Il valore del bosco.
Vicende e tensioni intorno alle macchie di Tolfa nel XVIII secolo*

di Grazia Pagnotta

 

L’ordine umano con i suoi tempi storici e l’ordine naturale con i suoi tempi biologici si sono incontrati-scontrati, in un rapporto indispensabile per l’uomo e dagli esiti irreversibili1. Tuttavia sarebbe elementare leggere il rapporto tra la civiltà umana ed il contesto ambientale come dicotomia costruzione-distruzione. Piuttosto la questione va affrontata senza sottrarsi all’analisi della sua complessità. Anche dal punto di vista storico2. La storia del legame uomo-foreste è uno degli aspetti di questo rapporto, e attraversa tutte le epoche3. Essa non può essere ricondotta soltanto all’individuazione dell’ampiezza della copertura boschiva e del disboscamento, ma va inquadrata chiarendo le implicazioni nelle relazioni tra gli uomini, nei rapporti di proprietà, nell’evoluzione della scienza e della tecnica. Dunque considerando il bosco come un «manufatto», una realtà antropizzata4. E va approfondita distinguendo le differenziazioni tra periodi e luoghi.
In tutte le civiltà umane l’albero ha rappresentato una delle principali fonti di ricchezza, sulla quale si è imperniata la vita materiale e l’economia delle società; il legno è servito per costruire le abitazioni, per foggiare gli strumenti di lavoro e gli attrezzi per la coltivazione, per i mezzi di trasporto, per fabbricare le armi, e fino alla rivoluzione industriale è stato la principale fonte di energia. Così, al fine di attuarne la conservazione ma al tempo stesso anche lo sfruttamento e l’abbattimento per lasciar spazio all’agricoltura, su di esso durante i secoli sono intervenute diverse forme di tutela o controllo.
La cittadina di Tolfa, situata pochi chilometri a nord di Roma, ha sempre posseduto una ricca estensione di boschi, la cui fruizione durante i secoli è stata voce principale della sua economia. Lo studio dello sfruttamento di questa risorsa e della sua tutela nel xviii secolo permette di comprendere il valore che essa rappresentava per lo Stato a cui la Comunità apparteneva, ossia lo Stato Pontificio, realtà politica ed economica arretrata5. Da tale arretratezza non si può prescindere nell’analisi storico-ambientale. Non solo perché in generale l’aspetto economico è in essa preponderante, ma anche perché nel caso specifico lo scarso sviluppo mette a tema e problematizza la presenza di un modesto ceto borghese, evidenzia il nodo «percezione-consapevolezza-previsione»6 relativamente alla collettività e alle istituzioni, fa emergere il tema dell’evoluzione scientifica, e perché l’aspetto giuridico non risulta in esso trascurabile.
Gli esiti di quest’arretratezza non si rivelano affatto compromettenti per la conservazione del manto boschivo del territorio tolfetano, e presumibilmente di quello dell’intero Stato.

1
L’importanza del bosco nell’economia di Tolfa

Il territorio della cittadina di Tolfa collinare e montuoso, e non lontano dal mare, era abitato da circa cinquecento famiglie ed era suddiviso in quattro parti: le due maggiori appartenevano alla Reverenda Camera Apostolica, una assegnata allo sfruttamento del legname per le cave d’allume, e l’altra all’appalto della Dogana del Patrimonio; la terza parte era composta di boschi appartenenti alla Comunità; la quarta, di estensione minore e situata intorno al paese, era divisa tra piccoli proprietari7.
L’ampiezza di questo territorio permetteva lo svolgimento sia della pastorizia che della semina. Le due attività erano organizzate rispettivamente dall’Università della Mosceria, che riuniva coloro che praticavano l’allevamento del bestiame bovino ed equino destinato alla vendita e al commercio, e dall’Università degli Agricoltori, che raggruppava quanti esercitavano la coltura dei cereali. Le attività maggiori erano, però, quelle legate allo sfruttamento della risorsa bosco, che ricopriva quasi completamente l’area tolfetana, ossia l’estrazione dell’allume8, la costruzione delle galere pontificie presso l’arsenale di Civitavecchia, e il commercio del legname. Il manto boschivo, la cui dislocazione è raffigurata in un dipinto riproducente la pianta delle selve di Tolfa di Bartolomeo Ligusti del 16099, era composto da numerose specie, quali querce, olmi, ornelli, castagni, cerri, farnie, sugheri, faggi, pini, ontani e albucci10, e il suo utilizzo era compreso tra le molte disposizioni dello Statuto della Comunità che assicuravano l’ordinato esercizio e la tutela dell’economia locale rispetto a possibili interessi forestieri11.
All’estrazione dell’allume erano destinati alberi di ventisei anni situati in qualsiasi luogo della superficie boschiva, che il tesoriere di Tolfa sceglieva anno per anno, ad eccezione della selva Le Sbroccate; serviva anche il carbone, per ottenere il quale erano utilizzate le piante di ventinove anni12.
Per la costruzione delle galere le recisioni potevano essere effettuate in tutte le selve della Reverenda Camera, su qualsiasi tipo di pianta e in qualsiasi quantità, secondo il prezzo stabilito dal tesoriere13. Gli alberi a questo destinati non potevano essere tagliati per altri fini, e perciò prima d’iniziare qualsiasi altra recisione venivano marcati con un segno indicante la loro esenzione dal taglio; nel 1761 alcune macchie furono riservate esclusivamente alla costruzione delle galere (le Regolelle nella Bandita Grande, Gramsciare, Asco della Camera, Monte Castagno, e Valle Granosa), ed altre alle galere e alla produzione del carbone (Mezzagne di Bandita Grande, Mezzagne di Valle Cardosa, Ginestreto di Casale, Freddarola, Boce dell’Asco della Camera, e Castrica nelle selve di Monte Santa Caterina)14. L’arsenale doveva produrre una nave all’anno che la Reverenda Camera decideva di vendere o tenere per la flotta pontificia, e che pagava tremila scudi, aggiungendo le spese per il mantenimento e la custodia15.
Per quanto riguarda la vendita del legname, essa era la principale voce del commercio locale. I tronchi venivano trasformati in carbone, «legname da imbarco» e legnami da costruzione destinati al commercio interno e con l’estero, ma solo in minima parte a Roma, il cui approvvigionamento era garantito dai boschi situati lungo il Tevere. Dalle fonti consultate non è possibile desumere quali fossero gli Stati a cui era venduto il prodotto tolfetano, poiché il taglio dei boschi era appaltato ai mercanti di legna che si occupavano anche della sua commercializzazione. La Reverenda Camera Apostolica e la Comunità stabilivano con i mercanti un instrumento per ampie recisioni, rogato dal giudice delle macchie dopo aver sentito il parere delle due figure principali nella tutela dei boschi, cioè l’agente delle macchie e l’agrimensore. Le regole di questo tipo di contratto erano le stesse di quelle per il taglio di legname per la cava di allume e per la costruzione delle galere: i tempi della recisione erano compresi tra ottobre e marzo, il periodo del trasporto tra marzo e giugno; erano indicati i luoghi dove effettuare il taglio e il numero di piante da recidere; veniva sempre rammentato che la recisione doveva essere fatta «ad uso d’arte e sfrattamacchia»; all’appaltatore era accordato per il periodo delle operazioni il pascolo gratuito dell’erba che si trovava nel bosco per i buoi e i cavalli impiegati nel lavoro, e la facoltà di tagliare dieci-dodici olmi per costruire i carri necessari al trasporto, per il quale dovevano essere utilizzate strade e viottoli già esistenti onde evitare ulteriori abbattimenti di piante; a volte l’appaltatore doveva assumersi l’impegno di costruire un recinto intorno al luogo della recisione per proteggere i germogli dal bestiame. Una volta tagliata, la legna veniva trasportata in riva al mare, da dove non poteva essere rimossa prima che fossero contate le cataste ed effettuato il pagamento alla Reverenda Camera.
Nell’economia di Tolfa erano presenti anche altri prodotti derivanti dagli alberi e commercializzati. Il più importante era la manna, resina trasudante dalle incisioni sul tronco e sui rami degli ornelli, in passato largamente impiegata in medicina. La sua raccolta iniziava in luglio proseguendo fino a settembre, quando arrivavano le prime piogge; si effettuavano due incisioni al giorno, da cui si lasciava colare il liquido che veniva raccolto nella giornata seguente, dopo essersi coagulato ed avere assunto l’aspetto di «mocconi di cera». Le piante destinate a quest’uso erano quelle che i tolfetani chiamavano «ornello femina sterile», e dovevano essere giovani in modo da non avere la corteccia indurita o ricoperta di muschio16. Il lavoro dei “mannaroli” era svolto dagli abitanti più poveri della cittadina, cui la Reverenda Camera concedeva gratuitamente lo sfruttamento degli ornelli, assegnando un dato numero di piante per ciascuno; dopo la raccolta la verifica che la selva fosse lasciata indenne era affidata ad un commissario, a cui i «mannaroli» regalavano una o due libbre del prodotto. Nonostante i controlli, durante il Settecento gli ornelli furono tagliati così imprudentemente da compromettere la produzione di manna, secondo un editto di Benedetto XIV del 1756 per responsabilità degli allevatori che li abbattevano per creare pascolo e ne usavano rami e tronchi per costruire recinti e strade per le mandrie; così ne fu proibita la recisione17. Un quindicennio dopo, nel 1760, per rinvigorire questi alberi l’agrimensore del luogo Pietro Paolo Qualcati raccomandò una maggiore attenzione all’individuazione delle piante da recidere, scegliendo solo gli ornelli con più di trent’anni, ormai invecchiati dalle tante cicatrici di incisioni sulla corteccia18. Ma le norme emanate e la considerazione degli agrimensori non furono sufficienti e nel secolo seguente la produzione della manna scomparve; sembra anche perché alcuni l’alterarono mescolandola con quella calabra di qualità inferiore, e più in generale perché i tolfetani si disinteressarono al suo commercio19.
Altri prodotti dei boschi di Tolfa erano la galla, il vischio e la robbia, sui quali era imposta una gabella dal 1543, e la cui raccolta era stata vietata a chi non fosse del luogo dal 1553. La galla era una sostanza creata dalle punture di alcuni insetti sulle foglie e sui rami più giovani delle querce, ed era usata come materia astringente e colorante di nero, in particolare nella produzione dell’inchiostro20. Il vischio serviva per comporre la pania, una materia collosa e tenace che si stendeva sui rami per catturare uccelli di piccolo taglio, e si usava in viticoltura per tenere lontani gli insetti; si ricavava dalle bacche del vischio (viscum album), una pianta parassita che si radica nella corteccia di vari alberi, nel caso di Tolfa soprattutto delle querce. La robbia (rubia tinctorum) è una pianta dalle bacche nere le cui radici servivano per tingere di rosso i panni di lana; dal loro antico nome, lizzeri, prende denominazione ancora oggi la località di Lizzara, un tempo ricca di tale pianta. Infine, prodotti di minore importanza erano i funghi, e il miele degli alveari costruiti dalle api nelle cavità di molti alberi anziani.
In una zona così boscosa, abitata da cervi, fagiani, palombelle terraiole e naturalmente lupi, era scontato lo sviluppo della caccia e la presenza di lupi aveva dato il nome alle località Para del Lupo e Fosso del Lovo, mentre l’esistenza di cervi alle località Campo Cerviale nella macchia Le Buccinate e Ripa Cerviale nel Quarto del Marano21.
I tolfetani esercitavano lo jus pascendi sull’intero territorio (dall’8 maggio al 30 settembre), e lo jus lignandi in tutte le macchie, eccettuate Le Sbroccate e Le Spiaggie ritenute antemurali contro i venti nocivi22, mentre i civitavecchiesi godevano solo dello jus lignandi23. La facoltà di tagliare la legna nei boschi della Reverenda Camera Apostolica era accordata anche ad alcuni soggetti del luogo, quali il castellano della fortezza di Civitavecchia che poteva recidere gratuitamente legna da ardere, lo speziale delle galere cui era accordato l’utilizzo della legna da carbone per il proprio uso, gli agricoltori che avevano la facoltà di recidere gli alberi necessari per il loro lavoro, e i pastori per la costruzione delle capanne24. Tutte le recisioni dovevano essere richieste con domanda scritta e autorizzate dall’agente delle macchie; accordata la licenza di taglio si poteva procedere. La richiesta prima della recisione era importante affinché l’agente potesse mantenere sotto controllo qualsiasi cambiamento del manto forestale, per questo dovevano effettuarla anche gli agricoltori e i pastori che per legge non pagavano25, e i possessori di mulini, nonostante godessero del privilegio di poter tagliare qualsiasi tipo di legname loro occorrente26; erano tenuti ad inoltrare domanda anche gli addetti ai boschi che avevano bisogno di legname per uso proprio, non solo i custodi sottoposti all’agente, ma anche gli agrimensori che godevano di pari prestigio ed importanza.
Le richieste inoltrate dai cittadini erano per i più svariati usi, e, ovviamente, erano moltissime27.
La consapevolezza di un prezioso bene comune da salvaguardare e l’idea di collettività erano espresse dalla popolazione, che si preoccupava spesso in prima persona delle selve e quando gli accordi e i provvedimenti non erano convincenti, scriveva alle autorità centrali saltando l’intermediazione degli addetti locali, e a volte in conflitto con essi. Va riportato a questo proposito un episodio del 1784, quando i cittadini di Civitavecchia, Tolfa, Allumiere e Cavi esposero alla Camera Apostolica la loro preoccupazione per la sorte di alcune selve, che un mercante e un agente intendevano far tagliare per ricavarne carbone28. Ma questa coscienza di un bene comunitario veniva meno quando si passava alla dimensione dei propri singoli bisogni, per il soddisfacimento dei quali in molti erano pronti ad evadere le leggi.

2
L’organizzazione della tutela dei boschi

Fino al 1811, quando il governo filo-francese di Eugenio Napoleone istituì un’amministrazione specifica per la gestione dei boschi, nello Stato Pontificio non esistette un organismo apposito per l’organizzazione di tutto ciò che riguardava questo patrimonio e la sua salvaguardia, e ad occuparsene furono la Reverenda Camera Apostolica e le singole Comunità. Vi erano comunque figure preposte, quali l’agente delle macchie, i guardiani, il giudice delle macchie, gli agrimensori e i periti fisici, e una legislazione articolata riguardante sia i boschi che la commercializzazione del legname.
L’agente delle macchie era il vero e proprio responsabile e coordinatore delle attività, a cui venivano inoltrate le domande di taglio per uso proprio dei cittadini, e con cui stringevano contatti i mercanti di legna; nominato dal tesoriere, era considerato così importante da essere tenuto ad esprimere il proprio parere anche quando veniva nominato un giudice delle macchie29. La Patente dell’agente delineava in diciotto punti la sua attività30. Aveva la responsabilità di rilasciare la licenza per i tagli, indicante tipo, quantità e luogo degli alberi da recidere, e senza la quale nessuno poteva effettuare recisioni; doveva poi seguire le diverse fasi del taglio: consegnare agli appaltatori il testo delle decisioni del tesoriere generale e del commissario della Camera, contare la quantità di legna con l’aiuto dei guardiani dopo effettuate le operazioni, ritirare la ricevuta dall’appaltatore, controllare che i “vetturali” non lasciassero parte della legna per la strada e la conducessero nel luogo stabilito, e infine scrivere una relazione sul libro dei conti, indicante i confini della parte di selva tagliata e le quantità di legname ricavato, e annotare su un libro apposito le informazioni relative agli alberi da costruzione recisi, compresi i lavori a cui erano destinati. Doveva garantire che i guardiani vigilassero sull’applicazione delle leggi, che il bestiame non pascolasse nelle parti di bosco tagliate da poco, che gli abitanti compissero le loro recisioni senza apportare danni, e quando rilasciava la licenza per il taglio di legname da carbone per uso proprio doveva calcolare che le quantità non eccedessero il bisogno dei cittadini, onde evitare che il carbone fosse venduto al di fuori della città. Decideva le pene per i contravventori, verificando la veridicità dei fatti, e ai processi la sua presenza era indispensabile, al punto che in sua assenza il commissario pro tempore di Tolfa non poteva emanare sentenze.
Fornito di cavallo per percorrere velocemente i boschi, ogni due mesi doveva visitare tutte le selve della Reverenda Camera per verificare eventuali danni, ma spesso si aggiungevano ricognizioni straordinarie; per tali scomode visite, sotto la pioggia in inverno e col caldo in estate, l’agente percepiva un compenso specifico (durante le sue ricognizioni pernottava all’osteria di Santa Marinella, o in qualche capanna di pastori di Civitavecchia o di Tolfa)31; gli era attribuita, inoltre, parte del pagamento delle multe, in genere un terzo, per motivarlo a compiere il proprio dovere. L’agente delle macchie era autorizzato a portare le armi in qualsiasi luogo dello Stato, autorizzazione attribuita anche ai guardiani, e doveva muoversi avendo sempre con sé la pianta delle selve di Tolfa di Ligusti, e i capitoli dell’appalto per l’estrazione dell’allume. Anche su questa produzione aveva competenza: doveva controllare che gli appaltatori mantenessero pulite le cave, la sua presenza era obbligatoria quando si pesava l’allume, di cui doveva annotare quantità e destinazione, e ogni due mesi era tenuto a recarsi a Civitavecchia per controllarne il quantitativo imbarcato. Di tutto ciò che avveniva sotto la sua giurisdizione doveva dar conto al tesoriere, inviandogli relazioni mensili.
Come per molti altri mestieri nel passato, anche per la professione di agente delle macchie poteva avvenire un passaggio di generazione in generazione all’interno della stessa famiglia, così per l’area di Tolfa per tutto il Settecento, nella documentazione consultata, si trova un solo cognome legato a tale carica, Guglielmotti; Giovanni Carlo Guglielmotti era affiancato dal nipote Alessandro, che prese poi il suo posto quando non gli fu più possibile cavalcare32.
Per quanto riguarda le altre figure preposte alla tutela dei boschi, i guardiani dipendevano dall’agente ed erano in numero di due, in estate tornavano alle loro case e questi sceglieva dei sostituti temporanei33; il giudice delle macchie aveva a sua completa disposizione un notaio, ed era nominato dal tesoriere dopo aver sentito il parere dell’agente34. Vi era poi l’agrimensore, una figura fondamentale al pari di questa, che coadiuvava e di cui spesso svolgeva anche i compiti, come ad esempio la marcatura degli alberi da non recidere. L’agente sicuramente conosceva bene i boschi e il loro esatto metodo di coltura, ma per le perizie riguardanti grandi estensioni o relative ad alcune situazioni specifiche era richiesto il parere di questo perito. La sua funzione più importante, ed insostituibile, era il calcolo del prezzo del risarcimento dei danni ed il modo di riparare ad essi; era indispensabile anche negli accordi per un nuovo appalto e per i contratti d’acquisto e vendita delle selve. Non si conosce il numero degli agrimensori tenuti a dimorare presso le Comunità con patrimonio boschivo, ma qualsiasi esso fosse, a volte era necessario l’invio di un esperto da Roma, che non essendo del luogo offriva maggiori garanzie d’imparzialità35. Eccezionalmente, era impiegata anche la figura del perito fisico, che veniva interpellato per esprimere il suo parere quando le questioni si presentavano di gravità estrema, come in caso di smottamento del terreno o in caso di dubbi sulla salubrità dell’aria. In questa circostanza erano interpellati anche i medici. Infine, il sovrintendente delle selve camerali, di cui si trovano soltanto poche tracce, e che si può ipotizzare fosse un incaricato inviato in particolari occasioni dal tesoriere36. Nella maggior parte dei casi le opinioni degli addetti ai lavori coincidevano, denotando una positiva attività di gruppo e quindi la funzionalità del sistema così articolato, ma si verificavano anche casi in cui i pareri divergevano.
Nel 1730 le responsabilità dell’agente furono modificate, riducendone ruolo e autonomia, e le funzioni dei guardiani e del giudice puntualizzate, da due Congregazioni camerali che si riunirono la prima a Roma e la seconda a Civitavecchia37. I numerosi casi di recisioni nocive che si erano rivelati autorizzati dall’agente indussero a revocargli il compito di rilasciare la licenza e ad attribuirlo al tesoriere, pena la sospensione e una multa di cento scudi; inoltre gli fu tolta la facoltà di licenziare i guardiani senza aver sentito quest’ultimo, e le sue visite periodiche alle selve della Reverenda Camera furono raddoppiate, divenendo mensili. Circa i guardiani, furono definite le sanzioni se avessero rilasciato la licenza, e per quanto riguarda il giudice, fino a quel momento uno solo in questa zona e con residenza a Corneto, fu deciso che per procedere più velocemente nelle cause il processo fosse celebrato dal magistrato ordinario del luogo dove si consumava il fatto, e cioè il governatore di Civitavecchia, il luogotenente di Tolfa o il commissario di Corneto.
Questi interventi delle autorità nella ridefinizione dei compiti dei tutori dei boschi rappresentarono un momento di cambiamenti nella gestione delle macchie di Tolfa, indotto dall’aumento del loro sfruttamento sul finire del secolo precedente38. A chiarire la necessità, non più trascurabile, di una pianificazione più efficace dello sfruttamento della risorsa, due anni prima era stata la redazione dello Stato e regolamento sopra le macchie della Tolfa e sopra l’assegna dei tagli da farsi da diversi cominciando nell’anno 172839.
Un’ulteriore precisazione dei compiti dell’agente fu effettuata negli anni immediatamente successivi, come mostrano i Capitoli da osservarsi dall’agente inviati nel 1736 dal tesoriere di Tolfa ad un nuovo incaricato40. Vi si ritrova la facoltà di licenziare i guardiani che era stata cancellata, alla quale veniva affiancata, però, la responsabilità di qualsiasi danno anche se causato non dalla sua incuria. Vi era precisato che insieme al giudice delle macchie doveva custodire e mostrare nella Computisteria Camerale un libro compilato dai guardiani su tutti i casi di danneggiamenti verificatisi nella sua giurisdizione con relative pene attribuite, e che una volta all’anno doveva ricevere la visita del cardinale. Era inoltre menzionato il compito di contrassegnare gli alberi da non recidere, che si svolgeva prima dell’inizio del taglio, un’operazione non espressa nella Patente ma presente in numerosi scritti ed instrumenti d’affitto; poteva accadere che l’agente la delegasse ai guardiani, i quali non essendo però competenti potevano incorrere in indicazioni sbagliate41.
Questa strutturazione della tutela non era tale in tutto lo Stato Pontificio. A Terracina, ad esempio, la figura dell’agente delle macchie era assente ed alcune sue funzioni erano svolte dall’agrimensore (mercatura, visite, decisioni sulle pene lievi), mentre le altre più importanti direttamente dal tesoriere42; erano invece presenti i custodi e il giudice delle macchie.
La constatazione che quest’organizzazione della tutela prima e l’apposito organismo del periodo napoleonico successivamente43 non erano riusciti a proteggere il patrimonio boschivo, portò, insieme all’esigenza di ammodernamento della struttura dello Stato, alla creazione il 30 settembre 1827 dell’Amministrazione dei boschi e delle foreste, con sede a Civitavecchia44.

3
L’opera legislativa

All’articolazione delle responsabilità così organizzata nel Settecento, si aggiungeva l’opera legislativa, composta di bandi ed editti generali per tutto lo Stato e di provvedimenti relativi a situazioni circoscritte; tra questi ultimi l’area di Tolfa era la più presente45. L’importanza dei boschi della cittadina, non solo localmente ma anche per lo Stato, era espressa chiaramente nei due editti del tesoriere generale Saverio Canale Sopra le macchie camerali della Tolfa, e delle Allumiere del 15 gennaio 1761, e del cardinale pro-tesoriere Guglielmo Pallotta del 12 giugno 1784, che con il medesimo contenuto elencavano a quali usi era destinata la recisione delle specifiche macchie46.
Va innanzitutto ricordato che il programma di riforme amministrative e doganali di Benedetto XIV, sollecitato dallo spirito riformatore che stava percorrendo l’Europa, comprese anche il tema del bosco, con i provvedimenti del 29 giugno e dell’8 luglio 1748 che concessero ampia facoltà di esportare legna da lavoro e da fuoco all’interno dello Stato, anche tra Province e Legazioni47. Presupposto della legislazione pontificia del secolo fu la considerazione che il bosco era un bene pubblico, e che per questo anche i proprietari privati dovevano sottostare alle regole stabilite, come espresso spesso e in anni diversi con la formula:

dovevano custodirle sempre ed in ogni tempo a taglio, ed uso di legna da paso e fascine; quelle mai smacchiare o cessare, né ridurre a coltura senza espressa licenza in scriptis di Monsignor Illustrissimo Presidente sotto pena […] della perdita di detto terreno. […] Arrivati che saranno li nove anni dopo l’ultimo taglio della macchia, debbono quella onninamente tagliare o far tagliare a legna di paso per servizio di quest’alma città di Roma […] senza farla trapassare di più delli nove anni, sotto pena della perdita di tutta la legna che sarà in detta macchia quale si farà, in caso di contravvenzione, tagliare dal tribunale di Ripetta a spese di detto padronale di macchia senza che possa pretendere il prezzo della legna […] e di altre pene corporali48.

L’interesse dello Stato, dunque, veniva prima di qualsiasi diritto di proprietà. Con l’emanazione dell’editto del segretario di Stato cardinal Ignazio Boncompagni Ludovisi, del 22 marzo 1789 la facoltà di tagliare legname fu ristretta ulteriormente49; esso ribadì l’obbligatorietà delle prescrizioni, oltre che per i boschi della Reverenda Camera e delle Comunità, per quelli di proprietà privata, inclusi conventi, monasteri e luoghi religiosi, stabilì che le recisioni dovevano essere approvate dal pontefice, e limitò lo jus lignandi. A decidere delle recisioni non era certo il pontefice, che si affidava al giudizio della Segreteria di Stato per gli affari interni, e per quanto riguarda lo jus lignandi, come si vedrà, fu ristabilito dopo pochi mesi in seguito alle proteste della popolazione. Di fatto la restrizione delle norme non bastò a limitare i danneggiamenti ai boschi, come informò l’editto del cardinal Ercole Consalvi del 27 novembre 1805, emanato in seguito a numerose segnalazioni di cittadini circa l’estendersi di aria insalubre ed epidemie a causa dell’abbattimento delle macchie, ed uguale a quello del 178950.
Ma seppure le leggi si rivelavano insufficienti a mantenere l’integrità dei boschi, complessivamente il manto boschivo che ricopriva le colline dello Stato Pontificio fu salvaguardato nel Settecento più di quanto accadde in altri Stati italiani. Nel secolo delle enclosures, della fisiocrazia e della rivoluzione industriale, il bisogno di destinare a coltura o pascolo estensioni di terreno sempre più ampie per soddisfare gli aumentati fabbisogni alimentari, unito all’accresciuta domanda di legname in seguito all’incremento demografico, alla crescita delle città e allo sviluppo tecnologico, portò ovunque ad un’accelerazione del ritmo dei disboscamenti51. Per quanto riguarda le terre pontificie, si può dire che fu proprio l’arretratezza dello Stato − con le posizioni di rendita assenteista della nobiltà e del clero, la saldezza degli istituti del fidecommesso e della manomorta che vincolavano vastissime estensioni di territorio alla condizione di inalienabilità, con la tardiva affermazione di una borghesia, il mercato ancora affidato ad impulsi economici elementari e non supportati da una politica strutturata − a distogliere l’interesse dai grandi disboscamenti che si stavano compiendo in altri regni italiani per favorire la coltura granaria, e a ritardare lo sfruttamento commerciale del legname52.
La difformità della situazione dello Stato della Chiesa nell’utilizzo del bosco si evidenzia soprattutto nel confronto con la politica liberista del confinante Granducato di Toscana53. Nel 1773 il granduca Pietro Leopoldo concesse il permesso di taglio incondizionato ad alcuni Comuni, e nel 1776 lo estese a gran parte del territorio con l’eccezione delle dorsali appenniniche. La visione che supportava questi provvedimenti era antitetica alle disposizioni firmate dal cardinal Boncompagni:

Essendo noi persuasi che la conservazione delle boscaglie interessa principalmente i possessori, e che le leggi proibitive del taglio delle diverse specie di piante, pubblicate in vari tempi dai Magistrati e dai Tribunali […], ledono i diritti della proprietà, ed espongono i possessori a frequenti vessazioni e processi non per altro motivo che per quello d’aver omesso di richiedere una licenza che non gli sarebbe stata negata. E volendo porvi l’opportuno riparo, ci siamo determinati a restituire ai possessori la facoltà tolta loro dalle leggi suddette di tagliare senz’obbligo di chiedere alcuna licenza54.

Nel 1780 il libero taglio fu esteso a tutto il Granducato, seguito dal ripristino della libertà di coltura e di rotazione, dall’abolizione della servitù di pascolo nelle province di Pisa e Pistoia, dal riscatto dello jus pascendi nella Maremma senese accompagnato dalla chiusura dei fondi riscattati, dall’abolizione delle servitù di pascolo, macchiatico e legnatico, e dal permesso di vendita dei beni comunali. L’esito di questa politica liberista fu l’aggravarsi dei disboscamenti, a cui lo stesso Pietro Leopoldo decise di rimediare, non riuscendovi, però, poiché dovette ripartire definitivamente per Vienna.
Quanto la risorsa legno fosse importante per lo Stato Pontificio lo si comprende anche dall’articolazione della legislazione relativa alla sua commercializzazione, quasi interamente riferita alla sua compravendita in Roma e all’approvvigionamento della città. La Dominante aveva bisogno di un’affluenza continua di questa materia prima, che le arrivava per terra e per via fluviale; per il legname il porto principale era Ripetta, poiché proveniva soprattutto dai boschi situati lungo le rive del Tevere a nord di Roma, sui quali il Tribunale delle Acque e delle Ripe aveva il compito di vigilanza; più del 50% delle imbarcazioni che vi approdava nel Settecento trasportava legna55.
L’affluenza a Ripetta era elevata, e fin dal Cinquecento era presente un magazzino apposito, la legnara, che fu mantenuto anche quando nel 1703 il porto fu trasformato architettonicamente56. Il legno era talmente importante per la vita della città che questo deposito era aperto anche durante alcuni giorni festivi57. Nel 1736 un incendio lo distrusse, così fu trasferito all’esterno delle Mura aureliane, e nel 1780 sistemato con lavori di ampliamento la cui lapide in ricordo, quando fu demolita l’area nel 1906, fu trasferita sul lato destro della Porta del Popolo, dove tuttora si trova58.
Sebbene le norme fossero dettagliate, a volte Roma restava priva di legname, per questo si prescriveva che i mercanti dichiarassero entro il 2 novembre di ogni anno la quantità che intendevano destinarle, e che terminate in marzo le recisioni, scrivessero una relazione affinché le autorità fossero in grado di conoscere con certezza i quantitativi di cui la Dominante poteva disporre, da trasportare ai porti cittadini entro il mese di novembre59. Ogni variazione nelle cifre della materia prima che affluiva poteva avere delle ripercussioni sull’organizzazione generale dell’impiego della risorsa, dunque, le barche addette non potevano trasportare altri generi, ed ogni mercante non poteva partire senza il permesso del Tribunale di Ripetta, sul quale erano specificati il porto dove era diretto e la quantità di legna che avrebbe portato60.
Molte erano le irregolarità e le frodi che commettevano gli addetti ai lavori durante tutto il percorso, dal bosco al consumatore, e che finivano per causare problemi di penuria alla città: i barcaioli s’indebitavano prima di aver ricevuto il compenso, compivano furti e abbandonavano le barche, i capipresa durante l’inverno, invece di impiegare barcaioli romani esperti, per risparmiare si avvalevano di personale forestiero che in questa stagione non aveva lavoro, e i mercanti non si curavano di controllare il trasporto che lasciavano in consegna ai capipresa61.
Arrivato nella città, a compiere frodi sul legname erano i carrettieri che nascondevano tra il carico delle loro carrette ciocchi e tronchi di qualità inferiore; ciò poteva avvenire perché i compratori il più delle volte non trattavano col mercante ma davano l’ordinazione ai trasportatori, e non assistevano al carico e al trasporto. Per ovviare a tale imbroglio nel 1795 si stabilì che, caricata la legna, il compratore poteva chiedere di controllarla alla cassa, prima che uscisse nella strada di Ripetta62. Un altro tipo di frode compiuta dai carrettieri era la vendita dei pezzi migliori durante il percorso, per questo era consigliato di essere presenti anche al momento del trasporto63. Nel 1785 fu stabilito che le carrette fossero numerate e iscritte al registro del Tribunale di Ripetta64, ma i carrettieri continuarono a commettere frodi e furti, così nel 1801 i controlli sulla loro attività divennero più assidui, fu stabilito che le carrette non numerate dovevano essere denunciate, che il numero doveva essere posto sui due lati e che la traversa posteriore doveva essere ben ferma per evitare cadute della legna65.
Vi erano poi le irregolarità dei commercianti. Le maggiori erano compiute da «carbonari, arti bianche e altri bottegari di Roma» che riducevano la legna di dimensioni minori per rivenderla66; per far fronte a tale frode fu necessaria l’istituzione nel 1732 di una Congregazione particolare deputata che definì le pene, oltre che per i commercianti a cui il prodotto era destinato, per i carrettieri che lo trasportavano67. Si aggiungevano le infrazioni di fornai, fornaciari e vascellari, che utilizzavano «legna da paso e tacchie de barcaroli e non stanghe e fascine quali dovrebbero consumare»68. A volte la situazione di penuria nella città diveniva talmente grave da rendere necessari provvedimenti particolarmente limitativi, come nel 1786 quando una notificazione proibì a fornai, fornaciari, vascellari, pasticceri, caffettieri di comprare determinati tagli poiché ne consumavano una quantità eccessiva, e ai mercanti di concludere affari con loro69.
Potevano, poi, verificarsi casi di perdita del legname in eventuali naufragi, oppure a causa di piene del fiume che trascinavano via dai porti il materiale accatastato; chi lo recuperava lo vendeva fuori dalle aree portuali per evitare controlli, tasse e prezzi fissi, togliendo in tal modo entrate allo Stato, così fu deciso che il recuperato poteva essere rivenduto solo presso il magazzino di Ripetta70.
Come tutti gli altri beni commerciabili anche il legno era sottoposto a tassazioni prima di arrivare al consumatore, e la relativa Gabella delle porte di Roma permise allo Stato entrate sostanziose dal 174271.

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I danni riscontrabili nelle recisioni

La coltura e il taglio dei boschi avvenivano secondo precise modalità72, che per lo Stato Pontificio erano definite dalla relazione del perito agrimensore Alessandro Ricci Succinto ragguaglio delle selve, e che indirettamente erano presenti anche in molte leggi73. Esse erano stabilite secondo la suddivisione dei boschi nelle tre tipologie: selve da frutta (composte da alberi matricini74 di quercia, cerro, farnia, ischia, sughero, faggio e pino), selve da frutta cedue (i castagneti lasciati selvatici e non innestati), e selve cedue (composte da molte specie di alberi, le cui migliori erano considerate quelle di quercia)75.
Nonostante le sanzioni previste dalla legislazione, le regole di recisione spesso non erano rispettate: i tagli non erano fatti “a regola d’arte”, venivano compiuti in momenti dell’anno sbagliati, si protraevano per un periodo troppo lungo, e non erano compiuti diradando ma tagliando a blocchi compatti così da causare i cosiddetti «spiazzi». La gran parte di tali danneggiamenti era causata dai mercanti di legna appaltatori, ma anche la popolazione frequentemente eseguiva recisioni contro le norme, apportando così il suo contributo negativo.
I mercanti di legna operavano in più parti del territorio dello Stato76. Più propriamente si trattava dei mercanti di campagna, tra le prime espressioni del nuovo ceto borghese mercantile, la cui affermazione lentamente si avviava anche nell’arretrato Stato Pontificio77. Definire la borghesia pontificia non è semplice, poiché essa presentava solo in parte le peculiarità di questo ceto, e cioè spirito imprenditoriale, propensione all’innovazione e ai mutamenti, ostilità verso i privilegi nobiliari78; adattata all’immobile realtà romana, mancava di senso di casta e di coesione, ed anche di omogeneità. Il suo percorso di formazione si era appena avviato, e non possedeva ancora una coscienza politica che le desse indipendenza di pensiero e d’azione. La sua consapevolezza era limitata soltanto alle modeste esperienze economiche concrete, e si accontentava di quelle occasioni di intervento che la gerarchia nobiliare a cui era vicina le concedeva, la più sicura delle quali era la proprietà terriera. Tanto meno aveva potere o influenza sulle istituzioni. In questo panorama i mercanti di campagna, con un’attività articolata, rappresentavano la parte più attiva, intraprendente ed autonoma della borghesia pontificia. L’agricoltura era solo il primo nel tempo dei loro impegni, non il principale, che svolgevano mediante l’affitto di più tenute; si aggiungevano il commercio del grano, la compravendita di raccolti e di pascoli, lo sfruttamento di eventuali cave, la vendita dei prodotti al dettaglio, il commercio del legname e la produzione di carbone, a volte anche la gestione delle gabelle locali79. Ma questa diversificazione d’interessi non bastava ancora a farne degli affittuari capitalisti, e restavano semplicemente intermediari80.
Dalle relazioni degli agrimensori che operavano nell’area di Tolfa, nelle quali frequentemente compaiono comunicazioni di danni subiti dai boschi durante le recisioni dei mercanti appaltatori, si intuisce uno spirito imprenditoriale che anteponeva gli affari all’interesse della collettività, ma non è possibile sfaccettare adeguatamente il loro ritratto, né come singoli, né come gruppo81. Né è possibile avanzare raffronti con la conduzione di attività connesse ai boschi di alcuni esponenti dell’aristocrazia82. Per l’area di Tolfa nel secolo XVIII i casi gravi di danneggiamenti causati dagli appaltatori furono due, nel 1719 e nel 177183.
A delineare le figure dei mercanti può aiutare anche la conoscenza degli imbrogli da loro intentati, come quello del mercante Betti, che consegnava alla Reverenda Camera Apostolica la nota della quantità di carbone ricavato senza l’indicazione dell’estensione di bosco tagliato, e in un anno aveva così potuto recidere tutte le macchie di Monte Polarese e della selva di Maniconi, il cui taglio doveva essere invece suddiviso in quattro anni84. A volte la responsabilità dei danneggiamenti ricadeva sugli operai, e non sugli appaltatori che risultavano non coinvolti85.
Quanto alla popolazione, le sue infrazioni non erano molto significative se prese singolarmente, ma sommandosi potevano finire per pregiudicare il manto boschivo, sia procurando erosioni che deterioramenti qualitativi86. Questi casi di tagli illegali erano accompagnati quasi sempre dalla corruzione degli addetti alla tutela dei boschi, e a quanto pare, sia che fossero magistrati, sia che fossero semplici guardiani, essi non si ritraevano dall’accettare doni o ricattare87. Che cumulativamente i danni causati dalla popolazione ai boschi tolfetani risultassero gravi lo si rileva dalle proposte del sovrintendente delle macchie nel 1737 di destinare agli abitanti per il proprio consumo di volta in volta l’area il cui taglio era appaltato, oppure le selve più distanti e difficili da sorvegliare, che erano proprio quelle dove essi si orientavano per i tagli illegali88.
I danneggiamenti causati dai cittadini erano talmente frequenti che in più occasioni nel corso del secolo ne fu messo in discussione lo jus lignandi89. Nel 1731 fu promulgato un bando che stabiliva che nessuno poteva tagliare alcun tipo di legna nei boschi tolfetani90, ma nel 1744 una sentenza del tesoriere e una risoluzione della Reverenda Camera confermarono i diritti della popolazione, eccettuata la selva Le Spiaggie che serviva per riparare la zona dai venti. Una discussione più ampia si sviluppò dopo la proclamazione dell’editto Boncompagni Ludovisi del 1789, che limitava lo jus lignandi alla legna morta e ai cespugli infruttiferi; i cittadini di Tolfa ne chiesero l’annullamento, e in uno Stato che aveva sempre garantito gli usi consuetudinari, indispensabili soprattutto per i più poveri, non fu difficile per la Congregazione del Buon Governo correggere la decisione presa91.
Dunque, mercanti di legname e popolazione compromettevano l’ecosistema bosco. La responsabilità collettiva che i cittadini dimostravano preoccupandosi delle proprie macchie, inviando spesso comunicazioni in merito agli organismi dell’amministrazione centrale, anche in riferimento al lavoro mal compiuto degli appaltatori, non si tramutava in responsabilità individuale. Ma una netta differenza d’intenti e di esigenze motivava i contravventori. Il cittadino, infatti, non si rendeva conto che il suo modesto illecito, aggiungendosi a quelli degli altri, poteva avere conseguenze gravi; inoltre pressanti erano i problemi di sussistenza quotidiana da risolvere per i quali il legname era essenziale, come riscaldare la casa, costruire aratri, pali per le vigne, staccionate per gli orti e per gli animali, o fabbricare numerosi oggetti di uso comune. Il mercante appaltatore, invece, conosceva l’effetto del proprio abuso, giacché ampia era l’estensione della zona su cui effettuava le recisioni, e poiché la sua conoscenza dei boschi lo rendeva consapevole degli effetti delle proprie azioni.

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Il bosco e il pascolo

Nel territorio tolfetano la presenza di estese macchie con un ricco sottobosco rendeva possibile l’allevamento su larga scala. Per non rovinare gli alberi, e dunque non compromettere l’ecosistema, il pascolo nei boschi doveva essere condotto secondo la norma basilare che l’accesso era consentito a tutti gli animali, ma nei primi anni dopo il taglio, era vietato per capre e maiali. Questi, infatti, differentemente da cavalli, pecore e buoi che si nutrono solo di erba, danneggiano i germogli; le capre rodendo le cortecce giovani e prediligendo foglie e nuovi getti, per arrivare ai quali sono in grado anche di sollevarsi sulle zampe posteriori, e i maiali mangiando tutto ciò che trovano e smuovendo il terreno alla ricerca di radici e insetti. Buoi, cavalli e pecore, comunque, erano ammessi al pascolo nei boschi tolfetani soltanto se la quantità di erba era abbondante, e sempre previa perizia dell’agrimensore e stipulazione dell’Instrumento di Concessione della facoltà di far pascere il Bestiame nei tagli freschi o siano rinascenze, che stabiliva la concessione esclusivamente per questi animali, e soltanto per gli iscritti all’Università della Mosceria92.
L’allevamento dei maiali era permesso dallo Statuto di Tolfa, ma nel 1720 ne fu deciso il divieto ad esclusione dell’uso domestico, in seguito alla constatazione che, oltre ad essere pericolosi per i germogli dei boschi, rovinavano le coltivazioni ed intorbidivano l’acqua dei pochi fontanili presenti; se tale allevamento era stato previsto nello Statuto, era perché all’epoca in cui fu stilato i boschi tolfetani avevano un’estensione maggiore, diminuita poi con l’aumento della popolazione93. L’allevamento suino fu in seguito ristabilito; lo si ritrova nei Capitoli della Mosceria della Tolfa del 1726 con il divieto di introdurre tale bestiame nei terreni ad essa affittati94, e circa sessant’anni più tardi vi fu riservata la selva Le Sbroccate95.
Le norme generali di pascolo nei boschi erano organizzate da ogni Comunità nel modo che ciascuna riteneva più opportuno, e per quanto riguarda Tolfa la proibizione di far pascolare gli animali per i tre anni successivi alla recisione era espressa anche negli editti Sopra la proibizione di pascere le rinascenze degli alberi nelle macchie di Tolfa, del 24 luglio 1717 del cardinal Giovan Battista Spinola96, Sopra le macchie camerali della Tolfa, e delle Allumiere, del 15 gennaio 1761 già citato, e in quello del 12 giugno 1784 anch’esso già citato.
All’inizio del Settecento la vendita dei pascoli boschivi comunitari, sempre utilizzati durante i secoli, risultava diminuita per scarsezza di bestiame o per mancanza d’interesse da parte dei cittadini, privando così la Comunità di un’importante rendita. Per risolvere il problema nel 1710 fu creata, sull’esempio di Corneto, l’Università della Mosceria97, con centoventi proprietari di buoi, mucche e cavalli, e coordinata da dieci-dodici amministratori eletti tra i suoi componenti. Per gli allevatori non interessati ad appartenervi rimase un’ampia porzione di territorio, composta da Le Larghe dell’Ara Vecchia, Cavolavia, Fosso di Pian di Neve e Fosso dell’Acqua Bianca, mentre i forestieri potevano consumare la sua erba pagando una tassa98.
L’Università della Mosceria fu, però, amministrata male, e invece di migliorare l’organizzazione produttiva della Comunità e aumentarne le entrate, finì col pesare sulle sue casse99. Essa, infatti, aveva ottenuto il diritto di prelazione sulle offerte di affitto dei pascoli, e ciò le aveva sempre garantito il prezzo più favorevole, ma dannoso per le entrate della cittadina. Fu così che nel 1756 la Comunità di Tolfa si trovò gravata di un debito di milleottocento scudi, che la Congregazione del Buon Governo la obbligò ad estinguere. Un cittadino, allora, denunciò i favoritismi verso la Mosceria e il basso prezzo a cui i pascoli le venivano venduti, offrendosi egli stesso di comprarli per la cifra del debito, ma l’intero Consiglio e il giudice erano iscritti a questa Università, così la proposta fu rifiutata e per saldare la somma fu approvata una tassa sulla carne. Nel 1780 l’Università della Mosceria si accorse che il dovuto invece di estinguersi era cresciuto, e temendo che le fosse imposto di pagare un prezzo più elevato o che potesse essere ripristinata la libertà dei pascoli ad essa concessi, richiese in enfiteusi perpetua i terreni che aveva in affitto. Per evitare opposizioni si offrì di pagare un canone solo in apparenza favorevole per la Comunità, ma che fu approvato sia dalla Congregazione del Buon Governo che dal Consiglio locale, così la Comunità, composta completamente da moscettieri, alienò alla Mosceria una delle sue maggiori fonti di guadagno e finì per essere appesantita da ulteriori debiti. A causa della cattiva transazione la Comunità non poté disporre del denaro occorrente per alcune infrastrutture, tanto da incidere negativamente sull’approvvigionamento d’acqua che continuò a mancare pur essendo Tolfa situata tra monti con gran disponibilità, sullo sviluppo dei commerci poiché le sue strade rimasero inadeguate, e sull’istruzione dei suoi cittadini, venendo a mancare i fondi per l’istruzione.
Con tempi lunghi fu alla fine evidente l’inefficienza dell’Università della Mosceria; non risultava in grado nemmeno di pianificare una suddivisione dei pascoli, così ogni anno a dicembre l’erba disponibile terminava e il bestiame veniva condotto a pascolare nelle tenute di Allumiere e in quelle che la Reverenda Camera appaltava alla Dogana. Nel 1797 il debito della Comunità arrivò a seimila scudi, a cui si aggiungevano le tasse che a causa della sua mancata estinzione gravavano sulla popolazione (riguardavano carne, fuoco, forno, vino e macinato). Si provvide, allora, alla riforma dell’Università.
Nel Settecento nei boschi di Tolfa non si verificarono casi di seri danneggiamenti causati dal bestiame, seguiti da processi o ammende onerose, piuttosto vi furono episodi di gravità limitata ma continui, segnalati in tutte le relazioni periodiche degli agrimensori, che descrivevano sempre almeno una porzione di macchia rovinata dal bestiame, per disattenzione o perché non era stato costruito il recinto di protezione. Gli allevatori compromettevano i boschi non solo facendovi pascolare mandrie e greggi ma anche tagliando i rami giovani per avere foglie con cui cibarli. Così avvenne nella macchia Le Spiaggie, dove i pastori a tal fine recisero gli alberi alla base invece di effettuare una semplice diramazione100.
Pascolo e bosco sono stati sempre complementari e dipendenti dalla variabile storica del processo di evoluzione dell’uomo. Le tipologie d’insediamento, l’aumento della popolazione, la densità demografica, lo sviluppo del mercato hanno determinato lo sfruttamento ora dell’uno ora dell’altro. Non sappiamo in che modo il bosco tolfetano venisse utilizzato nei secoli precedenti, ma emerge con evidenza che nel secolo XVIII la produzione del legname era la sua funzione maggiore, ed era prioritaria rispetto all’attività dell’allevamento.

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Il bosco e le coltivazioni

La scarsità di notizie su disboscamenti nel territorio di Tolfa al fine di conquistare terre da coltivare, conferma la funzione primaria dei boschi nell’economia tolfetana del Settecento. Non si può però escludere che la bassa percentuale di dissodamenti fosse conseguenza del tardivo sviluppo dell’organizzazione agricola nello Stato Pontificio rispetto ad altri Stati italiani, i quali durante il secolo operarono deforestazioni a favore della coltura granaria.
Le parti di territorio tolfetano riservate alle colture erano la porzione che la Reverenda Camera appaltava alla Dogana del Patrimonio, il territorio comunitario, e piccoli appezzamenti di terreno intorno al paese101. La porzione appaltata alla Dogana era da questa a sua volta data in enfiteusi all’Università della Mosceria, che pagava il canone con i guadagni della vendita dell’erba, e che non fu in grado di dotarla di alcuna opera infrastrutturale102. Per quanto riguarda il territorio comunitario, nel 1555 vi era stato concesso lo jus serendi, e da allora questi terreni erano stati sottoposti a vari passaggi di proprietà, ed erano coltivati da gente umile che pagava l’affitto con quantitativi di grano103. Infine, circa la porzione di piccoli appezzamenti intorno al paese, quelli di proprietà erano soggetti a vincoli antichi ed a censi, e molti appartenevano ai conventi che li davano in enfiteusi.
Dal Cinquecento esisteva l’Università degli Agricoltori, o dei Bovattieri, che raccoglieva coloro che coltivavano cereali arando con i buoi, e disponeva delle tenute di Bandita grande, Valle Cardosa e Casale con l’obbligo di semina104; queste tenute erano state cedute dalla Comunità di Tolfa, che le aveva avute in colonia perpetua dalla Reverenda Camera nel 1515, ed erano divise in porzioni assegnate in numero di due ai possessori di dodici buoi, di una ai possessori di quattro, e mezza agli altri. Spesso l’Università degli Agricoltori entrò in conflitto con l’Università della Mosceria per l’utilizzo del pascolo, poiché questa più volte volle disporre di tutta l’erba per venderla e fece ricorso in proposito alla Congregazione del Buon Governo105. Per ovviare a tali conflitti fu stabilito che una porzione del territorio comunitario fosse trasformata in riserva per il pascolo dei buoi impiegati nel lavoro dei campi.

7
Il fuoco contro il bosco

L’incendio, naturale o doloso, era un pericolo che i boschi correvano frequentemente. I fulmini erano la causa più usuale di quelli di origine naturale106, ma la maggior parte di essi era provocata dall’incuria dell’uomo. Quando un bosco era distrutto dal fuoco veniva tagliato completamente affinché le piante colpite potessero rigermogliare, e la parte bruciata era impiegata come carbone107. Le selve cedue erano le più soggette ad incendio, poiché confinavano quasi sempre con campi lavorati, dai quali facilmente trapassavano le fiamme date in estate alle stoppie. Inoltre, essendo presenti per lungo tempo foglie secche nel loro sottobosco, accadeva spesso che il fuoco acceso dai pastori si espandesse agli alberi, oppure che vi attecchisse dalle carbonaie che trasformavano la legna in carbone.
La legislazione pontificia del Settecento in merito era ampia108, e attraverso bandi ed editti ammoniva che nessuno, qualunque carica ricoprisse, poteva dar fuoco prima del 21 agosto, «alle Stoppie, Ristretti, Recinti, Sodi, ed altri luoghi adiacenti alle Fratte, Vigne, Macchie, siti Macchiosi, e Sterpeti»109. Bastava un solo testimone per l’accusa, la pena era di cinquanta scudi, a cui si aggiungevano costo dei danni e pene corporali, e i proprietari erano ritenuti responsabili dei loro operai; le precauzioni a cui attenersi erano di mantenere puliti i terreni coltivati e quelli intorno alle selve110.
A Tolfa il problema era talmente sentito da essere riportato anche nello Statuto della Comunità111. Per il Settecento in quest’area vi è traccia di un solo incendio per cause naturali, verificatosi alla selva del Quartaccio nel 1791 per il clima siccitoso e ventoso112. Ma di più d’uno per cause dolose. Il fenomeno era in generale associato sia all’agricoltura che all’allevamento, nell’un caso per ottenere una maggiore estensione di terreno coltivabile, e nel secondo per conseguire una più ampia dimensione di pascolo oppure una maggiore quantità di erba. Particolarmente grave fu l’incendio colposo che si verificò nell’estate del 1730 nelle macchie della Reverenda Camera Sfiatolone, Pozzo Gregorio, Valle Semplice, Panton dell’Asco, Zanfone e Le Rocchette, tanto grave che fu promessa impunità agli eventuali complici che ne denunciassero l’ideatore113. Nel 1782 andarono a fuoco le selve di Monte Riccio e di Valle Gioncosa114, e un altro incendio doloso si verificò nella selva di Fontanainversa, dove alcuni allevatori che qui portavano i buoi appiccarono le fiamme per avere più pascolo disponibile e per evitare la vigilanza sugli animali affinché non danneggiassero le gemme115. Analogo intento di acquisire maggior pascolo aveva guidato circa venti anni prima, nel 1761, chi aveva incendiato il Sughereto116.

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La salubrità dell’aria

Gli scrittori dello Stato Pontificio del XVIII secolo trattarono poco il tema del bosco. Se ne occuparono prevalentemente nel campo medico-igienico per la questione della salubrità dell’aria. Oltre al clinico Giovanni Maria Lancisi, che in proposito scrisse il volume De noxiis Paludum effluviis eorumque remediis e due discorsi sulla selva di Sermoneta, quei pochi che svolsero tale argomento guardarono all’Agro Romano che offriva numerosi spunti di studio per la presenza di paludi malariche. Erratamente, ma articolatamente, l’insalubrità era attribuita alle acque paludose e ai venti caldi meridionali austro, libeccio e scirocco; era chiara l’esistenza di un nesso tra l’acqua stagnante e la malaria, ma fu soltanto all’inizio del Novecento che se ne comprese la vera causa, ossia l’inoculazione del plasmodium da parte della zanzara anofele117.
Lancisi scriveva dell’esistenza di venti regionali che nascevano in luoghi umidi o palustri evaporando dall’acqua e portando una grandissima quantità di particelle nocive118. Riteneva che i venti caldi meridionali si muovessero dal basso verso l’alto trasportando dalle campagne impure e dalle paludi delle particelle malsane che, grazie ad essi, si alleggerivano, fermentavano e alzandosi spargevano intorno il loro cattivo odore; quando venivano dal mare pensava trasportassero frammenti salati ed umidi nocivi alla salute. Al contrario, considerava i venti settentrionali salutari, poiché avendo origine in località alte ed opposte ai raggi solari apportavano gran quantità di nitro, e abbassandosi dall’alto coprivano le esalazioni malsane. Se i venti regionali e meridionali si incontravano con i venti meridionali il pericolo di epidemie e malattie aumentava. Le sole barriere in grado d’interporsi erano considerati boschi e colline, ma, mentre un colle poteva soltanto bloccare il vento, una selva incedua per Lancisi lo purificava, filtrando l’aria con i rami degli alberi:

somiglianti boschi costituiscono un corpo vasto, ma però arrendevole all’impeto e alla percossa dei venti; e che pieno di spazi intermedi con mille inegualità inferiori e superiori di rami e di frondi, collocate a mezz’aria, è attivissimo a ricevere in sé medesimo, e indi a separare, trattenere e seppellire fra i suoi spessi e folti rami, a guisa di crivello, o di colatojo, quelle impurità dell’aria, che più grosse, più viscose, e più umide coll’aria, or con poco ed or con molto moto si perdono dentro e di sopra, starei per dire, quel labirinto di rami, e di foglie: e quando passando l’etere, ben depurato dalle nocive, anzi ne’ mesi caldi, temperate nelle sue, forse troppo fervide parti, andrà poi verso gli abitatori del vicino paese senza condurre i già deposti corpicciuoli insalubri119.

Per la medesima ragione poteva rivelarsi utile piantare alberi nei terreni palustri:

tutto il fluido vizioso e l’esalazione morbosa che uscirebbe da quel suolo, a pregiudizio dei popoli poco distanti, parte penetra internamente […] e scorre per i tuboli, e per i canali degli arbori, ne’ quali prendendo vita più non offende; parte viene intercettata estrinsecamente tra i rami e le fronde degl’istessi arbori120.

Lancisi riteneva, dunque, che il taglio dei boschi nuocesse gravemente al retroterra, ma anche che i boschi situati a ridosso dell’abitato dovevano essere tagliati poiché bloccavano il passaggio dei venti salutari.
Anche Lione Pascoli affermava che per porre rimedio all’insalubrità della campagna romana,

dovrebbonsi piantare arboreti; perché questi agitati dai venti allorché spirano accrescendo loro la forza, aiutano a dissipare i vapori cattivi ed a purgarli121.

Per Cristoforo Moltò l’insalubrità era cagionata dall’assenza di coltivazioni e dalla mancanza di alberi che interrompessero il corso dell’aria122. Per Nicola Maria Nicolaj le cause erano la mancanza di villaggi e di alberi123; la presenza di acque paludose e stagnanti dalle quali provenivano esalazioni e a cui si poteva rimediare prosciugando gli stagni, spurgando i fossi e costruendo argini; la bassezza del mare e della spiaggia, che creava inondazioni con deposito di alghe sulla riva e nei vicini stagni e laghi, dove queste imputridendo emanavano dannose esalazioni, e per la cui eliminazione unico rimedio era la distruzione con il fuoco; infine, l’esposizione a scirocco, austro e libeccio che soffiavano sull’Agro Romano, per i quali gli alberi erano l’unica soluzione124.
A Tolfa nel Settecento in tre occasioni si pose la questione della salvaguardia dell’aria. Nel 1768 la popolazione considerò sfavorevolmente la concessione di alcune tenute per l’agricoltura, sostenendo che gli alberi tagliati per lasciare spazio alla coltivazione avevano avuto fino ad allora una funzione di difesa contro i venti nocivi, e che la loro recisione era stata causa della diffusione delle febbri125.
Tra il 1777 e il 1783 si svolse una discussione intorno alla preservazione della macchia Le Spiaggie, che si riteneva avesse funzione di sbarramento per i venti insalubri, poiché composta di olmi, ornelli ed altri alberi antichi di alto fusto, e situata esattamente a sud da dove soffiavano i venti marini, ad un’altitudine più elevata di quella di Tolfa. Alcuni cittadini scrissero al segretario della Congregazione del Buon Governo suggerendo che la Comunità poteva sgravarsi di alcuni debiti tagliando la macchia e vendendola per uso di carbone126. Fu deciso il taglio, ma il magistrato consigliò di effettuarlo in una stagione più opportuna127. Trascorso del tempo, subentrò un altro magistrato che bloccò il provvedimento reputandolo dannoso, in quanto si trattava di macchia non cedua e molto antica, che difficilmente sarebbe rinata; riteneva inoltre che dietro le lettere dei cittadini si nascondesse qualcuno che aspirava alla compravendita128. L’agrimensore camerale Ricci, invece, era del parere che gli alberi potevano essere tagliati, eccetto quelli per legnami da lavoro poiché se recisi dalla radice difficilmente tornavano a germogliare129. Successivamente la questione fu dibattuta anche dal medico e dal chirurgo condotti, ai quali chiesero un parere le autorità e un gruppo di cittadini che scrisse alla Sacra Consulta. I due esperti ritennero

per l’osservazione fatta, che una tal selva essendo situata alla parte sud in lontananza di circa un miglio dalla terra, corredata da altissimi e frondosi alberi […], la distruzione di essa non può non essere di sommo pregiudizio agli abitanti quanto alla salute, si perché una tale selva serva di riparo ai venti marini particolarmente agli australi troppo dominanti in questa parte di Maremma interrompendo il loro corso ed assorbendo molto delle parti salate ed umide di cui sono pregni, alla umana natura nocivi; si perché lo stesso ostacolo oppongono ai vapori ed alle nebbie che spesso s’innalzano dalle spiagge marittime e ricoprono le campagne con danno non piccolo delle viti, dei seminati130.

Con la medesima preoccupazione un altro gruppo di cittadini chiese di sospenderne la vendita131. Gli interventi degli esperti chiarirono l’importanza della macchia per la salubrità dell’aria, e il luogotenente, che inizialmente ne aveva ipotizzato il taglio e con il ricavato la costruzione di un fontanile, cercò notizia di eventuali recisioni del passato nei pubblici libri ed interpellò gli anziani; non si trovarono informazioni scritte e gli anziani riferirono di non averla mai vista tagliata, né di averne sentito parlare132. Così la macchia non fu compromessa133, e negli anni seguenti a sua salvaguardia fu soppresso lo jus lignandi, mentre lo jus pascendi, meno pericoloso per un bosco che non veniva mai reciso e in cui quindi non vi erano germogli, continuò ad essere mantenuto134.
Un caso analogo di attenzione ecologica, seppur fondata sulle stesse cognizioni del tutto sbagliate, riguardò nel 1796 la selva camerale Tolfa Nuova nella tenuta Le Gramsciare, situata sulla stessa altura di fronte alla cittadina dove si trovava la macchia Le Spiaggie, e con questa formante la barriera ai venti insalubri. L’agente delle selve sosteneva che poteva essere tagliata, perché per mantenere la funzione di baluardo protettivo era sufficiente lasciarne una fascia sulla cima del monte135, ma i cittadini si opposero e la Sacra Consulta li ascoltò136.
Sebbene si tratti di teorie scientifiche errate, questi episodi concorrono a sfaccettare l’evoluzione e l’articolazione del pensiero scientifico nel xviii secolo. Continuavano le antiche tradizioni e superstizioni popolari, ma contemporaneamente le figure degli scienziati e dei medici venivano interpellate anche per questioni riguardanti le sfere economiche e istituzionali; la scienza stava divenendo un fattore fondamentale per la comprensione del mondo e l’organizzazione dell’esistenza dell’uomo.
In conclusione, ci si può spingere a rintracciare una forma di coscienza ecologica nell’attenzione mostrata dalle autorità pontificie e nella preoccupazione dei cittadini per i boschi? Certamente nei provvedimenti relativi alla sanità del territorio la cognizione della molteplicità dell’interazione uomo-ambiente risulta sviluppata, ma sarebbe fuorviante attribuire significato di percezione ecosistemica ad una sensibilità che appare più relativa a singoli fatti specifici, che approccio con cui gestire complessivamente le risorse e i prodotti ottenuti dall’ambiente. Più appropriato è invece parlare di consapevolezza del valore economico della risorsa, e di tutte le forme in cui essa poteva essere impiegata, dal commercio, al pascolo, all’utilizzo per la cava d’allume. Consapevolezza sia da parte delle istituzioni che della comunità.

Note

* Il presente saggio rielabora gli argomenti contenuti nella tesi di laurea, dal medesimo titolo, discussa nel 1993, relatore Alberto Caracciolo e correlatrice Irene Fosi.
1. E. Tiezzi, Tempi storici, tempi biologici, Garzanti, Milano 1984.
2. P. Bevilacqua, Tra natura e storia. Ambiente, economia, risorse in Italia, Donzelli, Roma 1996; Id., Demetra e Clio. Uomini e ambiente nella storia, Donzelli, Roma 2001; A. Caracciolo, L’ambiente come storia. Sondaggi e proposte di storiografia dell’ambiente, Il Mulino, Bologna 1988; Id., Continuità ed evoluzione delle problematiche ecologiche, in Fondazione Lelio e Lisli Basso, L’ambiente nella storia d’Italia. Studi e immagini, Marsilio, Venezia 1989, pp. 5-15; A. Caracciolo, G. Bonacchi (a cura di), Il declino degli elementi. Ambiente naturale e rigenerazione delle risorse nell’Europa moderna, Il Mulino, Bologna 1990; P. Pierotto, Introduzione all’ecostoria, F. Angeli, Milano 1982; D. Worster, I confini della terra: problemi e prospettive di storia dell’ambiente, F. Angeli, Milano 1989; cfr. anche il dialogo D. Moreno, A proposito di storia delle risorse ambientali, A. Caracciolo, Ma anche il terreno è documento, in “Quaderni storici”, n. 72, 1989, pp. 883-901.
3. La storiografia italiana, stimolata all’approfondimento della storia ambientale in generale, negli anni Novanta ha ampliato il suo interesse per i boschi. Alla rivista “Quaderni storici” che lo ha anticipato con i numeri specifici Boschi: storia e archeologia, a cura di D. Moreno, P. Piussi, O. Rackham, n. 49, 1982, e Boschi: storia e archeologia 2, a cura di D. Moreno, n. 62, 1986, si è aggiunta la rivista “Storia urbana” con i numeri specifici I boschi italiani: valori naturalistici ed economici, aspetti amministrativi, n. 69, 1994, e Boschi e dintorni: sentieri di ricerca, nn. 76-77, 1996; è esistita la rivista “Quaderni di storia ecologica” (1991-94); la Fondazione Lelio e Lisli Basso ha organizzato nel 1988 la mostra L’ambiente nella storia d’Italia. Studi e immagini, (catalogo cit.); il Ministero per i beni culturali e ambientali, Ufficio centrale per i beni librari e gli istituti culturali, ha organizzato la mostra De Arbore. Botanica, scienza, alimentazione, teatro, storia, legislazione, simbologia araldica, religione, letteratura, tecnologia degli alberi dalle opere manoscritte e a stampa della Biblioteca Casanatense, (catalogo Cartografiche, Latina 1991); l’Istituto internazionale di storia economica F. Datini ha promosso L’uomo e la foresta. Secc. xiii- xviii, xxvii settimana di studi, 8-13 maggio 1995, (Atti a cura di S. Cavacciocchi, Le Monnier, Firenze 1996); infine sono state pubblicate numerose ricerche specifiche. Non essendo questa la sede opportuna per approfondire le linee di tale ricostruzione storica, ci si limita a ricordare il volume precorritore B. Vecchio, Il bosco negli scrittori italiani del Settecento e dell’età napoleonica, Torino, Einaudi 1974, e nelle pagine successive i titoli relativi all’area laziale. Per lo Stato Pontificio cfr. R. Sansa, L’oro verde. La gestione dei boschi nello Stato Pontificio tra xviii e xix secolo, Clueb, Bologna 2003.
4. Sulla nozione di bosco come manufatto, che ha superato il concetto di bosco come componente del paesaggio, cfr. D. Moreno, Storia e archeologia forestale. Una premessa, in “Quaderni storici”, n. 49, 1982, pp. 7-15; Id., Dal documento al terreno. Storia e archeologia dei sistemi agro-silvo-pastorali, Il Mulino, Bologna 1990, pp. 15-9. Già Emilio Sereni a proposito del paesaggio agrario aveva chiarito il rapporto tra l’uomo e l’ambiente circostante: «nella forma consistente che il paesaggio agricolo viene assumendo, si esprimono non solo i dati bruti di una realtà geologica o climatica, né solo quello di un rapporto tecnico nuovo tra l’uomo e la natura [ma], vi si svolgono nuove forme di rapporti tra gli uomini associati stessi, nuove forme di proprietà, sociali, politiche, religiose che anch’esse si riflettono e trovano la loro espressione nelle forme del paesaggio agrario». Id., Storia del paesaggio agrario italiano, Laterza, Roma-Bari 1989, p. 31 (i ed. 1961). Sullo spazio geografico creato dall’uomo cfr. L. Gambi, I valori storici dei quadri ambientali, in Storia d’Italia, vol. i, I caratteri originali, Einaudi, Torino 1972, pp. 5-60; Id., Una geografia per la storia, Einaudi, Torino 1974.
5. Per la comprensione della realtà locale del Lazio del xviii sec. cfr. R. Ago, Braccianti, contadini, e grandi proprietari in un villaggio laziale del primo Settecento, in “Quaderni storici”, n. 46, 1981, pp. 60-92; Ead., Conflitti e politica nel feudo: le campagne romane nel Settecento, in “Quaderni storici”, n. 63, 1986, pp. 847-74; Ead., Un feudo esemplare. Immobilismo padronale e astuzia contadina nel Lazio del ’700, Schena, Brindisi 1988; A. De Clementi, Individualismo agrario e mentalità comunitaria in un villaggio del Lazio, in “Quaderni Storici”, n. 63, 1986, pp. 931-50; Ead., Vivere nel latifondo. Le Comunità della campagna laziale tra ’700 e ’800, F. Angeli, Milano 1989; M. Caffiero, L’erba dei poveri, Edizioni dell’Ateneo, Roma 1983; C. Travaglini, Il dibattito sull’agricoltura romana nel secolo xx (1815-1870). Le Accademie e le Società agrarie, Università degli studi, Roma 1980.
6. Caracciolo, L’ambiente come storia, cit., p. 62.
7. Archivio di Stato di Roma (d’ora in poi asr), Camerale iii, b. 2373, Summarium, 1744.
8. Dall’allume si estrae l’alluminite, che nel xviii secolo trovava impiego in medicina, nella concia delle pelli e nei processi di tintura per la sua capacità di fissare i colori; quello di Tolfa prendeva il nome di allume di Rocca, o di Castello. Sulla produzione di allume in quest’area cfr. J. Delumeau, L’alun de Roma. xv-xix siècle, Sevpen, Paris 1962; F. Fedeli Bernardini (a cura di), Metalli, miniere e risorse ambientali. Il territorio dei Monti della Tolfa tra medioevo ed età contemporanea, Provincia di Roma, Assessorato alla cultura, Roma 2000; R. Morelli, Alla ricerca della pietra luminosa: tecniche e uomini nelle cave di Tolfa (secc. xviii-xix), in F. Piola Caselli, P. Piana Agostinetti (a cura di), La miniera, l’uomo, l’ambiente. Fonti e metodi a confronto per la storia delle attività minerarie e metallurgiche in Italia, Atti del Convegno di studi, Cassino, 2-4 giugno 1994, All’insegna del giglio, Firenze 1996, pp. 103-20.
9. Archivio Segreto Vaticano (d’ora in poi asv), Mappe e piante, inventario n. 86, Pianta de Le Allumiere, Tolfa e Valle Marina, vicino Civitavecchia. Per il territorio di Allumiere il riferimento è la mappa di G. B. Cingolani del 1696, in asr, Disegni e piante, i, 122, n. 211. Una dettagliata ricostruzione della suddivisione dell’area corredata di cartine è in S. Passigli, Il “sopratterra” allumierasco, Uso delle risorse e trasformazione dell’ambiente in relazione al sottosuolo (secoli xv-xvi), in Fedeli Bernardini (a cura di), Metalli, miniere e risorse ambientali, cit. Alcuni toponimi trovati nella documentazione consultata presentano lievi differenze da quelli riportati da Passigli, tratti da documenti catastali.
10. La localizzazione delle varietà è in S. Passigli, Il “sopratterra” allumierasco, cit., pp. 13-38.
11. Biblioteca del Senato, Statuto di Tolfa, 1525.
12. asr, Camerale iii, b. 2373, Summarium, 1744, cit.
13. Ibid. Sull’arsenale di Civitavecchia cfr. R. Sansa, Les droits de l’État et les privilèges de la communauté: l’approvisionnement de l’arsenal de Civitavecchia et les résistances des habitants de Tolfa, in A. Corvol (a cura di) Forêt et marine, L’Harmattan, Paris 1999, pp. 125-37.
14. asr, Camerale iii, b. 2342, Editto del tesoriere generale Saverio Canale Sopra le macchie camerali della Tolfa, e delle Allumiere, del 15 gennaio 1761. Queste regole furono ribadite nel 1784 con l’editto del cardinal Guglielmo Pallotta pro-tesoriere, del 12 giugno. Ivi, Bandi ed editti.
15. Ivi, Camerale iii, b. 2342, Capitoli dell’appalto delle galere, in Sommario n. 1, s. d.
16. S. P. Boccone, Museo di fisica e di esperienze, Venezia 1867, p. 82.
17. asr, Camerale iii, b. 2342, Editto del 18 gennaio 1756, ripetuto identico il 27 gennaio 1758 (presente anche ivi, Bandi ed Editti).
18. Ivi, Camerale iii, b. 2343, agrimensore P. Qualcati, Ripartimento, e regolamento sopra li tagli delle selve spettanti alla R. C. A. situate nel territorio della Tolfa e tenute dell’Allumiere, 17 maggio 1760.
19. S. Breislak, Saggio di osservazioni mineralogiche sulla Tolfa, Oriolo e Latera, Roma 1786, p. 13. G. Morozzo suggeriva di dare la concessione per l’estrazione della manna a privati o alla stessa Comunità di Tolfa. G. Morozzo, Analisi della Carta corografica del Patrimonio di S. Pietro corredata di alcune memorie storiche ed economiche, Roma 1791, p. 43.
20. O. Morra, Tolfa. Profilo storico e guida illustrata, Cassa di risparmio di Civitavecchia, Roma 1979, pp. 73-4.
21. Lovo era il termine dialettale della parola lupo. Il nome di questo luogo oggi è divenuto Fosso dell’Ovo. Ibid.
22. Le fonti consultate non contengono la data d’istituzione dello jus pascendi. Per quanto riguarda invece lo jus lignandi per le macchie della Comunità era fondato sull’instrumento della Revisione del territorio del 1555, confermato nel xviii secolo dall’instrumento di Concessione di enfiteusi dei comunali macchiosi fatta dalla Comunità a favore della Reverenda Camera nel 1778. asr, Buon Governo, s. ii, b. 5069, lettera di G. Gavelli, 3 settembre 1789. Per le macchie della Reverenda Camera non si conosce la data d’istituzione di tale diritto, ma da una testimonianza datata 1731, sappiamo che i tolfetani ne godevano da tempi antichissimi. Ivi, Camerale iii, b. 2373, Summarium, 1744, cit.
23. Agli abitanti di Civitavecchia lo jus lignandi era stato concesso nelle tenute Chiaruccia, Castel’secco, Campo Rosso e Selciata, da monsignor Vitelli, decano della Camera e allora governatore della cittadina con un Decreto provvisionale del 16 novembre 1598. Per evitare frodi i permessi dovevano essere registrati negli atti del commissario di Civitavecchia, e poi presentati ai guardiani che avrebbero assegnato il luogo e gli alberi da tagliare. Ivi, Camerale iii, b. 2344, R. Falgari agente delle selve di Corneto e C. M. Sacripante tesoriere generale, Summarium, 19 febbraio 1735. Il decreto Vitelli doveva essere provvisorio ma nei secoli seguenti continuò ad essere osservato, in particolare nel xviii con gli editti del 5 luglio 1717 del cardinal S. Cesareo Camerlengo, del 5 settembre 1731 del cardinal Albani, e con il provvedimento del tesoriere monsignor C. M. Sacripante del 19 febbraio 1735. Circa quest’ultimo i cittadini si opposero chiedendo la libertà di tagliare in tutte le macchie; fu dunque istituita una Congregazione Camerale che però il 29 novembre 1735 ribadì quanto già definito. Ivi, Camerale iii, b. 2373, Summarium, 1744, cit.
24. Ivi, Camerale iii, b. 2342, Stato e regolamento sopra le macchie di Tolfa e sopra l’assegna dei tagli da farsi da diversi cominciando nell’anno 1728, s. d.
25. Ivi, Camerale iii, b. 819, lettera dell’agente delle selve A. Guglielmotti, 9 maggio 1795.
26. Ivi, Camerale iii, b. 818, lettera dell’agente delle selve A. Guglielmotti, 12 marzo 1787.
27. Ivi, Camerale iii, nelle buste 818 e 819 sono raccolte numerose lettere in proposito.
28. Ivi, Buon Governo, b. 1178, lettera de I popoli di Civitavecchia, Tolfa, Allumiere e Cavi, s. d. ma collocabile tra il 1783 e il 1786 poiché la busta che la contiene raccoglie documenti di questi anni.
29. Ivi, Camerale iii, b. 2343, lettera di B. Puccilli, 20 febbraio 1788; lettera dell’agente delle selve A. Guglielmotti, 20 febbraio 1788; lettera di G. Batta Fratini, 20 febbraio 1788. Si tratta di un carteggio sulle dimissioni di un giudice.
30. Ivi, Camerale iii, b. 2344, Patente dell’agente, 14 luglio 1725, in Memoriale per la Congregazione Camerale del 26 gennaio 1730, 11 gennaio 1730. È relativo alla terza di una serie di Congregazioni che si erano riunite a partire dal gennaio per risolvere una questione di danni denunciata dall’agente delle selve di Corneto. Non resta la documentazione riguardante il caso specifico dei danni, ma indicazioni importanti sulla figura dell’agente.
31. Ivi, Camerale iii, b. 2344, Tolfa. Macchie Camerali, s. d.
32. Ivi, Camerale iii, b. 2342, il fatto si apprende da numerose lettere su argomenti diversi.
33. Ivi, Camerale iii, b. 2344, Memoriale per la Congregazione Camerale del 26 gennaio 1730, cit.
34. Ivi, Camerale iii, b. 2343, lettera di B. Puccilli, 20 febbraio 1788, cit.; lettera dell’agente delle selve A. Guglielmotti, 20 febbraio 1788, cit.; lettera di G. Batta Fratini, 20 febbraio 1788, cit.
35. Nel 1800 l’agente A. Guglielmotti si trovò in disaccordo con la perizia dell’agrimensore A. Adami, ritenendo elevato il prezzo da questi stabilito. Tale sua perplessità era avvalorata dal fatto che l’agrimensore non aveva compiuto la visita necessaria, ma aveva effettuato i calcoli in base alla descrizione. L’agente richiese, così, l’intervento di un perito imparziale. Ivi, Camerale iii, b. 2343, lettera di A. Guglielmotti, 26 marzo 1800.
36. Il documento firmato dal sovrintendente delle selve rinvenuto è la relazione di una visita effettuata nel 1737 per stabilire con precisione, prima di affidare i boschi al nuovo agente, quali parti dovevano servire per l’appalto dell’estrazione dell’allume, quali per l’arsenale delle galere e quali per gli abitanti di Civitavecchia. Ivi, Camerale iii, b. 2343, Biagio Ferrari uno dei Sopraintendenti alle macchie camerali della Tolfa. Da esaminare nella Congregazione Camerale del 27 agosto 1737.
37. Si svolsero rispettivamente il 21 e il 29 aprile. Ivi, Camerale iii, b. 2344, lettera senza mittente al cardinal Annibale Albani camerlengo, in Memoriale per la Congregazione Camerale del 26 gennaio 1730, cit.
38. R. Sansa, Tra capacità di previsione e crisi impreviste: il fabbisogno energetico della produzione di allume nei Monti della Tolfa nei secoli xvi-xviii, in Fedeli Bernardini (a cura di), Metalli, miniere e risorse ambientali, cit., pp. 39-48.
39. asr, Camerale iii, b. 2342, Stato e regolamento sopra le macchie di Tolfa e sopra l’assegna dei tagli da farsi da diversi cominciando nell’anno 1728, cit.
40. Ivi, Camerale iii, b. 2342, Capitoli da osservarsi dall’agente, in Instromento, Chirografo e Capitoli di deputazione fatti dalla R. C. A. nella persona di Giuseppe Riccioni agente delle macchie con il mestruo pagamento di scudi dieci, ottobre 1736.
41. Ibid., lettera dell’agrimensore A. Adami alla Reverenda Camera Apostolica, 25 settembre 1782.
42. Ivi, Buon Governo e Camerale iii.
43. Sebbene importante nella storia del diritto forestale, l’istituzione di un’apposita amministrazione, mediante la legge di Eugenio Napoleone del 27 maggio 1811, fu dettata esclusivamente da motivazioni economiche e da intenti predatori. La Francia era interessata soltanto ad imbarcare la legna da utilizzare in patria: era infatti la Marina ad occuparsi di coordinare tutte le attività di mercatura e taglio mentre gli agenti dell’amministrazione dei boschi erano chiamati solo ad aiutare, il legname da imbarco aveva priorità di passaggio su quello destinato ad altri usi, ed eccezionalmente alte erano le pene per chi arrecava danni agli alberi ad essa destinati (300 lire per chi li tagliava, e 600 lire per chi li utilizzava per altri fini; si consideri che in una proposta d’istituzione di un’amministrazione apposita di sei anni dopo, la paga mensile di un guardiano delle macchie era di 8 lire e quella del Conservatore di 120. Ivi, Camerale ii, Agricoltura, pastorizia e fida, b. 5, P. A. André, Idee sull’utilità e sul modo d’istituire una regolare Amministrazione delle macchie nello Stato Pontificio, dicembre 1817). La legge, inoltre, non conteneva indicazioni sui tempi e sulle modalità dei tagli, né alcun enunciato sull’importanza dei boschi per l’igiene dell’aria. La rilevanza della nuova amministrazione nella storia del diritto forestale è data da più di un motivo: fu il primo caso di realizzazione di un organismo apposito nello Stato Pontificio, fu caratterizzata non solo dalla delineazione di competenze specifiche ma anche dal coinvolgimento di altri settori dell’amministrazione pubblica quali i ministeri di Giustizia, Finanze, Marina, Interno e il Gran giudice, creò un nuovo corpo di Guardie dei boschi parallelo alla Gendarmeria e dipendente solo dalle istituzioni centrali, e infine limitò i proprietari nella gestione dei propri boschi. Circa quest’ultimo punto, va chiarito che questa legge non deve essere considerata un provvedimento contro la proprietà privata, poiché limitava fortemente anche gli usi civici. Ibid.
44. Dieci anni prima dell’istituzione dell’Amministrazione dei boschi e delle foreste si era svolto un dibattito sulla sua creazione, sollecitato dall’esempio del provvedimento del 1811. Ai due progetti di André, cit., e di F. Gabet, Progetto per l’Amministrazione delle foreste, laghi e fiumi s. d., si era opposto un gruppo che si rifaceva alle leggi liberiste emanate da Pietro Leopoldo nel Granducato di Toscana, e le cui ragioni erano riconducibili alle preoccupazioni di garantirsi la non ingerenza di organismi di controllo sui propri interessi economici privati. Il nodo era, dunque, la proprietà privata. Questo dibattito va quindi considerato come un frangente importante di evidenziazione della presenza di un ceto borghese mercantile e agrario anche nello Stato Pontificio. Ivi, Camerale ii, Agricoltura, pastorizia e fida, b. 5, André, cit.; Gabet, cit.; due lettere senza mittente e s. d.; Sentimento sul progetto di Istituzione dei boschi e foreste nello Stato Pontificio, s. d.; Ristretto del Cardinal di Stato sull’istanza del Sign. Giardini relativa a boschi e foreste, s. d. Sull’Amministrazione dei boschi e delle foreste istituita nel 1827 cfr. Sansa, L’oro verde, cit. pp. 201-44; Id., Interessi privati e bene pubblico. Le vicende di un tentativo di pianificazione dello sfruttamento forestale nell’area dell’alto Lazio nel xix secolo, in “Rivista Storica del Lazio”, n. 4, 1996, pp. 141-62.
45. Per un panorama sulla storia della legislazione forestale italiana cfr. Id., Il mercato e la legge: la legislazione forestale italiana nei secoli xviii e xix, in P. Bevilacqua, G. Corona, Ambiente e risorse nel Mezzogiorno contemporaneo, Meridiana, Catanzaro 2000, pp. 39-48; R. Trifone, Storia del diritto forestale in Italia, Coppini, Firenze 1957.
46. Ivi, Camerale iii, b. 2342, Editto del tesoriere generale Saverio Canale Sopra le macchie camerali della Tolfa, e delle Allumiere, 15 gennaio 1761, cit.; ivi, Bandi ed editti, Editto del cardinale pro-tesoriere Guglielmo Pallotta del 12 giugno 1784, cit.
47. A. Canaletti Gaudenti, La politica agraria ed annonaria dello Stato pontificio da Benedetto xiv a Pio vii, Istituto di Studi Romani, Roma 1947, pp. 25-9.
48. asr, Bandi ed editti, Editto 1° febbraio 1709; Editto 15 novembre 1725; Editto 26 settembre 1741; Editto 3 novembre 1746.
49. Ivi, Buon Governo, serie ii, b. 6.
50. Ivi, Bandi ed Editti, Editto 27 novembre 1805.
51. Sereni in proposito ha sottolineato l’efficacia del capitale commerciale ed usuraio, che interveniva ad acquistare il taglio del bosco di nobili indebitati o di Comunità in difficoltà finanziarie, facendo procedere i disboscamenti indipendentemente e con un ritmo più rapido di quello dei dissodamenti: «in nessun campo l’intervento del capitale nell’economia terriera manifestò la sua efficacia negativa con tanta precocità e con tanta gravità come nel campo forestale». Sereni, Storia del paesaggio agrario italiano, cit., pp. 305-9.
52. Un’efficace descrizione dell’arretratezza e delle condizioni sociali delle campagne pontificie per l’Ottocento, ma valida anche per il secolo precedente, è in Id., Il capitalismo nelle campagne (1860-1900), Einaudi, Torino 1980, pp. 166-75 (i ed. 1947); L. Bortolotti, Roma fuori le mura, Laterza, Roma-Bari 1988.
53. B. Vecchio, Il bosco negli scrittori italiani del Settecento e dell’età napoleonica, cit., p. 113; Sereni, Storia del paesaggio agrario italiano, cit., p. 302.
54. asr, Camerale ii, Agricoltura, pastorizia e fida, b. 5, Editto di Pietro Leopoldo, 20 gennaio 1776. Ivi sono presenti anche Notificazione del Commissario dei boschi di Pistoia del 1768; Editto di Pietro Leopoldo, 24 luglio 1775; Editto di Pietro Leopoldo, 28 settembre 1779.
55. R. Sansa, Bosco e fiume: l’approvvigionamento energetico e gli equilibri, in P. Buonora (a cura di), Atti del Seminario di studi “I rischi del Tevere: modelli di comportamento del fiume di Roma nella storia”, cnr-gndci, Roma 2001, pp. 53-74. Circa il commercio sul Tevere cfr. G. Mira, Note sui trasporti fluviali nell’economia dello Stato pontificio nel xviii secolo, in “Archivio della Società Romana di Storia Patria”, lxvii, 1954, pp. 27-44; C. Nardi, La Presidenza delle Ripe (secc. xvi-xix) nell’Archivio di Stato di Roma, in “Rassegna degli Archivi di Stato”, a. 39, 1979, n. 1-2, pp. 34-106; Id., Il Tevere e la città. L’antica Magistratura portuale nei secoli xvi-xix, Roma 1989; C. P. Scavizzi, Navigazione e regolazione del Tevere nello Stato della Chiesa fra xvi e xviii secolo (Il caso del Tevere), Edilstampa, Roma 1991.
56. La legnara è raffigurata in un dipinto del 1587 situato nel Salone Sistino della Biblioteca Vaticana. A. Amicarelli Scalise, Normative sull’utilizzazione degli alberi dagli editti e bandi della Biblioteca Casanatense nello Stato Pontificio, in Ministero per i beni culturali e ambientali, Ufficio centrale per i beni librari e gli istituti culturali, De Arbore, cit. p. 263; Comune di Roma, Guide rionali di Roma. Rione Campo Marzio, Palombi, Roma 1984, p. 68.
57. asr, Bandi ed editti, Notificazione 8 marzo 1803.
58. Il testo della lapide è il seguente: «Pio vi, affinché il legname non corresse pericoli dai ladri, dagli incendi, dall’impeto avverso dell’aria, indulgendo con infinita benignità alle suppliche dei mercanti di legna ed ai falegnami, comprata a questo scopo una vigna, nell’anno 1780 comandò che fosse allestita e circondata di mura, di fronte all’antica area per conservare i legnami istituita da Clemente xii». Amicarelli Scalise, Normative sull’utilizzazione degli alberi, cit., p. 263.
59. La pena per le trasgressioni era di 50 scudi più eventuali pene corporali; uguale era per chi, dopo aver trasportato la legna, non ne dava comunicazione e descrizione precise entro lo stesso mese. asr, Bandi ed editti, Editto 26 settembre 1741; Editto 1° febbraio 1709; Editto 15 novembre 1725; Editto 3 novembre 1746. Biblioteca Casanatense (d’ora in poi bc), Editti, brevi, bolle, Periodico Estinto (d’ora in poi pe) 18.61.218, Editto 7 ottobre 1760.
60. asr, Bandi ed editti, Notificazione 22 dicembre 1803.
61. Ivi, Bandi ed editti, Editto 31 ottobre 1787.
62. Questo controllo si svolgeva con l’assistenza dei Ministri del Tribunale, e la spesa dello scaricamento e ricaricamento era addebitata a chi delle due parti aveva torto; si procedeva secondo le pene stabilite dalla notificazione del 29 agosto 1785, della quale però non è stato possibile rintracciare il testo. Ivi, Bandi ed editti, Notificazione 15 marzo 1795.
63. Ibid.
64. Ibid.
65. Ivi, Bandi ed editti, Notificazione 25 settembre 1801.
66. Ivi, Bandi ed editti, Editto 22 gennaio 1733.
67. La pena per i commercianti era la perdita di tutta la legna, e il pagamento di dieci scudi ed altre pene corporali; per i carrettieri era la perdita di cavallo e carretta, tre tratti di corda in pubblico e l’esilio da Roma. Ivi, Bandi ed editti, Risoluzione della Congregazione particolare deputata, 13 ottobre 1732.
68. La pena stabilita era di dieci scudi per passo di legna. Ivi, Bandi ed editti, Editto 7 giugno 1719; Editto 6 dicembre 1733.
69. Ivi, Bandi ed editti, Notificazione 16 novembre 1786.
70. Ivi, Bandi ed editti, Notificazione 31 maggio 1805.
71. La sua riscossione in Roma era stata assegnata nel 1592 alla Congregazione del Venerabile Hospitale de’ Mendicanti di San Sisto; nel 1701 l’Ospedale venne unificato all’Ospizio Apostolico dei Poveri Invalidi, al quale pertanto passò la riscossione della tassa. bc, Editti, brevi, bolle, pe 18.3.8, Bando 25 febbraio 1592; pe 18.4.94, Editto 6 aprile 1607; pe 18.4.350, Editto 23 luglio 1613; pe 18.5.461, Editto 13 marzo 1631; pe 18.20.114, Bando 4 agosto 1701. Ma la gabella veniva amministrata male, gli evasori erano molti e le entrate spesso venivano a mancare; cosicché si arrivò al Bando del 1° settembre 1742 che stabilì, oltre al pagamento ai custodi dell’ingresso, il pagamento per le attività che si svolgevano fuori le mura al custode più vicino, e l’annotazione in un apposito bollettino. asr, Bandi ed editti, Bando 1 settembre 1742. Amicarelli Scalise, Normative sull’utilizzazione degli alberi, cit., pp. 259-64.
72. Per un inquadramento della botanica e dell’agricoltura in Europa anche nel xviii secolo cfr. M. Ambrosoli, Scienziati, contadini e proprietari. Botanica e agricoltura nell’Europa occidentale, 1350-1850, Einaudi, Torino 1992. Per la selvicoltura nel secolo successivo cfr. R. Sansa, La trattatistica selvicolturale del xix secolo: indicazioni e polemiche sull’uso ideale del bosco, in “Rivista di storia dell’agricoltura”, n. 1, 1997, pp. 97-144.
73. asr, Camerale iii, b. 5, A. Ricci, Succinto ragguaglio delle selve, s. d., ma il nome A. Ricci ricorre spesso nei documenti della seconda metà del Settecento riguardanti le macchie. Dai fondi archivistici consultati si apprende che quest’agrimensore operava anche a Terracina (ivi, fondi Camerale iii, e Buon Governo), inoltre N. M. Nicolaj lo cita nel volume iii della sua opera Memorie, leggi ed osservazioni sulle campagne e l’annona di Roma, Roma, 1803, p. 277.
74. Matricino: albero che nel taglio dei boschi non viene abbattuto affinché possa produrre semi per la generazione di nuove piante.
75. Ceduo: che si taglia in determinati periodi dell’anno.
76. Alcuni dei nomi trovati a Tolfa, ad esempio, si ritrovano anche a Terracina. asr, fondi Buon Governo e Camerale iii.
77. Sui mercanti di campagna nell’area dello Stato Pontificio cfr. A. M. Girelli, Alla ricerca del mercante di campagna. Una figura del lavoro romano nel primo Ottocento, in A. Guenzi, P. Massa, A. Moioli (a cura di), Corporazioni e gruppi professionali nell’Italia moderna, F. Angeli, Milano 1999, pp. 504-32; Id., Per la storia del mercante di campagna. Attività agricola e formazione di patrimoni privati nella Roma del primo Ottocento, in T. Fanfani (a cura di), Saggi di storia economica. Studi in onore di Amelio Tagliaferri, s. e., Pisa, 1998, pp. 210-50.
78. P. Magnarelli, I disertori della gleba: sulla definibilità della borghesia pontificia, in “Proposte e ricerche”, f. 29, 2, 1992, pp. 89-104; A. M. Banti, Alla ricerca della «borghesia immobile»: le classi medie non imprenditoriali, in “Quaderni storici”, n. 50, 1982, pp. 629-51. Per uno sguardo sulla borghesia romana nel secolo successivo cfr. F. Bartoccini, Roma nell’Ottocento. Il tramonto della «città santa». Nascita di una capitale, Cappelli, Bologna 1985, pp. 288-94; E. Bartoloni, M. De Nicolò, Il municipio anemico. Il Campidoglio nell’ultimo decennio pontificio, Istituto Nazionale di Studi Romani, Roma 2000, pp. 123-32.
79. R. De Felice, Aspetti e momenti della vita economica di Roma e del Lazio nei secoli xviii e xix, Edizioni di storia e letteratura, Roma 1965, pp. 191-205; Bartoccini, Roma nell’Ottocento, cit., pp. 290-1; P. Villani, Ricerche sulla proprietà e sul regime fondiario nel Lazio, in “Annuario dell’Istituto storico italiano per l’età moderna e contemporanea”, vol. xii, 1960, pp. 100-263; E. Piscitelli, Una famiglia di mercanti di campagna: i Merolli, in “Archivio della società romana di storia patria”, lxxxi, 1958, pp. 119-73.
80. Sereni, Il capitalismo nelle campagne (1860-1900), cit., p. 168.
81. Per il secolo successivo come esempi di figure di mercanti di legna cfr. i casi analizzati in R. Sansa, Il bosco fra difesa degli usi consuetudinari e conflitti di mercato, in “Storia urbana”, n. 69, 1994, a. xviii, pp. 133-49; Id., L’arbitro mancato. Istituzioni pontificie, comunità e mercanti di legname tra Sette e Ottocento, in “Dimensioni e problemi della ricerca storica”, n. 1, 2004, pp. 125-43.
82. Cfr. in proposito la gestione dei boschi da parte della famiglia Caetani, in M. Petrucci, Alberi e venti: la vertenza di Cisterna e Sermoneta nel secolo xviii, in Fondazione Lelio e Lisli Basso, L’ambiente come storia, cit. pp. 115-29.
83. asr, Camerale iii, b. 2372, Foglio per la Congregazione Camerale del 17 febbraio 1736; ivi, Buon Governo, b. 5067, lettera dell’agrimensore A. Adami alla Congr. del Buon Governo, 4 marzo 1780; lettera senza mittente, 18 febbraio 1780; lettera alla Congr. del Buon Governo di A. Adami e suoi consoci, del 1° agosto 1778.
84. Ivi, Camerale iii, b. 2342, lettera dell’agrimensore A. Adami al tesoriere, 25 settembre 1782.
85. Ivi, Camerale iii, Comunità, b. 2342, Informazione data da Benedetto Pergi sopra i disordini sopra il taglio della legna da fuoco e carbone, 21 dicembre 1772.
86. Ivi, Camerale iii, b. 2342, due lettere senza mittente, 1781; ivi, Camerale iii, b. 818, lettera dell’agrimensore A. Guglielmotti, s. d.; ivi, Camerale iii, b. 818, lettera di A. Gigli, s. d.
87. Ivi, Camerale iii, b. 2342, R. di Stefano al Cardinal Tesoriere della R. C. A., s. d.; ivi, Camerale iii, b. 2342, lettera dei custodi G. di Tommaso e S. di Pietro, 1782, lettera dell’agrimensore A. Adami, 1782; ivi, Camerale iii, b. 2343, lettera senza mittente, 1791.
88. Ivi, Camerale iii, b. 2343, Biagio Ferrari uno dei Sopraintendenti alle macchie camerali della Tolfa. Da esaminare nella Congregazione Camerale del 27 Agosto 1737, cit.
89. Sul tema degli usi civici cfr. Caffiero, L’erba dei poveri, cit.; R. Morelli, Il «sentimento dei tempi nuovi»: il problema degli usi civici tra economia e diritto, in P. L. Falaschi (a cura di), Usi civici e proprietà collettive nel centenario della legge 24 giugno 1888. Atti del convegno in onore di Giovanni Zucconi (1845-1894), Camerino 1991, pp. 169-82.
90. asr, Camerale iii, b. 2373, Summarium, 1744, cit.
91. Ivi, Buon Governo, s. ii, b. 5069, Il popolo di Tolfa al principe Cardinal Boncompagni segretario di Stato, 8 agosto 1789; Dalla Segreteria di Stato, 30 ottobre 1789.
92. Ivi, Camerale iii, b. 2343, Instrumento di Concessione della facoltà di far pascere il bestiame nei tagli freschi o siano rinascenze delle Macchie Camerali della Tolfa, fatta dalla R. C. A. a favore dell’Università degli Agricoltori, e Moscettieri di detta terra della Tolfa per anni nove da incominciare il primo di Ottobre prossimo, e terminare a tutto Settembre 1794; e per l’annua risposta di scudi ottanta moneta, 3 settembre 1785.
93. Ivi, Buon Governo, b. 5066, Risposte che parte della Comunità della Tolfa danno al memoriale e punti esposti da Franco Luciani in S. C. Buon Governo il 12 luglio 1720.
94. Ivi, Buon Governo, b. 5066, Capitoli della Mosceria della Tolfa, 25 novembre 1726.
95. Ivi, Buon Governo, b. 5068, lettera senza mittente, s. d., ma collocabile tra il 1783 e il 1785 poiché la busta raccoglie documenti di questi anni.
96. Ivi, Bandi ed editti, Editto del 24 luglio 1717.
97. Ivi, Buon Governo, Atti per luoghi, b. 5071, Memoria sopra la Communità e Mosceria della Tolfa, s. d., ma collocabile tra il 1795 e il 1797 poiché la busta che lo contiene raccoglie documenti di questi anni.
98. Ivi, Buon Governo, b. 5066, Capitoli della Mosceria della Tolfa, cit.
99. Ivi, Buon Governo, Atti per luoghi, b. 5071, Memoria sopra la Communità e Mosceria della Tolfa, cit.
100. Ivi, Buon Governo, b. 5067, lettera del magistrato di Tolfa, 15 gennaio 1780.
101. Ivi, Buon Governo, Atti per luoghi, b. 5071, Memoria sopra la Communità e Mosceria della Tolfa, cit.
102. Ibid.
103. Ibid. Sulla Dogana del Patrimonio cfr. Passigli, Il “sopratterra” allumierasco, cit., p. 21.
104. asr, Buon Governo, Atti per luoghi, b. 5066, Girolamo Capalti, Gaetano e Filippo Buttaoni contro alcuni ricorrenti della Tolfa, 18 maggio 1776.
105. Ibid.
106. Ivi, Camerale iii, b. 5, A. Ricci, Succinto ragguaglio delle selve, cit.
107. Ivi, Camerale iii, b. 2342, lettera dell’agrimensore A. Adami, 7 settembre 1782; lettera dell’agrimensore P. Qualcati, 1782.
108. Ivi, Bandi ed editti, Editto 27 ottobre 1730; Editto 6 luglio 1770; Editto 16 settembre 1785; Bando 7 agosto 1787; Notificazione 14 agosto 1787; Bando 22 marzo 1789; Editto 26 marzo 1789; Bando 27 luglio 1790; Bando 6 luglio 1793; Bando 31 luglio 1793; Editto 15 agosto 1795.
109. Ivi, Bandi ed editti, Bando 27 luglio 1790.
110. Ivi, Bandi ed editti, Bando 31 luglio 1793.
111. Lo Statuto stabiliva la data del 15 agosto per poter dare fuoco alle stoppie; la pena per chi contravveniva era di venticinque scudi d’oro. Biblioteca del Senato, Statuto di Tolfa, cit., p. 50.
112. Chi scriveva era dell’idea di lasciare la macchia in questo stato senza tagliarla, perché essendo essa di soli undici anni, in primavera avrebbe rigermogliato. Ma per l’agrimensore A. Adami era impossibile che gli alberi rigettassero se non venivano tagliati, poiché ogni pianta era stata fortemente danneggiata; inoltre, citando il caso della selva di Monte Riccio, suggeriva di utilizzare il carbone ricavato per il consumo di Civitavecchia. asr, Camerale iii, b. 2343, lettera di C. Puccittes, 14 marzo 1791; lettera dell’agrimensore A. Adami, 26 febbraio 1791.
113. Ivi, Bandi ed editti, Editto 27 ottobre 1730.
114. Ivi, Camerale iii, b. 2342, lettera dell’agrimensore A. Adami, 16 agosto 1782; lettera dell’agrimensore A. Adami, 7 settembre 1782; lettera dell’agrimensore A. Adami, 24 settembre 1782; lettera dell’agrimensore A. Adami, 25 settembre 1782; A. Guglielmotti, Relazione sulle selve andate a fuoco, s. d.
115. Ivi, Camerale iii, b. 2342, lettera dell’agente A. Guglielmotti, 31 luglio 1782; lettera dell’agente A. Guglielmotti, 3 agosto 1782; lettera dell’agrimensore A. Adami, 7 agosto 1782.
116. Ivi, Buon Governo, b. 1174, lettera de I Pubblici Rappresentanti, 5 agosto 1761; lettera del luogotenente A. Gismondi, 24 agosto 1761.
117. Sulla malaria nel xviii secolo cfr. F. Capuano, P. Manzini (a cura di), La «mal-aria» di Lazzaro Spallanzani e la respirabilità dell’aria nel Settecento, Olschki, Firenze 1996.
118. G. M. Lancisi, De noxiis Paludum effluviis eorumque remediis, Roma 1717. Lancisi nomina anche Tolfa a p. 115.
119. Id., Due discorsi inediti del celebre Giovanni Maria Lancisi sul taglio delle selve di Cisterna e Sermoneta, pubblicati da F. Scalzi, Tip. S. Maria in via, Roma 1877, pp. 7-8.
120. Ibid.
121. L. Pascoli, Testamento politico di un accademico fiorentino, Colonia (in realtà Perugia), 1783, p. 13. L’opera fu pubblicata anonima.
122. C. Moltò, Osservazioni economiche a vantaggio dello Stato Pontificio, Venezia 1781, p. 125.
123. N. M. Nicolaj, Memorie, leggi ed osservazioni sulle campagne e sull’annona di Roma, vol. iii, Roma 1803, p. 252.
124. Ivi, vol. iv inedito, in A. Canaletti Gaudenti, La politica agraria ed annonaria dello Stato Pontificio da Benedetto xiv a Pio vii, Istituto di Studi romani, Roma 1947, pp. 179-81.
125. asr, Camerale iii, lettera del 18 settembre 1768.
126. Ivi, Buon Governo, Atti per luoghi, b. 5068, lettera de Gli zelanti della Tolfa al Mons. Mastrozzi Segretario della Congregazione del Buon Governo, 13 settembre 1777.
127. Il taglio doveva essere effettuato alle condizioni di lasciare intatta una parte di macchia sulla sommità per un’estensione di sei catene, e di mantenere dieci alberi ogni cento abbattuti in tutta l’area sottoposta a recisione. Buon Governo, Atti per luoghi, b. 5068, G. B. Mirelli Governatore della Tolfa, 7 dicembre 1777.
128. Ivi, Buon Governo, Atti per luoghi, b. 5068, lettera di B. Puccilli, 1° agosto 1778.
129. Ivi, Buon Governo, Atti per luoghi, b. 5068, lettera dell’agrimensore A. Ricci, 12 settembre 1778. Uno degli acquirenti mostrava attenzione alla conservazione della macchia dicendo che avrebbe lasciato intatti olmi ed ornelli, che se il trasporto avesse incontrato piantagioni non evitabili avrebbe pagato per esse, e ugualmente avrebbe pagato il giusto prezzo delle erbe per il pascolo del bestiame da trasporto. Si affrettava, poi, a stabilire la quota del pagamento e le altre regole: la somma sarebbe stata di 2.000 scudi da pagare in quattro anni, il taglio sarebbe stato effettuato in sei anni, e il trasporto avrebbe dovuto garantirlo la Comunità. Ivi, Buon Governo, Atti per luoghi, b. 5068, lettera di G. P. Betti, 11 settembre 1782.
130. Ivi, Buon Governo, Atti per luoghi, b. 5068, lettera di G. Angeletti Medico Condotto e A. dell’Uomo Chirurgo Condotto, 11 febbraio 1783.
131. Ivi, Buon Governo, Atti per luoghi, b. 5068, lettera di cittadini, 14 febbraio 1783.
132. Ivi, Buon Governo, Atti per luoghi, b. 5068, lettera del luogotenente G. Batta, 8 marzo 1783.
133. Lo si rileva da alcuni documenti di anni successivi. Nel 1795 alcuni cittadini di Tolfa portarono questi fatti come esempio per chiedere di non tagliare una selva nella tenuta de Le Gramsciare. Ivi, Camerale iii, b. 2342, lettera dei cittadini, 12 dicembre 1795. Nel 1801 l’agrimensore camerale A. Ricci sostenne che questa selva era «sempre stata tenuta vergine da tagli per la difesa contro i venti perniciosi a quella popolazione». Ivi, Buon Governo, Atti per luoghi, b. 5072, lettera dell’agrimensore A. Ricci, 15 gennaio 1801.
134. Ivi, Camerale iii, b. 2343, lettera dell’agrimensore P. Qualcati, 19 novembre 1790.
135. Ivi, Camerale iii, b. 2342, lettera dell’agente A. Guglielmotti, 5 ottobre 1795; lettera dei cittadini, 12 dicembre 1795, cit.
136. La Sacra Consulta intimò ai tagliatori di non recidere la selva, altrimenti sarebbero incorsi nella pena della galera. Ivi, Camerale iii, b. 2342, lettera dei cittadini, s. d.