Alla ricerca del partito della democrazia.
Storia della Concentrazione
democratica repubblicana

di Luca Polese Remaggi

Questo scritto è dedicato a Walter de Hoog,
a quel tempo giovanissimo collaboratore di Ferruccio Parri
nel corso della lotta clandestina e successivamente
membro dell’entourage dello stesso Parri durante i mesi di governo.

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Premessa

Argomento di questo saggio è la storia della Concentrazione democratica repubblicana (Cdr), una formazione politica sorta a ridosso delle elezioni per l’Assemblea costituente tenutesi il 2 giugno 1946 contestualmente al referendum per la scelta tra repubblica e monarchia. I protagonisti di questa vicenda furono due piccoli movimenti che nei mesi precedenti avevano abbandonato i partiti di provenienza. Il Movimento della democrazia repubblicana (Mdr) si era formato in seguito all’abbandono del Partito d’azione da parte di Ferruccio Parri e di Ugo La Malfa nel corso del I congresso nazionale tenutosi a Roma all’inizio di febbraio del 1946. Il Movimento liberale progressista (Mlp) era invece sorto, poco tempo dopo, dalla scissione di una parte della sinistra liberale in seguito alla decisione presa dai vertici del Partito liberale di dare vita ad un’Unione democratica nazionale sotto l’egida di alcune figure storiche del liberalismo italiano. La Cdr riuscì a mandare alla Costituente soltanto Parri e La Malfa, i quali erano stati peraltro bocciati dagli elettori dei collegi in cui si erano presentati, ma riuscirono ad essere eletti grazie al meccanismo del recupero dei resti previsto dalla legge elettorale. Una volta assorbito il colpo della delusione elettorale, i dirigenti della Concentrazione si orientarono verso la prospettiva di confluire nel Partito repubblicano, avviando un processo che, iniziato nel corso dell’estate, si concluse nel settembre successivo.
Il disinteresse degli storici nei confronti di questa esperienza politica trova pertanto una giustificazione nel risultato stesso delle elezioni del 2 giugno, dove la Concentrazione ottenne un trascurabile 0,4%1. D’altra parte, lo studio degli intellettuali in politica, a cui in una certa misura è riconducibile la vicenda della Cdr, trova terreno più fertile, per questi anni successivi alla Seconda guerra mondiale, da un lato nel travaso del ceto dei colti dal regime fascista al comunismo, cioè la forza culturalmente egemone nel dopoguerra, dall’altro nella questione dell’azionismo, riemersa nel corso degli anni Novanta a metà tra discorso storiografico e questione civile. La rete di intellettuali che dettero vita alla Cdr fu estranea al primo percorso, dal momento che il suo antifascismo originario si saldò all’anticomunismo democratico nel contesto della guerra fredda incipiente. La Cdr non è riconducibile del tutto neppure all’azionismo, nel senso che essa prese le mosse proprio dalla volontà dei suoi protagonisti (La Malfa e Parri, innanzitutto) di lasciarsi alle spalle gli equivoci dottrinari del Partito d’azione.
Lo studio della Concentrazione democratica repubblicana può invece offrire spunti di interesse qualora venga ricondotta a una traccia specifica del complesso dibattito politico e istituzionale che si svolse all’interno dell’area liberal-democratica già nella fase precostituente2. Mi riferisco in particolare alla proposta politica del partito di unità democratica che, raccogliendo le disparate forze della “sinistra democratica”, avrebbe dovuto negli intendimenti dei suoi promotori dare un contributo alla formazione di un sistema politico lungo linee diverse da quelle del “bipolarismo imperfetto” che prese piede in Italia nel corso della guerra fredda internazionale. Nella seconda metà degli anni Settanta, Leo Valiani scrisse che se i socialisti si fossero sganciati dai comunisti nel corso del 1944-45, il peso della sinistra democratica (socialisti, repubblicani, azionisti, demolaburisti di sinistra e Cdr) alla Costituente sarebbe stato sì minore di quello della Dc, ma superiore a quello del Partito comunista, aprendo pertanto nuovi scenari per la politica e le istituzioni pubbliche in Italia3.
In sede storiografica, lo studio delle proposte politiche sconfitte deve innanzitutto evitare accuratamente di restare intrappolato nelle recriminazioni caratteristiche della “storiografia dei vinti”, sempre in agguato a sinistra come a destra4. Nondimeno, lo studio delle diverse incarnazioni della concentrazione democratica – una proposta politica avanzata più volte nel corso di un periodo della storia italiana estremamente denso, quale è stato quello della transizione politica e istituzionale avviata dalla costituzione provvisoria del giugno 1944 – non è privo di importanza per la storia del dopoguerra. In questo contesto, infatti, la contrapposizione frontale tra moderati e sinistre marxiste prese forma a partire da determinate scelte politiche (in primis quelle di Pietro Nenni) che resero fatale una determinata organizzazione dello spazio pubblico. La prima incarnazione della concentrazione è costituita da un progetto di concentrazione democratico-socialista che naufragò già all’inizio del 1945; la seconda è invece costituita dalla Concentrazione democratica repubblicana che si presentò alle elezioni del 2 giugno 1946. Per comprendere il significato della seconda, è necessario fare anche una ricognizione storica della prima.

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Il fallimento del progetto originario di concentrazione democratica

Il congresso delle sezioni meridionali del Pda, tenutosi a Cosenza tra il 4 e il 7 agosto 1944, è passato alla storia come il congresso in cui le due principali anime del Pda, quella liberal-democratica e quella socialista, si scontrarono sulla definizione ideologica dell’azionismo e sulle sue prospettive politiche. Dal nostro punto di vista, il congresso cosentino è importante perché nel corso del suo svolgimento La Malfa sollevò con forza il tema della «concentrazione delle forze democratiche, in vista della costituente»5. Il leader azionista era preoccupato che la frattura storica rappresentata dagli eventi del giugno 1944 venisse riassorbita e che pertanto il percorso verso la Costituente e la repubblica finisse per essere orientato verso una soluzione di carattere conservatore. In effetti, il trapasso storico costituito dalla designazione del presidente del Consiglio da parte del Cln, sanzionata dal luogotenente, dal decreto del 25 giugno per la Costituente e infine dalla legge per la Consulta nazionale sembrarono nel loro complesso messi a repentaglio dalla stessa azione di Bonomi, ispirata ai criteri della continuità dello stato. In questo contesto, La Malfa incalzò i socialisti affinché partecipassero alla formazione di una concentrazione democratica. Rivolgendosi a Pietro Nenni dalle pagine di “Italia libera”, ricordò che le riforme da lui stesso propugnate (la scelta repubblicana, la lotta contro i monopoli industriali e la riforma agraria) potevano essere realizzate soltanto da «un grande raggruppamento politico» che fosse capace di esprimere una risposta innovativa alla crisi della democrazia in cui l’Europa era sprofondata nel periodo tra le due guerre, allorquando socialisti e cattolici erano rimasti impigliati nella logica polarizzante dello scontro ideologico tra comunismo e fascismo6.
Fin da queste prime battute, emerge con chiarezza che la proposta lamalfiana riguardava la strutturazione dell’intero sistema politico italiano intorno ad una posizione di centro dove le forze democratiche potessero convergere e competere tra loro per la conquista del consenso dei ceti medi, l’inserimento dei quali nel quadro democratico costituiva il compito decisivo per la tenuta delle istituzioni rappresentative. La Malfa era convinto che uno sganciamento di Nenni da Togliatti avrebbe modificato radicalmente il quadro tracciato dalla svolta di Salerno, riducendo non soltanto gli spazi della legittimazione del comunismo come forza nazionale e di governo, ma anche gli spazi per la strategia della continuità dello stato di cui Bonomi si era fatto interprete. In altri termini, una volta avviata la scomposizione dell’unità delle sinistre – un dogma diffuso nelle file del movimento operaio italiano uscito da vent’anni di repressione fascista – lo stesso “blocco” del moderatismo si sarebbe avviato verso una rapida dissoluzione. Nel concreto degli equilibri politici interni al Cln, la battaglia per la democrazia poteva essere vinta in Italia soltanto promuovendo una spinta centripeta all’interno del sistema, con i socialisti e i democristiani che da opposte sponde si fossero diretti verso il centro, allentando pertanto i loro legami rispettivamente con i comunisti e con i liberali. Compito degli azionisti, unico partito in grado di fare riferimento a tradizioni democratiche e “nazionali”, era di rappresentare questo centro in fieri: la sua maturazione come partito della democrazia che guardava ai ceti medi doveva realizzarsi contemporaneamente alla maturazione delle forze politiche intermedie, quella socialista e quella cattolica appunto7. Nella prospettiva del passaggio dal sistema dei Cln ad un ordinamento democratico effettivo, la proposta politica di La Malfa distingueva in nuce una area della legittimità – dove avrebbero operato cattolici, azionisti e socialisti – e un’area della rappresentanza (e possibilmente della critica costruttiva), riservata ai comunisti e alle forze della conservazione, organizzate all’interno e alla destra del partito liberale8.
La soluzione della crisi governativa di fine novembre 1944 portò al rifiuto degli azionisti e dei socialisti di partecipare al secondo governo Bonomi. L’occasione per avviare il dialogo con il partito di Nenni fu colta dagli azionisti, ma non passò molto tempo perché essi dovessero constatare l’inutilità del tentativo. La Malfa colse correttamente il significato della crisi: la fuoriuscita dei socialisti e degli azionisti dal governo non poteva che essere temporanea, perché era chiaro che, fuori dal sistema dei Cln, si davano soltanto soluzioni di carattere reazionario9. D’altra parte, era ormai evidente agli occhi dei dirigenti azionisti che il processo apertosi a sinistra nel giugno 1944 rischiava di chiudersi a destra con una sostanziale restaurazione delle strutture tradizionali della società e dello Stato, a meno che il partito socialista non compisse rapidamente una sterzata nella sua politica, sganciandosi dai comunisti e dirigendo i suoi sforzi verso una concentrazione democratica in vista della Costituente. Se ciò non fosse avvenuto, a una sinistra egemonizzata dal Pci non sarebbe rimasto che scegliere tra uno dei corni di questo dilemma: un’avventura rivoluzionaria dagli esiti comunque catastrofici oppure un riformismo impossibile, perché operante su una «struttura reazionaria»10. Le alternative poste da La Malfa non scalfirono però le certezze di Nenni, secondo il quale la rottura a sinistra costituiva l’anticamera di una revanche del fascismo. Il dirigente azionista chiuse la polemica, affermando che Nenni giudicava «una situazione politica nuova col metro di esperienze politiche già vissute»11.
La maturazione della concentrazione democratico-socialista e del Pda come partito del centro democratico che guardava ai ceti medi erano in realtà due processi inseparabili: soltanto l’avvio di un processo molecolare al centro dello schieramento delle forze politiche avrebbe dato alla parte liberal-democratica del partito la forza necessaria per imporre un chiarimento interno all’azionismo e condurlo così fuori dalle secche dei dibattiti ideologici; viceversa, la chiusura della prospettiva della concentrazione rendeva sempre più debole la proposta politica degli azionisti di destra, concedendo invece più filo da tessere a coloro che, come Emilio Lussu, intendevano far marciare il Pda verso il blocco socialista. Il fallimento della concentrazione avviò la definitiva configurazione dei “blocchi” moderato e delle sinistre marxiste all’interno del sistema del Cln, una configurazione che La Malfa aveva già paventato a partire dall’estate del 1944 e che il precipitare degli eventi (la liberazione e la formazione di un nuovo governo) non aveva minimamente scalfito. Non è un caso che proprio La Malfa fosse tra i dirigenti azionisti quello più contrario alla nomina di Ferruccio Parri a presidente del Consiglio nel giugno 1945. Ai suoi occhi, era molto probabile che Maurizio rimanesse invischiato dentro uno spazio politico infido, perché tendenzialmente diviso in due blocchi, dove la funzione di mediazione politica era certamente ancora possibile, ma soltanto esercitando una capacità di leadership che Parri non possedeva.
E proprio nei mesi del governo Parri si riaccese nelle file azioniste il dibattito sulla natura del partito. In un intervento sulle pagine della “Nuova Europa”, Luigi Salvatorelli constatò l’esistenza di un «vuoto» di rappresentanza politica che riguardava la «piccola e media borghesia e (almeno virtualmente) i gruppi più qualificati del proletariato». Era dunque necessario fare una «coalizione di partiti e di forze politiche», tra le quali egli menzionava il Pda, il Pri e la Democrazia del lavoro12. Sia pure con diversità di accenti, la riflessione di Salvatorelli si inseriva nella scia della riflessione che Mario Paggi aveva avviato già nel 1944, sottolineando come un «grande partito democratico» dovesse costituire il definitivo superamento della «piccola eresia del socialismo», vale a dire la proposta politica avanzata dalla sinistra del partito13. La risposta che Leo Valiani volle dare all’articolo di Salvatorelli dette la misura di quanto fossero lontane tra loro le anime del Pda. A giudizio di Valiani, non esisteva un vuoto di rappresentanza, nella misura in cui i ceti medi erano ormai organizzati nelle file della Dc e del Pli. Del resto, la chiusura nei confronti delle ipotesi di alleanza fu drastica, fatta eccezione per i repubblicani: «Se il Partito d’azione decidesse di intraprendere dei tentativi per la fusione con la Democrazia del Lavoro o con i liberali radicaleggianti – scrisse Valiani – è bene dire subito che in tal caso dal Pda se ne andrebbero molti dei socialisti non classisti – che oggi nel partito militano a partire dal sottoscritto»14.

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Verso il congresso azionista. La scissione di Parri e La Malfa

I tentativi di aggregazione della sinistra democratica che iniziarono nell’ottobre del 1945, anche sulla base dei dibattiti sopra ricordati, rappresentano una storia diversa rispetto a quella della concentrazione democratico-socialista auspicata da La Malfa, principalmente a causa dell’impossibilità di fare conto sul Psiup, attestatosi sulle posizioni di unità con il Pci e fortemente attraversato, sia ai vertici sia alla base, da una forte spinta di carattere fusionista. Il segretario del Pri, Randolfo Pacciardi, lanciò in ottobre un appello rivolto agli «amici azionisti» per «bruciare lo steccato e fare un solo partito repubblicano»15. Pacciardi stava pensando alla fusione con il Pda quale primo passo di una «concentrazione repubblicana» dei partiti di sinistra in chiave antimonarchica. In realtà, tra le file repubblicane molti erano convinti che la maturazione della crisi dell’azionismo avrebbe reso più opportuno puntare sull’adesione sparsa dei gruppi transfughi provenienti da quel partito piuttosto che imbarcarsi in trattative complesse per una fusione, la quale avrebbe avuto l’unico probabile risultato di intaccare l’immagine di “splendido isolamento” che i repubblicani stavano coltivando presso il loro potenziale elettorato. Tra gli oppositori delle strategie fusioniste, Giovanni Conti in particolare era fautore dell’autonoma tradizione repubblicana che il partito avrebbe dovuto tradurre in una politica di equidistanza tra sinistre e Dc nella prospettiva di recuperare alla causa repubblicana l’opinione pubblica ancora indecisa16. La proposta di Pacciardi divenne comunque oggetto di discussione presso una parte degli azionisti. Fu soprattutto il gruppo di “Realtà politica”, la rivista diretta da Riccardo Bauer, a dibattere il tema, mentre il resto del Pda, ormai avviato verso il congresso nazionale, lasciò cadere nel vuoto la proposta17.
La conferma che la destra azionista stesse guardando oltre l’esperienza del partito emerge dal dibattito interno di un altro partito, quello liberale, anch’esso attraversato da fortissime tensioni. Il vicepresidente del Consiglio del governo Parri, Manlio Brosio, scrisse il 24 ottobre a Niccolò Carandini, allora ambasciatore italiano a Londra, a proposito del suo «potenziale dissidio» con il segretario del partito, Leone Cattani18. Cattani era convinto che il governo presieduto da Parri dovesse essere affondato, perché troppo spostato a sinistra. Brosio confessò a Carandini il proprio disagio politico in un partito sempre più attestato su posizioni conservatrici e filomonarchiche. Nel corso di questo scambio epistolare, Brosio annoverò un’altra causa tra quelle che ostacolavano i buoni rapporti tra lui e il segretario: «Le destre dei partiti di sinistra – scrisse – mi fanno delle avances di unione democratica sempre più decise. Quelle dei socialisti hanno un valore relativo, quelle degli azionisti potrebbero preludere, in caso di nostra decisione in senso repubblicano, a un futuro nuovo partito democratico, che sarebbe però ancora, forse, un partito di soli capi»19. Questo brano è importante per almeno due ragioni: innanzi tutto, costituisce la conferma che, già prima che la crisi del governo Parri esplodesse, gli ambienti della destra azionista si stavano muovendo alla ricerca di accordi con gruppi affini provenienti da altri partiti; quindi, mette in luce lo scetticismo di Brosio nei confronti di un partito che rischiava di essere «di soli capi», privo cioè fino dalla sua nascita di un seguito popolare. Non a caso, come vedremo più avanti, Brosio decise di non seguire il resto della sinistra liberale nella secessione dal Pli. Egli infatti abbandonò il partito soltanto dopo il 2 giugno, quando gli fu finalmente chiaro che la battaglia interna per spostare più a sinistra i liberali era ormai andata perduta e che dunque era per lui necessario trovare una nuova collocazione politica che individuò nel Pri20.
Il punto di svolta per l’inizio di una nuova fase nella storia della concentrazione democratica fu il i congresso nazionale del Pda, svoltosi al teatro Italia di Roma tra il 4 e l’8 febbraio 1946, e che si concluse con la scissione di Parri e di La Malfa21. Già nei giorni precedenti il congresso, il clima era quello di un redde rationem tra le diverse anime del partito. Riccardo Bauer scrisse a La Malfa il 31 gennaio che dal congresso doveva uscire una «spietata chiarificazione politica» che riguardasse non soltanto l’interpretazione degli eventi appena trascorsi – in primis, la caduta del governo Parri –, ma anche le prospettive della lotta politica in vista della Costituente e della battaglia per la repubblica22. Del resto, fu proprio “Realtà politica” a promuovere un dibattito precongressuale che confermò la distanza sempre più grande che esisteva tra le diverse posizioni. Le tensioni ideologiche interne al partito peraltro non possono spiegare del tutto la crisi che avrebbe disgregato l’azionismo di lì a breve. Già emerse al congresso di Cosenza, queste tensioni poterono essere tollerate fino a quando la speranza di costruire una forza politica intermedia tra i due “blocchi” non venne definitivamente meno23. Con la crisi del governo di Parri, il quale non aveva saputo o potuto esercitare questa funzione di per sé già molto difficile nel contesto dell’estate del 1945, i margini di convivenza tra liberal-democratici e socialisti nella casa azionista si ridussero ai minimi termini.
Si consideri anche che la svolta impressa da De Gasperi alla politica italiana a partire dal dicembre 1945 mutò in profondità le coordinate politiche dentro cui il Pda si era mosso fino dai suoi primi passi. Innanzitutto, l’avvento di De Gasperi rappresentò un passaggio decisivo nella direzione del governo effettivo dei tre grandi partiti di massa, pur nella permanenza della formula dell’esarchia; quindi, furono presi dal nuovo governo una serie di provvedimenti che dettero rapidamente la misura del mutamento che stava investendo la politica italiana24. L’azione intensa che De Gasperi aveva condotto come ministro degli Esteri produsse rapidamente i suoi risultati. Gli Alleati concessero al nuovo governo ciò che non avevano concesso a Parri, vale a dire il ritorno delle province occupate all’amministrazione civile, a partire dal i gennaio 1946. Anche l’invio degli aiuti Unrra andava in questa direzione, così come del resto la fine virtuale, nel febbraio successivo, del controllo alleato sui rapporti commerciali con l’estero. A riprova della piega presa dagli eventi, le decisioni prese dal Consiglio dei ministri nelle sedute del 27 e 28 febbraio sciolsero i nodi del referendum istituzionale e dei poteri della Costituente nel senso da tempo auspicato da De Gasperi, a cui le sinistre avevano finito per cedere: la scelta tra monarchia e repubblica sarebbe stata demandata direttamente al popolo, mentre nel corso dei suoi lavori l’Assemblea costituente sarebbe stata privata del potere di legislazione ordinaria, affidato al governo. Inoltre, a completare la formazione del quadro politico di questi mesi, le attività dell’Alto commissariato per l’epurazione cessarono, aprendo così la strada all’amnistia del giugno. Sul terreno dell’intervento sociale, proprio nel marzo furono gettate le premesse del “lodo” De Gasperi sulla vertenza mezzadrile, mentre in generale i primi mesi del 1946 furono quelli del “ritorno dei padroni” in fabbrica25.
Il gruppo dirigente azionista aveva accettato il passaggio di consegne da Parri a De Gasperi, decidendo di partecipare alla nuova compagine governativa. Valse la considerazione di La Malfa – condivisa anche da Lussu – che la battaglia sul nome del presidente del Consiglio fosse secondaria rispetto all’esigenza di mantenere in vita la centralità del Cln nel processo politico pre-costituente e di proseguire sulla strada della ricostruzione economica26. Durante il suo discorso congressuale, tenuto il 6 febbraio, La Malfa cercò di convincere la platea azionista della bontà della decisione presa in dicembre:

Qualunque sistema di governo ci garantisca il ponte tra la tregua del 1944 e la costituente è una situazione politica di ordine democratico che noi dobbiamo appoggiare. Nel momento in cui il ponte fra la tregua del 1944 e la costituente non sarà possibile, il Pda dovrà scendere in lotta27.

I dirigenti azionisti avevano compreso che in questa fase politica il mantenimento dell’unità del Cln era decisivo per respingere eventuali manovre del luogotenente e della destra, volte a distruggere il “ponte” menzionato da La Malfa.
Nonostante questo temporaneo accordo politico tra i dirigenti, il congresso fu investito dallo scontro ideologico. Si susseguirono per quattro giorni discorsi infarciti di perentorie affermazioni sulla fisionomia del partito, confronti personali al limite dello scontro fisico e strategie politiche risultate in gran parte fallimentari, a partire dal proposito della «sforbiciatura alle ali», promossa dal centro di Vittorio Foa, Riccardo Lombardi e Altiero Spinelli. Il momento decisivo del congresso sembra essere stato la sera del 7, quando Ferruccio Parri presentò una mozione28, a cui seguirono quella di Francesco De Martino, in rappresentanza della corrente socialista, di Tristano Codignola per i liberalsocialisti, di Lombardi per il centro e di Luigi Salvatorelli per la destra. La sospensione dei lavori, a causa dell’ora tarda, spinse gli autori delle diverse mozioni a raggrupparle: Salvatorelli e Lombardi fusero la loro mozione con quella di Parri, mentre Codignola e De Martino unirono le proprie. Numeri alla mano, sembrò che la «sforbiciatura» potesse avvenire a sinistra, in chiave antisocialista, grazie proprio all’intervento di Parri, il quale appariva deciso a spendere il proprio carisma per un’operazione di centro-destra. La sinistra tuttavia non perse l’occasione di denunciare la strumentalizzazione di Maurizio, ricordando che egli era il simbolo dell’unità del partito e che pertanto non poteva essere messo a capo di una operazione di parte. Questi argomenti provocarono nel leader azionista una reazione stizzita che lo condusse a ritirare improvvisamente la sua mozione. Così, senza il collante del prestigio personale di Maurizio, l’accordo tra la destra e il centro perse immediatamente la propria ragion d’essere e la partita congressuale si riaprì. Dopo un tentativo fallito di Codignola per agganciare Lombardi, si realizzò la saldatura tra liberalsocialisti e socialisti, i quali così ottennero la maggioranza congressuale e avviarono il Pda verso la fisionomia di un terzo partito socialista.
La conta dei voti dette la misura del disorientamento profondo che attraversava i partecipanti al congresso29. La vittoria della sinistra portò all’abbandono del congresso da parte di Parri e di La Malfa, seguiti dai gruppi della destra che non avevano intenzione di restare in un partito che aveva ormai definitivamente rinnegato le origini liberaldemocratiche del programma dei Sette punti. Dalle pagine di “Stato moderno”, Mario Paggi registrò che tra le «due mentalità» che avevano caratterizzato la vita del partito – quella di coloro che erano decisi a svolgere una «funzione di modernità e progresso» e quella di carattere «mitizzante», socialista e liberalsocialista – aveva alla fine prevalso la seconda30. Omodeo liquidò sulle pagine di “Acropoli” le posizioni della sinistra come «rivoluzionarismo verbale [di cui] ci han tanto riempito la testa i fascisti»31, mentre Luigi Salvatorelli sottolineò sulle pagine della “Nuova Europa” tutti gli aspetti negativi della vittoria della «piccola eresia socialista» sul «grande partito democratico»32. Ma prima ancora che le riviste della destra azionista intervenissero, la stampa quotidiana commentò gli eventi a caldo. Tra gli altri, risulta particolarmente interessante il giudizio di Pacciardi, il quale scrisse che la rottura del Pda costituiva un «atto di chiarificazione vera». Espresse anche l’auspicio che «i repubblicani [tornassero] coi repubblicani, i socialisti coi socialisti, i liberali coi liberali»33. L’intervento del segretario repubblicano cadeva il giorno stesso in cui aveva inizio il xviii congresso del suo partito. Gli auspici di Pacciardi erano il sintomo che tra le file repubblicane non si escludeva la possibilità di inglobare la dissidenza di Parri e di La Malfa. Tuttavia, il mandato che il congresso affidò alla Commissione esecutiva fu di condurre la campagna elettorale in piena autonomia, senza dunque lasciar varchi per eventuali strategie fusioniste. In questa prospettiva, furono promosse soltanto candidature indipendenti come quelle di Giovanni Battista Boeri e di Carlo Sforza34.

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La nascita del Movimento della democrazia repubblicana

Lo stesso 11 febbraio, dopo aver assistito alla conclusione dei lavori del congresso repubblicano, Ferruccio Parri inviò ai suoi ex compagni del Pda una lettera nella quale spiegava le ragioni della scissione e comunicava la notizia della nascita di una «nuova formazione politica, aperta a tutti gli uomini in buona fede, di buona fede democratica»35. Parri dava così implicitamente risposta all’interrogativo, già sollevato da Palmiro Togliatti durante i lavori del congresso azionista circa la sorte dei liberali e dei democratici che non avessero voluto aderire ad un partito socialista36. Il Movimento democratico repubblicano doveva costituire il primo passo per un avvicinamento delle formazioni democratiche in vista delle elezioni per la Costituente. Ovviamente, la maggioranza uscita dal congresso azionista espresse un giudizio molto diverso, avvertendo i militanti e i quadri che, seguendo Parri, sarebbero andati incontro a «avventure politiche equivoche e di carattere personale»37.
Il Movimento della democrazia repubblicana si costituì ufficialmente il 20 febbraio a Roma sulla base di un manifesto programmatico che fu diffuso nel corso del mese successivo38. Secondo gli autori del manifesto, le difficoltà politiche della situazione italiana dipendevano in gran parte dalla

mancanza, nello schieramento politico dei partiti, di una voce, di una espressione di quella coscienza democratica comune, non organizzata politicamente e non attiva, che pur costituisce tanta parte dell’opinione pubblica del paese […] Accanto a posizioni politiche ben definite, socialiste, cattoliche e conservatrici, contro le posizioni reazionarie, monarchiche e neofasciste, non ve n’è stata una immediatamente e direttamente democratica39.

Il movimento nacque dunque per avviare questo processo di formazione partitica nel momento decisivo della battaglia per la «repubblica democratica». Rivolgendosi per lo più ai ceti medi («piccoli e medi produttori, artigiani, contadini, operai, impiegati, professionisti e intellettuali»), gli autori del manifesto sottolinearono con forza il significato che intendevano attribuire all’aggettivo “democratico”. Si trattava, in altri termini, di dare vita a «una repubblica ordinata civilmente, stabile, con governi autorevoli, tecnicamente preparata ad affrontare i loro compiti politici e amministrativi, con istituzioni permanenti, sottratte allo spirito demagogico e alle esercitazioni di un rivoluzionarismo verbale e inconsistente»40.
Prima però di rivolgersi ai ceti medi sul terreno sociale e agli altri partiti dell’area repubblicana e democratica, il movimento doveva avviare una qualche forma di organizzazione sul territorio. Nelle settimane successive alla scissione, esso si costituì attraverso un processo di aggregazione molecolare di quelle sezioni e quei gruppi provenienti dal Pda che non esitarono a seguire Parri e La Malfa. Nelle prime settimane, fu in particolar modo decisivo il ruolo di Parri, il quale – a giudicare dai documenti conservati nel suo archivio – si mosse in tre direzioni. La prima fu di suscitare la nostalgia degli ex capi partigiani, la seconda di far valere la sua tradizionale vicinanza al mondo dei combattenti (era stato un dirigente dell’Associazione Nazionale Combattenti nel primo dopoguerra) e la terza fu quella di aprire un dialogo con il mondo delle professioni. In questo modo, Parri incassò già il 13 l’adesione di Andrea De Gasperis, il quale rappresentava il movimento militare del Pda in seno al Comitato nazionale dell’Anpi. Lo seguirono altri dirigenti partigiani, tra i quali Dino Caramella, ex comandante della vii divisione Gl del Piemonte, il quale si disse convinto, in una lettera a Parri del 18 febbraio, che «tutti i vecchi Gl del Piemonte» avrebbero seguito Maurizio. Tra i dirigenti dell’Anc aderì al movimento Livio Pivano, già membro della Consulta. Non mancarono nel mondo delle professioni adesioni prestigiose come quella del primo presidente della Corte d’appello di Torino, Riccardo Peretti Griva41.
Accanto al tentativo di mobilitare segmenti dell’opinione pubblica, il movimento cercò di strutturarsi, facendo leva su alcuni gruppi periferici. Questi furono incaricati di allestire le sedi in autonomia oppure presso partiti affini, di favorire l’affluenza dei militanti azionisti delusi dai risultati congressuali e di dar vita a nuovi giornali locali o perlomeno di avviare rapporti con testate già presenti sul territorio. Soprattutto, i gruppi periferici furono incaricati di prendere contatti politici con gruppi e partiti affini (i repubblicani, i demolaburisti di sinistra, gli azionisti stessi) in vista della costruzione del partito della democrazia. A Roma, il referente locale del movimento erano Vindice Cavallera e Giovanni Gallo Granchelli, presenti anche nella segreteria nazionale del movimento. A Roma aderirono Raimondo Craveri e Tommaso Carini, figure come Luigi Salvatorelli e Guido De Ruggiero con il gruppo della “Nuova Europa”, giovani studiosi passati poi nelle file del Pci quali Carlo Muscetta e Giorgio Candeloro. Infine, aderirono Mario Vinciguerra, studioso e antifascista che aveva collaborato con Piero Gobetti e Giovanni Amendola, e Giovanni Mira, professore e storico che aveva collaborato con Parri sin dai tempi del primo antifascismo. A Milano, il referente del movimento era Giuliano Pischel, il quale peraltro attese qualche tempo prima di uscire dal Pda. Pischel scrisse a Parri il 16 febbraio: «abbiamo ritenuto opportuno di dar battaglia per conquistare certi posti nei comitati regionali e provinciale, in modo da tenere alla mano le organizzazioni dipendenti»42. Il gruppo milanese, coincidente in gran parte con quello di “Stato moderno” aderì al movimento in blocco, con Vittorio Albasini Scrosati, Gaetano Baldacci, Mario Paggi e Adolfo Tino. Non mancarono all’appello uomini che avevano condiviso con Ferruccio Parri l’esperienza del combattentismo e del primo antifascismo, come Giulio Bergmann, oppure, insieme anche a La Malfa, la stagione degli uffici studi delle grandi banche e delle grandi aziende negli anni Trenta, come Libero Lenti43.
In Toscana i membri più attivi furono Carlo Ludovico Ragghianti, molto vicino a Parri, e Luigi Boniforti. Aderì anche Luigi Russo, critico letterario, direttore della rivista “Belfagor” e della Scuola Normale di Pisa. Proprio lui confidò a La Malfa, in una lettera del 24 marzo, che i rapporti personali tra Ragghianti e Boniforti erano talmente difficili da rendere impossibile la convivenza all’interno dello stesso movimento44. Questa situazione condusse Boniforti a farsi da parte, rinunciando agli incarichi che gli erano stati affidati dentro il movimento45. Aderirono a Firenze anche Nello Piccoli, Ugo Paoli, Luigi Bianchi d’Espinosa, il giovane storico della filosofia Eugenio Garin e lo scrittore e organizzatore di cultura Alberto Carocci. L’ambiente toscano era attraversato da una forte conflittualità derivante dalle polemiche interne al vecchio mondo azionista, destinate a ostacolare qualsiasi tentativo di riavvicinamento in vista di un possibile cartello elettorale per le elezioni del 2 giugno. Lo stesso Russo – il quale considerava «un eccellente orientamento» il tentativo lamalfiano di aprire un dialogo con le forze affini – non accennò a smorzare i toni della sua polemica con Piero Calamandrei, il quale era rimasto nel Pda soltanto perché, diceva Russo, era diventato il «succube sentimentale dei tre galoppini», vale a dire i suoi ex allievi universitari, Tristano Codignola, Carlo Furno e Raffaello Ramat46. In Emilia Romagna, Leonida Patrignani e Sergio Telmon si occuparono del difficile radicamento del movimento. Dopo un mese di intenso lavoro organizzativo, Telmon confessò in una lettera a Parri che si trattava di un «lavoro faticosissimo», che sarebbe potuto risultare utile soltanto se si fosse riusciti a «giungere alla concentrazione»47. Perseguire con tenacia l’avvicinamento con le forze politiche vicine fu del resto la direttiva che Parri rivolse il 7 marzo a Giovanni Balbi, il quale dirigeva il gruppo ligure insieme a Mario Zino, Giovanni Trombetta e Giulio Bertonelli: «se ci limitiamo allo scisma – scrisse Parri – falliamo»48. Vedremo anche più avanti che il gruppo genovese fu attraversato da forti conflittualità, dovute al dilemma se presentare un lista autonoma oppure appoggiare alcuni indipendenti nella lista repubblicana. Nel Mezzogiorno, svolse un ruolo organizzativo di primo piano Filippo Caracciolo a Napoli, dove non fece mancare la sua adesione Adolfo Omodeo con il gruppo dell’“Acropoli”. Carlo Muscetta fu incaricato di organizzare il movimento a Salerno e ad Avellino, dove aderì anche Alfredo Maccanico, mentre Michele Cifarelli ebbe il compito di tenere le fila del movimento a Bari, Foggia e Potenza. Una delle roccaforti del movimento fu da subito Palermo, dove Vincenzo Purpura e Antonino Ramirez riuscirono a portare la sezione palermitana del Pda sulle posizioni di La Malfa. Ramirez può essere considerato un vero e proprio luogotenente di La Malfa, con il quale quest’ultimo aveva condiviso le speranze per un allentamento del rapporto tra Nenni e Togliatti e dunque per la formazione di una concentrazione democratico-socialista. Al momento della nascita del movimento, entrambi erano tuttavia d’accordo che ormai questa prospettiva fosse definitivamente chiusa. A proposito della rete di La Malfa, non si può dimenticare l’adesione di Gino Luzzatto che era stato suo maestro (assieme a Franceso Carnelutti e a Silvio Trentin) nei lontani anni dell’università veneziana di Ca’ Foscari49.
Il movimento si strutturò nello stesso periodo anche al centro, con un comitato esecutivo formato da due sezioni, una politica e una organizzativa. La sezione politica era composta da Parri, La Malfa, Spinelli, Salvatorelli, Ramirez, Paggi, Tino e Ragghianti; la sezione organizzativa era invece composta da Parri, Mira, Cavallera, Caracciolo, Cifarelli, Gallo Granchelli, Pischel e Spinelli50. Quest’ultimo, addetto al servizio stampa e propaganda, cercò di fare fronte a una situazione particolarmente difficile, che metteva sovente a nudo i problemi finanziari del movimento. Il giornale principale fu “Democrazia repubblicana”, della cui diffusione si occupò Gallo Granchelli e che ospitò articoli di Salvatorelli, Carini, Spinelli e altri. Il direttore non era indicato, anche se la firma più assidua fu quella di Salvatorelli. Il movimento ebbe anche altre testate, per lo più frutto dell’eredità azionista, quali “Italia libera” di Sanremo, diventata “Libera voce”, “Azione democratica” di Genova e ancora “L’Italiano” di Firenze, diretta da Luigi Boniforti e da Manlio Cancogni. All’“Italiano” collaborarono, tra gli altri, Aldo Passigli, Eugenio Garin e Luigi Russo. Non mancarono testate locali che, pur estranee alla vita del movimento, ospitarono la sua voce: “La Gazzetta del Lettera” di Bari, “La rinascita della domenica”, “L’Italiano. Settimanale dei reduci” di Bologna e “Il corriere delle informazioni” di Torino.

5
I tentativi di dialogo e la nascita del Movimento liberale progressista

Questa prima organizzazione del movimento doveva essere funzionale non già alla costituzione di un partito, ma all’avviamento di un confronto con le altre forze dell’area repubblicana e democratica in vista delle elezioni per la Costituente. Queste elezioni dovevano rappresentare, nelle intenzioni dei leader del movimento, il battesimo di fuoco del partito di unità democratica. Le cose andarono in modo molto diverso, perché i tentativi di formare un’alleanza elettorale condussero soltanto all’accordo tra la destra azionista e una parte della sinistra liberale, da cui nacque la Concentrazione democratica repubblicana. Il fallimento dipese da due ordini di motivi, gli uni di carattere soggettivo, legati alla peculiarità delle identità partitiche che non lasciarono molto spazio a strategie di aggregazione politica, gli altri di carattere per così dire congiunturale, legati alla rapida trasformazione del contesto politico nei primi mesi del 1946.
Oronzo Reale, già membro della corrente di centro della segreteria del Pda prima del congresso di febbraio, rimase nelle file azioniste con un preciso intendimento: favorire l’unificazione tra le membra sparse dell’area repubblicana e democratica, la quale a suo giudizio comprendeva gli stessi azionisti, i repubblicani, il nuovo movimento di Parri e La Malfa, la componente di sinistra dei demolaburisti e la sinistra liberale. L’ottimismo di Parri incoraggiò soltanto fino ad un certo punto l’opera di tessitura di Reale, dal momento che la convinzione del primo di riuscire a portare alla Costituente circa venti, venticinque deputati con il solo movimento della democrazia repubblicana mal celava la speranza che la disgregazione dell’azionismo si approfondisse, favorendo pertanto l’Mdr51. Si trattava di un calcolo non soltanto errato, come risulterà dalle elezioni di giugno, ma anche probabilmente dannoso in quella fase pre-elettorale, giacché una previsione di questo genere non faceva altro che innervosire gli azionisti, con i quali invece Parri diceva di voler collaborare. Dei difficili rapporti tra Pda e Mdr fece le spese soprattutto Reale, il quale lamentò che le sue posizioni politiche venivano censurate da “Italia libera”52. Il segretario del Pda, Ferdinando Schiavetti, dal canto suo, definì l’Mdr il «movimento delle buone intenzioni» che, attraverso l’appello di Parri ai «gentiluomini», finiva per sfociare in una forma di qualunquismo di sinistra53. D’altro canto, nei rapporti tra azionisti e Mdr si devono tenere in considerazione non soltanto i rancori suscitati dalla recente separazione, ma anche un modo molto diverso di immaginare il ruolo dei democratici. Se per Parri e per La Malfa, esso coincideva sostanzialmente con una posizione di carattere competitivo nei confronti delle sinistre marxiste, alle quali si intendeva essere politicamente alternativi, per gran parte degli azionisti diversamente non era possibile rinunciare a una identità di sinistra fondata su una relazione stretta con partiti marxisti. In un articolo su “Italia libera” del 26 marzo, Vittorio Foa espresse un’inclinazione di carattere pedagogico, volta a illuminare lo stalinismo sulla strada della democrazia54.
I rapporti con i repubblicani potevano risultare apparentemente più semplici, considerata anche l’insistenza con la quale Pacciardi aveva rivolto proposte di fusione nei mesi appena trascorsi. In realtà, i dirigenti del Pri erano disposti soltanto a favorire annessioni di gruppi transfughi da altri partiti, non certo a avviare fusioni o anche soltanto cartelli elettorali. Le risoluzioni congressuali del resto avevano stabilito, come si è già ricordato, che il Pri dovesse difendere la propria tradizione e presentare dunque liste autonome. Così, le elezioni amministrative del marzo si svolsero per il Pri all’insegna di una continua oscillazione tra i vincoli del mandato congressuale e una posizione, per così dire, della “porta aperta”. Non mancarono infatti situazioni dove le organizzazioni locali azionista e repubblicana fecero una lista comune, come ad esempio a Milano con un’alleanza repubblicano-democratica, oppure a Forlì e a Massa, dove la prevalenza era stata repubblicana. Tuttavia, nel complesso, il fatto stesso che alle amministrative i repubblicani stessero ottenendo buoni risultati, fece sì che essi stabilissero di correre da soli alle elezioni per la Costituente, decisi a sfruttare fino in fondo una posizione di intransigenza che li aveva spinti a rimanere fino ad allora al margine della politica dei Cln. Parri perorò inutilmente la causa dell’unità tra Mdr e Pri presso Vittorio Parmentola, segretario della federazione piemontese del Pri e membro di diritto del Comitato centrale. Il 24 marzo il Comitato centrale ribadì le decisioni già prese dal congresso in febbraio55. Pacciardi continuò a dialogare con La Malfa e Parri ancora nella prima settimana di aprile, ma la situazione non era destinata a cambiare56.
La situazione dell’Mdr si fece assai difficile anche a causa del contesto politico-istituzionale che prese forma in questo periodo. La decisione del governo di sottrarre la scelta della forma dello Stato all’Assemblea costituente, affidandola a un referendum popolare, e di attribuire al governo i poteri legislativi per tutto l’arco del periodo dei lavori dell’assemblea divennero legge con il decreto del 16 marzo. Queste decisioni avvennero nel segno dell’accordo tra i grandi partiti di massa, così come in parte questo fu il significato della legge elettorale per la Costituente, entrata in vigore con il d.lgs.lgt. 10 marzo 1946. Bettinelli ha ricostruito nel dettaglio l’intera vicenda della formazione della legge elettorale, insistendo sul fatto che i partiti dovettero pagare qualche prezzo affinché fosse raggiunto un consenso unanime attorno al principio proporzionale. L’introduzione del voto di preferenza al posto dello scrutinio di lista e la dimensione ristretta dei collegi erano tra questi prezzi. L’effetto di dispersione dei resti che sarebbe scaturito da questo secondo provvedimento avrebbe finito per diminuire il controllo dei partiti sull’intero processo elettorale. Con queste premesse, la decisione di introdurre un collegio nazionale per la riutilizzazione dei resti si caratterizzò come una risposta dei partiti organizzati di massa57. Dal nostro punto di vista, è importante sottolineare che l’istituzione del collegio unico nazionale ebbe un effetto non trascurabile ancora prima delle elezioni, agendo come fattore dissuasivo nei confronti delle concentrazioni elettorali. All’indomani del voto del 2 giugno, Achille Battaglia spiegò con chiarezza ai lettori di “Realtà politica” che, dopo l’entrata in vigore della legge elettorale, l’obbiettivo di ciascun partito era diventato non già mettere insieme le proprie forze con altri, quanto adoperarsi per recuperare «ciascuno per proprio conto e a favore dei propri uomini» il maggior numero possibile di resti58.
In questo quadro generale, il movimento di Parri e di La Malfa riuscì a stringere accordi soltanto con quella parte della sinistra liberale che all’inizio di aprile abbandonò il Pli. Il settimanale romano “Civiltà liberale”, diretto da Gabriele Pepe e uno degli organi principali della sinistra liberale, ospitò il 15 marzo uno scritto di Ugo La Malfa nel quale il dirigente dell’Mdr scrisse a proposito della necessità di «gettare le basi di un partito della democrazia che si ponga tra i democristiani e i due partiti socialisti»59. Nel corso delle due settimane successive si consumò la scissione della sinistra liberale, vero e proprio preludio all’incontro di essa con l’Mdr e alla formazione della Concentrazione. Il gruppo capeggiato da Antonio Calvi e Franco Antonicelli spiegò le ragioni del proprio dissenso nella cosiddetta lettera dei diciotto, indirizzata il 2 aprile alla Giunta esecutiva del Pli. La lettera costituì un attacco frontale alla maggioranza della Giunta, la quale aveva deliberato da pochi giorni la formazione dell’Unione democratica nazionale, un’intesa tra demolaburisti, liberali e altri comitati, posta sotto l’egida di Vittorio Emanuele Orlando, Ivanoe Bonomi, Benedetto Croce e Francesco Saverio Nitti60.

Voi avete fiaccato nella vostra politica – si legge nella lettera dei diciotto – l’impulso e l’efficacia pratica dell’antifascismo, combattendo con angusto spirito tutto ciò che voleva significare meditato svincolo dalle formule dello stato prefascista, pervertendo a scopi di compromesso le ragioni dell’epurazione, scambiando la legalità con il legittimismo, l’ordine con la repressione, il mero tecnicismo con la doverosa competenza; accettando infine su larghe basi e solo con qualche debole e verbale sconfessione, alleanze con partiti antidemocratici e di bassi fermenti reazionari come il Fronte dell’Uomo Qualunque61.
Erano accuse durissime che traevano spunto dagli eventi susseguitisi a partire dall’anno precedente. La crisi del governo Parri fu definita in modo eloquente «la più drammatica premessa di questo inevitabile scontro» con una maggioranza conservatrice che aveva fatto dell’anticomunismo e della difesa ad oltranza della monarchia lo strumento demagogico per non farsi scavalcare a destra dalle forze monarchiche e qualunquiste. Del resto, tornando all’attualità, gli autori del manifesto si dissero convinti che la convocazione del congresso liberale a ridosso della campagna elettorale aveva il significato di «svuotar[lo] di ogni serio contenuto». Il iii congresso del Pli si svolse effettivamente a ridosso della campagna elettorale, nei giorni tra il 29 aprile e il 4 maggio nella sede del teatro Quirino a Roma62. Questa dilazione rappresentò agli occhi della sinistra una strategia di marginalizzazione dell’opposizione che non poteva essere più tollerata, a maggior ragione adesso che, con la nascita dell’Unione democratica nazionale, il Pli aveva fatto una scelta che in apparenza appariva centrista, con opportuni richiami alla lezione di Giovanni Amendola, ma che in realtà doveva essere considerata apertamente di destra. Non a caso, Salvatorelli fu chiamato da “Civiltà liberale” per commentare il significato dell’amendolismo dell’Unione. Secondo Salvatorelli, Amendola si era battuto per la formazione di «un vero partito democratico» e pertanto non avrebbe mai approvato «una combinazione di frammenti del vecchio edificio» quale si presentava l’Unione democratica nazionale63. A questa data, la collaborazione tra l’Mdr e la sinistra liberale, la quale frattanto si era ribattezzata Movimento liberale progressista, era stata avviata64.
La segreteria politica del Mlp fu affidata a Antonio Calvi. Enzo Forcella fu incaricato dell’ufficio stampa e coordinamento, Alfredo Cocco dell’ufficio elettorale e infine Paolo Alatri della redazione di “Civiltà liberale”. Nel corso del mese di aprile il movimento cercò di radicarsi sul territorio, anche se questa azione apparve subito molto difficile. In Piemonte agì Franco Antonicelli, uno dei primi firmatari della lettera dei diciotto65. Già il 5 aprile Antonicelli, presidente del Cln piemontese nei giorni della liberazione, si dimise dalla direzione del periodico “L’Opinione”, da lui stesso fondato nel 1944 e al quale avevano collaborato Luigi Einaudi, Benedetto Croce, Panfilo Gentile, Agostino degli Espinosa, Arturo Carlo Jemolo e Arrigo Cajumi66. I legami resistenziali e la forte identità gobettiana lo aiutarono nel promuovere la scissione in Piemonte. A Milano, la sinistra liberale si organizzò attorno alla figura di Eugenio Morandi, vicesindaco di Milano e principale esponente della sinistra liberale milanese. A Imperia, la scissione fu guidata da Vincenzo Massabò, mentre a Genova in questa prima fase svolsero un’opera di rilievo la consultrice Virginia Minoletti Quarello e Bruno Minoletti. La Liguria divenne presto una “roccaforte” del nuovo movimento, dal momento che tra i fondatori vi era anche Enrico Martino, membro dimissionario della Giunta del Pli e segretario del partito in Liguria. A Venezia, la sinistra liberale si strinse attorno a Giuseppe Pugliese, segretario del comitato direttivo della sezione veneziana del Pli, Umberto Morucchio, Aldo Alberti e Sergio Levi. Si provvide rapidamente a prendere contatti con Luzzatto e gli altri membri dell’Mdr. In modo analogo, a Firenze, Vittorio Santoli e Enrico Greppi presero subito contatto con il movimento di Parri e La Malfa. A Napoli Guido Nebbia, Fernando Isabella e Fausto Lanzillo riuscirono nell’intento di strappare al partito gran parte delle organizzazioni giovanili. A Foggia, il vicepresidente del comitato provinciale del Pli, Enrico Balsamo, si dimise e formò un gruppo liberale progressista. A Bari, Michele Abbate e Giuseppe Laterza spesero le proprie energie nella stessa direzione. A Catania, infine, il gruppo liberale “Piero Gobetti” di Stefano Bottari, Vincenzo Bisceglie e Vitaliano Brancati aderì al nuovo movimento. Questo poteva contare su alcune testate giornalistiche locali che affiancarono “Civiltà liberale”. Tra di esse, si possono ricordare il settimanale genovese “Sinistra liberale” e il quindicinale milanese “Società liberale”.
Nel complesso, nonostante questo intenso lavoro, la scissione fu limitata. Non partecipò infatti Manlio Brosio, diventato ministro della Guerra nel primo ministero De Gasperi, che decise di rimanere nelle file del Pli in attesa della battaglia congressuale67. La sua posizione fu stigmatizzata dagli stessi firmatari della lettera dei diciotto, laddove si faceva riferimento a «quelle sincere ma ingenue anime di liberali progressiste, che vivono ancora nel Partito»68. Brosio era sempre stato scettico circa la formazione di un nuovo partito democratico che spendesse tutto se stesso nella battaglia per la repubblica. Per questo aveva aderito insieme alla maggioranza dei liberali alla prospettiva politica dell’Unione democratica nazionale, criticato duramente per questa ragione da “Civiltà liberale”. Dal carteggio di Brosio con Carandini emerge con chiarezza che la sua strategia non aveva come obiettivo principale il raggiungimento della soluzione istituzionale in senso repubblicano. Quasi si trattasse di una scelta secondaria e tutto sommato formale, priva cioè di contenuti politici rilevanti, Brosio amava ripetere che la questione era nella sostanza un’altra, vale a dire l’edificazione di uno Stato realmente liberale che poteva essere sia monarchico sia liberale. Si trattava in definiva di una delle versioni dell’agnosticismo in tema istituzionale fatto proprio da molti liberali in quei mesi. Tuttavia, uscita la sinistra dal partito, Brosio dovette «un po’ a malincuore» – così confessò a Carandini – farsi sostenitore della battaglia repubblicana, peraltro sconfitta al congresso dal pronunciamento filomonarchico della mozione di Edgardo Sogno69.
La scissione a sinistra fu limitata non soltanto perché un personaggio di spicco come Brosio rifiutò di aderirvi, ma anche perché Benedetto Croce, presidente e nume tutelare del partito, si adoperò per stendere un cordone sanitario intorno ai secessionisti. Il filosofo colpì la sinistra nel punto più delicato, vale a dire il suo astrattismo imbevuto delle distinzioni filosofiche risalenti al pensiero dello stesso Croce: la distinzione tra liberalismo e liberismo e quella tra liberalismo e conservatorismo. In più di un’occasione, la sinistra le aveva usate per delegittimare la maggioranza conservatrice del partito, indegna a suo giudizio di richiamarsi alla lezione crociana. Croce lasciò passare una decina di giorni dalla pubblicazione della lettera dei diciotto, fino a quando decise di intervenire il 13 aprile dalla tribuna di “Risorgimento liberale”, con mano pesante:

Leggo persino – scrisse Croce – che i neo-battezzati liberali di sinistra sono i veri applicatori e esecutori delle mie dottrine politiche; e questo non credo che sia esatto, giacché se essi avessero ben compreso su questo punto il mio pensiero, saprebbero che io non amo gli applicatori e gli esecutori, e perciò stesso deformatori, dei pensieri altrui, ma soltanto coloro che pensano ed operano con me e mi aiutano a pensare e a fare, ricevendone reciprocanza di aiuto.

Aggiunse che «i cosiddetti dissidenti di sinistra […] mi sono sembrati contagiati dalla stessa malattia onde è morto il cosiddetto Partito d’azione, e introdottisi nel seno del nostro partito per starvi male e procurare di mandare a male anche noi»70. Naturalmente nessuno più di Croce aveva il diritto di affermare quale dovesse essere la traduzione sul terreno politico delle sue idee filosofiche. Tuttavia, si deve considerare anche che le sue stesse posizioni politiche stavano evolvendo verso nuove direzioni. Poco tempo dopo, in apertura del congresso liberale, Croce lasciò intendere che nel contesto della guerra fredda incipiente, allorquando avevano preso a confrontarsi «due immense schiere» – quelle della libertà e quelle dell’autoritarismo comunista – non c’era più spazio per generose concessioni a sinistra. Le aperture che aveva fatto nel recente passato erano state il frutto di una situazione peculiare, vale a dire quella della guerra e della resistenza antifascista71.

6
La Concentrazione alle elezioni del 2 giugno 1946

La Concentrazione democratica repubblicana nacque dunque da un sostanziale fallimento. La presentazione di liste comuni da parte dei due piccoli movimenti scaturiti dalle scissioni della destra azionista e della sinistra liberale, senza che repubblicani e azionisti avessero seriamente preso in considerazione la strategia avviata da Parri e da La Malfa, non può essere considerata altrimenti. Si potrebbe anzi dire che la vicenda della Cdr non si caratterizzò tanto per le forze che riuscì a mettere insieme sulla strada del partito democratico, ma al contrario per la consapevolezza che produsse, con il suo stesso fallimento, circa le difficoltà di percorrere quella strada. Nel programma della Concentrazione, la battaglia per la repubblica quale forma istituzionale di una «democrazia senza aggettivi» era considerata decisiva, così come la formazione di un partito che contribuisse alla formazione di un ethos democratico nella società italiana72. Il programma della Concentrazione accentuò alcuni aspetti tipici della riflessione liberale, che costituirono con tutta evidenza il portato del recente accordo tra i due movimenti. Assieme ad un insistito riferimento alla figura di Amendola, il programma indica la strada maestra della liberal-democrazia nella tutela delle minoranze, nel bicameralismo e nelle autonomie locali: «divisione dei poteri, equilibrio e controllo» del potere erano dunque il perno attorno a cui doveva ruotare il sistema di valori politici della Cdr. Sul terreno economico e sociale, la «liquidazione di ogni residuo corporativo» non doveva portare ad «assoluto liberismo economico». Infatti, se la distruzione delle «posizioni autarchiche» a favore della libertà dei commerci, il «potenziamento della piccola proprietà» in agricoltura e la stabilità della moneta costituivano i capisaldi del programma, non mancarono d’altro canto forti riferimenti alla piena occupazione e alla riorganizzazione in senso estensivo delle assicurazioni sociali. Il programma individuò accuratamente anche i gruppi sociali a cui la Concentrazione intendeva rivolgersi. Si insistette sull’indennizzo dei danni di guerra alle attività economiche per aiutare la ripresa della piccola impresa, mentre la lotta all’inflazione andava nella direzione della difesa dei ceti impiegatizi. Il target elettorale delle proposte della Concentrazione era costituito anche dal mondo della scuola. Si parlò di una scuola “democratica”, fondata sul merito, del miglioramento dell’istruzione professionale, dell’apertura alle scuole private ma sotto controllo pubblico, della ripresa dei concorsi, del miglioramento delle condizioni retributive degli insegnanti e dell’autonomia universitaria. Non mancarono alcune proposte volte a favorire l’immissione delle donne nel mercato del lavoro, come ad esempio la riforma degli asili nido. E non mancarono neppure riferimenti agli ex combattenti e ai partigiani, alle vittime della guerra e agli smobilitati. A questo proposito, non è privo di significato che, per sottolineare il legame con le sofferenze della guerra trascorsa, il simbolo elettorale della Concentrazione fosse costituito da uno scudo con al suo interno l’elmetto dei combattenti. Questo era del resto il simbolo delle liste dei combattenti alle elezioni del 1919 e del 1921, quasi a sottolineare il filo che legava la nuova formazione con vecchie esperienze politiche a cui avevano partecipato in molti, a partire da Parri73.
Al di là degli intenti programmatici, il mese di maggio era troppo a ridosso delle elezioni per organizzare una campagna elettorale che fosse degna di questo nome. Il problema che i promotori della Cdr avevano di fronte era duplice: da un lato, essi dovevano costituire le liste elettorali, evitando che i conflitti personali o di gruppo nuocessero all’intera organizzazione; dall’altro, dovevano avviare una qualche forma di gestione finanziaria delle scarse risorse disponibili. Ai dirigenti di spicco del movimento (La Malfa e Parri soprattutto, ma anche Salvatorelli, De Ruggiero, Calvi, Antonicelli, ecc.), toccò il compito di supplire alle carenze organizzative e finanziarie con la loro presenza continua sul territorio. Il problema delle candidature si presentò da subito come particolarmente delicato. Boniforti in Toscana non intese candidarsi, ritenendo che la sua posizione personale fosse incompatibile con quella di Ragghianti, che considerava con malcelato disprezzo un «critico d’arte»74. Il risultato fu che nella circoscrizione di Firenze la Concentrazione non presentò una propria lista. L’impegno dei fiorentini proseguì così in altre direzioni, mandando avanti il periodico “L’Italiano” e aiutando le candidature della Concentrazione nella circoscrizione Pisa-Lucca. «Malgrado questa astensione – scrisse Boniforti a Parri il 3 maggio – continuiamo nel lavoro di propaganda e di penetrazione»75. La lista elettorale della Concentrazione ebbe una sorte simile a Genova. L’iniziale promessa di Parri di candidarsi come capolista nel capoluogo ligure sfumò, lasciando il gruppo genovese in preda ad aspre polemiche. Mario Zino, uno dei luogotenenti di Parri in Liguria, rinunciò anch’egli a candidarsi, rendendo la situazione ancora più problematica. Dalla documentazione conservata emerge il profilarsi di un forte conflitto all’interno del Mdr genovese circa l’opportunità di sostenere o meno l’esponente del Mlp, Martino, il quale aveva deciso di candidarsi come indipendente nella lista repubblicana. La litigiosità non fu prerogativa soltanto delle organizzazioni locali. Già consultore e dirigente dell’Anc, Livio Pivano minacciò di ritirare la propria candidatura qualora non avesse ottenuto la terza posizione nella lista del collegio Cuneo-Asti-Alessandria. Con uno stile decisamente combattentistico, Pivano scrisse il 7 maggio una lettera alla direzione del Mdr in cui si scagliava contro «gli autoeletti di Roma […] che non sanno conquistarsi un posto in provincia»76.
La questione delle candidature era del resto molto delicata, perché nel corso della campagna elettorale si avvertì con sempre maggior chiarezza che la possibilità di inviare alla Costituente rappresentanti della Concentrazione sarebbe dipesa in gran parte dal recupero dei resti nel collegio nazionale. Ne ebbe consapevolezza già dopo la prima settimana di maggio Ragghianti, il quale scrisse a Parri l’8 maggio che «senza pensare a un successo (ci vorrebbero altri mezzi), si può ottenere una sufficiente affermazione, che non ci squalifichi, e nello stesso tempo ci consenta di mandare un forte residuo alla lista nazionale»77. Sul territorio, le Direzioni dei due movimenti dovettero registrare non pochi fallimenti. Già dalla metà di aprile Sergio Telmon aveva informato Parri circa la capacità che Brosio aveva dimostrato nel persuadere i liberali di sinistra bolognesi a restare nel Pli, dicendo loro che la battaglia per la repubblica poteva essere combattuta anche dall’interno. Dal meridione giunsero voci spesso entusiaste che esprimevano l’aspettativa di una buona affermazione elettorale, esistendo colà un elettorato più fluido che non nel settentrione, dove invece le masse erano irreggimentate nelle grandi organizzazioni politiche e sindacali. Da Napoli, Filippo Caracciolo scrisse a Parri di coltivare la speranza di «far affluire alla lista nazionale varie decine di migliaia di voti». Da Avellino, Carlo Muscetta riferì, sempre a Parri, i risultati fino ad allora ottenuti: una lunga serie di comizi, a cui aveva partecipato un gran numero di persone, l’apertura di ben ventidue sezioni nell’avellinese e via dicendo. Allo stesso tempo, Muscetta si lamentò per gli scarsi fondi che aveva ricevuto fino ad allora e soprattutto per l’assenza di De Ruggiero, il quale in qualità di capolista avrebbe dovuto essere, secondo Muscetta, più presente sul territorio78.
Il riferimento di Muscetta alla latitanza di De Ruggiero è interessante, perché rimanda all’esigenza tipica di un movimento di recente formazione di poter contare sulla presenza fisica dei leader, in sostituzione di una macchina organizzativa assai fragile. Le carte di Parri abbondano di sollecitazioni per una sua presenza nei piccoli e piccolissimi centri della Lombardia e del Piemonte. I programmi proposti al leader cambiavano soltanto nei dettagli: un lungo comizio sulle ragioni politiche della Concentrazione e successivamente un’opera di tessitura di rapporti con ex capi partigiani, gruppi di insegnanti, di reduci ecc. Nel corso dell’ultimo mese di campagna elettorale, i teatri di alcune città italiane videro avvicendarsi i leader della Concentrazione, dal teatro Carignano di Torino al San Carlo di Napoli fino al Verdi di Salerno. Fu il teatro Eliseo di Roma a costituire però il vero e proprio palcoscenico della Concentrazione, non fosse altro perché esso era stato recentemente rilevato da Vincenzo Torraca, amico di Parri dai tempi del primo dopoguerra che aveva seguito il leader azionista fino alla collaborazione durante i giorni del governo79. I raduni più importanti furono quelli del 5 maggio (relatore Parri), del 12 (relatore La Malfa) e del 19 (relatore Gabriele Pepe in sostituzione di Calvi, il quale però ebbe occasione di parlare nella capitale il 28 al teatro Quirino)80.
I problemi relativi all’organizzazione della Concentrazione in periferia furono recepiti dal centro che cercò di avviare in extremis una razionalizzazione dell’utilizzo delle risorse economiche. Fu nominata una commissione che ebbe l’incarico di gestire con oculatezza le risorse disponibili. Al di là di questi sforzi, rimasero tuttavia sul tappeto difficoltà di ogni genere, come confidò Spinelli a Parri in una lettera del 7 maggio81. Secondo Spinelli, il problema decisivo era che il movimento non era riuscito a darsi un’organizzazione funzionante né al centro né in periferia, dal momento che la sua unica occupazione era – e, d’altra parte, non poteva non essere – la compilazione delle liste elettorali. Spinelli scrisse che in questo modo non era possibile «impostare un piano di lavoro serio e corrispondente alle esigenze di un movimento nascente». E le liste furono alla fine compilate soltanto per nove circoscrizioni, non essendo riuscita la Concentrazione a mettere insieme liste competitive nelle altre. Può essere utile, a conferma di quanto si è detto fino ad ora, scorrere i nominativi dei candidati della Concentrazione a partire dalla lista per il collegio nazionale che includeva tra i primi cinque i nominativi di Parri, La Malfa, Calvi, Antonicelli, De Ruggiero e Salvatorelli. Le situazioni più favorevoli si presentavano ai due estremi della penisola, nella circoscrizione di Milano-Pavia e in quella di Palermo-Trapani. A Milano, il gruppo di “Stato moderno” aveva un suo piccolo radicamento che si espresse anche nella compilazione delle liste (Vittorio Albasini Scrosati, Mario Boneschi ecc.). Parri inoltre riuscì a ottenere che il “Corriere della Sera”, dalla cui redazione era uscito a testa alta al tempo della estromissione degli Albertini e della fascistizzazione del 1925, scrivesse con benevolenza della Concentrazione82. L’ambiente milanese era favorevole anche perché l’azionismo aveva perso pressoché tutte le sue posizioni più importanti dopo la scissione di febbraio, mentre i repubblicani erano poco radicati sul territorio.
Le premesse per un successo sembravano sussistere anche a Palermo, dove Vincenzo Purpura e Antonino Ramirez, i due luogotenenti di La Malfa, avevano svolto una brillante azione di carattere organizzativo. Parri fu capolista anche in Piemonte sia nella circoscrizione di Torino-Vercelli-Novara (dopo di lui c’erano Antonicelli e Paolo Greco) e Cuneo-Asti-Alessandria (dopo di lui c’erano Antonicelli e Pivano). In Piemonte le prospettive erano meno brillanti, non soltanto perché l’azionismo torinese era rimasto dentro il Pda, ma anche perché sul fronte liberale la scissione di Antonicelli doveva fare i conti con i circoli e i gruppi che facevano capo a Brosio. La Malfa fu capolista anche nella circoscrizione Roma (insieme, tra gli altri, a Salvatorelli, Mira, De Ruggiero e Cavallera) e a Napoli-Caserta, insieme a Omodeo, Pepe e Vinciguerra. Omodeo e De Ruggiero dettero prestigio alla lista presentata nella circoscrizione Avellino-Salerno. Essendo la Toscana rappresentata soltanto da Pisa-Lucca, Ragghianti fu capolista a Modena-Reggio, seguito dai due infaticabili organizzatori della Cdr in Emilia Romagna, Patrignani e Telmon.
Una valutazione complessiva dei risultati che la Concentrazione ottenne alle elezioni del 2 giugno deve innanzi tutto prendere in considerazione l’esito del referendum istituzionale. Si trattò di una vittoria molto importante per una formazione politica che aveva fatto della repubblica una bandiera. In generale, la vittoria repubblicana doveva essere considerata il primo passo sulla via di una «democrazia senza aggettivi» come nuovo metodo di governo della società italiana. Più in particolare, la repubblica costituì agli occhi dei membri della Cdr l’ambiente istituzionale ideale entro cui l’agognato partito di unità democratica poteva finalmente prendere le mosse. I risultati delle elezioni per l’Assemblea costituente furono invece disastrosi per la Cdr. Lo furono soprattutto nelle roccaforti di Milano e di Palermo. A Milano furono ottenuti soltanto 21.000 voti, tra i quali circa 6.000 erano andati a Parri. A Palermo, le preferenze per La Malfa non arrivarono a 4.000 e nel suo complesso la lista superò di poco i 16.000. Sommando a queste cifre i risultati ottenuti dalla Concentrazione nelle altre circoscrizioni, il risultato raggiunse la cifra di 97.690 voti, pari allo 0,4%. Come si è già detto, la Concentrazione riuscì a mandare alla Costituente soltanto Parri e La Malfa, grazie al meccanismo del recupero dei resti nel collegio nazionale83. Neppure gli ex compagni del Pda ottennero un buon risultato, dovendosi accontentare dell’1,4% e di soli 7 seggi. I repubblicani ottennero un risultato giudicato soddisfacente, un 4,4% che esprimeva la preferenza di più di un milione di votanti e che dava al partito 23 seggi. L’Unione nazionale democratica si attestò sul 6,8%84.
L’elezione di Parri e La Malfa fu dovuta a una legge elettorale che ebbe effetti ambigui: da un lato, l’utilizzazione dei voti residuali permise il recupero delle minoranze (favorendo per esempio l’elezione di insigni giuristi quali Piero Calamandrei e Costantino Mortati), dall’altro essa aveva ostacolato la formazione di una concentrazione democratica repubblicana più vasta, grazie alla quale forse Parri e La Malfa sarebbero entrati alla Costituente per la porta principale85. Nel complesso, si può concludere che la fiducia dimostrata da Parri circa la possibilità di ottenere tra i 20 e i 25 seggi era stata eccessiva. Una testimonianza analoga sulle previsioni ottimistiche di Parri proviene da Riccardo Lombardi, il quale raccontò ad Antonio Gambino nella prima metà degli anni Settanta di un incontro avuto con Parri all’indomani del 2 giugno, nel corso del quale quest’ultimo confessò la sua amarezza per non aver ottenuto il risultato che gli era sembrato fino alla fine a portata di mano, vale a dire una trentina di seggi alla Costituente86. Resta difficile, documenti alla mano, immaginare che Parri e gli altri dirigenti della Concentrazione possano aver creduto, ancora nei giorni a ridosso delle elezioni, in un risultato così ampio. Infatti, i ritardi organizzativi, le scarse risorse finanziarie e il ridotto contributo che la sinistra liberale aveva potuto dare per la campagna elettorale erano sotto gli occhi di tutti. Probabilmente, ebbe un certo peso la convinzione di sentirsi un movimento di opinione, capace di intercettare una parte dell’elettorato con la bontà degli argomenti, anche se le strutture organizzative restavano fragili. Tuttavia, ciò che per un certo periodo fu possibile a destra – si pensi al movimento dell’Uomo qualunque – non lo fu a sinistra.

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La difficile fusione col Pri

Le settimane successive alle elezioni furono occupate dal delicato trapasso dei poteri a favore della neonata Repubblica italiana in un contesto di grande tensione che fu sciolto soltanto dalla partenza di Umberto di Savoia e dalla proclamazione ufficiale della Repubblica87. Dal nostro punto di vista, due fatti devono essere registrati. Innanzitutto, il mutamento del Pri da partito di opposizione a forza disponibile – adesso che la Repubblica era stata finalmente istituita – a collaborare nell’ambito del governo dei tre partiti di massa, guidato da De Gasperi88. Il secondo aspetto è costituito dalla rottura definitiva di Brosio con il Pli. Al consiglio nazionale del partito, tenutosi il 21 e il 22 giugno, Brosio cercò la rivincita sulla maggioranza filomonarchica, proponendo un ordine del giorno in cui si affermava che il partito avrebbe preso parte attivamente alla vita dello stato repubblicano, la direzione del partito si sarebbe rinnovata radicalmente e infine sarebbe stata avviata una stretta collaborazione con i partiti di area repubblicana. Il riferimento di Brosio andava ovviamente non già all’intero schieramento che aveva sostenuto la battaglia repubblicana, ma a formazioni quali il Pri, la Cdr e forse il Pda. In particolare, Brosio fece mostra di credere che una alleanza tra Pli e Pri fosse adesso possibile. Forte della vittoria repubblicana al referendum, Brosio era forse convinto di riuscire a ribaltare la maggioranza all’interno del Pli. Tuttavia, sembra più probabile che l’ordine del giorno da lui promosso, così fortemente provocatorio verso la maggioranza, gli servisse per arrivare alla rottura in tempi rapidi. Il Consiglio liberale approvò infatti un ordine del giorno nel quale si faceva sì omaggio alla volontà popolare, ma non venivano presi impegni circa la partecipazione dei liberali al governo della neonata Repubblica, né tantomeno veniva menzionata l’alleanza con il Pri. Fu così che Brosio e suo fratello Cornelio, insieme a Medici Tornaquinci, abbandonarono il Pli. In una lettera a Carandini del 12 luglio Brosio ribadì che la sua posizione – quella di chi si sentiva «prima liberale, poi monarchico o repubblicano» – non poteva convivere con quella di «questi pseudo agnostici, in realtà monarchici accaniti, e conservatori prima che liberali». Arrivò a dire di aver sbagliato «a non lasciare il partito al tempo della crisi Parri»89. Sia pure attraverso una lettera privata, Brosio dette di fatto ragione a quei liberali che, come Calvi e Antonicelli, avevano abbandonato il partito prima di lui.
Nel corso dell’estate si assistette a un vero e proprio rimescolamento delle carte, con Brosio decisamente orientato verso l’adesione al Partito repubblicano, mentre i liberali sembravano avviati verso una definitiva collocazione a destra. D’altro canto, la stessa Cdr maturò l’idea che non avesse più senso andare avanti in autonomia. Essa era nata per promuovere il partito democratico, un «quarto partito» che svolgesse una funzione di mediazione tra i grandi partiti di massa. A causa del fallimento di questo progetto, fu gioco facile per Pacciardi ripetere che non c’era bisogno di creare un «quarto partito», perché esso già esisteva ed era il Pri. Ai democratici di fede repubblicana non restava dunque che aderire ad esso e battersi nelle sue file per la costruzione della repubblica democratica.
Non è facile comprendere nel dettaglio quali fossero le posizioni di ciascuno dei dirigenti della Concentrazione, anche se non ci può essere dubbio che l’iniziativa di avviare il traghettamento verso i lidi del repubblicanesimo storico fu assunta da La Malfa, il quale riuscì a condurre l’operazione in porto già all’inizio del settembre. Leggendo in controluce alcune testimonianze indirette, è possibile che Parri fosse meno convinto di La Malfa. Ciò, d’altro canto, contribuirebbe a spiegare la posizione defilata che Parri mantenne dentro il nuovo partito anche in seguito, pur condividendone le scelte di fondo più importanti, almeno fino al 195290. Un ruolo fondamentale nel processo di fusione invece fu probabilmente svolto da Brosio, la cui influenza sulla sinistra liberale – anche quella che lo aveva criticato per non essere uscito dal Pli prima del 2 giugno – non deve essere sottovalutata. Il processo di unificazione al vertice iniziò nei primi giorni di settembre, quando i dirigenti dei due partiti si misero al lavoro per studiare tempi e modi dell’iter di unificazione. “La Voce repubblicana” pubblicò l’8 settembre un resoconto dal titolo Le forze della Concentrazione Democratica entrano nel partito repubblicano. Per l’attuazione dell’accordo era stata costituita una commissione i cui membri avrebbero preso parte anche al Comitato esecutivo centrale del partito, sia pure provvisoriamente con voto consultivo. Dalla parte della Concentrazione, la commissione fu composta da Manlio Brosio, Michele Cifarelli e Antonio Calvi91. L’11 Pacciardi salutò sulla “Voce repubblicana” l’ingresso dei nuovi compagni, aggiungendo che finalmente «l’eccessivo individualismo o frammentarismo» era giunto a termine92.
L’unificazione fu essenzialmente un’operazione di vertice a cui l’esigua base reagì spesso con disappunto, in molti casi per le modalità della fusione, che fu sentita comprensibilmente come una sostanziale annessione da parte repubblicana. In altri casi invece le polemiche sorsero principalmente per il fatto che il Pri era entrato in un governo, quello del tripartito, che appariva agli occhi dei membri della Cdr immobile rispetto alle esigenze riformatrici93.
Esprimendo un sentire piuttosto diffuso, il senese Delfo Orlandini scrisse a La Malfa il 5 agosto: «privi in questo momento di uno strumento politico, avete furia di trovarne uno e credete di individuarlo nel p.r. cui vi state consegnando mani e piedi legati». La risposta di La Malfa è di grande importanza per comprendere i contorni della sua strategia fusionista. Egli non intendeva rinunciare ai progetto originari, intendendo anzi aderire al Pri per fare di esso un ponte «per la creazione di un partito democratico». La Malfa era consapevole che il Pri avesse «minore energia intellettuale» del Pda, ma era d’altra parte convinto che avesse forse «più concretezza politica». Aggiunse infine:

Nessuno più di me si sente lontano da certi tradizionalismi del pr. Ma se in prima persona non ho il coraggio di superare questa tendenza allo “splendido isolamento”, è inutile parlare di raggruppamento di forze: o noi riusciamo con tutti i frammenti esistenti a costruire una formazione democratica abbastanza omogenea o non solo la democrazia, ma noi in persona falliremo tutti94.

Alcuni dirigenti locali sposarono la linea di La Malfa con decisione. Michele Cifarelli aveva scritto il 10 agosto a Parri che non era il caso di «indugiare nei confronti del Pri: dentro o fuori; chi vuole, ci venga; altri si regolino, come credono». Non a caso Cifarelli fu uno dei protagonisti delle trattative dell’inizio di settembre. Tuttavia, va sottolineato che posizioni scettiche come quelle di Orlandini, rammentate poc’anzi, non erano isolate. Giuliano Pischel, convintosi che la Concentrazione rischiava di diventare parte di «un partito di centro», tornò tra le file socialiste. Il genovese Bertonelli scrisse a Parri il 2 settembre che qualcuno dei compagni genovesi «non ritiene di poter aderire subito al partito repubblicano». Lo stesso giorno persino Telmon, il quale aveva aderito da subito alla prospettiva dell’unificazione, scrisse a Parri che compito dei membri del movimento della democrazia repubblicana era di rimanere uniti, non già per fare «un partito dentro un partito», ma per dare «l’impressione di una iniezione di vita nuova» allo stesso. Questo era un modo di ragionare tipicamente lamalfiano, ma lasciava trapelare in qualche misura anche la riluttanza della base, in prevalenza di estrazione azionista, ad aderire hic et nunc al Pri.
Tra le posizioni critiche, la più rilevante è forse quella di Ragghianti. In una lettera a Parri del 14 settembre, scrisse che Brosio, Parri e La Malfa dovevano spingere la segreteria del Pri ad abbandonare il governo dei «tre partiti non democratici», perché la forza del «quarto partito» – il nascituro partito democratico – doveva essere «forza di opinione», non di potere. Le elezioni amministrative di autunno erano alle porte e Ragghianti colse effettivamente il rischio che un’ondata qualunquista, quale effettivamente montò nel Mezzogiorno, travolgesse non soltanto i liberali, ma anche i repubblicani, proprio perché asserragliati in posizioni di potere insieme ai «tre partiti non democratici»95. Le critiche di questo genere avevano un’eco alla base. Lo stesso Ragghianti scrisse a Parri il 26 che la situazione era «molto difficile», giacché molti – almeno in Toscana e in Emilia – non volevano rassegnarsi a entrare nel Pri. La voce degli insoddisfatti giunse anche da Palermo. Il 2 ottobre alcuni membri dell’Mdr locale denunciarono in una lettera a La Malfa e Parri l’atteggiamento dei repubblicani che li stavano trattando come «elementi spurii»96. Ormai, però la fusione era avviata da tempo. Un documento del 18 del precedente mese – uno degli ultimi atti della Concentrazione – ricordò ai membri della stessa che la commissione paritetica, formatasi in seguito agli accordi di inizio settembre, si sarebbe occupata di tutte le questioni relative alla fusione: le procedure di adesione e di tesseramento, la liquidazione amministrativa e finanziaria dei centri della Concentrazione, il loro assorbimento nelle strutture o nel patrimonio del Pri insieme al personale impiegatizio97. Le basi per un nuovo capitolo della storia della sinistra democratica erano ormai gettate.

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Conclusione

Negli anni Settanta, La Malfa ha ricordato che il centrismo rappresentò «il periodo più costruttivo della vita italiana», nel corso del quale una forte spinta riformatrice si era saldata alle scelte relative alla collocazione internazionale dell’Italia nel quadro di una formula politica, quella della collaborazione della Dc con i partiti laici, tenacemente perseguita da De Gasperi98. Questa stagione derivò in gran parte dal successo di una proposta politica, quella degasperiana, che affondava le proprie radici già nel periodo affrontato in queste pagine, allorquando al tramonto della stagione resistenziale si era fatta strada, con l’avvento dello statista trentino al potere, un’idea precisa della democrazia intesa come negazione della rivoluzione99. Non a caso, una lunga tradizione storiografica – che può esser fatta risalire a L’avvento di De Gasperi di Leo Valiani – ha rappresentato il passaggio di consegne da Parri a De Gasperi come la fine della «rivoluzione dello stato» e il conseguente avvio della «restaurazione», veicolata dall’accordo dei partiti di massa100. Destinato a infrangersi nel clima della guerra fredda, questo accordo mise definitivamente fuori gioco quel giacobinismo resistenziale che aveva albergato soprattutto nelle file azioniste, alimentando idee spurie di rivoluzione politica. Ad essere sconfitti tuttavia furono anche i latori della proposta politica del partito democratico, il quale sarebbe dovuto nascere proprio dal superamento degli eccessi ideologici caratteristici del periodo della resistenza.
La sconfitta non parve allora definitiva. Infatti, nei panni di una “terza forza” autonoma, collocata tra moderati e sinistre marxiste, l’idea della concentrazione riemerse spesso negli anni successivi, in particolare intorno al 1948. Tuttavia, il punto è che la grande partita era stata perduta molto tempo addietro, sanzionata dall’insuccesso elettorale del 2 giugno 1946. Nella sua versione originaria, la concentrazione era stata perseguita in particolare tra la fine del 1944 e l’inizio del 1945 con l’intento di dare un contributo per l’organizzazione dello spazio politico italiano attorno ai cosiddetti “partiti intermedi”, cattolico da un lato e concentrazione democratico-socialista dall’altro. In questo modo si era cercato di dare una risposta efficace all’esigenza di discontinuità rispetto alla storia dei sistemi politici europei tra le due guerre, condizionati in profondo dalla polarizzazione fascismo/comunismo, anche quando non ne erano stati travolti. Fallita la concentrazione democratico-socialista insieme a Nenni, la nuova incarnazione, quella nata nella prima metà del 1946 dall’incontro tra destra azionista e sinistra liberale, ebbe l’obbiettivo non meno ambizioso di creare una forza intermedia tra i grandi partiti di massa. La sua storia è stata raccontata in queste pagine. Quando infine il confronto tra democrazia e totalitarismo di ispirazione sovietica investì con sempre maggior forza la politica italiana, alla sinistra democratica non restò che accettare il ruolo di forza minore, impegnata a condizionare la Dc sulla strada delle riforme.

Note

1. A conoscenza di chi scrive esiste soltanto una trattazione specifica del tema in G. Tartaglia, La Concentrazione Democratica Repubblicana, in L’azionismo nella storia d’Italia 1946-1953, Il lavoro editoriale, Ancona 1988, pp. 283-305.
2. Cfr. a questo proposito L. Ornaghi, I progetti di stato (1945-1948), in R. Ruffilli (a cura di), Cultura politica e partiti nell’età della Costituente, t. i, L’area liberaldemocratica, il mondo cattolico e la Democrazia cristiana, Bologna, Il Mulino 1979.
3. L. Valiani, La sinistra democratica in Italia, Edizioni della Voce, Roma 1977.
4. Sulla storiografia dei vinti e dei vincitori nel dopoguerra cfr. P. Scoppola, La repubblica dei partiti. Evoluzione e crisi di un sistema politico 1945-1996, Bologna, Il Mulino 1991, pp. 233 ss.
5. U. La Malfa, Al congresso di Cosenza, in Id., Scritti 1925-1953, a cura di G. Tartaglia, con introduzione di L. Valiani, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1988, pp. 181-2. Qualche tempo dopo, Guido Dorso colse lucidamente che la premessa per le aggregazioni all’interno dell’area liberal-democratica, era costituita da una frattura che si era realizzata, per così dire, a monte: da un lato, i liberali e demolaburisti, oscillanti sulla questione istituzionale e conservatori sul terreno sociale, dall’altro gli azionisti e i repubblicani, determinati sulla questione istituzionale e progressisti in campo sociale. (G. Dorso, I due dopoguerra, in “L’Acropoli”, i (1945), n. 1, p. 33).
6. U. La Malfa, Uno spiraglio?, in Id., Scritti, cit., p. 206.
7. U. La Malfa, La battaglia per l’unità democratica, in Id., Scritti, cit. p. 219.
8. Per una distinzione tra i due concetti nel contesto della politica italiana cfr. G. Sabbatucci, Il trasformismo come sistema. Saggio sulla storia politica dell’Italia unita, Laterza, Roma-Bari 2003.
9. U. La Malfa, Le ragioni dell’opposizione, in Id., Scritti, cit., pp. 235-7.
10. La Malfa scrisse il 27 gennaio 1945 su “Italia libera”: «Nel caso in cui il Partito socialista e il Partito comunista avessero deciso di continuare, come è probabile che avvenga, la politica di unità d’azione, si poneva una seconda alternativa per il Partito socialista (e naturalmente anche per il Partito comunista): o di strappare l’iniziativa rinascente delle forze di destra attraverso una rottura violentemente rivoluzionaria (che in questo caso – perdoni Pietro Nenni – sarebbe comandata dal Partito comunista) o di subire definitivamente la struttura reazionaria che le forze di destra vanno edificando, e di iniziare un’opera d’erosione riformistica dello stato così ricostruito». U. La Malfa, Approfondimenti, in Id., Scritti, cit., p. 275.
11. U. La Malfa, Nuovi equilibri, in Id., Scritti cit., p. 270. L’idea della concentrazione democratico-socialista poteva in realtà conciliarsi con la tradizione del riformismo socialista che da sempre aveva individuato il Psi come guida delle forze progressiste e democratiche. Tuttavia, per Nenni «l’unica tradizione che contava era quella rivoluzionario-giacobina; le sole masse cui valesse la pena di occuparsi erano quelle che intervenivano, numerose e entusiaste, ai suoi comizi; la sola prospettiva strategica da perseguire era quella di un grande moto rivoluzionario di segno socialista che coinvolgesse l’intera Europa occidentale con l’attivo sostegno dell’Urss e che vedesse il laburismo britannico e il comunismo sovietico marciare insieme contro le roccheforti del privilegio», G. Sabbatucci, Il riformismo impossibile. Storie del socialismo italiano, Laterza, Roma-Bari 1991, p. 75. Sul Psiup e la crisi del primo governo Bonomi cfr. M. Degl’Innocenti, Storia del Psi, iii, Dal dopoguerra a oggi, Laterza, Roma-Bari 1993, pp. 25 ss.
12. L. Salvatorelli, Il partito della democrazia, in “La Nuova Europa”, i, n. 28, 15 luglio 1945, p. 1.
13. M. Paggi, Grande partito democratico o piccola eresia socialista?, in “Stato moderno”, i (1944), n. 5, pp. 3-5.
14. Federico (Leo Valiani), Intorno al partito della democrazia, in “La Nuova Europa”, ii, n. 31, 5 agosto 1945.
15. Citato in G. Tartaglia (a cura di), I congressi del partito d’azione 1944, 1946, 1947, Ed. archivio trimestrale, Roma 1984, p. 124.
16. A. Spinelli, I repubblicani nel secondo dopoguerra (1943-1953), Longo editore, Ravenna 1988, pp. 47-57.
17. Repubblicani e Partito d’azione, in “Realtà politica”, i (1945), n. 20, 1 novembre 1945.
18. Archivio centrale dello Stato (d’ora in poi acs), fondo Niccolò Carandini (fnc), b. 18 Corrispondenze per il Pli e poi mov. Lib. 1943-1948, lettera di Manlio Brosio a Niccolò Carandini, Roma 24 ottobre 1945.
19. Ibid.
20. Per avere un’idea della difficoltà della posizione mantenuta da Brosio si ricordi il giudizio che Omodeo, cioè un esponente della destra azionista, dette della classe dirigente del Pli al momento della crisi del governo Parri. Per il direttore dell’“Acropoli” si trattava di un gruppo di «abili» impegnati a «industrializzare per fini politici la dottrina di Benedetto Croce», A. Omodeo, Il così detto Partito liberale e la crisi del novembre 1945, in “L’Acropoli”, i (1945), n. 11, pp. 481-93, ora in Id., Libertà e storia. Scritti e discorsi politici, Einaudi, Torino 1960, p. 371.
21. Sul congresso azionista cfr. Tartaglia, I congressi del partito d’azione, cit., pp. 136 ss. Cfr. anche A. Alosco, Sulla crisi del Pda, in L. Mercuri (a cura di), La crisi del partito d’azione: febbraio 1946, Proietti, Roma 1977.
22. acs, fondo Ugo La Malfa (fulm), fasc. 5 Corrispondenza 1946, lettera di Riccardo Bauer a Ugo La Malfa, Milano 31 gennaio 1946.
23. Su Cosenza e la vittoria riportata dalla corrente socialista capeggiata da Emilio Lussu cfr. G. De Luna, Storia del partito d’azione (1942-1947), Editori Riuniti, Roma 1997, pp. 265 ss.
24. Sull’avvento di De Gasperi cfr. adesso P. Craveri, De Gasperi, Il Mulino, Bologna 2006, pp. 212 ss. È appena il caso di ricordare che il passaggio di consegne da Parri a De Gasperi ha costituito un nodo di carattere storico-politico di grande rilievo. A partire dal volume di L. Valiani, L’avvento di De Gasperi. Tre anni di lotta politica in Italia, Silva, Torino 1949, ha preso forma una storiografia che ha visto in quegli eventi l’inizio un processo di restaurazione. Quest’interpretazione caratterizza, con diverse sfumature, i lavori di E. Piscitelli, Da Parri a De Gasperi. Storia del dopoguerra 1945-1948, Feltrinelli, Milano 1975 e di A. Gambino, Storia del dopoguerra. Dalla liberazione al potere Dc, Laterza, Roma-Bari 1975. Ha negato con forza la tesi della restaurazione P. Scoppola, La proposta politica di De Gasperi, Il Mulino, Bologna 1977.
25. Sui primi passi del “lodo” cfr. Piscitelli, Da Parri a De Gasperi, cit., pp. 153 ss.
26. De Luna, Storia del partito d’azione, cit., pp. 292-6.
27. U. La Malfa, Il problema politico della democrazia, in Id., Scritti, cit., p. 355.
28. Il testo della mozione di Parri è stato riprodotto in Tartaglia, I congressi del partito d’azione, cit., pp. 355-6.
29. Sui 267.000 voti accreditati, la mozione De Martino-Codignola ne raccolse 120.000, quella di Lombardi 70.000 e infine la destra di Salvatorelli 3.000. Tuttavia, il dato più significativo resta quello della massiccia astensione che raggiunse il picco di 70.000 unità. (Tartaglia, I congressi del partito d’azione, cit.).
30. M. Paggi, Commento politico ad un congresso ideologico, in M. Boneschi (a cura di), Lo Stato moderno. Antologia di una rivista, Edizioni di Comunità, Milano 1967, pp. 111-4.
31. A. Omodeo, La frattura del partito d’azione, in “L’Acropoli”, ii, n. 15, marzo 1946, p. 106.
32. L. Salvatorelli, La nuova democrazia, in “La Nuova Europa”, iii, n. 7, 17 febbraio 1946, p. 1.
33. R. Pacciardi, Il Partito d’azione, in “La Voce Repubblicana”, xxvi, n. 34, 9 febbraio 1946, p. 1.
34. A. Spinelli, I repubblicani nel secondo dopoguerra (1943-1953), Longo editore, Ravenna 1988, pp. 47-57.
35. acs, fondo Ferruccio Parri (ffp), b. 31, fasc. 175, sfasc. 4, lettera di Ferruccio Parri, Roma, 11 febbraio 1946.
36. Togliatti scrisse sulle pagine dell’“Unità”: «Chi si sente socialista e lo è, sa dove rivolgersi; ma dove andranno quei sinceri liberali e democratici che non vogliono essere schiavi di forze retrive, che vogliono un paese libero e con ordinamenti avanzati, ma socialisti non sono e non vorranno esserlo mai?», P. Togliatti, Tra Lussu e la Malfa, in “L’Unità”, xxiii, n. s., n. 33, 8 febbraio 1946, p. 1.
37. acs, ffp, b. 31, fasc. 175, sfasc. 5 I risultati del congresso. Circolare n. 1 dell’esecutivo del Pda.
38. U. La Malfa, Il manifesto del Movimento della democrazia repubblicana, in Id., Scritti, cit., pp. 358-63.
39. Ivi, p. 359.
40. Ivi, pp. 360-1.
41. Queste lettere sono conservate in acs, ffp, b. 32, fasc. 182 Corrispondenze.
42. Ibid.
43. Sulle relazioni amicali e politiche di Parri nel periodo tra le due guerre mi permetto di rimandare a L. Polese Remaggi, La nazione perduta. Ferruccio Parri nel Novecento italiano, Il Mulino, Bologna 2004.
44. acs, fulm, b. 1, fasc. 5 Corrispondenze 1946, lettera di Luigi Russo a Ugo La Malfa, Firenze, 24 marzo 1946.
45. In una lettera del 20 marzo 1946 inviata ad Alberto Carocci, Boniforti definì Ragghianti in modo spregiativo come «critico d’arte» e «politico puro» (acs, fulm, , b. 1, fasc. 5 Corrispondenze 1946).
46. Ivi, lettera di Luigi Russo a Piero Calamandrei, Firenze, 14 marzo 1946.
47. acs, ffp, b. 32, fasc. 182 Corrispondenze, lettera di Sergio Telmon a Ferruccio Parri, Bologna, 19 marzo 1946.
48. acs, ffp, b. 32, fasc. 182 Corrispondenze, lettera di Ferruccio Parri a Giovanni Balbi, Roma, 7 marzo 1946.
49. Sulla formazione di La Malfa cfr. P. J. Cook, Ugo La Malfa, Il Mulino, Bologna 1999, pp. 19-28.
50. acs, ffp, b. 32, fasc. 177, Mdr.
51. Sulla strategia di Reale e l’ottimismo di Parri cfr. Gambino, Storia del dopoguerra, cit., p. 170.
52. Oronzo Reale pubblicò un articolo su “Realtà politica”, nel quale giudicava negativamente la decisione del gruppo dirigente del Pri di non schierarsi a favore di una concentrazione repubblicana. A riprova della difficile posizione assunta da Reale nel Pda, questo scritto costituiva la «parte essenziale» di un articolo destinato al quotidiano azionista “L’Italia libera”, la quale però decise di non pubblicarlo. Al suo posto fu pubblicato un articolo di Tristano Codignola, nel quale si sosteneva che la decisione del Pri era un pericolo scampato per tutti, O. Reale, Schieramento errato, in “Realtà politica”, ii, n. 6-7, 16 aprile 1 maggio 1946, p. 1.
53. F. S. [Fernando Schiavetti], Il movimento delle buone intenzioni, in “L’Italia libera”, iv, n. 54, 3 marzo 1946.
54. «Compito dei partiti e dei movimenti che sentono in modo più acuto ed originario l’esigenza della democrazia – scrisse Foa – non è oggi quello di porsi come centro immobile ed indeterminato fra le posizioni laiche e quelle confessionali, fra le posizioni progressive (anche se esuberanti ed eccessive) e quelle conservatrici, ma è quello di operare nel seno stesso delle forze sociali e politiche che esprimono l’aspirazione al movimento ed al progresso, perché queste forze siano inscindibilmente legate al gioco democratico e ad un’azione concreta di governo», V. Foa, Il compito dei partiti democratici, in “Italia libera”, iv, n. 73, 26 marzo 1946.
55. Spinelli, I repubblicani nel secondo dopoguerra, cit., pp. 47 ss.
56. Sulla “Voce repubblicana” del 6 aprile, Pacciardi invitò Mdr e Mlp a contribuire alla formazione del «grande partito repubblicano». Aggiunse che non c’erano altre vie per formare «il grande partito mediatore nell’urto prevedibile dei blocchi estremi». Naturalmente, la sostituzione dell’aggettivo «democratico» con «repubblicano» rifletteva, anche da un punto di vista linguistico, l’esistenza di determinati rapporti di forza, R. Pacciardi, I repubblicani con i repubblicani, in “La Voce repubblicana”, xxvi, 6 aprile 1946, n. 82, p. 1.
57. E. Bettinelli, All’origine della democrazia dei partiti, Edizioni di Comunità, Milano 1982.
58. A. Battaglia, La legge elettorale alla prova. Il recupero nazionale dei resti, in “Realtà politica”, ii, n. 10-11, 1 luglio 1946, p. 131.
59. U. La Malfa, Democrazia repubblicana, in “Civiltà liberale”, ii, n. 8, 15 marzo 1946, p. 1.
60. L’appello L’Unione Democratica Nazionale lancia un appello per la libertà fu lanciato dalle pagine de “Il Risorgimento liberale”, iv, n. 78, 2 aprile 1946. Per il suo programma cfr. B. Croce, L’Unione Democratica Nazionale, in Id., Scritti e discorsi politici, ii, Laterza, Bari 1963, pp. 293-6. L. Angelo, Ceti medi e ricostruzione. Il partito democratico del Lavoro, Milano 1981; A. Jannazzo, Il Liberalismo italiano del Novecento. Da Giolitti a Malagodi, Rubbettino, Soveria Mannelli 2003.
61. Una copia del testo è conservata in acs, fnc, b. 18 Corrispondenze per il Pli e poi mov. Lib. 1943-1948. La lettera fu firmata da Franco Antonicelli, Antonio Calvi, Ernesto Cattaneo, Marcello Falconi, Giorgio Granata, Paolo Greco, Felice Ippolito, Fernando Isabella, Fausto Lanzillo, Enrico Martino, Vincenzo Massabò, Eugenio Morandi, Gabriele Pepe, Claudio Simoni, Vittorio Santoli, Enrico Scialoja, Mario Tanci, Gabriele Lavaggi.
62. Sul congresso liberale cfr. A. Ciani, Il partito liberale italiano da Croce a Malagodi, Edizioni scientifiche italiane, Napoli 1968. Più recentemente, Jannazzo, Il Liberalismo italiano del Novecento, cit. pp. 178-9.
63. L. Salvatorelli, A vent’anni dalla morte di Amendola, in “Civiltà liberale”, ii, n. 12, 13 aprile 1946, p. 1.
64. La nascita del Movimento liberale progressista, con sede a Roma, in piazza Navona, e contemporaneamente la decisione di formare liste comuni con l’Mdr fu annunciata con l’articolo Principio di azione politica, in “Civiltà liberale, ii, n. 12, 13 aprile 1946. Vista da destra, la formazione dell’Unione democratica nazionale parve un’altra cosa: non già una deriva conservatrice del partito liberale, ma anzi una mancata professione di fede monarchica da parte dei protagonisti dell’ultima fase dell’Italia liberale. Dopo pochi giorni nacque su una piattaforma di difesa della monarchia ad oltranza il Blocco Nazionale della Libertà, al quale aderirono la Concentrazione di Alfredo Covelli, il Partito democratico italiano di Enzo Selvaggi e Falcone Lucifero, il Centro italiano di Roberto Bencivenga, l’Unione monarchica italiana. Cfr. A. Ungari, In nome del re. I monarchici italiano dal 1943 al 1948, Le Lettere, Firenze 2004, p. 190.
65. Le notizie sulla prima fase dell’organizzazione dell’Mlp sono state raccolte dal notiziario Movimento liberale progressista pubblicato su “Civiltà liberale”
66. Cfr. C. Stajano, Ritratto critico, in F. Antonicelli, La Pratica della libertà. Documenti, discorsi, scritti politici 1929-1974, Einaudi, Torino 1976, pp. lii-liii.
67. Un membro dell’Esecutivo del Pli, Francesco Libonati, scrisse a Carandini il 4 aprile a proposito delle pressioni che la lettera dei diciotto stava esercitando su Brosio. «Tale lettera non ci giova in questo momento, – scrisse Libonati – anche se Brosio riesce a superare il momento di sbandamento in cui ancora si trova a seguito di essa. Molti hanno ritenuto tale lettera una sconfessione dell’opera di Brosio. Io confido che Brosio, il quale si recherà sabato mattina a Torino per conferire con i suoi amici, saprà proseguire nella sua via e apprezzare il fatto che egli, pur non essendo di destra, è stato da noi sempre sostenuto nei posti di prima responsabilità». Libonati aggiunse che la lettera dei diciotto doveva essere collegata con il proposito di sabotare «l’Unione democratica, nel tentativo di rafforzare lo sparuto gruppo Parri-La Malfa», acs, fnc, b. 18 Corrispondenze per il Pli e poi mov. Lib. 1943-1948, lettera di Francesco Libonati a Niccolò Carandini, Roma, 4 aprile 1946.
68. Cfr. la lettera dei diciotto cit.
69. In una lettera a Carandini del 12 aprile scrisse che era consapevole di rappresentare ormai da solo la sinistra del partito. Spiegò all’amico come era giunto a fare propria una posizione favorevole alla repubblica: «fallita la reggenza, non scelta mai dal partito una posizione monarchica antifascista, sospinta la monarchica verso la destra e il clericalismo, non mi restava che scegliere la repubblica, un po’ a malincuore», acs, fnc, b. 18 Corrispondenze per il Pli e poi mov. Lib. 1943-1948.
70. B. Croce, Il presidente del partito e il partito, in Id., Scritti vari, xii, Scritti e discorsi politici (1943-1947), vol. ii, Laterza, Bari 1963, pp. 297-8.
71. S. Setta, Croce, il liberalismo e l’Italia postfascista, Bonacci, Roma 1979, pp. 140 ss.
72. Programma della concentrazione democratica repubblicana per le elezioni alla costituente del 2 giugno 1946, in acs, ffp, b. 32, fasc. 178 Mdr programmi pubblicazioni.
73. Sul combattentismo di Parri cfr. Polese Remaggi, La nazione perduta, cit., pp. 81 ss. Sul movimento dei combattenti nel dopoguerra cfr. G. Sabbatucci, I combattenti nel primo dopoguerra, Laterza, Roma-Bari 1974.
74. Cfr. la lettera già cit. di Boniforti a Carocci, 20 marzo 1946, in acs, fulm, fasc. 5 Corrispondenza 1946.
75. acs, ffp, b. 32, fasc. 182 Corrispondenze, lettera di Luigi Boniforti a Ferruccio Parri, Firenze, 3 maggio 1946.
76. Ivi, lettera di Luigi Pivano a Ferruccio Parri, Alessandria, 7 maggio 1946.
77. Ivi, lettera di Carlo Ludovico Ragghianti a Ferruccio Parri, Firenze, 7 maggio 1946.
78. Anche queste lettere sono conservate in ffp, b. 32, fasc. 182 Corrispondenze.
79. Sui rapporti tra Parri e Torraca rimando ancora una volta al mio La nazione perduta, cit., passim.
80. Le notizie sui comizi sono state tratte dal già citato notiziario presente su “Civiltà liberale”.
81. ffp, b. 32, fasc. 182 Corrispondenze, lettera di Altiero Spinelli a Ferruccio Parri, 7 maggio 1946.
82. Su Parri e “Il Corriere” cfr. Polese Remaggi, La nazione perduta, cit., pp. 136 ss.
83. Tra le varie disamine “a caldo” della sconfitta elettorale è particolarmente interessante quella di “Civiltà liberale” Mlp. Primo bilancio, ii, nn. 20-21, 8-15 giugno 1946.
84. Istituto centrale di statistica e Ministero dell’interno, Elezioni per l’Assemblea costituente e referendum istituzionale, ips, Roma 1948.
85. Bettinelli, Alle origini della democrazia dei partiti, cit.
86. Gambino, Storia del dopoguerra, cit., p. 70.
87. Su questo passaggio, tra gli altri, G. Sale, Dalla monarchia alla repubblica, Jaca Book, Milano 2003.
88. Sulla formazione del governo repubblicano cfr. Piscitelli, Da Parri a De Gasperi, cit., pp. 157 ss.
89 acs, fnc, b. 18 Corrispondenze per il Pli e poi il mov. 1943-1948, lettera di Manlio Brosio a Niccolò Carandini, Roma, 12 luglio 1946.
90. Cfr. Polese Remaggi, La nazione perduta, cit., pp. 351 ss.
91. Le forze della Concentrazione Democratica entrano nel partito repubblicano, in “La Voce repubblicana”, xxvi, n. 209, 8 settembre 1946, p. 4.
92. R. Pacciardi, Il quarto partito, in “La Voce repubblicana”, xxvi, n. 211, 11 settembre 1946, p. 1.
93. Questa critica è stata accolta anche in sede storiografica da Gambino, secondo il quale dopo le elezioni per la Costituente e la proclamazione della Repubblica si assistette a «un immobilismo governativo quasi totale», Gambino, Storia del dopoguerra, cit., p. 234. Recentemente, Craveri ha scritto che De Gasperi era consapevole di guidare una coalizione provvisoria – e dunque non in grado, anche per i contrasti potenziali al suo interno, di prendere decisioni importanti sul terreno delle riforme. Del resto, De Gasperi era deciso in quel momento ad affrontare insieme alle sinistre i seguenti problemi: la scrittura della costituzione, con il problema annesso dell’inserimento in essa dei Patti lateranensi; il trattato di pace, con annessa la questione dell’atteggiamento sovietico nei confronti dell’Italia e infine la situazione drammatica dal punto di vista sociale e economico. (Craveri, De Gasperi, cit.).
94. Lo scambio epistolare tra Orlandini e La Malfa è conservato in acs, fulm, fasc. 5 Corrispondenza 1946.
95. Sul successo riportato dal movimento dell’Uomo qualunque nella seconda tornata delle amministrative del 1946 cfr. S. Setta, L’Uomo Qualunque 1944-1948, Laterza, Roma-Bari 1975, p. 172.
96. Le missive di Cifarelli, Pischel, Bertonelli, Telmon e Ragghianti sono conservate in ffp, b. 32, fasc. 182 Corrispondenze, sfasc. Sviluppi concentrazione e negoziato Pri.
97. ffp, b. 32, fasc. 182 Corrispondenze, sfasc. Sviluppi concentrazione e negoziato Pri, fasc. 183.
98. U. La Malfa, Intervista sul non governo, a cura di A. Ronchey, Laterza, Roma-Bari 1997. Sull’opera di La Malfa in quegli anni cfr. P. Soddu, Gli anni del centrismo, in Ugo La Malfa a 20 anni dalla sua scomparsa, Annali dell’istituto Ugo la Malfa, vol. xiii, Grafica editrice romana, Roma 1998, pp. 121-43.
99. Craveri, De Gasperi, cit.
100. L. Valiani, L’avvento di De Gasperi. Tre anni di lotta politica italiana, Francesco De Silva, Torino 1949.