Stefano Andretta

"RIVOLUTIONI E COMMOTIONI","CABALE E ARCANI".

LA CRISI DELLA "SIMMETRIA D'EUROPA" NEI RESOCONTI DIPLOMATICI VENETI IN FRANCIA DURANTE LA FRONDA PARLAMENTARE

 

 

1. La diplomazia veneziana e la crisi francese di met� secolo

Michiel Moresini il primo agosto 1653, dopo cinquantadue mesi di permanenza a Parigi come ambasciatore ordinario, in esordio della canonica Relazione di Francia e davanti ad un Senato che cinque anni prima aveva nobilitato il cardinal Mazzarino, svelava e confermava una strategia consolidata per fronteggiare il lento degrado della societ� veneziana. Con un'eccezione alla piuttosto rigida struttura espositiva di tali testimonianze, sosteneva che:

"La qualit� pi� necessaria per il sostenimento di un corpo politico e la parte pi� essenziale per la vera preservazione di un impero � stato creduto da Vostra Serenit� (1) (col fondamento di quella prudenza che tutto il mondo ammira fra le pi� qualificate virt� e fra le pi� preziose gemme che coronino questo Serenissimo Numero) essere le legazioni o ambascerie a' principi pi� lontani, acci� per questi canali d'oro corrano alla pubblica conoscenza le emergenze di tutte le corti; dalle qua li poi ricevendo sufficiente materia per conoscere (inclinazione, per pesare gli affetti e per iscoprir gl'interessi, possa questo Eccellentissimo Senato fondatamente avanzare le sue prudenti deliberazioni" (2).

In realt�, questa enfatica apertura oratoria conteneva insieme una menzogna e una verit�. La menzogna era relativa alla capa�cit� effettiva a dar un seguito concreto ad un'informazione ca�pillare con "prudenti deliberazioni'. Come numerosi studi han�no confermato, durante la prima met� del XVII secolo, la reces�sione economica, pur con momenti di maggiore o minore acu�tezza, divenne una tendenza inarrestabile dell'universo venezia�no. Quella rete mercantile e finanziaria che secoli di attivit�, d'intelligenza e di lavoro avevano contribuito a plasmare si an�dava incrinando, oltre che per un'oggettiva diminuzione del vo�lume d'affari, per l'insufficienza di una direzione politico‑eco�nomica sempre pi� cristallizzata in una logica municipalistica in�capace di scelte originali e coraggiose. Il tono economico fu scosso dal dinamismo dei concorrenti, dalla perdita d'importanti monopoli, dalla semidistruzione dei mercati tedeschi, dall'estro�missione dalle rotte oceaniche. Ovvero, l'immobilismo decisio�nale era l'altra faccia delle ancora tanto apprezzate saggezza e prudenza veneziane. I:elemento di verit� stava invece nel fatto che pi� che mai, ‑ ancor pi� che nel XVI secolo ‑, i Veneziani credevano nel valore intrinseco ed estrinseco della diplomazia come strumento di governo e di sopravvivenza. Numerosi poi gli elementi di crisi politica che avevano condotto a sopperire, qua�si fisiologicamente e terapeuticamente, con un'eccitazione diplomatica crescente alle farraginose "militie" e alla perduta "feli�cit� de' tempi antichi". Un periodo "infausto", in cui tutto appa�riva oscuro, instabile, drammatico e imponeva uno sforzo di contestualizzazione e di decifrazione degli avvenimenti. La guerra dei trent'anni esercit� un'influenza nefanda: gli avveni�menti politici e militari che si susseguirono nel quadrante italia�no ‑ dalla questione valtellinese alla guerra per la successione gonzaghesca ‑ furono, con le loro mortificanti conclusioni rive�latori di un profondo malessere. L�immagine di una Repubblica, che si riteneva depositaria di un reale primato negli affari italia�ni rispetto agli altri Stati della penisola e capace di giostrare abilmente tra le potenze, venne definitivamente a mancare. In�fine, negli anni conclusivi del conflitto europeo si sovrappose il fardello della guerra contro il Turco per il possesso dell'isola di Candia (Creta). Venezia usc� stremata da queste tragiche espe�rienze e soprattutto convinta dell'inutilit� di velleitarie sortite nel conflitto franco‑ispano‑asburgico. La necessit� di sanare le proprie ferite, di ricostituire le proprie risorse di sussistenza e di contenere l'infiacchimento generale della societ� si concret� in una politica di rigorosissima neutralit�. Incapace di sregionaliz�zarsi nelle strutture economico‑militari, lo stato moderno vene�ziano tent� di relazionarsi all'Europa e al "sconcerto" e "concer�to" delle "nationi" producendo un'elefantiasi dell'apparato di�plomatico, occupandosi puntigliosamente, quasi maniacalmente di avvenimenti che non lo riguardavano necessariamente in mo�do diretto. Il rafforzamento della rete diplomatica, proporziona�le alla crisi, assunse una dimensione sempre pi� europeizzata. La prospettiva di conservazione si dot� di uno strumento privi�legiato configurando testimonianze di una tesa e lucida intelli�genza politica che, schiacciata tra macrosistemi in movimento, compressa da imperi enormemente pi� potenti, s'impegnava in un intellettualistico tentativo di riconversione rivendicando il proprio diritto all'esistenza e all'autodeterminazione. Venezia costruisce un modello diplomatico che travalica le personalit� (ovviamente diverse) dei suoi ambasciatori; esso diviene una estrinsecazione di una cultura statuale realista che si sforza di penetrare, sviscerare, soppesare forme politiche, alchimie go�vernative e istituzionali, automatismi sociali, classi emergenti, meccanismi economici con un rigore e una perspicacia non poi cos� evidenti e scontati in altri ambienti �litari europei. Cono�scere, comprendere, prevedere poteva significare continuare a vivere liberamente. Le parole di Moresini pertanto assumono il tono della rivendicazione di una scelta e di una cultura, non di un'abdicazione. Se � storiograficamente pertinente ritenere che la capacit� di irradiazione culturale veneziana permanga dun�que a lungo oltre la sua estromissione e la sua emarginazione politico‑economiche dai grandi circuiti e confronti europei, si pu� allora considerare il suo funzionariato diplomatico come un'emblematica espressione di vitalit� di una cultura politica seicentesca la quale, sicuramente in lento declino, non pu� es�sere meccanicamente correlata, nei tempi e nei modi, con la ben pi� devastante e rapida crisi strutturale di Venezia.

Innanzitutto, i protagonisti, gli uomini, gli ambasciatori. Co�m�� noto, la Repubblica di S. Marco attingeva i suoi quadri diplomatici tra le fila di un patriziato che, organizzato socialmen�te in forma oligarchica, viveva intensamente e diffusamente le strutture statali. Dal XVI secolo in poi, il crescente ampliamen�to e affinamento della macchina diplomatica veneziana vede im�pegnati personaggi per formazione politico‑economica e per senso dello Stato non paragonabili ai corrispettivi quadri diplo�matici delle altre potenze europee. I curricula, le carriere degli ambasciatori veneti sovente attestano una frequentazione verti�cale e orizzontale degli organismi istituzionali e amministrativi di governo e una dimestichezza mentale alle arti "mechaniche" legate alla mercatura, cos� disprezzate se non ignorate dalle classi nobiliari di altri paesi, che si sintetizzano e si traducono in una notevole capacit� di orientamento politico‑economico‑giu�ridico nei contesti pi� intricati.(3) Inoltre, l'oggettivizzazione e la natura spersonalizzata dello Stato veneziano permette una per�cezione meno condizionata da legami, ideologismi e valori di ca�rattere feudale della realt� politica, sociale ed economica che si � chiamati ad illustrare. E bisogna rilevare che le caratteristiche e le sfumature di questa impostazione trovano, nella sostanza e nei dettagli, una espressione compiuta e esauriente pi� nei dispacci e nella corrispondenza ordinaria che nelle Relazioni (4).

Da tempo la Francia era al centro dell'attenzione veneziana per diversi rispetti: la ragione pi� ovvia consisteva nel fatto di considerarla uno dei poli fondamentali della politica europea, un punto di riferimento obbligato e imprescindibile. Dall'avven�to di Enrico IV in poi non � difficile riconoscere una corrente di simpatia pervadere diffusamente settori importanti del patrizia�to. Naturale contrappeso alla minaccia di una possibile ispaniz�zazione di tutta l'Italia, la Francia rappresent�, ad esempio, per il moderatismo conservatore e pessimista parutiano una garan�zia per la salvaguardia dei territori della Serenissima; oppure, per il dinamismo politico antispagnolo e giurisdizionalista dei "giovani" sarpiani e post‑sarpiani, la nazione a cui affidarsi per risollevare le sorti repubblicane. Frequenti poi le assonanze ideologiche e culturali sulla possibilit� di offrire una soluzione "laica" alle lacerazioni confessionali, un'ipotesi di pacificazione "politica" dei dissidi religiosi, in grado di esaltare lo Stato come forma giuridica superiore e distinta in opposizione all'idea spa�gnola e curiale di uno Stato totalizzante e controriformato. E persino dopo gli anni trenta, nonostante l'assoluta e disillusa equidistanza neutralista, rimase intatta una notevole sensibilit� all'evoluzione politica della societ� francese, al suo tendenziale affinamento di forme assolutistiche e burocratiche, al suo cre�scente protagonismo.

Negli anni centrali del secolo, il sussulto sociale che, aggiun�gendosi alla guerra, invest� in pi� punti il continente europeo, dalla Catalogna all'Inghilterra, dall'Italia meridionale alla Fran�cia costitu� un momento d'imbarazzo, di sospensione e di incer�tezze anche per la consumata esperienza degli ambasciatori ve�neti. Una consapevolezza di un singolare "disordine" e di un'in�crinatura delle macchine statali ricorrono puntualmente nelle considerazioni degli uomini della rete diplomatica di Venezia: dalle citt� vestfaliche, osservatorio particolarissimo, punto di confluenza simultanea delle notizie di tutta l'Europa e sede di trattative estenuanti fra le potenze la cui mediazione � stata af�fidata al nunzio Fabio Chigi e al veneziano Alvise Contarini (5) ; da Madrid, da Roma, da Napoli dove si constatava il progressivo deperimento dell'impero spagnolo; da Londra e dall'Aya ove Avvisi periodici informavano sull'evolversi di originali assetti politici. Infine, da Parigi dove Nani e Moresini osservavano prender corpo lo spettro di una nuova guerra civile. Una memo�rizzazione tenace degli accadimenti oscuri, sovvertitori di anti�chi ordini e consuetudini, della precariet� se non dello sconvol�gimento della "simmetria generale d'Europa" che ritorner� spes�so nelle loro pause di riflessione: l'uno insister� sull'impossibili�t� di ignorare "la serie intera di emergenze di tanto peso, ed a me non sia addossato il biasimo di averle impropriamente tra�scurate, mentre il corso di ben cento anni non ha portato alla Francia niente di pi� travaglioso, n� di pi� torbido; e la carica ha dato a me la congiuntura per maneggiare il mio poco talento nel mezzo di tante fiamme..."(6). L'altro, divenuto storiografo pubblico, non manc� di sottolineare le connessioni internazio�nali, la contemporaneit� e la complessit� delle "rivolutioni" (7) Le testimonianze veneziane hanno senza dubbio il merito, nella loro struttura globale, d'introdurre una visione pi� vasta e con�testualizzata della crisi francese e di far giustizia di una versione letteraria e semplificatoria che ha influenzato a lungo la storio�grafia sull'argomento o di modificare un'analisi diffusa della Fronda come sujet l�ger(8).

Del resto essi, pur rispettando la priorit� politica di adoperar�si per l'accelerazione del processo di pace e l'ottenimento di soccorsi francesi per l'armata di Candia e la consegna governati�va di non prendere alcuna iniziativa di schieramento pro o contro la leadership di Mazzarino (9), considerarono gli avvenimenti relativi alla Fronda parte integrante e rilevante nella funzione fondamentale di fornire elementi esatti ed esaurienti di conoscenza per il Senato(10).

 

2. Il tracollo economico, la guerra, i financiers

 

In tale contesto risulta dunque naturale ed obbligato finte resse serrato che Nani e Moresini riservarono al grande dissesto finanziario e all'eccessivo fiscalismo determinato dalle necessit� della guerra. La crisi del minist�riat di Mazzarino veniva indivi�duata come crisi di un apparato, formato essenzialmente da ap�paltatori, da tesorieri e da funzionari regi interessati alla gestio�ne delle finanze e alla riscossione delle imposte. Capire l'origine (o una delle origini) delle Fronde, dove pi� si concentrava lo sforzo cognitivo per decifrare le "novit�", significava prendere atto della separazione e della conflittualit� tra questo apparato finanziario e gli altri soggetti istituzionali e sociali del paese. Una distanza, un crescente isolamento di un gruppo di potere rapace che si configurava sempre pi� come casta, arricchitasi sullo sforzo bellico, che aveva sconvolto in una contingenza sto�rica drammatica il faticoso equilibrio tra le strutture economico�amministrative e la costante tendenza assolutista dell'assetto governativo della monarchia. Nel far questo, nell'istituire un nesso stretto tra problema della pace e disagio sociale, le testi�monianze veneziane seguono tracciati complessi e non sempre tradizionali. Nel 1647 Nani si sofferma nella ricostruzione di un fronte della pace; accanto alle iniziative diplomatiche, ai dissidi, alle "disgratie", alle "cabale"nel gabinetto dei ministri (11) compa�iono nuovi elementi di riflessione. Ci si riferisce allo stato degli eserciti attanagliati dalla penuria e dal desiderio di diserzione (12), alle leve forzate a Parigi dove "si prende un garzon per bottega" e "li sbirri fanno prigioni li vagabondi et otiosi et li vendo�no agli offitiali di guerra" (13). tengono seguite le fitte schermaglie sui sistemi di tassazione tra quelle "trenta o quaranta perso�ne, o pi� tosto tre o quattro" che "sole profittano delle sostanze de' tutti", e i Parlamenti‑ come ricordava in un'arringa infiam�mata il pittoresco e popolarissimo consigliere Piene Broussel (14) - per poi tentare un commenta successivo ai piccoli ma reiterati incidenti, alle baruffe, alle prime bastonature dei lacch� della famiglia di Michel Particelli d'Emery, surintendant des Finances, prossimo alla caduta e alla disgrazia. Scrive al Senato nel settembre, dopo che i Parlamenti avevano respinto una nuova tas�sazione parigina del savrintendente e proposto una commissio�ne di esperti senza l'intromissione di financiers:

 

"Questa � una clausola che assai ferisce il governo, rileva (autorit� del parlamento medesimo, prolonga l'effetto e diminuisce la somma, oltre che il popolo pubblica di non voler altrimenti pagarla. Emery pertanto s'accorge che non v'� nodo di fornir il fondo per tanti anni quanti s'e�ra supposto, et se ne' trattati di face si scoprisse per l'avvenire qualche maggior facilit� et intentione, sar� questo il motivo, ognuno toccando con mano che non si pub pi� tirare di lungo, che il popolo � stato vici�na a prender qualche strano patito, e che infine ogni anno s'ha da contender con la necessit� et s'azzarda tutta la quiete e la fortuna del regno. E' per� vero che n gran stati hanno grandi ripieghi e che, quan�do si vorr� che duri la guerra, o col regolar un poco il maneggio delle stesse finanze o col poner la mano sopra i partitanti et i finanzieri per spremerli, dopo che s'� lasciato gonfiarli col sangue degli altri, si cave�ranno thesori. Per l'anno presente cade la Pauletta che � un dritto che ogni nove anni pagano tutti li offitiali per poter trasmetter agli heredi la carica stessa. Questi sono dodici milioni incirca di lire, sowegno opportuno ma che per ci� non basta di gran lunga alle spese. Emery ha perci� chiamato a s� li doganieri et gli ha proposto di anticipare gli esborsi a conto degli anni '51 et '52, perch� hanno gi� pagato per gli al�tri, contentandosi della met� et anco meno di quello che son obbligati d. pagar a quel tempo. Dal danaro somma prender� moto e norma il restante." (15)

Uno scrupolo singolare nell'insistere sulla perversione dei meccanismi creditizi per ricreare un clima e comunicare al Senato la durezza e le difficolt� delle operazioni di finanziamento e di leva in un paese stremato. Appare un quadro spietato nella contabilit� del ruolo parassitario: all'inizio del 1648 servono per sostenere la campagna militare 54 milioni di lire, ma bisogner� richiederne cento, poich� il re paga ai "partitanti" il 15% d'interessi (il 25% per l'anticipo di un anno) e un altro 40% viene divorato in regal�e e profitti da coloro che "tengono negli Erarii la mano" (16). Oppure � avvertibile una spiccata sensibilit� nel raccogliere nei dibattiti del Parlamento le cifre del dissesto:

"Fu decretato in appresso che della Pauletta e della libert� dei prigionieri , come interessi particolari niente dovesse parlarsi ma solo della riforma e ben comune del regno, perch� dalla corte per discreditarli si faceva correr tra il volgo che i parlamentari hanno lasciato sopra il popolo cader tutti i pesi, n� si son risentiti che quando nel loro proprio si ha voluto toccarli. Sopra questo due opinioni son corse: l'una che si facci al re rimostranze degli abusi correnti con instante efficaci per la riforma di essi. L'altra, che di fatto si procedi pi� oltre, s'unischino ogni giorno nella camera di San Luigi li deputati delle corti sovrane, s'informi del maneggio delle finanze et per la malversatione di esse si formi processo. Perch� nel parlamento vanno i decreti non per voti ma per opinioni, ognuno proferendo la sua, l'ha accompagnata con lunghi discorse et si son udite stravaganze assai, molti non dissimulando che contro tre s'habbi da far il processo: cio� d'Emery, il cancelliere et il cardinal Mazarini. Dicono d'esser in termini chiari che durante questa reggenza si siino levati sopra il popolo una somma che � prodigiosa ma vera di cinquecentosessanta milioni di queste lire, dei quali duecentotrenta milioni non si vede alcun conto. Che l'anno passato si sono cavati centoquaranta milioni di lire et sessanta di essi sono andati a partitami in usure e interessi. Che perci� compli al servitio medesimo del regno saper meglio dove corri tanto oro et abolite tante inventioni dei finanzieri et d'altri pagando i soldati e offitiali. Riforma che se potesse farsi in tempo di guerra et se ne fosse la Francia capace, metterebbe la potenza sua a un segno s� alto che alcuna forza non potria contrastarvi." (17)

Cos� come nel rilevare la complessit� d'interessi particolar interessi contraddittori e pregiudizievoli alla razionalit� di qualunque decisione 'di carattere fiscale per cui, in una situazion d'urgenza, gli interventi risultavano di fatto empirici, affrettati approssimativi. Un sistema tentacolare che coinvolgeva i grane nobili (18), ma non solo loro (confermando le osmosi trasversali di ceti diversi) se alla fine di luglio, un mese prima delle barricate a Parigi e sull'onda di un grande successo politico sulla struttura monarchica, Moresini, nel primo dispaccio da lui firmato da sol dopo la partenza del Nani, sottolinea che:

 

Il pi� importante negotio che tenga tutta agitata la mente dei parlamentari, dopo scampato e pubblicato l�arresto della revocation degli intendenti delle provincie, � al presente la remission di tutto il contante che deve il re ai particolari sin dopo il fine della guerra, rilevando la summa a centocinquanta milioni. Ma perch� molti del parlamento stesso sono gagliardamente interessati qui dentro, parte per alleanze parte per crediti regi, viene fortemente la materia contrastata con grande incertezza dell'esito non essendo manco il numero di quelli ci per il sollievo e (...) vantaggio del re la propongono e l�approvano di quello (che) sian gli interessati che per solo suo particolar riguardo I disapprovano e la contendono." (19)

Una situazione confusa in cui per� apparivano possibilit� c arricchimento sullo sforzo bellico; ove in Parigi per i Cantarini la famiglia di banchieri legata al cardinale, "la strettezza di contante" si trasformava in buon investimento (20). Oppure, al con�trario, erano percepibili i disastri e i timori prodotti dall'instabi�lit� politica e dalla gestione oligarchica e pressoch� monopo�listica della rete dei finanziamenti pubblici. (21)

 

3. La nobilt�

 

Prendendo poi le mosse dalla lotta contro il fiscalismo, emer�gevano in realt� altre aspirazioni, universi e opinioni non ricon�ducibili alle rivolte che pur erano state seguite e segnalate me�todicamente durante tutta la prima met� del XVII secolo. Af�fioravano anche nella mentalit� patrizia veneta interrogativi su modalit� insolite di opposizione alla crisi. Emerge, in sostanza, lo sforzo d'identificazione della "novit�", della distinzione e del�l'insufficienza dei criteri adottati in precedenza nei confronti delle Jacqueries urbane o rurali. La nobilt� si conformava ad un ruolo tipico della storia seicentesca francese. Esente teorica�mente dalla tassazione, divisa nella sua maggioranza tra formali dichiarazioni di sostegno alla figura del monarca e tiepide e dif�fidenti simpatie verso i parlamentari, tentava opportunistica�mente di profittare del disagio sociale, per invertire quella ten�denza centripeta che andava progressivamente intaccando i suoi privilegi locali ed emarginandola dalle funzioni economiche, giuridiche e militari che costituivano il nerbo della sua autorit�. Questa forma medievale di opposizione all'apparato mazarinia�no, nel periodo tradizionalmente critico della minorit� del re, non riusc� mai a travalicare strategicamente l'idea di un colpo di Stato dai contorni personalistici e autonomistici: la parabola del principe di Cond� durante la Fronda nobiliare veniva da questo punto di vista considerata emblematica. Nel suo complesso, la grande nobilt� francese non fu in grado di uscire dalla logica di consolidarsi e affermarsi come forza di controllo e di garanzia del servizio monarchico sulla base della strenua difesa della pro�pria condizione, non sostituendosi compiutamente ad un fun�zionariato emergente che, con Luigi XIV, andr� allineando la propria fortuna politica al servizio incondizionato del re e dello Stato monarchico. Nel giudizio veneziano i nobili che simpatiz�zavano per la causa parlamentare non vengono mai ritenuti de�positari credibili di una cultura di governo e, in genere, tutta l'attivit� nobiliare viene ricondotta e decodificata secondo i cri�teri classici della "cabala" di Corte, di sorde lotte personali che condizionano, mutano e addirittura snaturano il raggiungimento di obiettivi precipuamente "politici". A volte basta una semplice varicella del giovanissimo re per rivelare atteggiamenti e inne�scare fantasiosi progetti (22). In altri casi si descrivevano la prassi politica di corte, gli espedienti del potere mazzariniano nell'inseguire la conservazione di equilibri in cui non di rado sembrano riecheggiare gli aforismi del Breviario dei politici: frequente era la strategia, ad esempio, di favorire la disgrazia dei pi� esposti per ripararsi dalle accuse dell'opinione pubblica (23). O anco�ra, in momenti drammatici di smarrimento politico, si pu� misurare quanto le decisioni politiche siano influenzate da conside�razioni legate all'ambiente cortigiano , ai singoli destini, alla crisi di una classe dirigente che non riesce a rendere omogenea una linea di governo in grado di esprimere una coerente difesa dell'ordine e della tradizione istituzionale. Cos�, nel giugno 1648 con la sommossa montante, con la camera di San Luigi proclamata luogo di riunioni frequenti dei Parlamenti, gli ambasciatori possono riferire sull'andamento di un consiglio dei ministri inquinato dai particolarismi e dalle incertezze:

 

"Mentre stava in tali sensi il parlamento opinando, il conseglio di reggeva s'� anche esso ridotto per consultare quello che decreta potesse per redimer l'autorit� reale dal sprezzo et il governo medesimo da peggior conseguenze. Si voleva che Orl�ans andasse al parlamento in persona e bravarlo ma egli non ha voluto assentirvi non se opinione d'alcuno che la Riviera (24) lasci correr la piena per batte cardinal Mazzarini prima che egli polsi contrastargli la promotione chiesta. Il signor cardinale disse infine che per ogni strada conver d'uscirne et che era d'avviso che, spinte al parlamento le compag delle guardie, armata mano si facesse separar l'assemblea con la forza et se ne arrestassero molti dei pi� seditiosi et arditi. I voti per ordinario secondando la voce del primo ministro restava ognuno ammutito, ma presa Savigni la parola rimostr� che come ognuno era pronto per il re et l'autorit� sua a sparger il sangue, cos� non si era in tempo d'usar la violenza. Esser costante che ad una atione s� fatta sarebbe Parigi in tumulto, tutte le provincie in rivolta con li nemici alle porte. Convenir guardarsi dal primo sangue che susciterebbe un incendio civile quale la fortuna di sua eminenza sarebbe incenerita alla prima, ma seco etiandio tutto il resto del regno. A queste voci gli altri ministri mali s'opposero tutti ai sensi del signor cardinale et rest� stabilito abbandonata la via del rigore si praticasse quella della simulation dolcezza. L'altro hieri si tenne pertanto in casa del duca d'Orl�ans pieno conseguo con l'intervento di otto presidenti del parlamento(�)�(25).

 

Un'atmosfera gravida d'insidie circondava gli ambienti di corte ove s'intrecciarono gelosie personali, protagonismi come quello appunto del duca d'Orl�ans che amava considerarsi l'unico tramite con i primi presidenti e uomo indispensabile tra reggenza e i parlamentari. Un'atmosfera, in cui s'intrecciarono espedienti e adulazioni per stroncare i segni di ribellione, arresti, sospetti e connivenze; manovre occulte in cui persine grandi vittorie delle armate francesi non venivano accolte da tutti con lo stesso spirito (26); spudorate menzogne al corpo di�plomatico sul reale stato della situazione a Parigi dopo le barri�cate nelle strade (27); tentativi di assassinare il cardinal Mazzari�no da parte di gesuiti e preti esaltati, incoraggiati dalla diffusio�ne delle dottrine monarcomache (28). Sino a tratteggiare affreschi antropologici e psicologici di un Mazzarino solo, assediato dal malcontento e da un'ostilit� diffusa, oppresso dal timore, infa�stidito dalla campagna crescente contro il proprio governo. Mi�chiel Moresini in un lungo cifrato (sorprendente ‑ come spesso accade ‑ per la riservatezza delle informazioni, in quel caso ottenute dalla carte all'epoca trasferita a Ruel), riferendo dell'impossibilit� pressoch� totale di ottenere udienza per eseguire le commissioni dei dispacci ducali, descriveva lo stato di prostra�zione del primo ministro:

 

�E' per� vero che il cardinale � cos� confuso et stordito per il conti�nuato ardire del parlamento, come resteran l�eccellenze vostre servite d'intendere nelle seguenti, che non solo si rende lontano dal negotio con ministri dei prencipi che tutto il giorno meco unitamente lo pres�sano ma non ritrovandone riposo, n� divertimento qualunque, la mag�gior parte del tempo spende piangendo, di quando in quando chieden�do consiglio ad alcuni dei suoi familiari, che in altro stato appena ha�vevan l�adito aperto alle riverenze et alii ossequi, al presente abbrac�ciati et come confidenti affettuosi pregati. Da che ne riceve piuttosto augumento il tormento che sollevo la pena, mentre sinceramente par�lando li rappresentano che in molto tempo non ha saputo fabbricarsi una confidenza o un amico. Che la soverchia avaritia lo ha reso odioso anco ai suoi pi� congiunti. Che l�haver studiato di stringersi sempre pi� in affetto ‑, confidenza con il duca et con il principe ad altro non ha valso che a far sussister due mezzi, che gi� possedendo le pi� pre�tiose pezze del regno, angustiato e ristretto rendevano il potere del re che, uscito dalla minorit�, non solo si quereler� giustamente della reg�genza presente, ma comprendendo le cause che l'hanno privato del possesso di taata portione di stati e governi concepir� sdegno contro la madre e venduta contro li principi stessi. Onde del presente governo havr� cavato la costernatione in tutti i suoi sudditi, la libera dispensa di tesori procurati avaramente dai suoi precessori, li colpi che sensibil�mente trafiggono le entrate reali per l'infinita quantit� di debiti, fab�bricati a capriccio e senza altro oggetto che d'un privato provechio, l'impossibilit� di retribuire al merito di chi l�haver� fedelmente servito per essersi o venduto o donato il meglio che posseder in stato (emi�nenza sua dopo haver tanto operato di esser forse anco abbandonato dai principi che finalmente, sebben beneficiati all'estremo, ameran meglio di procurarsi giustificationi appresso il re, in ogni caso, con il divertir le rivolte e le confusioni del regno che il sostenimento di chi havendole di gi� tutto concesso, non poteva altro darsi che il posto e la diretione delle cose e del regno. Tutte voci sincere e fondate, han fatto risolver Mazarini a chieder alla regina la permissione di partire la�sciando il governo alla soddisfatione del popolo che lo desidera e qua. si con violenza lo tenta. La regina ha negato all'istanza, affermando di voler perdersi prima che (...) assentire ad una debolezza s� grande che a capriccio dei suoi vassalli habbi d'abbandonare un ministro che pos�sedendo il segreto, in altre parti portandosi mortificato e scontento, poteva facilmente corrispondere alle male intentioni di Francesi"(29).

 

4. I Parlamenti

 

Ben pi� complessi sono la valutazione e l'interesse che susci�tano i Parlamenti. I:attivit� di queste corti di giustizia, destinate alla salvaguardia delle leggi fondamentali del regno, che accol�gono il corpo delle pi� significative porzioni della magistratura francese, nobilitata o in via di nobilitazione, costituiscono la ve�ra novit� della crisi. Vengono accuratamente seguite e segnalate le progressive modificazioni del tentativo di trasformare un or�ganismo puramente giudiziario in un organismo dalla vocazione politica. II Parlamento di Parigi, ovviamente il pi� osservato, ve�niva descritto ormai come un corpo intermedio tra la monarchia e la nazione francese, al cui interno si potevano riconoscere da un lato un moderatismo sostanzialmente legato all'istituto monarchico e al suo apparato (il cui rappresentante pi� tipico era il Primo Presidente Mathieu Mol�), dove l'opposizione legalita�ria si esauriva e coincideva ‑ come fu evidente durante il braccio di ferro per il rinnovo della Paulette ‑ con la difesa corporativa degli status sociale e giuridico ; dall'altro, una corrente pi� flui�da e magmatica, aggiungeva alla logica corporativa problemi pi� generali di conduzione dello Stato monarchico e manifest� una sensibilit� sovente strumentale alle istanze espresse dalle classi subalterne, almeno sino alla conclusione della pace del marzo 1649.

Tutto il periodo della fronda parlamentare venne accuratamente analizzato. Sin dal settembre 1647 Nani e Moresini (dal maggio 1648), in un crescendo di dispacci e di attenzione, dedi�cavano ampio spazio al dibattito sulla politica fiscale, alla battaglia contro l'introduzione di nuove tasse, alle rivendicazioni dei ma�tres de requ�tes, ai lits de jusrice, all'Unione delle camere, in particolar modo quella di San Luigi, ai giorni delle barricate, al�la fuga della corte, al durissimo assedio di Parigi sino al contra�stato accordo della primavera del '49. Ovviamente venivano alli�neati in questa corrispondenza fatti in gran parte noti ma le considerazioni generali, la loro struttura, l'organizzazione dei dettagli e dell'informazione tendono a rilevare e privilegiare gli elementi originali introdotti dall'attivit� di opposizione parla�mentare. Anzi, essi dedicarono un particolare impegno a cogliere quegli elementi che pi� propriamente politicizzavano l'azio�ne parlamentare. Da questo punto di vista � possibile individua�re specifici "terreni" d'interesse. Primo fra tutti, la tendenza cre�scente e inarrestabile a dilatare l'elemento classico della lotta antifiscale in una lotta antigovernativa che mirava alla ridiscus�sione dei ruoli nell'ambito del regime monarchico, forma istitu�zionale che peraltro non venne messa seriamente in discussio�ne.

Una crisi di autorit� del governo, innanzitutto, dalle implica�zioni vaste, avvertite immediatamente, non riconducibili unica�mente ad una pura e semplice opposizione al fiscalismo esaspe�rato degli ultimi anni di guerra . Crisi di credibilit�, crisi di orientamenti politici che aprivano contraddizioni e lacerazioni, che dividevano la nazione invece di unirla nello sforzo bellico (30).

Soprattutto emerge una conflittualit� indirizzata verso la conquista di porzioni significative di potere legislativo di cui i provvedimenti fiscali non sono che un'eventualit� di ordine tat�tico. Esemplari furono, in tal senso, il tentativo di esautorare i financiers pi� legati alla reggenza e la difesa della Paulette. L�uso strumentale e ricattatorio della minaccia dell'abolizione (31) facilit� una progressiva volont� parlamentare a resistere sulla difesa di un privilegio e nello stesso tempo a innescare e organizzare l'intromissione in materie inerenti al finanziamento dello Stato e della monarchia: inaugurando solidariet� di corpo che prevedevano addirittura un "fondo col quale dopo la morte d'alcuno di essi del valor della carica si rimborsi l'Herede con che possi ricomprarla di nuovo o resti almeno illeso dal danaro" (32), oppure azioni tali da scoraggiare, una volta scaduto il termine di rinnovo, quanti avessero provato ad acquistare cariche vacanti (33). Nel maggio 1648, l'intensificazione del confronto obbligava ambasciatori a registrare un susseguirsi tumultuoso di decisioni e di stati d'animo successivi all'approvazione del rinnovo del Paulette. Parzialmente convinto che il rinnovo avesse tacitato a meno il Parlamento, ammesso a pagare "in termini pi� privilegiati degli altri perch� non lo tassa in perder li appuntamenti profitti" (34) con una manovra tesa a separare i parlamentari dai membri delle altre corti sovrane, Battista Nani fu costretto ben presto a ricredersi di fronte ad una evoluzione incalzante della situazione. Scriveva, infatti, il 19 maggio in un lucido e illuminante dispaccio:

"(...] la divisione che s'era procurato nel parlamento di sparger et l�oro che comunemente si crede si sii fatto correr tra alcuni dei principali esso non ha potuto divertire un arresto importante che agita all�estremo la corte. Mercord� passato dopo molte altercationi dei giorni decorsi, si ridussero di nuovo le camere tutte per risolver l'unione con corti sovrane et resister agli editti fatti verificar con la forza. Brussel,il conseglier della gran camera, port� la parola; altri dodeci della medesima vi prestorno l�assenso et infine con pi� di cento voti, inutilmente il primo presidente fremendo, fu risoluto il decreto. Quelli medesimi che sono pi� uniti al governo, come il figlio d'Emery, un zio di Liona (35) e qualche altro vedendo la piena et temendo il fervore degli altri, opino�rono per l'istesso partito. L'arresto � uscito nella seguente sostanza: che segui l'unione tra il parlamento, il gran conseglio, la camera dei conti, la corte des Edes et li maestri delle richieste per l'indennit� del�le proprie ragioni e interessi, che siino eletti deputati per conferir in�sieme et risolver quello che sar� conveniente, che la Pauletta non sii accettata alle conditioni che la comanda l'editto del supremo conseglio che, accadendo la morte d'alcuno del parlamento medesimo o delle compagnie sovrane predette o di qualche altro offitiale subalterno nel distretto dove la giurisditione della corte di Parigi s'estende, alcun al�tro non sii admesso in suo luoco se non con quitanza d'haver soddisfat�to gli heredi del defonto possessor dell'offitio per il prezzo di esso. Il giorno appresso li deputati si son nominati et l'eletione sopra questi caduta che son stimati pi� ardenti nel sostener questa machina (...) segl'� prescritto d'unirsi ogni tanti giorni nella camera di San Luigi, dove sogliono trattarsi li negoti di stato, con ben chiara apparenza che in conferenze frequenti getteran sul tappeto progetti pi� alti che della Pauletta o d'editti, ma penseranno facilmente a riforme et ad altri ne�goti importanti." (36).

Circoscrivere, pertanto, l'animosit� e la voglia di governare dei parlamentari soltanto sul terreno dell'organizzazione finanziaria e fiscale del regno non sembra corrispondere alla pienez�za e alla complessit� dell'iniziativa politica. Anzi, secondo le testimonianze venete appare con chiarezza che un'altra ed impor�tante materia del contendere era la questione della pace e della sua conclusione, nonch� la valutazione generale della politica estera francese. Il fortissimo e diffuso desiderio di interrompere le ostilit� con la Spagna ‑ contrapposto alla chiara volont� di Mazzarino di continuare ed estendere addirittura i teatri di guerra e alla scarsa iniziativa francese nelle trattative di Mun�ster ‑ furono motivi che ritornarono con insistenza, intrecciando il desiderio di sollevarsi dalle contribuzioni alla vera e propria intromissione nella conduzione degli affari pubblici. L�arrivo del plenipotenziario francese Henri d'Orl�ans duca di Longueville in Francia, la conclusione della pace ispano‑olandese del 30 gennaio e il conseguente incrinamento del fronte delle alleanze del governo e della diplomazia francese, la liquidazione di Clau�de de Mesmes conte d'Avaux, fautore della pace, e la valorizza�zione di Abel Servien, accanito e fedele sostenitore di Mazzari�no della linea intransigente con gli Spagnoli, provocarono la du�ra reazione dei Parlamenti. Nel dibattito, accenti xenofobi e ri�vendicazioni di garanzie istituzionali si univano a disapprovazio�ni dichiarate della politica estera. (37)

Ad esempio, l'aperta rivolta dei Parlamenti a Parigi nell'ago�sto furono decisivi nella conclusione della pace di Vestfalia tra la Francia e l'imperatore del 24 ottobre 1648. E' difficile non istituire una relazione tra "i torbidi" e la conclusione dell'accor�do. Non solo Moresini da Parigi ma anche il mediatore Contari�ni a Munster erano convinti che ‑ nonostante i rovesci delle ar�mate spagnole in Catalogna, la presa del castello di Praga di K�nigsmark e l'eclatante vittoria di Enghien a Lens in Fiandra ‑ lo scoppio della ribellione parigina costituiva un elemento di forte accelerazione verso la pace. I dispacci diplomatici sono molto espliciti nel connettere la gravit� degli avvenimenti alle iniziati�ve di pace di Abel Servien "che a misura degl'andamenti del parlamento costi (...)si va regolando"(38). Cos� come non ci si ac�content� di ci� che era stato stipulato, ma si prosegu� oltre re�clamando una continuazione dell'azione diplomatica per giun�gere presto anche alla pace con la Spagna.

Un sentimento pacifista diffuso nella societ� che ogni tanto affiorava anche nei serrati confronti all'interno delle sedute parlamentari. Le occasioni per polemizzare venivano pertanto moltiplicate senza sosta: traendo spunto, presenti Cond� e Or�l�ans, dalla protesta per la "tavola del re che ultimamente (...)mancante tre giorni di vitto" ‑ e ci� nonostante la revoca de�gli intendenti avesse fruttato all'Erario e alla cassa reale venti�quattro milioni‑ si interveniva, in verit�, ancora sulla politica estera. A Moresini, nel frangente, non sfuggiva la strana simbio�si tra vocazione politica e sentimento nazionale e si affrettava a riferire:

 

"(...) et alle doglianze per la mancanza del vitto alla tavola del re fu dal prencipe con calore risposto che non dovevan loro ingerirsi qui dentro, mentre a lui toccava l'incarico come gran maestro di casa, che non ha�veva bisogno d'imparare da loro l'esercitio e la pontualit� nelle sue particolari incombenze. Dopo l'ardenza mostrata nel suo discorso dal prencipe, soggionse il duca che circa i milioni egli attestava che eran spesi tutti in servitio del re, che n'haverebbe il parlamento veduto il conto distinto e che nel rimanente pregava acci� non si rimarcasse quello che veniva rappresentato li dentro, poich� mentre si operava col fine del pubblico bene, non dovevano esser biasimate le espressioni ac�compagnate forse con troppo calore, tutto a fine di escusare il prenci�pe, che era veramente trascorso. Il presidente Viol� (39) soggionse di�cendo che la question non cadeva sopra la mancanza di vitto alla tavo�la del re ma che bisognava penetrare nel fondo e riflettere alla causa principale con risolutione di rimediare al male che pi� importava, ac�cennando in certo modo alla pace. Il duca d'Orl�ans l'interruppe di�cendo che queste sue coperte espressioni non arrivavano all'intelligen�za intiera d'ognuno, ma che meglio s'esplicasse se voleva risposta: per�ch� se intendeva di voler ingerirsi nel particolare della pace, questo non era negotio da esser discusso dai parlamenti, ma solo dipendeva dalla volont� del re e dal suo consiglio, che prudentemente rifletteva sopra i vantaggi, senza lasciar occasion di desiderare altro impiego per render il regno et i sudditi meglio assistiti di diretione e prudenza. Cagionorno queste voci qualche sussurro nel parlamento, onde cad� l'assemblea di quel giorno che ripigliata nella seguente giornata, mentre credeva il torbido inevitabile, fu da pi� d'uno dei presidenti detto coi concordemente che non era necessario il perder tempo sopra riflessi e passioni private, ma che tutto il consiglio et il parlamento dovevano applicarsi ad una buona risolutione che unitamente mirasse al servitio del re et che fosse bastante a far perder nell'avvenire agli nemici speranze di torbido e disunione nel regno; affermando inoltre che tutto quello (che) era stato detto l� dentro, mirava al sollievo dei sudditi concludendosi e terminandosi l'assemblea con soddisfatione intiera dei prencipi et in particolare di Cond�, che con calore e con forza s�� sempre opposto a quei particolari che in certo modo miravano a colpire et offendere il cardinale che � il principal direttore di questa gran machina. Ouesto, serenissimo prencipe, � l'aspetto di questo cielo, che quando si teme inclemente si prona tutto dolce e benigno, reso per� nell'apparenza di quiete al presente dal vantaggio che spera di ricavarne Spagnuoli che per tener vivo il torbido