Premessa

di Francesco Bartolini

È ormai da tempo opinione dominante, tra gli studiosi delle città, che la comparazione sia una delle metodologie di lavoro più utili per la comprensione dei processi di sviluppo urbano. Non c’è dubbio, del resto, che soltanto attraverso un continuo confronto tra esperienze diverse sia possibile cogliere e interpretare le peculiarità di casi specifici, ovvero l’evoluzione di singole città, nelle loro caratteristiche fisiche e nelle loro rappresentazioni ideali. Nonostante questa diffusa consapevolezza dell’importanza del metodo comparativo, poco è stato prodotto al riguardo in Italia. Colpa di un tradizionale ritardo della storia urbana nella penisola ad assimilare metodologie di lavoro praticate già con assiduità da storiografie straniere, in particolare da quelle anglosassoni, ma colpa anche della complessità del sistema urbano italiano, della ricchezza della sua storia e della varietà dei suoi modelli di sviluppo, che hanno a lungo frenato i ricercatori dall’intraprendere analisi comparative, giudicate spesso troppo rischiose o addirittura incongrue.
Qui, di seguito, sono pubblicati quattro testi, presentati al iii Congresso dell’Associazione italiana di Storia Urbana (Torino, 15-17 giugno 2006), che hanno lo scopo di avviare una riflessione comparativa sullo sviluppo edilizio a Roma e Milano nella seconda metà del secolo scorso. Perché questo confronto? Innanzitutto perché Roma e Milano sono le due città che più rapidamente si espandono dopo la seconda guerra mondiale, incrementando una supremazia demografica decisiva per consolidarne lo status di principali metropoli della penisola. Poi, per il complesso intreccio nell’attività edilizia tra iniziativa pubblica e iniziativa privata, un rapporto diversamente articolato nei due contesti e strettamente connesso ai caratteri specifici delle due città. Infine, per la radicale contrapposizione tra le rappresentazioni delle due metropoli, la “capitale politica” e la “capitale morale”, che condizionano nel discorso pubblico l’interpretazione dello sviluppo urbano e la progettazione stessa della città. L’obiettivo comune di questi contributi, dunque, è suggerire una serie di ipotesi per intraprendere una comparazione che non sia limitata esclusivamente alle caratteristiche dell’evoluzione fisica delle due città, ma includa anche le trasformazioni sociali, culturali, ideologiche. Ovvero non soltanto la città costruita, ma anche la città abitata, quella rappresentata, quella immaginata.
Nel primo paper chi scrive ha cercato di evidenziare l’importanza delle rappresentazioni ideali nello sviluppo urbano analizzando le ragioni delle diverse interpretazioni del fenomeno della speculazione edilizia a Roma e Milano negli anni Cinquanta. Emerge una stridente difformità di giudizi riconducibile senza dubbio alle differenti condizioni socio-economiche delle due città, ma anche a più duraturi stereotipi culturali radicati nel discorso pubblico. Bruno Bonomo, nel secondo intervento, ha analizzato i progetti e le realizzazioni di una grande impresa privata, la Società generale immobiliare, dal dopoguerra agli anni Settanta. Nella sua analisi spicca l’esistenza di diverse strategie edilizie a Roma e Milano, determinate soprattutto dalle differenti capacità di controllo del mercato fondiario e dall’andamento dei rapporti della proprietà dell’impresa con le amministrazioni comunali. Alice Sotgia, nel terzo paper, ha invece concentrato la sua attenzione sullo sviluppo dell’iniziativa pubblica, in particolare sull’attività dell’ina Casa. Quest’ultima assume nella Roma degli anni Cinquanta una centralità sconosciuta a Milano, dove viceversa l’iacp e il Comune riescono a conservare un loro dinamismo innovatore, confermando così la più marcata influenza del potere statale nella capitale rispetto al capoluogo lombardo. Vittorio Vidotto, nell’ultimo contributo, riflette sulle utopie abitative degli anni Settanta a Roma e a Milano, impostando un suggestivo confronto tra alcuni grandi interventi residenziali, pubblici e privati, che hanno contribuito a modificare il paesaggio urbano e, per alcuni aspetti, la stessa idea dell’abitare. Un’analisi, quest’ultima, che ben evidenzia la necessità per gli storici di leggere la città intrecciando le metodologie della ricerca urbanistico-architettonica con quelle dell’indagine sociale.