Per la Mamma e per la Patria.
La rappresentazione della madre
del caduto negli opuscoli commemorativi della prima guerra mondiale

di Olivia Fiorilli

 

La prima guerra mondiale rappresentò, sotto molti aspetti, un momento di svolta anche nella percezione dei contemporanei. La durezza del conflitto mostrò il volto distruttivo di quel progresso che era apparso fino a quel momento interamente positivo, almeno per le classi abbienti. Furono molte le speranze e le aspettative che, in quei cinque anni, andarono incontro ad una tragica smentita: la guerra non fu breve né di movimento; rare, se non nulle, si rivelarono le possibilità di dar prova di eroismo in uno scontro sostanzialmente deciso dalla potenza tecnologica dei contendenti. Le caratteristiche della grande guerra e le sue modalità di combattimento non mancarono di influenzare la percezione che di sé avevano i soldati. La forzata immobilità, l’impersonalità dei nuovi strumenti di distruzione, l’arbitrarietà della morte che giungeva spesso al di fuori del combattimento rappresentavano radicali rovesciamenti della concezione che della guerra e del combattente si aveva fino al 19141. La passività era insomma la caratteristica precipua del fante della prima guerra mondiale. Mentre migliaia di uomini subivano quest’esperienza traumatica le donne, nelle retrovie, supplivano alla loro assenza lavorando, gestendo la famiglia, tenendo i rapporti con l’esterno: un’ondata di retorica e di propaganda ne accompagnò l’ingresso nello spazio pubblico e la presunta sostituzione degli uomini2.
Tutto ciò poteva potenzialmente sfociare in un momento di ridefinizione dell’identità di genere. Sintomi di crisi non mancarono di manifestarsi in Italia se non nell’atteggiamento ostile con cui spesso erano accolte le nuove lavoratrici o nel sospetto che circondava la condotta sessuale di molte donne (che fossero le giovani operaie da poco inurbate, le mogli a lungo abbandonate a se stesse, le abitanti delle zone limitrofe al fronte), quantomeno nella retorica familista e antifemminista del dopoguerra. Tra le tante possibili immagini femminili non è un caso che quella rassicurante della madre abbia assunto un ruolo di spicco nella propaganda. La rispettabilità garantita alle donne impegnate nell’assistenza – dalle madrine dei soldati alle infermiere, passando per le dame di carità – era anche frutto del ruolo di «madri di tutti», per usare un’efficace espressione di Gibelli3, assegnato loro. Ma l’immagine della madre non mancava di essere sfruttata direttamente dalla propaganda bellica. Indicativi sono a questo proposito i giornali di trincea, che videro una grande fioritura dopo la rotta di Caporetto e il cambio ai vertici dell’esercito. In queste pubblicazioni la rassicurante autorità materna, familiare e lontana dell’astratto nazionalismo, poco “adatto” ai soldati semplici, veniva brandita, talvolta con toni morbosi, come sprone per ogni soldato a compiere il proprio dovere.
Tra le possibili rappresentazioni della madre prevalse quella della donna coraggiosa che in assenza del figlio – e del marito – stringeva i denti e mandava avanti casa e famiglia. A tornare in auge fu l’immagine della madre sacrificale cara al Risorgimento, periodo che infatti dettò il tono di molta retorica patriottica. Alle donne veniva richiesto non più di impegnarsi o, meglio, di sacrificarsi per il benessere dei figli, come era stato loro domandato nel cinquantennio precedente, ma di debellare l’eccessiva protettività, o peggio “possessività”, che si riteneva annidata nell’amore materno. La gamma degli atteggiamenti “eccessivi” ed escludenti dei doveri patriottici venne raccolta sotto la denigratoria definizione di «maternità egoistica»4.
D’altra parte, nel dopoguerra i riconoscimenti al ruolo svolto dalle donne durante il conflitto furono condensati negli ampi omaggi alle madri dei caduti. Nel 1926 si procedette alla costruzione nella chiesa di Santa Croce a Firenze di un monumento alla madre italiana, che la rappresentava attraverso la figura della Pietà. Una proposta di legge avanzata da Mussolini nel 1925 avrebbe dovuto allargare il suffragio nelle elezioni amministrative ad alcune categorie di donne tra le quali figurava, insieme alle vedove di guerra e alle decorate, quella delle madri dei caduti. La cerimonia di inumazione del milite ignoto, comune a diversi paesi europei, fu caratterizzata in Italia dalla presenza centrale della madre di un disperso triestino, Maria Bergamas. D’altro canto, alle italiane, al contrario di quanto avvenne in altri paesi belligeranti, non venne riconosciuto il diritto di voto. Se la madre del soldato appare centrale nel culto pubblico dei caduti del conflitto, il suo ruolo non è minore in una particolare forma di celebrazione della perdita a metà strada tra il lutto pubblico e quello privato: gli opuscoli commemorativi.

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Le fonti: struttura e contenuto

Durante il conflitto e dopo la sua cessazione – alcuni sono stati pubblicati anche negli anni Trenta – si diffuse su larga scala, in Italia, la pratica di pubblicare opuscoli in memoria di uno o al massimo due caduti5. Si tratta di un fenomeno tipicamente italiano che lo storico tedesco Oliver Janz6, nei suoi studi sul tema, ha ricollegato alla pratica prebellica di pubblicare testi simili in occasione della morte di parenti, colleghi, amici. Ad espandere questo fenomeno contribuirono diversi fattori: in primo luogo la diffusione su larga scala della morte provocata dal conflitto – in un momento, per di più, nel quale i progressi in molti campi ne aveva allontanato lo spettro dalla vita quotidiana. Secondariamente l’orrore della morte in guerra, che riguarda per lo più le giovani generazioni; infine la necessità di elaborare il lutto privato al di fuori dei circuiti di commemorazione pubblica dei caduti. Questi opuscoli, di cui si contano più di duemila esemplari diffusi in tutta la penisola ma principalmente nel Centro-Nord, raccolgono in prevalenza lettere, testi poetici o diari dell’estinto, discorsi e scritti commemorativi di parenti, amici, insegnanti, sacerdoti, messaggi di condoglianze inviati ai parenti del defunto, articoli di giornale che ne segnalano la morte o lettere di commilitoni che, per lo più, ne descrivono la dinamica: tutto quanto, insomma, possa ricordare il caduto e il suo sacrificio per la patria. Questa messe di scritti della più diversa natura è, inoltre, spesso accompagnata da una biografia del defunto che, in alcuni casi, fa da filo conduttore attraverso i diversi testi.
La struttura degli opuscoli di necrologio non è fissa: a volte consiste nella giustapposizione di una serie di documenti, altre volte prevede una narrazione coerente. I destinatari degli scritti dovevano essere principalmente amici, parenti o associazioni e la loro diffusione era prevalentemente locale. I defunti commemorati sono in parte personaggi noti – Cesare Battisti, Scipio Slataper, Francesco Baracca, ecc. – in parte combattenti sostanzialmente ignoti al grande pubblico. Questa seconda categoria è stata presa in considerazione in questo studio, con l’unica eccezione dell’opuscolo dedicato a Giosuè Borsi, personalità nota in ambiente cattolico.
Il culto dei caduti attraverso questi opuscoli commemorativi riguarda prevalentemente il ceto borghese medio-alto e soprattutto la sua parte più colta. Non solo, infatti, la loro pubblicazione rappresentava una spesa, nonostante la tiratura non fosse alta, ma l’elaborazione di questi testi non doveva essere alla portata di tutti. In effetti la maggioranza dei caduti commemorati era in possesso di un titolo di studio superiore o aveva frequentato – o per lo più stava frequentando al momento della partenza per il fronte – l’università. È inoltre alto, tra i caduti celebrati da un opuscolo, il numero dei professionisti: avvocati, medici, insegnanti. Molte sono infine le medaglie d’oro e i combattenti volontari: tutti questi elementi contribuiscono a rivelare una certa omogeneità di provenienza sociale e livello culturale dei caduti cui sono dedicate le pubblicazioni e, conseguentemente, delle loro famiglie.
Gli opuscoli dedicati a defunti ignoti al grande pubblico sono per lo più curati dalla famiglia (prevalentemente quella d’origine), in misura minore da amici, colleghi, sacerdoti, ex insegnanti o infine da associazioni – laiche o religiose – cui il combattente era legato. Anche quando l’opuscolo non è curato dalla famiglia, tuttavia, questa vi ha un ruolo centrale grazie ai vari interventi nella stesura del testo e, più direttamente, grazie agli scritti dei congiunti che spesso accompagnano gli altri testi. Tra i familiari che a qualche titolo intervengono negli opuscoli i più presenti sono i genitori, probabilmente i più colpiti dall’innaturalità e dall’ingiustizia della perdita prematura dei figli.
La famiglia è, a ben vedere, il perno centrale di queste pubblicazioni: se commemorano e glorificano il caduto e il suo sacrificio per la patria, esse hanno parimenti, secondo Janz, il compito di celebrare il nucleo familiare. Questo risulta tanto più chiaro se si considera che il fatto di aver reso un figlio alla patria era considerato un punto di merito per la famiglia, la quale veniva in qualche modo risarcita, attraverso il pubblico riconoscimento, della perdita subita. È quindi plausibile che essa avesse un certo interesse ad autorappresentarsi sotto una luce ritenuta accettabile. Non si tratta evidentemente di un caso se i caduti per malattia – morte ritenuta poco onorevole –, sono solo il 15% del campione preso in esame da Janz nella bibliografia Non omnis moriar. I combattenti morti in prigionia, poi, non sono praticamente presenti tra i commemorati negli opuscoli – segnale peraltro chiaro di quanto il tentativo di discredito dei prigionieri di guerra messo in atto dalla propaganda ufficiale avesse raggiunto il proprio scopo. Collocandosi in un punto intermedio tra culto pubblico e privato, «a metà strada tra lutto individuale e significazione patriottica, tra famiglia e nazione, superamento esistenziale della crisi e strumentalizzazione politica»7, questi opuscoli rappresentano un materiale prezioso per sondare la permeabilità tra le famiglie borghesi delle suggestioni del nazionalismo, ma anche per valutare il livello di accettazione delle strategie di elaborazione del lutto e dei miti proposti dalla propaganda bellica e postbellica.
Seguendo immaginari cerchi concentrici, che dal caduto conducono alla sua famiglia, si può affermare che l’ultimo cerchio, il cuore nascosto della strategia consolatoria di gran parte di questi testi, sia la madre del caduto. È la madre a dover essere consolata per la perdita, quest’ultima è al centro, grazie all’amore reciproco che la lega al figlio, della maggior parte dei discorsi commemorativi ed è sovente l’interlocutrice privilegiata delle lettere del defunto.
Tuttavia la madre del caduto prende solo raramente la parola negli opuscoli. Nel campione esaminato in Non omnis moriar quelle femminili sono solo il 5% delle voci presenti. A prendere la parola, come si vedrà più avanti, sono molto più spesso fratelli, sacerdoti o professori del defunto. Il ruolo di oggetto e quasi mai di soggetto del discorso, che la madre assume in questi opuscoli, però, li rende particolarmente interessanti dal nostro punto di vista. L’immagine materna che emerge dai testi è infatti mediata dalla rappresentazione che la famiglia voleva dare di sé e dei suoi membri. E tra le immagini rintracciabili nei diversi opuscoli si può ravvisare una certa omogeneità. Certo bisogna fare delle distinzioni. Prima di tutto, ovviamente, dalle lettere dei caduti emergono con forza storie differenti, differenti relazioni e soprattutto una gran varietà di donne e di madri. Tuttavia si può ipotizzare che la possibilità di selezionare il materiale da pubblicare permettesse una conscia o inconscia censura delle discrasie più evidenti tra “modello” e “realtà”. Inoltre, negli opuscoli nei quali le lettere del caduto sono state pubblicate tutte indistintamente, l’immagine che della madre emerge è comunque mediata dallo sguardo del figlio al fronte.
Nei casi di intervento in prima persona delle madri, invece, è possibile verificare l’aderenza delle autorappresentazioni di queste alle rappresentazioni proposte dagli opuscoli. Bisogna tenere conto, però, del fatto che le madri, presumibilmente, intervenivano nella composizione delle pubblicazioni e nella scelta del materiale, e che quindi, probabilmente, condividevano la raffigurazione della maternità che da questi emergeva.
Gli opuscoli presi in considerazione per la ricerca sono 94, selezionati sulla base della già citata bibliografia Non omnis moriar, curata da Oliver Janz e Fabrizio Dolci. Questa a sua volta considera 2.305 pubblicazioni. Gli opuscoli esaminati sono stati scelti tra quelli presenti a Roma – e più precisamente conservati presso la Biblioteca di Storia Moderna e Contemporanea – dando la priorità a quanti contengono lettere del commemorato o discorsi e scritti di necrologio. Alcuni caduti sono celebrati da più di una pubblicazione; spesso si tratta di ristampe parzialmente modificate, ma a volte i curatori sono differenti: in questo caso ho considerato i diversi opuscoli. Dato il numero esiguo dei testi presi in considerazione le considerazioni formulate nel corso della trattazione non pretendono di avere un valore scientifico o statistico: valgano come osservazioni passibili di essere sviluppate attraverso un esame più sistematico delle fonti, ma che possono servire da spunti di riflessione per la lettura di questi opuscoli. Passiamo ora ad un esame più approfondito dei testi.

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La rappresentazione del legame madre-figlio

A saltare subito all’occhio è la centralità che nella gran parte di questi opuscoli assume il legame tra il caduto e sua madre. «È infatti soprattutto l’amore del soldato per la madre ad essere celebrato e glorificato. L’apoteosi dell’amore filiale può dunque essere interpretata come compensazione simbolica dell’amore materno, in quanto ripristino rituale del legame rescisso dalla morte»8, scrive Janz. Si potrebbe affermare che molti di questi opuscoli siano la descrizione della relazione che lega questa coppia, raccontata direttamente attraverso le lettere del figlio o indirettamente attraverso i discorsi e gli scritti di necrologio. Nell’infanzia dei commemorati, quando essa viene rievocata, questo amore è quasi sempre centrale, e tale resta nella vita del soldato al fronte. L’affetto speciale che lega la coppia, ma soprattutto l’amore esclusivo del combattente per la madre è quasi un topos in questi scritti. Colpisce infatti la ripetitività di alcune formule. «Affezionatissimo alla famiglia, particolarmente alla Mamma»9, si legge nell’opuscolo dedicato a Francesco D’Amore: quest’affermazione potrebbe riguardare ugualmente la maggior parte dei commemorati. La mamma è sempre, nel cuore del combattente, un passo avanti alla pur amatissima famiglia. La madre è d’altronde il polo affettivo riconosciuto della famiglia borghese, la rappresenta in qualche modo tutta quanta. Se un tema di fondo degli opuscoli è l’accostamento-giustapposizione tra patria e famiglia, pubblico e privato, interessante è notare che tra gli schemi ricorrenti attraverso i quali viene sottolineato il legame madre-figlio vi sia l’accostamento del binomio “Madre” e “Patria”. Nell’opuscolo dedicato a Biante Remagni, ad esempio, si legge «Due amori si confondevano nel suo cuore, fiorito l’Uno sulle braccia della mamma, sui libri di storia l’Altro. / Madre e Patria, e forse… Patria e madre!»10. L’inversione dei termini “patria” e “madre” che occorre nell’ultima parte della frase sottolinea l’inevitabile e finale vittoria della prima sulla seconda: il senso del dovere alla fine fa prevalere un legame sull’altro. L’accostamento dei due termini è utilizzato anche dai soldati al fronte11.
Tuttavia quello con la madre resta in circostanze normali il legame primario. Legame forte al punto da poter potenzialmente rappresentare un ostacolo all’adempimento del dovere di soldato. L’unica nota dolorosa della partenza per il fronte è di solito la sofferenza che il giovane sa di infliggere alla famiglia e in particolare alla madre, oltre che la lontananza da questa. Il distacco dalla mamma può essere «uno sforzo supremo, indicibile»12, il pensiero di lei può «assillare» e «tormentare». È il caso del sottotenente e medaglia d’argento Dino De Focatiis, nel quale, ovviamente, ha alla fine prevalso il senso del dovere: «questo naturale e nobile sentimento – si legge nell’opuscolo dedicatogli – era vinto dalla visione imperiosa del dovere»13. Nell’economia del discorso commemorativo, in effetti, l’attaccamento alla madre e il potenziale negativo che esso porta con sé è una moneta ben spendibile nell’esaltazione del caduto come nella ricerca di un senso per la perdita: quanto più è difficile recidere il legame, tanto più forte è il patriottismo del soldato e, di conseguenza, ineluttabile e giusto il suo sacrificio. Si legge in un discorso commemorativo dedicato ad Edgardo Cangini:
Il suo più grande, se non pure unico, affetto fu per la famiglia; e per la madre soprattutto… per la mamma poi aveva un’adorazione addirittura religiosa. Non sarebbe stato possibile trovare in lui un sentimento che superasse l’amore verso la mamma. Eppure questo affetto, che caratterizzava la sua anima gentile, veniva posposto al sentimento del dovere, che Egli sempre pose innanzi a tutto14.

La volontarietà del sacrificio del commemorato è un elemento molto importante della strategia consolatoria messa in atto attraverso questi testi. La morte prematura di un figlio è in generale difficile da accettare per i genitori e può generare in questi una forma di senso di colpa. È questo, secondo Janz, il motivo per cui negli opuscoli vengono spesso pubblicate lettere che confermano la consapevolezza e la volontarietà del sacrificio del soldato: il fatto di sottolineare l’affetto che unisce quest’ultimo alla madre ha, in questo contesto, un’utilità strutturale.
L’attaccamento per la madre è inoltre un segno di serietà del caduto. Negli opuscoli di necrologio i commemorati non sono descritti solamente nei termini delle virtù virili e militari, ma spesso anche come modelli di virtù “quotidiana”: seri, studiosi, affettuosi e amati da tutti. Alberto Modena, ad esempio, ha un «amore profondo per la famiglia che gli faceva preferire la compagnia della mamma ai soliti svaghi che amano concedersi i giovani della sua età»15.
Il valore quasi rituale del riferimento all’amore del caduto per la madre è ben espresso nell’opuscolo dedicato a Pasquale Danise. Due scritti commemorativi, composti da differenti autori, aprono la pubblicazione: nel primo si afferma che «Pasquale Danise ebbe due culti: la famiglia e la Patria»16, nel secondo che «Pasquale Danise ebbe due culti: la Mamma e la Patria»17. A colpire non è solamente l’evidente artificiosità delle affermazioni, ma anche il fatto che a differenza di molti altri opuscoli commemorativi, l’affetto di Danise per la madre non è testimoniato in nessun altro passo della pubblicazione. Questa non compare quasi più, risultando assente anche alle esequie del defunto. La donna riappare solamente in un articolo de “Il Mondo” nel quale viene riportata parte di un discorso commemorativo e nuovamente in un appello lanciato dalle pagine de “La Voce repubblicana”: «Oh invitto fra gl’invitti! – vi si legge – La tua tomba per noi è un’ara, meta di pellegrinaggio perenne, sulla quale i vecchi attingeranno la forza di continuare nell’opera, i giovani modelleranno la loro idea e il loro carattere alla tua scuola, che insegnò a vivere per l’affetto materno, a morire da eroe per la Patria»18.
Considerando che il centro della strategia consolatoria degli opuscoli sono la certezza della sopravvivenza della memoria del defunto in seno della comunità nazionale e il valore educativo di questa memoria, grande rilevanza assume il fatto che primo termine dell’insegnamento postumo impartito dal commemorato sia l’amore per la madre. L’affetto esclusivo del figlio maschio per questa viene qui assurto a regola generale.
Altro topos della rappresentazione del legame tra madre e figlio è quello dell’ultimo pensiero del caduto prima di morire. Il soldato è rappresentato mentre esala l’ultimo respiro pensando all’amata mamma in una quantità di varianti differenti. Si legge ad esempio nell’opuscolo dedicato a Francesco De Gennaro: «nell’attimo estremo che lo separava per sempre dalla vita evocò il nome della madre lontana: primo ed ultimo amor suo, conforto estremo e misericorde dell’eroe morente!»19.
A emergere con forza dagli opuscoli è anche la confidenza tra madre e figlio. La trasformazione che il ruolo materno aveva subito a partire dalla metà del XVIII secolo aveva sicuramente mutato il modello relazionale tra madre e figlio. Una più grande confidenza, generata anche dalla maggiore consuetudine tra i due, iscritta nel modello di famiglia borghese, aveva preso il posto del distacco precedentemente previsto tra genitori e figli. Le lettere dei soldati raccolte in queste pubblicazioni testimoniano relazioni più intime con le madri ed una confidenza maggiore con queste rispetto al resto dei familiari, anche quando l’uso del “lei” o del “voi” lascerebbero intendere una maggior distanza. Nelle lettere indirizzate all’intera famiglia spesso la madre viene privilegiata nei saluti o nelle frasi affettuose. Da questa si ricerca fiducia e consenso, tanto più da parte di quei combattenti che hanno scelto di partire volontariamente per il fronte o di esporsi maggiormente al pericolo. È questo il caso di Giosuè Borsi che scrive alla madre:

Perdonami infine quest’ultimo dolore che ho voluto darti, forse non senza leggerezza ostinata e crudele, offrendomi volontariamente al servizio della patria, affascinato dalle lusinghe di questa bella sorte. Perdonami anche di non avere mai abbastanza riconosciuto, adorato, cercato di ricompensare, la nobiltà impareggiabile del tuo animo, del tuo cuore immenso e sublime, madre mia veramente perfetta ed esemplare, a cui debbo tutto quanto sono e quanto ho fatto al mondo di meno male20.

Dalla madre ci si aspetta comprensione per le proprie scelte ma soprattutto per i propri sentimenti, anche quando questi non sono particolarmente eroici: «Qui non si vive – scrive Cesare Giulio Grandi – che di ricordi e di rimpianti e della vita bella e spensierata di una volta non si ha che una pallida rimembranza. Mi vergogno, sai, d’essere così debole, ma colla mia mamma, cara e adorata, posso ben confidare tutti i miei sentimenti, sicuro di trovare in lei bontà e compatimento»21. Non solo la madre può ricevere ogni sorta di confidenza, ma molto spesso è l’unica persona adatta a farlo. Tra i brani delle lettere del sottotenente Gallone riportate nell’opuscolo commemorativo a questi dedicato si legge:

A te sola voglio dedicare le poche ore di libertà e così i nostri cuori saranno sempre uniti. Sta certa, o mamma, che con te non ho segreti, non posso nasconderti alcuna cosa, perché con te sola sento di avere confidenza. Che vale che io scriva ad altri se con essi non so trovare quella confidenza che sento per te sola? Farò forse male a fare così, ma tu sai che sei per il tuo Gigi l’unico appoggio, l’unico sostegno morale22.

Spesso il legame che unisce la coppia è considerato esclusivo. Se la madre è privilegiata tra gli affetti del figlio, questi lo è tra quelli della madre. Essendo l’opuscolo finalizzato alla commemorazione del caduto, non è strano che ne venga sottolineata l’unicità. E tuttavia colpiscono le parole con cui viene descritta la madre di Francesco de Simone, che pure ha altre figlie:

E la mamma, la povera mamma, la cui anima egli empiva tutta, che tutti i suoi palpiti aveva per lui, che sulla fronte pura del figlio adunava tutte le speranze e tutti gli ideali, la povera mamma adorata, che di lui s’era formata un’altra fede ed un’altra religione, belle e sante come la fede e la religione dei suoi padri, la povera mamma avrebbe resistito al crollo di ciò che compendiava quasi l’esistenza?23

Traspare da queste parole la totale condivisione degli ideali e dei sentimenti del figlio maschio da parte della madre che si può ravvisare nel modello risorgimentale di maternità, modello che ritorna con una certa frequenza negli stessi opuscoli – come, d’altronde, nella propaganda ufficiale – e che sembra trasparire dal riferimento alla «religione dei padri».
I giovani soldati al fronte hanno la certezza dell’importanza che rivestono nel cuore delle propri madri. Abbondano, nelle lettere dal fronte, i riferimenti al vuoto che la loro partenza ha lasciato. È il caso, ad esempio, di Agostino Cupaiolo, che scrive: «Per una povera donna che vede intorno a sé un solo barlume di speranza, riposto nell’esistenza di un ragazzo lontano, non vi può essere che strazio e dolore»24. Sono spesso i figli a suggerire alle madri di trovare sostituti che colmino il vuoto della loro assenza: si può trattare di nipotini o fratelli25. E non sono, questi, gli unici suggerimenti epistolari. È in effetti frequente, nelle lettere indirizzate alla madri, un tono di marcato paternalismo. Gli affettuosi rimproveri vertono soprattutto sulle paure e le ansie che queste provano e spesso non cercano di nascondere. Scrive ad esempio Angelo Cesarini: «Ma lei Mammina, se mi vuol bene deve essere tranquilla, la prego di ciò caldamente. [...] Ma son sicuro che la mia Mammina mi darà ascolto ed è per questo che son tranquillissimo»26. Come appare da questo esempio i vezzeggiativi ed i diminutivi abbondano nelle lettere rivolte alle madri. Non è inoltre infrequente la fascinazione del ritorno all’infanzia e ad una relazione simbiotica con la madre27. Questo riflette il desiderio del caduto di sentirsi vicino fisicamente e spiritualmente alla persona che gli ha dato la vita, e che è “adibita” a rivestire il ruolo di polo affettivo nella vita del figlio. D’altro canto la “scelta redazionale” di insistere sulla forza del legame tra madre e figlio, operata dai curatori degli opuscoli, è un mezzo per conferire maggior forza al sacrificio della prima, messo in atto attraverso l’olocausto del secondo.
Il tema del rafforzamento dell’amore nei confronti della mamma generato dalla vita al fronte fa, poi, quasi parte di un “codice” del soldato. Ne sono d’altronde facilmente intuibili le ragioni: la morte di massa che circondava i combattenti e dava nuovo risalto al ruolo di datrice e protettrice della vita tradizionalmente legato alla figura della madre, ma anche semplicemente lo spaesamento provocato dal trovarsi in un mondo tanto diverso da quello lasciatosi alle spalle, soprattutto per i giovani borghesi, rafforzavano e ingigantivano questo attaccamento. Vaifro Aguiari, in una lettera a casa contenuta nell’opuscolo dedicatogli, si mostra lucidamente consapevole del nesso tra la condizione del soldato e il pensiero della madre:

Cosa vuoi? sarà la psicologia di noi soldati qui tra il freddo, la neve, la bufera, con la Patria nel cuore e l’entusiasmo infinito, sarà la nostra psicologia quella che ci fa indifferenti ai disagi della guerra, quella che ci fa sorridere ed essere più fieri ed italiani davanti alla morte, quella che ci commuove e ci fa quasi piangere (un soldato non deve mai piangere) per una lettera della mamma nostra che soffre per noi, che prega per noi, per la nostra gloria, per la nostra vita, per la grandezza della Patria nostra28.

Si è già detto che questi opuscoli commemorativi sono per lo più curati dalla famiglia d’origine del caduto. La maggior parte dei commemorati non aveva, infatti, ancora formato una propria famiglia. È tuttavia interessante rilevare che, anche nel caso di soldati già sposati, la prima vittima della perdita è individuata nella madre, e questa è anche collocata in prima posizione nel cuore del caduto. Nell’opuscolo dedicato a Carletto Lanzani, ad esempio, questi è «ritemprato»29 dai baci della madre prima di tutto, e solo in un secondo tempo da quelli della sposa e di tutta la famiglia. Anche quando è già padre, il caduto resta figlio nella commemorazione.
Un legame così forte tra madre e figlio maschio, però, reca l’ombra di un rapporto “castrante”. Un affetto eccessivo per la mamma può risultare puerile o – peggio – poco virile. Il sospetto può essere apertamente denunciato, come nel caso dell’opuscolo dedicato al sottotenente Gallone, del quale così scrive sacerdote che ha curato la pubblicazione:

Potrà forse a taluno sembrare strano che il sottotenente Luigi Gallone conservasse così vivi i sentimenti di venerazione e di tenerezza per la mamma sua, malgrado i suoi 30 anni. Ma non dobbiamo dimenticare che il Divino Maestro ci impose di rassomigliare ai fanciulli come condizione assoluta per entrare nel regno de’ cieli. I sentimenti di Luigi verso la mamma erano del resto tutt’altro che puerili30.

In alcuni opuscoli la velata accusa di mancanza di virilità, manifesta nello stretto legame con la madre o da questo provocata, viene messa a frutto nell’esaltazione delle doti guerresche che la vita militare ha messo in evidenza e quindi, in un certo senso, utilizzata in chiave consolatoria. Nella pubblicazione dedicata a Giulio Amicizia il padre, militare di professione, ne descrive dapprima il carattere: «lieto della nascita del mio primo maschio lo chiamai Giulio Cesare Augusto in ossequio al grande condottiero romano. Però il suo temperamento naturale, tranquillo, serio non dava alcun affidamento alla realizzazione del vaticinio paterno. Attaccato alle gonne della mamma, nulla esisteva in lui all’infuori del suo affetto per essa»31. L’affetto del giovane Giulio per la madre è tale che la morte di questa è un colpo fatale, tuttavia la guerra contribuisce a ridestarlo e a fare di lui un vero sodato: «E venne il giorno in cui l’Italia si levò in armi contro il secolare nemico! Fu un miracolo! Mio figlio si destò, si scosse dal suo torpore, e fu soldato!»32. Anche la storia di Alberto Modena, descritta nell’opuscolo di commemorazione dedicatogli dai genitori, segue più o meno lo stesso percorso. Per la mamma il ragazzo ha un “culto speciale”. Al momento della partenza per la guerra si dimostra poco virile mettendosi a piangere, motivo per cui viene da questa stessa redarguito. Ancora dal fronte «traspariva il bisogno di quella delicata creatura di raccontare ogni sua più intima impressione alla mamma». E tuttavia, grazie alla vita tra i commilitoni, Alberto comincia a dimostrarsi un «vero soldato italiano», dai compagni viene apprezzato per la sua bontà «scevra da debolezza».
Il rapporto tra madre e figlio appare talvolta così intenso da essere quasi erotico. Pietro Mercanti descrive la mamma intenta a leggere le lettere del fratello Antonio, cui è dedicato un opuscolo, con una terminologia che potrebbe essere perfettamente applicata anche all’amore erotico:

e le leggeva da sola, ella, prima di addormentarsi, la mamma, e con una fiamma d’amore, ardente di lungo desiderio. E quel foglio bianco le rimaneva a lungo tra le dita in un’estasi d’amore. Quante volte l’ho sorpresa così! Poi lo piegava con ordinata cura, per custodirlo gelosamente33.

Similmente, il tono di alcune lettere dei caduti dal fronte potrebbe essere quello con cui si parla ad una fidanzata lontana34. Ne è un esempio una lettera contenuta nell’opuscolo di necrologio dedicato a Carlo Laghi:

Cara ed amata mamma, La tua lettera mi ha veramente commosso. Ti vedo, ti sento vicino, mi sembra di non leggere quelle parole ma invece di sentirle dire dalla tua bocca amorosa, mi sembra di udire la tua voce e vorrei in conseguenza di questo che le tue lettere non finissero mai perché se durante il giorno ti sento vicina e durante la notte ti sogno accanto alla mia tenda, nel leggere le tue parole, nel sentire quelle ormai note espressioni ti vedo quale sei, cara ed affettuosa, sempre giovane e bella come ti ritroverò al mio ritorno [...] sappi che il figlio vuole trovarti non mutata, ed in questo non mutata intendo dire non abbattuta, ma più giovane e più bella35.

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Fisicità e simbolismo
nella rappresentazione del rapporto madre-figlio

La relazione tra madre e figlio che emerge dagli opuscoli è caratterizzata da una forte fisicità. Il dialogo epistolare tra i due è intessuto di baci e abbracci. Il soldato al fronte anela al bacio materno, lo rievoca, lo tematizza spesso. Questo gesto non è una semplice dimostrazione d’affetto, ma il veicolo privilegiato del legame tra due esseri non del tutto separati e come tale viene descritto anche negli scritti commemorativi. L’autore dell’opuscolo dedicato al tenente Giulio Montanari così ne descrive gli atteggiamenti infantili: «e quando la mamma sua… lo stringeva al seno, come rapito egli la baciava, sussurrandole parole che solo amor di madre può comprendere»36. I baci materni sono latori di «soddisfazione»37, ma sono anche «nutritivi» ed «energetici». Nel linguaggio dei soldati i baci e le carezze saziano38 e leniscono la sete39. Ma essi possono anche essere degli amuleti contro la sventura o assorbire la tristezza. Nell’opuscolo dedicato ad Ettore Arculeo la madre scrive:

L’infame piombo ti ha reso esanime. / Dove ti ha colpito? In fronte? No… non può essere. Il piombo non poteva spezzare la fronte dov’era la traccia del bacio materno. In fronte ti baciavo io quando tu, sgomento di una vita di delusioni, ti oscuravi in viso. Ti baciavo e ribaciavo, per lenire i tuoi tristi pensieri40.

Il riferimento a poteri quasi magici conferiti alla madre dall’amore che nutre per il figlio è – sia detto per inciso – sovente presente negli opuscoli commemorativi esaminati.
Il grembo e il seno materno sono inoltre raffigurati come porti sicuri41. Frequente è nelle lettere dei caduti la rievocazione della vicinanza e delle cure della madre, simbolo di protezione e sicurezza, che spesso si perde nell’indistinzione del ricordo. Scrive Cesare Giulio Grandi: «Ti ricordi, mamma, quando alla sera mentre io dormivo, venivi al capezzale e leggermente, quasi timorosa di svegliarmi, mi baciavi con tenerezza e benedicevi i miei sonni? Cosa darei ora per avere un tuo bacio, una tua carezza, per sentirmi ancora oggetto di tutte le tue premure!»42. Questa testimonianza è tanto più interessante se si considera che – su sua stessa ammissione – l’autore dormiva al momento dell’arrivo della madre: si tratta quindi dell’evocazione di una sensazione più che di una precisa ricostruzione. Si intuisce da questo brano – e si può riscontrare altrove – la ricerca attraverso il contatto con la madre, il riposo sul suo grembo e la rievocazione di questo momento, di una condizione di sicurezza e beatitudine simile a quella dell’infanzia da parte dei giovani combattenti. È d’altronde intuibile la condizione psicologica dei soldati, traumatizzati dalla guerra e dalla morte di massa che li circondava. Forme di patologie regressive erano, come sappiamo, piuttosto diffuse durante il primo conflitto mondiale e queste lettere lo documentano bene. Non si può sottovalutare, però, il fatto che i curatori dell’opuscolo non avevano vissuto il trauma del combattimento, quindi la decisione di rappresentare questo rapporto simbiotico tra madre e figlio, di presentare il lato infantile del secondo e un’immagine protettiva e “archetipica” della prima è frutto di un’esplicita scelta.
Collegata archetipicamente alla vita, la figura materna lo è anche alla morte. Come già si è detto, la mamma è considerata la destinataria dell’ultimo pensiero del caduto, ma si può aggiungere che è la sua assenza fisica ad aggravare l’orrore della morte in guerra. Nell’opuscolo dedicato a Delio Trozzi la madre rievoca il dolore per questa lontananza:

Dalle labbra di Alberto, dell’amato fratello tuo, che straziato è corso a te vicino, per baciare le tue membra gelide e composte nella bara, dalle sue labbra, ho succhiato il bacio della morte!… l’estremo bacio dell’addio!… [...] chi sa quante volte le tue labbra aride avran desiderate invano le mie!… chi sa quante volte il tuo sguardo smarrito avrà cercato me, cui non fu dato il supremo conforto di baciare la tua adorata bocca, nell’ora del tuo supremo sacrificio!… me cui non fu dato stringerti forte forte, nel mio cuore, nel momento che venivi rapito per sempre!…43

È il contatto fisico, anche mediato da un’altra persona, che può parzialmente lenire il dolore per la morte. È interessante notare che l’immagine del fratello del defunto che porta alla madre il bacio di questi – quasi fosse un pegno – ritorna con modalità molto simili in un altro opuscolo dedicato ad Antonio Mercanti: «e quelle labbra – scrive questa volta il fratello – ancora fresche e pure del tuo bacio portai come il suggello ond’era chiuso il tuo sangue alla mamma nostra. E [la madre] le baciò santamente»44.
Il ritorno delle spoglie del defunto è un elemento molto importante ai fini della rielaborazione del lutto da parte dei familiari, in special modo dei genitori. La morte di un figlio è infatti resa ancora più dolorosa dall’impossibilità, frequente dato il contesto della guerra, di riavere il corpo del caduto. È sintomatico il fatto che in molti casi la pubblicazione dell’opuscolo sia motivata dal “ritorno a casa” dei resti del commemorato. Ma se a beneficiare di tale “ritorno” è la famiglia tutta, la madre è quella che ne ha maggiore bisogno45.
L’anelito al contatto fisico, visivo, uditivo tra madre e figlio è quasi un leit motiv di questi opuscoli. Le madri si dicono e vengono rappresentate vicine con lo spirito ai figli combattenti46, al contempo i figli le rassicurano sulla loro vicinanza ideale47. Il legame che li unisce è talmente forte da superare le barriere dello spazio: «Non sente forse Lei la sera – scrive Ettore Cesarini – la mia voce che come un soffio le chiede la benedizione? E l’aria che respira non le posa sulle labbra i miei baci? Mamma io son sempre con Lei!»48. Ma la morte può interrompere questo contatto, e allora occorre evocarlo. Parlando al figlio morto quasi questi fosse ancora in vita – immagine piuttosto comune negli opuscoli di necrologio – la madre di Delio Trozzi ne invoca la «voce» e la «fronte»:

Come superare gli [sic] rovi e spezzarli, anche che lacerino le carni? Ettore mio, Tu solo, Tu, potrai venire in aiuto della tua mamma. Solo Tu, potrai togliere questa spina acutissima dal mio cuore. [...] Vieni a leggere vicino a me. È la tua voce ch’io voglio sentire. È la tua fronte ch’io voglio baciare. Non vieni?… Perché? Ah! Si lo so. L’infame piombo nemico ti ha reso esanime49.

L’immagine della lacerazione è piuttosto ricorrente anche nella rappresentazione del distacco tra madre e figlio al momento della partenza di questi. Particolarmente intensa è la descrizione dell’addio tra Antonio Mercanti e sua madre descritta dal fratello di questi, Pietro: «Ricordo, sì ricordo… le loro bocche si unirono in un bacio lungo, sotto l’ombra del suo piumetto nero. Non si staccarono che a violenza, quelle bocche, ma d’impeto, come alla matrice s’espelle il frutto dell’amore. Ella sentì la stessa ferita e lo stesso sangue bagnò le sue purissime carni»50. La metafora del parto, peraltro, ricorre più volte negli opuscoli esaminati, sia per descrivere la positività della sofferenza causata dalla morte per la patria, sia per denunciare il legame tra vita e dolore.
L’unione tra madre e figlio è tanto viscerale che spesso il caduto è rappresentato come parte stessa del corpo della madre, carne della sua carne e sangue del suo sangue. Con una metafora ardita le madri – e non più i figli – diventano le vere vittime della guerra, sono queste a dare il proprio corpo e il proprio sangue alla patria:

[Gesù] in questa tragica ora – si legge, ad esempio, in un discorso commemorativo dedicato a Delio Trozzi – volgi l’amoroso tuo sguardo su quante madri, generose e forse sconosciute eroine, danno per la Patria il sangue migliore del loro cuore straziato, e agonizzano d’una agonia più angosciosa di quella che spezza ed annienta una giovane esistenza, prima fiorente di vita e di energia [...]. Esse, tu lo sai, o Gesù, han mandato sui campi di battaglia la loro carne, la più viva, la più sensibile, e se la vedono uccisa, dilaniata, straziata... [...] Vivono [i figli caduti], e rivederli, e godere eternamente con essi sarà loro concesso per la tua bontà e misericordia, pel prezioso tuo sangue che bagnò le zolle del Golgota, per lo strazio senza pari che dilaniò il cuore di Colei che è Madre di Dio e Regina dei Dolori51.

In questo brano l’agonia materna viene ritenuta addirittura superiore a quella del figlio, la «carne più viva» immolata sul campo di battaglia non è più quella del caduto, ma quella della madre. È quest’ultima, in tal modo, la reale vittima sacrificale immolata per la patria. Quella che essa ha donato per il bene comune non è una persona amata ma comunque distinta da sé, bensì parte del suo stesso corpo. Questo concetto, come si vedrà meglio più avanti, è sotteso alla strategia consolatoria messa in atto negli opuscoli: la conciliazione della famiglia con la nazione, dell’interesse privato con quello pubblico avviene attraverso la rappresentazione e l’esaltazione del sacrificio materno, poiché la madre incarna la parte più intima, più privata, appunto, del nucleo familiare. Si potrebbe affermare che, lette, per così dire, in un’ottica strumentale, molte delle caratteristiche delle quali viene intessuto il ritratto della madre del caduto e del suo rapporto con questi siano finalizzate alla celebrazione del sacrificio materno, alla sua drammatizzazione.

4
La corrispondenza ideale tra madre e figlio

L’esaltazione del sacrificio materno trova un punto di forza nella corrispondenza ideale tra madre e figlio che viene tratteggiata nella maggior parte degli opuscoli. Essa viene evidenziata attraverso l’insistenza sulla funzione materna nella formazione della personalità del caduto, la quale è, ovviamente, l’oggetto principale del discorso celebrativo. Il riferimento al ruolo della madre nell’educazione del commemorato – quasi un topos negli opuscoli esaminati – trova radici nel modello di maternità prevalente nell’Italia unitaria, caratterizzato da un progressivo ampliamento delle funzioni materne nella crescita del bambino e quindi nella sua educazione e da un rafforzamento del ruolo affettivo della mamma52. Nel ritratto che emerge dagli opuscoli commemorativi la madre è dipinta come educatrice morale del caduto, il suo principale strumento è, appunto, l’affetto. Essa ha formato il carattere e ispirato le virtù del figlio, ma raramente ne ha curato o seguito gli studi – compito tendenzialmente affidato al padre. Tuttavia bisogna notare che l’insistenza sulla funzione moralizzatrice della madre assume notevole importanza se si considera che – come scrive Janz – nella maggior parte dei necrologi il caduto non è descritto, e quindi celebrato, solamente come campione delle virtù militari e virili, ma anche come «modello di umanità cristiana e perfezione morale». Dell’educazione del cuore del figlio la mamma può quindi andare giustamente fiera, a lei spetta in fondo il merito di avervi istillato le virtù che lo hanno condotto a conquistare una giusta gloria. Non a caso in una lettera di condoglianze rivolta alla madre di Vittorio Turriccia si legge: «Eppure Ella è una madre fortunata perché mai potrà piangere il perduto tesoro senza provare ad un tempo l’orgoglio di aver ispirato a suo figlio una coscienza tanto privilegiata. Non è forse questa l’eredità più grande che un uomo, morendo, può consacrare a sua madre?»53. Nel caso in cui la famiglia che pubblica l’opuscolo sia cattolica, il ruolo educativo della madre trova di solito una declinazione specifica nella trasmissione della fede. È d’altra parte nota la funzione evangelizzatrice che la Chiesa aveva affidato in via preferenziale alle donne, ormai uniche alleate nella lotta contro la diffusa laicizzazione del XIX secolo.
Quello dell’educazione agli ideali della patria è un tema più complesso ma anche piuttosto importante nell’ambito di queste pubblicazioni, se si considera che il patriottismo è la cornice di senso in cui, in genere, si può collocare la morte. La gamma di comportamenti materni in quest’ambito è piuttosto varia. La consapevolezza da parte del giovane caduto del valore del proprio sacrificio è, infatti, il centro della commemorazione. In molti opuscoli se la madre è, come si è detto, ispiratrice della morale del defunto, il padre lo è del suo patriottismo. In altri, invece, è questa che educa il figlio all’amore per la patria, o almeno instilla in lui un più cauto senso civico. Scrive un docente che aveva avuto Vittorio Turriccia come alunno:

egli crebbe dunque a fianco della mamma che a lui rivolse tutto il suo amore, tutte le sue aspirazioni di donna e di italiana, educandolo al sentimento del dovere e all’amor di patria [...] “Beati coloro che hanno vent’anni, una mente pura, un corpo temprato, una madre animosa...”. Egli possedeva tutti questi beni e con mano ferma, con spirito sereno ne fece un fascio – un aulente fascio di primavera – e lo depose su l’altare della Madre più grande, di quella che l’“altra” gli aveva sempre insegnato a venerare ed amare54.

Nell’ultima parte di questo brano emerge con chiarezza il nodo della relazione-conflitto tra le “due madri”, quella biologica e la patria. Nell’immaginario patriottico e nazionalista, in Italia a partire dal Risorgimento, la patria viene rappresentata come una donna, i cittadini come suoi figli in dovere di difenderla e, all’occorrenza, liberarla. Questa metafora, insieme con la relativa espressione “madrepatria”, quasi abusata nelle pubblicazioni prese in considerazione, è spesso esplorata nelle sue implicazioni più profonde. A chi appartiene il combattente? Alla madre reale – e alla famiglia tutta – o a quella «verace, di cui proviene ogni genitura»55? È questa la domanda che sotterraneamente percorre questi opuscoli. La patria ha il diritto di esigere le vite dei giovani trepidamente e amorosamente allevati dalle loro madri56? «Tu sai solo, povera Madre, che il tesoro perduto era tuo e che nessuno aveva il diritto di strapparti così barbaramente il prezioso frutto delle tue ansie, di tante trepide cure, d’infinita tenerezza… tu sai tutto e solo questo e te lo vai ripetendo»57, si legge in una lettera di condoglianze, che sembra quasi abbozzare una risposta, contenuta nell’opuscolo per Pietro Bartoletti.
Chi ha strappato alla madre «così barbaramente» il figlio è evidentemente il nemico, ma ciò non cancella il fatto che, in ultima analisi, il sacrificio si sia consumato per il bene della patria. Si può tentare di dominare razionalmente questo conflitto, ma esso riemerge costringendo spesso i soldati a tortuose argomentazioni consolatorie. Particolarmente interessante è quella che il tenente Giovanni Foti Rocca scrive alla madre:

mamma mia, Lei ci ha dato la vita e ne dovrebbe avere il diritto assoluto su di noi, ma un’altra madre che ha diritti su di noi maggiormente ancora di Colei che ci ha dato la vita, ci ha chiamato, ha preteso che noi indossiamo l’onoratissima divisa dell’ufficiale italiano. Mamma mia, non piangere, Lei è la mia mamma vera, l’Italia è la nostra madre di adozione, se oggi Lei dovesse trovarsi in pericolo, io sarei obbligato a dare la mia vita per Lei; ma al contrario è l’altra seconda madre di tutti che ha diritto su di noi, come Lei cara mamma e come tutte le madri degli altri soldati58.

È abbastanza evidente che questo conflitto inquietava i giovani combattenti. E tuttavia, come si è già detto, una sorta di riconciliazione può avvenire. Le due madri si possono incontrare, si possono confondere in un’unica immagine: «mi par ch’ella [la patria] abbia i tuoi / Occhi rubato il guardo − scrive in una poesia Guido Ercole Marinelli − e nel suo viso / il tuo riveggo» a patto che quella “vera” condivida gli ideali del figlio: «Di questa madre siamo che conquiso / ha i nostri cuori, l’alme nostre e i sogni / che son pur vostri, o madri doloranti»59.
Se consapevole e paga del proprio sacrificio, la madre biologica può essere ricompensata dalla gratitudine della «madre più grande»: «Bella le sorrideva da lontano l’immagine radiosa di questa Italia che non può perire dacché a lei sale in un impeto di eroica follia, di sublime dedizione, il più puro dei suoi giovani figli immacolati»60, scrive il “Giornale d’Italia” della madre di Giuseppe Stasi in un articolo riprodotto sull’opuscolo a questi dedicato. Il conflitto tra l’interesse della famiglia e quello della patria si può ricomporre attraverso la “compensazione simbolica” per la perdita subita − uso ancora una volta un’espressione di Janz − offerta alla madre del caduto attraverso il riconoscimento e l’esaltazione del suo sacrificio. Ma l’operazione riesce a patto di evidenziare questo scontro, in fondo perduto in partenza dalla madre sulla quale la madrepatria ha già sanguinosamente trionfato.
La condivisione degli ideali patriottici dei figli e la comprensione delle ragioni della guerra sono il banco di prova su cui si misurano la consapevolezza e la coscienza con cui le madri sacrificano i propri affetti. Bisogna premettere che in generale il patriottismo, prima della guerra, non era considerato una dote femminile. Se le madri, e soprattutto le borghesi, avevano il compito di formare buoni cittadini, gli ultimi decenni avevano posto l’accento più che altro sul loro ruolo di custodi del benessere dei figli. In ambiente cattolico, poi, privilegiata era nella donna la sopportazione coraggiosa dei sacrifici richiesti dalla patria – ma non solo – rispetto ad un’attiva condivisione delle sue ragioni.
Mettendo da parte velleità statistiche o tentativi di porre in relazione l’intensità del coinvolgimento materno negli ideali patriottici – o almeno ciò che ne emerge dalle pubblicazioni considerate – con i diversi background familiari e provenienze geografiche, è possibile formulare qualche considerazione generale. Queste si possono ricavare – in modo indiretto – prevalentemente dalle lettere dei caduti riprodotte nelle pubblicazioni. La prima cosa da notare è la frequenza negli opuscoli esaminati di lettere che esortano le madri a stare calme, restare forti e cercano di spiegare loro le ragioni del proprio entusiasmo per la guerra. Esse assumono talvolta il tono di vere e proprie perorazioni, talaltra quello del rimprovero. Scrive, ad esempio, Bruno Pisa alla madre: «Purtroppo nei tuoi santi affetti sei sempre stata un po’ eccessiva, esclusivista! Ma questa è l’ora in cui ben devi interrogare, oltre al tuo cuore, di cui riconosco tutta l’infinita bontà e la squisita sensibilità, anche la tua coscienza»61. Manifestazioni così evidenti di scarso patriottismo materno, tuttavia, nonché di quella che dalla propaganda bellica era definita «maternità egoistica» sono piuttosto scarse nelle pubblicazioni prese in considerazione. Più frequente negli opuscoli è la registrazione delle lettere che i figli inviavano dal fronte alle madri per rassicurarle e per renderle partecipi del proprio entusiasmo62. Attraverso queste i combattenti le mettevano anche in guardia rispetto alla possibilità della propria morte. Nell’opuscolo dedicato a Guglielmo Ottani vengono riportate le parole da questi pronunciate prima della partenza:

e mantenendo il tono allegro «Non vogliamo pensare a male», disse, «ma se anche fosse, se anche partissi per non tornare, ma pensi, Mamma, che onore, che cosa sarebbe aver dato un figlio alla Patria!». Queste sono le parole che ha lasciate come ricordo e conforto e che la Madre si ripete nelle ore più tristi; sono parole benedette per ogni figlio e per ogni italiano perché insieme racchiudono il più grande affetto e il più grande rispetto per la Madre e per la Patria63.

La registrazione sugli opuscoli di tutte queste raccomandazioni potrebbe mostrare in controluce una non totale adesione spontanea delle madri alle ragioni della patria, ma esse possono altresì essere considerate funzionali al lenimento del senso di colpa che i genitori potevano provare per la morte precoce del figlio. La volontarietà del sacrificio di questi, che ben si manifesta nel tentativo di convincere la madre della giustezza dei propri ideali e della nobiltà della causa nazionale, possono alleviare nei genitori questo senso di colpa.
Sono, all’opposto, piuttosto rare le rappresentazioni di un patriottismo materno troppo marcato e non, invece, modulato su quello del figlio e da questi mediato. Se ne contano però alcuni significativi esempi. Colpisce per la sua durezza la raffigurazione della madre che emerge da una lettera di Alberto Modena, cui è dedicato un opuscolo:

Cara mamma mia, hai più che ragione di dire che quella debolezza fu tutt’altro che virile, ma non ho potuto resistere! Ciò non vuol dire che io non sia forte, [...] si può avere tutto il vigore possibile, essere intrepido innanzi alla morte od al pericolo, fiero, per non dire feroce, innanzi al nemico, pronto a freddarlo con una baionettata, e insieme a tante energie avere un tenero e femminile affetto per la famiglia cara, per la Mamma! Tutt’altro mi vedrai, Mammina bella, il giorno (se pur verrà) della mia partenza oltre i confini [...] e il santo nome di Patria, d’Italia, di un’Italia più grande e bella, saprà equivalere al nome santo di Madre, ed i due gridi di “Mamma” e di “Italia” mi daranno forza, speranza, fede!64

Una donna così inflessibile nel raccomandare al figlio di farsi portatore delle virtù virili e militari richieste dalla difesa della patria è piuttosto difficile da incontrare in queste pubblicazioni. Questo tipo di patriottismo per così dire “attivo” e “autonomo” si rinviene anche in altri opuscoli, ma è di solito presentato sotto forma di esortazione o consolazione65, in modo, per così dire, impersonale.
Quello che, in generale, sembra emergere dagli opuscoli presi in considerazione, nonché essere richiesto alla buona madre in tempo di guerra è una serena e pacifica accettazione delle scelte del figlio e la condivisione degli ideali che ne sono alla base. Illuminante in proposito è una lettera inviata alla madre da Edgardo Macrelli:

Mamma, ci sono al mondo altre tue sorelle che piangono come te: e l’egoismo e lo scetticismo non hanno ancora ucciso la maternità. / Mamma, io ti chiedo il tuo sorriso: io ti chiedo la tranquillità del tuo bene e non la tua rassegnazione: ma che tu mi segua per i monti o nelle trincee e sia presso di me con la voce tua, con la tua carezza, con la tua anima, con la tua solidarietà. / Chiedo alla tua maternità di innalzarmi alle stelle e di benedirmi66.

Interessante notare il polemico accenno ai disvalori che minacciano la maternità: in primis l’egoismo. Ma alle madri è richiesta soprattutto una pacata vocazione al sacrificio. In un vibrato appello alla madre, Americo Pespani scrive: «E la Patria ora chiede a te il sacrificio che ha chiesto a tante madri. Ti appella: come tu risponderai? Oh quella tua bell’anima che si è per lungo amore fatta bella, si incendierà ora per accogliere il buon sacrificio… tu sarai degna di questo nuovo sacrificio»67. All’entusiasmo dei figli deve corrispondere una pacata e dolorosa sopportazione da parte delle madri68, che non si devono lasciare andare al loro istinto. La scena dell’addio tra Antonio Mercanti e la madre è descritta dal fratello con grande intensità:

Il distacco era stato doloroso. Ma l’ultima parola, bagnata di pianto, ma piena di fortitudine e semplice virtù, fu questa: «Compi il tuo dovere, sempre…» [...] [aver adempito al proprio dovere] è la tua gloria, o fratello, è il suo conforto. Non ti disse forse questo prima di partire? E tu la portasti scolpita nel cuore, la sua grande parola. Era stato il suo insegnamento cotidiano nella nostra giovinezza. [...] Anche nello spasimo del dolore, che passò i limiti di ogni sofferenza umana, la mamma ripetè l’angusta parola, semplice di virtù69.

L’insistenza sullo strazio della madre se da una parte avvalora ulteriormente l’integrità dell’animo di questa – la quale tiene fede ai propri insegnamenti anche in un momento di dolore supremo come quello della partenza del figlio – dall’altra concilia il senso del dovere ed il patriottismo della donna con la sua “essenza materna”, in qualche modo “femminilizzando” questi valori. Quello che i figli soprattutto richiedono alle madri nelle loro lettere è la rassegnazione70, anche se talvolta queste vengono raffigurate come fonte di incitamento per i combattenti a compiere il proprio dovere.

5
La rappresentazione del dolore materno

È naturale che il dolore sia la nota dominante di queste pubblicazioni. Il dolore materno, poi, vi ha senza dubbio un posto d’onore. È la madre, infatti, «la prima destinataria di tutte le strategie consolatorie e per questo non a caso il membro della famiglia che prende solo raramente la parola nei testi commemorativi»71. Attraverso la lettura degli opuscoli esaminati emerge una rappresentazione del dolore materno che presenta tratti costanti: la semantica utilizzata per descriverlo è sorprendentemente omogenea. Prima di tutto, come si è già detto, la madre è la principale vittima della morte del commemorato. Di questo appaiono convinti sia le persone estranee al nucleo familiare, sia i suoi stessi membri72. La madre è in effetti la persona cui è più difficile comunicare la notizia della morte del combattente, ma il lutto, e quindi la necessità del conforto, è anche diversamente distribuito tra i genitori. Notevole è la differenza del tono con cui le lettere e i messaggi di condoglianze si rivolgono a padri e madri. Il concetto di “reverenza” è associato al dolore materno con grande frequenza: «Riverisco commosso – si legge nell’opuscolo dedicato a Luciano Pitteri – il dolore della Madre: a Lei [si riferisce al padre] stringo la mano con profonda affezione»73. Al padre del defunto si consiglia infatti spesso di farsi coraggio per poter sorreggere la consorte74: in genere questa maggior prostrazione è attribuita alla presunta fragilità del sesso femminile.
La reverenza dovuta ad una madre in lutto scaturisce dal fatto che la sofferenza materna per la perdita di un figlio è considerata il male più grande provocato dalla guerra ma anche il dolore «più ampio e più puro»75. Ma essa nasce anche dall’oscurità e dall’ineffabilità che circonda questo sentimento: «ogni dolore umano si inchina a te riverente – scrive il fratello di Antonio Mercanti –. Dolore che non ha pianto, dolore che non ha nome, dolore che non ha profondità, perché esso è l’abisso del dolore, dove l’anima, muta d’orrore, è fatta di sé stessa [sic] tetro incanto»76.
Altro tratto di questo dolore è la sua inconsolabilità. Essa è spesso retoricamente denunciata in frasi di circostanza che a ben guardare, però, sottintendono un’immagine coerente del dolore materno. Talvolta la convinzione dell’inutilità di ogni tentativo per consolare il cuore spezzato di una madre arriva a mettere in discussione la possibilità di una compensazione della perdita ad opera della gloria ottenuta dal sacrificio77. L’inconsolabilità del dolore materno è continuamente affermata nelle lettere di condoglianze, ma è anche evocata in uno dei rari brani in cui è una madre a prendere parola sui propri sentimenti. Si tratta della madre di Delio Trozzi:

Colpita nell’affetto più puro, più santo e più profondo, bastò un attimo, un attimo solo, per mutarsi la mia felicità di madre in dolore il più straziante, sentii spegnersi in me ogni speranza accarezzata, ogni lembo di felicità, ogni gioia fugace della vita, e restai avvolta nel più triste mistero del martirio. [...] Gli altri miei figli, sebbene anch’essi oppressi dallo stesso dolore, pure stretti a me intorno, han cercato e cercano tuttora con le loro deboli forze scuotermi, richiamarmi alla vita, ma ogni cosa è vana, non trovo pace, niuna parola mi conforta!… La mia piaga è ogni giorno più sanguinante!… Il vuoto che hai lasciato a me intorno è ogni giorno più sentito e doloroso!… Ma chi mai potrà lenire lo strazio, il dolore di una madre che ha perduto l’adorato figlio suo?… Niuna forza umana potrà mai avere tanta possanza! Tu solo, figlio benedetto, Angelo di Pietà, Santo Martire della Patria, tu solo dal Cielo puoi far scendere su me un mesto raggio di conforto; non te lo chiedo per me perché la mia vita è spezzata, ogni felicità distrutta, ma per un sacro dovere verso la famiglia, per tuo padre infelicissimo che in silenzio piange e prega per te, per altri otto figli che hanno ancora bisogno di me e della mia guida78.
Interessante in questo brano anche il riferimento al «sacro dovere» verso il resto della famiglia, che è uno degli appigli che vengono frequentemente proposti alle madri per superare il lutto79.
Oltre che muto e ineffabile il dolore materno è considerato, quasi per definizione, solitario, un fardello che ognuna deve portare da sola80, nonostante la frequenza delle attestazioni di comprensione e solidarietà da parte delle altre donne registrate negli opuscoli. Le madri sono spesso, soprattutto nei discorsi commemorativi ufficiali, considerate come moltitudine, ma ciascuna è poi immaginata muta e solitaria nel culto del proprio caduto.
Frequente è anche il riferimento alla santità del dolore di una madre per la perdita del figlio. Essa deriva sia dalla grandezza e dall’inaccessibilità di questa sofferenza, sia dalla nobiltà della causa che la ha generata: «Questo le dica – recita una lettera di condoglianze indirizzata alla madre di Gustavo Profumo – la parte che ho preso e che prendo al suo santo dolore. Santo perché dolore di madre, santo perché il figliolo che Ella piange è morto compiendo uno dei più nobili doveri, il dovere patriottico. Questo ultimo pensiero è già stato, certo, e sarà il suo miglior conforto, nel dolore assiduo, incancellabile»81.
Non infrequente è poi, in alcuni opuscoli commemorativi, la “messa in scena” di atteggiamenti irrazionali delle madri. La profondità attribuita al dolore materno autorizza la rappresentazione di un’irrazionalità che altrimenti sembrerebbe contraddire la compostezza dell’abnegazione e della rassegnazione che una donna dovrebbe dimostrare di fronte alla partenza e alla morte del figlio. Si può ipotizzare, poi, che sulla madre – in questi casi – si coaguli la difficoltà propria di tutta la famiglia ad accettare la morte del congiunto, soprattutto a causa delle condizioni violente in cui essa è avvenuta, della precocità con cui è giunta e della difficoltà ad ancorarla alla realtà in mancanza, come spesso avveniva, della concretezza delle spoglie del caduto. La reazione della madre di fronte all’annuncio della morte del figlio è spesso intensa e violenta: questa non fa nulla per mantenere a freno le manifestazioni di dolore82 e il confronto con la descrizione della sofferenza paterna e delle sue manifestazioni risulta spesso stridente83.
Altro topos del dolore materno è la rappresentazione dell’incredulità di fronte alla scomparsa del figlio. «Le madri non sanno pensare i figliuoli mortali»84, e dunque ne continuano a baciare le fotografie in cerca di segni di vita85, ne conservano intatte le stanze e gli oggetti personali86, continuano a ripetere loro parole d’amore. La madre di Ettore Arculeo, immaginando di comunicare con il defunto scrive: «Ettore sono tre mesi che più non parli con la tua mamma e la spina è sempre qui nel mio cuore. Vivere così è morire… morire… morire…»87. D’altronde l’amore materno è in qualche modo delirante88, e con un’insolita quanto pittoresca immagine, in un discorso commemorativo dedicato ad Americo Pespani, l’oratore prova a “mettere in scena” i sentimenti provocati dalla perdita dei figli:

Grande – è vero – e inenarrabile è l’angoscia che strazia l’animo vostro, o madri degli eroi, o madri dolorose, a cui non fu dato serrarvi tra le braccia per l’ultima volta il frutto delle vostre viscere, nell’ora della mischia furibonda, su per le scabre e disputate vette trentine o nell’umida insidiosa valle dell’Isonzo; grande affanno che vi cruccia per non aver, forse, potuto, imbracciata un’arma, voi stesse irrompere, col furore di una leonessa a cui fu ferito il suo nato, contro l’avversario implacabile, che vi spense in un attimo i figli, per cui dolorando faticaste tant’anni: grande è il vostro dolore, o madri degli eroi! [...] essi, i vostri figli, i vostri leoncelli [giacciono] addormentati in terre che essi hanno fatto nostre col sangue che gli deste voi, o madri gloriose89.

6
Il sacrificio della madre

Si può affermare che il fulcro dei discorsi che riguardano le madri in questi opuscoli sia il sacrificio che esse hanno affrontato offrendo la loro creatura per il bene della patria. È ipotizzabile che l’insistenza sul legame spirituale, affettivo, fisico che unisce madre e figlio, così frequente in queste pubblicazioni, sia funzionale all’esaltazione del sacrificio materno. Se la madre è, come si è detto, il cuore del nucleo familiare e la sua parte più privata, il riconoscimento del valore e dell’utilità del suo sacrificio e l’appropriazione del discorso pubblico su questo, rappresentano una forma di accettazione delle ragioni della guerra da parte della famiglia, il consenso che essa dà a lasciarsi “coinvolgere” nel destino della patria. Ovviamente, poi, il riconoscimento delle ragioni che sono alla base della morte del figlio costituisce una giustificazione forte per la perdita subita ed è quindi da aggiungere alle diverse strategie consolatorie (l’accettazione della volontà di Dio, la necessità di badare al resto della famiglia). Sarà dunque utile tratteggiare brevemente le caratteristiche che vengono attribuite ad un elemento così importante nell’economia degli opuscoli commemorativi.
Piuttosto omogenei, per prima cosa, sono i paradigmi e il linguaggio attraverso i quali il sacrificio è rappresentato. A prevalere è senza dubbio la semantica religiosa: sia la madre sia il figlio sono sovente descritti come santi o martiri, la prima presenta spesso anche i tratti fisici della santità come, ad esempio, l’aureola. Si è già detto che ricorre, quando si parla del dolore materno, la terminologia della reverenza, ma anche la semplice riconoscenza (della patria, della comunità nazionale) acquista una connotazione religiosa. Questo linguaggio non è utilizzato solamente dalle famiglie cattoliche; la semantica religiosa si mette al servizio del culto civile attraverso un passaggio logico che è ben spiegato in un discorso commemorativo dedicato a Marco Aurelio Negrisoli e riprodotto nell’opuscolo dedicatogli. Degli eroi della “nuova guerra” si dice: «Ma costoro sono anche i santi della Religione: santi perché chi sacrifica la propria vita e dona la propria giovinezza per la Patria, purifica e santifica se stesso»90. Se, d’altra parte, l’utilizzo di un linguaggio religioso è così comune nella descrizione dei caduti, ciò sarà tanto più vero nel caso delle loro madri, che, in quanto tali, avevano avuto con il cattolicesimo e i suoi modelli un rapporto più esclusivo.
L’immagine che rimane quasi sempre sottintesa nella rappresentazione della madre sacrificale è quella della Madonna, nonostante la madre di Cristo e quella del caduto siano messe esplicitamente in relazione solamente in due degli opuscoli visionati. Nella pubblicazione dedicata a Delio Trozzi si legge:

E Gesù s’incontra col mesto corteo [delle madri dolorose], e dinanzi alla tragica scena arresta il passo. Per i grandi dolori dell’umanità non v’è che Gesù! Egli sente nel cuore l’ardore di quelle lacrime che roventi solcano le lacrime della derelitta madre, comprende appieno lo strazio che stritola, come sotto un torchio, quel cuore e in una rapida fulminea visione vede l’istessa Madre sua dinanzi all’esanime corpo orrendamente straziato dell’unico figlio suo91.

La Madonna offre un nobile esempio cui le madri possono accostare la propria esperienza per darle un senso. Ma questa figura coagula anche quelle qualità di rassegnazione, abnegazione e pietà che, se si addicono chiaramente alle donne cattoliche, fanno parte del «patrimonio ineliminabile di ogni educazione femminile»92. Anche esempi laici, tuttavia, sono offerti alle madri dei caduti: si tratta delle madri romane o risorgimentali, sopra tutte Adelaide Boni Cairoli. Paradigmi civili e religiosi possono coesistere con naturalezza nello stesso opuscolo, nello stesso discorso commemorativo: «E nel pensiero di Dio – si legge in uno scritto dedicato ad Eugenio Arzelà –, e nell’esempio delle madri di Sparta e Roma, trovi anche questa Madre d’Italia la forza per vincere la terribile prova»93.Quello materno è sovente indicato come il più grande sacrificio in tempo di guerra. Esso viene proclamato superiore anche a quello dei caduti. «La Patria, – si legge in una lettera di condoglianze indirizzata alla madre di Biante Remagni – cara cugina, esige molto dalle madri, esige più dalle donne che danno i loro figli e i loro mariti che non dai figli e dai mariti che danno la loro vita»94. È chiaro che questa convinzione fa parte di una strategia consolatoria che mira ad una compensazione simbolica della perdita, tuttavia il grande valore attribuito al sacrificio materno è anche la logica conseguenza del riconoscimento tributato alla potenza dell’amore materno. Non è un caso che sia un combattente stesso, Leopoldo Chinaglia, in una lettera dal fronte, a riconoscere che «è il più grande sacrificio che si possa fare per la Patria. Io lo reputo superiore a quello dei soldati che danno la vita»95. Indubbiamente, comunque, la via dell’esaltazione del sacrificio della madre, suggerita, come si è visto, dalla propaganda bellica e post-bellica, è pienamente fatta propria dalle famiglie che hanno prodotto gli opuscoli da me esaminati.

Qualche considerazione finale. Attraverso le pagine di queste pubblicazioni, che apparentemente trattano di tutt’altro, è possibile tratteggiare i contorni di una rappresentazione della madre del caduto che presenta una certa omogeneità sotto molti aspetti. L’interesse di queste fonti consiste nel fatto che la singola madre è normalmente oggetto e non soggetto dello scritto; l’immagine che ne emerge è presumibilmente mediata dalla rappresentazione che la famiglia dà di sé e dei suoi membri, e quindi in qualche modo filtrata attraverso un modello. Quest’immagine, quindi, è espressione di un preciso momento storico, caratterizzato, come si è detto, da grandi sconvolgimenti culturali e sociali: un momento che si può ben dire a metà tra due epoche. Ma essa è anche debitrice di un modello che si è sedimentato nel corso di più di mezzo secolo. È evidente, nel lessico e nel linguaggio delle lettere inviate dai soldati al fronte, la circolazione di topoi che si possono ritrovare in molta letteratura tardo ottocentesca.
La rappresentazione della madre del caduto nelle pubblicazioni esaminate può anche essere letta con strumenti appartenenti ad altre discipline quali l’antropologia o la psicologia; questi opuscoli hanno come fine ultimo il lenimento del dolore della famiglia e quindi molte delle caratteristiche che contraddistinguono l’immagine materna possono essere considerate, in fin dei conti, funzionali a questo scopo. Nell’analizzarla, insomma, bisogna tenere presente che essa si iscrive in un dispositivo rituale, quello della celebrazione del lutto, che ha codici propri che devono essere tenuti in considerazione.

Note

1. «In questa guerra la realtà era immobilità imposta dal dominio tecnologico del fuoco difensivo; questo dato di fatto fu importantissimo per la ridefinizione dell’identità del soldato, il quale in questa guerra potè manifestare ben poco in comune con l’immagine offensiva, aggressiva, che tradizionalmente definiva il suo ruolo.». E. J. Leed, Terra di nessuno: esperienza bellica e identità personale nella prima guerra mondiale, Il Mulino, Bologna 1985, p. 137.
2. B. Curli in Italiane al lavoro 1914-1920, Marsilio, Venezia 1998, ha dimostrato che in realtà le donne, almeno in Italia, continuarono ad essere impiegate in settori considerati di pertinenza femminile o in nuovi ambiti aperti dal conflitto.
3. A. Gibelli, La grande guerra degli italiani: 1915-1918, Milano, Sansoni 1998, p. 197.
4. M. D’Amelia, La mamma, Il Mulino, Bologna 2005, p. 172.
5. Naturalmente esistevano anche opuscoli dedicati a più caduti, ma questi erano di solito pubblicati da enti, organizzazioni o istituzioni e non sono stati presi in considerazione. In questa ricerca sono stati consultati solamente opuscoli dedicati ad un singolo caduto con la sola eccezione della pubblicazione In memoria di Marcello e Leopoldo Chinaglia, Tip. Montrucchio, Torino 1922.
6. Sul tema si possono leggere: O. Janz, Monumenti di carta. Gli opuscoli in memoria dei caduti della prima guerra mondiale, in F. Dolci, O. Janz, Non omnis moriar: opuscoli di necrologio per i caduti italiani nella Grande Guerra. Bibliografia analitica, Edizioni di Storia e letteratura, Roma 2003; O. Janz, Il culto dei caduti nella borghesia italiana durante la prima guerra mondiale, in “Mélanges de l’École française de Rome, Italie et méditerranée”, 112, 2000.
7. Janz, Non omnis moriar, cit., p. 14.
8. Ivi, p. 41.
9. In memoria del sottotenente Francesco D’Amore, ingegnere navale ad honorem. La famiglia, Ed. Alfieri e Lacroix, Milano 1917, p. v.
10. Biante Remagni. Nato a Viadana xii aprile mdcccxciv, educò l’animo generoso a Villafranca Veronese, amò gli studi e le armi. Appena ventunenne trascinando con l’esempio, l’entusiasmo, la fede che sola hanno i forti, un battaglione di fucilieri all’assalto della rude trincea nemica, cadde da prode sul Carso xxviii novembre mcmxv, La Poligrafica di G. Lecconi, Villafranca di Verona [1916], p. 12.
11. «Parto per l’avanzata. Sono immutato di fede di coraggio di entusiasmo. Solo un pensiero: la mamma. Ed un altro: l’umanità-la vittoria», In memoria di Edgardo Macrelli, sottotenente nell’11° fucilieri. xxii novembre mcmxv, nel primo anniversario della morte, Tip. Botticelli, Sogliano al Rubiconde 1916, p. 11.
12. S. De Lucia, Per Dino De Focatiis, Tip. De Martini, Benevento 1917, p. 12.
13. Ibid.
14. Edgardo Cangini, tenente di fanteria, caduto sul campo dell’onore, ix-x giugno mdccccxv-mdccccxvi, Tip. Amedei, Lucca 1916, p. 21.
15. Alla santa memoria del sottotenente Alberto Modena, caduto eroicamente in terra redenta dal suo sangue generoso il 29 agosto 1916. Nell’anniversario della sua morte, Tip. Parma, Bologna 1917, p. 5.
16. Pasquale Danise (caduto sul S. Michele il 24 ottobre 1915), Tip. Stefano, Santa Maria Capua Vetere 1923, p. 16.
17. Ivi, p. 22.
18. Ivi, p. 47.
19. Gian Francesco De Gennaro, Tip. Colitti, Campobasso [1916], p. 16.
20. G. Borsi, L’ultima lettera a sua madre. [Con prefazione di I. Del Lungo], Tip. Ariani, Firenze 1916, p. 15.
21. L’anima di un valoroso (Cesare Giulio Grandi in memoriam), Tip. Bosi, Piacenza 1919, pp. 50-1.
22. L. De Alexandris. Ricordi di un giovane esemplare, ex alunno della scuola di religione, sottotenente nobile Gallone avv. Luigi, nato il 12 dicembre 1886, morto il 13 agosto 1916. Ottobre 1916, Scuola tipog. Salesiana, Torino 1916, p. 25.
23. In memoria di Francesco De’ Simone, Tip. Salentina, Lecce 1915, p. 74.
24. Celestino Cupaiolo, sottotenente nel 2° genio, Tip. Fanci, Lanciano 1918, p. 25.
25. «Poi Lei ha il suo nipotino e quando si sente triste se lo prenda in braccio, torni con la mente ai tempi passati e le parrà di cullare il suo figlio, si sentirà felice. Vi sono pure le sorelle e su loro cerchi maggiormente d’intensificare la sua attenzione in modo che noterà meno la mia assenza», All’adorata memoria di Angelo Cesarini, tenente di S. M. del 153° reggimento fanteria, che alla patria sacrificò la sua vita il 25 agosto 1917, la sua mamma inconsolabile ad eternare il ricordo di un eroe volle pubblicare, Stab. Arti grafiche Lazzeri (Tip. Sordomuti), Siena 1917, pp. 14-5.
26. Ivi, p. 16.
27. «Il giorno che la Patria non domanderà più la mia opera io tornerò a Lei e come se ancora fossi bambino vorrò sedermi sulle sue ginocchia accarezzarla, baciarLa e chiamarLa col dolce appellativo di Mamma che a Lei, come a poche donne, si addice», ivi, p. 21.
28. In memoriam del tenente Aguiari rag. Vaifro caduto per la patria, Tip. Taddei, Ferrara 1917, p. 13.
29. In memoria di un eroe (Carletto Lanzani, sottotenente 89° fanteria, premiato con encomio solenne e con medaglia d’argento al valor militare, 24 ottobre 1885-26 ottobre 1917), Tip. Cairo, Cotogno 1918, p. 10.
30. De Alexandris, Ricordi di un giovane esemplare, cit., p. 24.
31. Giulio Amicizia, Lettere di un soldato italiano, Casa editrice italiana, Roma 1916, p. 5.
32. Ivi, p. 6.
33. P. Mercanti, In tua memoria, o fratello! xxv maggio mcmxviii [Antonio Mercanti], Tip. Pallotta, Roma 1918, p. 24.
34. «Oh, sì anch’io domenica avrei desiderato poter essere al suo fianco per fare la coppietta, ma il destino vuole diversamente e così sia», All’adorata memoria di Angelo Cesarini, cit. p. 38.
35. Carlo Laghi, Tip. Sociale, Siena 1916, p. 16.
36. A. Fodera, Per la memoria del tenente Giulio Montanari morto per una più grande Italia, Tip. Trisi, Lugo 1917, p. 8.
37. «Egli faceva una visita a casa, confortandosi nella considerazione che, tre giorni di consegna militare sono nulla in confronto alla soavità e soddisfazione del bacio materno», In memoria di Mario Di Pillo, fiorentino, sergente nel 6° squadrone cavalleggeri Treviso (28°), che a soli 24 anni di età la sera del 15 maggio 1916 alla quota 121 presso Monfalcone immolava eroicamente la vita per la patria, Tip. San Giuseppe, Firenze 1916, p. 10.
38. «Verrà presto questo dì beato e allora io, con i miei baci ardenti asciugherò le tue lacrime di gioia e mi sazierò, nel periodo della licenza, di tutte le tue carezze e della tenerezza che purtroppo ora mi mancano», Grandi, L’anima di un valoroso, cit. p. 50.
39. «Or sei placato non lottasti invano; / e forse or chiedi sopra l’arso ciglio / un lenimento di materna mano», V. Francavilla, L’aquila e l’eroe [Lettere dal campo di Vincenzo Francavilla, preceduta dal poemetto «L’aquila e l’eroe» dello stesso e da una prefazione di Fausto Salvatori], Tip. Bodoni di G. Bolognesi, Roma 1917, p. 17.
40. In memoria di Ettore Arculeo. Fascicolo commemorativo compilato da Pietro Mignosi e G. Marcianò Galluzzo, Editori “I Nuovi Romantici”, Palermo 1916, p. 24.
41. «Questo giovane che trovava unica e somma delizia poggiare la testa vulcanica e ribelle sul seno amoroso della madre, un giorno, chi sa, avrebbe visto molto nero nel mondo», ivi, p. 70.
42. Grandi, L’anima di un valoroso, cit., pp. 50-1.
43. Alla memoria di Delio Trozzi, caduto per la patria, Tip. Masciangelo, Lanciano 1918, p. 9.
44. P. Mercanti, In tua memoria, o fratello! xxv maggio mcmxviii [Antonio Mercanti], Tip. Pallotta, Roma 1918, pp. 38-9.
45. «[la madre è] contenta di possederti, di averti vicino a Lei, qui, in questo luogo santo, dove t’attendeva per l’amplesso immortale [...]. Commosso dinanzi al tuo dolore di madre, rimasi muto e sconcertato; ma oggi so ben risponderti o Mamma addolorata!… eccoti finalmente il tuo Angelino ritornato a te!», In memoria del sottotenente Angelo Nava, 28 maggio 1922, Tip. Airoldi, Merate 1922, p. 40.
46. «E la mamma che l’ha sempre seguito col pensiero e coll’animo nei dieci mesi che fu al fronte, la mamma che sentiva spesso un desiderio folle di rivedere la sua creatura mentre dormiva tranquilla in una cavità della terra, di vederla quando serena riposava nelle trincee tra le insidie della morte, di vedere quel caro viso di fanciullo trasformarsi quando impavido si slanciava contro il nemico, che tanto odiava, non Lo vedrà più!…», Alla santa memoria del sottotenente Alberto Modena, cit. p. 34.
47. «Pensi poi che la mia lontananza è una illusione una cosa reale soltanto nel senso materiale perché tutto il mio essere Le è vicino e li segue in ogni loro atto. Io sento la sua voce, io la vedo, Mamma mia!», All’adorata memoria di Angelo Cesarini, cit., p. 16.
48. Ivi, p. 65.
49. In memoria di Ettore Arculeo, cit., pp. 24-5.
50. Mercanti, In tua memoria, o fratello, cit., pp. 22-4.
51. Alla memoria di Delio Trozzi, cit., p. 19.
52. D’Amelia, La mamma, cit., pp. 92 ss.
53. Alla memoria di Vittorio Turriccia. Tributo d’affetto della madre nel primo anniversario della morte, xx dicembre mcmxviii, Cooperativa tipog. Azzoguidi, Bologna 1919, pp. 43-4.
54. Ivi, pp. 47-50.
55. Francavilla, L’aquila e l’eroe, cit., p. 7.
56. Se lo domanda – dandosi implicitamente una risposta negativa – il commemorato Angelo Cesarini, già poco convinto, questo va detto, delle ragioni della patria, e per di più orfano di padre: «quando nessun guardo umano può sorprendermi ripenso alla vita passata e mi accorgo che verso di Lei un debito di riconoscenza che solo riuscirò in parte a compensare con il più grande e vero affetto, con la più stretta venerazione. E pensare, povera Mammina mia che dopo aver fatto tanto per noi, noi gli siamo tolti come se non le appartenessimo», All’adorata memoria di Angelo Cesarini, cit., p. 51.
57. In memoria del tenente Pietro Bartoletti. La famiglia nel secondo anniversario della morte. xxiv maggio mcmxix, Tip. Bettini, Cesena 1919, p. 172.
58. In memoria del tenente Giovanni Foti Rocca del 10° bersaglieri (battaglione ciclisti) eroicamente immolato alla patria. Riposto, 1 gennaio 1896-Monte Santo 23 maggio 1917, ore 17. Amici ed ammiratori, Tip. La Siciliana di Ciurca e Strano, Catania 1918, p. 16.
59. «Sono uno fra tanti infiniti», Guido Ercole Marinelli, Tip. Tocco, Napoli 1918, p. 100.
60. Peppino Stasi. Studente 3° anno di ingegneria, sottotenente 13° fanteria, caduto per la patria, a 22 anni, il 22 ottobre 1915. Nel secondo anniversario della morte xxii ottobre mcmxvii, Tip. Vecchi, Trani 1917, p. 23.
61. A Bruno Pisa il 29 ottobre 1917. Nel ventesimo anniversario della sua nascita per evocarne la memoria gloriosa nel dolore, nel rimpianto, nell’orgoglio, Tip. Taddei, Ferrara 1917, p. 12.
62. «Cara mamma, ora che son qui lontano desidero da Lei una sola cosa, anzi la pretendo per il bene che vuole a me ed a Ciccino: che Lei deve stare tranquilla, perché così si ha da essere quando specialmente si ha l’orgoglio e l’onore di avere due figli soldati», In memoria del tenente Giovanni Foti Rocca, cit., p. 16.
63. In memoria di Guglielmo Ottani, Stabilimenti poligrafici riuniti, Bologna 1916, p. 6.
64. Alla santa memoria del sottotenente Alberto Modena, cit., p. 6.
65. «E voi che di tante elette virtù avete l’anima ornata, non piangete, vi prego, siate orgogliosa di vostro figlio, sappiate testimoniare agli immemori, agli increduli, come veramente la donna italiana ama suo figlio, ma prima del figlio ama la Patria», In memoria di Vincenzo Emiliani, caduto sul campo dell’onore, Tip. Trisi, Lugo 1917, p. 69.
66. In memoria di Edgardo Macrelli, cit., p. 11.
67. In memoria del sottotenente Americo Pespani, morto per la patria, Tip. L’Economica, Terni 1918, p. 28.
68. «All’appello della Patria la gioventù d’Italia è balzata in piedi e ha gridato: Presente! Il cuore delle madri si è gonfiato d’angoscia; qualche lagrima ha solcato i loro occhi, ma son tutte rimaste in piedi, tragicamente erette, come Niobe impietrita alla vista delle sanguinose spoglie dei figli suoi trucidati dalla dea Latona. All’appello della Patria la gioventù d’Italia è partita. Nell’attimo fuggente dell’addio le madri hanno trattenuto il respiro nello strozzo ed hanno emesso a fior di labbra suoni inarticolati come augurio, di speranza, di benedizione, in una visione di luce e d’ombra di gioia e di pianto, di vita e di morte», Peppino Stasi, cit., p. 22.
69. Mercanti, In tua memoria, o fratello, cit., pp. 22 ss.
70. «Ricevo spesso le tue belle lettere piene di rassegnazione e di amor patrio e ciò mi è di gioia e di grande conforto», Alla memoria di Vittorio Turriccia. Tributo d’affetto della madre nel primo anniversario della morte, xx dicembre mcmxviii, Cooperativa tipog. Azzoguidi, Bologna 1919, p. 12.
71. Janz, Monumenti di carta, cit., p. 41.
72. Scrive Bartoletti alla madre in occasione della morte del fratello: «Mamma carissima… mi giunge stasera contemporaneamente da Donati e da Eligio la notizia della dura sorte che colpì tutti noi e specialmente te nel sacro amore di mamma», In memoria del tenente Pietro Bartoletti, cit., p. 41.
73. Per servire la patria. Luciano dott. Rag. Pitteri sottotenente di fanteria, cadeva nelle trincee di Dolje il 2 aprile 1916. A ricordo di tanto sacrificio, la famiglia, nel primo anniversario, aprile 1917, Tip. Grazia, Venezia 1917, p. 26.
74. «È venuto purtroppo il momento di fare appello a tutta la tua virtù, non solo e non tanto per vincere te stesso, quanto per il conforto della tua impareggiabile compagna, della povera mamma, altrettanto buona e sensibile, ma forse non sorretta da altrettanta forza d’animo [...] sappi tu infondere coraggio e rassegnazione alla più grande vittima dell’immensa sventura. Ad essa il mio reverente ossequio; a te un abbraccio», (Da Nova Vas all’Hermada). In memoria del sottotenente Carlo Gallardi, medaglia d’oro, caduto combattendo il 22 agosto 1917. Da Nova Vas ai piedi dell’Hermada. La guerra vista da lui (Seconda edizione), Tip. Gallardi e Ugo, Vercelli 1922, p. 50.
75. Alla memoria di Delio Trozzi, cit., p. 19.
76. Mercanti, In tua memoria, o fratello, cit., p. 24.
77. «All’immenso dolore Suo, al Suo cuore straziato io non so recare parole di conforto – Sento che ogni voce, anche se la detti un’amicizia profonda, anche se scaturisce dall’animo conturbato dallo istesso dolore, è inutile e vana di fronte all’angosciato cuore di una mamma. Troppo profonda è la ferita, anche se la gloria irradii di viva luce la morte del suo caro», A Guido Falcieri, nato a Verona il 27 aprile 1894, caduto combattendo eroicamente il 12 agosto 1915 a Bosco Chiari di Complico, decorato al valore, Tip. Bettinelli, Verona 1916, p. 19.
78. Alla memoria di Delio Trozzi, cit., pp. 9-10.
79. «Comprendo che la perdita di un figlio fa sanguinare il cuore di una madre, lo lacera, lo tormenta, lo strazia, ma sia di conforto al vostro nobilissimo animo generoso, il pensare che egli cadde sul campo della gloria [...]. Ma di conforto maggiore dev’esservi il pensiero dell’essere ancora madre, di avere altri figli da amare, a cui prodigare le vostre cure affettuose, altri figli da guidare per il cammino burrascoso dell’esistenza, perché il vostro ministero non è compiuto», D. Canderolo, In memoria di Nuzio Fortunato Canderolo, caduto combattendo il 30 giugno mcmxv tra Vermigliano e Selz, Tipo-litografia del Governo, Tripoli [1915], p. 53.
80. «Il mio non è dolore di parole è un dolore solenne e santo che devo subire da sola», Alla sacra memoria del nostro sottotenente Pier Franco Terrani, 7 ottobre 1891-11 agosto 1916, Arti grafiche varesine, Varese 1917, p. 20.
81. Anch’egli è morto, Dio, per l’Italia (Gustavo Profumo), s.n.t. [Genova, 1917], ultima pagina non numerata.
82. «Un urlo disperato, un singhiozzo straziante, e, come incredula, vuole leggere la ferale cartolina, indi guarda, con occhi sbarrati, le amiche che affettuosamente la circondano, e, con gesto violento, con voce strozzata domandò, gridò: no, il mio Giulietto, non è morto», A. Fodera, Per la memoria del tenente Giulio Montanari morto per una più grande Italia, Tip. Trisi, Lugo 1917, p. 15.
83. «Affranto Genitore che a stento riuscite a circondare d’una dignità di silenzio l’amarezza del grave lutto per un avello improvviso su cui l’amore non ha scritto le sue lagrime in pagine di marmo», In memoria del tenente Giovanni Foti Rocca, cit., p. 15.
84. Biante Remagni, cit., p. 3.
85. «Dolorosa, d’inanzi la tua immagine, e ti bacia, come una sera lontana, su la fronte che l’ombra del tuo piumetto fa un po’ pensosa; su la fronte, dove la bocca cerca un segno, suggello di vita, come il sangue [...]. Poi, ella chiude le labbra sul muto dolore del suo cuore; incrocia le mani e le preme sul petto, dove tu bevesti la vita; e nella croce di Gesù ripete umilmente: Così sia», Mercanti, In tua memoria, o fratello, cit. pp. 43-4.
86. «Ma ella sapeva che non ritornerebbe per allora; pure voleva che tutte le sue cose rimanessero lì ad aspettare come lei, in una cara illusione, che il suo cuore di madre soltanto poteva sognare. Quella cameretta linda e semplice era come il santuario del suo amore», ivi, p. 23.
87. In memoria di Ettore Arculeo, cit., p. 28.
88. «Grazie per il tuo delirio di madre che ti detta la più bella poesia», In memoria di Ennio Brignone, sottotenente 22° artiglieria da campagna, 19 ottobre 1899-11 agosto 1918 sul monte Eckar, quota 1341. I suoi genitori, s.n. t. [1918], p. 29.
89. In memoria del sottotenente Americo Pespani, morto per la patria, cit., pp. 29-30.
90. A ricordo del dott. Marco Aurelio Negrisoli, tenente medico, caduto per piombo nemico il 19 giugno 1918, il fratello Ippolito, s.n.t. [Cremona 1918], p. 26.
91. Alla memoria di Delio Trozzi, caduto per la patria, cit., p. 89.
92. D’Amelia, La mamma, cit., p. 189.
93. In memoria del tenente Eugenio Arzelà dell’eroica brigata Como, caduto sul Col dell’Orso il 27 dicembre 1917, Tip. Ariani, Firenze 1918, p. 16.
94. Biante Remagni, cit., p. 21.
95. In memoria di Marcello e Leopoldo Chianglia, Tip. Montrucchio, Torino 1922, p. 29.