«Per il denaro e per le arti»:
i Torlonia fra XVIII e XIX secolo*

di Giuseppe Monsagrati

Il cospicuo fondo Torlonia depositato presso l’Archivio centrale dello Stato a Roma, adeguatamente illustrato dall’ottimo inventario a stampa compilato da Anna Maria Giraldi1, rappresenta solo una piccola parte del grande archivio della famiglia; il resto è andato disperso tra gli eredi o ha subito la sorte di tanti altri archivi privati (e talora anche pubblici) che non sono usciti indenni dall’incuria degli uffici preposti alla conservazione o dalle calamità che hanno colpito il nostro paese. In particolare, le carte dei Torlonia giunte sino a noi, mentre documentano in modo esauriente relativamente al Novecento l’andamento di una fortuna patrimoniale fatta di palazzi, ville, tenute e proprietà, sull’Ottocento sono assai meno generose di informazioni, limitandosi a gettare luce sull’attività bancaria di Alessandro Torlonia e ad offrire brani sparsi di corrispondenza di qualche altro membro della famiglia: restano così nell’ombra le origini stesse dei Torlonia, il formarsi delle loro fortune, risalente come è noto al Settecento, lo sviluppo iniziale della loro vita di relazioni, l’impegno profuso nelle direzioni più varie per impadronirsi della scena romana e dominarla con il piglio tipico di coloro che una locuzione oggi di moda potrebbe definire imprenditori d’assalto. Non è da escludere che la relativa povertà di lavori storici sulla famiglia e sui suoi singoli membri sia da mettere in relazione con queste lacune della documentazione che tuttavia non hanno impedito altri tipi di approcci, quali quelli di storia dell’economia e, più ancora, di storia dell’arte.
A sottolineare ulteriormente il disinteresse degli studiosi di storia politica e sociale va inoltre detto che non mancano comunque altre fonti capaci di supplire alle carenze della documentazione, tra le quali spicca quella riguardante l’originario luogo di provenienza dei Torlonia. Direi che il manoscritto più in grado di soddisfare questo tipo di curiosità è costituito da un testo per il quale l’uso stesso del termine manoscritto risulterebbe un po’ improprio: si tratta infatti della trascrizione dattiloscritta di un volume intitolato Regesti dell’Archivio Torlonia finito nel cosiddetto Fondo Ceccarius e attualmente conservato presso la Biblioteca Vittorio Emanuele II di Roma2. Detto volume contiene alcune delle relazioni sullo stato di conservazione dei documenti dell’archivio compilate a metà anni Venti del Novecento da un archivista cui la famiglia aveva dato l’incarico di riordinare il suo prezioso patrimonio documentario già depauperato in parte dagli effetti del terremoto di Avezzano e probabilmente da altre vicende meno catastrofiche, quali, per esempio, quelle legate alle trasmissioni ereditarie: è appunto attraverso tali relazioni che possiamo essere sinteticamente informati ad esempio sulle “Notizie dell’epoca Napoleonica”, sulle “Relazioni con Pontefici, Sovrani, Ministri ecc.”, oppure sulle “Notizie dei lavori d’arte eseguiti nella villa Torlonia fuori Porta Pia, nella Cappella Gentilizia in s. g. l.”, o, infine, sui “Ricevimenti nel Palazzo in Borgo. Notizie sulle opere rappresentate nei Teatri” (naturalmente ci si riferisce qui ai teatri di famiglia).
Il lavoro dell’archivista, che per la cronaca si chiamava Gabrielli3, non si limitava però a quest’opera di prima sistemazione, ma approntava anche una serie di schede biografiche sui principali esponenti della famiglia. I dati e le notizie da lui raccolti, per quanto preziosi, non avevano però riferimenti documentari di nessun genere e, soprattutto, pur seguendo con una certa attenzione l’ascesa economica e sociale della famiglia, sfioravano appena le modalità di questa ascesa. Il nostro lavoro è dunque consistito essenzialmente nel tentare di ricostruire attraverso alcune biografie i passaggi più significativi del percorso che nel giro di un secolo portò i Torlonia ad accumulare la strabiliante fortuna di metà Ottocento, avendo di mira in particolare i loro interessi, rapporti e realizzazioni in campo artistico e sociale. La chiave su cui concentreremo la nostra attenzione è in parte quella dell’autorappresentazione: scelta non del tutto arbitraria, la nostra, visto che proprio la presenza del nome Torlonia su palazzi, ville, teatri, musei doveva dare la misura di quanto proficuo fosse stato il prodotto di altri edifici di loro proprietà, meno atti a dare nell’occhio e a saziare la fame di monumenti dei visitatori: i negozi, intendo dire, e poi le banche e le agenzie di cambio e le tenute in cui questi esponenti di un’aristocrazia senza grande passato ma con un presente abnorme avevano esercitato le loro lucrose professioni.

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Le origini e l’ascesa

Il primo esponente dei Torlonia che decise di cercare fortuna a Roma si chiamava Marino: figlio di Antoine Tourlonias, era nato, secondo Gabrielli, in una località chiamata De Puis ed era giunto nella Capitale intorno al 1750, quando aveva 25 anni; pur se approssimativa, la seconda affermazione risponde a verità, la prima, ossia quella relativa al luogo d’origine, molto meno, in quanto nessuna carta della Francia né antica né moderna registra un nome del genere. Esisteva invece Le Puy, villaggio del Puy-de-Dôme sperduto tra i monti dell’Alvernia, nel massiccio centrale, non molto distante da Lione; era esattamente questa la regione in cui era stata attestata la presenza del nonno paterno di Marino, Benoît, che secondo uno storico alverniate era nato a Marat, appunto nel Puy-de-Dôme4. Vedremo subito che la notazione geografica ha un suo peso, dal momento che dopo il trasferimento in Italia e il matrimonio con la romana Maria Angela Lanci5, Marino si dedicò tra le altre cose al commercio dei tessuti. Su come svolgesse i suoi traffici non tutti concordano; ci sembra però abbastanza fantasioso il passo di un lavoro di Domenico Demarco in cui Marino viene descritto come «un rigattiere, che aveva girato per le strade di Roma con un sacco sulle spalle, vendendo abiti usati»6; più clemente, ma anche più vago, Stendhal, che ne aveva conosciuto da vicino gli eredi e lo aveva definito «ex merciaio»7, trovando poi dei seguaci in David Silvagni e in Ugo Pesci che per definire il primo Torlonia stabilitosi a Roma si erano serviti dello stesso sostantivo8; secondo altri, infine, Marino era stato cameriere di un abate ovvero, stando alle più recenti ricerche, del cardinale Acquaviva che morendo gli avrebbe lasciato una «discreta rendita»9: che è qualcosa di diverso dal rigattiere ma, pur non escludendo un primo passaggio come venditore di stracci o di stoffe, fa pensare a un rapporto di lavoro basato sulla fiducia e sulla confidenza, qualcosa di simile a un segretario. In ogni caso perderebbero completamente valore le affermazioni del nostro archivista, secondo il quale il capostipite romano dei Torlonia (non sono riuscito ad appurare la data in cui il cognome fu italianizzato, forse al momento del matrimonio, ma è certo che per i Romani era diventato da tempo “Turloni” o “Turlonia”), «fornito di mezzi paterni aperse un vasto negozio sulla piazza della Trinità dei Monti [Palazzo Zuccari] per lo smercio delle rinomate seterie e broccati di Lione dalle cui ditte veniva direttamente provvisto»10; non escluderei che in quest’ultimo caso questioni di prestigio possano avere consigliato di attribuire al capostipite romano dei Torlonia un mestiere socialmente più qualificante.
Certo, a dare consistenza all’ipotesi di una protezione ben collocata in Curia, c’è il fatto che un rigattiere, per quanto operoso e sveglio, difficilmente sarebbe stato in grado di mettere insieme in meno di un trentennio i capitali che nel 1782 permisero a Marino di aprire un Banco di cambio; cosa che invece sarebbe stata possibile ad un negoziante che fosse stato in condizione di offrire alla società romana più affluente le stoffe preziose importate dalla Francia. Marino, purtroppo, non ebbe il tempo di godersi a lungo le sue fortune, perché la morte lo colse nel 1785, ma chi ne prese il posto, il figlio Giovanni Raimondo, nato a Roma nel 1754, fu colui che veramente fece fare il salto di qualità all’impresa di famiglia11. Intanto egli già nel 1786 affidò il negozio (che prima di morire il padre aveva spostato sulla via Condotti) ad un fiduciario e si dedicò totalmente a consolidare la posizione del Banco, ospitato in alcuni locali di palazzo Raggi: forse in questo lo favorirono i contatti che i Torlonia avevano conservato con il paese di provenienza; certo che molti dei viaggiatori in arrivo a Roma scelsero lui per appoggiare presso il Banco Torlonia il danaro di cui avevano bisogno per i loro lunghi soggiorni. Secondo Gabrielli, lo stesso Giovanni avrebbe ammesso in un abbozzo di autobiografia che nel 1797 era già multimilionario12 (in scudi, s’intende, ossia in una moneta pari a più di cinque volte il franco). Alla base c’erano state senz’altro da un lato la forte disponibilità di liquido datagli dal commercio e dalle somme gestite dal Banco, dall’altro la rete di relazioni in cui egli aveva cominciato a inserirsi attraverso il prestito bancario. Torneremo tra poco su questo punto; per ora introduciamo un altro elemento costitutivo dell’irresistibile ascesa dei Torlonia, che spiega il senso ultimo di tutta questa smania di far soldi, e cioè la voglia di nobilitarsi attraverso una via che non era quella classica del feudo o l’altra del nepotismo papale. Primo passo in questa direzione fu nel 1794 la nomina a barone dell’Impero che gli fu offerta, in cambio dei suoi servigi, dal principe di Fürstenberg, di cui Giovanni era stato agente presso la Santa Sede.
Siamo giunti così ad un nodo storico fondamentale, la crisi di fine Settecento, dal quale emerge tutta la capacità del Torlonia di inserirsi nei movimenti profondi della società per cogliere al volo le occasioni di ulteriore arricchimento. Fino ad ora non abbiamo fatto cenno alla personalità culturale di Giovanni e ai suoi orientamenti politici: della prima, in mancanza di informazioni più precise, possiamo presumere che fosse quella propria delle famiglie romane di condizione economica medio-alta, con una base di tipo umanistico-retorico e con approfondimenti più specifici in materia finanziaria; quanto agli orientamenti politici, riteniamo dovessero essere quelli di un borghese che, non avendo dimenticato le origini francesi dei suoi antenati, era secondo Renzo De Felice uno dei «meno “provinciali”» tra i nobili romani13 e si caratterizzava per una religiosità sincera ma non bigotta che lasciò sui discendenti una sorta di imprinting, tanto che nessuno di essi, pur nella profondità della devozione, si lasciò tentare dall’idea di seguire uno dei percorsi obbligati della nobiltà pontificia, ossia quello dell’aspirazione agli alti gradi del clero14. Tipica di Giovanni fu anche la disponibilità ad aprirsi verso le novità nella misura in cui gliene sarebbe potuto derivare un vantaggio nel campo degli affari. Altrimenti non si spiegherebbero certe disinvolture degli anni della rivoluzione, la più vistosa delle quali pensiamo possa essere quella partecipazione nel gennaio 1793 ad un banchetto offerto dai democratici romani a Bassville che gli attirò la ritorsione degli antifrancesi i quali gli presero a sassate la casa, fornendo all’anonimo cantore di uno dei componimenti del Misogallo romano il destro di scrivere che «dal banchiere Turloni non restò un vetro sano / ché tutto fu sfasciato da una maestra mano»15. A Bassville, come è risaputo, andò molto peggio (ma almeno ebbe la consolazione di essere celebrato dalla penna, ben più ispirata, di Vincenzo Monti).
Va peraltro ricordato che a quel banchetto Torlonia aveva accompagnato la sua futura moglie, Anna Maria Scultheis, una romana trentenne rimasta da poco vedova di Giuseppe Chiaveri dal quale aveva avuto tre figli. Di famiglia ugualmente impegnata in attività bancarie e lei stessa amministratrice di un avviatissimo negozio di coloniali, Anna Maria Scultheis sembra fosse molto legata oltre che a Bassville, dal quale aveva ricevuto pubblicamente in dono una coccarda16, a François-Joseph Digne, console di Francia che rivestiva allora le funzioni di ambasciatore a Roma17. Giovanni la sposò nel 1793 e, a quanto pare, la seguì in alcune sue spericolatezze politiche, la maggiore delle quali, affrontata per motivi che secondo il pettegolo Silvagni avevano molto a che fare con la smania di protagonismo della donna18, fu quella che lo portò ad uno scontro sordo ma dichiarato con il cardinale Ercole Consalvi. La posta in palio era la subordinazione della politica pontificia a quella dell’Impero: prevalsero il denaro e gli interessi francesi, sicché alla fine Consalvi, sconfitto, fu costretto nel 1806 a lasciare la segreteria di Stato. Più tardi avrebbe consegnato alle proprie Memorie solo un velato, anonimo accenno al «gran Finanziere Romano, che mi odiava a morte», un odio – questa la spiegazione del cardinale – che aveva accomunato i coniugi Torlonia e aveva avuto origine nelle «rubberie immense, che almeno nel tempo del mio Ministero non volli mai passar buone al marito e la vanità che non volli lusingar mai della moglie col frequentarla»19.
Le «rubberie» di Giovanni Torlonia avevano rappresentato il premio per chi, come lui, mentre l’aristocrazia romana subiva i colpi della rivoluzione, si era dato molto da fare, cercando sempre di mantenersi fedele al papa (al quale all’occorrenza prestava grosse somme o procurava qualche atteggiamento più rispettoso da parte degli invasori) e al tempo stesso facendo affari con i Francesi. Il momento più propizio fu quello della Repubblica romana del 1798-99, quando Giovanni, entrato in alcune società che si erano aggiudicate le forniture per l’armata d’occupazione, mise in poco tempo da parte i capitali necessari per approfittare delle vendite dei beni nazionali, con operazioni di compravendita in cui l’elemento di successo, quello che assicurava i guadagni migliori, era dato dalla tempestività. In questo egli fu davvero insuperabile, sia per volume di affari sia per capacità di conquistare la fiducia dei conquistatori, e Renzo De Felice ha ricostruito bene il giro vorticoso dei suoi interventi su un mercato che non pareva aver segreti per lui20. Indubbia prova di sagacia non disgiunta dalla spregiudicatezza era infatti il diversificare le speculazioni in modo da ripartire gli eventuali rischi su più piani, costruire alleanze strategiche con altri imprenditori come lui abbastanza manovrieri, accorrere in soccorso di quanti – soggetti privati o istituzionali che fossero – aveva precedentemente messo in difficoltà.
Aveva cominciato con le allumiere, comprandone i 3/2021; poi aveva acquistato beni nazionali per più di 92.000 scudi22; quindi era entrato nella compagnia dei Munizionieri generali in società coi parenti della moglie e con un francese23; poi si era alleato ad un potente finanziere genovese, Domenico Lavaggi, e aveva raggranellato beni ex gesuitici per più di 36.000 scudi. Il colpo grosso lo aveva messo a segno diventando amministratore dei Munizionieri, la compagnia che aveva in appalto l’approvvigionamento di Roma e dell’armata, ed entrando con altri nobili romani (Borghese, Doria, Acquaroni) nel pool incaricato di ricevere e amministrare le contribuzioni dei cittadini24: ciò voleva dire continuo afflusso di denaro liquido e possibilità di prestare con un saggio d’interesse molto alto agli aristocratici messi in crisi dalle alte contribuzioni, ricevendone in pagamento o in pegno beni e oggetti preziosi o opere d’arte; e quando la compagnia dei Munizionieri era fallita, Torlonia, ben lungi dall’uscire di scena, con l’appoggio dei Francesi si era lanciato in nuove imprese speculative25, rischiando poco del suo e pronto ad arraffare, con avidità divenuta proverbiale, qualunque ricchezza pubblica o privata gli capitasse a portata di mano. Alla fine risulteranno acquisti di beni per un valore di 161.669 scudi26 e, nell’elenco dei maggiori patrimoni fondiari romani relativo al 1810, Torlonia si collocherà al tredicesimo posto27, avendo però davanti soltanto i grandi nomi della nobiltà cittadina; ma questa era solo una delle voci del suo bilancio complessivo. E si può ben immaginare l’antipatia concepita nei suoi confronti dagli esponenti della vecchia nobiltà, vittime di un sistema di tassazione troppo esoso per i loro mezzi (e per le loro abitudini) che, come scrive il nostro archivista, li aveva costretti a «vedersi confiscati i loro beni agricoli ed urbani e quindi assistere, impotenti, alla loro vendita al miglior offerente, giusta la fatta minaccia in caso di inadempimento dell’intimato perentorio precetto, come infatti si verificò per note famiglie che non riuscirono a procurarsi l’ammontare imposto»28: chi invece se lo procurò (e tra quelli che ricorsero al Banco ci furono anche Pio VI e Pio VII, e perfino Vittorio Emanuele i re di Sardegna)29 lo fece quasi sempre passando per Giovanni Torlonia.
Se è vero che tutto ciò ebbe luogo all’ombra della Repubblica e con il favore dei Francesi, non se ne deve dedurre che il “sor Giovanni” fosse diventato di colpo il “cittadino” Torlonia e che avesse voluto provare l’ebbrezza del giacobinismo o che fosse stato soggiogato dal fascino di Napoleone: semplicemente, egli aveva colto tutte le occasioni offertegli dai tempi calamitosi, muovendosi con estrema disinvoltura tra poteri vecchi e poteri nuovi e mantenendo sempre una chiara distinzione tra affari e politica, con una scontata predilezione per i primi rispetto alla seconda, ma anche con la percezione molto borghese della necessità di inserirsi nelle pieghe della seconda per fare andar meglio i primi. Un contemporaneo sottolineò adeguatamente non solo la sua abilità come speculatore ma anche la capacità di «conservarsi illeso in tutti i tempi, in tutte le circostanze e presso tutti i partiti»30; allo storico francese della Roma di Napoleone sembrerà assai discutibile questo prestare indifferentemente soldi a tutti, a Pio vi come alla Repubblica, ai generali del Direttorio come ai Borboni, a Pio VII come all’Impero31; quanto a Silvagni, sarebbe stato lui a osservare che per questa sua strategia, il cui fine ultimo era il raggiungimento dei titoli nobiliari, Torlonia «fu criticato, calunniato, glorificato, a seconda dei venti che spiravano, ma intanto ingrandiva, ingrandiva come un gigante»32. Questo è un punto decisivo per la conoscenza della sua personalità: se utilizziamo i parametri delineati da Norbert Elias33, Giovanni Torlonia è senza dubbio un borghese, ma un borghese che cammina spedito sulla via della nobilitazione; per cui questo «piccolo vecchio dallo sguardo inquieto, che porta un panciotto un po’ troppo lungo»34, con una moglie accorta quanto e più di lui, nelle forme tenderà a distinguersi dal suo ceto di provenienza e ad apparire sempre più aristocratico, ma nella sostanza qualcosa lo tratterrà nel suo precedente status di borghese, forse più a lungo di quanto avrebbe desiderato.
E infatti al suo tempo da molti Giovanni non era considerato altro che un «nouveau riche», «banquier de jour et duc de Bracciano la nuit» secondo la definizione della nipote di Madame Récamier35. Il marchio gli restò appiccicato addosso per molto tempo: una testimonianza di provenienza aristocratica ci racconta che un invito rivolto dai Torlonia ad un principe francese aveva «donné lieu à un sérieux débat entre les directeurs du prince. Pouvait-on aller chez un banquier?»36. Quella degli inviti era una strategia assai praticata in famiglia, soprattutto da parte della signora Torlonia che ne approfittava per creare relazioni che prima o poi avrebbero dato i loro frutti, consentendo affari ovvero procurando appoggi politici (si pensi alle molte attenzioni usate ai Bonaparte, ai Murat e al cardinale Fesch)37. Ma, pur in una società che la recente storiografia ha detto molto attenta alle forme simboliche, il denaro era sempre un buon biglietto da visita. «Gli antichi nobili – osserverà argutamente Raffaele De Cesare – non erano benevoli con la nobiltà recente, ma se questa abbondava in ricchezzze, gli scrupoli erano più facilmente superati»38. Ad ogni modo tra critiche e calunnie i titoli arrivarono, a riprova del fatto che era sempre più difficile, perfino nella Roma papale, conservare le consuetudini e le barriere sociali del passato e che a pilotare il cambiamento era, almeno in questa fase, l’aristocrazia del denaro, quella in cui spiccavano i Grazioli, gli Antonelli, i Guglielmi e appunto i Torlonia, con i loro marchesati e ducati e principati messi insieme tra il 1797 e il 1814, acquistando feudi e i relativi titoli (marchese di Romavecchia nel 1797, duca di Bracciano nel 1803 per acquisto dagli Odescalchi per 400.000 scudi, principe di Civitella Cesi nel 1813 per acquisto dai Pallavicini, duca di Poli e Guadagnolo nel 1820 per acquisto dagli Sforza Cesarini)39. Non direi di scorgere nei protagonisti di questa carriera e nei pochi altri affaristi venuti su dal nulla l’embrione di classe dirigente intravisto da Catherine Brice40, dato che in nessuno di questi speculatori di successo c’era, almeno per il momento, apparente desiderio di dirigere alcunché (e anche se ci fosse stato non sarebbe durato a lungo per la resistenza del ceto ecclesiastico a cedere il proprio potere altro che per brevi periodi); direi piuttosto che lo spirito del tempo era quello dell’individualismo e che il clima politico creato dalle innovazioni introdotte dalla prima e dalla seconda presenza dei Francesi aveva enormemente potenziato l’impatto che Giovanni Torlonia, per quanto chiacchierato, era in grado di esercitare sul panorama romano.
Che in lui qualcosa stridesse sul piano dello stile lo dimostra l’ostentazione che egli amava fare delle sue ricchezze e di ciò che esse gli avevano procurato sotto forma di palazzi, ville, opere d’arte41: Louis Madelin, lo storico della Roma di Napoleone, trova insopportabile che questo «parvenu ridicole [...] sans éducation ni façons», non più borghese ma non ancora integrato nella nobiltà malgrado sia duca di Bracciano (del 1809, lo abbiamo già ricordato, è l’iscrizione nelle tavole nobiliari del Campidoglio), passi indenne da una dominazione all’altra, accumuli nuove ricchezze sia col papa che coi suoi nemici e non si periti di portare «son habit à boutons de diamant» davanti alle autorità francesi42. Stendhal, assiduo frequentatore delle sue serate, ne ammira la capacità di trasformare tutto in oro ma allo stesso tempo ne studia la fisionomia e vi vede impresso il segno potremmo dire pre-lombrosiano della taccagneria43, anzi della «juiverie», come la chiama in una lettera all’editore della “Edinburgh Review”44. Questa caratteristica torna spesso nelle testimonianze del tempo: così Agostino Chigi racconta la lite feroce che oppose Giovanni al duca di Anguillara per il recupero di una mongolfiera francese per la quale la municipalità di Parigi avrebbe dato un misero compenso di 30 napoleoni d’oro45; ancora Stendhal raccoglie dalla bocca dello stesso Torlonia la narrazione del trucco usato – ricorrendo ad un travestimento che ne nascondeva l’identità e gli conferiva «un aspetto ancor più miserabile e giudeo del solito» – per ottenere uno sconto sull’acquisto di una partita di specchi a Parigi46. Anche Silvagni propone a più riprese l’accenno ad una presunta origine ebraica della famiglia47, ma, al di là dell’infondatezza della diceria, il fatto che essa si diffondesse tra i romani ci induce a sospettare che i Torlonia, quanto meno quelli delle prime due generazioni, non si integrassero mai a pieno nella cittadinanza: ne ottennero il rispetto, più raramente la simpatia, e non solo perché chi ha troppo danaro raramente ha anche la fortuna di riuscire simpatico ma proprio perché l’ambiente li sentiva culturalmente e spiritualmente estranei. Pur se con spirito meno acre, anche Giuseppe Gioacchino Belli metterà in risalto la loro troppo smaccata confidenza con i quattrini dicendo del figlio Alessandro che «ha sempre pronto er mijoncino in cassa»48. Indubbiamente, alle due passioni che Stendhal gli attribuisce, «per il denaro e per le arti»49, Giovanni Torlonia ne aveva aggiunta una terza, quella in cui aveva toccato livelli di vera eccellenza, l’arte di far danaro: così da trasformare in rendita anche le sue mega-feste, quelle affollate di principi e cardinali e a cui nessuno, pur sapendo che gli sarebbe costato caro, voleva mancare: il padrone di casa per magnificare le opere d’arte possedute e le furbizie con cui spesso se le era procurate, i romani per dimostrare che in società contavano qualcosa, gli stranieri per avere qualcosa di mirabolante da raccontare al ritorno in patria. Uno di questi ospiti calcolò che grazie alle commissioni bancarie pagate per farsi accreditare il danaro presso il banco «ciascuna di queste feste sontuose rende all’intelligente banchiere la somma netta e rotonda di venti mila scudi romani»50. Il risultato era che perfino gli inglesi, di cui era ben nota la spilorceria, non lasciavano Roma se prima non erano entrati in casa Torlonia; anzi vi accorrevano a frotte, tanto che una sera Chateaubriand, invitato anche lui ad un ballo, ebbe l’impressione di essere «encore ambassadeur à Londres»51.
Lo strabiliante successo del capostipite e più ancora quello dei suoi discendenti non potevano essere messi in conto a nessuna istituzione pubblica né alla condizione generale dello Stato pontificio e nemmeno al benessere del ceto sociale di appartenenza (un viaggiatore americano metteva a confronto la storia di Torlonia con lo stato di decadenza e di declino tipico della nobiltà romana del tempo)52, né erano tali da rientrare in una fase di generale crescita dell’economia proprio perché erano il successo di singole personalità. Le fortune così accumulate, investite essenzialmente nell’acquisto e nell’abbellimento di tenute e immobili urbani53, non rientravano nel contesto di una floridezza generale né stimolavano altre attività imprenditoriali ma erano collegate a fattori esterni, al punto che uno storico francese, Bertrand Gille, ha avanzato l’idea che il Banco, «primario sostegno dell’intera finanza pubblica della S. Sede oltre che prestatore a privati, fosse una specie di consociata della rete dei Rothschild»54, mentre altri hanno rilevato come non rientrasse nelle competenze del Banco quella di appoggiare lo sviluppo industriale fornendo il credito necessario55.
D’altra parte spirava soddisfazione di sé, del proprio ruolo e della propria discendenza il ritratto che Giovanni commissionava al pittore Agostino Tofanelli56. Vi era raffigurato un interno del palazzo di piazza Venezia, e la disposizione dei personaggi era studiata per dare risalto ai due genitori, ritratti in primo piano ai due lati della tavola, Giovanni, ben dritto sulla sua poltrona, a sinistra dell’osservatore, Anna Maria con la sua aria da gran dama, a destra; li univa la corona dei figli a semicerchio, Maria Luisa tra le braccia del padre, poi in ordine crescente i tre maschi, Alessandro, Carlo e Marino, infine, a sinistra della madre e in secondo piano rispetto a lei, la più grande delle figlie, Maria Teresa; non mancava l’altro segnale di distinzione, ossia l’abbigliamento assai costoso di tutti i componenti della famiglia57, grandi e piccoli; infine sullo sfondo, in una galleria chiusa verso l’alto da un soffitto a volta, compariva il vero motivo d’orgoglio e prestigio dei Torlonia, il coprotagonista del quadro, e cioè la riproduzione dell’Ercole e Lica che Giovanni aveva commissionato ad Antonio Canova nel 1801 pagandolo 18.000 scudi e che lo scultore aveva terminato nel 1815 non senza qualche contrasto con il committente al quale aveva rivolto la minaccia di una rinunzia a concludere il lavoro se non fossero state garantite una collocazione e un’illuminazione consone all’importanza dell’opera58. Da allora la gigantesca scultura fece bella mostra di sé fin quasi alla fine del secolo in una sala appositamente attrezzata del palazzo Torlonia, ex Bolognetti, di piazza Venezia: se il palazzo, secondo il sistema comunicativo delle corti d’antico regime, segnalava l’ingresso del proprietario nel rango principesco59, la scultura ne doveva sancire il ruolo dominante nel mondo della committenza e, quando possibile, del gusto; e i due elementi presi insieme alludevano in modo inequivocabile al raggiungimento di un traguardo sociale il più vicino possibile alla regalità.
Compariva così l’altra dimensione di Giovanni Torlonia, quella dell’intenditore e collezionista di opere d’arte, del munifico sostenitore finanziario dell’Accademia di San Luca (che nel 1823 gli offre quattro medaglie «fatte coniare in onore dello scultore Antonio Canova, due delle quali da consegnarsi come omaggio alla Consorte Duchessa»)60, del compratore di teatri per il piacere di sentirvi eseguita la musica di Rossini61, insomma dell’uomo quasi di cultura spuntato fuori da una costola dell’imprenditore con modalità assai simili a quelle che avevano fatto di lui il Creso di Roma62. Racconta Nicola La Marca che la raccolta era stata messa su all’inizio dell’Ottocento da Giovanni che «non potendo gareggiare con le collezioni già costituite e consolidate da secoli a Roma, si dedicò a dipinti considerati minori, quali opere di scuola fiamminga, ritratti, paesaggi che faceva acquistare dai suoi inviati in Italia e all’estero. Egli riuscì comunque ad aggiudicarsi opere importanti, sia in pubbliche aste, sia con trattative private presso varie famiglie nobili romane (i Colonna, gli Altieri, i Giustiniani, i Valenti)»63. A sua volta Liliana Barroero osserva che «quando nella momentanea interruzione dell’istituto del fidecommesso in età napoleonica diverse raccolte (quella Soderini per esempio, o i materiali dell’atelier di Bartolomeo Cavaceppi, da lui originariamente destinati all’Accademia di San Luca) vennero immessi sul mercato tramite il Banco Torlonia, in parte queste furono acquisite per arricchire le appena costruite residenze del casato»64.
Di qui, poi, il continuo ricorrere ad artisti d’ogni genere e calibro, fino a stabilire un vero e proprio rapporto di dipendenza continuata nel tempo. Un giornalista francese, Edmond About, autore di un ben noto resoconto di viaggio intitolato Rome contemporaine, noterà nel 1859 che «mentre a Parigi un principe era cliente di un avvocato, a Roma accadeva l’inverso»65. Ciò vale in qualche modo anche per Giovanni Torlonia che aveva alle sue dipendenze architetti come Giuseppe Valadier e Antonio Sarti, reclutati per risistemare e abbellire assieme ad un ricco stuolo di pittori e decoratori i palazzi e le ville che dovevano palesare all’esterno l’incessante progredire delle sue fortune. Si aprivano così, e sarebbero rimasti a lungo operativi, quelli che Fernando Mazzocca ha definito i «cantieri Torlonia»66, in un succedersi ininterrotto di committenze che se conferivano alla famiglia la più romana delle cittadinanze inserendola in una tradizione forte e rendendone credibile il gusto per l’arte classica, attivavano d’altra parte un circuito virtuoso tra abbellimento della città, offerta di nuovi punti d’attrazione per i visitatori stranieri e incremento del profilo internazionale della dinastia, facilmente spendibile anche sul piano delle collaborazioni bancarie con le ditte d’oltralpe. Non erano soldi spesi invano quelli che Giovanni Torlonia e la sua famiglia investivano nel tentativo di guadagnare in tutti i campi aperti alla loro inventiva il primato sulla scena romana, né sarebbe stato per loro concepibile un interesse che non avesse una ricaduta positiva sui tanti affari in cui erano implicati67; per cui sarebbe vano cercare nel culto del classicismo che ne orienta chiaramente le scelte quel desiderio di ribadire «l’identità universalistica» di Roma la cui riscoperta caratterizza, secondo Stefano Susinno e Liliana Barroero, il periodo compreso «tra l’età di Maratti e quella di Canova»68, e questo perché l’universalismo era concetto inaccessibile a chi aveva tanti legami d’affari con l’esterno e non era particolarmente sensibile al motivo della supremazia papale. Più che altro, mi sembra che con i suoi cantieri Torlonia volesse far passare l’idea che se i nobili di sangue suoi contemporanei (i Borghese, i Doria, i Ruspoli, i Massimo e tanti altri) brillavano della luce prodotta da ciò che era arrivato loro dal passato senza nessuna fatica, lui solo era in grado di vivere quel ruolo nel presente perché se lo era guadagnato. Direi che perfino la beneficenza e le opere di carità cui i Torlonia erano dediti sin dalla loro prima affermazione69, se anche praticate con sincero spirito cristiano, contribuivano comunque a dar loro una visibilità sociale da far valere sul piano dei rapporti d’affari con il governo papale.
Per completare il profilo di Giovanni e passare al figlio Alessandro che, pur da terzogenito, ne fu in realtà il continuatore spingendosi anzi ben oltre i suoi pur prestigiosi traguardi, occorre richiamare brevemente il suo rapporto con la discendenza. Intanto è già notevole, e lo abbiamo accennato poco fa, che nessuno dei figli, nemmeno le femmine, si sia (o sia stato) indirizzato alla vita ecclesiastica e alla prelatura. È pur vero che quello della prima metà del XIX secolo è in generale un periodo di «arretramento della nobiltà romana dalla Curia»70; ma quando mai i Torlonia vi si erano avvicinati? Tranne Carlo, si sposarono tutti, e tuttavia la strategia matrimoniale messa in atto da Giovanni, se fu accorta per le due figlie, che sposarono Maria Teresa il conte Francesco Marescotti e Maria Luisa il principe Domenico Orsini71 dopo che il padre si era molto divertito a osservare i vari principi romani che si azzuffavano per contendersele72, non funzionò altrettanto bene per i maschi, forse perché la nobiltà di sangue, tante volte da lui umiliata sul piano della ricchezza materiale, si volle prendere la soddisfazione di tenerlo alla larga, o forse perché proprio lui non volle abbassarsi a trattative di sorta con personaggi di cui aveva conosciuto le debolezze, che probabilmente disprezzava sentendosene disprezzato e che alla fin fine avrebbero tratto sicuro beneficio dal fatto di imparentarsi con lui. Fatto sta che dei suoi tre figli il primogenito, Marino, sposò Anna Sforza Cesarini, l’ereditiera dei Conti, ma contro la volontà del padre73, il secondogenito, Carlo, da giovane arruolato come il fratello maggiore nell’armata francese74, restò scapolo per tutta la vita e si diede ad opere di beneficenza che secondo l’archivista Gabrielli lo fecero morire in odore di santità75, ed è fuor di dubbio che una bella prova di santità quanto meno familiare egli la desse con le sue due donazioni ai fratelli: la prima, del 1829, a Marino (300.000 scudi più alcune tenute), la seconda, del 1833, ad Alessandro, cedendogli tutti i propri beni in cambio di un vitalizio annuo pari a 18.000 scudi76 che, morendo nel 1847, riscosse per non più di 14 anni. Quanto al terzo, Alessandro, che era nato nel 1800, sposò una Colonna, ma soltanto undici anni dopo la morte del padre (al quale peraltro aveva opposto un rifiuto quando gli aveva proposto un partito non di suo gradimento)77. Molto curata fu invece da parte di Giovanni la divisione patrimoniale che, apparentemente rispettosa della primogenitura, finì poi per creare una posizione di forza al più piccolo dei tre maschi. Infatti una decisione repentina presa poco prima di morire (1829) fece sì che fossero annullate molte delle precedenti disposizioni testamentarie; e Marino, che nel 1821 aveva ottenuto il feudo di Bracciano, il contado di Pisciarello, la tenuta di Settebagni e vari beni immobili (tra cui il palazzo di piazza Venezia, fondamentale come sede di rappresentanza), con testamento del 3 marzo 1829 perde molti dei beni ottenuti con la primogenitura e solo dopo una transazione coi fratelli sarà risarcito con 200.000 scudi, una serie di tenute e un certo numero di immobili tra i quali spicca palazzo Verospi al Corso78.
Cosa aveva fatto cambiare idea al padre inducendolo se non proprio ad annullare il privilegio del fidecommesso, ad usare un particolare riguardo al figlio minore, Alessandro, rendendolo titolare di un secondo fidecommesso certamente più rilevante sotto il profilo economico di quello del primogenito? Come ha segnalato Giovanni Montroni relativamente alle disposizioni testamentarie di Monaldo Leopardi, un fenomeno del genere era tutt’altro che raro, soprattutto in periodi di grandi trasformazioni sociali, quando cioè «il rispetto di una norma familiare», il fidecommesso appunto, doveva soggiacere «alla necessità di manipolare la regola per progettare degli equilibri più duraturi»79. Tra l’altro sembra che sin dall’inizio i tre giovani Torlonia non avessero seguito la stessa strada, il terzo essendo troppo giovane quando, come già segnalato, i primi due al tempo dell’Impero erano stati chiamati a servire nell’armata francese; e quando poi Alessandro era stato mandato più volte a Londra per studiare l’inglese lo aveva accompagnato il solo Carlo80. Come che fossero andate le cose, certamente ben prima di morire (1829) Giovanni doveva aver deciso di lasciare il titolo di principe di Civitella Cesi81 ad Alessandro, e con esso anche il Banco, «per avere riconosciuto in lui – scrive il nostro archivista – una spiccata meravigliosa attitudine per tale gestione»82. Dunque, era emersa in lui una vocazione affaristica sulla quale il padre aveva scelto di puntare molto prima di passare a miglior vita; ce ne dà la conferma un celebre brano delle Passeggiate romane, là dove Stendhal riferisce ciò che il vecchio Torlonia aveva detto durante uno dei suoi ricevimenti, giungendo a denigrare Marino («uno sciocco: ama i quadri, le arti e le statue») ed esaltando invece Alessandro, «un uomo – diceva – che conosce il valore del denaro: gli lascerò la mia banca e lui l’arricchirà, la ingrandirà, e un giorno lo vedrete non soltanto più ricco di questo o quell’altro principe, ma di tutti i principi romani messi insieme. Se arriverà ad avere la metà della mia prudenza, avrà un figlio papa»83. Ora, a parte che Marino non fu uno stupido (quanto meno nel senso tecnico del termine) e dimostrò di avere il fiuto necessario per seguire e talvolta perfino per contrastare84 il fratello in molte operazioni e per compierne altre anche molto redditizie di sua iniziativa85, la scelta di Giovanni si rivelò felicissima, anche se tra le sue varie previsioni su Alessandro una in particolare si rivelò sbagliata, quella sul figlio papa: in questo non ebbe colpa alcuna il più giovane dei suoi discendenti, che per quanto potente nulla avrebbe potuto fare per mutare il sesso delle uniche due figlie, Giovanna e Anna Maria, dategli da Teresa Colonna.
Giovanni Torlonia morì settantacinquenne il 25 febbraio 1829 e tra quelli che ne salutarono la dipartita ci fu anche Chateaubriand, che subito dopo volle riferire a Madame Récamier l’impressione che ne aveva riportato («Je l’ai vu tout peinturé sur son lit funèbre, l’épée au coté»); ma subito correggeva l’immagine troppo altera uscitagli dalla penna con un epitaffio in cui faceva capolino in modo più preciso il concetto che aveva del defunto: «Il prêtait sur gages; mais quels gages! sur des antiques, sur des tableaux renfermés pêle-mêle dans un vieux palais poudreux»86.

2
La terza generazione

Come abbiamo appena detto, Alessandro Torlonia aveva preso nelle sue mani le redini dell’impresa di famiglia nel 1824, quando il padre si era ammalato: sarà stato per il tratto più signorile e per i modi meno rozzi, ma dimostrò subito di possedere in grado ancor più spiccato le doti che erano state di Giovanni, innalzando il tono della sua sociabilità e superandolo, per esempio, in spirito d’iniziativa, creatività e grandezza di concezioni (solo lui avrebbe potuto progettare e poi realizzare il prosciugamento del lago del Fucino, portando a 1.700 lire l’ettaro il prezzo di terre che prima ne valevano 400)87. Anche le cifre sono dalla sua parte: da un documento conservato nel Fondo Torlonia risulta infatti che se con il padre il Banco totalizzò in 45 anni utili per 2.143.686 scudi, con Alessandro in 14 anni gli utili furono di poco inferiori ai 2 milioni (1.986.333 scudi per la precisione)88. Chiaramente rispetto al primo periodo del Banco le condizioni generali erano mutate comportando a livello della vita degli Stati la necessità di un maggior ricorso alla leva finanziaria per far fronte alle emergenze sociali e a livello dei privati una maggiore confidenza con le operazioni di banca, e Alessandro non aveva mancato di giovarsene; non va poi trascurato l’effetto positivo che sugli affari bancari dovette avere negli anni Trenta l’incremento del turismo a Roma. E tuttavia non credo che vada sottovalutata la particolare abilità di Alessandro nella conduzione degli affari e nell’apertura di contatti con i mercati esteri.
L’impulso iniziale fu quello di continuare, incrementando la propria visibilità pubblica con l’ausilio di palazzi sempre più prestigiosi, la tradizione inventata dal padre e da lui ripresa con un tratto di maggiore eleganza. Balli e feste divennero ancora più sfarzosi, al punto che Silvagni avrebbe dedicato un intero capitolo della sua opera a ricordarne l’eccezionalità89; e fu ampliata, con l’acquisizione e il restauro di alcuni palazzi, la scena offerta alla presenza degli stranieri, in funzione della quale fu ideata un’efficace sinergia tra clientela del banco e la possibilità di essere invitati, in pratica pagando90, agli eventi più mondani che potesse elargire la Roma degli anni Trenta. Finita la lunga stagione penitenziale imposta da Leone XII, in città riprese il flusso dei viaggiatori e si diffuse tra le teste coronate – regnanti o detronizzate – l’abitudine di soggiornare per periodi anche lunghi nella Capitale del mondo cattolico91 che, con tutto il suo fanatismo religioso (o presunto tale), esercitava un richiamo irresistibile sui protestanti, sia che fossero artisti (e questo li giustificava perché Roma era ancora considerata il tempio delle arti) sia che fossero semplici visitatori, curiosi di conoscere un mondo che, per gli inglesi soprattutto, rappresentava un pezzo di medioevo sopravvissuto nell’Europa; e questo li giustificava un po’ meno, soprattutto se pretendevano di posare sulla città lo sguardo dell’economista inglese Senior92 agli occhi del quale tutto ciò che in fatto di politica, religione e costume si discostava dal modello inglese era di per sé inferiore. In questo gli americani erano senz’altro più clementi e disposti a capire, e frequente risuonava in loro la nota dell’ammirazione, stimolata talvolta proprio dall’ambiente e dal clima che avevano trovato in casa Torlonia: valga per tutti l’esempio della poetessa Julia Ward Howe che confrontava la vivacità delle feste dei Torlonia con la noia mortale di serate trascorse altrove, e si sdebitava di ciò che le era stato elargito esaltando la bellezza e l’eleganza della moglie di Alessandro93.
Per acquistare e rimodernare il palazzo ex Giraud a piazza Scossacavalli (per il quale nel 1820 il padre aveva sborsato 8.200 scudi alla Reverenda Camera Apostolica)94 o il Palazzo Nuñez di via Bocca di Leone o la villa di Porta Pia (poi abbattuta dopo un attentato e sostituita dell’ambasciata britannica) o la villa sulla Nomentana recentemente riaperta al pubblico95, per rilanciare rendendoli più godibili i teatri Alibert, Tordinona (poi Apollo, comprato da Giovanni nel 1820 e da Alessandro affidato per la ricostruzione a Valadier) e Argentina, acquistato nel 1843 e completamente ristrutturato, per rifare infine un intero isolato di via Borgognona occorrevano molti soldi. I Torlonia, non solo Alessandro ma anche il fratello Marino, li trovarono accrescendo il volume di affari del Banco e impiegando metodi più moderni, e se vogliamo meno avventurosi e spregiudicati, di quelli del padre. Ciò che impose Alessandro come il maggiore banchiere privato di Roma fu la sua capacità di entrare nei meccanismi finanziari dello Stato, sfruttandone sapientemente la difficile congiuntura che, tra rivoluzioni, epidemie e carestie, esso si trovò ad attraversare tra il 1831 e il 1846 e che costrinse il governo papale a ricorrere a più riprese, e fino al 1838 in modo quasi sistematico, al prestito bancario. Con le sue transazioni il banchiere romano rischiò poco e guadagnò tantissimo, soprattutto rendendosi pressoché indipendente dal potere politico («e poteva esserlo – chiosa Ugo Pesci – perché il Governo pontificio doveva più spesso ricorrere a lui che egli al governo»)96; oltretutto, racconta Belli, a tutti i titoli di cui già si fregiava ne aggiunse un altro spontaneamente affibbiatogli dalla plebe, quello di «sarvatorello de Roma»97, che consacrava i suoi interventi a sollievo del deficit statale.
Daniela Felisini ha ricostruito questa vicenda nel suo volume del 1990 sulle Finanze pontificie98 e l’ha approfondita nella biografia di Alessandro Torlonia ancora fresca di stampa e da noi più volte citata. Io quindi farò riferimento alla sua accuratissima ricostruzione avvalendomi qua e là del sussidio di qualche altra fonte. La Felisini ha seguito le attività finanziarie di Alessandro soprattutto nell’ottica del rapporto non sempre sereno con i Rothschild, dimostrando come essi avessero in lui più un intermediario, un corrispondente da Roma capace di garantire la loro presenza su una piazza non priva di prospettive, che un socio d’affari; e in effetti il prestito trentennale allo Stato pontificio di tre milioni di scudi del 1831 e del 1832 fu erogato dalla casa parigina a condizioni onerosissime (secondo Spada, che definisce i due prestiti «i più rovinosi» ma non parla della commissione che intascò Torlonia, per cui di tre milioni al governo ne andarono poco più di 1.800.000)99, mentre a Torlonia andò la sola commissione (comunque molto alta); la stessa cosa avvenne nel 1837, con il prestito di 3 milioni di scudi contratto dallo Stato pontificio (ad un interesse del 7,5%)100 per rispondere all’emergenza del colera, laddove, per i 2 milioni di scudi prestati nel 1846 il banchiere romano, non volendo coinvolgere i Rothschild, dovette associarsi al genovese Parodi101. Se a tutto ciò si aggiungono gli incarichi di consulenza che per decisione dello stesso pontefice furono conferiti ad Alessandro nel quindicennio gregoriano (ad esempio la partecipazione alla cassa d’ammortizzazione del debito pubblico istituita nel 1831 su cui ci informa il principe Chigi)102 e la presenza tra i soci fondatori della Cassa di risparmio di Roma (1836: Torlonia fu anche uno dei primi soci ad avvalersi della possibilità di prendere dai fondi depositati un prestito di 10.000 scudi)103, nonché le numerose partecipazioni a società azionarie interessate ad investire in titoli esteri e in obbligazioni, si comprende anche come l’attività finanziaria dei Torlonia non solo fosse cresciuta ma si fosse anche, in un certo senso, “modernizzata”, approfittando in particolare dei nuovi e più sofisticati metodi speculativi messi a punto nei mercati esteri. Diversificare gli investimenti seguendo con attenzione i mercati esteri: questa fu negli anni Trenta-Quaranta la chiave del successo degli eredi di Giovanni in un’economia pur depressa come quella pontificia; seguire i Torlonia fu invece la risorsa degli speculatori i quali, ebbe a dire un contemporaneo, «quando vedono che Torlonia ha fatto un affare credono che sia buono per l’idea supposta che lui non l’avrebbe fatto se fosse stato cattivo»104.
L’altro grosso serbatoio di proventi sicuri per Alessandro e per Marino Torlonia fu la privativa dei sali e tabacchi che i due fratelli riuscirono ad aggiudicarsi per dodici anni a partire dal 1832105. Su questo contratto, come sull’altro che lo seguì alla sua scadenza confermandolo per altri dodici anni, Stendhal, allora console a Civitavecchia, ebbe a rivelare particolari molto interessanti al suo ministro degli Esteri: su quello del 1832 disse, ad esempio, che Alessandro aveva versato un acconto notevole alle finanze pontificie, «mais – soggiungeva – il arrangea son contrat de façon à gagner 42%»; secondo altri, soggiungeva, anche di più106. Stendhal insinuava pure che in una vertenza contro il tesoriere Tosti per certe sue costruzioni abusive Alessandro l’avesse avuta vinta con un sistema infallibile, e cioè corrompendo i giudici; i termini del contratto, segreti all’epoca in cui era stato concordato, Stendhal li chiarì poi nel 1841107; sul secondo, firmato nel 1841 dopo un’aspra lotta con un gruppo di finanzieri concorrenti ed esecutivo dal 1843 al 1855, Stendhal osservava che la convenienza per i Torlonia era stata di gran lunga minore, visti i 280.000 scudi annui da versare alle casse pontificie e il beneficio del 34% da corrispondere sugli introiti (contro il 22,5% del primo contratto)108. Si capisce dunque come mai quello del sale e dei tabacchi diventasse, come ebbe a scrivere Gaetano Moroni, «uno dei primari fonti dell’erario pontificio»109. In compenso, almeno a giudicare dai risultati del primo dodicennio, la qualità del prodotto era assai migliorata110, ne era cresciuto lo smercio, e, soprattutto, nella gestione del settore erano stati introdotti «un ordre et une régolarité inconnus»111: ed erano, questi, riconoscimenti che, provenendo da un osservatore abituato all’efficienza della macchina pubblica francese, non possono non essere apprezzati.
Se questi erano i rami più ricchi dell’imprenditorialità dei Torlonia in campo finanziario, non ne mancavano altri, anche assai consistenti, nel settore immobiliare e in quello agrario. L’eccezionalità di questa famiglia e dei suoi componenti nel periodo in cui a guidarne le sorti fu principalmente Alessandro non sta soltanto nelle dimensioni raggiunte dal patrimonio posseduto o nel rilievo acquisito dalla loro presenza in un determinato campo di investimenti, ma nella somma delle loro iniziative e in alcune caratteristiche comportamentali che mai sono presenti contemporaneamente in nessun altro casato della nobiltà romana. Se anche non sarà stato, a differenza di quanto sostiene Raffaele De Cesare, il solo tra tanti nobili assenteisti a governare «a modo suo [...] una parte delle sue tenute»112, unico era però il suo stile di vita nella ricerca di soddisfazioni che erano sociali e insieme intellettuali. Così, nella residenza principale di piazza Venezia abbattuta sul finire dell’Ottocento profuse un lusso straordinario, arredandola, decorandola sala per sala e coprendone le pareti di quadri e i soffitti di affreschi commissionati agli artisti più rinomati presenti in Italia. C’era certamente della piaggeria nel racconto con cui Alessandro Cavallini nel 1878 portava al settimo cielo il contributo dato alle arti da colui che «con il suo eletto ingegno seppe non solo creare una storia a tutte le arti più nobili moderne, ma conservarci ben anco le prove dell’incivilimento e delle glorie degli antichi popoli, ricongiungendo i spazi quasi infiniti dell’arte, partiti da una millenaria barbarie»113; o nella testimonianza di Gaetano Moroni che nel suo Dizionario ricordava con una prosa non proprio sobria una delle imprese più popolari di Alessandro, l’erezione di due obelischi nella villa sulla Nomentana per ricordare entrambi i genitori:

Colonne disvelte dalle viscere de’ monti di Carrara, ed obelischi di granito rosso tagliati dalle cave di Baveno sulla sponda piemontese del Lago Maggiore, solcarono le spumanti onde del mar Tirreno e dell’Adriatico, approdarono al trionfal Tevere per abbellimento de’ palazzi di città e della villa suburbana di sì illustre prosapia114.

Ma, al di là di ogni spettacolarizzazione del ruolo sociale, resta il fatto di un dinamismo imprenditoriale che non conosceva soste, in qualunque campo, non ultimo quello delle arti. Non credo si possa applicare ad Alessandro Torlonia il giudizio di chi ha avanzato l’ipotesi che nel momento in cui termina il fidecommesso si spegne anche il mecenatismo e si estingue «il tipo romano del signore»115.
Poche a Roma, tra le vecchie case patrizie, potevano mantenersi all’altezza di questo tenore di vita e dello stile che vi era connesso. Si ricordi come Madame de Staël all’inizio del secolo aveva descritto ai lettori di Corinne, ou l’Italie il costume abitativo della nobiltà romana rinserrata nei suoi grandi palazzi:

Queste vaste dimore dei principi romani sono deserte e silenziose; i pigri abitanti di questi superbi palazzi si ritirano in qualche piccola stanza appartata, e lasciano che gli stranieri percorrano le loro magnifiche gallerie dove i più bei quadri del secolo di Leone X sono raccolti. I grandi signori romani sono attualmente così estranei al lusso fastoso dei loro antenati, quanto quegli antenati erano estranei alle virtù austere dei romani della repubblica116.

E infatti Michelangelo Caetani, che di quella nobiltà era il rappresentante più illustre ed anche il più moralmente e intellettualmente autorevole, aveva dovuto dividere in appartamenti da affittare il palazzo di via delle Botteghe Oscure, e il suo esempio era stato seguito da altri nobili, altrettanto bisognosi di rimpinguare i loro averi con il danaro dei viaggiatori stranieri («À Rome chaque étranger devient un capital, dont le romain tire le plus gros intérêt possible»)117. Torlonia non ci pensava nemmeno lontanamente118, perché amava spendere e fare delle sue case un laboratorio permanente, con uno spirito mecenatizio che i critici hanno creduto di accostare «solo a quello di Ludovico di Baviera per la sua Monaco»119; sicché le sale del suo palazzo di piazza Venezia, una vera «reggia delle arti» secondo la definizione di Gaetano Moroni120, oltre a ospitare le tele e gli affreschi di Landi e Camuccini, di Podesti e Massabò, oltre ad accogliere le sculture di Canova assieme a quelle dei discepoli di Thorvaldsen (Tenerani, Bienaimé, C. Pistrucci ecc.), attestavano, grazie al concorso di Palagi e di Hayez, il profilarsi di quelle «prime intuizioni che negli anni successivi, trasmigrate a Milano, [...] avrebbero dato vita al romanticismo storico»121. Nessuna meraviglia, dunque, se nel 1841 l’architetto Francesco Gasparoni inserisce nelle sue Prose sopra argomenti di belle arti alcune pagine che intitola “A’ Torlonia le Arti riconoscenti” alle quali fa seguire una sua considerazione quasi obbligata:

Verrà però tempo, né forse è lontano il giorno, in cui si leverà degnamente qualcuno, il quale d’ogni cosa ragionando, farà vedere che niuno in Italia commise oggi agli artefici opere in maggior copia dell’Ecc.ma Casa Torlonia, e che a niuno, meglio che a lei, debbono le arti esser tenute122.

E quanti altri signori potevano vantare a Roma collaboratori della levatura di coloro che circondavano Alessandro? Quanti potevano annoverare in famiglia un poeta come Giovanni, il figlio di Marino, esponente della cosiddetta Scuola romana morto in giovane età lasciando una piccola raccolta di versi non indegni e dopo aver finanziato generosamente la pubblicazione delle poesie dei suoi sodali? Quanti potevano avere al loro fianco un cronista e uno storico? Il primo, destinato a restare anonimo ma certamente ben inserito nell’ambiente di casa Torlonia tanto da essere spesso in viaggio con qualcuno di essi, avrebbe lasciato manoscritti i 19 volumetti del Sommario storico annuale romano, ora conservati nell’archivio del Museo centrale del Risorgimento, racconto preciso e puntuale degli anni dal 1846 al 1869, a giudizio di A. M. Ghisalberti «una delle più compiute cronache che si abbiano dei tempi del pontificato di Pio IX, seria, sicura, piuttosto obiettiva»123. Lo storico, poi, Giuseppe Spada, era stato e sarà qualcosa di più del rievocatore della cosiddetta “rivoluzione romana”: già uomo di fiducia di Giovanni Torlonia che lo aveva assunto nel 1811124, aveva lavorato per anni nel Banco Torlonia salendo fino ad una qualifica di grande responsabilità, quella di procuratore; quando Alessandro deciderà di smettere, sarà a lui, assieme ad altri due “commessi”, Luigi Flamini e Tommaso Piggiani, che nel 1863 affiderà il Banco125. Come storico, dicevamo, Spada, che era fratello di Francesco, il grande amico di Belli, avrebbe lasciato una Storia della rivoluzione di Roma [...] dal 1 giugno 1846 al 15 luglio 1849, informatissima e precisa ricostruzione degli eventi del triennio ben nota agli studiosi che l’hanno considerata a lungo come una testimonianza di parte papalina, il che è senza dubbio vero, a patto però di non dimenticare l’onestà di fondo di un uomo che più che un conservatore era un nostalgico che aveva vissuto con spirito da novello Cacciaguida le trasformazioni umane e sociali che avevano connotato la vita di Roma negli ultimi trent’anni126. Sono, a mio parere, appunto queste presenze accessorie o è la comparsa in famiglia di un poeta a marcare il passaggio dalla fase della distinzione in base al denaro a quella in cui il nucleo familiare acquista un prestigio spiritualmente più elevato127: una presenza non marginale nel campo delle arti è il segno che la nobiltà raggiunta col denaro è anche in grado di smaterializzarsi perché sa andare oltre i suoi limiti naturali.
Tornando a Giuseppe Spada, non è escluso che un certo tono dimesso della sua Storia sia da collegare agli eventi che in quei tre fatidici anni segnarono per i Torlonia se non l’inizio di una crisi quanto meno un certo appannamento del loro fulgore. Va intanto tenuto conto che con il nuovo papa i rapporti non furono così stretti come lo erano stati con Gregorio XVI e con la sua finanza. Se, come mi sembra indubitabile, ciò avvenne, non fu a causa di una preconcetta ostilità di Alessandro verso il nuovo corso, tutt’altro. Del resto, per quanto mi risulta, la collaborazione con Gregorio XVI, ferma restando la religiosità di Alessandro e dato per certo il suo personale contributo alle opere di carità128, non aveva mai comportato un’adesione alla politica temporale della Chiesa, rispetto alla quale il principe, forte della sua inattaccabile posizione economica, si era mantenuto sempre indipendente. Volendo prendere sul serio il sonetto di Belli in cui al papa che gli domanda perché ha introdotto nelle sue tenute l’uso dei cammelli Alessandro risponde che quello è l’animale più adatto alle zone desertiche129, direi che con quei versi il poeta aveva voluto fissare l’immagine di un capitalista che, meritoriamente dedito all’agricoltura a differenza di molti altri nobili, non accettava lo stato di abbandono in cui era lasciata la campagna romana (o credeva fosse lasciata, se dobbiamo prestar fede a recenti ricerche130 che hanno ribaltato il presunto stereotipo dell’incultura proponendo un modello di notevoli trasformazioni agrarie, di cui evidentemente Alessandro, e Belli per lui, non dovevano essere venuti a conoscenza). Con Pio IX la questione dovette essere un’altra, legata probabilmente ai nuovi equilibri interni dell’amministrazione pontificia o ai rapporti di questa con il capitale straniero. Fatto sta che Alessandro, forse anche per una sua stanchezza, parve un po’ alla volta perdere l’ascendente esercitato fin allora sulla vita dello Stato e staccarsi gradualmente dalle sedi dove si prendevano le grandi decisioni.
In verità, all’avvento di Pio IX Alessandro e i fratelli avevano cercato di dare il proprio contributo ai primi successi mediatici e popolari di Pio IX131. Non si limitarono a organizzare feste popolari e fuochi d’artificio, che era in qualche modo la specialità della famiglia, ma andarono oltre, Marino facendosi vedere ad un banchetto patriottico assieme al noto cospiratore Sterbini e a Ciceruacchio, Carlo arruolandosi nella Guardia Civica in rappresentanza del rione Trevi e raccogliendo le iscrizioni altrui132, Alessandro concedendo un prestito di due milioni di scudi a sostegno del riformismo del nuovo papa133 e sponsorizzando altre grosse celebrazioni popolari a cominciare da quella per il perdono ai detenuti politici134. Secondo il fidatissimo Spada, la partecipazione alle manifestazioni di massa non ebbe carattere veramente spontaneo, e se molti nobili, compresi i Torlonia, vi si fecero trascinare, lo si dovette in gran parte alla «paura di passare per retrivo o per non favorevole agli amnistiati»135. Forse non fu molto saggio lasciarsi coinvolgere nell’entusiasmo collettivo o forse fu commesso qualche errore di troppo, se è vero che nessun Torlonia fu inserito nella Consulta di Stato né ebbe parte in qualcuna delle varie commissioni istituite per le riforme e il solo Marino alla fine del 1847 entrò nel primo consiglio comunale di Roma136, cosa che probabilmente lo consolò solo in minima parte del dispiacere procuratogli dall’aver dovuto restituire il ducato di Bracciano137 agli Odescalchi che lo avevano venduto al padre con la clausola dello jus redimendi. Intanto in quegli stessi giorni moriva Carlo, dei tre fratelli colui che aveva consumato la sua vita nell’amore del prossimo, al punto che perfino una giornalista americana in una sua corrispondenza da Roma ne volle sottolineare i meriti cristiani ricordando quanto spirito di carità egli avesse profuso «by giving all he had for the good of others»138; per finire, Alessandro, incluso nell’elenco dei componenti l’Alto Consiglio (che era la Camera alta dello Stato ecclesiastico nel periodo costituzionale), rifiutò di entrarne a far parte139.
Erano tutti segnali dell’inizio di una stagione meno fortunata delle precedenti. Il passaggio al nuovo pontificato si rivelò più difficile di quanto fosse dato prevedere, e probabilmente l’irrompere sulla scena politica e affaristica del cardinale Antonelli e della sua famiglia si tradusse in un’immediata contrazione dei rapporti d’affari del Banco Torlonia con il governo140. Da sempre avulso dalla lotta politica, Alessandro parve allora voler forzare gli sviluppi della situazione in senso liberale, un po’ come aveva fatto il padre nel 1798, e certo ci colpisce il discorso che, poco dopo la nomina a colonnello della Civica, egli rivolse al proprio battaglione, ricordando «ai militi raccolti – ci dice l’archivista Gabrielli – le parole di Mazzini ed il grande significato dei tre colori della offerta insegna, in quanto essi [sono le sue parole] dovevano essere di sprone al conseguimento dell’unità ed indipendenza italiana sotto il principato di Pio IX»141. Effetto di trascinamento emotivo? Può essere; e però, dopo la fuga del papa a Gaeta, Alessandro non solo a differenza di molti altri nobili scelse di restare a Roma, ma addirittura accettò di entrare come consigliere nella commissione municipale istituita dopo la proclamazione della Repubblica142; e se anche nel 1850 chiese ed ottenne di essere ricevuto da Pio IX che ancora si trovava a Terracina, in precedenza, iniziata l’epurazione, si era preoccupato di impedire che venissero colpiti alcuni suoi dipendenti che avevano aderito al regime repubblicano143. Poi tutto si ricompose e nel marzo del 1851, alla prima grande occasione mondana organizzata da Alessandro dopo il ritorno dell’ordine, fece un certo scalpore, e fu notata anche dal “Journal des Débats”, la presenza al ricevimento di alcuni ufficiali del corpo d’occupazione francese.
Nell’insieme si ha tuttavia l’impressione che fosse iniziata per Alessandro e la sua famiglia una fase discendente, quanto meno per ciò che riguarda il primato che da decenni essa esercitava nel panorama finanziario romano. Certo, non si può negare che, come ha dimostrato la Felisini, la presenza di Torlonia sui mercati esteri fosse ancora molto incisiva, ed è d’altronde di questi anni, a partire dal 1853, l’inizio del prosciugamento del Fucino, un impegno ciclopico protrattosi per più di vent’anni il cui esito più che positivo aprì alla coltivazione qualcosa come 16.000 ettari di terreno144 e impose all’economia regionale «una forte virata in senso industriale»145 ridando lustro e prestigio al casato. Ma intanto bisogna prendere atto, ad esempio, dell’assenza di Alessandro dai progetti di sviluppo ferroviario che a metà anni Cinquanta cominciavano ad interessare lo Stato pontificio, progetti che fuori dello Stato lo avevano invece attirato molto inducendolo in passato ad una forte partecipazione nella Compagnie des Chemins de fer du Nord di James Rothschild146. La malattia mentale della moglie, di cui si ha notizia a partire dall’aprile del 1856147, e quella quasi parallela della figlia148 possono spiegare in parte questa perdita d’interesse per gli investimenti e le operazioni finanziarie in area pontificia, ma le cause maggiori devono però stare altrove, probabilmente, come si diceva sopra, nel peso predominante assunto dopo il 1849 dalla famiglia Antonelli149. Non è senza significato che quando nel 1860 Pio ix chiese ad Alessandro un prestito per far fronte alle accresciute spese difensive dello Stato, questi «avrebbe risposto di rivolgersi ai principi romani e specialmente ad Antonelli che ha depositato due milioni alla banca inglese»150. La già ricordata cessione del Banco nel 1863 (Spada che lo rilevò lo liquidò definitivamente nel 1872)151 rappresenta dunque il momento finale del declino nel settore su cui i Torlonia avevano costruito le proprie fortune.
E tuttavia nel 1866 un ultimo grosso colpo arrivò a dimostrare che, malgrado si fosse via via sbarazzato dei teatri comprati dal padre o da lui stesso, in Alessandro non era venuto meno l’amore per le grandi residenze romane, e fu l’acquisto per 700.000 scudi di villa Albani sulla cui facciata egli si affrettò a tramandare ai posteri a lettere maiuscole di bronzo che alexander torlonia vir princeps in melius restituit152. Si respirava ora un’altra aria, l’aria ormai prossima del disfacimento del potere temporale, rispetto al quale la famiglia nel suo complesso parve voler mantenere un certo distacco. Nel gennaio del 1860, quando il papa fu privato delle province del Nord, Alessandro e Marino rifiutano di sottoscrivere l’indirizzo di solidarietà al papa preparato da alcuni rappresentanti della nobiltà nera; allo stesso modo l’anno dopo, pur aderendo sostanzialmente al nuovo regime, evitano di firmare l’atto di riconoscimento del nuovo Regno d’Italia indirizzato da 10.000 romani a Vittorio Emanuele II 153. Quando, nel 1870, le truppe italiane entrano in Roma, la capitolazione della città viene firmata proprio in una sala di villa Albani. In seguito, malgrado la generosità dimostrata da Alessandro Torlonia verso parrocchie e corporazioni religiose soppresse154, malgrado la presenza peraltro non entusiastica nelle liste cattoliche alle amministrative del 1872155 e nonostante una devozione personale resa più assidua dall’incedere della vecchiaia, non corse buon sangue tra lui e le istituzioni ecclesiastiche che non gli perdonavano i buoni rapporti con la casa regnante e gli scambi di cortesie con Giuseppe Garibaldi che era ricorso a lui per avere un sostegno ai suoi progetti di regolazione del corso del Tevere. Piuttosto che una scelta di campo, la sua era solo l’espressione di una signorilità innata e di un amor di patria che, morendo, avrebbe raccomandato ai nipoti «di non confondere mai con quell’eccesso di liberalismo che il più delle volte degenera in licenza e in libertinaggio»156. Dall’altra parte del Tevere non lo vollero intendere e, quando nel febbraio del 1875 apparve sulla “Gazzetta del Regno” il testo del decreto reale che gli concedeva la medaglia d’oro per i lavori del Fucino, i giornali cattolici, credendo di potere additare in lui un traditore, lo attaccarono rinfacciandogli, non si sa con quale logica, il debito di gratitudine che le sue ricchezze dovevano al papato: per quello che potevano capire i suoi untuosi accusatori, la dignitosa replica di Alessandro fu anche una lezione di carità cristiana e di fede nella libertà157.
Sul suo stile di vita c’era poco da dire, modesto e sobrio com’era, prima nella dedizione alla moglie malata (morì nel 1875), poi nella semplicità di una giornata che tornava sempre uguale, sempre dedita al lavoro, capace com’era «a 80 anni, di alzarsi all’alba per andare a visitare qualcuna delle vaste sue tenute»158. Bene o male, poco prima che la moglie morisse aveva risolto il problema della successione e della continuità del nome dando la figlia Anna Maria in moglie a Giulio Borghese a patto che questi assumesse il cognome Torlonia (cui era legato anche il titolo principesco)159: per essere più convincente nella sua proposta dovette compiere un atto di rinunzia a quasi tutti i titoli nobiliari a favore del genero, e questo gli costò parecchio perché gli attirò addosso «l’opposizione fatta dagli altri rami della famiglia»160. Ma almeno morì tranquillo: era l’8 febbraio 1886, e per un giorno lo tennero nella stanzetta di palazzo Torlonia in cui era spirato; poi gli misero il saio dell’ordine francescano di cui era terziario e lo esposero nella galleria che ospitava le più amate tra le sue opere d’arte; infine lo trasportarono a Castel Gandolfo per l’inumazione161. Per la famiglia Torlonia l’Ottocento in un certo senso finì con lui: con ciò che avvenne negli ultimi anni del secolo, con la cessione allo Stato della galleria Torlonia e la demolizione del palazzo di piazza Venezia, fu come se i pezzi migliori di quel patrimonio immobiliare che era stato tanta parte della sua vita lo seguissero nella tomba.

Note

* Testo ampliato dell’intervento presentato alla Settimana di Studi canoviani tenutasi a Bassano del Grappa nell’ottobre 2004.
1. Archivio centrale dello Stato (d’ora in poi acs), L’archivio dell’amministrazione Torlonia. Inventario, a cura di A. M. Giraldi (Quaderni della Rassegna degli Archivi di Stato, 52), Roma 1984.
2. Con la collocazione Fondo Ceccarius, Archivi privati, 1 bis; è intitolato “Regesti dell’archivio Torlonia” e conta complessivamente 265 cartelle. L’indice di detto volume si può leggere nel volume citato alla nota precedente, p. x, nota 3.
3. Di nome faceva Angelo; su di lui e sul contenuto del suo lavoro cfr. ancora il volume citato alla nota 1, pp. ix-xxxiii.
4. V. Spreti e collaboratori, Enciclopedia storico-nobiliare italiana, vol. vi, Edizioni dell’Enciclopedia storico-nobiliare italiana, Milano 1932, p. 654.
5. L’archivista Gabrielli nel volume dattiloscritto cit. alla nota 2, la chiama una volta Lauci (p. 5) e una volta Lange (p. 213).
6. D. Demarco, Il tramonto dello Stato pontificio. Il papato di Gregorio xvi, Einaudi, Torino 1949, pp. 29-30.
7. Stendhal, Passeggiate romane, Laterza, Roma-Bari 1991, p. 331.
8. D. Silvagni, La Corte e la società romana nei secoli xviii e xix, A. Berisio, Napoli 1968, vol. i, p. 88; U. Pesci, I primi anni di Roma capitale, Officina Edizioni, Roma 1971, p. 151.
9. D. Felisini, “Quel capitalista per ricchezza principalissimo”. Alessandro Torlonia principe, banchiere, imprenditore nell’Ottocento romano, Rubbettino, Soveria Mannelli 2004, p. 35, che cita tra le sue fonti la Storia delle famiglie romane di T. Amayden.
10. Gabrielli, “Regesti dell’archivio Torlonia”, cit., p. 5.
11. Se ne veda l’esauriente profilo tracciato da A. M. Giraldi in L’archivio dell’amministrazione Torlonia, cit., pp. xi-xviii.
12. Gabrielli, “Regesti dell’archivio Torlonia”, cit., p. 5.
13. R. De Felice, Aspetti e momenti della vita economica di Roma e del Lazio nei secoli xviii e xix, Edizioni di storia e letteratura, Roma 1965, p. 21.
14. E tuttavia, osserva giustamente L. Barroero, sono i Torlonia «a riproporre su grande scala il modello mecenatizio delle grandi famiglie papali» (L. Barroero, More romano: sovrani e principi, committenti e collezionisti, nel catalogo della mostra Maestà di Roma da Napoleone all’Unità d’Italia, a cura di S. Pinto, L. Barroero e F. Mazzocca, Mondadori Electa, Milano 2003, p. 377).
15. M. Formica, L. Lorenzetti (a cura di), Il Misogallo romano, Bulzoni editore, Roma 1999: la frequenza con cui la famiglia Torlonia vi è presa di mira è indirettamente la prova della spregiudicatezza con cui il banchiere, rifacendosi forse all’origine della sua famiglia, aveva saputo cogliere al volo l’occasione fornita dai contatti con i rappresentanti francesi a Roma.
16. In particolare, cfr. in Formica, Lorenzetti (a cura di), Il Misogallo romano, cit., il sonetto n. 87, p. 259. Sull’episodio cfr. anche il racconto di Silvagni, La Corte e la società romana, cit., vol. i, pp. 314-20; per un inquadramento più ampio rinvio a M. Formica, Sudditi ribelli. Fedeltà e infedeltà politiche nella Roma di fine Settecento, Carocci, Roma 2004, pp. 27 ss., 72 ss.
17. Cfr. ancora Formica, Lorenzetti (a cura di), Il Misogallo romano, cit., p. 261, sonetto n. 89.
18. Silvagni, La Corte e la società romana, cit., vol. ii, p. 369: compare qui un’affermazione interessante riguardo la diversa logica con cui si venivano sviluppando le strategie dei Borghese e dei Torlonia nella comune contrapposizione al papato; la famiglia Borghese, sostiene Silvagni, cospirava «perché aveva francamente abbracciate le idee nuove», la famiglia Torlonia «perché voleva salire ed arricchirsi in tutti i modi».
19. E. Consalvi, Memorie, a cura di M. Nasalli Rocca, Signorelli, Roma 1950, p. 243.
20. R. De Felice, La vendita dei beni nazionali nella Repubblica romana del 1798-99, Edizioni di storia e letteratura, Roma 1960, passim (si vedano in particolare le pp. 61-2).
21. Id., Aspetti e momenti della vita economica, cit., p. 47. Per una ricostruzione assai dettagliata dell’ascesa finanziaria dei Torlonia nello scorcio finale del xviii secolo cfr. Felisini, “Quel capitalista per ricchezza principalissimo”, cit., pp. 48-63.
22 Ivi, p. 55.
23. A. Dufourcq, Le régime jacobin en Italie. Étude sur la République Romaine 1798-1799, Perrin, Paris 1900, pp. 254-5.
24. A. Cretoni, Roma giacobina. Storia della Repubblica Romana del 1798-99, esi, Napoli 1971, p. 342.
25. A proposito delle quali L. Madelin, La Rome de Napoléon. La domination française à Rome de 1809 à 1814, Plon, Paris 1906, p. 43, osserva che «les banquiers comme Torlonia, incapables des grands desseins, spéculaient d’assez mesquine façon».
26. De Felice, La vendita dei beni nazionali, cit., p. 90; cfr. pure, nello stesso volume, le tabelle riepilogative alle pp. 194-5.
27. Cfr. i dati forniti da L. Laudanna, Le grandi ricchezze private a Roma agli inizi dell’Ottocento, in “Dimensioni e problemi della ricerca storica”, 1989, 2, pp. 104-52 (si veda in particolare la tabella di p. 123, che attribuisce a Torlonia un patrimonio del valore di quasi 335.000 scudi).
28. Gabrielli, “Regesti dell’archivio Torlonia”, cit., pp. 217-8.
29. A Tommaso Gargallo, in visita a Roma nel 1821-22, Giovanni Torlonia raccontò di aver prestato un’ingente somma al sovrano piemontese da poco costretto all’abdicazione e di aver riavuto indietro il suo denaro soltanto molti anni dopo: «Quale ne è stato il compenso? – concludeva il banchiere svelando nella noncuranza verso le decorazioni un tratto caratteristico della sua psicologia –. Mi mandò una croce di S. Maurizio e Lazzaro, che io per creanza feci intestare a mio figlio il secondogenito, perché del resto ad un uomo decorato di quella croce non permetterei d’entrare nella mia anticamera» (T. Gargallo, Opere edite ed inedite, vol. i, Memorie autobiografiche, a cura di F. F. di Castel Lentini, s. e., Firenze 1923, p. 163). Quanto a orgoglio, il figlio Alessandro non gli fu da meno, e un giorno che proposero per la figlia un matrimonio regale rispose che «piuttosto che veder sormontata al suo stemma una corona sovrana [...] amò rimanere e rimase Torlonia» (Silvagni, La Corte e la società romana, cit., vol. i, p. 90).
30. Si tratta di Francesco Valentinelli che, attestato sul fronte antirivoluzionario, pubblicherà a Roma nel 1800 un volume di Memorie storiche sulle principali cagioni e circostanze della rivoluzione di Roma e Napoli; la frase riportata sopra è tratta dalla citazione che ne fa De Felice, La vendita dei beni nazionali, cit., p. 61.
31. Madelin, La Rome de Napoléon, cit., p. 388. Risultato di questa inclinazione a navigare in tutti i mari: Torlonia «sera pour Murat, reviendra à Pie vii, gagnant quelques millions à chaque règne» (ivi).
32. Silvagni, La Corte e la società romana, cit., vol. i, p. 89.
33. N. Elias, La società di corte, Il Mulino, Bologna 1980, pp. 60-1 e 65-7, in particolare là dove esamina la condizione degli «appaltatori finanziari» che nella loro scalata sociale non possono «essere equiparati alla nobiltà di spada», come avviene invece per gli alti magistrati, ma «debbono accontentarsi di schiacciarla con le loro ricchezze» (p. 61). Come è noto, l’analisi di Elias si riferisce soprattutto alla Francia dei secoli xvii-xviii.
34. Stendhal, Passeggiate romane, cit., p. 119.
35. La si ricava da P. Boutry, Nobiltà romana e Curia nell’età della Restaurazione. Riflessioni su un processo di arretramento, in M. A. Visceglia (a cura di), Signori, patrizi e cavalieri in Italia centro-meridionale nell’età moderna, Laterza, Roma-Bari 1992, pp. 390-422 (p. 408).
36. G. Caetani Grenier (éd.), Mémoires de la comtesse Rosalie Rzewuska (1788-1865), vol. i, Typ. Cuggiani, Roma 1939, p. 268. Come è noto, la contessa Rzewuska era la madre della prima moglie di Michelangelo Caetani, la cui famiglia aveva ceduto ai Torlonia il feudo e il titolo di Romavecchia.
37. Silvagni, La Corte e la società romana, cit., vol. ii, pp. 369 ss., 377, 384 s.
38. R. De Cesare, Roma e lo Stato del papa. Dal ritorno di Pio ix al xx settembre (1850-1870), Newton Compton editori, Roma 1975, p. 87.
39. Riepiloga i vari momenti del processo di nobilitazione dei Torlonia Boutry, Nobiltà romana e Curia, cit., pp. 408-10; analoga ricostruzione in Felisini, “Quel capitalista per ricchezza principalissimo”, cit., pp. 70 ss. Registra puntualmente tutti questi passaggi, compresa l’ascrizione al Libro d’oro della nobiltà romana concessa dal papa nel 1809, l’archivista Gabrielli nei suoi “Regesti dell’archivio Torlonia”, cit., pp. 7 ss.
40. C. Brice, La Roma dei «francesi»: una modernizzazione imposta, in G. Ciucci (a cura di), Roma moderna, Laterza, Roma-Bari 2002, pp. 349-70 (p. 363). Anche F. Bartoccini, Roma nell’Ottocento. Il tramonto della «città santa». Nascita di una Capitale, Cappelli, Bologna 1985, p. 17, è convinta che Giovanni Torlonia, come gli altri affaristi di fine Settecento, sia l’embrione «non di una classe dirigente (che Roma localmente, prima e dopo il 1870, non esprimerà mai), ma di un ceto più attivo e intraprendente».
41. Bartoccini, Roma nell’Ottocento, cit., pp. 109 e 190, rileva che rispetto alla nobiltà antica quella recente dei Torlonia non si abbassava ad affittare per necessità economiche le stanze dei propri palazzi ma li arredava lussuosamente e li apriva agli ospiti per il puro gusto di esibirne il lusso.
42. Madelin, La Rome de Napoléon, cit.
43. Stendhal, Passeggiate romane, cit., p. 118. Il particolare doveva averlo colpito: poco più oltre trova infatti che quella di Giovanni Torlonia sia una «faccia da avaro» (ivi, p. 186).
44. Id., Correspondance, vol. i, 1800-21, a cura di H. Martineau e V. Del Litto, Gallimard, Paris 1962, p. 903, lettera del 10 aprile 1918.
45. A. Chigi, Diario dall’anno 1830 al 1855, a cura di C. Fraschetti, 2 voll., Filelfo, Tolentino 1906, vol. i, p. 20. Documenti sull’episodio sono conservati in acs, Fondo Torlonia, b. 197.
46. Stendhal, Passeggiate romane, cit., p. 119.
47. Silvagni, La Corte e la società romana, cit., vol. iii, pp. 127 ss. e 234 («le juif Torlonia»).
48. G. G. Belli, Sonetti, con introduzione di C. Muscetta e a cura di M. T. Lanza, Feltrinelli, Milano 1965, vol. iii, p. 1497.
49. Stendhal, Passeggiate romane, cit., p. 331.
50. Silvagni, La Corte e la società romana, cit., vol. iii, p. 236.
51. F.-R. de Chateaubriand, Mémoires d’outre tombe, M. Levaillant, G. Moulinier (éd.), 2 voll., Gallimard, Paris 1951, vol. ii, p. 219 (lettera a M.me Récamier dell’8 novembre 1828).
52. Ne parla W. L. Vance, America’s Rome, Yale University Press, New Haven 1989, vol. ii, p. 186.
53. P. Boutry, La Restaurazione (1814-1848), in Ciucci (a cura di), Roma moderna, cit., pp. 371-413 (p. 396). E. Sereni, Il capitalismo nelle campagne (1860-1900), Einaudi, Torino 1968, p. 144, afferma che «all’epoca della costituzione del nuovo Regno» i Torlonia possedevano nel solo Agro romano terreni per «più di 20.000 ettari», ed erano secondi soltanto ai Borghese. In proposito si veda anche il lavoro di Laudanna citato alla nota 27.
54. La citazione è di A. Caracciolo, Da Sisto v a Pio ix, in M. Caravale, A. Caracciolo, Lo Stato pontificio da Martino v a Pio ix, utet, Torino 1978, p. 698.
55. Boutry, La Restaurazione, cit., p. 398.
56. Lo si può vedere riprodotto nell’opera di N. La Marca, La nobiltà romana e i suoi strumenti di perpetuazione del potere, 3 voll., Bulzoni, Roma 2000, che lo dice depositato presso l’Istituto di Studi Romani, dove invece è conservata solo una riproduzione fotografica del quadro.
57. Elias, La società di corte, cit., pp. 58-9.
58. Le divergenze furono appianate grazie all’intervento di Giuseppe Valadier che suggerì la soluzione giusta (cfr. L’archivio dell’amministrazione Torlonia, cit., p. 121, e Felisini, “Quel capitalista per ricchezza principalissimo”, cit., p. 67; ma si vedano anche le lettere autografe di Canova in acs, Fondo Torlonia, b. 197). Stendhal, Passeggiate romane, cit., p. 119, parla di «riflettori sistemati su indicazione dello stesso Canova»; cfr. la scheda di E. di Majo in Maestà di Roma, cit., p. 411. L’opera, ceduta allo Stato italiano nel 1901, è oggi in deposito presso la Galleria nazionale d’arte moderna di Roma.
59. Elias, La società di corte, cit., pp. 49-50.
60. Gabrielli, “Regesti dell’archivio Torlonia”, cit., p. 93.
61. Ivi, pp. 195-206; cfr. anche La grande enciclopedia di Roma, a cura di C. Rendina, Newton Compton, Roma, pp. 1208, 1211. Annota Agostino Chigi nel suo Diario dall’anno 1830 al 1855, cit., vol. ii, p. 104, che nel febbraio 1850 un avviso al pubblico rese noto che i teatri Tordinona, Alibert e Argentina erano messi in vendita «colle case annesse».
62. Torlonia “Krösus von Rome”. Geschichte einer Gelddynastie è appunto il titolo di una vecchia monografia di H. von Hülfen (Bruckmann, München 1940).
63. La Marca, La nobiltà romana, cit., vol. iii, p. 1085.
64. Barroero, More romano: sovrano e principi, cit., p. 377.
65. Citato da F. Bartoccini, Roma nell’Ottocento, cit., p. 278.
66. F. Mazzocca, Pinxit Romae: la pittura di storia, in Maestà di Roma, cit., pp. 333-6 (p. 335).
67. «Il mecenatismo artistico di Giovanni e Alessandro Torlonia era funzionale alla crescita della loro forza economica, non solo strumento di potere, ma anche strumento diretto per l’allargamento dell’area di affari del Banco»: così C. Poppi, La nobiltà del censo: i Torlonia e Roma, in Maestà di Roma, cit., pp. 406-10 (p. 407).
68. L. Barroero, S. Susinno, Roma arcadica capitale universale delle arti del disegno, estr. da Studi di Storia dell’Arte, 10, Ediart, Todi 1999, p. 133.
69. Il tutto sottolineato con enfasi adeguata da Gabrielli, “Regesti dell’archivio Torlonia”, cit., pp. 95-109.
70. Boutry, La Restaurazione, cit., p. 410.
71. Felisini, “Quel capitalista per ricchezza principalissimo”, cit., pp. 81-2; un rapido profilo della famiglia è quello tracciato da M. Caffiero, Torlonia, in V. Reinhardt, Le grandi famiglie italiane. Le élites che hanno condizionato la storia d’Italia, Neri Pozza, Vicenza 1996, pp. 592-6. Infine molte notizie sulle vicende umane, patrimoniali e sociali della famiglia si trovano sparse qua e là in G. Moroni, Dizionario d’erudizione storico-ecclesiastica, 103 voll., Tipografia Emiliana, Venezia 1840-61, per la cui consultazione si suggerisce di guardare il vol. vi degli Indici, ivi, 1879, ad nomen Torlonia.
72. Stendhal, Passeggiate romane, cit., p. 118.
73. Felisini, “Quel capitalista per ricchezza principalissimo”, cit., p. 89. Con l’occasione Marino ottenne il titolo onorifico di duca di Poli e Guadagnolo.
74. Gabrielli, “Regesti dell’archivio Torlonia”, cit., p. 71.
75. Ivi, p. 95; Chigi, Diario, cit., vol. ii, p. 205.
76. Felisini, “Quel capitalista per ricchezza principalissimo”, cit., pp. 91-3.
77. Ivi, pp. 85-6. Oltre al più volte citato volume di Felisini, è dedicato ad Alessandro Torlonia ed offre molte notizie su di lui in chiave encomiastica il volumetto di A. Cavallini, Uomini illustri romani del secolo xix, Tip. Puccinelli e C., Roma 1878; cfr. inoltre Silvagni, La Corte e la società romana, cit., vol. i, pp. 88-90.
78. In proposito cfr. l’ampia e dettagliata ricostruzione di Felisini, “Quel capitalista per ricchezza principalissimo”, cit., pp. 86-95.
79. G. Montroni, Alcune riflessioni sulle storie di famiglia in età contemporanea, in “Studi storici”, xxvii, 1986, pp. 901-13 (pp. 901-2).
80. Gabrielli, “Regesti dell’archivio Torlonia”, cit., pp. 73-80.
81. Cfr. M. Tosi, La società romana dalla feudalità al patriziato 1816-1853, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 1968, p. 156.
82. Gabrielli, “Regesti dell’archivio Torlonia”, cit., p. 39.
83. Stendhal, Passeggiate romane, cit., pp. 119-20. «Letteralmente idiota» definisce Marino, indicandolo con le sole iniziali del nome, un altro francese bene introdotto nella società romana negli anni che precedono la fine del papato temporale: L. Delâtre, Ricordi di Roma, Tipografia della Gazzetta d’Italia, Firenze 1870, p. 139.
84. Felisini, “Quel capitalista per ricchezza principalissimo”, cit., p. 93.
85. Ivi, pp. 69, 146, 206.
86. Chateaubriand, Mémoires d’outre tombe, cit., vol. ii, p. 321 (lettera del 25 febbraio 1829).
87. Così Cavallini, Uomini illustri romani, cit. p. 24.
88. I dati in acs, Fondo Torlonia, b. 266/23.
89. Silvagni, La Corte e la società romana, cit., vol. iii, pp. 221-44.
90. Ivi, vol. iii, p. 236; e si veda pure Vance, America’s Rome, cit., vol. i, p. 185.
91. In proposito cfr. G. Monsagrati, Roma nel crepuscolo del potere temporale, in L. Fiorani, A. Prosperi (a cura di), Roma, la città del papa. Vita civile e religiosa dal giubileo di Bonifacio viii al giubileo di papa Wojtyla, (Storia d’Italia, Annali, 16), Einaudi, Torino 2000, pp. 1007-58 (p. 1015).
92. N. W. Senior, L’Italia dopo il 1848. Colloqui con uomini politici e personaggi eminenti italiani, Laterza, Bari 1937, pp. 189 ss., 222, 237.
93. Vance, America’s Rome, cit., vol. i, p. 186.
94. Gabrielli, “Regesti dell’archivio Torlonia”, cit., p. 135.
95. Su questa componente importante del patrimonio immobiliare si vedano Moroni, Dizionario, cit., vol. li, pp. 7-8; Gabrielli, “Regesti dell’archivio Torlonia”, cit., pp. 195 ss.; Felisini, “Quel capitalista per ricchezza principalissimo”, cit., pp. 70-3; A. Campitelli, Villa Torlonia: storia e architettura, Palombi, Roma 1989.
96. Pesci, I primi anni di Roma capitale, cit., p. 152.
97. Belli, I sonetti, cit., vol. iii, p. 1496.
98. D. Felisini, Le finanze pontificie e i Rothschild 1830-1870, Edizioni scientifiche italiane, Napoli 1990.
99. G. Spada, Storia della rivoluzione di Roma e della restaurazione del governo pontificio dal 1 giugno 1846 al 15 luglio 1849, 3 voll., Pellas, Firenze 1868-70, vol. i, p. 160.
100. Moroni, Dizionario, cit., vol. lxxiv, p. 334. Un infortunio capitato ad Alessandro è quello segnalato da G. G. Belli («Torlonia, pochi giorni addietro, pagò settemila scudi in oro, sopra bellissima cambiale falsa») in una lettera del 16 maggio 1838 a Giacomo Ferretti (cfr. Belli, Lettere Giornali Zibaldone, a cura di G. Orioli, Einaudi, Torino 1962, p. 227).
101. Felisini, “Quel capitalista per ricchezza principalissimo”, cit., p. 110. D’intesa con Rothschild, Torlonia collocò tutti i prestiti esteri emessi dallo Stato pontificio durante il pontificato di Gregorio xvi.
102. Chigi, Diario, cit., vol. i, pp. 102-3.
103. Cfr. R. D’Errico, Una gestione bancaria ottocentesca. La Cassa di Risparmio di Roma dal 1836 al 1890, Edizoni scientifiche italiane, Napoli 1999, p. 54.
104. Vincenzo Pianciani al figlio Luigi. Carteggio 1828-1856, a cura di S. Magliani, 4 voll., Gruppo editoriale internazionale, Roma 1993-96, vol. iv: 1850-56, pp. 1802-3.
105. Ne parla, con la consueta puntualità, Felisini, “Quel capitalista per ricchezza principalissimo”, cit., pp. 155-62.
106. Stendhal, Correspondance, cit., vol. iii, p. 119. Sul contesto politico in cui si collocavano queste operazioni finanziarie si veda Bartoccini, Roma nell’Ottocento, cit., pp. 216-8.
107. Ivi, p. 446.
108. Ivi, pp. 446-7.
109. Moroni, Dizionario, cit., vol. lxxvii, p. 191.
110. Cavallini, Uomini illustri romani del secolo xix, cit., p. 8.
111. Stendhal, Correspondance, cit., vol. iii, p. 446; ivi, p. 448, Stendhal attribuisce ai Torlonia anche la privativa dei sali e tabacchi a Napoli.
112. De Cesare, Roma e lo Stato del papa, cit., p. 93; secondo Cavallini, Torlonia aveva «il culto della produzione agraria» (Cavallini, Uomini illustri romani del secolo xix, cit., p. 30).
113. Ibid.
114. Moroni, Dizionario, cit., vol. c, p. 301.
115. Tosi, La società romana, cit., p. 235.
116. Madame de Staël, Corinna o l’Italia, Edizioni Casini, Firenze 1967, p. 135.
117. Caetani Grenier (éd.), Mémoires de la comtesse Rosalie Rzewuska, cit., vol. i, p. 408.
118. Bartoccini, Roma nell’Ottocento, cit., p. 109.
119. Il giudizio è di Elena di Majo: lo riprendo da Poppi, La nobiltà del censo, cit., p. 407.
120. Moroni, Dizionario, cit., vol. li, p. 8.
121. Poppi, La nobiltà del censo, cit., p. 409. Cfr. anche J. Birkedal Hartmann, La vicenda di una dimora principesca romana. Thorwaldsen, Pietro Galli e il demolito palazzo Torlonia a Roma, Palombi, Roma 1967.
122. Il brano di Gasparoni è riportato da Moroni, Dizionario, cit., vol. c, p. 301.
123. A. M. Ghisalberti, Una fonte importante per la storia del Risorgimento romano, in Id., Momenti e figure del Risorgimento romano, Giuffré, Milano 1965, pp. 4-23 (p. 4).
124. Lo ricorda lo stesso Spada, Storia della rivoluzione di Roma, cit., vol. i, p. 8. Sui suoi rapporti con il Banco Torlonia si veda Silvagni, La Corte e la società romana, cit., vol. iii, pp. 242-3.
125. acs, Fondo Torlonia, b. 265/21: è la copia dell’atto di liquidazione del banco e del passaggio a Spada, Flamini e Piggiani; cfr. anche Felisini, “Quel capitalista per ricchezza principalissimo”, cit., p. 221.
126. Su Spada storico cfr. P. Maraldi, Giuseppe Spada storico della rivoluzione romana, Edizioni dell’Ateneo, Roma 1953; sui documenti su cui è imperniata la sua ricostruzione E. Michel, La raccolta Spada dell’Archivio Vaticano, in Rassegna storica del Risorgimento, xii, 1925, pp. 177-81.
127. Sull’evoluzione delle aspirazioni dei “finanzieri” ad essere assimilati alla nobiltà rinvio ancora una volta alle considerazioni di Elias, La società di corte, cit., pp. 65-7.
128. G. G. Belli: «jeri sposò er prencipe Turloni / quer prencipe che spenne li mijoni / pe assiste er poverello e dàje pane» (sonetto senza titolo, n. 1956, in Belli, Sonetti, cit., vol. iv, p. 2052). A proposito del matrimonio con Teresa Colonna, celebrato il 16 luglio 1840, alla Biblioteca nazionale centrale Vittorio Emanuele di Roma si conserva un foglio volante di 4 facciate (Roma, Tip. Salviucci, 1840) che reca sulla prima pagina la seguente dedicatoria: «Alla Eccellenza del Duca Alessandro Torlonia nelle auspicatissime nozze con S. E. Donna Teresa Colonna D’Oria gl’impiegati della sua casa di Banco in attestato di esultanza, gratitudine e rispetto offrono le seguenti rime»: si tratta di due sonetti in lingua italiana, uno dei quali reca in calce un’annotazione a matita che lo attribuisce a Belli; l’altro sonetto è di Francesco Spada. Il foglio volante è inserito in un raccoglitore che reca il titolo “Stampe che facevano parte del carteggio di Giuseppe Gioacchino Belli”.
129. Si tratta del sonetto “Nove bèstie nòve”, n. 1978 dell’edizione citata dei Sonetti, vol. iv, p. 2076.
130. In particolare M. Caffiero, L’agricoltura nello Stato pontificio, in I. Zilli (a cura di), Lo Stato e l’economia tra Restaurazione e Rivoluzione, vol. i, L’agricoltura (1815-1848), Edizioni scientifiche italiane, Napoli 1997, pp. 137-61.
131. Brevi cenni in Felisini, “Quel capitalista per ricchezza principalissimo”, cit., pp. 150 e 219.
132. Spada, Storia della rivoluzione di Roma, cit., vol. i, pp. 207 e 244.
133. Moroni, Dizionario, cit., vol. lxxiv, p. 339.
134. Vincenzo Pianciani al figlio Luigi, cit., vol. ii, p. 1167 (lettera da Roma in data 22 giugno 1846).
135. Spada, Storia della rivoluzione di Roma, cit., vol. i, p. 249.
136. La notizia è in M. Bocci, Il municipio di Roma tra riforma e rivoluzione (1847-1851), Istituto nazionale di studi romani, Roma 1995, p. 145.
137. «Le jour où don Marino fut contraint de sortir de son vieux donjou, il pleura comme Bloabdil chassé de Grenade»: così L. Colet, L’Italie des Italiens, 4 voll., E. Dentu, Paris 1864, vol. iv, p. 402 (la Colet si mostra in grande confidenza con Marino, ma questo non le impedisce di ironizzare sui suoi continui timori di compromettersi politicamente). Vedi anche Felisini, “Quel capitalista per ricchezza principalissimo”, cit., p. 95.
138. M. Fuller, “These sad but glorious days”. Dispatches from Europe, 1846-1850, edited by L. J. Reynolds and S. Belasco Smith, Yale University Press, New Haven & London 1991, p. 200.
139. Spada, Storia della rivoluzione di Roma, cit., vol. ii, p. 331.
140. Colet, L’Italie des Italiens, cit., vol. iv, pp. 84-5, attribuisce a Marino una battuta destinata a colpire il card. Antonelli nella sua veste di presunto esportatore di capitali.
141. Gabrielli, “Regesti dell’archivio Torlonia”, cit., p. 24.
142. Bocci, Il municipio di Roma, cit., p. 150. Accenna al rapporto con le autorità repubblicane Felisini, “Quel capitalista per ricchezza principalissimo”, cit., p. 150.
143. Cavallini, Uomini illustri romani del secolo xix, cit., p. 15.
144. Sereni, Il capitalismo nelle campagne, cit., p. 282.
145. C. Felice, Da «obliosa contrada» a laboratorio per l’Europa. Industria e agricoltura dall’Unità ai nostri giorni, in Storia d’Italia. Le regioni dall’Unità a oggi. L’Abruzzo, a cura di M. Costantini e C. Felice, Einaudi, Torino 2000, pp. 223-493 (p. 321).
146. Felisini, “Quel capitalista per ricchezza principalissimo”, cit., pp. 178-9.
147. Cfr. in proposito Delâtre, Ricordi di Roma, cit., p. 139, che ricorda i ripetuti tentativi di suicidio messi in atto dalla donna gettandosi nel vuoto e vanificati riempiendo il cortile di palazzo Torlonia «di paglia e di materasse; così, quando la infelice giungeva a sottrarsi alla vigilanza dei suoi custodi, cadeva senza farsi alcun male». Sul lungo soggiorno romano di questo memorialista si veda Colet, L’Italie des Italiens, cit., vol. iv, pp. 99-100.
148. Ne parla F. Gregorovius, Diari romani 1852-1874, a cura di A. M. Arpino, Avanzini Torraca, Roma 1982, p. 68; da allora, racconta U. Pesci, I primi anni di Roma capitale, cit., p. 153, la donna «si ridusse a vegetare inconsciamente fino alla sua morte, avvenuta nel marzo 1875»; a ciò si aggiunga che la seconda figlia, Giovanna, «nacque e visse per alcuni anni – è sempre Pesci che parla – malata di corpo e di mente» (ibid.).
149. L’ipotesi è di Felisini, “Quel capitalista per ricchezza principalissimo”, cit., p. 161.
150. Gregorovius, Diari romani, cit., p. 155.
151. Gabrielli, “Regesti dell’archivio Torlonia”, cit., p. 214.
152. I. Belli Barsali, Le ville di Roma. Lazio i, Rusconi, Milano 1983, p. 312; secondo Gregorovius, Diari romani, cit., p. 352, la villa era costata 3 milioni di franchi.
153. Bartoccini, Roma nell’Ottocento, cit., p. 364. Al doppio rifiuto, che fece scalpore, accenna anche Gregorovius, Diari romani, cit., pp. 138 e 209.
154. Gabrielli, “Regesti dell’archivio Torlonia”, cit., pp. 99-109.
155. Bartoccini, Roma nell’Ottocento, cit., pp. 623-4.
156. Lo scrisse nel testamento, come ricorda E. Perodi, Roma italiana, 1870-1895, a cura di B. Brizzi, Centro romano editoriale, Roma 1980, p. 574.
157. Ivi, pp. 209-11.
158. Pesci, I primi anni di Roma capitale, cit., p. 53.
159. Chiarisce bene la questione A. M. Giraldi nella sua introduzione a L’archivio dell’amministrazione Torlonia, cit., p. xxv, ove si rinvia ai documenti conservati nella b. 197, fasc. 116.5.
160. Pesci, I primi anni di Roma capitale, cit., p. 153.
161. Per questa descrizione si rinvia a Perodi, Roma italiana, cit., pp. 573-4.