L’opera di Juan de Santibáñez.
Una rappresentazione dei gesuiti
del regno di Granada
tra il 1554 e il 1650*

di Julian J. Lozano Navarro

 

Negli studi sulla Compagnia di Gesù uno degli aspetti ai quali si è prestata maggiore attenzione da parte degli storici è stato, senza dubbio, il riferimento al ruolo dei gesuiti nelle società europee dell’Antico Regime; si è quindi, nelle ricerche recenti, messo l’accento sull’influenza che i gesuiti esercitarono sulle élites, sulla loro abilità nella creazione di reti di tutti i tipi (devozionali, assistenziali, educative o clientelari), e sul contributo, decisivo durante buona parte dell’età moderna, nel creare l’immaginario collettivo degli Stati cattolici d’Europa attraverso il complesso sistema di valori religiosi, morali, sociali, politici o artistici della Controriforma.
Tuttavia poco sappiamo sui membri dell’Ordine per ciò che attiene alle loro origini familiari o al loro cursus honorum. In questo contributo mi propongo di realizzare questo tipo di approccio, applicandolo alle generazioni dei gesuiti che operarono nel regno di Granada nel primo secolo di esistenza della provincia gesuitica di Andalusia, nello spazio temporale che intercorre tra il 1554 e il 1650, anni che, com’è noto, sono d’importanza capitale per l’avvenire di questa regione della Spagna.
La Compagnia di Gesù conta solo cinque case in Spagna quando, nel 1546, vengono effettuati i primi tentativi di stabilizzazione in Andalusia da parte di Francesco Borgia. Il duca di Gandía – uno dei primi e più importanti nobili ad essere “catturato” dai gesuiti – organizza durante l’anno 1546 una vera campagna allo scopo di reperire appoggi per il nascente ordine, utilizzando i propri legami di parentela e amicizia. In una lettera a Ignazio di Loyola gli comunica di aver scritto ad alcuni «señores y amigos míos» e afferma testualmente di «tener echadas otras redes» tese verso nobili andalusi eminenti come i marchesi di Priego o sua zia, la duchessa di Medinasidonia1. La Compagnia, senza dubbio, cerca di ottenere che tali eminenti personalità partecipino economicamente alla fondazione di un collegio in una città come Siviglia, dal momento che i gesuiti aspirano a radicarsi nelle città più popolose, particolarmente in quelle in cui lo sviluppo economico rende possibile la moltiplicazione di conventi di ogni ordine, attratti dall’aumento della ricchezza che si poteva tradurre in lasciti ereditari, elemosine e dotazioni di pia memoria2. I principali nuclei urbani della regione, inoltre, si caratterizzavano per la forte presenza della nobiltà più influente e potente, senza dubbio considerata dal clero regolare il sostegno più appropriato per ottenere nuove fondazioni.
Tuttavia, nel decennio 1540-50, i gesuiti non ottengono i risultati sperati in Andalusia. L’occasione propizia per l’ordine torna a presentarsi nel 1552, quando fa il suo ingresso nella Compagnia don Antonio di Cordova e Figueroa, figlio dei conti di Feria e marchesi di Priego, appoggiato dalla marchesa sua madre, «persona che lavorava più di nessun’altra per stabilire i nostri in Andalusia»3. La nobildonna non tarda, infatti, a scrivere ad Ignazio di Loyola a Roma, chiedendo il permesso per fondare un collegio a Cordova. Il 7 gennaio del 1554 si decide la creazione di tre province gesuitiche in Spagna: Aragona, Toledo e Andalusia4 e si continua a lavorare alla fondazione del collegio di Sant’Ermenegildo di Siviglia che, auspicata da Francesco Borgia nel 1554, conta sull’appoggio incondizionato di don Gaspar Cervantes Salazar, futuro arcivescovo di Tarragona e cardinale, e della contessa di Olivares5. Nell’estate dello stesso anno prende avvio la costruzione della residenza dei gesuiti a Granada, il futuro collegio di San Pablo. Il nuovo centro conta sull’immediata approvazione del potente arcivescovo Guerrero, fervente ammiratore della Compagnia da quando aveva conosciuto i padri Laínez e Salmerón durante le sessioni del concilio di Trento6. Grazie ad una donazione dell’arcivescovo, infatti – che pensa che l’insediamento dei padri possa giovare all’università e all’evangelizzazione dei morischi dell’Albaycín – i gesuiti s’installano in quella che sarà la sede definitiva del loro collegio di Granada7. Siviglia, Cordova e Granada saranno, durante tutto l’Antico Regime, i tre collegi più grandi, ricchi e popolati della Compagnia di Gesù nella loro provincia di Andalusia8.
Quando l’Ordine s’installa a Granada, i gesuiti si trovano davanti a quella che è ancora una grande città per quanto concerne il numero degli abitanti e uno dei quattro o cinque centri della Corona di Castiglia capace di acquisire un protagonismo a livello dinastico9. I vari sovrani avevano infatti tentato in ogni modo, a partire dal 1492, di dotare la città di un’immagine emblematica concedendo il voto nelle Cortes, istallando la Chancillería10, costruendo un palazzo imperiale e una monumentale cattedrale, progettata come pantheon della dinastia regnante, edificio che, con la sua immagine rinascimentale, nascondeva una carica simbolica forse pari a quella del Santo Sepolcro di Gerusalemme11. Una nuova Gerusalemme, dunque, quasi una rivalsa rispetto a Costantinopoli, il primo passo nella riconquista di entrambe, secondo la pubblicistica aulica12. Una città e un regno assai complessi e differenti rispetto a quelli del resto d’Europa, nei quali si evidenzia giorno dopo giorno la frattura sociale esistente tra i nuovi abitanti castigliani cristiani e i morischi vinti, battezzati a forza e ogni volta minacciati nella loro cultura, nei loro costumi e nella loro lingua. Mancano poco meno di vent’anni perché scoppi la rivolta che porterà come conseguenza l’espulsione della popolazione di origine musulmana nel 157013.
Nel regno di Granada, la presenza gesuitica si andrà arricchendo durante i secoli XVII eXVIII fino a forgiare un completo organigramma di collegi: uno nella capitale – dopo la guerra e l’espulsione dei morischi nel 1568 si estinse la casa della dottrina dell’Albaycín – altri a Malaga, Guadix, Antequera e Motril e un’amministrazione in Loja.

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La fonte

Il principale strumento che ho utilizzato per questo lavoro è una parte della monumentale opera – sfortunatamente ancora inedita – del padre gesuita Juan de Santibáñez. Attraverso la Historia de la Provincia de Andalucía de la Compañía de Jesús14 e, specialmente, le Centurias de varones ilustres de la Compañía de Jesús en la Provincia de Andalucía15 è possibile ricostruire, almeno in parte, il profilo di un gran numero di gesuiti che operarono nel regno di Granada tra la seconda metà del secolo XVI e la prima metà del XVII. In concreto, i dati che presenterò qui – e che considero solo la premessa di un lavoro più ampio in corso – si riferiscono a 91 padri e fratelli che vissero durante il primo secolo d’esistenza della provincia d’Andalusia.
Nell’opera di Santibáñez, tre Centurias (o gruppi di cento padri) tracciano i profili della vita di 300 gesuiti andalusi o di religiosi che semplicemente effettuarono un lavoro legato all’Andalusia. Santibáñez, per realizzare il suo compito, oltre a basarsi sulla storia della provincia scritta anni prima dal padre Martín de Roa16, effettuò personalmente approfondite ricerche presso archivi e biblioteche di vari collegi. Dedicandosi instancabilmente a tale compito, visse a Montilla, Siviglia e Granada, dove morì nel 165017.
Santibáñez non dà notizia di tutti i gesuiti la cui presenza è rintracciabile nel regno di Granada in questi anni né, sicuramente, ebbe la pretesa di farlo. Almeno per uno storico attuale, uno dei principali “difetti” della fonte è che l’autore dedica spazio soltanto a quegli individui che considera varones ilustres, secondo i canoni dell’epoca. Le Centurias, probabilmente, dovettero essere scritte con poca o nessuna intenzione di essere pubblicate: il loro vero obiettivo, o almeno questa è la mia opinione, era di servire da esempio e edificazione per le future generazioni di gesuiti andalusi, come modello per non perdere lo spirito dei primi anni d’esistenza della Compagnia. Nel caso – considerato più che improbabile – che l’opera cadesse in mani secolari, avrebbe dovuto avere anche un’altra funzione: sostenere l’eccellenza della Compagnia in Andalusia attraverso la vita di un ampio gruppo di persone eccelse che spiccano per il loro valore personale, ma anche trasmettere la percezione dell’ordine come un corpus composto da gente di nobile origine o, almeno, di sangue insospettabile. Inoltre, Santibáñez voleva segnalare i gesuiti andalusi come religiosi ideali, protagonisti o testimoni di fatti profetici o miracolosi. Per tale motivo, insieme a importanti rettori di collegi, uomini che governarono la provincia e che giocarono un ruolo rilevante in Roma, storici, teologi e moralisti di prima grandezza a livello europeo, incontriamo altre figure che ebbero l’unico merito di aver goduto di una qualche fama di santità nella loro epoca.
Occorre riconoscere, pertanto, che l’opera di Santibáñez possiede alcuni meriti, non ultimo quello di averci fatto pervenire biografie brevi e relativamente ben documentate di 91 padri e fratelli, per parlare del solo regno di Granada, fatto non disprezzabile, se teniamo conto che il numero approssimativo di gesuiti spagnoli era di 649 nel 1563, 1.110 nel 1574 e 1.800 nel 1650 e che, a quest’ultima data, la provincia di Andalusia al completo – includendo collegi grandi e popolosi come quelli di Cordova, Granada e Siviglia – contava circa 460 individui18.
La fonte è dunque in grado di illustrare la vita, le origini familiari e l’occupazione prima e dopo l’entrata nell’ordine, di varie generazioni di gesuiti. Il fatto che alcuni di questi religiosi furono di significativa longevità – lo vedremo in seguito – fece sì che alcuni dei padri più anziani, nati negli anni Venti del ’500, furono per molto tempo contemporanei della generazione successiva, quella di coloro che morirono tra il 1640 e il 1650. Si delinea così il ritratto di un gruppo umano coeso e abbastanza uniforme, dove i religiosi più giovani, cresciuti dopo la rivolta dei morischi del 1568, poterono conoscere, grazie a testimoni diretti, la situazione culturale e religiosa del territorio negli anni precedenti all’espulsione di una parte della popolazione granadina. Se ciò non bastasse, l’esperienza di prima mano di questi religiosi fu molto utile ad altri nel loro lavoro missionario e pastorale tra i morischi di altri territori e oltremare. Questi gesuiti granadini, quindi, si configurano come una vera “generazione cerniera”, un gruppo che fu testimone privilegiato dei cambi di popolazione e dei loro effetti sul territorio granadino durante i secoli XVI e XVII.

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Aspetti demografici
2.1. La media di vita

Occorre segnalare, in primo luogo, che l’elenco comprende un gruppo di religiosi legato – lo vedremo più avanti – al territorio nel quale operò e, che, in linea di massima, non esiste legame di parentela tra i vari componenti. Detto questo, passando a dati numerici, dei 91 gesuiti che costituiscono il campione per il regno di Granada fra il 1554 e il 1650 conosciamo le date di nascita e morte di 70. La loro media di vita è di 61,4 anni di età, notevolmente alta, quindi, tenendo conto che, negli stessi anni, le speranze di vita di un nobile inglese o di un ricco borghese ginevrino erano di poco più di 30 anni, e che, nella Francia della fine del secolo XVII, individui di gruppi sociali sfavoriti non superavano i 23 anni di età. Il secondo dato è che tra questi gesuiti ben 28 superano i 70 anni di vita e, tra loro, 11 sono ultraottantenni, tralasciando alcuni casi di padri – che devono essere sembrati ai propri contemporanei come veri patriarchi biblici – con più di 90 anni19.
La domanda è d’obbligo: costituivano i gesuiti granadini un gruppo meglio protetto rispetto al resto della società, di fronte agli effetti delle periodiche carestie, le frequenti epidemie o la guerra del 1568-70? È estremamente rischioso rispondere con un sì perentorio, tuttavia ci sono buone possibilità che così fosse. In realtà, il collegio granadino viene fondato con la vocazione di essere uno dei principali della provincia – solo paragonabile a quello di Cordova e, più tardi, a quello di Siviglia – e, come tale, dotato di importanti rendite e di produttive proprietà agricole. Alcuni dati del secolo XVIII, infatti – che, superando ampiamente l’ambito temporale del presente studio, devono essere considerati come meramente orientativi – ci mostrano come il collegio di San Pablo fosse prospero, dotato di eccedenze di vino, olio, formaggi e frutta20 che venivano vendute al pubblico. Un luogo, in definitiva, dove i gesuiti godevano di un livello di vita, per quanto riguarda l’alimentazione, che contrastava in modo marcato con quello abituale dell’epoca e che comprendeva, ad esempio, nelle festività un menu ricco, composto da vari antipasti, due portate a pranzo e cena, vino e dolci21. A questo si univa la salubrità di una vita di orari metodicamente ordinati22 e periodici ritiri spirituali e di riposo nella magnifica proprietà di Gesù della Valle, in piena “vega granadina”.
Si potrebbe tuttavia obbiettare che, come già precisato, Santibáñez non prende in considerazione tutti i gesuiti, ma solo quelli che considera ilustres per il loro lavoro nell’ordine o per fama di santità, due fattori questi che, ovviamente, caratterizzano i padri più anziani. L’argomento, però, non è del tutto convincente poiché, se la media dell’età non è ancora più alta, ciò è dovuto al fatto che assistiamo a morti molto precoci. Il gesuita più giovane muore a soli 17 anni23, e vi sono religiosi morti a 20-30 anni per cause diverse: episodi epidemici24, gotta25, martirio in missioni26 o omicidio per mano dei briganti musulmani chiamati monfíes27.

2.2. Media di età di ingresso nella Compagnia

Di 69 dei padri e fratelli biografati, Santibáñez dà notizia dell’età che essi avevano al loro ingresso nell’ordine. Da questi dati l’età media risulta 23,7 anni. Un’età leggermente superiore all’abituale, e che ha, a mio avviso, una facile spiegazione. Il periodo oggetto del mio studio va dal 1554 – nascita della provincia a poco più di un decennio di esistenza della Compagnia – al 1650, quando già da molto l’ordine era concretamente assestato ed esteso in tutto il mondo. È normale, di conseguenza, parlare di due epoche differenti. Agli inizi, coloro che affluiscono nel nuovo istituto religioso sono, in molti casi, uomini già maturi e, non raramente, già sacerdoti28. In un secondo momento, quando vi entrano i novizi giovani di 14 o 15 anni, l’età di ingresso più frequente diventa di 17 anni.

2.3. Provenienza geografica

Conoscendo l’origine di 87 dei padri e fratelli proposti come varones illustri, si possono trarre una serie di conclusioni. Tra loro 39 erano nati all’interno dei limiti del regno di Granada, 24 quasi sicuramente nella capitale e 7 in Malaga. Il resto sono originari di località come Antequera, Vélez–Malaga, Motril, Iznalloz o Alquife. Dei 56 restanti è da sottolineare che la provenienza andalusa è assai evidente: 14 erano sivigliani, 7 cordovesi e, già molto distanti, troviamo gesuiti di Úbeda, Baeza, Martos, Jaén, Cadice, Écija, Marchena o Montilla. Un fatto significativo è che quasi tutti sono nati in nuclei abitati importanti nei quali vi era un collegio della Compagnia, o ce n’era uno nei dintorni. Ciò poteva spiegare, per esempio, la totale assenza di gesuiti provenienti dal territorio dell’attuale provincia di Almería e dal Nord del regno. In molti casi, di conseguenza, troviamo chiaramente seconde o terze generazioni di gesuiti educati in collegi dell’ordine che godettero rapidamente di una poderosa capacità attrattiva29.
Riassumendo, l’equilibrio tra i padri gesuiti granadini e del resto di Andalusia è quasi perfetto: 39 i primi, 38 i secondi. Tutti insieme erano 77; solo 18 nacquero al di fuori dell’Andalusia: spiccano i toledani30, qualche navarro31, vizcaino32, galiziano33 e vari estremegni34. Mancano gesuiti originari dei regni aragonesi. Anche gli stranieri sono molto poco rappresentati: figura un solo inglese35, un fiammingo36 e un francese37. Di 5 di loro non si trova nessun dato che permetta di desumerne la provenienza.

2.4. Luogo della morte

Un fatto da evidenziare è la mobilità relativamente limitata di questo gruppo di religiosi. È chiaro che molti di essi, specialmente quelli che occupavano posti di rettori di collegi o provinciali, si trasferirono di frequente, governando diverse case della provincia per periodi che, teoricamente, erano di tre anni. Tuttavia, accennavo alla scarsa mobilità perché, conoscendo il luogo della morte della totalità dei 91 padri e fratelli studiati, constatiamo che 48 morirono all’interno dei limiti granadini, quasi tutti nella capitale (33), ma anche a Malaga (10), e qualcuno a Guadix o Antequera. Altri 33 morirono in collegi del resto di Andalusia, specialmente a Siviglia (19), Cordova, Marchena o Montilla; 4 terminarono la loro vita terrena in collegi dell’Estremadura (che, come ho già segnalato, formava all’epoca parte della provincia andalusa). Da questi dati si desume un forte legame dei gesuiti con la propria provincia di origine, almeno nel caso dell’Andalusia. Il fatto, però, che una parte importante dei padri sia defunto nei collegi più grandi ha una spiegazione logica, riferita alla dimensione dei collegi stessi. Le case con più individui e mezzi economici come Siviglia, Granada, Toledo o l’Imperiale, funzionavano in molte occasioni come vere infermerie, luoghi dove si riunivano abitualmente i padri più vecchi della provincia per poter ricevere un trattamento adeguato nei loro ultimi anni di vita. Una prassi che, come ho constatato nel corso delle mie ricerche, è una norma non scritta che perdura anche ai nostri giorni in alcune residenze gesuitiche.
Coloro che muoiono fuori dall’Andalusia sono in numero esiguo, soltanto 10: 4 in Toledo ed uno in Madrid. Solo 5 morirono fuori dalla penisola: uno a Napoli, due nei grandi collegi indiani di Potosí e Messico e gli altri in missioni tra gli infedeli in luoghi disparati come Eritrea, Filippine e Florida.

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Aspetti sociali
3.1. Qualificazione culturale

Mi piacerebbe ricordare, prima di tutto, la coesistenza – con tutte le virgolette del caso – di un vero alto e basso clero in seno alla Compagnia di Gesù. Troveremo, di conseguenza, due tipi di religiosi che, normalmente, hanno abbastanza poco a che vedere tra loro, al di là della comune appartenenza alla Compagnia. Il primo comprendeva i padri, soggetti con il terzo e quarto voto, considerati da molti i veri gesuiti; quelli, in definitiva, che erano stati novizi scolari, poi avevano pronunciato i voti semplici e perpetui per passare ad essere secolari approvati al termine del noviziato ed essere educati intellettualmente. Erano quindi ordinati e trascorrevano un anno, il “terz’anno”, nella formazione spirituale (la terza probazione) e pronunciavano gli ultimi voti semplici. Tra questi gesuiti, quelli che si facevano notare per la loro virtù e scienza pronunciavano i voti solenni, incluso il celebre “quarto voto”38: erano quelli conosciuti come professi. Nel periodo che sto trattando c’è inoltre un gruppo peculiare fra questi padri, i padri antichi o professi antichi, cioè tutti coloro che non avevano seguito il normale iter, generalmente per essere entrati nella Compagnia all’inizio della sua costituzione39. Ciononostante, durante il secolo XVII continuano ad ammettersi eccezioni pure in un ordine di tanto rigida disciplina come quello della Compagnia40.
Il secondo gruppo, una sorta di basso clero interno, era formato dai fratelli, il destino dei quali non era ordinarsi, avendo come officio primario l’occuparsi delle necessità temporali della Compagnia: svolgevano compiti quali il giardiniere, il cuoco, l’addetto alla sveglia, l’economo, ecc41.
Questa dicotomia presente nel seno dell’ordine si riflette perfettamente, e non poteva essere altrimenti, nell’opera di padre Santibáñez. Di 91 soggetti ilustres del regno di Granada, solo 19 sono fratelli. Tra loro, inoltre, si incontra anche qualche caso di novizi o studenti che, senza dubbio, sarebbero arrivati ad essere padri se non fossero morti prematuramente42.
I dati dei quali dispongo provano che ci troviamo di fronte, evidentemente, ad un gruppo di particolare livello intellettuale. Dei padri almeno 15 svolsero studi universitari ad Alcalá, Salamanca, Granada, Baeza e Osuna43 e non manca qualche padre con esperienza in università straniere, come Ingolstadt44. Tra questi, non pochi furono a loro volta professori universitari45. Alcuni completarono la propria formazione nei collegi e nei seminari della Compagnia di Gesù a Roma. Per non parlare del fatto che, tra le loro fila, troviamo gesuiti insigni come Tomás Sánchez di Ávila, considerato la maggiore autorità in tema di morale matrimoniale fino al Concilio Vaticano II 46. Come lui, non sono rari i padri impegnati nella redazione e pubblicazione di opere di teologia morale47. Tanto alto è il livello, che risultano certamente anomali casi come quello del fratello fiammingo Antonio de la Cámara (1565-1621), che muore in età avanzata senza professare mai come padre – dedicandosi a compiti di mera intendenza – pur essendo considerato eminente in latino e greco48.
Un ultimo aspetto che mi sembra interessante, circa l’educazione, ha a che vedere con l’istruzione e l’indottrinamento religioso della popolazione morisca granadina. Dal primo momento i gesuiti sono coscienti che
habiendo tanto tiempo que los Reyes Católicos ganaron esta ciudad de moros, y habiendo proveído en ella siempre tales prelados que les parece que bastarían para la conversión de todos los infieles, según las letras y espíritu y otras grandes qualidades de sus personas, ha podido tanto el demonio con los moriscos de todo este reino que, según lo que dellos se siente, se están ahora tan moros como lo eran sus bisabuelos antes que se tomase Granada49.

Per fronteggiare questa situazione nasce la casa della dottrina dell’Albaycín, dove alcuni gesuiti, come padre dottor Ramírez, danno ai morischi «algunas pláticas en nuestra lengua, porque los más dellos la entienden y la oyen con mucha atención»50; tuttavia, ci sono religiosi capaci di farsi intendere con quello che era il linguaggio della maggior parte dei granadini, pronunciando i loro sermoni «en arábigo en el Albaicín, que es el lugar donde están los moriscos, con mucho fervor; y aunque es comúnmente una gente muy endurecida, háse sentido mucho provecho [...] otros muchos se han confesado este año en nuestra casa, que es cosa nueva para ellos»51. Chi erano questi padri? Alcuni di origine morisca, naturalmente, come Ignacio de las Casas (1550-1608), l’espulso Jerónimo de Benarcama (1548-?)52 o il padre maestro Juan de Albotodo, che predicava nelle parrocchie dei morischi parlando «en su vulgar de algarabía»53. C’erano, però, altri casi dei quali danno notizie le Centurias. Mi riferisco al padre granadino Francisco de la Torre, appartenente, come vedremo, ad una delle famiglie economicamente più potenti della città54, al madrileno Ambrosio de Castilla55, o al maestro di Malaga Miguel Ferrer56. Un esempio paradigmatico è quello di padre Luis Francisco de Quirós, rettore della casa albaicinera nel 1568 che, dedito alla conversione degli infedeli, morirà nel 1570 durante una missione in Axacán (Florida)57, dimostrando una volta di più, in questo modo, il ruolo sperimentale dell’apostolato tra i morischi granadini come base e fondamento delle successive missioni americane e asiatiche della Compagnia di Gesù58.

3.2. Origini familiari

Erano i gesuiti di Granada un gruppo di origine sociale prevalentemente elevata? Così può sembrare, ed in modo eclatante, se crediamo alle informazioni che ci fornisce padre Santibáñez che elabora una rappresentazione tesa a rafforzare questa tesi. Dei 91 padri e fratelli ben 22 figurano come figli di nobili, distinguendo tra loro, è chiaro, i semplici figli di nobili – 15 individui di oscura nobiltà («della mejor nobleza», «gente noble y de porte» o «noble y acaudalado»)59 – e gente di nobiltà titolata, come padre Antonio de Ayala, figlio dei signori di Castril60, padre Diego di Guzmán, figlio dei conti di Bailén61 o padre Luis Ponce di León, figlio di don Rodrigo, duca di Arcos62. Tra quelli di di discendenza più imprecisa ma prestigiosa, troviamo padre Juan Manuel, «della ilustre sangre de los manueles»63, padre Ambrosio di Castilla, di «nobleza originada de reales sangres»64, o padre Hernando Ponce, «de los Ponce de León»65.
Un secondo gruppo, per importanza, è quello dei gesuiti appartenenti a famiglie che, senza essere qualificate come nobili, avevano un peso importante a Granada. Sono i casi, per citarne due, di padre Francisco della Torre, canonico della cattedrale e figlio di Juan della Torre «el hombre de mayor caudal que conocía esta ciudad»66, o padre Diego di Bracamonte, figlio di un alcalde di Corte67.
Dodici soggetti appartengono ad un gruppo sociale dalla fisionomia incerta. Sono tutti quelli che, in modo anche succinto e sistematico, sono descritti come figli «de honrados padres», «de padres honrados y de caudal», «de honrados y ricos padres» o «de buenos padres». Un fatto mi sembra abbastanza significativo: in molti di questi casi sembra necessario supplire alla mancanza di nobiltà e maggior prestigio con la relazione già stabilita con la Compagnia. Santibáñez aggiunge come merito l’essere fratello o nipote di altri gesuiti68 o che i genitori fossero stati «bien afectos a la Compañía»69. Cosa possiamo trarre da queste varie origini familiari? In primo luogo, occorre tenere sempre in considerazione che parlare di famiglia significa anche parlare di strategie, di scelte indirizzate dall’una all’altra generazione per rafforzare il potere, la posizione sociale e la ricchezza e che una di queste strategie, fondamentali nella Spagna dell’Antico Regime, fu l’ingresso nelle istituzioni ecclesiastiche70. Grazie alla veloce espansione ed iniziale apertura la Compagnia di Gesù consentì l’accesso al più che ristretto status privilegiato – con il conseguente prestigio per il nucleo familiare di origine.
Per molti gesuiti granadini, certamente – qualunque fosse la loro origine – l’appartenere all’ordine ignaziano significò frequentare le più alte sfere del potere del regno. Rispetto alle strutture ecclesiastiche, i gesuiti seguono due strade. In primo luogo, si introducono velocemente in un’istituzione fondamentale nella Granada dei secoli XVI e XVII: l’Inquisizione. Secondo i dati che ci fornisce Santibáñez, padre Antonio de Aranda, morto nel 1628, era inquisitore in Granada prima ancora di entrare nell’ordine71. Nello stesso modo, non era infrequente che i padri granadini fossero calificadores del Sant’Uffizio72. Una carica che esigeva un livello intellettuale elevato, genealogia non contaminata e che, di conseguenza, apportava un notevolissimo prestigio sociale. Un dato curioso è che tutti i padri granadini che sono calificadores ricoprono questo ruolo quasi allo stesso momento, cioè alla fine del secolo XVI. Un momento nel quale, secondo García Cárcel, i gesuiti si inseriscono anche nell’Inquisizione di Valenza73.
In secondo luogo, è molto importante osservare come i gesuiti ben presto si introducano nelle coscienze dei differenti arcivescovi granadini. Come già abbiamo visto, contarono sulla protezione e mecenatismo dell’arcivescovo Guerrero74, il quale apprezzava particolarmente alcuni padri, come il predicatore Diego Téllez75. Altri confessori arcivescovili furono figure come padre Hernando Ponce, educato insieme al patriarca Ribera de Valencia e formatosi a Roma76; il fratello Juan de Ervás consigliere di don Andrés de Córdoba, vescovo di Badajoz77; padre Dionisio Guillén, stimato dai cardinali Guevara, Rojas e Zapata78; padre Pedro Melgarejo, consigliere dell’arcivescovo Castro e del cardinale Zapata79; padre Diego Álvarez, direttore spirituale degli arcivescovi Hernando Niño e Castro80. Senza dubbio, però, l’esempio più interessante di tutti è quello di padre Pedro Navarro (1521-84), uno dei primi ad arrivare a Granada e al quale

le fiaban sus conciencias los hombres de mayor puesto. Señalaronse en esta parte el santo arzobispo don Pedro Guerrero, el presidente [de la Chancillería] (después cardenal) don Pedro Deza, el marqués de Mondéjar, el cual, en el tiempo de la rebelión y guerra contra los traidores [moriscos] le trajo siempre a su lado estando en campaña81.

Padre Navarro controllava in tal modo simultaneamente la coscienza dei tre uomini più potenti del regno; l’arcivescovo di Granada, il presidente della Chancillería e il Capitano Generale del regno.
Altri gesuiti granadini assurgono ad un livello internazionale. Basti ricordare padre Diego de Guzmán, così vicino ai granduchi di Toscana82; padre Andrés Galdámez, compagno del confessore della regina Caterina del Portogallo83; padre Diego de Avellaneda, inviato da Felipe II come confessore dell’arciduchessa Elisabetta, sposa di Carlo IX di Francia; e padre Pedro de Sotomayor, che fu confessore di un principe tedesco «después arzobispo de Tréveris, elector del Imperio» mentre studiava a Salamanca84.
Ritorniamo però al tema delle origini familiari dei gesuiti granadini. Santibáñez, in definitiva, non dice nulla della nascita di praticamente il 50% dei soggetti ai quali si riferisce. Un particolare che, in prima istanza, è significativo se lo compariamo con l’esaustività dei dati dei quali dispone rispetto a date, luoghi di nascita e curriculum precedente all’entrata nell’ordine. Credo che questa circostanza possa rivelare altro: una decisione, cosciente e volontaria, di cancellare dagli annali i segnali, anche infimi, che potessero destare il sospetto di origini inappropriate dei padri andalusi e, nel caso concreto del quale ci occupiamo, granadini. Due fatti sostengono la mia affermazione. Il primo è che l’autore – almeno in certe occasioni – non sembra preoccupato di precisare le origini familiari, come se non considerasse necessario aggiungere ulteriori dati. Questo accade quando scrive di compagni nati fuori dal regno e, ancor più, se nati fuori dall’Andalusia. In questi casi gli sembra sufficiente segnalarne la provenienza geografica per giustificare l’omissione di dati ulteriori sulla loro nascita. Poteva anche semplicemente essere così, perché Santibáñez aveva accesso piuttosto a notizie concernenti i granadini e gli andalusi; ma più probabilmente anche perché un’origine del nord della penisola o estera bastava ampiamente per dissipare, in un ambiente ossessionato dalla limpieza de sangre, qualunque possibilità di un’origine familiare “equivoca”, soprattutto tenendo conto che, a parte la maggioranza degli abitanti di origine morisca, la ripopolazione recente del regno con gente di ascendenza eterogenea aveva fatto dell’Andalusia una meta di grande interesse per gli ebrei conversi, attratti dalle concessioni terriere, le esenzioni fiscali e la mancanza di documentazioni che mostrassero le loro origini85.
La seconda motivazione, coerente con la precedente, ma più significativa, dobbiamo ricercarla nell’ambiente stesso della Compagnia di Gesù al momento della Congregazione generale del 1593, nella quale il generale finalmente si arrese davanti all’imposizione – largamente perseguita dalla monarchia – di vietare l’accesso nel proprio seno a persone di sangue non limpio. Una situazione che doveva risultare scomoda per i soggetti di origine convertita o morisca accettati prima di questa data; gesuiti che, a partire da questo momento, dovettero diventare un serio problema per il governo dell’ordine. Appare chiaro che, con la classica abilità tanto segnalata storicamente nella Compagnia, nella casa generalizia rapidamente si trovò una soluzione, un modo per facilitare le cose a coloro che già erano gesuiti e, successivamente, permettere di continuare ad accettare persone di origini oscure. Così, il padre generale Claudio Acquaviva dispose nel 1600 che si avvisasse chiunque volesse entrare nella Compagnia «que en cualquier tiempo antes de la profesión que se descubriere alguna mancha en su linaje la Compañía no lo podrá tener»86; in virtù di questo, una manifesta origine morisca o conversa avrebbe vietato automaticamente l’accesso del candidato. Però «si los testigos solamente dijesen que ay rumor y fama, y que han oydo decir, y no supiesen más que esto, adviértase que esto no basta para que no sea recibido el que pide la Compañía, porque en materias tales los rumores y oydas solas, sin más fundamento, están expuestos a grandes engaños, agravio y peligros»87. Acquaviva, a partire da questo momento, diventa ogni volta più sottile e, rispetto a quelli che erano già stati ammessi e che avevano preso i voti, dispone

en virtud de santa obediencia y su las penas reservadas a nuestro parecer y arbitrio, que ninguno de la Compañía inquiera ni trate directe ni indirecte de la limpieza y linaje del que hubiere hecho los votos, porque lo contrario sería contra la unión y buen ser de la religión y contra el fin del Decreto, el qual no pretende que alguno de los particulares aya de inquirir lo que ay de la limpieza de los ya recibidos; pero en caso que alguno, sin procurarlo, entendiese que hubo algún error en la información de los ya recibidos, le ordenamos con el mesmo precepto y penas que con ninguno trate dello, directe ni indirecte, sino con el general o el provincial, para que, conforme a la intención del Decreto, provean del remedio conveniente88.

Non intendo affermare che i padri granadini dei quali non si annotano dati familiari fossero tutti in questa situazione, ma certamente potrebbe essere che alcuni di loro – come alcuni degli altri che pur figurano di nobile e rispettabile famiglia – si trovassero nella circostanza descritta. Infatti fino al 1593 non c’erano troppi problemi per entrare nell’ordine ignaziano. Forse per questo Santibáñez non omette casi troppo noti come quello del padre Albotodo, «figlio di genitori morischi»89. Preferendo, per gli altri, soprattutto parlando dei padri antichi della provincia, non entrare in un terreno scivoloso. Scrivendo nella prima metà del secolo XVII, la disposizione di Acquaviva del 1600 doveva essere ancora recente con la sua fortissima carica di autorità. Perciò a Santibáñez dovette sembrare più opportuno segnalare con dettagli le origini immacolate di quelli dei quali poteva farlo, o glissare almeno su coloro dei quali si poteva sospettare un lignaggio quantomeno dubbioso: un’ipotesi di lavoro quest’ultima forse rischiosa e difficile da dimostrare ma affascinante, che mi piacerebbe poter sviluppare con maggiore ampiezza e profondità in futuri lavori.

Note

* Questo lavoro fa parte di una più ampia ricerca sulla Compagnia di Gesù e il suo rapporto con il potere politico in Spagna e in Italia tra il Cinquecento e il Seicento, sviluppata negli anni 2003-05. Al termine dei miei studi di Dottorato svolti all’Università di Granada, ho effettuato un soggiorno di ricerca a Roma presso il Dipartimento di Storia moderna e contemporanea dell’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, che ringrazio per avermi accolto. Ringrazio anche, per l’aiuto nella traduzione italiana, il dott. Massimiliano Bianchi.
1. Monumenta Historica Societate Iesus (mhsi), t. 23, vol. ii, San Francisco de Borja, Tipográfica Gabriel López del Horno, Madrid 1903, pp. 524-7.
2. A. L. López Martínez, La economía de las órdenes religiosas en el Antiguo Régimen. Sus propiedades y rentas en el reino de Sevilla, Diputación Provincial de Sevilla, Sevilla 1992, p. 37.
3. A. Astrain, s.i., Historia de la Compañía de Jesús en la asistencia de España, Administracion de razon y fe, Madrid 1902, t. i, p. 396.
4. W. Soto Artuñedo, La actividad de los Jesuitas en la Malaga moderna (1572-1767), CajaSur, Córdoba 2004.
5. Astrain, Historia de la Compañía de Jesús, cit., t. i, p. 433.
6. Fino al punto che l’arcivescovo si sente uno della Compagnia: cfr. J. López Martín, El arzobispo de Granada don Pedro Guerrero y la Compañía de Jesús, in “Anthologica Annua”, 24-25, 1977-78, pp. 492-4.
7. Historia del colegio de San Pablo de Granada, 1554-1765, trascrizione di J. de Béthencourt s.i., revisione e note di E. Olivares s.i., Facoltà di Teologia di Granada, Granada 1991, pp. 31-6.
8. Che includeva parte dell’Estremadura e le isole Canarie. Al momento della sua espulsione dalla Spagna i gesuiti avevano più di quaranta domicili in Andalusia tra case, collegi, residenze e noviziati. I dati sono presenti in diversi cataloghi del secolo xviii conservati presso l’Archivo histórico de la Provincia de Andalucía de la Compañía de Jesús (ahpasi) e l’Archivo histórico nacional (ahn), Jesuitas, legs. 850-1.
9. E. Belenguer Cebriá, El reino de Granada en el contexto de los reinos hispanos en el siglo xvi, in M. Barrios Aguilera (ed.), Historia del Reino de Granada, Università di Granada, Granada 2000, t. ii, pp. 27-8.
10. Intesa, anche, non solo come un organismo meramente giudiziario, se non come strumento pienamente governativo, come ha dimostrato I. Gómez González, La justicia, el gobierno y sus hacedores. La Real Chancillería de Granada en el Antiguo Régimen, Comares, Granada 2003.
11. Cfr. E. E. Rosenthal, The Catedral of Granada. A Study in the Spanish Renaissance, Princeton 1961, e Id., La Catedral de Granada, Servicio de Publicaciones de la Diputación de Granada, Granada 1990. È da sottolineare, inoltre, la sintesi complessiva di F. J. Martínez Medina (ed.), Jesucristo y el Emperador cristiano, CajaSur Publicaciones, Córdoba 2000.
12. Al riguardo cfr. J. L. Orozco Pardo, Christianópolis: urbanismo y Contrarreforma en la Granada del Seiscientos, Diputación Provincial de Granada, Granada 1985.
13. Sarebbe del tutto impossibile elencare in questo breve spazio l’ingente produzione storiografica sulla natura e la problematica sull’epoca morisca in Granada. Mi concentrerò, pertanto, su quelle opere che considero imprescindibili: A. Domínguez Ortíz, B. Vincent, Historia de los moriscos. Vida y tragedia de una minoría, Revista de Occidente, Madrid 1978; F. B. Medina, s.i., La Compañía de Jesús y la minoría morisca (1545-1614), in “Archivum Romanum Societatis Iesu” (arsi), lvii (1988); E. Soria Mesa, Señores y oligarcas. Los señoríos del Reino de Granada en la Edad Moderna, Università di Granada, Granada 1997; M. Barrios Aguilera (con M. M. Birriel Salcedo), La repoblación del Reino de Granada después de la expulsión de los moriscos. Fuentes y bibliografía para su estudio. Estado de la cuestión, Università di Granada, Granada 1986, Id. (con A. Galán Sánchez), La historia del Reino de Granada, a debate. Viejos y nuevos temas. Perspectivas de estudio, Diputación Provincial de Málaga, Malaga 2004, Id. (a cura di), Historia del Reino de Granada, Università di Granada, Granada 2000 (3 voll.).
14. ahpasi, Cod. s.i., 1, (4 voll.), Ms.
15. ahpasi, Cod. s.i., 2. Ms.
16. Historia de la Provincia de Andalucía de la Compañía de Jesús (1553-1662), Introduzione, note e trascrizione di A. Martín Pradas e I. Carrasco Gómez, Prologo di W. Soto Artuñedo, s.i., Écija 2005.
17. Fu alunno del collegio gesuita di Granada e paggio del marchese de Estepa. Concluso il noviziato, svolse i suoi studi umanistici (1600-01) a Granada, e quelli di arti e teologia (1601-08) a Siviglia e Cordova. Avviato alla predicazione dal 1609, occupò il pulpito di vari collegi e case della provincia: Trigueros, Baeza, Marchena, Carmona, e le case professe di Siviglia, Granada e Cordova. Fu superiore della residencia di Jaén (1618-21) e rettore dei collegi di Baeza (ca. 1624-25) e di Guadix (1625-26). Tra il 1629 e il 1630 accompagnò, come confessore, don Fadrique de Toledo e Ossorio, generale dell’Armada del Océano inviata per cacciare dalle Antille i pirati inglesi e francesi. Allo stesso tempo, esercitò l’apostolato con marinai e soldati. Senza lasciare del tutto la predicazione e il confessionale, tornò a Granada nel 1635 come «Historicus Provinciae, Medina, f.b., s.i. Santibáñez (Santiváñez), Juan de», in C. O’ Neill, s.i., J. M. Domínguez, s.i., Diccionario histórico de la Compañía de Jesús, Università Pontificia di Comillas, Madrid 2001, vol. iv, pp. 3502-3.
18. Ivi, vol. ii, p. 1276.
19. Sono i casi del fratello Juan de Ervás (ca. 1548-1638), che, prima di entrare nella Compagnia, servì come soldato nella guerra di Granada del 1568, ahpasi, Cod. s.i., 2, Ms., Santibáñez, Centuria ii, n. 61; di padre Francisco de Quesada (1536-1628), rettore dei collegi di Granada, Cordova e Malaga e due volte provinciale dell’Andalucía, ivi, n. 64; o di padre Juan de Casarrubios (1556-1646), rettore dei collegi di Úbeda, Cadice e Antequera, ivi, Centuria iii, n. 59.
20. Fino al punto che qualcuno, vedendo i gesuiti vendere questi prodotti ad un prezzo «más subido que en la tienda, ha dicho más valiera que los padres de la Compañía se fueran a ser revendedores al puerto de arrebata capas, con otros dicharachos en esta forma», cfr. Diario del colegio de San Pablo de Granada. Año 1762, Archivo histórico de la Provincia de Toledo de la Compañía de Jesús (ahptsi), legs. 1314-2.
21. Per citare alcuni esempi, nel giorno di san Stanislao di Kostka del 1762 il menu prevedeva «ubo ante platillo y media perdiz y un zorzal, el otro ante, de fruta, y postres dobles»; il giorno di Capodanno i gesuiti mangiavano «dos platillos, quatro antes y quatro postres, y vino de primera clase»; si fa anche costante riferimento al consumo di pesce e uova in Quaresima, o al fatto che il giorno dei Santi Innocenti «es costumbre hacer buñuelos por postre a la comunidad». Abitualmente i gesuiti nelle festività importanti ricevevano «una libra de dulce», ibid.
22. L’orario estivo osservato nel collegio granadino alla vigilia dell’espulsione dei gesuiti prevedeva che ci si alzasse «a las quatro y media, a las once y media a comer, y a colación a los ocho y quarto, y acostar a las nueve y media». In inverno si seguiva lo stesso schema, ma aggiungendo una mezz’ora, ibid.
23. In concreto il fratello Juan de Burgos (1585-1602), morto per malattia a otto mesi dal suo ingresso nell’ordine, ahpasi, Cod. s.i., 2, Ms., Santibáñez, Centuria i, cit., n. 16.
24. Così padre Francisco de Cuellar (1567-1600), dedicatosi «a curar los heridos de la pestilencia en el hospital [...] y habiendo trabajado por muchos días sintió en su carne la saeta del contagio», ibid., n. 4; o padre Jerónimo López, morto durante una missione nelle almadrabas de Sanlúcar de Barrameda nel 1577, ibid., n. 84.
25. Ne soffriva padre Francisco de la Torre. All’insorgere della malattia poteva avere contribuito la sua origine: «era su padre Francisco de la Torre, el hombre de mayor caudal que conocía esta ciudad». Era entrato nella Compagnia durante le predicazioni di padre Basilio, cfr. ivi, n. 79.
26. Cito due esempi: quello di padre Andrés Galdámez, uno dei primi gesuiti del collegio granadino, morto in Eritrea negli anni Sessanta del Cinquecento, ivi, n. 58, e quello di padre de Jerez Luis Francisco de Quirós, i fratelli granadini Sancho Ceballos, Gabriel Gómez e Juan Bautista Méndez, de Úbeda, morti nella provincia di Axacán, sulla costa della Florida, nel 1570, ivi, nn. 61-2.
27. Come padre Alonso López, assassinato nel 1571 in Aguas Blancas, nel cammino tra Granada e Guadix a 26 anni, ivi, n. 63.
28. Così padre José de Alderete, rettore di Granada, morto nel 1612, entrò a quaranta anni compiuti, essendo stato in precedenza provisore del vescovado di Malaga, ivi, n. 1; il fratello Diego de Yébenes, morto nel 1581, aveva lavorato per sette anni nell’ospedale con il futuro san Juan de Dios, ivi, n. 99; padre Antonio Pérez, morto nel 1590, era entrato nella Compagnia «ya sacerdote y buen teólogo, en los 25 de su edad», ivi, Centuria ii, n. 15; padre Gonzalo de Esquivel era stato avvocato e relatore della Audiencia di Sevilla, ivi, n. 46. Padre Ignacio de Fonseca, morto nel 1577, era entrato già «sacerdote de 28 años», ivi, n. 48. Padre Gonzalo Meléndez, morto nel 1580, fece il suo ingresso nell’ordine a 47 anni dopo aver conosciuto i gesuiti durante il Concilio di Trento, essendo provisore e segretario di Don Cristóbal de Rojas y Sandoval, arcivescovo di Sevilla, ivi, Centuria iii, n. 5. Padre Diego de Avellaneda, morto nel 1598, entrò a ventinove anni quando era «colegial de Osuna, y rector de colegio y universidad, donde leía cátedra de Teología», ivi, n. 9. Infine, padre Juan de Casarrubios, morto nel 1646, entrato nella Compagnia «ordenado ya sacerdote y de 26 a 27 años, el de 1582», ivi, n. 59.
29. Una delle grandi originalità del sistema educativo gesuitico consiste nel non restringere l’insegnamento all’ambito delle aule. I gesuiti, come è noto, davano grande importanza agli esercizi fisici all’aria aperta e alla preparazione dell’alta società, includendo l’apprendistato di musica, danza, rappresentazioni teatrali, linguaggio corretto. Queste caratteristiche tanto nuove – e il fatto che le lezioni si impartivano sempre gratuitamente, senza escludere nessuno studente, «por no ser de condición elevada o por ser pobre», Ratio Studiorum, regla xii, “Del prefecto de los estudios inferiores” – fecero sì che molto presto i collegi della Compagnia di Gesù guadagnassero un prestigio che si tradusse in un elevato numero di alunni, tra i quali figuravano molti figli di possidenti. In teoria, i gesuiti si occupavano allo stesso modo «de los estudios de los pobres [...] que de los estudios de los ricos», Ratio Studiorum, regla iv, “Reglas comunes a todos los profesores de las facultades superiores”. Va segnalato, tuttavia, che nelle aule si mantenevano separati gli studenti religiosi dai secolari e i poveri dai ricchi, cfr. E. Rivera Vázquez, Galicia y los jesuitas. Sus colegios y enseñanza en los siglos xvi al xviii, Fundación Pedro Barrié de la Maza, La Coruña 1989, p. 449.
30. Così il fratello Bernardo de la Peña (1542-1602), il quale entrò nella Compagnia quando conobbe Juan de Ávila a Toledo. Operò nel noviziato di Roma, dove formò il futuro generale Claudio Acquaviva. Dedito alla cura dei malati aveva fama di guarigioni miracolose, ahpasi, Cod. s.i., 2. Ms., Santibáñez, Centuria i, n. 18; o il fratello Francisco de Villareal (1529-99), che visse in Andalusia, Florida e Messico, famoso per la sua austerità, le sue penitenze continue e le cure prestate agli indios ammalati, ivi, n. 25.
31. Pedro Navarro fu il primo padre a fondare il collegio granadino e ad esserne rettore, ivi, Centuria i, n. 82.
32. Il fratello Bernardo «el vizcaíno», che fu accolto nella Compagnia in Roma dallo stesso Ignazio dopo una lunga peregrinazione. Lavorò nel noviziato di Simancas e poi fu ortolano nel collegio di Granada. Accompagnò il provinciale di Andalucía a Toledo nel 1558, contagiandosi mentre lavorava nell’ospedale di Távera, ivi, n. 57.
33. Padre Jorge González, originario di Samos, aveva studiato a Salamanca, abbandonando gli studi per la milizia. Pellegrino, entrò nella Compagnia a Granada. Era specialista in lettere latine e greche, ivi, n. 21.
34. Si evidenziano due gesuiti che provengono dalla stessa località, Campanario. Uno è padre Mateo Rodríguez (1566-1629), sacerdote prima di essere gesuita, qualificatore del Sant’Uffizio e che, per la sua sapienza «acudían todos a él, y más que los otros los dos arzobispos, don Pedro de Castro y don Diego de Guzmán», ivi, n. 48. L’altro è il fratello Miguel de Valdivia (1538-1604), formatosi a Montilla. Da giovane il suo fervore religioso lo spinse a svolgere il pellegrinaggio a Roma e Gerusalemme senza l’autorizzazione dei suoi superiori. Durante gli ultimi dieci anni di vita fu l’incaricato del refettorio del collegio di Granada, ivi, Centuria iii, n. 40.
35. Padre Miguel Higinio (sicuramente Higgins, 1552-1638), educato nel collegio inglese di Roma, discepolo di Bellarmino e studente in Ingolstadt. Visse a Madrid, Lisbona, Siviglia e Malaga, dove morì, ivi, n. 99.
36. Il fratello Antonio de la Cámara, nato a Gand e morto ad Alcaudete nel 1621, ivi, n. 89.
37. Il fratello scalpellino Juan Baptista, guascone, defunto a Granada nel 1610, ivi, Centuria ii, n. 86.
38. W. V. Bangert, s.i., Historia de la Compañía de Jesús, Sal Terrae, Santander 1981, pp. 58-9.
39. Erano i casi di padre Alonso de Ávila – conosciuto come Basilio –, che entrò nella Compagnia nel 1548 o di padre Juan Álvarez, che lo fece l’anno prima, ahpasi, Cod. s.i., 2, Ms., Santibáñez, Centuria i, nn. 55-9.
40. Si concede un trattamento di favore, dimenticando noviziati e probazioni precedenti, a padre Antonio Arana, originario di Vélez-Malaga e inquisitore del Sant’Uffizio a Granada, che, dopo una lunga relazione con i gesuiti, decise di entrare nell’ordine direttamente come padre in punto di morte nel 1628, ivi, Centuria ii, n. 52.
41. Tra loro c’erano anche ulteriori tre gradi: novizio, coadiutore temporale approvato (che pronuncia voti semplici alla fine del noviziato) e coadiutore temporale formato (pronuncia gli ultimi voti semplici dopo dieci anni), cfr. Bangert, s.i., Historia de la Compañía de Jesús, cit., pp. 58-9.
42. Come, per esempio, il fratello granadino Juan de Burgos, morto a Montilla nel 1602 a 17 anni e « a los 8 meses de su probación», ahpasi, Cod. s.i., 2, Ms., Santibáñez, Centuria i, n. 16; o il fratello sivigliano Francisco Rodríguez, novizio e studente di teologia, morto nel 1569, contagiato dalla malattia mentre accompagnava le truppe inviate a soffocare la ribellione dei morischi. Secondo Santibáñez, anche nel delirio, non smise di predicare «a los soldados y exortarlos a la continencia, a la confesión, al temor santo de Dios, como si se hallara entre los escuadrones de la milicia», ivi, n. 89.
43. Non posso non citare i padri Juan Manuel, Pedro de Sotomayor e Antonio Hernández de Córdoba che avevano studiato diritto civile e canonico a Salamanca, ivi, nn. 43, 51, 64; i padri Jerónimo López, Martín Gómez, Diego Téllez e Juan de la Plaza, teologi formati ad Alcalá e colegiales i due ultimi, ivi, nn. 67, 84, Centuria ii, n. 31, Centuria iii, n. 1 rispettivamente; sempre colegiales, però di Osuna, erano i padri Diego de Avellaneda e Miguel Ferrer, ivi, Centuria iii, nn. 9, 23.
44. Caso, come già abbiamo visto, del padre inglese Higinio.
45. Padre Pedro Bernal era professore di diritto, ivi, Centuria ii, n. 10; padre Mateo Rodríguez era docente di arti, teologia morale e scolastica, ivi, Centuria i, n. 48; padre Luis de Montalbán insegnava teologia morale, ivi, Centuria ii, n. 32; padre Pedro Melgarejo era professore di arti, teologia morale e scolastica e dei due diritti, ivi, Centuria iii, n. 81.
46. Per un approccio alla sua biografia e per il riconoscimento internazionale della sua opera cfr. J. J. Lozano Navarro, Tomás Sánchez, Comares, Granada 2000.
47. In questo senso, sono anche teologi di alto livello i padri Diego Granados e Mateo Rodríguez.
48. ahpasi, Cod. s.i., 2. Ms., Santibáñez, Centuria iii, n. 89.
49. arsi, Hisp. 96, Epp. Hispaniae, 1556-59, ff. 368r-369v. Lettera del padre Bustamante al generale Laínez, Granada, 28 giugno 1559.
50. arsi, Hisp. 95, Epist. Hispaniae Mixtae, 1557-58, ff. 140r-v. Lettera del padre Alfonso Ruiz al vicario general Laínez, Granada, 31 agosto 1557.
51. Ibid. Di fatto, padre Bartolomé de Bustamante segnala al generale Laínez nel giugno del 1559 che «los nuestros que allí fueren llevan cuidado de enseñar la lengua castellana a los muchachos, y de aprender la suya de algarabía como medio necesario para el fin que se pretende», arsi, Hisp. 96, Epp. Hispaniae, 1556-59, ff. 370r-v. Lettera del padre Bartolomé de Bustamante al generale Laínez, Granada, 30 giugno 1559. I risultati sono subito visibili: nel 1560 nel collegio studiano «500 y 50 niños, de los quales son morisquitos los 300 y 50, y los otros 200 son cristianos viejos. Y los morisquitos aprovechan, porque tienen buenas habilidades y especial zelo de la doctrina cristiana, de que se tiene particular cuidado aprendan, de la que se les hazen más de 90 preguntas y responden muy bien a ellas [...]. Llévanlos de quando en quando por las calles diziendo la doctrina cristiana cantando, que edifican mucho los que los ven. Van también a los hospitales en procesión, y en sus cestillas llevan pasas o otra fruta para consolar a los pobres. Y dan las madres de buena gana a los hijos lo que tienen para que lo lleven a los pobres, porque normalmente los moriscos son limosneros», arsi, Hisp. 97, Epp. Hispaniae, 1560, ff. 306r-v. Lettera del padre Navarro al generale Laínez, Granada, 31 agosto 1560.
52. Medina, La Compañía de Jesús, cit., pp. 4-8, 84-95.
53. arsi, Hisp. 96, Epp. Hispaniae, 1556-59, f. 319. Lettera del padre Sancho al generale Laínez, Granada, 27 aprile 1559. L’uso dell’arabo fu vietato ai morischi dalla real cédula del 7 dicembre 1526, disposizione che, alla fine, fu rinviata insieme con altre per quaranta anni, cfr. M. Barrios Aguilera, Religiosidad y vida cotidiana de los moriscos, in Id. (ed.), Historia del Reino de Granada, cit., t. ii, p. 417.
54. «Era el maestro de escribir el P. Francisco de la Torre, que había sido canónigo de esta santa iglesia, cosa que causó grande edificación ver ocupado en materias corregir las planas, y cortar las plumas a los muchachos una persona tan conocida», ahn, Jesuitas, l. 773, ff. 1-3v.
55. ahpasi, Cod. s.i., 2, Ms., Santibáñez, Centuria i, n. 81.
56. Ivi, Centuria iii, n. 23.
57. Ivi, Centuria i, n. 61.
58. Fatto segnalato tradizionalmente dalla storiografia e, recentemente, da P. Broggio, Evangelizzare il mondo. Le missioni della Compagnia di Gesù tra Europa e America (secoli xvi-xvii), Carocci, Roma 2004, pp. 148-62. Per informazioni concrete sui padri granadini che parteciparono alle missioni oltremare cfr. J. N. Vargas, s.i., Jesuitas andaluces en Hispano-América y Filipinas, Biblioteca Teologica Granadina, Granada 2000.
59. Solo in qualche caso queste origini sono un po’ più dettagliate, come avviene per il fratello Juan di Arana, «di padri nobles repobladores di Oñate», originario di Granada, che si occupò di dottrina cristiana nelle missioni e nelle scuole. Morì a Trigueros nel 1577, ahpasi, Cod. s.i., 2, Ms., Santibáñez, Centuria ii, n. 52.
60. Nato a Granada nel 1550, entrò nella Compagnia nel 1571 e morì a Siviglia nel 1599, dopo essere stato rettore di diversi collegi nella provincia, ivi, n. 26.
61. Granadino, nacque nel 1523. Fu educato da suo zio, il cardinale Alonso Manrique, inquisitore generale. Si formò come gesuita con Francesco Borgia e si trasferì a Roma con padre Nadal. In seguito, fu rettore del collegio di San Giovannino di Firenze e fu persona particolarmente gradita ai Granduchi di Toscana, ivi, n. 98.
62. Originario di Marchena, era nato nel 1565. Entrato nella Compagnia nel 1581, morì a Granada nel 1611, essendo stato durante la sua vita rettore dei collegi di Jerez de la Frontera, Malaga e Granada, ivi, Centuria iii, n. 35.
63. Era nato a Siviglia nel 1539. Studente a Salamanca, entrò nella Compagnia nel 1554. Rettore di vari collegi castigliani e di quello di Granada, dove morì nel 1579, ivi, Centuria i, n. 64.
64. Madrileno, entrò nella Compagnia nel 1560. Si dedicò al lavoro nella casa della dottrina dell’Albaycín e morì a Cordova nel 1580, ivi, n. 81.
65. Nato a Siviglia nel 1560, crebbe nella casa del patriarca Ribera a Valenza. Entrò nell’ordine nel 1577, fu rettore del collegio di Valenza, visitatore e provinciale di Andalusia. Morì a Siviglia nel 1624, ivi, Centuria ii, n. 59.
66. Nacque a Granada, lavorò nella casa della dottrina dell’Albaycín e fu rettore dei collegi di Marchena e Siviglia. Morì a Trigueros nel 1582, ivi, Centuria i, n. 79.
67. Granadino, nato nel 1531, fu rettore del collegio di Lima e procuratore della provincia del Perù in Roma. Morì a Potosí nel 1581, ivi, n. 80.
68. È il caso di padre Agustín López, nato a Granada nel 1561 e gesuita dal 1576, rettore dei collegi di Cazorla, Siviglia e Córdoba (dove morì nel 1609) e nipote dei gesuiti Gaspare e Jerónimo López, ivi, Centuria ii, n. 88.
69. Così si dice di padre Diego de Quirós, nato a Granada nel 1557, gesuita dal 1577 e morto a Siviglia nel 1637, ivi, Centuria iii, n. 32.
70. Cfr. E. Soria Mesa, La nueva sociedad, in Historia del Reino de Granada, Università di Granada, Granada 2000, t. ii, pp. 722, 727-8.
71. ahpasi, Cod. s.i., 2, Ms., Santibáñez, Centuria i, n. 31.
72. Lo furono, tra gli altri, i padri Pedro de Vargas (1563-1631), Centuria i, n. 44; Miguel de Espinosa (1585-1630), ivi, n. 47; Mateo Rodríguez (1566-1629), ivi, n. 48; Francisco de Quesada (1562-1628), ivi, Centuria ii, n. 64 e Francisco Ruiz de la Escalera (1565-1618), ivi, Centuria iii, n. 83.
73. García Cárcel, Herejía y sociedad en el siglo xvi. La Inquisición en Valencia, 1530-1609, Península, Barcellona 1980, pp. 134-5.
74. Secondo quanto dice il padre Alfonso Ruiz, il prelato «nos ayuda mucho con limosnas y nos tiene muy grande amor, tanto que nos envía aun de lo que a él le traen a comer, como alguna fruta», arsi, Hisp. 95, Epist. Hispaniae Mixtae, 1557-58, ff. 140r-v. Lettera del padre Alfonso Ruiz al vicario generale Laínez, Granada, 31 agosto 1557.
75. ahpasi, Cod. s.i., 2, Ms., Santibáñez, Centuria ii, n. 31.
76. Ivi, n. 59.
77. Ivi, n. 61.
78. Ivi, n. 74.
79. Ivi, Centuria iii, n. 81.
80. Ivi, n. 84.
81. Ivi, Centuria i, n. 84.
82. Cfr. nota 61.
83. ahpasi, Cod. s.i., 2, Ms., Santibáñez, Centuria i, n. 58.
84. Ivi, Centuria iii, n. 75.
85. J. Castillo Fernández, La época morisca. Estructuras Sociales, in Barrios Aguilera (ed.), Historia del reino de Granada, cit., t. ii, p. 190.
86. arsi, Hisp. 86, Epp. gener., 1545-1678, ff. 32r-36r. Copia di una lettera del generale Acquaviva su come applicare il Decreto 3º della 5ª Congregazione generale, Roma, 15 settembre 1600.
87. Ibid.
88. Ibid.
89. ahpasi, Cod. s.i., 2, Ms., Santibáñez, Centuria i, n. 77.