Letterate e partecipazione politica
al 1848 palermitano:
l’esperienza di Rosina Muzio Salvo

di Manuela Sammarco

 

Il silenzioso impegno profuso da numerose figure femminili nel tessere la «faticosa tela del Risorgimento»1 fu spesso rivolto al sociale, soprattutto durante le esplosioni rivoluzionarie che fornirono alle donne della penisola l’occasione per uscire dalla sfera privata e sperimentare, sebbene per breve tempo e piccolo spazio, quella pubblica2. Tra le tante la cui memoria, in parte ridimensionata o riformulata all’indomani dell’Unità, attende di essere restituita, vi è anche una letterata palermitana, Rosina Muzio Salvo (1815-66), partecipe delle lotte risorgimentali del Sud.
La sua vicenda biografica sembra seguire un percorso paradigmatico rispetto a quello di molte donne colte contemporanee: durante gli anni Trenta, Rosina fu attiva nella dissidenza antiborbonica e nella propaganda progressista che preparava i successivi rivolgimenti politici; visse sul campo i tumulti del ’48, con una particolare esperienza di associazionismo femminile dedita alla beneficenza e all’educazione popolare; negli anni Cinquanta, rivolta ormai alla riflessione pedagogica, si convinse che il modo migliore per contribuire alla costruzione di un nuovo soggetto politico fosse per lei e per le sue colleghe quello di educare i cittadini; in ultimo, nel ’61, salutò con entusiasmo l’avvento del neonato Stato per il quale si era tanto spesa. L’autrice si sentì «itala donna»3 in ogni fase della sua vita: sposò la causa unitaria (scelta non scontata nella Sicilia degli anni Quaranta ancora percorsa da correnti separatiste) e fu sempre coinvolta nelle vicende della patria, con le idee ma anche con le azioni concrete. Tale impegno condizionò la sua considerazione del ruolo della donna nella società, in linea con una coerenza personale, evidentemente condivisa da molte, per la quale l’obiettivo dell’unità nazionale contava più della cittadinanza femminile: questione, quest’ultima, che nemmeno le intellettuali più attive come Cristina Trivulzio di Belgiojoso riuscirono in quegli anni ad affrontare4 e che si trovò in qualche modo a essere agita (senza essere teorizzata) anche a Palermo nel ’48, in un momento di rottura che favorì la riemersione delle istanze sociali più a lungo represse dal regime borbonico. Perciò, all’interno della vita di Muzio Salvo, la partecipazione alla rivolta palermitana sembra il passaggio di maggiore interesse, anche perché consente di evidenziare nella pedagogia e nel giornalismo i canali d’impegno più aperti alla presenza femminile non solo in Sicilia.
Infine, la specifica vocazione di Rosina, poetessa e romanziera, chiama in causa l’attività di altre corregionali, oggi quasi totalmente dimenticate, che come lei interpretarono la letteratura come impegno civile e quindi come forma di partecipazione al proprio tempo.

1
Formazione, matrimonio e vocazione letteraria

Rosina Muzio Salvo nacque a Termini Imerese nel 18155. Sin dalla sua infanzia, la scrittrice visse in un ambiente stimolante sotto il profilo politico e culturale: il piccolo paese natale, a pochi chilometri da Palermo, era intellettualmente vivace; inoltre, nella sua famiglia non s’ignoravano le discussioni che infiammavano una Sicilia in condizioni socio-economiche drammatiche, tanto da esser definita «polveriera d’Italia»6.
Il padre dell’autrice, il cavalier Giuseppe Salvo di Pietraganzili, tenente colonnello della Valle di Mazzara, sebbene vicino alla monarchia, non ebbe idee passivamente filoborboniche, almeno a giudicare dalle sue frequentazioni (tra le quali si trovava Nicola Palmieri, protagonista della riforma costituzionale del 1812). Egli fu sempre un punto di riferimento importante per Rosina, come dimostrano le dediche della poetessa siciliana, soprattutto all’indomani della precoce morte di sua madre. Infatti, Giuseppina Sciarrina, moglie del cavalier Salvo, venne a mancare quando la figlia era ancora dodicenne.
Un altro legame fondamentale per la scrittrice fu quello con suo fratello, Rosario Salvo di Pietraganzili, di otto anni più giovane. Al pari della sorella, Rosario professò idee liberali, s’impegnò concretamente per la causa unitaria, tanto da dover affrontare per essa l’esilio, e seguì la vocazione intellettuale, che lo vide impegnato prevalentemente in studi di carattere storico. Per lui, Rosina fu sempre la sorella maggiore da stimare per l’impegno civile e da emulare nei tentativi letterari: lo dimostra il vero culto per la sua memoria che manterrà dopo la morte di lei7. Viceversa, per l’autrice, il fratello fu probabilmente una preoccupazione costante, a causa della sua condizione di fuggiasco: facilmente si pensa a lui leggendo le poesie civili in cui ricorre la figura dell’esule, composte quando Palermo s’era svuotata delle sue menti migliori, emigrate oltre Faro.
In un secolo e in una realtà regionale segnati dal misoginismo pedagogico8, la prima educazione di Rosina fu curata dai colti nonni. Più tardi, i Salvo decisero di affidare la loro piccola a un istituto religioso di Termini, del quale s’ignora il nome (forse uno dei Collegi di Maria molto diffusi nell’isola9). La fanciulla si mostrò insofferente al nuovo ambiente entrando spesso in conflitto con le religiose, che derideva con pungenti versi, rimasti incisi sugli stipiti della sua porta. Una simile vivacità di spirito le procurò una precoce uscita dal “monastero”, a solo tre anni dall’ingresso. Per rimediare, venne affidata a una gentildonna francese, Madame Chateauneuf, dalla quale poté ben apprendere il francese e l’inglese, lingue indispensabili per le donne di buona società e, soprattutto, strumento per conoscere le letterature europee, alle quali la giovinetta si appassionò. Ma la precettrice non le impartì alcun insegnamento né di lingue classiche né di metrica.
Il percorso formativo di Rosina Muzio Salvo non fu regolare ed ebbe carattere frammentario, ma non fu tuttavia scadente: in ogni modo la salvò dall’analfabetismo. La scrittrice avrebbe colmato le lacune, autonomamente e grazie a una ferma volontà, solo in seguito. L’educazione pensata per lei dalla sua famiglia poteva del resto dirsi compiuta solo se messa in relazione al matrimonio.
Infatti, non appena diciottenne, Rosina andò in sposa al barone Gioacchino Muzio Ferrero: divenne così la baronessa Muzio Salvo; con questo nome si sarebbe sempre firmata. Suo marito, più anziano di lei di circa otto anni, al momento del matrimonio era reduce da un’esperienza in seminario interrotta anzi tempo, che gli aveva probabilmente guadagnato una non trascurabile formazione culturale e, più concretamente, una biblioteca aggiornata con i titoli di Foscolo, Parini e Alfieri.
Questi libri attirarono la vivace attenzione della scrittrice. Si trattava di autori estranei al tradizionale canone destinato alla formazione femminile, all’insegna del “leggere poco ma bene”, dove il “bene” era a discrezione del pater familias. Solitamente, simili limitazioni si alleggerivano dopo il matrimonio e così Gioacchino non ebbe nulla da ridire sulle letture in verità poco convenzionali della moglie. Ma ciò non significa che comprendesse le sue aspirazioni: infatti, non insegnò mai la metrica a Rosina, che pure insistentemente avanzava questa richiesta; al contrario, rispondeva alla moglie che «non gli sembrava di aver sposato una poetessa»10. Eppure, il marito fu il tramite inconsapevole attraverso il quale Muzio Salvo giunse a scoprire la sua vocazione poetica: egli non incoraggiò le scelte della futura scrittrice, ma neppure le ostacolò.
A supportare le carenze metriche di Rosina fu il canonico di Termini, Agostino Giuffrè, che la indirizzò negli esercizi poetici e nello studio dei maggiori scrittori italiani. In particolare, l’autrice predilesse la lettura di Alfieri, che le comunicò non solo l’interesse per la poesia civile ma anche una forte carica di autodeterminazione. L’implacabile volontà con cui si applicò agli studi ricorda molto quella dell’autore astigiano. E tonalità alfieriane possono essere riconosciute in una sua abitudine, singolare per una donna del tempo: spesso ella cavalcava solitaria per raggiungere don Giuffrè e studiare con lui versificazione.
Difficile stabilire i tempi delle conquiste poetiche di Rosina Muzio Salvo. La poetessa si sposò nel 1833 e continuò a risiedere con il marito a Termini fino al 1839, quando i coniugi si trasferirono a Palermo. L’anno successivo, iniziò le sue primissime pubblicazioni poetiche su riviste11. Nel frattempo, aveva portato quattro volte il peso di una gravidanza, situazione che certo non favoriva i suoi studi; ma in tre casi soffrì la perdita prematura dei figli. Sopravvisse solo Concettina, alla quale la poetessa si dedicò in maniera totale e che sarebbe poi diventata la moglie di Luigi Sampolo, primo biografo dell’autrice.
Quella tra Gioacchino Muzio e Rosina Salvo non fu un’unione felice e non durò a lungo: nel 1843, dieci anni dopo il matrimonio, a quattro dal trasferimento a Palermo, l’autrice dovette rientrare nella casa natale, recando con sé l’unica figlia rimastale. Le fonti ottocentesche, sempre restie a narrare fatti strettamente privati del biografato, tacciono a proposito dei motivi che indussero alla separazione. Addirittura, alcuni autori riferiscono che Rosina sarebbe rimasta vedova, notizia però smentita dall’epistolario della stessa baronessa12.
Qualsiasi sia stata l’origine del ritorno alla casa paterna in Termini, sembrerebbe che non per questo la vita dell’autrice fosse cambiata in modo rilevante. Continuarono attivamente le sue collaborazioni giornalistiche e le sue pubblicazioni; non si arrestò la sua produzione artistica; il suo impegno culturale la riportava spesso a Palermo, dove frequentava ambienti e intellettuali schierati nelle lotte risorgimentali, alle quali ella pure contribuì; nel frattempo, fece crescere la figlia nel più affettuoso dei modi.
La nuova condizione aveva poi i suoi vantaggi: infatti, come donna sola, la baronessa poteva godere di autonomia maggiore. Da moglie separata senza destare scandalo (come invece spesso avveniva, basti pensare al celebre caso della principessa di Belgiojoso), poté dedicarsi all’insegnamento, alle opere caritative e alla pubblicazione senza chiedere l’autorizzazione al coniuge13. Probabilmente l’autrice, già prima del rientro nella casa paterna, aveva saputo ricavarsi i suoi spazi: si può forse pensare che il matrimonio di Rosina, nonostante la sua riuscita, non abbia nuociuto alla sua vita civile e sociale.
A Palermo, la scrittrice venne ammessa nel giro di intellettuali che frequentavano il salotto d’Albergo, raccolti intorno al carismatico Francesco Paolo Perez (1812-92) e alla “Ruota”, foglio progressista in politica, classicista in letteratura14. In questo modo, la poetessa fu guadagnata alla causa unitaria e poté entrare in contatto con altre letterate che gravitavano intorno alla capitale, negli anni vicini all’insurrezione palermitana.

2
Il 1848: La Legione delle Pie Sorelle

Allo scoppio dei tumulti nell’isola, il 12 gennaio 1848, Rosina Muzio Salvo non poté più seguire gli altri membri del suo gruppo culturale di riferimento nel loro coinvolgimento di primo piano nella rivolta, ma dovette trovare un percorso personale di partecipazione.
Infatti, molti furono i suoi amici che sedettero sugli scanni del governo rivoluzionario, con l’intenzione di applicare i valori democratici negli anni precedenti invocati dalle colonne delle riviste o sussurrati all’ombra del palazzo reale. Ma se il rinnovamento politico nella Sicilia del ’48 fu promosso prevalentemente dalla classe intellettuale, imbevuta di alti principi che non sempre riuscirono a trovare una traduzione coerente e duratura nella pratica, non si può dimenticare il fermento delle altre classi che non parteciparono direttamente alla gestione dell’insurrezione e che vivevano una crisi sociale aggravatasi nel disordine di quei mesi, ma risalente a lunghi anni di malgoverno borbonico15. In questo clima, anche la componente femminile, ai margini della cosa pubblica persino durante i moti (l’assemblea dei rivoltosi fu eletta solo dai cittadini maschi alfabeti che avessero compiuto 21 anni), trovò il modo di organizzarsi per contribuire dal basso alla nuova situazione, come nello stesso periodo avveniva altrove in Italia (si pensi alla Repubblica romana16). Nacque anche un’esperienza di associazionismo femminile, La Legione delle Pie Sorelle, di composizione sociale trasversale, che raccoglieva molte donne – tra cui Muzio Salvo – promotrici di attività rivolte alle classi svantaggiate.
Già Baviera Albanese ha ricordato queste “sorelle” all’interno di una rassegna di esempi femminili che si distinsero nella sommossa siciliana, come testimonianze di un contributo significativo, lodato pure dalle autorità17. Più problematica la lettura della medesima esperienza avanzata da Marinella Fiume: la studiosa, di cui condivido l’impostazione dell’analisi storiografica, riconosce La Legione, pur nei suoi limiti, come un momento per rendere pubblico e politicamente caratterizzato il lavoro che fino a quel momento le donne avevano svolto nel privato18. Per Rosina Muzio Salvo, membro fino al gennaio di quell’anno dello stesso gruppo di intellettuali poi confluiti nell’assemblea della rivolta, questa esperienza fu una forma di partecipazione politica, che si esprimeva, sia pure in maniera circoscritta, secondo modi utili alla collettività e per ciò apprezzati dalle istituzioni. Per un’adeguata comprensione, giova guardare alla struttura dell’organizzazione, come viene descritta dal suo organo ufficiale omonimo, “La Legione delle Pie Sorelle”, su cui tornerò più avanti.
La Legione, organizzatasi quando la rivoluzione aveva raggiunto uno stadio avanzato, alla fine dell’agosto 184819, fu un’associazione di matrice religiosa, dedita a opere di carità e in particolar modo all’educazione popolare. La congregazione – risulta evidente fin dal nome – si era dotata di una rigida struttura interna, quasi militare, stabilita da un regolamento ispirato a principi democratici: era formata da 1.200 consorelle, suddivise in 12 centurie; a capo di ognuna di queste era posta una direttrice; la guida dell’intera compagine era affidata a una presidente generale, affiancata da una segretaria; erano previsti anche una bibliotecaria, una tesoriera, una cassiera e un cappellano. Le cariche avevano durata annuale e vi si accedeva tramite elezione diretta20.
Rosina Muzio Salvo era la segretaria della Legione, affiancando la principessa di Butera, presidentessa. Per via del suo ruolo, la scrittrice si occupava di redigere gli atti delle assemblee delle consorelle, atti che venivano pubblicati sull’omonimo giornale dell’organizzazione.
Decisivo nella nascita della Legione fu il cappellano, padre Antonio Lombardo. Unico uomo della congregazione, scolopio, fu attivo già prima del ’48 nelle “Scuole Pie” di Palermo come ispettore di asili infantili: da questa sua esperienza presumibilmente deriva la denominazione (“pie”) delle consorelle e il loro costante interesse per l’educazione popolare, carisma proprio dell’ordine fondato da san Giuseppe Calasanzio21. Padre Antonio Lombardo smise l’abito probabilmente a seguito della rivolta siciliana, senza che tuttavia si estinguesse il suo interesse per l’istruzione, come testimoniano le pubblicazioni successive22. Suo è il primo articolo apparso sulla rivista dell’associazione – un’esortazione alle «pie sorelle» –; suoi altri interventi, tesi sempre a difendere la causa dei rivoltosi. Questa interferenza tra politica e religione non era nuova per i contemporanei che avevano salutato la caduta del regime borbonico al grido di «Viva la rivoluzione! Abbasso i Borboni! Viva Pio IX!»; inoltre, molti appartenenti al basso clero presero parte attiva ai moti, arrivando spesso a ricoprire incarichi di rilievo nei consigli comunali rivoluzionari23. Ma se l’iniziale promozione della Legione, la sua ispirazione religiosa, l’impegno nell’istruzione, sembrano potersi ricollegare alla guida spirituale di questo singolare scolopio, a giudicare dai verbali delle riunioni, le consorelle procedettero autonomamente nel loro lavoro.
I loro obiettivi dichiarati erano «la pratica di ogni sociale virtù, l’applicazione della pietà cittadina; il culto della [...] suprema legge morale; e la cultura e il perfezionamento del Sesso Gentile»24. A tal fine, le associate si autotassavano e raccoglievano fondi, che poi venivano impiegati nel mantenimento di un “gineceo” (un istituto di educazione femminile per fanciulle del popolo in difficoltà), nel sostentamento delle vedove e orfane (preferibilmente per causa della «Patria»), nella promozione di asili per l’infanzia e nell’acquisto di pubblicazioni utili per istruire le fanciulle. Queste dame di carità della rivoluzione palermitana si adoperavano con tipiche iniziative di beneficenza: lotterie, spettacoli teatrali e musicali, questua casa per casa, pubblicazione di una rivista. Il ricavato andava a «beneficio dell’istituzione».
Si trattava, a ben vedere, di mansioni tipicamente femminili, di una sorta di prolungamento nel pubblico del ruolo sempre svolto in privato, ma per le siciliane era pur sempre un’attività anomala per intensità e raggio d’azione, a vantaggio diretto della collettività e non più esclusivamente della famiglia. La polis aveva riguadagnato, per breve tempo e non appieno, il contributo alla vita pubblica di una parte della sua popolazione. Infatti, La Legione delle Pie Sorelle riuscì a instaurare un dialogo con altri organismi urbani. La corrispondenza che la principessa di Butera e Rosina Muzio Salvo mantenevano con alcuni membri del governo rivoluzionario, pubblicata sul giornale, ne è una prova: le signore erano in contatto con il consiglio civico, il ministro dell’Istruzione e dei lavori pubblici, «la commissione per l’azienda gesuitica» (prevista dal Governo rivoluzionario per gestire i beni della Compagnia di Gesù di Palermo, sciolta tre mesi prima della costituzione della Legione25). Ed effettivamente, il loro lavoro doveva esser prezioso in un tempo di disordini, come fu il ’48 a Palermo: le consorelle vennero poi annoverate tra le donne della rivoluzione perché aiutavano i feriti, si prendevano cura delle loro famiglie, colmavano un’assenza d’istituzioni che risaliva al malgoverno borbonico prima ancora che alla sollevazione della piazza. Così, mentre Cristina di Belgiojoso raccoglieva le romane per l’organizzazione dei servizi ospedalieri della repubblica mazziniana dell’Urbe, le palermitane recuperavano fondi per sostenere le donne di Messina, caduta sotto le armi dei Borboni26.
Il campo in cui le colleghe di Rosina Muzio Salvo dimostrarono una sensibilità più spiccata fu, come già detto, quello dell’educazione delle fanciulle. Le quarantottine palermitane, come anche altre operose ribelli nella penisola, individuarono nell’istruzione «il mezzo fondamentale per cambiare radicalmente (o parzialmente) la loro posizione nella società»27. Riecheggiando un diffuso lessico che insisteva sul concetto di rinascita, e anzi di «rigenerazione», della comunità nazionale italiana, anche le sorelle invocavano il loro «risorgimento», strettamente legato a un concetto di liberazione, non solo dal nemico oppressore, i Borboni, ma anche dai limiti della condizione femminile derivati dal malgoverno in Sicilia, tra i quali in primis proprio la carenza di istruzione28. Così un brano pubblicato sulla “Legione”, intitolato emblematicamente Anche noi siam risorte!:

La sicula rigenerazione portò seco pure il nostro risorgimento. Noi per lo addietro sesso avvilito e negletto per causa di governo dispotico, che vuole l’abbrutimento de’ suoi popoli per meglio soggettarli ed opprimerli, non cercò mai di migliorare la nostra condizione. E noi, figlie d’Italia, ci mostrammo in cultura assai inferiori alle nostre sorelle italiane. [...] Ora però che migliori forme di governo ci reggono, ora però noi si permette la nostra associazione, noi possiamo mostrare ai nostri sposi, ai nostri fratelli, alle sorelle italiane tutte, che non siamo figlie degeneri d’Italia [...]. Or che l’educazione sarà considerata come una parte principale della legislazione, vasto campo ci si apre dinanzi, in cui debba esercitarsi e debba la nostra collaborazione29.

Al di là dell’inevitabile retorica risorgimentale che riveste la maggior parte degli interventi, dalle pagine della rivista si comprende come l’amor di patria fosse sentimento autenticamente radicato anche nelle coscienze delle donne che tendevano a percepirsi sempre più come componenti di una “famiglia” che superava i limiti dell’isola, proiettandosi verso un orizzonte nazionale30. Una simile consapevolezza si basava anche su un’istruzione femminile più curata. Poteva così avvenire che una piemontese si rivolgesse dalle colonne della “Legione” alle siciliane, esortandole all’educazione popolare:

Educate, o donne, i popoli, diffondete la morale e l’istruzione anche alle classi più infime! [...] Felice la nostra terra quando nel seno racchiuderà tutte le spose, le madri e le donne ben istruite, perché allora solo potrà sperare una pace e una prosperità di bene da infuturare i fasti di sue imprese ed azioni31.

Tuttavia, le alte aspirazioni pedagogiche delle palermitane rimasero solo sulla carta, nonostante gli sforzi della Legione, perché troppo legate alla situazione rivoluzionaria: nel concreto la formazione delle donne isolane non avrebbe segnato nessun passo in avanti.
Rosina Muzio Salvo, dagli anni Cinquanta in poi, sarebbe comunque tornata ancora sul rapporto tra educazione femminile e società, con due scritti, Le lettere a Faustina sull’educazione e Prose morali32, inserendosi così in una riflessione pedagogica di respiro ormai nazionale, sulla scia in particolare di Caterina Franceschi Ferrucci e di Giulia Molino Colombini, pedagogiste che aveva potuto conoscere anche grazie alla sua collaborazione con “La donna” di Genova. L’autrice siciliana fu stimolata dal rapporto con queste scrittrici sebbene di esse, specialmente della prima, si trovò a non condividere del tutto il pensiero, anche a causa di un’incompatibilità ideologica. Infatti, Franceschi Ferrucci tradusse nelle opere il suo apostolato neoguelfo, peraltro rapidamente divenuto anacronistico, mentre Rosina Muzio Salvo, inizialmente democratica, come il resto del gruppo di Perez, solo in un secondo momento avrebbe aderito alla corrente moderata filopiemontese.
Ancora nel ’48, La Legione fu per la scrittrice siciliana uno spazio dove sperimentare le proprie doti e sviluppare l’abitudine a pensarsi parte di una comunità. La scrittrice e le consorelle palermitane agirono da cittadine, assumendosi la responsabilità di alcuni problemi del contesto urbano33. Si può forse parlare di una loro cittadinanza sociale, sebbene non di una cittadinanza politica: breve fu la durata dell’esperienza dell’associazione, rinchiusa nell’ispirazione religiosa, sebbene i fini fossero laici; immaturi erano i tempi e gli strumenti intellettuali in possesso delle associate. La Legione costituì un caso raro nel panorama degli stati preunitari, perché fornì alle donne una struttura in cui riconoscersi, ma non generò consapevolezza dei propri diritti. Né le pie sorelle, inclusa Rosina Muzio Salvo, ebbero il tempo per compiere quel salto di qualità che fu il passaggio dalla carità al lavoro sociale, riconosciuto privilegiato campo di competenze “politiche” e pubbliche delle donne, come negli stessi anni avveniva in altre parti d’Europa34.
Non si possono enfatizzare perciò i risultati dell’impegno delle pie sorelle. Inoltre, la stessa militanza all’interno dell’associazione risentiva ancora dei limiti del tradizionale ruolo della donna nella società siciliana, mai messo in discussione. Come registrano gli atti pubblicati dal giornale dell’istituzione, le riunioni, che all’inizio contavano più di cento consorelle, videro scemare in breve tempo le presenze, tanto che il numero legale per dichiarare aperta l’assemblea veniva di volta in volta abbassato. Molte le donne che rifiutarono l’incarico per il quale erano state democraticamente elette: la comunicazione, di solito per iscritto, recava motivazioni di ordine familiare.
Anche negli anni successivi problemi simili penalizzeranno l’impegno socio-politico femminile. La Lega promotrice degli interessi femminili di Anna Maria Mozzoni, più di mezzo secolo dopo La Legione, dovrà contare su associate ancora frenate nella loro partecipazione, che garantivano il loro sostegno economico e morale all’organizzazione, ma non quello concreto in prima persona. Anzi, ancora a fine secolo, si avvertiva l’esigenza dell’anonimato, perché le sostenitrici della Lega temevano di mettere a rischio la propria reputazione con il loro impegno pubblico35. La congregazione di cui era segretaria Rosina Muzio Salvo non sembrava risentire dello stesso problema, forse in virtù della sua ispirazione religiosa; la presenza del cappellano era poi una garanzia della moralità delle associate. La posizione delle iscritte era chiara sin dalla denominazione: non potevano che essere “pie” le sorelle che uscivano di casa ogni giorno, che parlavano in pubblico, che si dedicavano all’educazione delle donne. A queste condizioni, l’anonimato non era necessario: l’elenco completo dei nomi delle componenti della Legione poteva così essere pubblicato nell’ultima pagina del giornale dell’associazione36. Da esso si evince una composizione varia dal punto di vista sociale. Molte erano le nobili coinvolte nella congregazione, ma sin dall’inizio, le consorelle, evidentemente contagiate dallo spirito della rivoluzione, decisero di abolire i titoli nobiliari (che però compaiono di frequente sul loro giornale). Rosina Muzio Salvo non fu mai segnalata come baronessa, ma venne tenuta in alta considerazione la sua attività letteraria, che le guadagnò la carica di segretaria.
Il suo ruolo assume un significato particolare alla luce di un confronto con altre esperienze simili a quella palermitana. A tal proposito, si ricorderà che la storiografia risorgimentale fu molto generosa nei suoi studi con gli eroi del periodo, con i molti Perez; non certo con le letterate come Rosina Muzio Salvo, ancor meno con il resto delle associate della Legione, cui fu spesso negata la ricompensa della memoria. Avvenne così anche nel resto d’Europa alle socie dei club femminili inglesi e tedeschi, che mai redassero verbali scritti delle loro riunioni, convinte che l’unica ricompensa dovesse essere il sorriso dei propri cari. Invece, le Pie sorelle pubblicarono sulla loro rivista gli atti degli incontri e delle iniziative promossi. In tal modo, il ruolo della segretaria acquista un’importanza particolare, perché consente di preservare dall’oblio una tale esperienza.
La vita dell’associazione durò almeno quattro mesi. La seduta inaugurale della Legione, secondo gli atti pubblicati sul primo numero del giornale (21 ottobre 1848), si tenne il 27 agosto 1848, l’ultima il 3 dicembre dello stesso anno (sul n. 7-8, 2 «gennaro» 1849). Non si ha notizia di attività successiva. In questo stesso periodo, spentosi l’iniziale entusiasmo della rivolta, il disordine sociale di Palermo e provincia andava aumentando a dismisura, rendendo la situazione sempre più difficile da gestire. D’altra parte, il governo rivoluzionario, che cominciava a dividersi al suo interno, non era in grado di dare risposte al coacervo di problemi che gli si parava davanti e a farsi carico delle iniziative sociali avanzate da più parti; anche le speranze delle pie sorelle per una nuova società rifondata sull’istruzione delle donne erano costrette a rarefarsi gradualmente. Eppure queste quarantottine contribuirono fattivamente alla rivoluzione proprio mentre essa, rivelando le sue debolezze, non riusciva a mantenere le promesse dell’avvio, e mentre la classe popolare, per cui la Legione era nata, si staccava progressivamente da quella dirigente, generando ulteriore instabilità. Gli atti delle riunioni delle associate, redatti da Muzio Salvo, si arrestano a due mesi dalla fine del periodo rivoluzionario che, per un groviglio di cause già indagato, ebbe luogo nel marzo del ’49, quando le truppe borboniche rientrarono all’interno del capoluogo siciliano37.

3
Il periodico “La Legione delle Pie Sorelle”
e la stampa femminile del 1848

Oltre alla beneficenza e all’educazione delle fanciulle, un’altra attività a carico della Legione era la pubblicazione di un periodico, di rilevante interesse sia come fonte storica (nel modo che s’è già sottolineato), sia per la novità dell’impostazione.
“La Legione delle Pie Sorelle”, come recita il sottotitolo, fu un «foglio compilato dalle medesime a beneficio dell’istituzione», cioè una sorta di bollettino dell’associazione. Di esso si conservano cinque pubblicazioni, per un totale di sette numeri, che ebbero inizialmente una cadenza settimanale (n. 1, 2, 3-4), successivamente mensile (n. 5-6, 7-8): le prime due sono composte da quattro fogli, le rimanenti da otto; il testo è sempre distribuito su due colonne38. Con l’aumento delle pagine, crebbe anche il prezzo di copertina (un bajocco prima, due in seguito), che comunque rimase basso a conferma della vocazione popolare della testata.
Il giornale aveva il duplice scopo di raccogliere fondi per la congregazione e di rendere pubblica l’opera delle Pie sorelle, per trasparenza interna e promozione verso l’esterno. A tal fine, si pubblicavano gli atti delle riunioni delle associate che occupavano buona parte dello spazio: ne era responsabile la segretaria, Rosina Muzio Salvo, che ricopriva di conseguenza anche un ruolo di primo piano nella compilazione del periodico. Esso ospitava regolarmente anche un editoriale di apertura e non mancavano interventi diretti delle associate.
Una simile attività era un passaggio cui le consorelle non potevano sottrarsi, perché non pubblicizzare il proprio operato sarebbe stato quasi come non averlo svolto agli occhi della città, all’interno della “alluvione giornalistica” che si manifestò a Palermo nel ’48. Infatti, quell’anno, recuperate le libertà in precedenza perse con la repressione borbonica, riesplose anche in Sicilia un numero consistente di nuove testate, sebbene dotate di vita effimera e complessivamente di scarsa qualità39. Aumentarono peraltro anche le riviste destinate alle classi sociali inferiori, coinvolte in prima linea nella sommossa. Non potevano mancare quindi pubblicazioni femminili: la realtà palermitana non sfigura nel confronto con il resto della penisola, su questo fronte, potendo vantare la nascita di ben due testate, “La tribuna delle donne” e, appunto, “La Legione delle Pie Sorelle”40. I giornali erano riconosciuti dalle stesse compilatrici prima di tutto come strumenti di autopromozione e di autodivulgazione. Così scriveva a tal proposito, Caterina Rossi in Parlatore, sulla “Legione delle Pie Sorelle”:

Per mezzo dei giornali che più frequenti circolerebbero e in Palermo e in tutta la Sicilia potremmo invitare ed incoraggiare tutte le buone e pietose donne ad arrolarsi, e a rendere sempre mai floriscente la nostra Legione. [...] ed invero i giornali non hanno poco contributo a rendere in perfetto fiorimento gli stabilimenti di pio istituto nella Francia, nell’Italia, nell’Inghilterra, nella Svizzera, nell’America. [...] Giornali adunque, mie pie e sapienti consorelle, e giornali se sarà possibili quotidiani41.

Anche in questo brano va notato l’impiego di un linguaggio militare e militante («arrolarsi»), che si è già rilevato nel nome dell’associazione («Legione») e nella sua struttura (“centurie”). Esso può forse derivare dall’ispirazione religiosa della compagine, garantita da un cappellano scolopio e condivisa dalle associate, come dimostra la stessa Muzio Salvo, fervente cattolica. In particolare, un simile lessico potrebbe essere messo in relazione con quello impiegato all’interno della Compagnia di Gesù, ordine ben radicato in Sicilia e, solo nell’isola, schierato a favore dei rivoluzionari quarantottini. Quello delle Pie sorelle può dunque essere letto come un tentativo di laicizzare un linguaggio proprio dell’ambiente religioso e di adoperarlo al di fuori del contesto in cui era nato, diffondendolo persino attraverso la stampa associativa.
La pubblicazione diveniva un mezzo per manifestare la propria presenza, per guadagnare attenzione, per partecipare ma anche per far partecipare. Inoltre, era un modo per far sentire la propria voce nel coro della rivoluzione, sebbene con il serio rischio che fosse confusa con mille altre. Tramite il loro organo, le Pie sorelle tentarono di portare un contributo di idee specificamente sul tema dell’educazione delle fanciulle, forti anche della loro esperienza concreta. In questo senso, la stampa divenne per queste quarantottine canale per un discorso politico, che promuoveva, come già s’è visto, un avanzamento dell’istruzione delle donne, per migliorare il loro ruolo nella società. Al pari de “La donna bizzarra” di Virginia Gazzin e de “La donna italiana” a Roma, e de “Un comitato di donne” a Napoli, anche “La Legione” di Palermo può confermare come i giornali femminili della prima metà del XIX secolo possano costituire una fonte storica della consapevolezza politica delle collaboratrici, persino quando essa non sia ancora salda (come nel caso delle pie sorelle)42.
Se letto in questi termini, il lavoro con “La Legione” fu per Rosina Muzio Salvo un’esperienza nuova e feconda anche in seguito: infatti, ella è ricordata tra le giornaliste dell’Ottocento soprattutto a motivo delle sue collaborazioni successive alle riviste degli anni Cinquanta, collaborazioni che però possono essere messe in relazione con quelle del periodo rivoluzionario43. Già prima del ’48, in alcuni momenti di maggiore libertà per la stampa siciliana, dovuti ad episodici aumenti di tolleranza del regime borbonico, ella aveva scritto per testate particolarmente vivaci, come “La Ruota”, contributi esclusivamente letterari44. Diversa fu la sua esperienza con la stampa del ’48 e in particolare con “La Legione delle Pie Sorelle”, che consentì alla scrittrice di lavorare in équipe con altre donne, tra le quali era riconosciuta come una delle più colte. Anche il tipo di collaborazione doveva differire: il pubblico cui “La Legione delle Pie Sorelle” si rivolgeva era composto prevalentemente da lettrici dotate di un grado d’istruzione media più basso di quello dei suoi ex colleghi; invece “La Ruota” portava avanti un discorso d’impegno etico-politico, che si avvaleva di un linguaggio elevato, rivolto a un lettore colto. Infatti, Rosina Muzio Salvo non fornì alcun contributo poetico per la rivista dell’associazione, che non ospitava interventi letterari.
Non così nella collaborazione mantenuta contemporaneamente dalla stessa scrittrice con un’altra testata, “L’Educazione popolare”, i cui proventi erano devoluti alla creazione di asili infantili45. La sua redazione era simile a quella de “La Ruota”: l’amministrazione era nelle mani di GianBattista Castiglia e tra i compilatori figuravano anche la poetessa e una sua vecchia conoscenza, Carmelo Pardi. Muzio Salvo scrisse per essa alcuni contributi in versi, caratterizzati da un’attenzione particolare al tema della patria e della libertà: ella continuava anche su questo giornale, e con gli amici di un tempo, il discorso poetico come impegno civile. Ma tra le colonne dello stesso foglio apparve anche un articolo a sua firma diretto contro Giuseppe La Farina, allora ministro della guerra46. Si segnala questo scritto non solo per essere l’unico di carattere non strettamente letterario tra quelli presi in visione, ma anche per il suo significato. Infatti, in questo pezzo la scrittrice siciliana matura l’accusa d’incompetenza coraggiosamente rivolta a un’auctoritas della Rivoluzione, che aveva ascoltato in un discorso pubblico, dimostrando un’attenzione costante alle iniziative del Governo e una non trascurabile padronanza del linguaggio politico. Rosina manifestava lo spirito critico di chi mette in discussione un esponente della propria corrente politica – operazione tanto più audace quando effettuata da una donna del XIX secolo. L’articolo in questione sollevò risposte polemiche, ma, ancora su “L’Educazione popolare”, l’autrice venne difesa strenuamente dall’amico Pardi47.
Un intervento come quello contro La Farina era possibile solo all’interno della libertà estrema concessa dal clima rivoluzionario: in seguito, anche una donna dalla forte personalità come Rosina Muzio Salvo si astenne da giudizi inerenti le scelte politiche della classe dirigente e tornò a esprimersi solo attraverso il filtro letterario. Così, pochi anni dopo il riassorbimento della vicenda rivoluzionaria, assieme ad altre siciliane, la poetessa collaborerà con due riviste genovesi, rivolte all’educazione della donna e al suo ruolo nel nascente Stato italiano, “La donna” di Mercantini (Genova, 1855-57) e “La donna e la famiglia” (Genova, 1862)48, rielaborando però la riflessione avviata con “La Legione delle Pie Sorelle”. Ma la situazione storica era cambiata e così anche le possibilità di espressione per le letterate, che tornavano a compilare per i periodici poesie, novelle, e soprattutto trattati pedagogici, come dimostra il percorso della scrittrice siciliana.

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La rete delle scrittrici siciliane

Rosina Muzio Salvo non fu l’unica autrice siciliana del periodo. In quegli stessi anni operarono, a breve distanza l’una dall’altra, almeno altre cinque sue corregionali: Giuseppina Turrisi-Colonna (1822-48), Letteria Montoro (1825-?), Concettina Ramondetta Fileti (1830-1900), Lauretta Li Greci (1833-49), Mariannina Coffa Caruso (1841-78); si tratta di una rete che, se non brilla per risultati artistici, è però indicativa delle difficoltà e delle occasioni relative alla militanza intellettuale femminile nell’estremo Sud, prima dell’Unità, e fa riflettere sull’importanza che ebbe, nella storia di una singola autrice, la consapevolezza che anche altre donne, nello stesso contesto isolano, avessero avuto il coraggio di vincere il tabù sociale del divieto della scrittura.
Nella Sicilia della prima metà del secolo, destava ancora curiosità la sempre più assidua frequentazione dei luoghi di cultura da parte delle signore, cui si riteneva fosse assegnato un destino di ignoranza o di semi-analfabetismo. Quindi, erano rari i casi in cui una siciliana poteva dotarsi di adeguati strumenti intellettuali: è proprio la categoria dell’anomalia a definire la scelta femminile della letteratura, per quel che riguarda l’isola. La scrittrice costituiva un’eccezione nella norma sociale e facilmente la sua eccezionalità veniva accostata alla pazzia (come nel caso di Mariannina Coffa) o alla malinconia (come nel caso di Giuseppina Turrisi-Colonna)49.
Tuttavia, la presenza intellettuale femminile s’imponeva. Non a caso molti uomini di cultura coltivavano amicizie con l’altro sesso: ad esempio, Michele Bertolami (1815-72) fu scrittore molto vicino a Rosina Muzio Salvo, da lui incoraggiata nell’attività letteraria; allo stesso tempo, egli si occupò di un’edizione delle poesie di Mariannina Coffa Caruso. Anche Francesco Paolo Perez fu mentore di Giuseppina Turrisi-Colonna e mantenne un carteggio con Muzio Salvo; inoltre, dedicò versi Alle donne siciliane, caricandole d’importanti responsabilità50. Si arrivò persino a riconoscere il coraggio di alcune eroine risorgimentali, le cosiddette «donne ribelli», non dedite all’attività culturale, delle quali si conservano molti racconti51.
Giuseppina Turrisi-Colonna, Rosina Muzio Salvo, Concettina Ramondetti Fileti, Mariannina Coffa, Lauretta Li Greci, Letteria Montoro furono, ognuna a suo modo, sia intellettuali sia ribelli. Non tutte nacquero a Palermo, ma la maggior parte di loro in un modo o nell’altro gravitò intorno a questo centro, che offriva buone occasioni di crescita culturale per chi veniva dalla provincia e varie opportunità per conoscere l’impegno di altre donne in letteratura.
Così Rosina, la più anziana del gruppo, a ventiquattro anni si era trasferita nell’ex capitale, trovando un ambiente stimolante e partecipando alla vita pubblica. Non così Giuseppina Turrisi-Colonna, nata a Palermo sette anni dopo di lei, più riservata di carattere: raramente usciva dal suo palazzo di famiglia, in pieno centro, davanti la cattedrale, schivando la vita mondana cittadina. Non è attestata una conoscenza diretta tra la poetessa e Muzio Salvo, ma di sicuro le due donne, note come le maggiori scrittrici di Palermo, spesso affiancate dalla stampa del tempo, conoscevano l’una le pubblicazioni dell’altra52. Inoltre, Rosina poteva leggere i versi della sua concittadina anche grazie alla mediazione di Perez, allo stesso tempo tutore di Giuseppina e corrispondente della baronessa.
Geograficamente eccentrica rispetto al gruppo segnalato è la personalità quasi sconosciuta di Letteria Montoro, nata nel 1825 a Messina, sulla vita della quale s’ignora quasi tutto53. Nonostante la distanza dall’ex capitale siciliana, la messinese non doveva essere sconosciuta alle scrittrici palermitane: infatti, risulta tra le collaboratrici siciliane de “La donna e la famiglia” di Genova, la stessa rivista per la quale scrissero anche Rosina Muzio Salvo, Mariannina Coffa Caruso e Concettina Ramondetti Fileti54.
Concettina Ramondetti Fileti, al pari di Rosina Muzio Salvo, da cui la separavano quindici anni, abbandonò il piccolo centro della provincia in cui era nata, Sammartino, per vivere a Palermo, dove giunse ormai trentenne rimanendovi dal 1850 al 1870. Poche sono le notizie a suo riguardo, ma certamente conobbe la poetessa di Termini55. Le due autrici ebbero modo di frequentarsi negli anni Cinquanta, come Concettina testimonia nei suoi versi dedicati all’amica ormai scomparsa56. Si ricorda che entrambe collaborarono allo stesso giornale, “La donna e la famiglia”.
È un dato certo anche la conoscenza tra l’autrice di Sammartino e Mariannina Coffa Caruso, nata a Noto nel 1841, figlia di un patriota liberale. L’amicizia tra le due poetesse fu breve ma importante, testimoniata da una corrispondenza in versi, recuperata dal biografo Francesco Lombardo57. Forse ipervalutato, ma certo significativo nella vicenda personale di Coffa Caruso, spesso alla ricerca di contatti intellettuali al di fuori del ristretto ambiente netino, un simile scambio fondato su una sorta di incoraggiamenti lirici tra due donne sembra essere un fatto nuovo per i tempi. Anche successivamente, Mariannina cercò di compensare il suo isolamento, dovuto al ristretto ambiente di Ragusa e a un quasi carcerario regime familiare, con la ricerca di rapporti culturali non esclusivamente siciliani, collaborando con riviste di tiratura nazionale e iscrivendosi a numerose associazioni e accademie letterarie. Provò ad esempio a scrivere a Laura Beatrice Mancini Oliva, poetessa napoletana, che però non rispose mai alle sue lettere.
La sofferenza sembra accomunare Mariannina Coffa a Lauretta Li Greci, che nata nel 1833, trascorse a Palermo la sua brevissima vita58. Prescindendo dalle date di nascita, si può dire che fu la più giovane del gruppo, perché morì a soli diciassette anni, pur riuscendo a legare il suo nome ad una produzione poetica molto precoce. Per la sua particolare vicenda biografica, totalmente misconosciuta, si può pensare che non vivesse appieno l’ambiente culturale palermitano. Eppure, fu apprezzata e nota: il suo nome viene ricordato da alcuni studiosi della cultura isolana59 nonostante una produzione limitatissima; alla sua morte venne addirittura seppellita in S. Domenico, il pantheon dei siciliani illustri, onore che non toccò nemmeno a Rosina Muzio Salvo, che pianse la giovane poetessa in un componimento in versi60. Probabilmente, la storia di Lauretta Li Greci commosse i palermitani al pari della sua poesia, tutta piena di sofferenza e presentimento della sua fine prematura e ciò contribuì a tenere vivo il suo ricordo.
Le personalità di cui si parla sono evidentemente diverse le une dalle altre e non sempre in collegamento tra loro: anche l’impiego del termine “gruppo” per una realtà tanto eterogenea è inadeguato. Tuttavia, si possono rintracciare delle costanti nelle vicende biografiche e intellettuali di queste donne. Il primo dato è che tutte provenivano da famiglie nobili o alto borghesi: l’occasione per l’ingresso in letteratura era l’educazione personalizzata ad opera di un precettore privato. Questi spesso influenzava le scelte letterarie dell’allieva, determinando frequentemente in lei una riduzione del margine di autonomia intellettuale: fu quanto accadde a Mariannina Coffa con Corrado Sbano, almeno nella sua prima fase poetica, a Giuseppina Turrisi-Colonna con Giuseppe Borghi prima, con Francesco Paolo Perez poi.
Ancora fortemente subordinate a modelli maschili, impegnate nelle traduzioni per colmare quello che veniva avvertito come uno svantaggio culturale di partenza, cioè la padronanza della lingua letteraria, le scrittrici siciliane nate tra il 1815 e il 1841 sembrano corrispondere per caratteristiche alla prima generazione di autrici italiane rintracciata da Morandini61. Infatti, Turrisi-Colonna si misurò col greco e latino; Muzio Salvo col francese e l’inglese; Ramondetta Fileti tradusse in italiano alcuni racconti di Poe. Questo lavoro fu per loro un esercizio linguistico, oltre che una forma di apprendistato poetico, anche perché a metà Ottocento chi tentava la strada della letteratura nella maggior parte dei casi si esprimeva in un idioma molto diverso da quello materno, soprattutto in Sicilia, dove ancora, in accordo con le diffuse correnti separatiste, era possibile proporre il siciliano come lingua ufficiale. Le artiste isolane entravano in possesso dell’italiano letterario dopo un intenso lavoro, guidato o autonomo, sebbene talvolta qualche impronta dialettale sia riscontrabile nella loro scrittura. La sicurezza nell’uso della lingua può esser messa in relazione con la loro formazione culturale: ad esempio, Turrisi-Colonna, che si avvalse dei migliori maestri e che ebbe una delle più solide preparazioni letterarie tra le autrici del gruppo, poté addirittura sorprendere i salotti toscani per la padronanza del fiorentino.
Un altro elemento comune alle autrici siciliane fu la frequente collaborazione con giornali: tranne Lauretta Li Greci, tutte parteciparono alla pubblicazione di almeno una rivista. Ma ciò che sembra caratterizzarle è innanzitutto il fatto di essere, ognuna a suo modo, ribelli, perché non rassegante al proprio destino. Innanzitutto, lo diventarono affrontando la scelta del loro difficile ruolo di intellettuali-donne, perché insidiavano in qualche modo il predominio maschile della parola scritta62. In secondo luogo, conducevano spesso battaglie nella sfera privata.
Estenuante fu la lotta di Mariannina Coffa contro l’istituzione del matrimonio, avvertita come menzogna sociale, sacrificio castrante per una donna delle sue qualità: infatti, ella dovette mortificare le ragioni del cuore a quelle della morale borghese, interrompendo il suo fidanzamento con il letterato Ascenso Mauceri, per assecondare il volere della sua famiglia con un matrimonio di convenienza destinato a darle infelicità63. L’autrice reagì con la scrittura clandestina e, soprattutto nei suoi ultimi anni, con un comportamento fuori dalla norma, coltivando interessi per la teosofia e il magnetismo, di moda al tempo, e intessendo rapporti con personaggi non ben visti dall’ambiente netino e siciliano in genere, come Migneco e Bonfanti, il farmacista cui spesso si rivolse e al quale fu molto vicina non senza scandalo poco prima della sua morte. Invece, Giuseppina Turrisi-Colonna si oppose alla tradizione dei matrimoni combinati con una ribellione silenziosa ma ferma, poiché decise di non accettare nessuna proposta di nozze fino a quando non le fosse consentito di coronare il suo sogno d’amore con Giuseppe De Spuches.
Inoltre, queste letterate ebbero in comune l’attenzione alle loro amiche che cominciarono a esortare all’amor di patria, con i versi. Come già Laura Beatrice Mancini Oliva e Maria Giuseppina Guacci nell’area napoletana, anche Turrisi-Colonna, Muzio Salvo e Coffa Caruso intitolarono spesso le loro poesie alla donna, in generale, o alle siciliane più in particolare64. Le destinatarie di tali liriche potevano essere personaggi storici noti oppure figure simboliche, come madri e formatrici e dunque incarnazioni di un ruolo materno ed educativo tradizionale.
L’esigenza di coinvolgere nella propria produzione poetica altre donne era forse indice di una sensibilità diversa e di una ricerca di solidarietà per un dolore che scaturiva dal limite della condizione femminile, dalla solitudine che spesso accompagnava la reclusione domestica o la scelta di un impegno letterario non sostenuto dai congiunti. Una donna che si rivolgeva ad un’altra donna sperava di poter contare su una comunicazione ulteriore e sottintesa. Questo forse è anche il valore di quella che potrebbe sembrare un’attività casualmente contemporanea di un gruppo di autrici, accomunate solo dai disagi della propria situazione, dalla terra, dal periodo di nascita e dalla scelta della scrittura come impegno nel proprio tempo: ognuna trovava il suo modo di tradurre la «voce che [era] in lei»65 in espressione letteraria; se poi queste voci non riuscirono a creare un coro, almeno l’eco di ognuna avrà parlato della presenza di un’altra donna nella Repubblica delle lettere, come ad esempio dimostra il caso dei rapporti di Coffa Caruso con Ramondetta Fileti.

Note

1. R. Farina, M. T. Sillano, Tessitrici dell’Unità e escluse del Risorgimento, in Esistere come donna, Milano, Mazzotta 1993, p. 80.
2. G. Duby, M. Perrot, Introduzione, in L’Ottocento. Storia delle donne, Roma-Bari, Laterza 1991, pp. 3-9. Sulla situazione italiana cfr.. M. Palazzi, R. Sarti, S. Soldani, Patrie e appartenenze, in “Genesis”, i/1, 2002, pp. 9-22; L. Guidi, Il “Risorgimento invisibile” delle donne del Sud, ivi, pp. 261-6; R. De Longis, “La donna italiana”. Un giornale del 1848, ivi, pp. 261-6; S. Soldani, Donne della nazione. Presenze femminili nell’Italia del Quarantotto, in “Passato e Presente”, 46, 1999, pp. 75-102.
3. Così la scrittrice si autodefiniva spesso nei versi (cfr. R. Muzio Salvo, Versi, Clamis & Roberti, Palermo 1869).
4. Cfr. L. Pisano, Il giornalismo politico delle donne italiane dalle Repubbliche giacobine al Risorgimento, in L. Pisano, C. Veauvy, Parole inascoltate, Le donne e la costruzione dello stato nazione in Italia e Francia, Editori Riuniti, Roma 1994, pp. 9-63.
5. Le fonti consultate ai fini della presente ricostruzione biografica attestano due diverse date di nascita dell’autrice. Qui si è scelto il 1815, tra gli altri motivi, perché è l’anno riportato dal primo e più completo racconto della vita di Rosina Muzio Salvo, steso da Luigi Sampolo, marito di sua figlia, dunque persona molto vicina alla scrittrice (cfr. L. Sampolo, Sulla vita sulle opere, in R. Muzio Salvo, Racconti con scritti morali, Clamis & Roberti, Palermo 1869). Inoltre, la stessa data viene testimoniata da un autore siciliano che afferma una diretta presa visione dell’atto di battesimo della poetessa (E. Arculeo, Poesie e prose scelte, Mori, Roma 1965).
6. Per un quadro della difficile situazione siciliana di questi anni rimane fondamentale l’intervento di R. Romeo, Il Risorgimento in Sicilia, Laterza, Bari 1973, ma cfr. anche P. De Stefano, Storia della Sicilia dall’xi al xix secolo, Laterza, Roma-Bari 1977; S. Finley, Breve storia della Sicilia, Laterza. Roma-Bari 1987; M. Aymard, G. Garrizzo (a cura di), La Sicilia, in Storia delle regioni d’Italia, Einaudi, Torino 1987.
7. Rosario in persona raccolse i necrologi apparsi subito dopo la morte della poetessa e ne curò la pubblicazione in Elogi funebri, Gilberti, Palermo 1866). Molti anni dopo scrisse un ricordo della sorella, ormai quasi dimenticata: Le donne della rivoluzione, Rosina Muzio Salvo, in “L’Ora”, n. 313, 1910, a. xi.
8. C. Covato, Sapere e pregiudizio, L’educazione delle donne fra ’700 e ’800, Archivio Izzi, Roma 1991. p. 8.
9. Questi istituti, gestiti da suore e fondati sul mutuo insegnamento, consentivano l’istruzione alle fanciulle che facessero scelta di voto, anche temporaneo, e pagassero una retta, in base alle capacità contributive e alla provenienza sociale. Sul tema cfr. G. Bonetta, L’istruzione femminile nei Collegi di Maria e negli altri istituti religiosi, in Id., Istruzione e società nella Sicilia dell’Ottocento, Sellerio, Palermo 1981, pp. 216-57.
10. G. Pitrè, Nuovi profili biografici, Cristina, Palermo 1868, p. 227.
11. L’opera di Rosina Muzio Salvo si articola in tre sezioni fondamentali: poesia, narrativa, scritti pedagogici. Le liriche dell’autrice, di argomento civile e privato, secondo schemi per lo più romantici, sono raccolte in tre antologie: Poesie, Clamis & Roberti, Palermo 1845; Prose e poesie, Clamis & Roberti, Palermo 1852; Versi, cit., ed. postuma, curata dal parente della poetessa Luigi Sampolo. La produzione forse di maggiore interesse è quella in prosa, che si segnala per una precoce adozione della narrativa rispetto al panorama nazionale della letteratura femminile e anche per particolari declinazioni delle tematiche romantiche. Tra i romanzi più importanti: Adelina (1845), Giovanni, Lettere di Lord Guglielmo Churchill a Lord Riccardo Stanley, Martina (1852), Giannetta (1856-58), Antonio e Brigida (1859), Dio ti guardi (1862). Gli scritti pedagogici, Le Lettere a Faustina, hanno forma epistolare. Molti testi dell’autrice sono stati pubblicati prima su rivista e solo successivamente in volume.
12. Nell’ultima delle lettere firmate da Rosina Muzio Salvo, che sembra risalire a un periodo successivo al rientro alla casa paterna, la scrittrice afferma chiaramente di aver appena scritto al marito. Le missive originali vengono attualmente custodite presso la Biblioteca Comunale di Palermo; catalogate nell’archivio dei manoscritti, rispondono alla collocazione 5 qq d 150, n. 4, e non sono mai state pubblicate.
13. N. Arnaud-Duc, Le contraddizioni del diritto, in Duby, Perrot, L’Ottocento. Storia delle donne, cit., pp. 82-7.
14. “La Ruota” (1840-43) fu la rivista principale dello schieramento culturale classicista-progressista in Sicilia. Nella redazione figurano molti tra i maggiori intellettuali della Palermo del tempo: i fratelli Benedetto e Giambattista Castiglia, Emerico e Michele Amari, Francesco Paolo Perez, Pietro Lanza di Scordia, Vincenzo Errante, solo per citarne alcuni. Fondamentale studio sulla rivista rimane M. Sacco-Messineo (a cura di), La Ruota, edizioni dell’Ateneo, Roma 1975.
15. Sulla situazione sociale nell’isola durante la rivolta rimando a G. Fiume, La crisi sociale del 1848 in Sicilia, edas, Messina 1982. Su altri aspetti del ’48 siciliano, tra le più recenti pubblicazioni, cfr. 150° Anniversario della rivoluzione del 1848 in Sicilia, Atti a cura di M. Ganci e R. Scaglione Guccione, in “Archivio storico italiano”, s. iv, vol. xxv, 1999.
16. Sull’esperienza romana cfr. M. Severini (a cura di), Studi sulla Repubblica Romana del 1849, Affinità elettive, Ancona 2002; M. P. Donato, Roma in rivoluzione (1798, 1848, 1870) in L. Fiorani, A. Prosperi (a cura di), Roma, la città dei papi, vita civile e religiosa dal giubileo di Bonifacio viii al giubileo di papa Wojtyla, Einaudi, Torino 2000, pp. 905-33; V. E. Giuntella, Due esperienze repubblicane a Roma (1798, 1849), in “Rassegna storica del Risorgimento”, xxxvii, 1950, pp. 177-84; D. Demarco, Una rivoluzione sociale. La repubblica romana del 1849 (16 novembre 1848-3 luglio 1849), Fiorentino-Edizioni Grifo, Napoli 1944.
17. A. Baviera Albanese, Un aspetto della rivoluzione siciliana del ’48-’49: la partecipazione femminile, in “Atti del Congresso di Studi storici sul ’48 siciliano” (12 gennaio 1948), a cura di E. Di Carlo e G. Falzone, Priulla, Palermo 1950, pp. 323-38.
18. M. Fiume, Due giornali femminili del ’48 siciliano, in “Nuovi quaderni del Meridione”, n. 64, 1978, pp. 396-417.
19. “La Legione delle Pie Sorelle”, a. i, n. 1, 21 ottobre 1848.
20. Il regolamento è riportato ibid.
21. Per alcune informazioni sulle caratteristiche proprie dell’Ordine, si rimanda, tra gli ultimi interventi, a M. Sangalli, Le congregazioni religiose insegnanti in Italia in età moderna: nuove acquisizioni e piste di ricerca, in “Dimensioni e problemi della ricerca storica”, n. i, 2005, pp. 25-45.
22. Queste informazioni sono tratte da G. Mira, Gran Dizionario bibliografico di autori siciliani, Ufficio tipografico Gaudiano, Palermo 1881, vol. i, pp. 522-3. Purtroppo esse non trovano conferma presso la Curia generalizia degli Scolopi di Roma: infatti, il nome di Antonio Lombardo non compare né all’interno dell’agsp (Archivio Generale delle Scuole Pie) ivi custodito, né ancora nel Dicionario Enciclopèdico Escolapio, a cura di C. Vilà Palia, Ediz. Calasancias, Salamanca 1983, vol. i (Biografias de escolapio).
23. Sulla partecipazione del clero ai moti siciliani del ’48 si rimanda ancora a Fiume, La crisi sociale del 1848 in Sicilia, cit., pp. 150 ss. Per la situazione della Chiesa in Sicilia nel periodo trattato cfr. A. Sindoni, Dal riformismo assolutistico al cattolicesimo sociale, Studium, Roma 1984.
24. Dal regolamento, in “La Legione delle Pie Sorelle”, n. 1, cit.
25. L’antigesuitismo attecchì con difficoltà in Sicilia. Qui i seguaci di sant’Ignazio subirono un trattamento meno duro rispetto ai loro confratelli del resto d’Italia, anche perché non si schierarono contro il nuovo corso politico: non poterono scongiurare il loro scioglimento per mano degli insorti, ma riuscirono a ritardarlo fino al 31 luglio ’48, quasi otto mesi dopo l’inizio della rivolta. Sui particolari esiti della vicenda dei gesuiti in Sicilia un riferimento ancora importante è G. De Rosa, I Gesuiti in Sicilia e la rivoluzione del ’48, Edizioni di storia e letteratura, Roma 1963.
26. Sulla repubblica romana cfr. la nota n. 16. Sull’esperienza delle donne romane e della principessa di Belgiojoso in particolare durante la rivolta del 1849 cfr. L. Montesi, Tracce femminili nella Repubblica Romana, in Severini (a cura di), Studi sulla Repubblica Romana del 1849, cit., pp. 151-63; R. De Longis, Patriote e infermiere, in L. Rossi (a cura di), Fondare la nazione. I repubblicani nel 1849 e la difesa del Gianicolo, Biblioteca di storia moderna e contemporanea-Palombi, Roma 2001, pp. 99-107; R. De Longis, Tra sfera pubblica e difesa dell’onore. Donne nella Roma del 1849, in M. Caffiero (a cura di), Roma Repubblicana, in “Roma moderna e contemporanea”, a. ix, n. 1, gennaio-dicembre 2001, pp. 263-83; A. Petacco, La principessa del Nord: la misteriosa vita della dama del Risorgimento, Mondadori, Milano 1993; M. Massani, L’opera di Cristina Trivulzio di Belgiojoso e delle donne romane durante la repubblica romana del 1849, in “Giornale di medicina militare”, 1984, n. 3, pp. 235-50; L. Incisa di Camerana, Cristina di Belgiojoso: la principessa romantica, Rusconi, Milano 1984; B. A. Brombert, Cristina Trivulzio di Belgiojoso, Dall’Oglio, Milano 1981; L. Severgnini, La principessa di Belgiojoso. Vita e opere, Edizioni Virgilio, Milano 1972. Tra le opere di Cristina Trivulzio Begiojoso recentemente riedite: Capi e popolo: il Quarantotto a Venezia (introduzione di P. Brunello), Spartaco, Caserta 2005; Ricordi nell’esilio, a cura di M. F. Davì, ets, Pisa 2001; Il 1848 a Milano e Venezia con uno scritto sulla condizione delle donne (prefazione di S. Bortone), Feltrinelli, Milano 1977.
27. Pisano, Veauvy, Parole inascoltate, cit. p. 24.
28. Sul concetto di «rigenerazione» nel lessico risorgimentale e sulla sua valenza religiosa, oltre che politica, sarebbe utile un ulteriore approfondimento. Sul tema cfr. A. M. Banti, La nazione del Risorgimento: parentela, santità e onore alle origini dell’Italia unita, Einaudi, Torino 2000, pp. 128 ss.; M. Caffiero, La Repubblica nella città del papa, Roma 1798, Donzelli, Roma 2005, pp. 99-139.
29. In “La Legione delle Pie sorelle”, a. i, nn. 3/4, 6 novembre 1848. L’articolo è firmato da Annetta Rini, una consorella, e da Lombardo, il cappellano della Legione.
30. Una ricostruzione dell’idea di patria e nazione propria dei militanti degli anni risorgimentali, che non può prescindere dal sentimento di appartenenza a una rete familiare ampia, si trova in Banti, La nazione del Risorgimento, cit. Sul rapporto tra scritti femminili e cittadinanza, cfr. Soldani, Italiane! Appartenenza nazionale, cit., pp. 85-124.
31. M. De Buzzi, Alle donne siciliane, in “La Legione delle Pie Sorelle”, a. i, n. 2, 28 ottobre 1848.
32. Si trovano in R. Muzio Salvo, Racconti con alcuni scritti morali, Tipografia del Giornale di Sicilia, Palermo 1869.
33. Nella situazione palermitana del ’48 si può riscontrare qualche aspetto rilevato da A. R. Buttafuoco a proposito del movimento politico delle donne tra Ottocento e Novecento in Tra cittadinanza politica e cittadinanza sociale. Progetti ed esperienze del movimento politico delle donne nell’Italia liberale, in G. Bonacchi, A. Groppi (a cura di), Il dilemma della cittadinanza, Laterza, Roma-Bari 1993, pp. 104-27. Non si può sostenere che la Legione delle Pie Sorelle sia un antecedente del movimento femminista di fine secolo ma, costituendo uno dei primi saggi di associazionismo femminile nell’area italiana, è possibile comunque stabilire un confronto tra le due esperienze, tenendo presenti le forti differenze storiche. Buttafuoco ricorda che la storia della cittadinanza politica femminile non passa solo per i comitati a favore del voto delle donne, ma anche da esperienze come quella palermitana: organizzazioni femminili di mutuo soccorso, filantropiche, religiose e professionali
34. M. Perrot, Uscire, in Duby, Perrot, L’Ottocento, cit., pp. 447-60.
35. R. Buttafuoco,“In servitù regine”. Educazione ed emancipazione nella stampa politica femminile, in S. Soldani (a cura di), L’educazione delle donne, Franco Angeli, Milano 1991, pp. 363-92.
36. “La Legione delle Pie Sorelle”, a. ii, n. 7/8, 2 gennaio 1849, pp. 8-9.
37. Sulla sconfitta della rivoluzione palermitana del ’48 si rimanda alla tradizionale interpretazione di Romeo (Il Risorgimento in Sicilia, cit.) legata all’incapacità della borghesia di sostituire l’aristocrazia isolana, ma anche a Finley (Breve storia della Sicilia, cit.) e Fiume (La crisi sociale del 1848 in Sicilia, cit.), che insiste sulla gravità della crisi sociale della città e sullo scollamento tra la classe dirigente degli insorti e quella popolare.
38. Le copie della rivista che ho potuto consultare vengono custodite presso la Biblioteca della Società siciliana di Storia Patria di Palermo, cui va il mio ringraziamento. Sulla genesi della “Legione delle Pie Sorelle” si rimanda a M. Fiume, Due giornali femminili del ’48 siciliano, cit.
39. Per la situazione della stampa quarantottina nel Regno di Sicilia, cfr. F. Della Peruta, Il giornalismo dal 1847 all’Unità, in A. Galante Garrone, F. della Peruta, La stampa italiana del Risorgimento, Bari-Roma, Laterza, 1979, pp. 59 ss. Per l’area palermitana, un’utile schedatura delle riviste del periodo è in V. Candido, I giornali palermitani del biennio liberale, Società siciliana di storia patria, Palermo 1999.
40. Cfr. Candido, I giornali palermitani, cit., pp. 269-72, 377-8. Per un confronto tra le due riviste palermitane e per una lettura de “La tribuna delle donne” si rimanda ancora una volta all’intervento di Fiume, Due giornali femminili del ’48 siciliano, cit.
41. “La Legione delle Pie Sorelle”, a. ii, n. 5/6, 2 gennaio (s.a.), pp. 1-2.
42. Per una panoramica della stampa femminile risorgimentale si rimanda a D. Bertoni Jovine, I giornali femminili in Italia dal Risorgimento alla Resistenza, in Enciclopedia della donna, i, Editori Riuniti, Roma 1965, pp. 107-50. Un intervento recente su “La donna italiana” è quello di De Longis, “La donna italiana”. Un giornale del 1848, cit. Per studi sul rapporto tra giornalismo e consapevolezza politica femminile nel secondo Ottocento cfr. A. Buttafuoco, Cronache femminili, , Dipartimento di studi storico-sociali e filosofici dell’Università di Siena, Arezzo 1998, Ead.,“In servitù regine”. Educazione ed emancipazione nella stampa politica femminile, in L’educazione delle donne, cit.; per il primo Ottocento cfr. ancora Pisano, Il giornalismo politico delle donne italiane, cit.
43. Ad esempio, Pisano nel suo repertorio delle giornaliste italiane (Donne del giornalismo italiano, da Eleonora Fonseca Pimentel a Ilaria Alpi, Dizionario storico bio-bibliografico secc. xviii-xx, Franco Angeli, Milano 2004) ricorda Rosina Muzio Salvo come redattrice de “La Donna” e “La donna e la famiglia” di Genova.
44. Per una ricostruzione del panorama giornalistico isolano preunitario rimando a M. I. Palazzolo, Intellettuali e giornalismo nella Sicilia preunitaria, Società siciliana di storia patria per la Sicilia orientale, Catania 1975.
45. L’unica copia della collezione di questo giornale, secondo l’indicazione di Candido, è conservata presso la Biblioteca della Società siciliana di Storia Patria: si tratta di 21 numeri, usciti tra agosto 1848 e gennaio 1849. Per le notizie relative a questo periodico cfr. Candido, I giornali palermitani, cit., pp. 335-41.
46. R. Muzio Salvo, Al ministro signor La Farina, in “L’Educazione popolare”, 1848, i, n. 7.
47. C. Pardi, Due parole ad un anonimo, in “L’Educazione popolare”, 1848, a. i, n. 7. Carmelo Pardi, amico di Rosina Muzio Salvo, conosciuto ai tempi de “La Ruota”, lesse un discorso funebre sulla tomba dell’autrice.
48. Per queste testate rimando a Pisano, Il giornalismo politico delle donne italiane, cit., pp. 9-63; L. Balestreri, Il settimanale genovese “La donna” (1855-56) nel quadro del giornalismo femminile del Risorgimento, in “Rassegna storica del Risorgimento”, ottobre-dicembre 1952, pp. 383-99; Bertoni Jovine, I giornali femminili, cit.; Ead., Periodici popolari nel Risorgimento, Feltrinelli, Milano 1960; Ead., La stampa popolare educativa nel Risorgimento, in “Belfagor”, fasc. 3, 1950, pp. 318-30.
49. Le notizie che seguono relative alla biografia di Mariannina Coffa Caruso vengono riprese prevalentemente da M. Fiume, Sibilla arcana, Mariannina Coffa (1841-1878), Lussografica, Caltanissetta 2000, e dalla voce Mariannina Coffa, curata dalla stessa autrice in E. Roccella, L. Scaraffia (a cura di), Italiane, Istituto poligrafico e Zecca dello Stato, Roma 2004, pp. 48-50; quelle relative a Giuseppina Turrisi-Colonna sono tratte dalla tesi di laurea di I. Prato, Giuseppina Turrisi-Colonna, Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, a.a. 1992-93, relatrice prof.ssa N. Bellucci.
50. La lirica si trova in G. Desti Baratto, Studi storico-critici sui poeti e verseggiatori e sulle poetesse siciliani, Ragonisi, Acireale 1892, pp. 28-9.
51. Una discreta quantità di esempi di donna “ribelle” siciliana è fornita da Jole Calapso nella sua rassegna di medaglioni storici intitolata proprio Le donne ribelli, Flaccovio, Palermo 1980.
52. Cfr. G. B. Castiglia, Il mondo invecchiando migliora, in “La Ruota”, ii, 1841, n. 15.
53. Pochissime notizie relative a L. Montoro in M. Bandini Buti, Poetesse e scrittrici, in Enciclopedia bio-bibliografica, vol. ii, Istituto editoriale italiano C. Tosi, Roma 1941-42, p. 350, in G. Di Pietro, Scrittori contemporanei siciliani, Amenta, Palermo 1878, p. 307, in O. Greco, Bibliografia femminile italiana del xix secolo, Venezia 1875, pp. 340-1.
54. Calapso, Le donne ribelli, cit., p. 46; Fiume, Mariannina Coffa, cit., p. 49.
55. C. Catanzaro, La donna italiana nelle scienze, nelle lettere e nelle arti, Biblioteca editrice della Rivista italiana, Firenze 1892, p. 57; A. De Gubernantis, Piccolo dizionario dei contemporanei italiani, Tipografia del Senato, Roma 1895, p. 85; G. Casati, Dizionario degli scrittori d’Italia: dalle origini fino ai viventi, R. Ghirlanda Editore, Milano 1925-34, p. 55. Inoltre, si trovano sue notizie in G. Mira, Bibliografia siciliana, Ufficio tipografico Gaudiano, Palermo 1881, p. 354; Di Pietro, Scrittori contemporanei siciliani, cit., p. 296; Confederazione fascista dei professori e degli artisti, Dizionario dei siciliani illustri, Ciuni, Palermo 1939, p. 382.
56. C. Ramondetti Fileti, In morte di Rosina Muzio Salvo, in Elogi funebri, Pierini, Palermo 1866.
57. F. Lombardo, Mariannina Coffa e Concettina Sammartino in Fileti, tip. dell’Autore, Noto 1959.
58. L’autrice viene ricordata nel Dizionario dei siciliani illustri, cit., p. 293. Una sua lirica, Presentimento della morte, viene riportata da Ettore Janni all’interno della sua antologia dei Poeti minori dell’Ottocento, Rizzoli, Milano 1955, p. 412.
59. F. Corridore, Della letteratura in Sicilia nella prima metà del secolo scorso, Manuzio, Roma 1914, p. 6; ma l’autrice viene anche ricordata in G. Mazzoni, L’Ottocento, vol. ii, Vallardi, Milano 19642, p. 1264.
60. R. Muzio Salvo, In morte di Lauretta Li Greci, riportato in Janni, I poeti minori, cit., p. 410.
61. Secondo la studiosa, nel corso del xix secolo, si possono distinguere diverse generazioni di scrittrici, ognuna dotata di caratteristiche particolari (cfr. G. Morandini, La voce che è in lei, Bompiani, Milano 1980, p. 8).
62. Il termine “intellettuale-donna” è ripreso da G. Congiu, Sulla definizione del concetto di intellettuale-donna nella provincia siciliana dell’Ottocento: Mariannina Coffa, in S. Zappulla-Muscarà (a cura di), Letteratura siciliana al femminile: donne scrittrici e donne personaggio, Sciascia, Catania-Roma 1984, pp. 103-23.
63. Questo rapporto è testimoniato da un interessante epistolario (1854-72) ben ricostruito da Fiume in Sibilla arcana, cit., pp. 89-103.
64. Per esempio: Alle donne siciliane, in Turrisi-Colonna, Poesie, cit. p. 197; Muzio Salvo La donna, in Prose e poesie, cit., pp. 355-65.
65. Per parafrasare il titolo di Morandini, La voce che è in lei, cit.