Conflitti palesi e convivenze celate:
le “appartenenze” prima del nazionalismo

di Giorgio Fiocca

 

Queste riflessioni scaturiscono da un percorso di ricerca ad esse tangenziale e al momento in progress, attinente ai caratteri e ai destini degli imprenditori italiani, prima nell’Istria asburgica, poi sotto il Regno d’Italia e, infine, nel secondo dopoguerra quando alcuni di loro furono costretti a trasferirsi nel nostro Paese. Più correttamente, per distinguerli dal resto della popolazione istriana, si dovrebbero definire “imprenditori di lingua italiana” prima del 1918 e, poi, cittadini italiani fino all’abbandono delle loro aziende e delle loro case per l’arrivo delle truppe di Tito o per i decreti di espulsione in seguito all’annessione dell’Istria alla Repubblica jugoslava.
Dopo anni di ricerche e di approfondimenti nel campo della entrepreneurial history e della business history, lo studio di una borghesia imprenditoriale oggi significa indagare non solo sulle manifestazioni di carattere squisitamente economico e aziendale, ovvero sull’ammontare degli investimenti, sulla tipologia delle produzioni, sul commercio dei prodotti, sulla manodopera impiegata, sul livello tecnico ecc. Si tratta altresì di disegnarne i contorni sociali e personali segnati dagli ambienti familiari di origine, dai percorsi scolastici e culturali, dalle relazioni matrimoniali, dai rapporti sociali, a loro volta declinati in appartenenze religiose, associazionistiche, partitiche e via dicendo. Tutto ciò, se calato in un territorio caratterizzato da famiglie distinte nettamente per lingua, religione, cultura oltre che per livello sociale, professione e interessi economici, ha imposto in primis di fare chiarezza sulle categorie interpretative utilizzate e sui lemmi assunti per articolare le fortune dell’imprenditoria giuliano-dalmata dagli inizi del secolo scorso fino oltre il secondo dopoguerra.
Il contesto, cui la storiografia corrente rimanda, è caratterizzato da una continua e quasi ossessiva riproposizione di una società divisa e contrapposta, definita secondo un procedimento a ritroso che, partendo dalle vicende drammatiche della guerra, della sconfitta e della persecuzione ed espulsione delle famiglie italiane, ha rivolto principalmente la sua attenzione alla nascita e allo sviluppo dei nazionalismi. Questi sono diventati così il termine di paragone per definire ciò che di rilevante è accaduto in quei decenni e il collante utile per assemblare eventi diversi. La dissoluzione della Repubblica jugoslava, le guerre e le pulizie etniche che ne sono seguite, hanno dato nuova energia agli studi, in Europa e negli Stati Uniti, sui processi di formazione e di difesa delle identità collettive che hanno caratterizzato la storia, tra Ottocento e Novecento, di quasi tutti i paesi del mondo, dal Vecchio Continente al Sudamerica, dal Medio all’Estremo Oriente. Le lotte cruente che si sono scatenate nella ex-Jugoslavia dopo la morte di Tito nel 1980, hanno rinnovato le pretese di indipendenza prima del Kosovo albanese dalla Federazione jugoslava e poi, via via, della Slovenia e della Croazia dalla Serbia fino ai massacri in Bosnia-Erzegovina tra musulmani e serbi. Una guerra civile durata più di 15 anni, con migliaia di vittime (soprattutto civili) e che oggi cova ancora sotto le ceneri, tenuta a bada dalla presenza massiccia delle truppe nato.
Questi eventi hanno spinto gli studiosi a interrogarsi sulle ragioni che hanno consentito, dopo decenni di (apparente) omogeneizzazione ideologica e culturale comunista, la sopravvivenza “carsica” dei nazionalismi. Con un certo stupore, si è constatato il riemergere di mobilitazioni nazionalistiche anche in contesti che si supponevano pacificati su valori condivisi1. Si è perciò voluto rivedere il significato dei trattati di pace di Versailles del 1918 e quello dell’egemonia dei sistemi comunisti del 1945 interpretandoli come l’avvio di un periodo di ibernazione delle culture politiche, delle mentalità e delle aspirazioni preesistenti, destinate puntualmente a riproporsi con la fine del sistema di Yalta e con la caduta del muro di Berlino2. Non solo quanto è successo nella ex-Jugoslavia, ma altri fenomeni assai meno cruenti come la separazione tra boemi e slovacchi, i sussulti degli ungheresi di Romania e via dicendo fino ad arrivare alle aspirazioni indipendentiste degli scozzesi, dei baschi e dei padani di casa nostra, suonano a conferma, appunto, della convinzione che le appartenenze nazionalistiche e le identità collettive siano espressione di sedimentazioni tanto forti quanto longeve, tali da superare, come salamandre, il fuoco delle repressioni, delle snazionalizzazioni e delle deportazioni.
Gli studi in questo campo continuano così ad arricchire gli scaffali delle biblioteche e, pur nella diversità dei terreni di indagine e dei periodi cronologici, condividono lo stesso uso frequente del termine “antagonismo” in tutte le sue possibili declinazioni lessicali. Uno dei più noti storici italiani, Franco Gaeta, ha usato il vocabolo “contrapposizione” per indicare come l’idea di nazione rimandi al contrasto con il vecchio stato patrimoniale dei monarchi assoluti3. Altri hanno utilizzato vari sinonimi per descrivere i caratteri dei gruppi etnici, linguistici, religiosi e territoriali. Parlando delle popolazioni dell’Alto Reno durante il tardo Medioevo, Wolfgang Kaiser ha evocato il sorgere di uno specifico nazionalismo nella mobilitazione contro i turchi4. A maggior ragione, quando si passa dalle categorie astratte delle aspirazioni collettive al più concreto menare le mani, allora si adoperano le parole “conflitto”, “guerra civile”, “lotta fratricida” con cui si richiamano episodi di scontro cruento tra nazionalismi guerreggianti (di per sé un pleonasmo perché i nazionalismi sono sempre bellicosi).
Il trascorrere di due secoli di storia, caratterizzati dall’affermarsi dei nazionalismi in paesi tra loro tanto differenti, non sembra aver scalfito la natura di quei movimenti che furono espressione di comportamenti antagonisti e restano tali anche nel presente, quando i processi di unificazione europea, la diffusione di sistemi democratici e di partecipazione politica, la maggiore cooperazione internazionale e la globalizzazione economica si credevano mezzi utili ad avviare un processo virtuoso di reciproca tolleranza e compenetrazione. Al contrario, assistiamo all’affermarsi di rivendicazioni ideologiche che puntano alla frammentazione ulteriore dei grandi sistemi statuali tradizionali attraverso una sempre più stringente perimetrazione di confini regionali e locali dando vita a battaglie politiche aggressive nei confronti della istituzione identificata, di volta in volta, come intollerabile accentratrice. Dunque, anche queste nuove forme nazionalistiche rimandano ad un pensiero forte di “conflitto” quale comune denominatore5.
Per spiegare questi scontri tra “gruppi” gli storici hanno rivisto le categorie interpretative, ampliandole e includendone altre. A quelle ottocentesche della lingua e della razza hanno aggiunto quelle della religione e dell’ambiente culturale, allo scopo di chiarire meglio la genesi e le articolazioni dei fenomeni nazionalistici. Tralasciamo l’idea avanzata da alcuni sul loro essere consustanziali alla natura umana6 per spiegarne la costante e marcata presenza nella storia recente: ciò infatti porterebbe a includere nella sinossi delle manifestazioni “nazionalistiche” qualsiasi vicenda che si presenti con i caratteri di uno scontro tra gruppi, siano essi regionali o locali. Le microstorie dell’età moderna o gli studi sulle comunità arabe o asiatiche hanno rivelato dinamiche conflittuali tra schieramenti di individui appartenenti alla medesima etnia, religione e lingua parlata. Un primo esempio giunge dalla Liguria tardo cinquecentesca: «Le società locali erano stratificate e divise in gruppi, coalizioni e fazioni rivali, ma avevano nello stesso tempo una omogeneità culturale che si esprimeva in particolare nelle relazioni col mondo esterno»7. Aggiungo che facevano parte di quella omogeneità culturale la lingua e la religione. Spostandoci a sud, nel paese di Mesagne in Puglia tra il XVI e il XVIII secolo, si è constata l’esistenza di gruppi di appartenenza fortemente distinti e strutturati8. Più in grande, sempre nel XVI secolo, nel vicino Oriente le varie comunità ebraiche – sefardite, askenazite o romaniote – erano lacerate tra loro dalle diverse interpretazioni delle norme religiose, dalle usanze, dalla cultura e dal modello di vita complessivo9. In anni più vicini, nella Eboli descritta da Gabriella Gribaudi si definisce una divaricazione nello spazio e nella struttura sociale: la comunità alta contro i quartieri nuovi che sorgono all’esterno della vecchia cinta urbana, il partito della parte alta della città contro quello della parte bassa, a ciascuno dei quali si agganciano insiemi di valori opposti (principi ascrittivi e principi acquisitivi, legami morali e legami contrattuali ecc.)10. Si manifestano contrasti forti e laceranti tra i due gruppi, ciascuno dei quali si definisce per un elemento di identificazione spaziale e reti matrimoniali pur condividendo con l’altro gruppo lingua, religione e sistema normativo.
In tutti questi casi – e nei molti che si potrebbero ancora fare – gli studiosi hanno nuovamente utilizzato il termine “conflitto” e tutti i suoi derivati. Questi però non rientrano nella categoria dei conflitti etnici che hanno insanguinato intere regioni europee o che covano sotto la cenere delle tensioni separatiste. Pur tenendo conto che il nostro linguaggio non rappresenta tutte le sfumature possibili della realtà, tuttavia l’uso indistinto della stessa parola per indicare due tipologie diverse di avvenimenti indica un’insufficienza che è in primo luogo concettuale e che riflette una certa semplificazione del processo istruttorio. Di fronte a una risultante evidente e certa, il “conflitto”, la complessità e l’interdipendenza delle cause che l’hanno determinato è tale che si è stati indotti a selezionare quelle che appaiono strettamente ad essa legate e a far combaciare l’arco temporale della ricerca con quello della loro esistenza. Al pari di un biologo o un patologo intenti a isolare un microrganismo o una cellula dagli altri microrganismi o cellule circostanti per poterne meglio descrivere i processi biologici o vegetativi, lo storico estrae il conflitto dall’insieme degli eventi e ne indaga le cause profonde attraverso gli oggetti che sono declinabili con quella conflittualità: razza, religione, cultura, economia, popolo, maggioranza/minoranza e altri termini idonei a identificare una frattura: così «La storia si fa diagnosi del normale e del patologico, giunge a mimare il discorso del suo stesso oggetto»11.
Il punto centrale, esplicito o meno che sia, è dato dai processi di formazione della nazione e dalla nascita del nazionalismo. In Europa, due guerre mondiali sono state innescate da processi nazionalistici e le lotte – per fortuna non sempre cruente – che si svolgono ancora oggi in Europa, in Africa, in Asia o in Medio Oriente sono motivate da movimenti nazionalistici che mirano alla costituzione di entità statuali separate. L’idea di nazione è stata ed è tuttora il valore ecumenico che anima le identità degli stati e i movimenti indipendentisti, ma questa universalità prospera a patto di specificarsi nella difesa delle singole – e contrapposte – particolarità territoriali, etniche e linguistiche12. Perciò, in ordine di tempo, la prima questione che gli storici contemporanei si sono posti è stata quella di indagare l’archetipo dello stato nazionale e, parallelamente, i movimenti nazionalisti. Dalla ricostruzione dei processi storico-istituzionali (dallo stato d’Ancien Régime alla nazione costituzionale-parlamentare) si è giunti a scandagliare i processi identitari che sono alla base delle comunità nazionali e infine la loro rappresentazione ideologica. Tutta la storiografia, fino agli anni Ottanta del secolo scorso, è paradigmatica della prima fase e non a caso l’età contemporanea data dalla rivoluzione francese e dalla formazione dei primi stati nazionali (fatta salva la Gran Bretagna, prima, al solito, nella rivoluzione parlamentare, in quella del pensiero liberale e nell’affermazione del capitalismo economico). L’indice della già citata opera di Gaeta ne è specchio fedele: le dottrine politiche nazionaliste, l’Ancien Régime, lo Stato e le classi e poi i movimenti e le correnti ideologico-culturali (in Italia). La monumentale opera curata da Ettore Rota13 è intrisa di categorie nazionaliste: dalla Dichiarazione dei diritti (art. 3) della rivoluzione francese all’equilibrio europeo, al rapporto tra Stato e Nazione. Nel capitolo “Per la storia di un’idea storiografica: l’idea di una unità della storia italiana”, Ernesto Sestan ricorre spesso al binomio «nazione italiana» nel dare conto degli studi sulla nostra penisola, anche prima del Risorgimento di Cattaneo, prima di Machiavelli, prima dell’età comunale, fino a lambire l’anno Mille14. In Italia, particolare attenzione è stata posta nel descrivere le componenti della cultura nazionalista e le vicende dei partiti nazionalisti: i loro valori di riferimento, gli intrecci con il capitalismo monopolista, l’adesione dei gruppi sociali e la propaganda15. Prendendo spunto dalle affermazioni di Hobsbawm, Roberto Vivarelli ha segnalato di recente come sia appropriato intendere la nazione come comunità di cittadini, pur distinguendola come “aperta” o “chiusa” a seconda che sia disposta o meno ad accogliere gruppi etnici diversi16.
La comunità di cittadini, i gruppi sociali, le élites intellettuali e altri insiemi di persone sono entità che si distinguono, ciascuna, in base a criteri “oggettivi” quali la lingua, l’etnia, la religione, e altro ancora, e tutti concorrono, con percentuali diverse, all’aspirazione e alla costituzione della nazione. Quei criteri sono gli stessi adoperati per comprendere le motivazioni dei recenti conflitti che, come detto in precedenza, si sono manifestati anche nel continente europeo. Si è sviluppato, parallelamente a quello storico-istituzionale, il versante di studi sui criteri oggettivi che hanno dato luogo ai processi di nation building che Hobsbawm, per primo, ha ricondotto entro gli argini di una riflessione unitaria evidenziando la contraddizione di un nazionalismo che pretende (secondo un modello ottocentesco, liberale e occidentale) di unificare ed emancipare mentre si batte (ora come allora) per l’affermazione di divisioni etniche, linguistiche e religiose17. A questo apparente dualismo si riconnettono quasi tutti gli autori recenti, ora studiando i lemmi portanti dell’ideologia nazionalista ora la fisiognomica delle nazioni esistenti, in relazione reciproca tra loro. Tale indifferenza di approcci non segue sempre la invariabile genesi degli stati-nazione, laddove i lemmi precedono necessariamente le nazioni: è l’ideologia nazionalista a fornire il decalogo per accogliere un’entità collettiva nel novero delle nazioni e per definire l’identità dell’individuo necessaria a conferirgli la cittadinanza, discriminando gli altri.
Quello dell’identità è un concetto ambiguo, sebbene largamente utilizzato. Infatti, esso impone che un gruppo possa essere oggetto di conoscenza a patto che sia riconducibile a un oggetto rappresentabile (un sistema di credenze, di comportamenti, di lingua ecc.), a sua volta definito, in precedenza, secondo statuti giuridici di appartenenza (religione, lingua, razza ecc.)18. Il procedimento dà luogo a una tautologia che ci può restituire solo l’immagine di comunità estese, visibilmente divaricate al loro interno. Una tautologia d’altra parte che si ritrova sempre alla base della creazione del patrimonio d’identità di una nazione. Il percorso è pendolare: prima si è andati dal gruppo alla nazione per definirne i tratti distintivi e poi dalla nazione si è tornati alla comunità di quelli che ne formano il corpo per assegnare loro l’“identità nazionale”.
La percezione dei tratti distintivi trascende la sensibilità culturale dello studioso perché essi hanno la forza di imporsi a chiunque come oggetti reali se un qualsiasi mercante del bazar di Istanbul sa discernere, a venti metri di distanza, un italiano da un francese o da un americano, ancor prima di udirlo parlare: l’abbigliamento, la gestualità, il modo di stare tra gli altri sono espressione di appartenenze diverse. Inoltre, ognuna di queste voci può risaltare sulle altre e assegnare a ciascuno un particolare carattere distintivo. Seguendo uno schema analogo, l’identità di una nazione è la rappresentazione in astratto di una combinazione di elementi quali una continuità storica con gli antenati, una galleria di eroi virtuosi, una lingua comune, un sentimento religioso, un folclore, una cultura e un paesaggio definito. Ognuno di essi si trova in percentuali diverse nel composto a seconda di quale elemento, tra loro, meglio risponde allo scopo di delineare nettamente le differenze tra una nazione e l’altra, dando luogo a modelli identitari molteplici, tutti validi purché giustifichino le demarcazioni e quindi i conflitti.
Perché gli sforzi di attribuirsi un modello identitario – individuale, di gruppo e di stato – abbiano senso è necessario che esista un Altro – individuo, gruppo o stato – a cui assegnare un modello diverso dal proprio, senza il quale non vi sarebbero né demarcazioni né conflitti. Tutte le narrazioni che hanno questi temi per oggetto sottintendono un Noi e un Loro distinto per razza, religione, psicologia e cultura. È un meccanismo di inclusione ed esclusione «che tiene in sospeso, e pertanto in vita, l’identità nazionale tout court»19. Ad esempio, guardando alle vicende più strettamente legate ai rapporti italo-sloveni tra Ottocento e Novecento, si scopre che le immagini dell’Altro sono state una fonte inesauribile di argomenti a cui gli ideologi dell’identità nazionale (prelati e uomini politici, intellettuali e insegnanti, possidenti e professionisti) hanno attinto per perorare la causa ora del riscatto nazionale, ora di un partito politico, ora della guerra di liberazione popolare20.
Il secondo lemma che ricorre di frequente nelle trattazioni storiche è quello di “razza”, oggi pudicamente meno usato (insieme a quello di “stirpe”) nella terminologia corrente ma concettualmente del tutto fungibile a “etnia”. È fenomeno recente cogliere, in alcuni passaggi del discorso politico di varie formazioni autonomiste italiane, indizi che rinviano a una nozione chiusa e ascrittiva, molto vicina a quella di razza, per definire il concetto di etnia. Essa va intesa, secondo questo pensiero, come momento evolutivo-biologico-socio-culturale unitario21.
Niente altro fu più potentemente brandito per quasi due secoli per colonizzare, sottomettere, sfruttare e, infine, cancellare l’Altro. Sul “fardello dell’uomo bianco” si è costruito l’Impero britannico e sul mito della razza ariana si è pianificato l’olocausto. L’ideologia nazionalista è intrisa di richiami alla razza allo scopo di argomentare meglio le appartenenze distinte, le etnie e i conflitti. Nella guerra del Pacifico condotta dagli Stati Uniti contro il Giappone negli anni Quaranta del secolo scorso, si sviluppò una cultura del combattimento che poggiava ampiamente sui due elementi della propria identità e della razza (inferiore) altrui22. Senza mai appannarsi, le superfici culturali delle varie intelighenzie nazionali si rimandavano l’un l’altra i contorni di un razzismo che conobbe sotto il nazismo e il fascismo la sua apoteosi. Gli scienziati sociali, in primis antropologi ed etnologi, fossero essi arruolati o meno nelle organizzazioni culturali del regime, coltivarono un pensiero comune sui fondamenti della teoria razziale, il cui postulato era la rappresentazione di un’umanità suddivisa in diversi gruppi naturali, intesi in senso zoologico e dunque diversi tra loro per fattori fisici ancor prima che psicologici e culturali23. Nella sua forma più estrema – ad esempio, l’antisemitismo – il razzismo punta a disconoscere alla radice l’esistenza di un sentimento nazionale nell’Altro, riducendolo a pura espressione biologica (con gli epiteti “muso giallo” per i giapponesi, “raton” per gli algerini, “terrone” per i meridionali italiani e così via)24. Per questo esso sembra avere poco a che fare con l’ideologia nazionalista tesa, invece, all’esaltazione delle identità collettive. Tuttavia il pregiudizio che sta al fondo di quella negazione non potrebbe manifestarsi se non avesse utilizzato il medesimo modello identitario che permette di distinguere l’Altro da Sé assegnandogli una razza, una religione, una psicologia e una cultura per poi negargliela e poter meglio rimuovere ogni scrupolo etico nella sua oppressione e annientamento. Anche se il razzismo non è sempre manifesto, esso però costituisce una componente necessaria alla costituzione dei nazionalismi25.
Morte dell’Altro ma anche morte di Sé: i culti nazionalistici con il loro armamentario rituale sono intrinsecamente legati alla contemplazione della morte e all’esaltazione del conflitto, l’una imprescindibile dall’altro. Il Sacrario della Patria/Milite Ignoto sono allestimenti nati a conclusione della forma più estrema di lotta, la guerra, e nessun simbolo della cultura nazionalista ha maggior rilievo che la tomba del soldato sconosciuto. Su questo “oggetto” si è costruito e coltivato un sentimento patriottico26, secondo il quale il sacrificio della vita assume afflati religiosi nella difesa della propria identità e collettività di appartenenza. La mistica della patria deve molto, come ha scritto Anderson, all’immaginario religioso come risultante di un processo storico che vede la progressiva affermazione della prima legata al declino del secondo a partire dal secolo dei Lumi27. Questo connubio sacro-profano non scaturisce soltanto dalla trasformazione della vita eterna in culto laico della memoria e dalla rimozione dell’angoscia per la caducità della vita umana grazie a percorsi di riscatto terreno. La sua ragion d’essere sta anche nel fatto che la religione (segnatamente la cristiana e la musulmana) ha incapsulato una concezione forte dell’appartenenza e del conflitto: infatti non sta forse scritto «Non crediate che io sia venuto a portare la pace sulla terra: non sono venuto a portare la pace ma la spada. Sono venuto a separare l’uomo da suo padre, la figlia da sua madre, la nuora da sua suocera; sì, nemici dell’uomo saranno quelli di casa sua»28. Una demarcazione netta si è posta tra una comunità inclusiva di coloro che ne fanno parte perché credono negli stessi valori ed esclusiva di quelli che si richiamano a trascendenze diverse, rompendo così quella tradizione di tolleranza vissuta propria delle religioni politeiste29. Citando nuovamente le vicende balcaniche, l’assetto geopolitico disegnato al congresso di Berlino del 1878 determinò la formazione, all’interno dei nuovi confini della Bulgaria, della Turchia e del protettorato austriaco sulla Bosnia-Erzegovina, di consistenti gruppi di Loro contro i quali i Noi si ergevano a difesa della nazione. La distinzione avveniva sulla base dell’appartenenza religiosa (ortodossi, cattolici, musulmani e greci ortodossi) come elemento più importante della stessa origine territoriale o linguistica30 e, su questa base, sarebbero in seguito scoppiate ripetute e sanguinose lotte.
Si è tornati così a mettere l’accento sul “conflitto” quale altro lemma forte della storiografia “del” e “sul” nazionalismo e, più in generale, dell’atmosfera culturale europea tra Ottocento e Novecento. Ossessionata dallo spettro della decadenza della civiltà occidentale – decadenza il cui stigma era dato dalla rimozione della lotta intesa come forza vitale di una società – settori importanti della società colta, soprattutto i giovani, scelsero di richiamarsi all’energia rigeneratrice del conflitto per avviare il ringiovanimento spirituale della collettività. Ciò avrebbe necessariamente abolito ogni forma di mediazione politica tra soggetti distinti e l’affermazione del principio della supremazia del più forte31. Ma la conflittualità non appartiene solo ai movimenti nazionalistici o alla storia dei rapporti tra gli Stati: oggi, periodo nel quale le guerre tra nazioni sono state sostituite dagli assalti terroristici e dalle lotte cruente tra minoranze, il conflitto continua ad essere il segnale di richiamo per avviare le indagini sulla genesi e i caratteri identitari degli schieramenti contrapposti: «Sans doute porté par l’actualité brûlante, c’est sur l’explication des conflits entre les groupes que l’on s’interroge aujourd’hui»32. Infatti, ancora ai nostri giorni, il tema simbolo è dato dallo scontro tra la civiltà cristiana e quella musulmana, intorno al quale convergono, per poi dividersi, gli addetti ai lavori, operando chi sull’etnia e sulla razza, chi sulla cultura e la religione, chi sulla collettività o l’individuo.
A questi elementi la storiografia contemporanea accede attraverso il vestibolo del “conflitto”, dal quale non può prescindere sia quando lo assume come risultato di processi anteriori sia quando lo colloca all’origine degli sviluppi successivi. È il verificarsi dello scontro, più che le suggestioni storiografiche, a richiamare l’interesse degli studiosi sulle ideologie e i movimenti che definiscono e difendono le diverse appartenenze collettive33. Lavoro di ricerca imponente e incessante che, come si è detto, riempie ormai decine di metri di scaffali nelle biblioteche. Del resto lo storico ha bisogno sempre di un “chiodo” a cui appendere la tela della propria indagine. Tuttavia ancora sfugge la risposta fondamentale che fa dire a un intellettuale, che storico non è, a proposito della ex-Jugoslavia:

La gioventù [...] è stata indotta con modalità tanto semplici quanto criminali a sviluppare quel reiterato bisogno di distinguersi che ormai tutti ci affligge. Un veleno che si riconosce più efficacemente all’opera proprio lì dove meno siamo in grado di decifrarle, queste distinzioni. Vallo a dire a un dalmata, che non sai riconoscerlo da un serbo, che gli abita accanto e che parla la sua stessa lingua. Vallo a dire a un serbo che ha lo stesso identico aspetto del bosniaco o del kosovaro di origine musulmana. Ora che il mondo va balcanizzandosi [...] suona offensivo ipotizzare da quelle parti l’esistenza di una identità balcanica34.

Sollecitato dal manifestarsi del conflitto, lo storico contemporaneo ha posto la sua lente sulle modalità e i soggetti attivi di questa efficace opera di “induzione” che ha la caratteristica di essere sempre stata elaborata e portata avanti da una cerchia di intellettuali più o meno ampia a seconda che si includano solo le aristocrazie della cultura (filosofi, scrittori, artisti ecc.) o anche tutti gli operatori culturali (insegnanti, giornalisti, ecclesiastici). Tutti i lemmi fin qui menzionati hanno fatto la loro fortuna grazie alle cure e all’impegno degli intellettuali. Inventata o meno che fosse la tradizione, è sempre dalle loro mani che passa la formalizzazione del sentimento identitario-nazionale. È paradigmatico il caso della “Romania”, la cui accezione corrente del termine compare solo nel primo ventennio dell’Ottocento, dopo un accurato lavorio, portato avanti dagli intellettuali, di certificazione della purezza latina della stirpe rumena che aveva preservato, ritirandosi nei boschi e nelle campagne, la propria etnia dalla contaminazione portata dagli invasori successivi35. Su questo filone si sono ormai scritte migliaia di pagine da quando, nel 1983, Hobsbawm pubblicò, insieme a Ranger, L’invenzione della tradizione, sottolineandone l’importanza fondamentale nel processo costitutivo dell’identità nazionale ad opera di storici e letterati in Scozia come nell’India vittoriana, in Africa come in Europa orientale. Più recentemente, Anne Marie Thiesse ha evidenziato i percorsi culturali che hanno posto le basi del mito delle origini celtiche dei francesi che ha preso piede negli anni della rivoluzione fino a dopo l’Impero napoleonico; e le origini letterarie dell’identità tedesca dei fratelli Grimm e scozzese di Walter Scott con la stesura del primo romanzo storico36. Tutti questi prodotti sono stati assorbiti dal pensiero politico che ha animato le correnti nazionaliste e ha determinato la nascita di movimenti e partiti variamente orientati alla conquista dell’indipendenza nazionale e alla difesa della identità.
Il punto di partenza degli studi sulle appartenenze collettive è stato quasi sempre un’organizzazione riconoscibile in un’associazione, in un periodico o in una struttura amministrativa. L’anamnesi delle loro attività ha portato poi all’enucleazione dei lemmi di cui si è detto e allo studio della loro diffusione nella società attraverso la scuola, i giornali e le celebrazioni pubbliche. Si è così creduto, allargando l’orizzonte delle indagini, di rompere la tautologia che partiva dalle strutture per definire le espressioni ideologico/culturali proprie al nazionalismo e ai fenomeni identitari per poi tornare a etichettare quelle strutture come partiti nazionalisti e movimenti identitari. Non vi è nulla di metodologicamente scorretto: lo storico lavora sulle manifestazioni dei fenomeni sociali e, nel caso specifico, ci si è spinti a indagare su tutto ciò che poteva contribuire alla comprensione dei meccanismi che determinano identità e conflitti.
Tuttavia, rimane ancora largamente inesplorato un aspetto che è allo stesso tempo di merito e di metodo. Se gli studi hanno illustrato con dovizia di particolari la genesi delle appartenenze separate e dei conflitti, si sa poco o nulla dei tempi anteriori quando le separazioni non si erano manifestate e quando la convivenza costituiva il tratto dominante del meccanismo sociale. Infatti, per via logica, si può parlare di “separazione” solo riguardo a ciò che prima era unito e concepire il conflitto come rottura drammatica di una convivenza. Non vi è dubbio che, a partire da un certo momento in poi, l’idea della diversità ha dato forma ad aspirazioni di indipendenza e supremazia che vanno sotto il nome di nazionalismi e imperialismi. Elaborata da intellettuali e organizzata politicamente in partiti e associazioni, quell’idea si è incuneata con forza nel tessuto sociale lacerandolo ed esasperando le differenze etniche e culturali. Quando quelle differenze diventano insopportabili si è alla soglia del conflitto cruento.
Questa riflessione non vale per ogni situazione così come è storicamente data. Risultano importanti l’ampiezza temporale durante la quale il fenomeno si è sviluppato e il momento prescelto per analizzarlo. Schematizzando, nel periodo della corsa all’Ovest, i pionieri bianchi che si insediarono nelle praterie indiane d’America appaiono da subito come teste di ponte di un esercito con un’altra divisa. Ancora: i gruppi di cinesi che sbarcarono negli Stati Uniti nell’Ottocento diedero luogo a ghetti ben definiti. Passando ad anni prossimi a noi, gli insediamenti israeliani in Cisgiordania sono perfino fisicamente perimetrabili. Ma si tratta di fatti “migratori” che hanno coinvolto un numero significativo di individui tra loro omogenei, collocati all’interno di una collettività di soggetti con una diversa omogeneità.
Nel caso dei territori della ex-Jugoslavia – assunti qui a paradigma – le dinamiche sono state assai diverse e hanno avuto un andamento secolare. Gli studi sulla popolazione compiuti all’inizio del secolo scorso ponderarono la consistenza numerica delle diverse etnie, dando l’assoluta preminenza all’elemento slavo, sommatoria dei serbi e dei croati, rispetto a quello italiano. Oggi, nessuno si azzarderebbe a collocare nel medesimo contenitore quelle etnie dopo una guerra tanto sanguinosa ma ai saggisti italiani di allora premeva stigmatizzare la politica dell’Austria favorevole ai serbo-croati e repressiva nei confronti di una comunità di lingua italiana che era superiore per livello economico e sociale. In Dalmazia, il censimento ufficiale del 1910 indicava un rapporto del 2,9% dei secondi rispetto ai primi, la percentuale più bassa da mezzo secolo a quella data, segno di un processo demografico che esaltava l’elemento slavo-serbo-croato e mortificava quello italiano37. Tuttavia esso costituiva un piccolo segmento cronologico di un processo di lunghissimo periodo durante il quale flussi migratori slavi, dominazione veneziana e poi turca, insediamenti tedeschi e ladini avevano dato luogo a realtà assai composite e frastagliate sia dal punto di vista etnico che religioso. Prima che il nazionalismo si espandesse dalle élites alle comunità e determinasse una concezione differente dell’Altro, quelle diversità avevano significati diversi che poi furono volutamente trascurati da un’intellettualità tesa a creare appartenenze separate e a inventare tradizioni.
Partiamo da un dato non controverso: l’insediamento territoriale delle varie etnie. Sebbene approssimate, le cifre fornite dalle rilevazioni statistiche compiute a cavallo tra il XIX e il XX secolo e quelle delle successive elaborazioni indicano una maggiore densità della popolazione nella fascia costiera (62%) rispetto al retroterra, addensata nelle città di Spalato, Bencovaz, Imoschi, Signo, Ragusa e altri centri minori. Qui si registravano i nuclei più numerosi di italiani, quasi sempre minoritari rispetto al resto degli abitanti serbo-croati. La rappresentazione della realtà insediativa istriana e dalmata si può schematicamente ricondurre a una bipartizione delle vocazioni socioeconomiche, suddivisa tra i centri urbani costieri, da un lato, che guardavano al mare e ai traffici commerciali e, dall’altro, la campagna montuosa chiusa in se stessa e agro-pastorale38. I primi, economicamente più ricchi della seconda, ospitavano le comunità più consistenti di cattolici mentre nell’entroterra era consistente la presenza di ortodossi e musulmani39. La percezione di una forte divaricazione tra i due ambiti territoriali era confortata dall’estrema povertà della rete viaria che congiungeva le zone interne alla costa: ancora nel 1926 esisteva una sola strada che univa Fiume alla sua provincia40. Appena quattro strade postali collegavano Trieste con Pola e Fiume e quest’ultima con Pisino e, di qui, la Val d’Arsa41. Anche se tracciate sulla carta, molte strade risultavano difficilmente agibili per alcuni mesi dell’anno per le cattive condizioni atmosferiche che rendevano il fondo stradale impraticabile, anche a causa di un’inesistente manutenzione. Alla vigilia della Grande guerra, ancora più rada risultava essere la rete ferroviaria, ferma alla linea che collegava Fiume e Pola al tronco Vienna-Trieste: «la scelta dei percorsi [fu] dettata in primo luogo dalla considerazione che quella era la traiettoria più diretta e meno costosa [...] e dal fatto che il tracciato passava attraverso luoghi scarsamente abitati e da fedelissime popolazioni slave»42.
Lo stato penoso delle vie di comunicazione fu assunto a specchio delle differenze marcate che dividevano la costa dall’entroterra, gli italiani dai serbo-croati, i traffici per mare dall’autosufficienza delle campagne, le città dai villaggi. Sotto la spinta di un forte nazionalismo prima e del fascismo poi, le memorie e gli studi pubblicati finivano, anche implicitamente, per ribadire una divaricazione anche “fisica” tra i diversi gruppi etnici che popolavano quelle zone. Ciò che fu fatto in seguito, sotto il regime mussoliniano, per potenziare i collegamenti infrastrutturali porterà i segni del dominio e della prevaricazione43.
Così tutto si tiene: le divisioni e i conflitti dei pubblicisti di allora sono diventate le categorie degli storici contemporanei di ora per ribadire ciò che è sotto gli occhi di tutti: antagonismi, separatismi, pulizie etniche e guerre guerreggiate. Ma accanto a questi elementi, esistono anche tracce meno evidenti perché meno indagate che rimandano a una realtà diversa, preesistente e dimenticata sotto i colpi delle ideologie e della superiorità etnica. I segni sono labili ma si colgono en passant sparsi tra le righe della saggistica contemporanea appena essa accenna a scendere dal livello dei movimenti e dei processi generali alla dimensione del particolare e del quotidiano. La simbolica frattura città/campagna va lasciata sullo sfondo delle dinamiche complessive dell’economia e delle classi sociali per spingersi, invece, alla ricerca di luoghi e occasioni dove i villani si mescolano con i cittadini. Le appartenenze religiose diverse che si ritrovano nella molteplicità degli edifici di culto sono i riferimenti principali da cui partire per individuare i momenti in cui esse si stemperano e si annullano nei matrimoni misti e nella partecipazione corale alle cerimonie. Il mercato del lavoro non va più inteso solo come variabile dello sviluppo economico o dei conflitti salariali ma ricostruito nei luoghi di lavoro, negli opifici e nelle botteghe dove i dipendenti, maschi e/o femmine, lavoravano ogni giorno gomito a gomito fossero essi slavi, croati o italiani.
La difficoltà del compito sta, in primo luogo, nella reperibilità e consistenza delle fonti ma è facilitato, per converso, dalla possibilità di ricorrere a una collaudata metodologia storica – moderna più che contemporanea – che ci ha offerto quadri di vita sociale e familiare che spaziano dalle fortune economiche ai consumi domestici, dal funzionamento del mercato del borgo o del villaggio alla percezione degli spazi residenziali, dall’intreccio delle relazioni matrimoniali alle pratiche religiose, dall’uso degli oggetti alle feste locali. La collocazione geografica dei temi qui proposti relativi al nazionalismo appartiene per convenzione cronologica all’età contemporanea, ma di fatto è più prossima all’evo moderno per qualità e dimensione degli agglomerati urbani, per strutture di comunicazione, per tipo di economia agricola, relazioni sociali e livello di alfabetizzazione. Ne consegue che bisogna pensare, ad esempio, alle peculiarità del tessuto urbano e degli insediamenti abitativi come più simili alla cittadina di antico regime che a quella borghese contemporanea, dove quest’ultima si caratterizza per una marcata separazione tra quartieri alti e popolari e una pianificazione urbanistica più attenta a sospingere all’esterno della maglia urbana le classi pericolose. Infatti, laddove il grado di sviluppo economico è stato maggiore, il fenomeno appare già consolidato alla fine dell’Ottocento; differenziazione per zone funzionali, rottura del tradizionale interclassismo residenziale con la conseguente separazione sociale, espulsione dalle aree urbane più appetibili dei ceti meno abbienti44. Tuttavia per i centri mercantili-portuali tale processo è stato meno lineare e i fenomeni di fusione e di osmotica sono stati più ampi e persistenti. Non c’è bisogno di scomodare la Londra di Dickens o la Marsiglia di Zola o la Napoli della Serao per ritrovare la descrizione di luoghi nei quali abitazione, ufficio, azienda o bottega stavano a stretto contatto tra loro, talvolta sovrapponendosi. Altrettanto avveniva nei piccoli centri dell’Adriatico, a Fano come a Zara o a Pola, ad Ancona o Pescara come a Fiume, in modo più o meno marcato in funzione della “modernizzazione” della struttura produttiva. Inoltre, l’esistenza di poli economicamente più sviluppati non sempre riusciva a imporsi come modello ai centri limitrofi. Trieste, ad esempio, giudicata dai contemporanei di allora come centro a forte vocazione industriale, testimoniata dal numero e dalla dimensione delle aziende cantieristiche e meccaniche esistenti, non fu mai in grado di influenzare gli spazi circostanti del Goriziano e dell’Istria45, a lungo ancorati a un modello di sviluppo Ancien régime, di trasformazione agro-alimentare e mercantile. Il tessuto urbano continuò a mantenere la fisionomia tradizionale per tutte le cittadine istriane. Unica eccezione segnalata, il villaggio operaio di Fiume, fatto costruire intorno al 1890 da Robert Whitehead, fondatore dell’omonima fabbrica di siluri che, da sola, dava a quel tempo lavoro a ben 500 operai46.
Più attenta a interpretare i criteri applicati dagli urbanisti e dagli amministratori nel redigere i piani regolatori o a illustrare i significati della monumentalità, la storia urbana ha dato poco conto delle categorie antropologiche assumendo lo spazio quale spia del concreto svolgersi delle relazioni sociali. Sotto questo profilo, la città è stata descritta come una struttura elastica in grado di rispondere alle sollecitazioni dovute agli andamenti demografici (segnatamente fenomeni di immigrazione permanente o stagionale), alle circostanze sanitarie o ai disegni ideologici. Le indicazioni restano generiche: creazione di nuovi quartieri, assi viari, valorizzazione dei centri storici, arredo urbano inteso come manifestazione scenica dei ceti dirigenti ecc. Su questa griglia le indagini sociologiche e antropologiche hanno dimensionato gli studi sui gruppi sociali e sulle loro specificità culturali, ancora una volta puntando a definire i caratteri distintivi e originari di ciascuno di essi e trascurando, invece, le affinità, le osmosi e i legami reciproci. Si può riprendere alla lettera la critica alla metodologia utilizzata per comprendere i processi di integrazione tra nativi e immigrati47 e abbandonare l’idea, anche nel caso degli studi sulle identità, che le linee di demarcazione seguano soltanto principi “nazionali”, grazie ai quali poter spiegare i successivi “conflitti”48. Le dinamiche risultano molto più complesse e le separazioni astratte si fanno indistinte appena si scenda di qualche gradino nella scala della dimensione urbana: dalla dicotomia centro/periferia, al quartiere, alla strada e alla piazza. Nella Torino di fine Novecento, ad esempio, nelle vecchie barriere che circondavano il centro storico furono in gran parte stipati gli immigrati meridionali giunti per impiegarsi in fabbrica. Tuttavia, negli stessi grandi caseggiati di ringhiera continuarono ad abitare pure famiglie torinesi che mantenevano nei cortili laboratori e depositi di ogni tipo49.
Ricalcando le informazioni statistiche che assegnano ai centri urbani la genesi ideologica dei movimenti nazionalisti e le loro organizzazioni, la storiografia corrente ha concepito la città come spazi segmentati ai cui bordi si generano le frizioni e gli scontri: barricate, assalti a sedi di giornali e di partiti (avversi), ghetti. Si è cancellata la memoria di zone condivise e aperte quale tratto per secoli dominante nei perimetri urbani mentre è da qui che bisogna ripartire per verificare se le città istriane abbiano continuato a mantenere i caratteri “aperti” dell’età moderna dove gli Altri trovino modi e luoghi per stabilire rapporti stretti e a-conflittuali (in senso patologico) con i Noi. Tali relazioni spaziano dall’ambiente di lavoro ai circoli ricreativi, dal mercato dei prodotti agricoli all’ambiente domestico, dai legami matrimoniali alle amicizie, dalle feste religiose e civili alle cerimonie funebri.
In sintesi, bisogna ricontestualizzare le “appartenenze” per meglio definire i meccanismi che hanno trasformato un sistema di convivenze in un sistema di contrapposizioni e rendere meno parziale la comprensione dei fenomeni.
Nel sistema delle contrapposizioni, il territorio è un fattore distintivo dell’identità del gruppo che vi si lega e vi si riconosce in quanto trae da esso le risorse naturali per il suo sostentamento50: lo sfrutta, lo usa e lo difende dalle intrusioni degli Altri, pericolosi e dunque diversi. Questa visione economicista è complementare al pensiero di Ernest Gellner che per primo, nel 1983, parlò del vincolo tra la divisione del lavoro nelle società industriali e la comparsa del nazionalismo, che venne così inserito nelle dinamiche della lotta di classe51. Lo ha ripetuto Anderson indicando proprio nell’egemonia del capitalismo uno tra i fattori più importanti per l’affermarsi dell’idea di “nazione”52. Con lui molti altri: Abdel e Jacobson nel giudicare della rivalità tra israeliani e palestinesi, assegnando ai secondi un ruolo economico assolutamente inferiore rispetto a quello giocato dalla middle class ebraica53, a Richard Williams quando ha ricollegato alle ineguaglianze economico-strutturali le radici delle diversità razziali54; fino ad Antony Smith che ha visto nell’affermazione delle identità etniche il nuovo volto delle vecchie classi sociali55. La stessa diversificazione delle professioni, determinata dalle dinamiche economiche, può portare all’affievolirsi del senso comune di appartenenza, così come è avvenuto per le comunità ebree in Francia e Stati Uniti56. Il territorio conferisce identità al gruppo sociale in quanto fonte del suo sostentamento e ambito dei rapporti di produzione. Nella sua forma più distillata, si riassume nella rappresentazione del sano (e faticoso) rapporto della famiglia contadina con la buona terra natia, stereotipo delle radici identitarie al quale l’ideologia nazionalista ha fatto spesso ricorso57.
Nel sistema delle convivenze, il territorio è lo spazio strumentalmente definito quale palcoscenico delle relazioni interpersonali e dello scambio. Lo studio delle pièces in scena è un insieme di fotogrammi sui luoghi della vita domestica e del lavoro, sulla comune fruizione degli spazi urbani, sulla frequentazione dei medesimi circoli ricreativi, sulla partecipazione alle medesime feste come protagonisti o come spettatori, sull’adesione alle medesime regole di “comparaggio”. Su questo palcoscenico le diversità etniche si scolorano e, talvolta, scompaiono, rimandando piuttosto a una dinamica identitaria rapsodica che rinnova continuamente un meccanismo secolare58.

Quando si cominciano a esplorare i mondi e le realtà individuali si scopre la molteplicità delle forme di identità possibili, la variabilità di quelle identità anche su tempi brevi e fra spazi contigui, il sovrapporsi di ruoli sociali in ciascun individuo59.

È un modo per evitare di mimare il discorso dello stesso oggetto analizzato, di cui si diceva all’inizio, e non farsi risucchiare nell’affermazione della convivenza impossibile60 puntigliosamente sostenuta da tutti i nazionalismi e razzismi. Queste ideologie capovolsero le precedenti prospettive istituzionali politicamente orientate, fino ad allora, a vedere negli organi rappresentativi frutto della Rivoluzione francese i garanti della mediazione e della convivenza tra i vari gruppi etnici allocati entro i confini nazionali. Lo sostenne Michelet, secondo cui: «democratic institutions would form to mediate between the races»; ancor prima lo avevano affermato François Guizot nel suo corso sulla storia della civilizzazione in Francia del 182061 e Jean-Jacques Rousseau che, nel Contratto sociale, aveva teorizzato la ricomposizione dei “diversi” nel corpo morale e collettivo di un’assemblea, che nei tempi antichi prendeva il nome di “città”62.
La “città” come corpo morale e come forma fisica in cui si mediano i contrasti e si manifestano le convivenze, a cominciare dal rapporto tra i due grandi sistemi rurale e urbano. Declinando i due termini nel contesto istriano, ciò si traduce nella specificità delle relazioni tra comunità croate e slovene da un lato e italiana dall’altro, prevalenti le prime numericamente e la seconda economicamente. Esse esprimevano uno stato di modificazione-adattamento dei rispettivi modelli di vita che reinventava e solidificava nuovi equilibri socio-culturali63.
Prima di inoltrarsi su questo terreno, bisognerebbe riuscire a definire in sé almeno uno dei due aggregati per evitare di cadere in una delle tante tautologie classificatorie dell’identità. Come riconoscere gli italiani dell’Istria prima dell’annessione al Regno? Ovviamente non sulla base di un rifiuto alla sudditanza all’Impero asburgico poiché, ad esempio, i triestini indigeni di lingua italiana si consideravano sudditi fedeli dell’Imperatore64; né sulla fonetica dei cognomi. Basta scorrere un qualsiasi annuario italiano del commercio di Pola, Fiume o Zara per confondersi, a dispetto delle ripetute affermazioni che volevano gli “italiani” alla testa di gran parte delle attività economiche nei centri urbani. Giovanni Babarovich, oppure Rodolfo Kenich o Emilia Musich sembrano di nazionalità slava, ma poi si scopre che, a guerra conclusa, il Commissariato generale civile per la Venezia Giulia ha conferito la cittadinanza italiana a Giuseppe Angelicchio, a Paride Caburi, a Stefano Fabiani e a molti altri. I requisiti stabiliti per la concessione della nuova nazionalità sottostavano a un criterio affatto oggettivo quale poteva applicare l’Autorità politica provinciale, chiamata a rivedere le liste compilate dai comuni sulla base delle domande avanzate dai privati65. Dietro di esse si palesava la preoccupazione di molti di assicurarsi la benevolenza del vincitore più che l’anelito sincero a palesare un’identità da tempo agognata.
Se sgombriamo il campo dalle figure degli istriani che, negli anni precedenti, avevano perorato con forza la necessità di “redimere” quelle terre, scrivendo sui quotidiani, tenendo conferenze e battendosi nei movimenti politici (Stuparich), i più possedevano un senso vago di appartenenza, mai sufficiente a rinchiuderli entro i confini di un quartiere, di un circolo o di una impresa66. Una delle espressioni più diffuse della sociabilità ottocentesca, la Società dei concerti, annoverava a Fiume slavi e italiani in gran numero67: «la cittadinanza, a prescindere dal ceto e dall’appartenenza etnica, nello spazio relativamente limitato a disposizione, praticava attività simili nel tempo libero e inevitabilmente s’incontrava»68.
Ancor più spesso (e forzatamente) i Noi e gli Altri si incrociavano sul luogo di lavoro, fosse la bottega dell’artigiano o le banchine del porto. I settori economici del secondario e del terziario poggiavano su un pulviscolo di imprese, tanto piccole da far giudicare degne di menzione quelle aziende che occupavano più di 10 operai: industrie della carta, del legno, degli alimenti. Nel 1926, appena 7 comuni sui 43 dell’intera Istria potevano vantare una popolazione operaia superiore alle 500 unità. Oltre al già citato silurificio Whitehead e ai cantieri navali di Trieste e Fiume, quasi dei giganti apparivano, ai contemporanei, anche la Raffineria di Olii minerali (160 maestranze), la società fiumana per l’industria dei legnami (120), alcune imprese edili che impiegavano un centinaio di manovali e, soprattutto, la Manifattura tabacchi (1.200), l’impianto industriale più grande di tutta la provincia del Carnaro69. Studi socio-antropologici sulla forza lavoro istriana non ce ne sono né si può disporre di fonti edite sulla sua composizione etnica e professionale. Tuttavia, in via generale, in attesa di studi più approfonditi e puntuali, bisogna partire da due punti fermi offerti dalla storiografia corrente: il primo indica un’alta mobilità operaia tra i diversi centri industriali, del resto assai frequente in quel periodo negli Imperi centrali70; il secondo evidenzia come la Manifattura tabacchi sia emblematica non solo delle lotte sindacali al femminile, per l’alta percentuale di donne impiegate, ma costituisca il crocevia di appartenenze diverse e ruoli socio-culturali nodali. La mobilità sul territorio era una caratteristica del mercato del lavoro relativamente diffusa e non esclusiva della sola classe operaia: negli anni Venti molti impiegati e funzionari, professionisti e uomini d’affari lavoravano oltre confine a Susak ma preferivano dormire nella città di Fiume71. Nelle manifatture tabacchi (al pari delle aziende tessili dove pure si registravano percentuali di manodopera femminile assai elevate) centinaia di donne si recavano nello stesso luogo di lavoro provenendo da località diverse, donne che non appartenevano alla medesima “razza” e non parlavano in famiglia la stessa lingua praticata all’esterno. Manifattura tabacchi e lavoro femminile, un binomio musicalmente immortalato nella Carmen di Bizet. I cases studies disponibili descrivono un mondo quasi tutto al femminile: l’87% della forza lavoro nel tabacchificio di Lecce era costituito da donne ancora negli anni Sessanta del secolo scorso. Analoghe percentuali ritroviamo, in tempi più remoti, a Modena come a Tolosa, a Marsiglia come a Cuba72. Al suo interno, quel mondo presentava differenti provenienze geografiche: delle 300 operaie della manifattura di Lecce molte provenivano dal contado circostante o da regioni limitrofe. Nell’isola caraibica, l’abolizione della schiavitù lasciò in eredità una manodopera di colore con ascendenze tribali diverse.
Per reclutare un così alto numero di dipendenti, la Manifattura tabacchi della “italianissima” Fiume non poteva attingere al solo bacino urbano, ma doveva coinvolgere anche il contado circostante a maggioranza slava. È questo un meccanismo proprio al decollo industriale e che si ritrova ovunque si siano insediate manifatture ad alta intensità di lavoro dequalificato – segnatamente quelle alimentari, tessili e dell’abbigliamento – in Italia come in Germania o in Francia, soprattutto in contesti dove i settori dell’agricoltura e del commercio costituivano ancora l’ossatura della ricchezza nazionale. Le fluttuazioni della domanda del bene prodotto si riflettevano quasi immediatamente sul tasso di occupazione aziendale provocando movimenti pendolari campagna-città-campagna dei lavoratori. La letteratura in proposito è tanto vasta da rendere superflua ogni citazione, mentre continuano a restare in ombra i comportamenti interni alla fabbrica e le relazioni tra i singoli o tra i gruppi di diversa identità etnica e culturale, a sua volta legata alle differenti aree geografiche di provenienza. È una lacuna che si riscontra non solo in quegli studi che si sono limitati a illustrare le dimensioni generali della struttura produttiva ma anche nei casi di specifiche storie aziendali, centrate sui protagonisti dello sviluppo industriale. Non fa eccezione la Manifattura tabacchi di Fiume con i suoi 1.200 dipendenti, in gran parte donne, su una popolazione urbana stimata in circa 40.000 abitanti alla fine dell’Ottocento. A Roma, tra le due guerre, il Poligrafico dello Stato impiegava 1.900 addetti su una popolazione urbana di circa un milione di abitanti: un terzo dei dipendenti, per lo più dequalificati, era costituito da donne. Nonostante l’esistenza nella capitale di rioni (Testaccio, Trastevere, Borgo, Ripa ecc.) densamente abitati da famiglie popolari povere o a reddito assai basso, la metà della manodopera femminile proveniva da fuori Roma, di cui quasi i 3/4 fuori dal Lazio (con gli anni si fece anzi più marcato l’afflusso dall’Italia meridionale). Dunque gente con altre “identità”, magari non religiosa ma sicuramente culturale e dialettale. Eppure, se si guarda ai documenti aziendali relativi alle punizioni disciplinari comminate per litigi tra le dipendenti, fra le cause della discordia non compaiono mai quelle dell’intolleranza o della derisione “etnica”; i motivi erano a carattere sessuale (uomini che infastidivano le donne) o generazionale (i giovani contro gli anziani), ma nessuno venne mai punito per aver aggredito l’Altro per la sua diversità. Anzi, proprio tra le operaie, cioè tra le meno qualificate e peggio pagate, si manifestò non solo una solidarietà di gruppo per opporsi ai quotidiani tentativi della direzione aziendale di incrementare mansioni e ritmi di lavoro, ma si sviluppò una più estesa forma di cameratismo che diede luogo a «confidenze fra compagne e [a] momenti di distrazione, [ad] amicizie e solidarietà che si prolungavano oltre i confini dello stabilimento»73.
Intorno al Poligrafico di Roma si era organizzata una ramificata “convivenza” (propria al tipo di struttura aziendale e di manodopera impiegata) mai incrinata da contrasti identitari e che travalicava la pura solidarietà di classe. Può dirsi lo stesso della Manifattura tabacchi di Fiume? Per dimensione e genere della forza lavoro l’analogia è evidente: ancora più marcata la multietnicità degli addetti se si considera che una parte rilevante dei lavoratori industriali di Fiume proveniva dai paesi vicini, in gran parte croati74. Per averne la certezza bisognerebbe disporre, come per il Poligrafico, delle cartelle matricolari dei dipendenti, andate disperse. Tuttavia le cronache fiumane, a cavallo tra i due secoli, così attente a riportare i segni delle rivalità identitarie, non rilevano tracce di conflitti etnici tra i lavoratori75 e, tantomeno, tra lavoratrici.
Questo insistere sull’elemento femminile si giustifica con la visione ideale della donna nella letteratura nazionalista e indipendentista (per noi risorgimentale). Nelle rappresentazioni allegoriche la nazione assunse sempre i tratti di una donna: Germania, Britannia, Italia turrita o Marianne francese erano figure muliebri, avvolte da ricchi drappeggi o a seno nudo, tutte a significare la nazione, la repubblica, la libertà, la patria e via dicendo. Sotto la loro ala prendevano slancio gli eroi, i polemisti e i pensatori affratellati nel testimoniare le distinzioni dall’Altro. La donna “autoctona” era il fondamento della stirpe nazionale e la minaccia alla sua purezza costituiva una minaccia all’onore della nazione76. L’allegoria femminile simboleggiava così l’oggettività degli antagonismi e dei conflitti, ora latenti ora manifesti negli scontri e nelle guerre.
La Manifattura tabacchi di Fiume rimanda a un mondo femminile del tutto diverso, dove donne più reali della Marianne o dell’Italia turrita partecipavano degli affetti e dei bisogni concreti con gli Altri nello svolgersi quotidiano della vita materiale. Amicizia e solidarietà si sono poco fa richiamate a proposito della vita di fabbrica: un sistema perduto di amicizie rimpiangeranno, decenni più tardi e in circostanze drammatiche come la recente guerra in Kosovo, le profughe serbe nei confronti dei concittadini albanesi: «Non avevo nessun problema con loro – confiderà una sfollata – perché in quel periodo eravamo tutti amici, nello stesso ufficio, bevevamo lo stesso caffè». Gli albanesi, con i quali si era convissuto fino a poco prima, vengono ricordati come i migliori amici, i colleghi, i vicini di casa77.
Sebbene l’amicizia rimanga una delle categorie più indefinibili appena si voglia uscire dalle specificazioni generiche basate sulle affinità emotive (solidarietà, fiducia, rispetto, altruismo), essa costituisce uno degli elementi fondamentali nella vita di relazione individuale e nel funzionamento del meccanismo sociale, tanto più rilevante quanto più fitta è la rete dei rapporti collettivi e il coinvolgimento degli interessi materiali78. Il rapporto di amicizia genera uno scambio di “oggetti” che si riassumono nelle tre tipologie dell’aiuto materiale, del sostegno sociale (dare consigli e confidarsi) e della comunione di interessi (svaghi)79. Il modello di sviluppo socio-economico di una determinata collettività influisce sul valore dell’amicizia; nelle comunità contadine, dove i membri delle famiglie sono più numerosi, i legami amicali hanno modo di risolversi più frequentemente tra affini, in particolare tra le donne, spesso confinate nel ristretto ambito delle mura domestiche. Qui il sentimento di amicizia si sovrappone, aggiungendosi, al legame parentale dato ed è vissuto come un bene limitato, come la terra o il raccolto, da dispensare con estrema parsimonia80. Diversamente, quando cominciano a insediarsi aziende industriali, il tessuto sociale tradizionale si lacera per far posto a nuove tipologie familiari e a diverse relazioni individuali, conseguenza di immigrazioni, urbanizzazione e modifiche al mercato del lavoro. La donna esce dall’ambito strettamente domestico per trovare impiego altrove, anche sottoponendosi a lunghi spostamenti. Il giro delle conoscenze si amplia e con quello il numero delle amicizie esterne alla comunità di appartenenza. Il passaggio da “conoscente” ad “amico” avviene per cause molteplici, tra le quali prevalgono l’affinità intellettuale e gli affari comuni, mentre non costituiscono un ostacolo le differenze gerarchiche81. Poiché le ideologie nazionaliste e le dottrine sulle identità separate hanno sempre implicato una rappresentazione delle etnie basata su una scala di valori che consentisse di distinguere i Noi dagli Altri, poterne verificare l’irrilevanza contribuirebbe a precisare i contorni di un sistema sociale fondato sulla convivenza vissuta tutti i giorni. È infatti la quotidianità stessa a costituire di per sé un valore identitario, come risulta a contrario nei periodi in cui essa viene meno per cause violente e improvvise come la guerra82.
Tracce di quotidianità a Fiume, alla fine del xix secolo: si intuiscono nei rapporti sul lavoro tra quel 44% di popolazione di lingua italiana e quel 36% di lingua croata ma dalle cui fila proveniva gran parte della manodopera impiegata in città nelle attività industriali e nei lavori portuali: si scorgono nella vita dei locali di ritrovo, arredati con panche al posto di sedie così da costringere gli avventori a sedersi gomito a gomito; si manifestano nei divertimenti tra bambini e a scuola quando la figlia del direttore della fabbrica di Olii minerali ricordava i giochi con i figli delle maestranze (tra i quali anche cechi e polacchi) che saranno poi i suoi compagni di studio; si rivelano nello stare a servizio delle croate presso famiglie “borghesi” italiane; si vedono nei mercati rionali dove donne e uomini di nazionalità diversa trattavano la compravendita del pesce o degli ortaggi83.
Il commercio alimentare al minuto costituiva l’apice di un sistema di relazioni che poggiava – allora più che oggi – sulla produzione agraria del contado circostante trasportata in città, a giorni fissi della settimana, per essere venduta direttamente al consumatore. Sebbene essa fosse una variabile dipendente dall’andamento dei raccolti e dallo stato delle vie di comunicazione, il pendolarismo tra campagna e città metteva a diretto contatto produttori e acquirenti, contadini da un lato e artigiani, impiegati e operai dall’altro; una popolazione a maggioranza slava e una di etnia prevalentemente italiana. Gli studi sui soggetti che popolano i mercati permettono di espandere in molte direzioni le conoscenze della società di allora: «à la fois institutions sociales, formes économiques et entités culturelles, [...] les marchés sont avant tout des systèmes originaux des relations sociales, autant que des expressions d’une vie économique caractérisée par un certain nombre de traits»84. Nonostante l’accento posto vent’anni fa dai geografi italiani sulla necessità di storicizzare gli studi sulle forme del commercio periodico85, assai poco è stato prodotto su questo versante. Sarebbe però assai strano se i meccanismi dell’osmosi tra campagna e città legati a queste forme di scambio assumessero, a Fiume o a Zara o a Pola o in qualsiasi altra cittadina istriana, significati e ritmi diversi da quelli studiati nel Veneto o in Puglia, dove appunto è emersa la compenetrazione tra contadini e luoghi urbani, segnalata anche nei comportamenti più semplici come quello di portare “ceste” di ortaggi al mercato al minuto86.
Tracce di convivenza nei mercati giornalieri e tracce di convivenza nelle fiere stagionali, allestite talvolta in coincidenza con la festa patronale del luogo e in grado di attirare negli stessi giorni centinaia di persone di città e di campagna, mescolandole attorno alle medesime attrazioni. Il 15 gennaio si celebrava a Zara la festa di S. Anastasia, patrona della basilica metropolitana e dell’Arcidiocesi: vi accorrevano da tutto il contado e, se le condizioni climatiche lo permettevano, pure molti abitanti dei villaggi contermini87. Si ripeteva la stessa cosa in altri giorni dell’anno e in altre città: «a Capodistria, i paolani (forse popolani), una classe di agricoltori che vive[va] in città ma [aveva] le sue terre fuori a qualche ora a piedi o a cavallo, [usavano] festeggiare S. Nazario protettore, il 19 giugno [...]. Rovigno, nei tre giorni delle Rogazioni, trasporta la chiesa fuori, all’aperto»88.
A queste manifestazioni di sociabilità altre se ne debbono aggiungere, come il passeggio serale nei giorni festivi per le vie cittadine dove si mescolavano e si divertivano genti di ogni estrazione sociale parlando idiomi diversi. Esisteva un plurilinguismo “colto”: il 54% degli studenti parlava almeno due e anche più lingue e un plurilinguismo “popolare” che doveva essere praticato per necessità nelle transazioni commerciali alle fiere e al mercato89. La sua pratica rinnovava ogni giorno un antico costume comune a molte regioni europee di confine quando «almeno una parte della popolazione [...] aveva saputo padroneggiare [...] più idiomi. Il “carattere anfibio” degli idiomi geograficamente [...] contigui resistette inizialmente persino all’emergere della distinzione convenzionale tra lingua volgare “alta” e “dialetti”»90. Se si estende il concetto di “confine” spogliandolo dei suoi requisiti storico-istituzionali (Stato, Regno, regione ecc.) per trasferirlo nel campo antropologico, gli spazi del vivere quotidiano ripropongono molteplici “frontiere” mobili definite sul contorno dei singoli e delle famiglie che vi operano in relazione con altri attori così come i tratti distintivi assegnati a ciascun gruppo “etnico” e sentiti come tali dai suoi componenti vengono elaborati, modificati e interpretati in funzione dei gruppi contigui91. Tracce di mescolanze idiomatiche si ritrovano nelle descrizioni dei luoghi compiute nel primo dopoguerra: «procedendo da settentrione a mezzogiorno, abbiamo visto che non più sloveni s’incontrano con gli italiani nella valle del Quieto, a levante, ma croati. Anzi, ancora entro la zona italiana, si parla quivi in qualche luogo un italiano fortemente corrotto con parole croate»92. A Fiume, alla fine dell’Ottocento, si parlava un dialetto basato su un idioma croato addolcito da un lessico veneziano funzionale alla vita di relazione che gran parte degli abitanti coltivava ogni giorno, lì come in altri luoghi dell’Istria. Mentre alla Dieta di Trieste ci si accapigliava, in quel periodo, per decidere quale doveva essere la sola lingua ufficiale dei lavori dell’assemblea (italiano o croato)93, fuori dai palazzi si continuava a ricorrere a una sorta di lingua franca che rendeva possibile il colloquio tra le diverse identità: sul luogo di lavoro della grande Manifattura tabacchi così come nelle decine di piccole fabbriche di sardine dove, da aprile a ottobre, si impiegavano centinaia di persone provenienti dal contado94; nei mercati al minuto e tra i domestici delle famiglie agiate.
I componenti della famiglia e i domestici sono anch’essi spie del quotidiano svolgersi della convivenza. Ancora a Fiume, le donne di servizio (ragazze giovani) giungevano dall’Ucraina, dalla Stiria, dalla Croazia e dall’Ungheria, si impiegavano per periodi più o meno lunghi presso varie famiglie per poi eventualmente lasciarle dopo il matrimonio. I dati quantitativi a disposizione sull’ampiezza del fenomeno non permettono conclusioni sofisticate. Al censimento del 1921, su 1.000 famiglie, il 90% era costituito dai soli parenti e affini, mentre il restante 10% circa includeva garzoni e domestici. Inoltre, valutando la composizione media per famiglia (che comprendeva tutti i conviventi), secondo la condizione sociale del capo risultava che, dopo quelle contadine, i nuclei familiari più numerosi erano quelli degli esercenti, industriali e artigiani, cioè di categorie professionali che più frequentemente dovevano servirsi di garzoni e domestici95.
Si possono fare due considerazioni: la prima, che il fenomeno del lavoro domestico doveva avere comunque una qualche rilevanza per entrare nelle cronache sociali dell’epoca; la seconda, che l’istituzione di un servizio domestico costituiva, in Istria come altrove, un collegamento importante tra la famiglia, l’aggregato domestico e le comunità locali e regionali in cui le famiglie e gli aggregati si collocavano96. Era un altro modo di costruire – o rafforzare – una rete di contatti che avvicinava comunità distinte non solo per provenienza geografica ma anche per identità etnica. Potevano stabilirsi legami assai stretti, affettivi, tra famiglia di accoglienza e servitù se la storia narra di episodi, accaduti altrove, in cui i vincoli di solidarietà e di convivenza resistettero persino alle rappresaglie nazi-fasciste. A Torino, ad esempio, la comunità ebraica aveva stabilito nel tempo rapporti con i gentili più frequenti nel campo del lavoro e, soprattutto, in quello della scuola e delle professioni. Sebbene più lentamente, una forma di integrazione si era registrata anche attraverso la crescita dei matrimoni misti. Questo processo fu interrotto dalle leggi razziali del 1938 e, poi, dalle successive persecuzioni. L’isolamento nel quale gli ebrei si trovarono li portò a diffidare del mondo esterno alla loro comunità e a troncare frequentazioni prima abituali. Fecero eccezione le havertot, le domestiche, molte delle quali rifiutarono di lasciare i loro padroni in ottemperanza alla legge che impediva agli ebrei di avere a servizio persone ariane. «L’affetto e i rapporti costruiti in precedenza divennero quindi una delle discriminanti fondamentali in quei giorni di pericolo. Dai racconti emerge l’importanza della condivisione della quotidianità fra le persone »97.
Questa serie di considerazioni ne introduce una terza che riguarda l’accezione del termine “famiglia”. Il grande storico tedesco Leopold Ranke, attento studioso del popolo serbo, scrisse che, a partire dalla dominazione dei Turchi, la famiglia aveva acquisito un ruolo centrale nella costituzione di un’identità serba in quanto struttura elementare di difesa degli interessi dei singoli componenti98. A quale tipo di aggregato familiare egli pensava? Di soli consanguinei o comprensivo di altri soggetti esterni, come i domestici, i garzoni, gli apprendisti ecc. che sono parte rilevante della famiglia cosiddetta “allargata”? Tuttavia, anche a volerla considerare nella sua accezione ristretta, l’ambiguità resta perché bisognerebbe assegnare comunque un valore diverso ai nuclei familiari originati da “matrimoni misti”, la cui frequenza si può supporre non marginale sia nei decenni dell’Impero asburgico (a Pisino i matrimoni misti furono per tutto l’Ottocento all’ordine del giorno99) che nel ventennio del regno d’Italia. Infatti, il fascismo utilizzò proprio il matrimonio misto come uno degli strumenti a sostegno del processo di assimilazione dell’elemento slavo100. Niente di strano, vista la concezione del regime che collocava l’Italia nel contesto di un’Europa dove le razze si erano mescolate e dove perciò l’abilità di una stirpe consisteva nella sua capacità di espandersi assimilando le altre culture101. Al di là dell’indimostrabile successo dell’operazione, data la brevità del periodo di vigenza perché se ne possano valutare le potenzialità, resta il fatto che il matrimonio misto stabiliva un ponte tra identità diverse (italiana, croata e serba) e poteva realizzarsi a patto che esistessero occasioni di reciproca frequentazione e conoscenza. Solo un paziente spoglio dei registri parrocchiali o di stato civile potrà dare conto dell’ampiezza del fenomeno, precisandone l’incidenza sul funzionamento della struttura sociale.
Le rilevazioni statistiche sulla popolazione istriana compiute tra gli inizi del Novecento e il primo dopoguerra danno un resoconto sommario delle appartenenze religiose e non arrivano a distinguere i matrimoni a seconda della fede professata dai coniugi. Ma altri segni suggeriscono come le distinzioni religiose non impedissero, ad esempio, nel sobborgo di Borgo Erizzo (Zara) l’affluenza di gruppi sloveni e albanesi che si mescolavano a quelli, più numerosi, di croati e italiani per assistere alla festa della Beata Vergine di Loreto, in un frastuono di idiomi e di costumi102. Questa partecipazione corale – la stessa che veniva segnalata anche in occasione delle celebrazioni nuziali – non dava spazio a “conflitti” interreligiosi a conferma di una praticata convivenza e tolleranza anche su questo piano. Forse l’aspetto mondano e l’opportunità di partecipare agli svaghi e ai piaceri della festa facevano aggio sul significato religioso. Tuttavia sarebbe strano il fatto che i segni di un eventuale contrasto interreligioso non venissero colti essendo questo un tema difficile da tacere, tanto più che si trattava di credi differenti (cattolico, ortodosso, musulmano). Altrove era bastato essere devoti a santi diversi perché le cronache riferissero di violenze, anche cruente, verificatisi tra fazioni tutte cattoliche103. Nel sud della Francia, agli immigrati italiani le autorità concessero, separandoli di fatto dalle comunità locali, l’assistenza di un prete italiano e una cappella riservata affinché potessero celebrare il culto tra loro104. Nei circondario di Trieste, sotto gli Asburgo, il clero cattolico si era levato in difesa del carattere slavo del loro gregge contro i tentativi di assimilazione all’ambiente italiano, sostenendo associazioni patriottiche, circoli e luoghi di ricreazione105. Credere nel medesimo Dio non ha evitato i conflitti e le separazioni così come la contiguità di religioni differenti non ha impedito le convivenze.
In questo elenco non compaiono i segni di altre relazioni, ugualmente importanti per la tenuta di una collettività sociale, conosciute con il nome di comparaggio, clientelismo, patronage. Forme di sociabilità neglette dalla saggistica giuliano-dalmata ma di cui si intravede indirettamente l’esistenza dai riferimenti alla costituzione di grandi lobby elettorali106 e sulla base delle analogie con altre società caratterizzate da forti legami con la terra, da forme elitarie di rappresentanza politico-istituzionale e da una fluidità del mercato del lavoro dovuta agli andamenti stagionali della produzione agricola e manifatturiera. Quest’ultimo aspetto è confermato dal fatto che, ancora nel 1930, il numero di coloro che vivevano del solo lavoro nei campi era equivalente al numero di quelli la cui occupazione agricola costituiva un’attività secondaria107. Si pone allora la domanda se questa precarietà dell’impiego e la conseguente necessità di assicurarsi un trattamento preferenziale da parte del datore di lavoro portasse alla costruzione di rapporti di reverenza e di obbedienza buoni ad ottenere il massimo di utilità dalla relazione. Considerando che nei maggiori centri urbani (Fiume, Pola, Zara) gran parte delle attività produttive era in mano a cittadini di lingua italiana e che la percentuale più alta tra i lavoratori era di lingua slava, non sarebbe così strano supporre la possibilità che legami di patronage si stabilissero anche tra gruppi etnici differenti. Quando con la riforma elettorale del 1896 fu esteso il diritto di voto a una parte dei salariati e si moltiplicarono le associazioni politiche, probabilmente si diffusero anche i rapporti di tipo paternalistico e clientelare tra identità diverse.
Quella istriana, assurta qui a case study, rimase fino al secondo dopoguerra una società in gran parte agricola e conservatrice (pochi i grandi possidenti e moltissimi i piccoli proprietari di appena un quarto di ettaro), artigianale e mercantile nei centri urbani costieri con isolati poli industriali di rilievo grazie al sostegno statale (Trieste, Pola, Fiume). I rapporti sociali vanno perciò inquadrati in questa cornice quando si vuole dare un significato alle relazioni amicali, alle unioni matrimoniali, ai rapporti di lavoro, alle cerimonie religiose, ai mercati al minuto, così come alle feste e ai riti funebri. «Nelle società tradizionali i rituali funebri erano l’occasione di una grande mobilitazione collettiva» che coinvolgeva, nei villaggi, l’intera comunità e, nei quartieri urbani, gran parte degli abitanti108. La città dei morti è specchio della città dei vivi e ne riflette le gerarchie e le divisioni. I rari studi sui cimiteri, visti secondo un’ottica sociale e culturale piuttosto che architettonico-monumentale, disegnano un luogo di separazioni per status e genere anziché per religione e nazionalità. In una premessa al suo lavoro sul camposanto di Jesi, Vitaliano Cinti scriveva nel 1981 di come le sepolture fossero un tempo collocate in settori distinti, separando gli uomini dalle donne ed entrambi dagli ecclesiastici e dai bambini109. A Treviso, la pianta del cimitero si strutturava secondo una precisa geometria sociale: i militari, i non battezzati, i poveri e i neonati erano collocati in settori separati rispetto agli altri. Le cappelle delle famiglie benestanti intorno al quadrato centrale e le tombe comuni all’interno dello stesso quadrato110. Il cimitero di Staglieno a Genova rispondeva ai medesimi criteri di gerarchia sociale, collocando nelle fasce inferiori della collina le sepolture comuni e dei meno abbienti e, in alto, le cappelle e le tombe dei ricchi possidenti.
È ovvio come in Italia, essendo la stragrande maggioranza della popolazione di religione cattolica, le necropoli non potessero che rispecchiarne l’omogeneità di culto: infatti gli unici settori ben distinti dal punto di vista delle appartenenze religiose erano quelli delle sepolture ebraiche, quando accadeva che queste ultime non disponessero di un cimitero tutto per loro. Tuttavia, nella stessa multietnica Istria, dove la pluralità delle fedi coinvolgeva porzioni consistenti della popolazione, la realtà non appare diversa. Trovarono posto nello stesso perimetro cimiteriale di Fiume famiglie dai cognomi italiani, serbo, croato, ungherese e inglese, ancora una volta distinti per gerarchia sociale ma non per credo. Criterio che fu rispettato perfino nei confronti dei soldati caduti, i cui resti furono raccolti insieme senza badare alla loro etnia (italiani, serbi, russi)111. La medesima pietas delle donne non distinse tra militari italiani, austriaci, croati o russi nella cura delle tombe nel cimitero di Zara, che le memorie descrivono come ulteriore luogo della sociabilità cittadina. Vi si svolgeva un passeggio domenicale e gli innamorati lo utilizzavano come luogo d’incontro tra le lapidi che evocavano etnicità diverse112.
Le citazioni sulle tombe e i cimiteri rimandano al significato dei morti e della morte come stigma dell’appartenenza. Gli antichi greci che s’imbarcavano per fondare nuove colonie in Sicilia o in Puglia erano consapevoli che non si trattava solo di abbandonare il villaggio e la casa natia ma anche i propri morti, simboli di una discendenza identitaria113. I sepolcri, gli antenati e la discendenza sono gli ingredienti comuni alle radici culturali del nazionalismo che li impose ricorrendo a una ritualità con accenti religiosi: Altare della Patria, Milite Ignoto, Sacrario dei Caduti114. Il simbolo della morte era impresso sui gagliardetti delle squadre fasciste e l’immagine della morte rientrava nell’universo allegorico del fascismo. Essa, trasfigurandosi, assumeva il significato di una sfida lanciata alla concezione remissiva e decadente della vita115 e alla rappresentazione ecumenica dei rapporti sociali. Perciò non erano tollerate misture: il regime provvide, in accordo con la Curia vescovile, a edificare un tempio votivo a Fiume dove raccogliere, in un luogo a sé stante, le spoglie dei soldati italiani morti nella Grande guerra o durante il Natale di sangue116. Operazioni simili furono portate a termine in altri cimiteri del Regno, seguendo il filo di un pensiero che entrava anche dentro i camposanti per separare e contrapporre ciò che fino ad allora era convissuto. Nel 1923 un decreto prefettizio a Trieste ammetteva poche eccezioni alle iscrizioni funerarie in lingua italiana117.
Queste sono state le scelte “radicali” di un processo più ampio che puntava a egemonizzare ogni aspetto della vita quotidiana per trovarvi la testimonianza di antiche identità locali nel quadro di una comune appartenenza italica. Assimilazione e snazionalizzazione furono i principali strumenti utilizzati per italianizzare le “terre redente”: nelle scuole, gli insegnanti slavi furono rimpiazzati (gradualmente perché non era facile trovare chi fosse disposto a trasferirsi) con quelli italiani e italianizzata fu pure tutta la stampa locale. La Commissione sulla toponomastica, istituita da Giolitti nel 1921, si dedicò con lena alla sostituzione dei nomi dei paesi e delle vie cittadine e gli organismi urbanistici dei comuni furono incaricati di esaltare i segni di una storica presenza italiana (veneziana) e nascondere o abbattere ciò che vi si opponeva. L’opera degli organi amministrativi chiamati a vagliare i diritti di cittadinanza sulla base dell’anzianità di residenza nello stesso comune, costrinse molti croati, sloveni, austriaci, tedeschi ecc. ad andarsene per evitare un futuro da “stranieri”118. Si dispiegò nella sua virulenza la campagna condotta da podestà e maestri locali contro i preti slavi e l’insegnamento del catechismo in lingue diverse da quella italiana119. Della progressiva sostituzione della manodopera slava con quella italiana si è già detto. Dopo la Grande guerra le forze del “conflitto” passavano a riscuotere, aprendo la strada ad altre più forti contrapposizioni e atrocità. Ma questo fa parte della storia conosciuta.

Note

1. P. Grilli da Cortona, Stati, nazioni e nazionalismi in Europa, Il Mulino, Bologna 2003, p. 11; P. Lellouche, Il nuovo mondo, Il Mulino, Bologna 1992, pp. 239 ss.
2. S. Bianchini, Sarajevo e le radici dell’odio, Edizioni associate, Roma 1993, p. 8.
3. F. Gaeta, Il nazionalismo italiano, Laterza, Bari 1981, p. 6.
4. W. Kaiser, Vicini stranieri. L’uso dei confini nell’area di Basilea (xvi-xvii secolo), in “Quaderni storici”, n. 90, 1995, p. 617.
5. Grilli da Cortona, Stati, nazioni e nazionalismi, cit., pp. 19-25.
6. J. G. Kellas, Nazionalismi ed etnie, Il Mulino, Bologna 1993, p. 17.
7. O. Raggio, Faide e parentele, Einaudi, Torino 1990, p. 4.
8. A. Carrino, Parentela, mestiere, potere. Gruppi sociali in un borgo meridionale di antico regime, Edipuglie, Bari 1995, p. 11.
9. E. Benbassa, A. Rodrigue, Storia degli Ebrei sefarditi, Einaudi, Torino 2002, p. 63.
10. G. Gribaudi, A Eboli. Il mondo meridionale in cento anni di trasformazioni, Marsilio, Venezia 1990, pp. xvi-xvii.
11. E. Balibar, Razza, nazione, classe, Edizioni associate editrice internazionale, Roma 1996, p. 73.
12. A. M. Thiesse, La creazione delle identità nazionali in Europa, Il Mulino, Bologna 1999, p. 225.
13. E. Rota (a cura di), Questioni di storia contemporanea, Marzorati, Milano 1952.
14. E. Sestan, Scritti vari iii - Storiografia dell’Ottocento e del Novecento, Le lettere, Firenze 1991, pp. 163-81.
15. G. Pescosolido, Il periodo 1870-1915, in L. De Rosa (a cura di), La storiografia italiana degli ultimi vent’anni, iii, Età contemporanea, Laterza, Roma-Bari 1989, pp. 69-71.
16. R. Vivarelli, Storia e storiografia, Edizioni di storia e letteratura, Roma 2004, p. 247.
17. E. J. Hobsbawm, Nazioni e nazionalismo, Einaudi, Torino 1991, p. 194.
18. M. De Certeu, Économies ethniques: pour un école de la diversité, in “Annales esc”, n. 4, 1986, p. 792.
19. R. Petri, Nazionalizzazione e snazionalizzazione nelle regioni di frontiera, in “Memoria e Ricerca”, n. 15, 2004, p. 11.
20. R. Wörsdörfer, “Italiani” e “sloveni”: concetti d’identità nazionale nell’area alpina e adriatica tra metà Ottocento e metà Novecento, in “Memoria e Ricerca”, n. 15, 2004, pp. 49-50.
21. I. Diamanti, La Lega. Geografia, storia, sociologia di un soggetto politico, Donzelli, Roma 1993, p. 61.
22. C. M. Cameron, Race and Identity: the Culture of Combat in the Pacific War, in “The International History Review”, n. 3, 2005, pp. 62 ss.
23. C. Pogliano, L’ossessione della razza. Antropologia e genetica nel xx secolo, Edizioni della Normale, Pisa 2005, p. 53.
24. B. Anderson, Comunità immaginate. Origine e fortuna dei nazionalismi, Manifestolibri, Roma 1996, pp. 172-3.
25. E. Balibar, Razza, nazione, classe, Edizioni associate editrice internazionale, Roma 1996, p. 69.
26. Sul tema cfr. B. Tobia, Una patria per gli italiani, Laterza, Roma-Bari 1991.
27. Anderson, Comunità immaginate, cit., pp. 31-2.
28. Vangelo secondo Matteo, 10, 16, Biblioteca universale Rizzoli, Milano 1984.
29. G. Vercellin, Tolleranza islamica e tolleranza occidentale: confronti e cambiamenti, in “Studi storici”, n. 1, 2004, p. 123.
30. K. H. Karpat, Gli stati balcanici e il nazionalismo: l’immagine e la realtà, in “Quaderni storici”, n. 3, 1993, p. 680.
31. E. Papadia, L’apologia del conflitto: la politica “giovane” in età giolittiana, in “Memoria e Ricerca”, n. 13, 2003, pp. 17-20.
32. L. Valensi, La tour de Babel: groupes et relations ethniques au Moyen-Orient et en Afrique du Nord, in “Annales”, n. 4, 2003, p. 832.
33. I. Porciani, Stato e nazione: l’immagine debole dell’Italia, in S. Soldati e G. Turi (a cura di), Fare gli italiani. Scuola e cultura nell’Italia contemporanea, Il Mulino, Bologna 1993, vol. i, p. 389.
34. G. Lerner, Tu sei un bastardo, Feltrinelli, Milano 2005, p. 91.
35. M. Cuaz, L’invenzione della Romania. Gli storici e la costruzione dell’identità nazionale rumena, in A. Pitassio (a cura di), L’intreccio perverso, Morlacchi, Perugia 2001, pp. 43-7.
36. Thiesse, La creazione delle identità nazionali in Europa, cit., pp. 44-57, 128-9. Sul tema A. M. Banti, L’onore della nazione, Einaudi, Torino 2005, pp. 170 ss.
37. G. Dainelli, Fiume e Dalmazia, utet, Torino 1930, pp. 161.
38. «Lo spartiacque delle dinariche forma una specie di muro divisorio [...] che impedisce qualunque comunanza di vita, qualsiasi sincronismo organico tra la massa dell’entroterra balcanico e la sottile striscia di costa [...]. Altra storia, altre razze. altri interessi al di qua del muro, altri al di là» in Le Alpi dinariche e l’italianità della Dalmazia, s. l., 1919, p. 2.
39. Dainelli, Fiume e Dalmazia, cit., pp. 160-2.
40. Camera di commercio e industria del Carnaro, Caratteristiche economiche della provincia del Carnaro, s.n.t., Fiume 1926, p. 101.
41. A. Luchitta, L’economia dell’Istria italiana, anvg, Gorizia 2005, p. 96.
42. C. Tallone, Le ferrovie nella regione Giulia fra le due guerre, in “Atti e memorie della società istriana di archeologia e storia patria”, vol. 42, n.s., Trieste 1994, p. 347.
43. Sul periodico “La vita italiana” del 1923 (fasc. 128), si informa di come il sindacato fascista di Fiume abbia portato a termine la sostituzione dei lavoratori croati o sloveni con quelli italiani: «Alcune aziende furono epurate al completo [...]: così quelle dei servizi pubblici (gas, acqua, nettezza urbana, centrale elettrica, tranvia), la manifattura dei tabacchi; parzialmente i cantieri, le raffinerie, i saponifici, il corpo delle guardie daziarie».
44. A. Calò, G. Ernesti, Casa e città nell’Italia giolittiana: questione urbana e case popolari, in “Storia urbana”, nn. 82-3, 1998, p. 179. Come caso esemplificativo, cfr. G. Delise, C. N. Trovato, Piano e amministrazione: il piano regolatore generale di Trieste, 1934, in “Storia urbana”, n. 51, 1990, p. 174.
45. D. Andreozzi, L. Panariti, L’economia di una regione nata dalla politica, in Storia d’Italia. Le Regioni. Friuli Venezia Giulia, vol. ii, Einaudi, Torino 2002, p. 829.
46. A. Casali, M. Cattaruzza, Sotto i mari del mondo. La Whithead 1875-1990, Laterza, Roma-Bari 1990, pp. 113-4.
47. M. Eve, Una sociologia degli altri e un’altra sociologia: la tradizione di studio sull’emigrazione, in “Quaderni storici”, n. 106, 2001, pp. 233-60.
48. E. Canepari, Stare in “compagnia”: strategie di inurbamento e forme associative nella Roma del Seicento, tesi di Dottorato di ricerca in “Storia della società europea in età moderna”, Università statale di Torino, a. 2005, p. 2.
49. F. Ramella, Immigrazione e traiettorie sociali in città: Salvatore e gli altri negli anni sessanta, in F. Ramella, A. Arru (a cura di), L’Italia delle migrazioni interne, Donzelli, Roma 2003, pp. 376-7.
50. G. W. White, Nationalism and territory. Costructing group identity in Southeastern Europe, Rowman & Littlefield, Leham 2000, p. 8.
51. E. Gellner, Nation and nationalism, Blackwell, Oxford 1983.
52. Anderson, Comunità immaginate, cit., p. 59.
53. K. Abdel-Malek, D. C. Jacobson (Eds.), Israeli and Palestinian identities in history and literature, Macmillan, Basingstoke, London 1999, p. 10; cfr. anche E. Barnavi, Storia d’Israele, Bompiani, Milano 1996, p. 82.
54. R. Williams, Hierarchical structures and social value, Cambridge up, Cambridge 1990, p. 4.
55. A. D. Smith, Le origini etniche delle nazioni, Il Mulino, Bologna 1998, p. 338.
56. N. Malinovich, Race and costruction of Jewish identity in French and American Jewish fiction of the 1920s, in “Jewish History”, n. 19, 2005, p. 31.
57. Thiesse, La creazione delle identità nazionali in Europa, cit., p. 155.
58. Smith, Le origini etniche delle nazioni, cit., p. 173.
59. A. Carrino, Parentela, mestiere, potere, Edipuglia, Bari 1995, p. 8.
60. R. Tolomeo, Introduzione, in A. Pinto, Gli ebrei di Serajevo e della Bosnia-Erzegovina, Lithos, Roma 1996, p. 15.
61. L. M. Less, Self-definition and self-defence: Jewish racial identity in nineteenth-century France, in “Jewish History”, n. 1, 2005, pp. 13, 17.
62. A. M. Banti, L’onore della nazione, Einaudi, Torino 2005, p. 112.
63. M. Delle Donne, Città/campagna: sociologia di una contraddizione, Savelli, Roma 1975, p. 54.
64. Wörsdörfer, “Italiani” e “Sloveni”, cit.
65. Commissariato generale civile per la Venezia Giulia, Bollettino ufficiale 1921, pp. 515 ss.
66. Wörsdörfer, “Italiani” e “sloveni”, cit., p. 61.
67. Relazione dell’attività artistica della Società di concerti in Fiume, s.n.t., Fiume 1912.
68. I. Fried, Fiume città della memoria (1868-1945), Del Bianco, Udine 2005, p. 34.
69. Camera di commercio e industria della provincia del Carnaro, Caratteristiche economiche della provincia del Carnaro, s.n.t., Fiume 1926, pp. 46 ss.
70. Casali, Cattaruzza, Sotto i mari del mondo, cit., p. 115.
71. Terre redente e l’Adriatico, vol. ii, Venezia Giulia, Appiano Gentile, Milano 1932.
72. Cfr. G. Esposito, Operai del Sud, Centro studi scienze sociali, Lecce 1978; P. Nava, La fabbrica dell’emancipazione: operaie della Manifattura tabacchi di Modena, Utopia, Roma 1986; J. Heffer, La manufacture des tabacs de Toulouse au xixe siècle, indirizzo web http://www.univ-tlse1.fr/1141644040249/0/fiche_article/; Histoire et reconversion d’une manufacture des tabacs, Parenthèses, Marseille 2003; J. Stubbs, Gender Constructs of Labour in Prerevolutionary Cuban Tabacco, in “Social and Economic Studies”, n. 1-2, 1988.
73. F. Piva, Azienda e partito. Gli operai del Poligrafico dello Stato nel periodo fascista, Lavoro, Roma 1998, pp. 54 ss, la citazione è a p. 129.
74. Fried, Fiume città della memoria, cit. p. 82. Alla fine dell’Ottocento, la statistica rilevava 1.345 operai e 2.220 operaie.
75. Cfr. “La Voce del popolo” o la rivista “Fiume”.
76. A. M. Banti, La nazione del Risorgimento, Einaudi, Torino 2000, p. 183.
77. M. C. Patuelli, Profughe in Serbia. Migrazioni forzate, identità etnico-nazionale e relazioni di genere, in “Genesis”, n. 2, 2004, p. 55.
78. G. A. Allan, R. G. Adams, Aging and structure of friendship, in Older adult friend-ship, Sage, London 1989, p. 45.
79. M. Argyle, Gli amici, la felicità, l’angoscia, in M. Baldini (a cura di), Che cos’è l’amicizia?, Armando, Roma 1988, p. 107.
80. V. Padiglione, L’amicizia. Storia antropologica di un bisogno estraniato, Savelli, Roma 1978, p. 121.
81. N. Tadmore, Family & Friends, Cambridge up, Cambridge 2001, pp. 201 ss.; Allan, Adams, Aging and structure of friendship, cit., p. 48.
82. Patuelli, Profughe in Serbia, cit., p. 59.
83. Fried, Fiume città della memoria, cit., pp. 57.
84. I. Chiva, Les places marchandes agricole en France, in “Études rurales”, nn. 78-80, 1980, p. 11.
85. F. Micale, Dalla fiera al mercato, in E. Manzi (a cura di), Tonnare di Sicilia: indagine storico-geografica, Istituto di scienze geografiche, Facoltà di Magistero, Università di Palermo, Palermo 1986, p. 55.
86. U. Mattana, Il fenomeno fieristico nel Veneto, in U. Mattana, G. Bergamo (a cura di), Commercio periodico e territorio, Università degli Studi di Padova, Padova 1989, p. 68; B. Salvemini, M. A. Visceglia, Fiere e mercati. Circuiti commerciali nel Mezzogiorno, in P. Bevilacqua (a cura di), Storia dell’agricoltura italiana in età contemporanea, Marsilio, Padova 1991, pp. 52 ss.
87. Guida dell’Italia rurale, Federazione italiana consorzi agrari edit. tip., Piacenza 1932, p. 281.
88. S. Squinabol, V. Furlani, Venezia Giulia, utet, Torino 1928, p. 256.
89. Fried, Fiume città della memoria, cit., p. 80; cfr. Chiva, Les places marchandes agricole, cit., p. 149.
90. Petri, Nazionalizzazione e snazionalizzazione, cit., pp. 7-8.
91.Valensi, La tour de Babel, cit., p. 835.
92. Quinabol, Furlan, Venezia Giulia, cit., p. 243.
93. A. Ara, Ricerche sugli austro-italiani, Elia, Roma 1974, pp. 250-1.
94. Le Alpi dinariche e l’italianità della Dalmazia, cit., p. 8.
95. Ministero dell’economia nazionale, Risultati sommari del censimento della popolazione al 1° dicembre 1921. Venezia Giulia, Societa anonima G. Scotti, Roma 1925, pp. 7-8.
96. Fried, Fiume città della memoria, p. 85; P. Laslett, Servi e servizio nella struttura sociale europea, in “Quaderni storici”, n. 68, 1988, p. 352.
97. B. Costamagna, Gli ebrei torinesi e le reti di soccorso durante la persecuzione, in “Quaderno di storia contemporanea”, n. 36, 2004, pp. 28 ss.
98. M. Glenny, The Balkans (1804-1999). Nationalism, war and the Great Powers, Penguin Books, London 2000, p. 9.
99. G. D’Alessio, Élites nazionali e divisione etnica a Pisino, in “Quaderni storici”, n. 94, 1997, p. 156.
100. R. Lupo, Guerra civile e conflitto etnico: italiani, sloveni, croati, in “Clio”, n. 3, 2000, p. 505.
101. G. Sluga, Narrating difference and defining the Nation in Late Nineteenth and Early Twentieth Century “Western Europe”, in “Revue européenne d’histoire”, n. 2, 2002, p. 195.
102. Guida dell’Italia rurale, cit., p. 281.
103. G. Jacono, Folklore religioso nella contea di Modica, s.n., Ragusa 1989, pp. 82 ss.
104. L. Teulières, Le “pèlerinage des émigrés”. Itinéraires de dévotion et missione catholiques italiennes dans la France du Sud-Ouest, in “Le mouvement sociale”, n. 209, 2004, p. 57.
105. Wörsdörfer, “Italiani” e “sloveni”, cit., p. 62.
106. A Trieste, nei primi anni del Novecento, esistevano associazioni di interesse professionale organizzate che facevano riferimento a personaggi politici ben individuati. Cfr. A. Millo, L’élite del potere a Trieste, Franco Angeli, Milano 1989, pp. 107-8.
107. Consiglio e ufficio provinciale dell’economia del Carnaro, L’economia del Carnaro nell’anno 1929, Urania, Firenze 1930, p. 126.
108. T. Walter, I funerali alla svolta del millennio, in M. Sozzi (a cura di), La scena degli addii. Morte e riti funebri nella realtà occidentale contemporanea, Paravia, Torino 2001, pp. 39, 58.
109. V. Cinti, L’altracittà, Il Comune, Jesi 1982, pp. 10, 53.
110. D. Stefanutto, La morte disciplinata. Storia del cimitero di Treviso, in “Rivista di storia contemporanea”, 1986, n. 3, p. 368.
111. A. Antoniazzo, Il cimitero di Cosale, Bottega d’Erasmo, Padova 1995, pp. 30, 105.
112. Zara nel ricordo del suo cimitero, Soc. coop. tipografica, Padova 1986, pp. 27 ss.
113. M. Detienne, Essere autoctoni, Sansoni, Firenze 2004, p. 72.
114. Anderson, Comunità immaginate, cit, p. 31.
115. E. Gentile, Il culto del littorio, Laterza, Roma-Bari 1993, p. 52.
116. Antoniazzo, Il cimitero di Cosale, cit., p. 107.
117. A. Apollonio, Venezia Giulia e fascismo (1922-1935): una società post-asburgica negli anni del consolidamento della dittatura mussoliniana, Libreria editrice goriziana, Trieste 2004, p. 179.
118. A. Vinci, Il fascismo al confine orientale, in Storia d’Italia. Le Regioni: Friuli Venezia-Giulia, vol. 1, Einaudi, Torino 2002, pp. 394-5.
119. Apollonio, Venezia Giulia e fascismo, cit., p. 361.