionali nei confronti della popolazione. Veniva infatti stabilito che si poteva provvedere:

ad internare a titolo protettivo, precauzionale o repressivo, famiglie, categorie di individui della città o campagna, e, se occorre, intere popolazioni di villaggi e zone rurali; a considerare corresponsabili dei sabotaggi, in genere, gli abitanti di case prossime al luogo in cui essi vengono compiuti.

In relazione a quest’ultimo punto si ribadiva:

gli ostaggi possono essere chiamati a rispondere, colla loro vita, di aggressioni proditorie a militari e funzionari italiani, nella località da cui sono tratti, nel caso che non vengano identificati − entro ragionevole lasso di tempo, volta a volta fissato − i colpevoli.

Tra gli ultimi punti della circolare veniva stabilito il criterio con il quale era consentito incendiare edifici ed interi villaggi, qualora «l’intera popolazione o la massima parte di essa, abbia combattuto materialmente contro le nostre truppe». Numerose furono in effetti le operazioni contro interi villaggi che, una volta sgomberati di tutta la popolazione composta quasi sempre da donne, vecchi e bambini, venivano incendiati. Successivamente si provvedeva a razziare il bestiame, le scorte alimentari ed i foraggi che venivano trasportati e utilizzati sul posto o in altre parti del Regno. In seguito ad alcune ingiustificate distruzioni di villaggi, Roatta ribadiva quali fossero le condizioni strettamente necessarie onde evitare atti di violenza ingiustificati, che, se avessero colpito «anche gente innocente», avrebbero costituito «un’arma a doppio taglio»6. Questa indicazione fu ampiamente lasciata alla discrezionalità dei comandanti, e alcuni esempi possono documentare e dare un’idea chiara di quello che fosse il clima di violenza voluto ed esasperato dagli stessi vertici del Regio esercito.
Un fonogramma del generale Robotti ci testimonia come anche alcuni militari si rendessero conto delle efferatezze che si andavano compiendo, riportando una frase di un comandante interinale di un reggimento che diceva: «Mi tocca fare il boia. Veramente quando ho messo le stellette sapevo di fare il soldato. Vogliono così e va bene». Simili affermazioni venivano ovviamente contestate da Robotti «perché in contrasto con ordini tassativi dei superiori comandi et sono indice di mentalità non adeguata esigenze attuale situazione».
Il compito delle ff.aa. italiane era quello di presidiare le varie località della provincia di Lubiana onde evitare di perdere il controllo sulle medesime a vantaggio delle formazioni partigiane; considerando però le condizioni geografiche del territorio e la tipologia di guerriglia che si andava sviluppando, era necessario disporre di un ingente numero di uomini e mezzi per dare la caccia ai reparti partigiani piuttosto che perseguire nella logorante e assai dispendiosa politica dei presidi sparsi qua e là sul territorio.
I grandi cicli di operazioni belliche non riuscirono però a togliere linfa vitale al movimento partigiano ma al contrario esasperarono ancora di più la popolazione locale travolta dal passaggio dei reparti italiani. L’annotazione più esplicita e più sconvolgente di questo stato di cose è sicuramente quella del generale Mario Robotti del 4 agosto 1942, quando, a margine del rapporto del comando della divisione Cacciatori delle Alpi in cui si riferiva come fossero stati catturati 10 civili in località Ledenik ed altri 63 presso Rakitnica, tutti sospettati di fornire appoggio ai ribelli, annotò nel fonogramma:

Gallo [Capo di Stato maggiore, n.d.r.], chiarire bene il trattamento dei sospetti, perché mi pare che su 73 sospetti non trovar modo di dare neppure un esempio, è un po’ troppo. Cosa dicono le norme della 3c e quelle successive? Conclusione: si ammazza troppo poco!
A questo efferato e drammatico ordine ne seguirono altri, quali «Non s’insisterà mai abbastanza!» riguardo alla necessità di incitare i generali titubanti a compiere fucilazioni immediate di chiunque fosse semplicemente trovato nei pressi delle aree dove si combatteva. Per definire minuziosamente la condizione di chi veniva trovato nei pressi delle zone d’operazione è utile analizzare il punto e) della circolare del 18 luglio 1942, sempre firmata dal generale Robotti:

La misura ultima del n. ii della ordinanza («... saranno passati per le armi i maschi validi che si troveranno in qualsiasi atteggiamento − senza giustificato motivo − nella zona di combattimento») deve essere intesa ed applicata nel modo seguente:
1) i maschi validi trovati in qualsiasi atteggiamento, durante le azioni di combattimento, in aperta campagna dall’avanti sino alla linea di schieramento delle artiglierie, non possono essere considerati (per ovvii motivi) che come ribelli o favoreggiatori dei ribelli. E pertanto saranno passati per le armi.
2) i maschi validi trovati in abitazioni isolate, gruppi di case e centri abitati, sempre quando non rei degli atti contemplati nei precedenti articoli del n. ii della ordinanza, saranno tutti arrestati. Quelli fra essi che non siano del luogo saranno passati per le armi come quelli incontrati in aperta campagna.

Per quanto concerne la politica delle rappresaglie è di utile comprensione riportare la definizione data dal generale Mario Robotti nella circolare del 20 aprile 1943 indirizzata al comando dell’xi Corpo d’armata e all’Alto Commissariato:

La rappresaglia, arma oltremodo delicata, se pure deve essere pronta per non perdere della sua efficacia, deve anche essere opportunamente dosata in relazione al fatto che l’ha generata: non eccessiva, non troppo tenue. Non deve, poi colpire mai alla cieca. Al verificarsi di fatti gravissimi, di fronte ai quali non possa esistere dubbio di sorta, potrà essere sempre opportuno colpire immediatamente e forte. In casi, invece, di non eccezionale gravità e quando non vi siano particolari ragioni, sarà sempre opportuno ritardare per quel tempo − non superiore alle 48 ore − che può essere sufficiente sia ad una più esatta valutazione del fatto stesso, sia ad assumere quelle informazioni e vagliare tutte quelle circostanze che potranno assicurare che si colpirà giustamente e proporzionalmente7.

Queste affermazioni sono significative poiché testimoniano che l’orientamento di moderare le rappresaglie, come suggeriva da tempo l’Alto commissario Grazioli, per non alienarsi ulteriormente la popolazione civile, iniziava a circolare anche negli ambienti militari. Questi furono i criteri operativi delle truppe italiane fino all’8 settembre del 1943, ai quali va affiancata la condotta “politica” della guerra che presenta alcuni aspetti fondamentali per comprendere il volto totalitario della politica fascista in quei territori. Infatti, pure con molte contraddizioni e con i limiti di un regime che andava verso la sconfitta, era presente e ampiamente documentato il progetto di “italianizzare” buona parte della provincia di Lubiana, sostituendo la popolazione locale con elementi italiani.
In un vertice tenutosi nel Comando della Zona militare a Gorizia il 31 luglio 1942, il duce tenne un rapporto con i più alti vertici delle ff.aa.: il maresciallo d’Italia Ugo Cavallero, capo di s.m. generale, il gen. d’Armata Ambrosio, capo di s.m.r. esercito, il gen. Roatta, com.te Supersloda, il gen. Robotti, com.te xi c.a., e i generali Coturri, Piccini e De Blasio. Mussolini, dopo aver ascoltato la relazione del generale Roatta prendeva la parola. Dal verbale qui riporto i passaggi più significativi:

Il 21 giugno, con l’inizio delle ostilità tra la Germania e la Russia, questa popolazione, che si sente slava, si è sentita solidale con la Russia. Da allora tutte le speranze ottimistiche tramontarono. Ci si domanda se la nostra politica fu saggia: si può dire che fu ingenua. Anche nella Slovenia tedesca le cose non vanno bene. Io penso che sia meglio passare dalla maniera dolce a quella forte piuttosto che essere obbligati all’inverso. Si ha in questo caso la frattura del prestigio. Non temo le parole. Sono convinto che al “terrore” dei partigiani si deve rispondere con il ferro ed il fuoco. Deve cessare il luogo comune che dipinge gli italiani come sentimentali incapaci di essere duri quando occorre. Questa tradizione di leggiadria e tenerezza soverchia va interrotta. Come avete detto è cominciato un nuovo ciclo che fa vedere gli italiani come gente disposta a tutto, per il bene del paese ed il prestigio delle forze armate. Questa popolazione non ci amerà mai...
Non vi preoccupate del disagio economico della popolazione. Lo ha voluto! Ne sconti le conseguenze.
Così non mi preoccupo dell’Università, che era un focolare contro di noi. Non sarei alieno dal trasferimento di masse di popolazioni.

A questo punto prendeva la parola Roatta che affermava:

Ho proposto di dare la proprietà dei ribelli alle famiglie dei nostri caduti. Replicava il Duce: “Approvo, annunciatelo pure. Così considerate senza discriminazioni i comunisti: Sloveni o Croati se comunisti vanno trattati allo stesso modo. Le truppe adottino la tattica dei partigiani. Abbiano mordente”8.

Qualche giorno dopo il gen. Robotti, nella riunione di Koßevje (2 agosto 1942) comunicava queste nuove direttive ai comandanti di divisione:

Non limitarsi negli internamenti. Le autorità superiori non sono aliene dall’internare tutti gli sloveni e mettere al loro posto italiani (famiglie dei feriti e caduti italiani). In altre parole far coincidere i confini razziali con quelli politici.

Nel precisare come si dovessero eseguire i provvedimenti di sgombero Robotti proseguiva:

Non importa se nell’interrogatorio si ha la sensazione di persone innocue. Ricordarsi che, per infinite ragioni, anche questi elementi possono trasformarsi in nostri nemici. Quindi sgombero totalitario. Dove passate levatevi dai piedi tutta la gente che può spararci nella schiena. Non vi preoccupate dei disagi della popolazione. Questo stato di cose l’ha voluto lei. Quindi paghi9.

Per chiarire come si potesse risolvere il “problema” della popolazione slovena intervenne, il 24 agosto del 1942, Emilio Grazioli con una circolare a dir poco raccapricciante intitolata “Programma attività”:

Attività politica
i) Popolazione slovena: Linea di condotta “durissima” nei riguardi degli sloveni, sino a quando non saranno tangibili e provate le manifestazioni di ravvedimento, e molto dura anche in seguito.
Indirizzo però unitario nella linea di condotta da seguire, e specialmente nell’applicazione dei provvedimenti che debbono essere emanati dall’autorità competente, e non lasciati all’arbitrio dei singoli.
In quest’ultimo caso si dà manifestazione di confusione e di debolezza anziché di ordine e di forza.
a) il problema della popolazione slovena può essere risolto nei seguenti modi:
1) distruggendola;
2) trasferendola;
3) eliminando gli elementi contrari, attuando una politica dura, però di giustizia e di avvicinamento, onde creare le basi per una proficua e leale collaborazione prima e possibilità di assimilazione poi, che però solo col tempo si potrà realizzare.
Occorre quindi stabilire quale linea di condotta si intende seguire.
b) Per l’internamento in massa della popolazione procedere secondo un piano prestabilito, che possa avere uniforme applicazione in tutti i territori della provincia. Meglio costituire “campi di lavoro” anziché campi di concentramento, dove si ozia.
c) Per la sostituzione con popolazione italiana di quella slovena occorre stabilire:
1) dove deve esser trasferita la popolazione slovena;
2) dove deve esser presa la corrispondente popolazione italiana, facendo presente che è più adatta quella settentrionale e centrale;
3) se si intende “italianizzare” innanzi tutto una fascia di frontiera, stabilendone la profondità (20/30 chilometri);
4) se si intende invece trasferire tutta la popolazione slovena. In tal caso sarebbe opportuno iniziare dalla zona slovena a cavallo del vecchio confine.
A mio avviso il trasferimento totale o parziale della popolazione sarà difficilmente possibile durante la durata della guerra. [...]
iv) Stampa:
a) continuare nella censura preventiva eliminando gradualmente, come si sta facendo, inutili pubblicazioni slovene;
b) esaminare la possibilità di acquistare uno dei due quotidiani sloveni;
c) intensificare la vendita, già notevole, dei giornali italiani.
v) Cultura:
a) potenziare l’Istituto di Cultura Italiana, che svolge deficiente attività;
b) continuare nel più scrupoloso controllo di tutte le varie istituzioni culturali slovene, riducendone gradualmente il numero e le attività ed avviandole a proficua opera di collaborazione;
c) intensificare i corsi di lingua italiana e la diffusione dei nostri libri.
vi) Scuola:
Università: il numero degli iscritti è stato ridotto a meno di un terzo in seguito all’ordinamento che vieta l’iscrizione ai giovani non nati e pertinenti il 18 aprile 1941 a questa provincia. Le tasse sono state raddoppiate, e ciò costituirà altra remora all’iscrizione.
La quasi totalità degli studenti trovasi internata.
Usare largamente della facoltà di revocare l’iscrizione ad elementi indesiderabili.
L’Università potrà così “vivacchiare” in attesa che venga risolta definitivamente la questione, a vittoria conseguita, quando si potrà determinare quale “funzione italiana” potrà disimpegnare nei Balcani.
Creare un “Ispettorato per gli studi universitari” in modo che l’Ispettore stesso possa essere “di fatto” il Rettore dell’Università.
Scuole Medie: unificare i vari tipi di scuola a quelli italiani. Aumentare le ore di insegnamento italiano.
Scuole elementari: Sostituire i dirigenti sloveni con elementi italiani e sviluppare sempre più l’insegnamento italiano facoltativo.
Economia:
È nostro intendimento mantenere viva l’economia del territorio, sfruttandone ogni risorsa ai fini nazionali e specialmente bellici.
È quindi mio intendimento:
− sfruttare intensivamente il patrimonio forestale, avvalendosi della mano d’opera di “Centurie lavoratori”, mobilitati civilmente, oppure da costituire con elementi internati, sui quali non gravino specifici sospetti, da inquadrare però con rigida sorveglianza e disciplina;
− sfruttare intensivamente ogni possibilità del sottosuolo, con particolare riferimento alle miniere di carbone e rimettendo in efficienza quelle modeste di ferro, zinco e manganese. Intensificare inoltre il piano di ricerche del sottosuolo;
− mettere a coltura le estensioni di terreni adibiti attualmente a pascoli, e migliorare quelle attualmente già sfruttate. Realizzare le bonifiche a rendimento immediato e con spesa relativa modesta;
− intensificare l’allevamento del bestiame, onde ricostruire il patrimonio zootecnico della zona;
− intensificare la fusione o la liquidazione dei numerosi istituti bancari o cooperativi, procedendo a graduale assorbimento da parte di istituti italiani. Mantenere in vita una sola Cassa di Risparmio per tutta la provincia.

Organizzazione amministrativa.
− Trasformazione graduale dell’ordinamento amministrativo e tributario, secondo quello italiano;
− sempre più severo controllo di tutte le amministrazioni ed istituzioni ex jugoslave pubbliche o private;
− far obbligo al personale sloveno di conoscere, entro un termine relativamente breve, la nostra lingua;
− continuare all’eliminazione di tutti i dirigenti, funzionari e personale che non abbiano dimostrato assoluta lealtà, sostituendoli con elementi italiani.
Per far ciò occorre evidentemente avere a disposizione gli elementi italiani, che attualmente sono in numero insufficiente, e spesso sono deficienti inoltre delle necessarie qualità, perché viene usato solitamente il malvezzo di trasferire in questo territorio gli elementi “indesiderabili”10.

L’idea che i massicci sgomberi di popolazioni fossero da attuarsi al termine del conflitto circolava anche al Ministero degli Interni, come emerge con chiarezza in un promemoria del 12 agosto 1942 in cui l’ispettore per i servizi di guerra il prefetto Marcello Tullarigo affermava:

L’autorità militare limita la sua competenza alle operazioni di sfollamento e di concentramento mentre al Ministero dell’Interno spetterà ben presto il non lieve compito della distribuzione nel territorio nazionale delle popolazioni concentrate.
I campi di concentramento che stanno sorgendo per conto dell’Autorità Militare e quelli che dovranno sorgere, sia per conto dell’Autorità Militare che per conto del Ministero dell’Interno, avranno solo funzioni di smistamento, funzioni tanto più necessarie quanto più grande e più rapido sarà il processo di sfollamento.
Allo scopo di attuare questo importantissimo compito (particolarmente rilevante sotto il profilo politico) della distribuzione delle popolazioni in qualche centinaia o migliaia di Comuni, prospetto alla Eccellenza Vostra l’opportunità di predisporre uno studio inteso ad una tempestiva e preordinata organizzazione di tutti i servizi relativi alle operazioni suddette, il di cui fine non si limiterà alle contingenti necessità militari, ma dovrà prevedere una possibilmente rapida assimilazione dei nuclei famigliari nei nuovi Comuni di residenza ed un loro stabile impiego al lavoro, possibilmente agricolo.
Le incalzanti necessità contingenti non devono far perdere di vista il problema del domani: sarebbe augurabile che a guerra finita questo non indifferente lavoro fosse, non solo ultimato nella sua procedura, ma fosse definitivamente risolto nel quadro del nuovo ordine che dovrà anche, al nostro Paese, dare nei nuovi territori rapide possibilità di raggiungere tutti gli obiettivi politici-sociali ed economici senza interruzioni e ostacoli di sorta.
Questo lavoro di studio potrà essere compiuto da questo Ispettorato: potrebbesi all’uopo costituire internamente una Commissione (ristretta ed efficiente) della quale dovrebbero far parte alcuni, pochi rappresentanti delle Amministrazioni interessate: p.n.f., Corporazioni, Agricoltura.
Nella ipotesi, la più larga, di dover arrivare allo sgombro di alcune decine di migliaia di unità (100.000) e volendole distribuire (ad esempio) in 3.000 Comuni del Regno, si avrà una media di 330 persone per Comune: questa cifra stessa, nella sua modestia, rileva di per sé possibilità di poter – mercé una locale, intelligente ed adeguata azione di controllo e di assistenza – mimetizzare nel tempo con i costumi e le mentalità nazionali, questi nuclei che, staccati dai focolai della propaganda irredentista e comunista, non rappresenteranno più ragione di ostacolo alla pacifica espansione politica e sociale dell’Italia Fascista nelle nuove terre a lei destinate11.

Questi ultimi documenti riportati dimostrano come accanto ai metodi duri della condotta della guerra antipartigiana, in cui veniva coinvolta la popolazione civile, si andava studiando e praticando un massiccio trasferimento di popolazione.

2
Le politiche d’internamento
2. 1. I campi: gestione militare e gestione civile

Tra il 10 giugno del 1940 e l’8 settembre del 1943 vi furono in Italia due categorie di campi di concentramento per civili italiani e stranieri: una cinquantina, situati prevalentemente nell’Italia centro-meridionale, affidati alla gestione del Ministero dell’Interno; una decina situati dal 1942 nell’Italia centro-settentrionale affidati alla gestione del Regio esercito12. Nei campi del Ministero dell’Interno figuravano internati i civili stranieri, per motivi di guerra, la cui pericolosità era riconducibile al fatto di essere “nemici” e gli internati per misure di polizia, in gran parte italiani, ma considerati alla stregua dei civili nemici. A proporre l’internamento erano le Prefetture sulla base di schede personali, preparate per ogni cittadino e aggiornate dal 1929, nelle quali i nominativi venivano classificati in cinque “classi di rischio”: pericolosissimi, pericolosi perché capaci di turbare il tranquillo svolgimento delle cerimonie, pericolosi in caso di turbamento dell’ordine pubblico, squilibrati mentali, pregiudicati per delitti comuni.
Non appena l’Italia entrò nel secondo conflitto mondiale, le forze dell’ordine eseguirono, soprattutto nelle grandi città, dove risiedeva la maggior parte degli stranieri, numerose azioni di rastrellamento in grande stile senza neppure notificare per iscritto l’ordine di arresto ai diretti interessati. Dopo l’arresto i fermati venivano condotti nelle questure e da lì, incatenati l’uno con l’altro, venivano trasferiti al campo di concentramento o alla località d’internamento più vicina. Le cifre dell’internamento del Ministero dell’Interno raggiunsero nel 1943 le 19.117 unità, di cui 12.285 italiani e 6.832 stranieri.
Tra i campi più importanti dell’internamento civile va ricordato quello di Ferramonti, il più grande dell’Italia fascista, nella provincia di Cosenza, dove furono detenuti ben 4.000 prigionieri, in prevalenza ebrei. Eccezion fatta per le condizioni climatiche dell’area, il comportamento delle autorità del campo fu generalmente tollerante e i pochi casi di violenza fisica si limitarono ad azioni messe in atto dalla milizia; 37 furono i decessi nel campo di Ferramonti per motivi di salute e per morte accidentale.
Una situazione diversa si verificò invece nei campi gestiti dal Regio esercito nei quali, molto spesso, il confine tra i prigionieri di guerra e gli internati civili fu molto labile. I cittadini jugoslavi, sloveni e croati, subirono condizioni più dure rispetto a tutti gli altri detenuti di diverse nazionalità e continuarono ad essere deportati e a scontare la loro prigionia anche durante il governo Badoglio. Questi campi si trovavano principalmente nei nuovi territori occupati dall’Italia, dislocati sia nelle numerose isole prospicienti la costa dalmata sia nel territorio italiano. Nei territori jugoslavi operarono il campo di Arbe, dipendente dall’Intendenza della ii Armata; Buccari e Porto Re, dipendenti dal v Corpo d’armata; Melada in provincia di Zara, dipendente dal Governatorato civile della Dalmazia; Zlarino dipendente dal xviii Corpo d’armata; Mamula e Prevlaka, dipendenti dal vi Corpo d’armata.
Nel territorio italiano i campi per “slavi” furono: in Friuli Venezia Giulia: Cighino, Gonars, Fossolon, Poggio Terzarmata e Visco; in Veneto: Monigo, Chiesanuova e Padova; in Toscana: Renicci; in Umbria: Colfiorito; in Sardegna: Fertilia13. In questi campi, dove l’amministrazione ricalcava il modello amministrativo dei campi per prigionieri di guerra, confluirono prevalentemente civili sloveni e croati. La gestione era affidata ad un alto ufficiale della riserva, generalmente un colonnello dei carabinieri o dell’esercito, coadiuvato da alcuni ufficiali tra i quali anche alcuni medici. Per tutta la durata del funzionamento dei campi si registrarono numerosi scambi di opinione tra le autorità militari e civili per la loro gestione. Questo alternarsi di responsabilità si protrasse dalla primavera del 1942 fino oltre l’8 settembre del 1943 con una fitta corrispondenza tra il Ministero della Guerra e quello dell’Interno. Di fatto la gestione dei campi di concentramento per internati civili rimase di competenza di entrambe le autorità, civile e militare, in una situazione che contribuì ulteriormente a rendere ancor più difficili le condizioni degli internati14.

2.2. Tipologie di campi

La tipologia dell’internamento italiano non prevedeva dei campi strutturati secondo un unico modello, pertanto intorno al mondo della deportazione si sviluppò una serie di realtà regolamentate burocraticamente e sufficientemente documentate. Al riguardo risulta di notevole interesse la vasta documentazione del Ministero dell’Interno relativa alla fornitura e alla manutenzione del casermaggio ai campi di concentramento con le relative spese delle ditte appaltatrici che ne gestivano i servizi. Il costo di queste forniture era segnalato dai direttori dei campi alle Prefetture competenti. Il continuo afflusso di internati richiedeva sempre nuove sistemazioni che venivano risolte sia costruendo ex novo che riadattando strutture vecchie al nuovo uso. In un documento della Direzione generale della Pubblica sicurezza del 10 agosto 1941 si richiedeva con insistenza la riattivazione delle vecchie colonie di confine di Lipari e Ponza e la costruzione di nuovi baraccamenti nel campo di Ferramonti (Tarsia)15.
Un caso di adattamento, a campo di detenzione, di una struttura adibita ad altre funzioni fu quello dell’ex Consorzio antitubercolare di Magione presso Perugia; utile per comprendere i criteri con cui le autorità italiane sceglievano i luoghi per l’internamento. La relazione effettuata dal Corpo reale del Genio civile il 21 agosto 1941, per conto del Ministero dei Lavori pubblici, così analizzava le caratteristiche della struttura:

I locali di che trattasi sono compresi in tre ampi fabbricati, riuniti in unico agglomerato ed adibiti un tempo per magazzini e cantine, per abitazione del proprietario e per abitazione del custode e servizi vari [...]. I fabbricati sopradetti sono compresi in una vasta area recinta da muro con tre ingressi separati, ma che possono ridursi ad uno unico [...]. Sono in buone condizioni di stabilità, ma è necessario eseguire opere di consolidamento e restauro parziale dei tetti, dei solai in legno e di qualche tratto di muratura [...]. I gabinetti sono in numero limitato, appena sufficiente per una comune casa di abitazione, di sistema antico con tappo e comunicanti con pozzo nero [...]. L’acqua potabile proveniente da una conduttura di proprietà dello Stesso Consorzio Antitubercolare, proprietario del fabbricato, si limita ad un solo rubinetto esistente nel piazzale principale, e può essere facilmente distribuita essendo la portata, da informazioni assunte, di litri quindici al minuto primo, perciò sufficiente per i bisogni della colonia [...]. Da accertamenti e misure effettuate, si può asserire che l’agglomerato sopra descritto, può ricoverare comodamente una popolazione di 400 internati16.

Un’altra forma di reclusione, emersa dalle carte del Ministero dell’Interno, fu la requisizione di alcuni esercizi alberghieri di Grado per accogliere internati politici, sloveni ed ebrei. Le spese sostenute venivano rimborsate dalla Prefettura di Trieste che doveva anche pagare quelle di alloggio per gli internati convenendo con gli albergatori il 50% del prezzo della bassa stagione17. In un documento del 27 maggio 1942 il Ministero della Cultura popolare nella sezione Direzione generale per il Turismo comunicava:

L’ente Provinciale per il Turismo di Trieste segnala che fra un mese comincerà ad affluire, per la stagione balneare, la clientela ordinaria e che la presenza nella stazione di elementi politicamente non fidati può creare una situazione di disagio. L’Ente stesso, associandosi ad analoga comunicazione fatta dal Comune di Grado a codesto Dicastero, ritiene urgente e necessario il trasferimento dei predetti internati in altre località18.
Un discorso a parte meritano i campi di Arbe e Gonars per la loro importanza e per la tipologia di allestimento. Il primo venne realizzato nella parte sud-orientale dell’omonima isola del golfo del Quarnaro, sopra una spianata posta tra le insenature costiere di Campora e Sant’Eufemia, nel giugno del 1942. In questo campo gli internati vivevano in tende da 6 posti l’una, in uno stato di sovraffollamento indicibile tenendo presente che vi furono ammassate fino a 6.000 persone. Per buona parte del suo funzionamento Arbe fu una sterminata distesa di tende circondate da filo spinato e da torrette di guardia. Nell’autunno del 1942 venne avviata la costruzione di baracche, alcune di legno e altre in muratura, e allestite tende più grandi capaci di contenere anche 80-90 persone19.
Il campo di Gonars (Udine) venne istituito per accogliere prigionieri di guerra, e come tale funzionò dall’ottobre del 1941 al marzo del 1942; dal 27 dello stesso mese venne ufficialmente inserito tra i campi per internati civili alle dipendenze dell’Autorità militare. Gonars poteva contenere 6.500 persone e fu il più grande campo per internati fra quelli situati in territorio italiano20.

2.3. Cifre sull’internamento al confine orientale

La mancanza di dati ufficiali sull’internamento italiano per gli anni che vanno dal 1940 al 1943 rende difficile la quantificazione degli internati provenienti dalla Jugoslavia. Come già detto in precedenza anche la Croce Rossa aveva richiesto ripetutamente al Governo italiano gli elenchi dei prigionieri ma le autorità italiane avevano sempre risposto in maniera evasiva considerando i civili sloveni e croati un «affare interno»21.
Le cifre emerse dai documenti da me visionati, integrate dagli studi svolti finora, mi permettono di fare delle stime piuttosto attendibili. Da una lettera dell’Alto commissario Emilio Grazioli del 6 giugno 1942 inviata al Ministero dell’Interno si viene a conoscenza che il generale Roatta, comandante della ii Armata, aveva ricevuto dal duce l’ordine di «sgomberare una parte della popolazione civile della provincia e precisamente sino a 30.000 persone, inviandole in campi di concentramento nell’interno del Regno»22. Le 30.000 persone menzionate provenivano dalla provincia di Lubiana e, grazie al confronto con altri documenti presi in esame, si può accertare con buona probabilità che il totale dei soli internati sloveni, dal 1941 al 1943, oscillò tra le 30.000 e le 50.000 unità. Va subito specificato che le capacità di ricezione dei campi nelle province d’Italia erano e furono per tutta la durata del conflitto assai contenute e precarie come emerge da due rapporti stilati in anni diversi. Un documento del Ministero dell’Interno del 18 ottobre del 1942 riferisce che:

anche le località a disposizione dell’Ispettorato dei servizi di Guerra di questo Ministero sono quasi interamente sature in conseguenza dei provvedimenti in corso da parte di detto Ufficio per l’assistenza a favore di varie migliaia di sfollati dalla Slovenia23.

Il perdurante stato di saturazione dei campi per i civili veniva ribadito anche in una circolare del 20 gennaio del 1943 in cui si spiegava:

Questo Ministero ha preso atto di quanto cotesto Stato maggiore ha comunicato con la nota n. 29392 del 24.12 d. a. e pur rendendosi conto dei motivi che consigliano lo sfollamento dalla provincia di Gorizia dei famigliari degli elementi passati ai ribelli o dei ribelli uccisi o catturati e degli uomini validi dai 16 ai 60 anni, è spiacente di dover comunicare che non è assolutamente in grado di sistemare dette persone nei campi di concentramento per internati civili. Detti campi infatti, in conseguenza del continuo afflusso d’internandi dalla Libia, dalla Venezia Giulia, dalle nuove Province e dai territori occupati sono completamente saturi né vi è possibilità di organizzare nuovi campi in altri locali, dato che tutti gli stabili disponibili sono già stati fittati o di costruirne altri date le notevolissime difficoltà per ottenere i materiali necessari e la conseguente perdita di tempo24.

In un allegato, redatto dal Comando della divisione fanteria Isonzo del 9 giugno 1942 e relativo alla “popolazione da sgombrare dalla fascia di frontiera con la Croazia” si faceva riferimento ad un grande rastrellamento che aveva portato in alcuni centri di raccolta ben 13.044 persone25. Queste misure erano prese, come ho già avuto modo di spiegare nel precedente capitolo, per creare il “vuoto” nelle aree dove l’esercito italiano era impegnato in azioni di controguerriglia. Proseguendo l’analisi delle cifre dei confinati il Ministero dell’Interno l’11 giugno del 1942 così rispondeva ad Emilio Grazioli circa i 30.000 sloveni:

si fa presente che non è assolutamente possibile internare nei campi di concentramento del Regno i 30.000 sloveni segnalati sia perché sono saturi sia perché la capienza complessiva è di gran lunga inferiore a quella che sarebbe necessaria per sistemarvi i 30.000 sloveni26.

Le autorità militari risolsero il problema dell’accoglienza allestendo velocemente nuovi campi costituiti da tendopoli. In un “Appunto per il Duce” del 12 agosto del 1942, che riportava la richiesta dello s.m. del Regio esercito di internamento «nelle province del Regno», c’erano circa 49.000 persone, sgombrate dalla frontiera orientale, internate nei campi militari e divise tra:

elementi pericolosi 20.000, sospetti 5.000, elementi che hanno chiesto la nostra protezione 10.000, donne abbandonate dai mariti con bambini a carico 12.000, bambini privi di genitori dei quali un’aliquota lattanti 2.000. Essi sono attualmente internati nei campi territoriali di Gonars, Treviso e Padova, nonché nel campo d’armata di Arbe27.

Il 3 ottobre del 1942 in un documento del Ministero dell’Interno si faceva riferimento ad una riunione tenutasi al Comando supremo «per esaminare la questione di circa 25.000 persone internate nei campi di concentramento militari in seguito alle operazioni di polizia militare effettuate nei territori occupati». Nel suddetto documento veniva stabilita in questo modo una differenziazione tra detenuti:

Secondo i calcoli delle Autorità militari, 5.000 di detti internati sono costituiti da nuclei famigliari di proteggendi, 2.000 da bambini, 15.000 da uomini comunisti politicamente pericolosi e 3.000 da famigliari di elementi arruolati fra i ribelli. Detta riunione è stata indetta dal Comando supremo in seguito a passi già fatti presso l’Ispettorato dei servizi di guerra per ottenere che prendesse in carico le 25.000 persone di cui sopra, passi che avevano avuto esito negativo. L’Ispettorato dei servizi di guerra aveva, infatti, fatto un appunto al Duce facendo presente che non può provvedere che all’assistenza e alla sistemazione dei 5.000 proteggendi e dei 2.000 bambini, affermando che non rientra nella sua competenza istituzionale di occuparsi degli altri 18.000 internati perché si tratta di elementi politicamente pericolosi e di non aver, d’altra parte, i mezzi per provvedere a tale sistemazione.

La relazione proseguiva con la constatazione che le operazioni militari avrebbero imposto altri fermi e internamenti di persone da inviare eventualmente alla Direzione generale di p.s. Il documento terminava con questa soluzione: i 5.000 proteggendi con i 2.000 bambini sarebbero andati all’Ispettorato dei Servizi di Guerra, mentre i 18.000 fermati sarebbero stati dati in carico alla Direzione generale28. Il quadro forse più chiaro ed autorevole della situazione veniva esposto dal sottosegretario Buffarini in un “Appunto per il Duce” del 19 novembre 1942 in cui si menzionava «l’internamento di 50 mila elementi sloveni, sgombrati dai territori della frontiera orientale in seguito alle operazioni di polizia. Di tali elementi ben 25.000 sono pericolosi o sospetti»29.
Un altro documento utile a comprendere la portata dell’internamento nella provincia di Lubiana è la relazione preparata da alcuni esponenti della diocesi di Lubiana fatta pervenire al Vaticano, affinché fosse presentata al Ministero degli Interni. In questa si quantificavano gli sloveni internati:

Dei circa 300.000 fedeli della diocesi di Lubiana che si trovano nella Provincia di Lubiana, ne sono stati finora internati in diversi campi di concentramento quasi 30.000, cioè il 10% di tutta la popolazione. In maggior parte sono nei seguenti campi di concentramento: a Gonars (diocesi di Udine) circa 4.000, a Monigo (Treviso) circa 3.500 (fra questi 700 bambini al di sotto dei 10 anni), a Padova circa 3.500 e ad Arbe (diocesi di Veglia) circa 15.000 (fra questi oltre 1.000 bambini). E per di più si trasporta nei campi di concentramento quasi ogni giorno ancora altra gente di ambedue i sessi e di tutte le età. Nessuno può sapere quanto tempo ciò durerà ancora30.

A queste informazioni provenienti dal Vaticano il generale Roatta, infastidito, rispondeva con dati inferiori a quelli sinora elencati e così si esprimeva nella circolare del 16 dicembre 1942 indirizzata al Comando supremo:

Circa l’appunto della Santa Sede segnalato col foglio di cui sopra, espongo qui di seguito il reale stato di fatto, riferendomi, però essenzialmente al campo di Arbe perché: è quello in cui sono internati la maggior parte di Sloveni; in base alla circolare s.m.r.e. n. 02/46480 del 6 settembre c.a. i campi di concentramento di Gonars, Monigo (Treviso), Chiesanuova (Padova) e Renicci (Arezzo), dipendono da questo comando solo per il movimento degli internati, mentre per l’organizzazione, l’amministrazione, la disciplina interna e i servizi dipendono dalle difese territoriali competenti per il territorio. Il numero complessivo degli Sloveni internati, è di 17.400 circa (e non 30.000), così ripartiti: a Arbe 6.577, a Gonars (Udine) 2.250, a Monigo (Treviso) 1.136, a Chiesanuova (Padova) 3.522, a Renicci (Arezzo) 3.880; a cui sono da aggiungere altri 2.000 circa, ancora a Lubiana ed in via di sgombero sui campi anzidetti, Arbe escluso. Ad Arbe il numero massimo degli internati − fra croati e sloveni − è stato di 10.552, e non 15.000 com’è accennato nel suddetto appunto. Da tempo non vi si eseguono internamenti in massa: si è provveduto anzi, all’inizio del mese in corso, a sgombrare su Gonars 1.613 donne, 1.368 bambini, 6 uomini (internati a scopo protettivo: in totale 3.041 persone cui sono da aggiungere 1.300 sgomberati in precedenza o restituiti.

Nella conclusione del documento Roatta passava dall’autodifesa all’offesa:

Con tutta probabilità le notizie raccolte e segnalate alla Santa Sede provengono dalle autorità ecclesiastiche locali, che sono − sovente − assai ostili all’Italia (specie il Vescovo di Veglia). Se così è non si può a meno di concludere che sarebbe stato assai meglio se dette autorità locali, anziché dipingere a tinte fosche le condizioni dei campi di concentramento, avessero indotti i fedeli a non affiancarsi ai partigiani, nemici giurati della civiltà e della religione, contribuendo così a rendere superflui e − quanto meno − a ridurre quei campi di concentramento di cui ora soltanto, a cose fatte si occupano31.

I dati di Roatta, oltre a ridurre l’ormai accertata cifra dei circa 50.000 sloveni internati, tralasciavano che quest’ultimi non erano solo nei cinque campi militari presi in considerazione ma erano anche nei numerosi campi gestiti dal Ministero dell’Interno. Al riguardo non si riportavano le stime inerenti i campi di Buccari, Porto Re, Scoglio Calogero, Bar, Forte Mamula, Prevlaka, Zabjelo, Isola Melada, Ugliano, Vodice; mancavano inoltre le cifre relative alle altre popolazioni jugoslave internate come i Croati e i Montenegrini dei quali, nel 1946, si venne a sapere dalla Commissione jugoslava per l’accertamento dei crimini di guerra che ne erano stati internati dalle autorità italiane almeno 26.387. L’Ufficio prigionieri di guerra dello Stato maggiore dell’esercito, nella primavera del 1943, compilava delle nuove tabelle con i dati riassuntivi delle presenze di internati civili che avevano raggiunto nei suoi principali campi la somma di 19.604 unità. Seguivano poi altri dati stilati dall’Intendenza della ii Armata che accertavano in data 1° luglio 1943 la presenza di 21.273 internati (15.958 uomini, 3.499 donne e 1.816 bambini). Una testimonianza, che confermerebbe le cifre espresse nel già citato “Promemoria per il Sottosegretario all’Interno” del 12 agosto 1942, è quella riportata dal delegato apostolico a Washington Cicognani che così scriveva il 4 agosto del 1943 al cardinale Maglione:

Per mezzo di s.e. Taylor questo Ambasciatore Jugoslavia supplica Santa Sede intervenire presso nuovo governo italiano per migliorare condizioni di circa 100.000 Jugoslavi internati in Italia, sprovvisti di alimenti et vesti. Loro mortalità potrebbe ascendere media 300 ogni giorno.

Nel dopoguerra gli studi elaborati dalla Commissione d’indagine jugoslava per l’accertamento dei crimini commessi dagli occupanti fornì la cifra, non definitiva, di 149.488 civili di nazionalità jugoslava internati dagli Italiani; successivamente nel 1982 uno studio jugoslavo ha fornito la cifra, forse più attendibile, di 109.437 internati nei campi prima dell’8 settembre 194332.

2.4. Le condizioni dei prigionieri

Il quadro delle condizioni di vita dei detenuti dei campi di concentramento italiani presenta alcune diversità tra detenuti di nazionalità jugoslava e prigionieri di guerra britannici, francesi e americani. Le modalità di trattamento degli internati stranieri vennero fissate con il decreto del duce del 4 settembre 1940 in cui si prevedeva che i nemici internati fossero trattati con tolleranza, protetti da eventuali violenze e sottoposti al controllo della Croce Rossa. Queste garanzie non vennero sempre estese ai civili reclusi per ragioni di pubblica sicurezza e a quanti altri fossero riconosciuti sudditi nemici, come accadde ai civili sloveni e croati33. Particolarmente severo e inflessibile fu l’atteggiamento del personale dirigente e del personale di custodia nei confronti degli slavi, degli allogeni e dei sudditi jugoslavi. Questi non fruivano di alcun sussidio economico, né potevano disporre di mense autogestite e subirono condizioni di vita quasi sempre disumane. In molti casi gli internati dovettero alloggiare in tendopoli improvvisate, spesso impiantate in riva al mare o su terreni alluvionali, sprovvisti di vestiario adeguato per far fronte al freddo dei mesi invernali. In linea di massima le condizioni nelle quali versavano i detenuti sloveni e croati non erano uniformi e dipendevano da diversi fattori tra cui il comportamento dei singoli comandanti dei campi, il livello di attrezzatura del campo e la tipologia del campo stesso. Nei campi italiani non si attuò un sistema di sterminio programmato, né si praticarono lavori forzati, capaci di estenuare gli internati fino alla morte, come avvenne in quelli tedeschi.
Il Ministero dell’Interno ebbe un atteggiamento più attento nel garantire un buon funzionamento dei campi dove non erano presenti gli ex sudditi jugoslavi a differenza dei campi di Arbe, Gonars, Monigo, Chiesanuova, Renicci e Visco, gestiti dall’Intendenza della ii Armata. Infatti ho avuto modo di visionare un documento della Divisione generale di p.s. datato 28 agosto 1942 in cui si segnalavano le spese e gli interventi fatti dal Ministero dell’Interno per migliorare le condizioni sanitarie, il vettovagliamento ed il riscaldamento di alcuni campi. Il documento riferisce che:

Per quanto riguarda il vettovagliamento sono note a cotesto Ministero le difficoltà connesse allo stato di guerra, tuttavia non erano finora pervenute apprezzabili lamentele sul trattamento fatto agli internati. Criterio fondamentale seguito al riguardo ed approvato da cotesto Ministero è che il trattamento usato agli internati sudditi di paesi nemici non può essere migliore di quello fatto alla popolazione civile.

Seguiva poi la descrizione di quanto la Direzione generale di Sanità stava facendo nei riguardi degli ebrei inglesi provenienti dalla Libia:

si è dovuto sia all’atto dello sbarco che all’arrivo al campo, provvedere alla bonifica sanitaria, alla vestizione, sia pure sommaria dei predetti, ai quali sono state prodigate tutte le cure mediche ed i medicinali necessari per prevenire la possibilità del propagarsi di malattie infettive34.

Analoghe misure profilattiche venivano prese anche per gli internati provenienti dai paesi ex jugoslavi, come risulta da alcuni documenti, mentre venivano affrontati in maniera diversa i problemi relativi alla vita quotidiana del campo35. Per quanto concerneva il vestiario dei deportati sloveni e croati, emerge che solo ai più bisognosi e ad inverno inoltrato vennero distribuiti indumenti di tipo militare dalle autorità italiane; in molti casi infatti gli internati erano giunti ai campi con i soli indumenti indossati al momento dell’arresto36; nei campi tedeschi invece i detenuti non potevano vestire e conservare i propri effetti personali. Le condizioni precarie in cui vivevano i reclusi erano materia di studio delle autorità italiane. Così si esprimeva un Pro Memoria redatto dal tenente Maggugliani del 28 novembre 1942:

Stamane, fra gli sloveni liberati dai campi di concentramento, è giunto anche un individuo sessantenne, il quale appena arrivato in caserma, è spirato. Erano tali le condizioni di salute di quel vecchio, che egli, come beneficio della liberazione, ha potuto avere solo quello di respirare per l’ultima volta l’aria della terra natale. Si trattava di un vecchietto internato a causa dello sgombero di alcune località, ordinato dall’autorità militare per facilitare le operazioni contro i partigiani. Ormai queste operazioni si sono concluse in modo soddisfacente, ed i continui progressi del movimento della Bela Garda fanno sperare che il frutto sia duraturo. Urge, pertanto, riesaminare con nuovi criteri il problema dei quasi 20 mila sloveni internati nei campi di concentramento di Arbe, di Monigo, e altrove in Italia. In questa massa di sloveni si trovano donne, vecchi e bambini sgombrati, che è necessario ed urgente restituire alle sedi di origine, per un complesso di motivi di umanità, di politica, di economia. È noto che l’attrezzatura dei campi di concentramento è molto manchevole, per cui frequenti sono i casi di decessi di individui che offrono minore resistenza organica ai rigori del clima ed alla insufficiente nutrizione.
D’altronde per questa attrezzatura lo Stato Italiano deve erogare giornalmente notevoli somme, per provvedere al mantenimento di sloveni che non sono affatto pericolosi e che potrebbero benissimo sostenersi nella loro terra natale. Decessi di vecchi, di bimbi e di donne vengono molto sfavorevolmente commentati dalla popolazione slovena, che viene a conoscerli spesso attraverso esagerazioni che nuocciono in modo notevole al nostro prestigio.

Il documento proseguiva con il sollecitare le pratiche di rilascio degli internati dal momento che:

la pacificazione della Slovenia è ormai quasi fatto compiuto, poiché il movimento rivoltoso è stato stroncato, e soprattutto i partigiani non trovano più credito presso la popolazione.

L’analisi che veniva fatta, pur contemplando la pratica dell’internamento, riconosceva i disagi a cui erano sottoposti i detenuti a causa delle lente procedure per i rilasci e terminava così:

Se si continua a seguire il sistema finora usato occorreranno mesi e mesi per giungere al risultato di liberare alcune migliaia; molti saranno quelli che moriranno, a causa dei rigori del clima: è noto che l’amministrazione dei campi di concentramento non è in grado di distribuire a tutti gli indumenti necessari; è noto che ultimamente sono pervenute dalla S. Sede modeste offerte di denaro per provvedere i più bisognosi di indumenti invernali e che tali offerte sono state accettate, in quanto, pur nella loro modestia, apportano qualche giovamento; infine molti milioni di lire dovranno essere erogati dall’amministrazione italiana per mantenere alla meno peggio individui non pericolosi, il cui trattamento nei campi di concentramento nuoce soltanto al prestigio italiano [...].
L’urgenza di tali provvedimenti è evidente: oramai siamo in inverno ed i campi di concentramento non sono bene attrezzati; si tratta di evitare spese inutili allo Stato Italiano, di prevenire il verificarsi di notevoli decessi, che non possono non avere sfavorevolissima risonanza politica, sia nell’ambiente locale che nello stesso ambiente internazionale37.

Questo Pro Memoria è fondamentale perché prefigura quello che sarebbe avvenuto durante l’inverno del 1942-43 in termini di morti per fame e per freddo e ci rivela che, pur se in misura inadeguata, ci si preoccupava del mantenimento degli internati e delle relative spese gravanti sul bilancio dello Stato, come testimoniavano alcuni documenti dell’Ufficio prigionieri di guerra. Quest’ufficio, in una lettera al Ministero dell’Interno e a quello della Guerra del 9 dicembre 1942, sottolineava la necessità di stringere una «stretta collaborazione tra le autorità sanitarie civili e quelle militari, specie per quanto riguarda i bambini, le donne ed i vecchi, internati nei diversi campi»38. Il documento del tenente Maggugliani, pur sbagliando nelle trionfalistiche valutazioni sulla sconfitta del movimento partigiano e affrontando con cinismo una questione così delicata, focalizzava con una sventurata profezia i limiti strutturali dei campi italiani che, a causa del continuo afflusso dei detenuti e delle condizioni climatiche avverse, non avrebbero più potuto garantire la sopravvivenza degli internati.
Alla luce dei progetti politici enunciati da Mussolini, Roatta, Grazioli e Robotti, riportati nel precedente paragrafo, è difficile credere che ci fosse un’effettiva volontà di arrestare il continuo internamento, più o meno di massa, che si protrasse, quasi per inerzia, anche dopo la caduta del regime.
Le caratteristiche costanti di questi campi furono la fame e la denutrizione che spingevano i reclusi alla ricerca di improbabili avanzi di cibo tra i rifiuti. Un documento della Croce Rossa jugoslava del 10 dicembre 1942 definiva l’alimentazione degli internati jugoslavi «particolarmente precaria ed insufficiente» e specificava che nel campo di Arbe il vitto giornaliero era costituito da 100 grammi di pane e 50 grammi di patate39. Il 17 dicembre ’42 il generale Gastone Gambara, appena insediatosi al comando dell’xi Corpo d’armata, così scriveva in una nota per il suo ufficio:

Logico ed opportuno che campo di concentramento non significhi campo d’ingrassamento. Individuo malato = individuo che sta tranquillo40.

Queste due brevi frasi chiariscono meglio di ogni altro documento le condizioni di vita nei campi degli “slavi” in cui, anche se la fame e le malattie non erano state deliberatamente programmate dagli Italiani, si rivelarono in seguito condizioni favorevoli per tenere più facilmente a bada i reclusi. Gli internati potevano, tramite la posta, corrispondere con il proprio comune di residenza come testimonia un appello di 47 detenuti croati del campo di Gonars che così si rivolgeva al podestà e al notaio di Gerovo (Fiume) il 31 dicembre 1942:

Siamo già da 5 mesi lontani dalla nostra patria, dopo di aver dimorato ben 4 mesi nella valle di lagrime di Arbe, tanto da non poter scrivere, né farsi vivi, a nessuno dei propri di famiglia, e nemmeno ricevere aiuto da chicchessia. Ora siamo a Gonars; Iddio ci ha dato almeno un po’ di tetto, da dove possiamo scrivere alle nostre famiglie e dove possiamo ricevere qualche aiuto dal Comune. Il nostro comune non ci ha dato alcun soccorso, al momento in cui abbandonammo i nostri campi coltivati: sicché soffrimmo e restammo nudi e sprovvisti di tutto41.

La questione del vettovagliamento era stata regolamentata da apposite tabelle, stilate dal Regio esercito, in cui si prevedevano per gli internati, in seguito a misure repressive, 877 calorie giornaliere e per gli internati, a carattere protettivo, 1.030 calorie. Inoltre a queste razioni già deficitarie rispettivamente di almeno 1.000 e 900 calorie si aggiungevano episodi di ruberie tra le varie gerarchie di potere del campo che decurtavano il già insufficiente fabbisogno giornaliero.
Una relazione del 31 gennaio ’43 a seguito della visita del 1 cappellano militare, capo del Comando Supersloda, mons. Ivo Bottacci, ci fornisce esaurienti informazioni sulla situazione di Arbe esaminando varie voci quali: dormitori, laboratori, vitto, spaccio, distribuzione pacchi, infermeria, direzione, assistenza religiosa e ospedali in Arbe. Ai fini di questa mia ricerca le voci che ritengo più utili esaminare sono quelle relative ai dormitori, al vitto, alla direzione ed agli ospedali.

Dormitori: Parte della popolazione è in tende “Saporiti” con pronao, pavimento in legno e dieci castelli biposti; parte è in tende “Roma” con pavimento in legno e trenta castelli biposti; parte è in padiglioni in muratura con quaranta castelli sempre biposti. Abbondanza di finestre permette luce ed aerazione mentre i pavimenti, su fondo di cemento, isolano da umidità e dal freddo. Ogni individuo ha il pagliericcio, riceve kg 7 di paglia al mese ed ha cinque coperte da campo. Chi ne desidera di più non ha che da chiederne al capo camerata. In ogni dormitorio vi sono assegnate due donne per la pulizia e l’ordine; inoltre vi è il capo camerata ed in ogni settore vi è un ufficiale italiano responsabile del buon andamento di tutti i servizi [...].
Vitto: I defedati hanno 350 gr. di pane ed una dieta speciale fissata dai medici; gli internati comuni hanno 300 gr. di pane, 100 di vino, quattro volte la settimana la carne e tre il formaggio con tutto il necessario per la concessione del rancio. Ogni internato ha poi una lira al giorno per il miglioramento vitto ed un kg di legna. Vi sono fornitissimi magazzini di derrata data l’incetta che si fa per il campo. Le cucine sono tenute dagli stessi internati sotto la guida di un italiano.
Direzione: La direzione del campo è affidata al ten. col. dei cc.rr. cav. Cuiuli Vincenzo, uomo intelligente ed attivo. Egli ha saputo trasfondere nei propri ufficiali e nei soldati il suo ardente spirito di umana comprensione e di vero zelo per il proprio dovere, ottenendo in tal modo il miracolo di far sorgere, in brevissimo tempo, una cittadella capace di oltre 10.000 abitanti con acqua, luce, fognatura, strade, case e quanto è necessario alla vita moderna, proprio là ove pochi mesi or sono si arava e si seminava.
Ospedali in Arbe: Dalla direzione del campo internati furono requisiti tutti i migliori alberghi di Arbe e furono equipaggiati in modo corrispondente allo scopo trasformandoli in ospedali. Personale medico specializzato fa funzionare assai bene i reparti di chirurgia, di medicina e di isolamento. Tre suore per ogni ospedale sorvegliano e dirigono le donne internate occupate nel servizio di assistenza ai malati [...]. Grazie alle cure intense è scongiurata la mortalità anche in molti elementi giunti al campo in stato miserando e già fisicamente tarati. Nessun luogo di cura e nessun centro ospedaliero avrebbe potuto offrire cure maggiori di quelle che godono gli internati di Arbe.
Essi stessi – e ciò è degno di maggiore considerazione data la loro incontentabilità – si dichiarano contenti e riconoscenti. Infatti la stragrande maggioranza di essi, in Arbe, ha trovato quei conforti e quelle attenzioni che alle proprie case non avrebbe mai avuti.
Il riconoscimento della generosità ed umanità degli italiani, è dato dal fatto che parecchi internati hanno dichiarato di non voler più ritornare ai loro luoghi d’origine, ma di rimanere con gli italiani, non essendosi mai trovati così bene.

Il documento terminava con la convinzione che ben più alta sarebbe stata la mortalità di Arbe se non vi fossero stati ufficiali di «carattere energico e pronto, di volontà ferma e risoluta e di grande attaccamento al proprio dovere». La relazione di mons. Ivo Bottacci ad Arbe così terminava: «Il giorno 28 gennaio visito gli ospedali di Arbe e la scuola ove i bimbi cantano inni patriottici in lingua italiana e con molta grazia. Alle 12 parto da Arbe con ottima e cara impressione»42.
Mi sono soffermato su questo documento perché emerge subito un nettissimo segnale di cambiamento di gestione degli internati, difficile da attuare in poco tempo, rispetto alle testimonianze finora raccolte. Non si capisce bene in che cosa consista il “miracolo” del colonnello Cuiuli dal momento che le foto di Arbe a tutto fanno pensare tranne che ad una grande opera di risanamento. Sulla figura del Cuiuli sia il libro di Capogreco che alcune testimonianze di internati di Arbe tracciano tutt’altre considerazioni. Per prima cosa il colonnello Cuiuli è menzionato nel lavoro del Capogreco come uno dei pochi direttori dei campi di concentramento fascisti che si contraddistinse per sadismo e metodi lesivi della dignità della persona. Mi soffermo su questa analisi perché i regolamenti dei comandanti dei campi non prevedevano particolari forme di violenza fisica. Forme di comportamento umano e comprensivo si riscontrarono semmai in altri ufficiali italiani quali il dott. Cordaro, ufficiale medico del campo di Gonars, che si prodigò per migliorare le condizioni di vita degli internati43.
Quello di Arbe fu un caso limite nella gestione del sistema concentrazionario italiano in cui solo quando la mortalità degli internati raggiunse livelli insostenibili l’Intendenza della ii Armata, d’intesa con il ministero dell’Agricoltura, mise allo studio dei provvedimenti finalizzati a migliorarne le condizioni di vita44. Testimonianza di questa tardiva inversione di tendenza sono i diversi documenti che, a partire da quello del direttore della Sanità militare del 23 gennaio 1943, ribadiscono la necessità di una maggiore collaborazione tra il Ministero dell’Interno e la Direzione di Sanità per i reclusi45.
Nonostante questa volontà di migliorare le condizioni degli internati, il rapporto del 3 febbraio 1943 della Croce Rossa croata descriveva in questi termini la situazione:

In Italia si trovano alcuni campi di concentramento con gli internati civili croati, in gran parte vecchi, donne e bambini, senza alcuna colpa di carattere politico o militare.
Date le condizioni di vita dappertutto difficili è da comprendere, se i comandi dei campi non possono dare agli altri internati quel minimo necessario per vivere. Si spendono milioni, ma le condizioni degli internati non si migliorano molto dato il numero di questi molto alto46.

A pochi giorni dalla caduta del regime nel mese di luglio del 1943, l’Intendenza del Comando Superiore delle ff.aa. della Slovenia e della Dalmazia tramite l’Ufficio prigionieri di guerra compilava ulteriori tabelle inerenti il vettovagliamento e le misure profilattiche per gli internati47; tuttavia, da quanto emerge nelle successive relazioni della Croce Rossa del mese d’agosto, rimasero realtà inalterate le croniche deficienze di vettovagliamento e di materiale necessario alla pulizia48.
Le considerazioni umanitarie negli appelli a favore degli internati non ebbero sempre un ruolo preponderante come si evince dal documento trasmesso al Ministero degli Affari esteri il 9 febbraio 1943 da parte della Nunziatura apostolica. Nel telespresso che aveva come oggetto Interessamento della Santa Sede a favore degli internati civili sloveni così si scriveva:

Il Dr. Janko Grampovcam – internato civile – Montefusco (Avellino) intellettuale cattolico sloveno, padre di 4 bambini, che vivono in grande necessità si è rivolto al Santo Padre, descrivendo lo stato miserabile e pericoloso di migliaia di internati civili sloveni.
La maggioranza sono buoni cattolici; molti giovani studenti anche di ginnasio, membri di organizzazioni cattoliche, debbono vivere insieme coi comunisti, che nei campi di concentramento fanno una terribile propaganda, alla quale è difficile resistere, perché lo fanno con minacce.
Prega che siano mandati a casa i padri di famiglia buoni cattolici e avversari al comunismo, poi i giovani non ancora nell’età del servizio militare, figli di famiglie cattoliche e membri delle organizzazioni cattoliche; che siano separati i giovani dalle persone anziane e che si abbia cura della loro educazione; che si separino i noti agitatori comunisti dalle persone oneste.
Con grande fiducia si rivolge al Santo Padre, domandando l’aiuto tanto necessario49.

2.5. Mortalità e decessi nei campi

Le dure condizioni di vita nei campi del regime determinarono numerose morti tra i detenuti sloveni e croati. Una quantificazione dei deceduti per singoli campi è possibile grazie ad importanti studi svolti da storici italiani e sloveni.
Partendo da una distinzione tra i campi per civili ex-jugoslavi, ubicati in territorio italiano, e i campi situati nei territori jugoslavi annessi, abbiamo rispettivamente: Chiesanuova (Padova) dove persero la vita 70 detenuti su 3.410, Gonars (Udine) 439 su 6.396, Monigo (Treviso) 232 su 3.464, Renicci (Arezzo) 160 su 3.888, Visco (Udine) 23 su 3.272; a Cairo Montenotte (Savona), all’indomani dell’8 settembre, 990 detenuti vennero deportati dai Tedeschi nel campo di Gusen.
Ad Arbe-Rab (Fiume), campo in cui vi fu il più alto tasso di mortalità, persero la vita tra i 1.500 ed i 2.500 internati su 5.562, a Melada-Molat (Zara) 700 su 2.337, a Zlarino-Zlarin (Zara) 60 su 1.652.
Nel quantificare il totale degli internati per singoli campi ho sempre preferito riportare il picco più alto di detenuti perché ritengo che possa rendere meglio l’idea del sovraffollamento; gli internati infatti venivano spesso spostati da un campo all’altro in condizioni che molte volte ne determinavano la morte. Queste cifre quindi non sono definitive e difficilmente sarà possibile arrivare ad una quantificazione più precisa anche perché in molti casi le vittime venivano seppellite in fosse comuni.
Analizzando i documenti consultati presso l’archivio di Lubiana ho avuto modo di leggere i verbali inerenti le cause delle morti dei detenuti del campo di Arbe. Le più ricorrenti motivazioni di decessi sono la cachessia, i collassi cardiaci, i collassi di inanizione e i marasmi senili che si riscontrano in moltissimi detenuti sia giovani che adulti. La cachessia è un grave deperimento fisico dovuto a malattie o a vecchiaia, i collassi di inanizione sono dovuti alla carenza o alla totale mancanza di alimentazione, i marasmi causati dal grave stato di deperimento sono la prova evidente di uno stato duraturo e continuato di ipoalimentazione. In generale a queste cause, legate al bassissimo livello nutrizionale degli internati, si aggiungevano numerosi casi di morte per broncopolmonite e per arresti cardiaci anche in soggetti di età compresa tra i venti ed i trent’anni, oltre a morti di appendicite non operata e a decessi per ferite, non curate, ascrivibili forse ad arma da fuoco. Di fatto questo campo che, nelle intenzioni delle autorità, doveva “solamente” imprigionare dei civili, si trasformò per l’alto tasso di mortalità in qualcosa di simile a un campo di sterminio.

3
Memoria e rimozioni

Al termine del secondo conflitto mondiale gli Alleati decisero sin dal giugno del 1945 di processare i criminali di guerra nazisti catturati prima e dopo la cessazione delle ostilità. Il processo che si tenne a Norimberga iniziò il 20 novembre del 1945 e si concluse con la condanna a morte di 11 su 19 dei massimi esponenti del partito nazista e delle forze armate e con condanne minori inflitte ad altri 190 imputati.
Diversamente dalla Germania, che stava espiando i propri crimini e che andava intraprendendo un processo di catarsi collettiva, l’Italia non si rapportò appieno con l’oscura pagina delle deportazioni dei civili. Le modalità che hanno condotto alla rimozione di un aspetto non certo trascurabile del regime fascista si sono sviluppate secondo due diverse chiavi di lettura che prendono spunto da un lato da analisi storiche, fondate su un impianto prettamente politico, e dall’altro da convenienze e reticenze di politica internazionale.
Le analisi storiche o, più propriamente, le ricostruzioni storiche, fondate sui valori della Resistenza, hanno collocato gli italiani tra le vittime delle deportazioni naziste e non come i colpevoli degli internamenti nella fase antecedente l’8 settembre. Questa è, a mio giudizio, la prima omissione che altera la visione complessiva della guerra dal 1940 al 1943. Ecco quindi che si avvia il processo teso a circoscrivere il fascismo, violento e razzista, alla Repubblica di Salò e a tracciare l’immagine della Resistenza come lotta di tutto il popolo italiano contro l’esercito invasore. La realtà della Resistenza è piena di sfaccettature, di cesure e scontri dovuti ad una partecipazione popolare molto più bassa e latente di quanto spesso è stato descritto. L’immagine monolitica della Resistenza è scossa anche dal rapporto tra partigiani e popolazione civile, soprattutto nei casi in cui i civili furono oggetto di rappresaglie da parte dei nazifascisti a seguito degli attacchi partigiani. Da questi due aspetti emerge l’elaborazione di una politica della memoria costituita da oblii, rimozioni e parzialità, caratteristiche ricorrenti quando si discute di un uso politico o mediatico della storia che molto ha compromesso una corretta ricostruzione della vicenda del fascismo e della partecipazione italiana al secondo conflitto mondiale. Ecco quindi il fascismo presentato come un «incidente di percorso» o «corpo estraneo» alla società nazionale, ecco la semplificazione di tutti i crimini del fascismo che ricadono solo su Mussolini, per il quale oggi si afferma sarebbe stato necessario istituire una “Norimberga”, depistando così, ancora una volta, le ricerche storiche e dimenticando che, insieme a Mussolini, c’era un lungo elenco di criminali di guerra italiani presentato al termine del conflitto da Etiopia, Albania, Jugoslavia, Grecia e Unione Sovietica.
Da queste considerazioni nacque l’immagine, ampiamente smentita dai fatti, di un regime fascista senza consenso guidato nella guerra da Mussolini e sorse il mito degli “Italiani brava gente”, del fante italiano che, pur partecipe e alleato della Germania nazista, si era sempre contraddistinto per umanità. A smentire quest’immagine romantica condivisa a lungo dalla storiografia del dopoguerra vi sono i numerosi documenti conservati presso l’Archivio Centrale dello Stato, presso l’Archivio dell’Ufficio dello Stato maggiore dell’Esercito e l’Archivio Centrale della Repubblica di Slovenia che testimoniano con il crudo e piatto linguaggio della burocrazia lo svolgersi di rastrellamenti, fucilazioni e sgomberi di interi villaggi e cittadine. Paradossale è il fatto che se si escludono i campi di Ferramonti (tagliato per buona parte dall’autostrada Salerno-Reggio Calabria) e Gonars, in cui vi sono delle lapidi commemorative, lo Stato italiano non abbia fatto nulla per preservare alcuni di questi siti di interesse storico. Testimonianze di questo disinteresse sono la mancata pubblicazione di un volume dello storico americano Michael Palumbo per una casa editrice italiana, a seguito di una querela da parte di un ex prefetto, condannato dal governo greco per crimini di guerra ad Atene nel ’46; e anche il caso del documentario del 1989 della bbc, Fascist Legacy, sui crimini di guerra italiani, che, dopo esser stato acquistato e tradotto dalla rai, non è stato mai mandato in onda dal servizio pubblico televisivo. Nel 2003 però il filmato veniva comprato da “La7” e trasmesso in un programma di storia, curato da Sergio Luzzato, in seconda serata. Ci sono quindi difficoltà ad affermare a livello italiano ed europeo che i campi di concentramento non sono stati soltanto quelli nazisti.
Fin qui il problema segue delle linee che ci potrebbero rimandare alla già citata politica della memoria, fatta appunto di oblii e autocelebrazioni ma che non bastano a spiegare più di sessant’anni di silenzio. Quali furono quindi le cause che determinarono il diverso trattamento dei criminali di guerra italiani rispetto ai colleghi tedeschi e perché si avviò una politica di rimozioni incrociate di memoria?
Come ho cercato di dimostrare in questo lavoro, la politica italiana di occupazione e d’internamento in Slovenia fu particolarmente dura e si configurò spesso in atti totalmente illegali, quali appunto trasferimenti di popolazioni e devastazioni ingiustificate di interi villaggi.
Tutte queste azioni contravvenivano ai dettami della iv Convenzione dell’Aia del 1907 e, a Norimberga, la deportazione e l’internamento vennero perseguiti quali crimini di guerra. L’articolo 6 dello Statuto del processo di Norimberga non soltanto configurava tali azioni come soggette alla sua giurisdizione, ma le includeva tra i crimini che comportano la piena responsabilità dei loro autori. Per questi crimini, nessun italiano (militare o civile) venne mai condannato.
I primi passi dell’insabbiamento dei crimini di guerra italiani risalgono alle preoccupazioni degli organi di Stato all’indomani dell’8 settembre del 1943. Sia il Ministero della Guerra che il Ministero degli Affari esteri, guidati ai loro vertici da uomini vissuti sino ad allora nel regime e per il regime, svilupparono un’azione concertata per eludere il dettato dell’art. 29 dell’armistizio che imponeva all’Italia la consegna agli Alleati dei criminali di guerra. La linea difensiva fu definita nell’autunno del 1944, dopo che fonti di intelligence rivelarono che la Jugoslavia, tramite un’apposita commissione, stava raccogliendo prove d’accusa sui crimini di guerra italiani per chiamarne a giudizio i responsabili. L’azione di salvataggio si sviluppò su due linee: l’approntamento di una “controdocumentazione” per rispondere alle accuse jugoslave e la rivendicazione del diritto dell’Italia di processare presso i suoi tribunali i presunti colpevoli.
Su esplicita richiesta del segretario generale del Ministero degli Affari esteri, Renato Prunas, il Servizio informazioni militari iniziò la raccolta di una documentazione volta prevalentemente a denunciare «le sevizie compiute da parte jugoslava contro civili e militari italiani, prima e dopo l’8 settembre». La documentazione conteneva materiale sui crimini commessi dalle varie fazioni jugoslave contro la stessa popolazione jugoslava e prove sulla protezione prestata dai reparti italiani ai civili jugoslavi.
La “controinchiesta” confluì nel materiale difensivo, preparato nel 1945 dallo Stato maggiore dell’Esercito, al Ministero degli esteri per sostenere il rifiuto di consegnare i propri criminali di guerra. La posizione italiana ribaltava le accuse ricevute addebitando i crimini più atroci ai partigiani jugoslavi, affermava che i soldati italiani avevano rispettato le norme e gli usi di guerra previsti dai regolamenti internazionali, distaccandosene solo in casi sporadici per reazione ai crimini spaventosi subiti da parte del nemico. Come prova della ferocia jugoslava furono presentate le crudeli uccisioni di italiani, compiute dopo la guerra, nelle foibe.
Nonostante questa linea di difesa, la Commissione d’inchiesta istituita nel maggio 1946 dal Ministero della Guerra deferì una quarantina di persone perché fossero processate per crimini di guerra. Fra queste figuravano i vertici dell’esercito e dell’amministrazione fascista come i generali Roatta, Robotti e Pirzio Biroli e gli ex governatori della Dalmazia Francesco Giunta e Giuseppe Bastianini.
Tra il 1946 ed il 1947 i ministri degli Esteri Pietro Nenni e Carlo Sforza sollecitarono lo svolgimento dei processi ma poi, dal ’48, ci si allineò alla decisione, avallata dal governo, di rinviare sine die i procedimenti giudiziari. Dopo la rottura con Stalin, Tito rinunciò alla richiesta di estradizione dei criminali di guerra italiani e nel 1951 la magistratura italiana chiuse tutte le istruttorie50.
L’esito di questa vicenda è fondamentale in quanto generò un perverso meccanismo a catena che impedì l’istituzione di una Norimberga italiana per i crimini commessi dai nazifasciti ai danni delle popolazioni italiane tra il 1943 ed il 1945. Infatti fino al 1946 era intenzione degli Alleati celebrare due processi affidati alle corti di giustizia militari inglesi, uno per le Fosse Ardeatine, l’altro per tutti i responsabili, su larga scala, delle rappresaglie tra il giugno e il settembre del 1944 per processare i vertici nazisti in Italia: Kesselring, von Mackensen, Hauser, Mältzer, Boehm, Harster, Kappler e Wolff. Il motivo per cui al governo italiano veniva lasciata la responsabilità di giudicare solamente gli ufficiali di basso rango era dovuto alla volontà degli Alleati di non mettere in imbarazzo gli italiani. Se, infatti, si fosse accettato di consegnare loro i maggiori responsabili tedeschi degli eccidi commessi in Italia, si sarebbero dovute accettare anche da altri paesi le richieste di estradizione di Italiani ricercati per crimini di guerra, che avrebbero potuto avere un «effetto di disturbo sul morale, la fiducia e la cooperazione dell’Esercito Italiano» con il quale il Comando supremo unificato alleato stava riordinando la futura organizzazione difensiva nell’ottica della guerra fredda51.
Gli oltre 750 italiani richiesti dalla Jugoslavia, come i 180 richiesti dalla Grecia o i 140 dall’Albania poterono così godere di un’assoluta impunità che dette luogo ad una spirale di silenzio sui 15.000 civili uccisi dai nazifascisti dei quali il governo italiano aveva compilato un registro di ben 2.274 fascicoli sepolti, per più di cinquant’anni, nell’ “armadio della vergogna” presso la Procura generale militare di Roma.
Si sarebbero potuti processare centinaia di militari nazisti, ricercati dalle stesse autorità tedesche, che con la collaborazione delle ss italiane, avevano perpetrato una politica di sterminio dettata dai vertici della Wehrmacht sul modello praticato nell’Europa dell’Est. Si perse tempo invece e quando tutto poteva esser pronto per collaborare con le autorità tedesche si preferì tacere su quei misfatti per non riesumare delle vicende avvenute 13 anni prima; nel 1956, infatti, si decise di fermare tutto per non turbare l’opinione pubblica internazionale in un momento in cui la proposta di ricreare le forze armate tedesche, di cui la Nato reclamava con impazienza la disponibilità, trovava delle resistenze nella Germania di Bonn52.
Una volta oscurata questa vicenda, legata indissolubilmente all’insabbiamento dei militari italiani accusati per crimini di guerra, si preferì tacere e non procedere all’estradizione di alcuni criminali riconosciuti responsabili degli eccidi delle foibe. In questo modo scese il silenzio su tre capitoli fondamentali di storia tristemente collegati e mai affrontati contestualmente e si preferì praticare delle rimozioni di memoria incrociate e selettive, speculando sulle vittime a seconda delle convenienze. In questa ottica risulta oggi più chiaro inquadrare in un lungo arco di tempo e di violenze crescenti quello che avvenne dopo l’8 settembre.
Da quel momento la popolazione civile fu lasciata sola e lo stesso regime fascista disciolto e risorto nella Repubblica di Salò si mostrò essere più un’entità politica, fondata solo per mantenere un ruolo di potere nei riguardi di altri connazionali italiani con il sostegno del Terzo Reich, che non uno stato sorto per difendere i confini ottenuti dal sacrificio della Grande guerra, dal quale il fascismo aveva per vent’anni attinto per la sua vuota retorica nazionalista53.
Forse questo oggi andrebbe detto quando ci si sforza di trovare il responsabile o i responsabili di quello che fu il conto pagato dalle genti istriano-dalmate per la sconfitta dell’Italia. Il paradosso fu che il regime proclamatosi nazionalista ed assertore della vittoria mutilata fu responsabile quanto le formazioni partigiane garibaldine che, rifacendosi ad una visione di politica internazionalista asservita a Mosca, contribuirono notevolmente ad amplificare lo scontro politico ed etnico.
Solo contestualizzando l’occupazione italiana ed avendone denunciato i crimini e le impunità che ne seguirono, si può avviare uno studio accurato delle complesse vicende del confine orientale, basato sui documenti e non su negazionismi o strumentalizzazioni di qualsiasi colore: da una parte da chi ignora quello che furono Arbe, Gonars o Ferramonti, dall’altra da chi si scaglia contro una fiction sulle foibe, andata in onda sulla televisione di Stato nel 2005, che ha contribuito a divulgare e a far percepire al grande pubblico, non addetto ai lavori, il dramma vissuto da alcuni connazionali al termine del secondo conflitto mondiale.

Note

1. Archivio dell’Ufficio Storico dello Stato maggiore dell’Esercito, Roma, (d’ora in poi aussme) m3-64 Comando della ii Armata. Ufficio Affari Civili.
2. Archiv. Republike Slovenije, Lubiana ars, 1775 (Comando dell’xi Corpo d’armata), b. 661.
3. A. Kersevan, Un campo di concentramento fascista. Gonars 1942-1943, Comune di Gonars-Edizioni Kappa Vu, Udine 2003.
4. ars, 1788, b. 2.
5. ars, as, 1788, b. 4 (Alto commissario per la Provincia di Lubiana).
6. ars k 1089, circolare n. 3c.
7. aussme, m3-64 (Documenti ff. aa. Italiane restituiti dagli usa), Comando Superiore ff. aa. “Slovenia Dalmazia”, (ii Armata), Ufficio Affari Civili.
8. http://www.criminidiguerra.it/, Fondo Gasparotto, b. 10, fasc. 38, presso archivio Fondazione isec (Istituto per la Storia dell’età contemporanea), Sesto S. Giovanni.
9. ars, 1775, (Comando dell’xi Corpo d’armata) b. 4, f. 41.
10. as, 1788, b. 4 (Alto commissario per la Provincia di Lubiana).
11. T. Ferenc, Rab-Arbe-Arbissima. Documenti (naw, t-821, r. 60), Società degli scrittori della storia della Lotta di Liberazione, Ljubljana 2000.
12. C. S. Capogreco, Renicci. Un campo di concentramento in riva al Tevere, Mursia, Milano 2003, pp. 33-5.
13. Id., I campi del duce. L’internamento civile nell’Italia fascista (1940-1943), Einaudi, Torino 2004, pp. 135-6.
14. Kersevan, Un campo di concentramento fascista, cit., pp. 66-7.
15. Archivio Centrale dello Stato, Roma, (acs) ps, Massime, b. 104.
16. Ivi, b. 106.
17. Ivi, b. 148.
18. Ivi, b. 148.
19. Capogreco, I campi del duce, cit., pp. 268-9.
20. B. Gombaß, M. Mattiussi, La deportazione dei civili sloveni e croati nei campi di concentramento italiani 1942-1943. I campi del confine orientale, Centro Isontino di ricerca e documentazione storica e sociale “Leopoldo Gasparini”, Gorizia 2004, p. 133.
21. Kersevan, Un campo di concentramento fascista, cit., p. 76.
22. acs, ps, Massime, b. 109.
23. Ivi, b. 106.
24. Ibid.
25. Ferenc, Rab-Arbe-Arbissima, cit., pp. 152-3.
26. acs, ps, Massime, b. 109.
27. Ferenc, Rab-Arbe-Arbissima, cit., pp. 234-5.
28. acs, ps, Massime, b. 109.
29. Ibid.
30. acs, ps, Massime, b. 109 (Relazione non intestata, né datata).
31. aussme, upg, Diari Storici nov.-dic. 1942, All. n. 58; as, 1775, xi, 661a.
32. Cfr. Kersevan, Un campo di concentramento fascista, cit., pp. 81-2, 85.
33. Capogreco, I campi del duce, cit., p. 86.
34. acs, ps, Massime, b. 148.
35. Ivi, b. 104.
36. Capogreco, I campi del duce, cit., p. 138.
37. ars, 1840, b. 1082.
38. acs, ps, Massime, b. 110.
39. Capogreco, I campi del duce, cit., p. 141.
40. ars, xi ca, b. 726, a/vii.
41. acs, ps, Massime, b. 110.
42. ars, 1840, b. 1082.
43. Gombaß, Mattiussi, La deportazione dei civili sloveni, cit., pp. 49-60.
44. Capogreco, I campi del duce, cit., pp. 142-3.
45. acs, ps, Massime, b. 110.
46. Ibid.
47. Cfr. aussme, m3-64.
48. Cfr. acs, ps, Massime, b. 110.
49. Ivi, b. 109.
50. Cfr. C. Di Sante, Italiani senza onore. I crimini in Jugoslavia e i processi negati (1941-1951), Ombre corte/Documenta, Verona 2005.
51. Cfr. M. Battini, Peccati di memoria. La mancata Norimberga italiana, Laterza, Roma-Bari 2003.
52. Cfr. F. Giustolisi, L’armadio della vergogna, Nutrimenti, Roma 2004.
53. Cfr. L. Baldisserra, P. Pezzino, Crimini e memorie di guerra, L’ancora del Mediterraneo, Napoli 2004.