Un modello per la città pubblica:
il piano ina Casa e l’idea di quartiere

di Alice Sotgia

Il piano ina Casa, con lo scopo di incrementare l’occupazione operaia attraverso l’edilizia, dà forma all’espansione delle città italiane del secondo dopoguerra; realizza quartieri, articolazione tra spazio individuale e collettivo, che costituiscono un modello urbano (e sociale) che si rifà esplicitamente all’organicismo scandinavo come superamento dell’eredità razionalista. A partire da linee guida comuni, i progetti sono declinati in base ai contesti locali: insediamenti, non utopie senza luogo, pensati per abitanti reali, che durante gli anni del piano si prova a conoscere attraverso l’azione degli assistenti sociali1. Le interpretazioni recenti generalmente concordano nel considerare i quartieri ina Casa come esempi di città pubblica di grande interesse per particolarità del disegno urbano, architettonico e qualità abitativa, ma anche per il particolare periodo in cui vengono progettati e realizzati, l’Italia degli anni Cinquanta, quando una stimolante ricerca urbanistica intesse relazioni con altri ambiti disciplinari. Nel piano ina Casa questi elementi s’incontrano in modo organico e si contaminano con quelle declinazioni locali auspicate dal piano stesso. Lo studio di questi quartieri, che falliranno come possibile modello riproducibile per la città allora in espansione e per gli interventi d’edilizia pubblica degli anni seguenti, quando – afferma Tafuri – «al realismo come ideologia si sostitui[sce] ben presto il recupero dell’utopia»2, può quindi trovare nella lettura del contesto d’insediamento e nella comparazione dei linguaggi architettonici elementi d’analisi che, messi in relazione ai compositi caratteri del piano, possono contribuire a definirne la straordinarietà. Attraverso la lettura di alcuni quartieri del primo settennio del piano ina Casa a Roma e a Milano, spesso indagati esclusivamente nella loro accezione formale (con finalità di recupero conservativo), questo intervento prova a considerarne altresì il contributo, ancora oggi evidente, nella realizzazione della città pubblica e nello sviluppo della struttura urbana delle due città.
Roma e Milano, segnate da un’analoga crescita urbana e demografica, tuttavia, anche per la diversa dimensione territoriale, dal secondo dopoguerra danno forma ad una struttura urbana dissimile3. L’aumento demografico di Milano durante gli anni Cinquanta è di natura prevalentemente industriale, mentre nella capitale questo risulta principalmente d’origine impiegatizia ed edile. Ci si muove con sogni differenti. Si va a Milano dove si sa che l’industria chiede braccia, sperando in quello che (forse) si riuscirà a fare; a Roma, spinti dalla volontà di iniziare almeno a sperare. L’importante ruolo industriale che occupa Milano nell’economia del paese, nonché l’entità delle distruzioni compiute dai bombardamenti4, sono all’origine di una politica di ricostruzione più immediata, legata allo iacp e favorita dal piano di ricostruzione di Milano del 1948 che accentua il carattere monocentrico della città attraverso il progetto di quattro zone (qt8, Niguarda, Villapizzone e Palmanova).
A Roma una nuova struttura come l’ina Casa, più agile e non del tutto compromessa con l’edilizia popolare fascista5, sostituisce nella gestione della politica della casa lo iacp, relegato a “Stazione appaltante”. Nel dopoguerra lo iacp completa la realizzazione delle borgate nate negli anni Trenta e Quaranta6 (parte del contributo italiano al razionalismo europeo). La sperimentazione architettonica sul tema del quartiere si esprime esclusivamente nei progetti ina Casa attraverso invenzioni formali planimetriche e tipologiche. Il Tiburtino iv (1950-54), di Quaroni e Ridolfi, composto da 771 alloggi per 4.006 vani a nord-est di Roma, tra via Tiburtina e via F. Fiorentini, presenta un impianto che, rispettando e valorizzando le caratteristiche morfologiche del sito, costituisce, insieme al linguaggio architettonico di stile neorealista, un ambiente da borgo spontaneo. Soluzioni compositive, scelta dei materiali, disegno dei particolari costruttivi, caratterizzano ogni singola abitazione. Le tipologie presenti sono case a torre di sette, otto piani, case in linea di tre, quattro, cinque piani e case a schiera7. A sud-est sorge, con 3.150 alloggi per 17.000 vani, il più vasto quartiere ina Casa a Roma, il Tuscolano (1950-60), composto da tre fasi contigue tra loro, progettato da De Renzi, Muratori e Libera. Alla varietà tipologica presente nel Tiburtino, si affianca l’unità orizzontale di Libera (con l’edificio a ballatoio su pilotis) in via Selinunte, il Tuscolano iii che, per l’originale impianto e i particolari architettonici usati, fa riferimento all’architettura mediterranea8.
A Milano dal 1945 lo iacp riprende pienamente l’attività con l’esempio più noto di edilizia pubblica a Milano, il qt8, in cui si integrano anche alcuni edifici del primo settennio ina Casa, tra cui la casa alta in via Pogatschnig 40 di Pietro Lingeri e Luigi Zucconi (1950-51) con logge-ballatoio9. Per Bottoni, si tratta di un’«edilizia popolare ancora concepita come una distribuzione calmieratrice di case a basso affitto entro i quartieri urbani in piccoli nuclei fruenti di una generica organizzazione cittadina»10. Milano vuole rialzarsi e vuole farlo in fretta. Occupa gli spazi sovrapponendo nuovi abitanti ai servizi esistenti; densificando il suo territorio. Roma si espande, favorendo l’esplosione di forme di rendita, anche grazie alle mirate localizzazioni dei nuovi interventi di edilizia pubblica. Mentre Roma si sviluppa a macchia d’olio ed i nuovi quartieri sono pianificati attraverso i piani particolareggiati che revisionano ed integrano il vecchio prg del 193111, Milano nel 1953 adotta un nuovo prg che ne rafforza lo sviluppo radiocentrico, proponendo delle zone di attrazione a 12-18 chilometri dalla città, senza specificare se queste si debbano appoggiare a centri esistenti oppure se sia necessario crearne di nuovi. Intanto i primi quartieri ina Casa si sono già concentrati in zone precedentemente urbanizzate e su direttrici di espansione consolidate, senza differire dalle realizzazioni di Comune o iacp a cui talvolta sono contigui12. Tra via Harar, via Novara e via San Giusto, con 942 alloggi e 4.800 vani, il quartiere Harar (1951-55), su progetto urbanistico di Figini, Pollini e Ponti – come scrivono i progettisti nella relazione illustrativa – «non è da considerarsi come un quartiere satellite, ma come un nuovo quartiere urbano a contatto del quale si verranno saturando le altre aree adiacenti». Gli edifici in linea di cinque piani, «grattacieli orizzontali», sono disposti ortogonalmente, tra delle insulae di uno o due piani con percorsi pedonali ed ampie aree verdi13. Sorge in prossimità dell’omonimo borgo rurale, ma in posizione meno periferica, Baggio i (1950-53), tra via delle Forze Armate e via Cividale del Friuli, progettato dallo Studio sociale di architettura (con il contributo di Albini), costituito da case in linea di cinque piani, perpendicolari agli assi viari, e piccole case di due piani, senza che vi sia un’area centrale dell’intero nucleo. Tra via Fratelli Zoia, via delle Forze Armate e via A. Olivieri, Baggio II (1950-53), uno dei più periferici, con progetto urbanistico di Cerrutti e Marescotti, si sviluppa su case in linea di cinque piani intorno ad uno spazio comune, dove sorge la chiesa della Madonna dei Poveri su progetto, non concluso, di Figini e Pollini (1952-54), il campo sportivo, un’area verde attrezzata14. Il linguaggio architettonico di questi progetti fa riferimento all’esperienza razionalista del periodo antecedente la guerra, a volte in aperta polemica con le indicazioni progettuali della Gestione ina Casa, ma ne propone una versione “umanizzata” dove gli elementi spaziali, definiti dai telai delle strutture e dalle pareti che sottolineano il godimento estetico di un principio industriale (la ripetizione della serie), sono movimentati da particolari architettonici15.
Ancora oggi i quartieri ina Casa – seppure formalmente individuabili – a Milano si confondono con l’attività di edilizia pubblica, realizzata dallo iacp e dal Comune, che costituisce parte della prima periferia circoscritta dai comuni limitrofi16. Non sempre vengono riconosciuti come insediamenti autonomi, ormai parte dell’indifferenziato sviluppo urbano, seppure se ne distinguono i caratteri tipicamente razionalisti; le ampie aree verdi ed i piccoli giardini privati (elemento non comune per la città) che circondano le case basse del quartiere Harar, tutte ristrutturate; scuole, centri anziani, biblioteche, piazze (piuttosto che negozi e centri commerciali) come elementi di raccordo fisico e sociale tra le case. È tuttavia importante segnalare una disparità tra gli studi esistenti, e recenti, dei quartieri ina Casa, che vede emergere con più chiarezza, nella letteratura ancor prima che nel tessuto urbano, il particolare ruolo del piano Fanfani nella capitale17. D’altra parte l’enorme e rapido sviluppo edilizio, soprattutto privato, che ha circondato i quartieri romani ina Casa, formalmente compiuti ed isolati nella città degli anni Cinquanta, ha esteso – non solo al Tiburtino – l’amara autocritica formulata da Quaroni già alla fine degli anni Cinquanta: aver creato un paese chiuso in sé ed incapace di dialogare con la città18. Il tentativo promosso dal piano di far convivere la necessità dell’abitare con quella del costruire si è modellato nelle sue diverse applicazioni territoriali, senza tuttavia costituirsi come paradigma della trasformazione della città.

Note

1. Il piano, anche noto – dal nome del suo proponente – come piano Fanfani, è articolato in due settenni (1949-56 e 1956-63). Per un’ampia ricostruzione dei molteplici aspetti del piano, si veda la documentazione prodotta dall’ina Casa stessa a conclusione dell’esperienza in L. Beretta Anguissola, I 14 anni del piano ina casa, Staderini editore, Roma 1963 ed i più recenti studi in P. Di Biagi (a cura di), La grande ricostruzione. Il piano Ina-Casa e l’Italia degli anni Cinquanta, Donzelli, Roma 2001.
2. M. Tafuri, Storia dell’architettura italiana, 1944-1985, Einaudi, Torino 1982, p. 63.
3. Nel 1951 il Comune di Roma ha 1.651.754 abitanti residenti mentre Milano 1.274.245, che nel 1961 arrivano rispettivamente a 2.188.160 e 1.582.534. Cfr. Istituto centrale di statistica, Popolazione residente e presente dei comuni. Censimenti dal 1861 al 1971, vol. ii, Roma 1977, pp. 118-9, 340-1.
4. A Milano la guerra lascia 903 alloggi da demolire, 2.096 inabitabili, 6.607 semi abitabili con danni gravi e 15.076 abitabili con danni lievi. Cfr. A. Lodola, L’Istituto dal 1909 al 1960, in iacp Milano, Cinquant’anni di storia e di attività nell’edilizia popolare di Milano 1909-1959, Milano 1960, pp. 116-7.
5. I. Insolera, Ipotesi per una ricerca sulla storia dell’Iacp a Roma, in iacp di Roma, Tra cronaca e storia. Contributi critici e realtà operativa, Roma 1986, p. 18.
6. Primavalle (1953-59), Trullo (1946-55), Tufello (1949-53), Quarticciolo (1953-59) e San Basilio (1951-64).
7. M. Guccione, M. M. Segarra Lagunes, R. Vittorini, Guida ai quartieri romani ina Casa, Gangemi editore, Roma 2002, pp. 38-49. Come, autocriticamente, riconoscerà anni dopo lo stesso Quaroni, più che un quartiere è un «paese». Cfr. L. Quaroni, Il paese dei barocchi, in “Casabella-Continuità”, n. 215, 1957.
8. Ibid., pp. 50-69.
9. iacp Milano, Cinquant’anni di storia e di attività nell’edilizia popolare di Milano 1909-1959, cit., pp. 52-3; tci, Milano, in Guida d’Italia, Touring Editore, Milano 2005, pp. 514-5.
10. P. Bottoni, in “Edilizia popolare”, n. 55, 1955 cit. in L’iacp di Milano dal 1909 al 1950, in “Casabella”, n. 437, 1978, p. 17.
11. I. Insolera, Roma moderna, Einaudi, Torino 2001.
12. M. Grandi, A. Pracchi, Milano, guida all’architettura moderna, Zanichelli, Bologna 1980. Sono i grandi interventi pubblici, militari e sportivi, degli anni Trenta a determinare le particolari destinazioni dell’area ovest: tra il nucleo di San Siro, precedente alla guerra, previsto dal prg del 1912 e realizzato negli anni Trenta attorno allo stadio (costruito nel 1926, ristrutturato e ampliato in più occasioni), e il borgo rurale di Baggio, Comune autonomo aggregato alla città nel 1923, sorgono i quartieri Harar e Baggio i e ii (tci, Milano, cit., pp. 516, 523).
13. S. Protasoni, Il quartiere e la nuova scala della città. Figini e Pollini in via Dessié a Milano, in Di Biagi, La grande ricostruzione, cit., pp. 310, 314; tci, Milano, cit., p. 516; iacp Milano, 1945-52. Alcuni esempi di: planimetrie quartieri, piante elementi, alloggi tipo, Milano 1952, n. 19.
14. tci, Milano, cit., p. 523; iacp Milano, 1945-52, cit., n. 13, 18, 18bis.
15. L’iacp di Milano dal 1909 al 1950, in “Casabella”, n. 437, 1978, p. 15; V. Gregotti, Il filo rosso del razionalismo italiano, in “Casabella”, n. 440-441, 1978, p. 33; Grandi, Pracchi, Milano, cit., pp. 256-7.
16. Tra i quartieri Harar e San Siro «l’intensa urbanizzazione della zona si è realizzata a ritmi accelerati nel secondo dopoguerra, purtroppo in modo molto caotico, con una grande eterogeneità di tipologie urbanistiche ed edilizie. [...] Questa rimane comunque, malgrado alcuni interventi edilizi di pregio, una zona sostanzialmente disorganica». Cfr. M. Boriani, C. Morandi, A. Rossari, Milano contemporanea. Itinerari di architettura e urbanistica, Designers editori riuniti, Torino 1986, p. 260.
17. Per una puntuale mappatura relativa ai quartiere ina Casa a Roma si veda Guccione, Segarra Lagunes, Vittorini, Guida ai quartieri romani ina Casa, cit. Il progetto Quartieri Milano del gruppo a12, tra il dicembre 2002 e il febbraio 2004, ha prodotto una mostra e una pubblicazione relativamente alla città pubblica di Milano, ma manca una mappatura recente dei quartieri ina Casa e dell’intera edilizia pubblica milanese. Per la prima metà del Novecento si veda iacp Milano, Cinquant’anni di storia e di attività nell’edilizia popolare, cit., pp. 52-3, in cui sono individuati come quartieri ina Casa: Pirelli Suzzani, Harar, Baggio i e ii, Omero [gli edifici di via Barzoni], Bonghi, Vialba, Feltre, Chiesa Rossa, Aldini.
18. L. Quaroni, Il paese dei barocchi, in “Casabella-Continuità”, n. 215, 1957.