Costruire la Casa.
Memoria, investimenti, erudizione
di una famiglia tropeana
tra XVIII e XIX secolo

di Francesco Campennì

 

1
Famiglia e memoria

Tra la fine del xviii secolo e i primi anni del xix un sacerdote di Tropea, nella Calabria Ulteriore, è attore principale nel rapido processo di affermazione economica e sociale compiuto, nel volgere di alcuni lustri, dalla sua famiglia. Giuseppe Scrugli – il suo nome – appartiene al ceto delle famiglie onorate e queste, almeno fino al 1806, si contendono sulla scena pubblica con i casati patrizi gli spazi e gli uffici del potere urbano. Tropea è città regia, governata da un reggimento municipale e da un parlamento a doppia rappresentanza cetuale, di nobili patrizi e di onorati del popolo. Fin quando la legislazione abrogativa dei seggi nobili napoletani (1800) e il nuovo ordinamento amministrativo dato dai Francesi alle province nel 1806, non mutano in parte lo scenario delle antiche contese1.
In questo contesto e in tempi di crescita delle fortune dell’ampio contado urbano, che con i suoi ventitré casali fa ancora «ubertosa» corona attorno a Tropea, cinta di mura e forte del suo castello, la famiglia Scrugli immobilizza nell’acquisto di terreni il capitale accumulato dalle lucrative attività d’industria – per usare il linguaggio del tempo2. Giuseppe è avviato dal padre Antonino alla carriera ecclesiastica e alla giovane età di dodici anni, nel 1784, veste l’abito del chierico e riceve la prima tonsura. L’anno successivo, da novizio, acquista il suo primo libro, come vedremo più avanti, e negli anni seguenti, dal 1802 parroco di San Nicola della Piazza e dal 1820 canonico prebendato della cattedrale di Tropea, diverrà un erudito antiquario, raccoglitore delle memorie cittadine e autore della storia del proprio casato. Ma, introdotte queste poche notizie, arrestiamoci un attimo, poiché questa storia, che ha in verità per oggetto il suo stesso racconto, ha bisogno di essere studiata attraverso la parola e lo sguardo dei suoi stessi attori.
Scopo di questo lavoro non è tanto indagare nella vita di un sacerdote, colto bibliofilo e agiato proprietario, ma, attraverso la sua opera di costruzione simbolica e gli investimenti culturali e materiali del suo gruppo familiare, ricostruire una vicenda esemplare, individuale e collettiva, del “farsi”, in un Regno che cambia3, di un “nuovo” notabilato locale, che elabora, secondo moduli solo in parte nuovi, una propria identità sociale e culturale. Questo percorso comprende diversi meccanismi, sincronicamente motivati, di costruzione e autorapprestazione della fortuna familiare, di cui la nostra ricostruzione deve tenere contestualmente conto. A cominciare dall’elaborazione di una memoria araldico-genealogica destinata, innanzitutto, a una lettura domestica e alla formazione di una consapevolezza “aristocratica” nei posteri del casato. E poi la memoria della formazione patrimoniale (privatamente registrata nelle “platee” dei beni), che segna il passaggio da una consapevolezza privata a quella pubblica della solidità economica e sociale raggiunta dalla famiglia. Tappe, entrambe, che coinvolgono le strategie matrimoniali della casa, le sue politiche di relazione, l’impegno nella pubblica amministrazione. Infine, ma non certo ultimo, l’impegno morale ed economico nella lenta conquista di una “nobiltà” che si vuole intendere nuova, costruita soprattutto sulle virtù del sapere: la biblioteca, a questo proposito, acquistata da don Giuseppe e ingrandita dai suoi nipoti, viene qui minutamente studiata nelle sue fonti di approvvigionamento, che rinviano da un lato alle reti di conoscenze erudite e di mercato, dall’altro ai rapporti sociali e alle trasmissioni culturali tra vecchie e nuove élites dirigenti.
Il manoscritto Libro di Memoria che il giovane sacerdote Giuseppe Scrugli va componendo fin dai primi anni dell’Ottocento, illustra le origini del casato e principia con la descrizione dello stemma, «impresa o scudo» di famiglia, primo segno distintivo di ogni nobiltà. Un rinvenimento fortunato ne ha restituito proprio a lui la memoria e il disegno a colori, come egli racconta:

L’arme della famiglia Scrugli è in campo di argento una torre sopra uno scoglio composto di tre nel mare.
Questo fu da me parroco Scrugli veduto in una carta ritrovata nella libreria de’ PP. Cappuccini, nella quale vi erano delineate le armi di tutte le famiglie nobili. Tal carta portava l’epoca del 1500.
La stessa impresa conservasi dagli Scrugli di Monteleone, e di Briatico discendenti dallo stipite di questa Città di Tropea: tale è il sigillo, che da’ Nostri antichi ci venne trasmesso4.

Tra l’epoca del documento, che riporta «circa la data del 1500», e quella del suo rinvenimento, nell’incipiente secolo xix, il silenzio dei secoli viene riempito, non senza fatica, dall’erudita ricerca del dotto sacerdote. Nella vicenda familiare, così ricca di avvenimenti, specie dopo l’arrivo delle armate francesi nel Regno di Napoli, Giuseppe Scrugli segna l’età della costruzione culturale, dell’organizzazione dell’immagine del casato e della sua memoria genealogica. Mentre contestualmente, su un altro fronte dell’unico processo di costruzione, suo fratello Ignazio, sindaco di Tropea nel 1810, si dedica alacremente al governo dell’economia domestica e della cosa pubblica5.
La nostra ricostruzione storica seguirà, dunque, la cronologia ideale della narrazione del passato familiare, così come viene pensata ed elaborata tra le pareti dello studio e della biblioteca domestica degli Scrugli. Il nostro racconto muove dall’epoca delle origini (il 1500 circa – ma anche molto prima di questa epoca, come l’erudito sacerdote illustrerà qualche pagina più avanti ai suoi posteri). Poi attraversa le generazioni della famiglia, ricostruite minuziosamente da don Giuseppe sulla scorta degli archivi parrocchiali. Quindi arriva alla realtà presente, quella della costruzione della memoria e degli anni immediatamente precedenti. Questo terzo momento rappresenta la contemporaneità degli attori storici: la famiglia del sacerdote, il padre e l’avo, i fratelli e i nipoti, le loro attività, la «sinergia» e l’«unisono» che animano i loro intenti6, all’incirca lungo il sessantennio che corre dalla nascita alla morte di Giuseppe Scrugli (1772-1832). Per comprenderla appieno, tuttavia, la “contemporaneità” va ricostruita attraverso la lettura di altre fonti, che si situano al di fuori della traccia narrativa del libro di memoria e non vengono mai menzionate, ma che riguardano comunque l’autore e il suo gruppo familiare “esteso”: fonti fiscali e amministrative, pubbliche e private, come il catasto onciario di Tropea e la platea dei beni di casa Scrugli; ma soprattutto la libreria di famiglia, con le note di possesso tracciate sui volumi; e, infine, le più tarde scritture e riflessioni degli eredi7.

2
Una nobiltà virtuosa: costruzione e rappresentazione

Accanto alla descrizione dello stemma di famiglia, dei distici latini, vergati sul lato interno della copertina, pongono – anche materialmente – al principio delle memorie genealogiche di Giuseppe Scrugli il problema della vera nobiltà:

Si Pater est Adam, si cunctis Mater est Eva / Cur non omnes sumus nobilitate pares? / Responde / Degenerant animi vitiis, fiuntque minores / Exaltat virtus nobilitatque genus.

Centrale è in questa dichiarazione il motivo della «virtù», come qualità essenziale che rende autentica la nobiltà. Quest’ultima è pur sempre trasmissibile col sangue, attraverso il quale nobilita il lignaggio (genus), ma essa si sostanzia di differenti valori, rispetto a quelli branditi e sfoggiati dall’antico patriziato di seggio. Una siffatta polemica ideologica manifesta in tutta la sua portata l’annoso contrasto tra il ceto borghese o civile dei professionisti e delle maestranze cittadine e il ceto patrizio, che, come accadeva ancora nel Settecento inoltrato a Tropea, a Cosenza e in altri centri del Mezzogiorno, manteneva salda l’oligarchia degli uffici e rigida la chiusura dell’ordine gerarchico urbano8. Le famiglie borghesi di Tropea continuano ad essere escluse, per quasi unanime volontà dei patrizi del Seggio di Portercole, dai ranghi della prima nobiltà, e conseguentemente dalle cariche più rappresentative e di maggior peso politico del governo della città e del contado.
Giuseppe Scrugli si dimostra paladino delle ragioni politiche del proprio ceto, e nel corso del suo racconto genealogico, composto per educare al culto della casa e della famiglia le future generazioni di eredi, mette in mostra, insieme all’originaria parità di condizioni sociali col patriziato, l’incremento progressivo del capitale intellettuale accumulato dalle famiglie borghesi e da queste caricato di funzione politica. Ben evidenziate sono le alleanze cinquecentesche di illustri esponenti del lignaggio con antiche casate del patriziato tropeano: tra i suoi antenati la famiglia conta l’«egregio Notare (così sta notato negli antichi libri di S. Caterina)» Francesco Scrugli, il quale sposò «circa l’anno 1560» la «Magnifica» Apollonia Galzarano; oppure il «Magnifico» Gilormo Scrugli, congiunto in matrimonio nel 1580 con la «Magnifica» Porfida Tropeano9. La veridicità dei dati raccolti è attestata mediante una puntuale citazione delle fonti d’archivio consultate (le anagrafi parrocchiali) e dalle «osservazioni» che il parroco stesso pone a margine delle sue memorie:

I libri più antichi, che si conservano da’ Parrochi di questa Città di Tropea incominciano dal 1566 in poi: de’ libri anteriori non si ha notizia; poicché o si dispersero presso i Parrochi, o che questi li passarono nella Curia, e là restarono bruciati coll’altre carte, com’è tradizione10.

Allo stesso modo delle antiche parentele, i successivi e più recenti matrimoni della famiglia si offrono quale chiaro documento all’esaltazione del sapere e del valore delle professioni (virtus). In proposito, la penna del parroco Scrugli registra:

Adì 13 Novembre del 1786 Ottavio Scrugli di Orazio sposò Domenica Ruffa di Francesco, sorella de’ celebri filosofi, e medici D. Giuseppantonio, e D. Tommaso Ruffa. [...]
A dì dodeci Agosto 1815 D. Saverio Scrugli di D. Ignazio, e di D. Domenica Bagnati sposò la Signora D. Raffaela Ruffa figlia del dotto, e celeberrimo filosofo, matematico, chirurgo, medico, e naturalista D. Tommaso, e di D. Maria Gaetana Paladini, nipote del famosissimo Medico, e sublime Filosofo, e Maestro di lingua Ebraica, Greca, Latina, Inglese, e Francese D. Giuseppantonio Ruffa, e sorella dell’autore delle tragedie l’Achille, l’Agave, il Codro, ed altre, e Giudice del Tribunale di Catanzaro nel 1820, D. Francesco Ruffa11.

Doti cospicue, ricchi corredi, copia di cariche civili ed ecclesiastiche ricoperte da membri della famiglia sono gli altri fili che compongono la trama della memoria ma che tessono nondimeno attorno al presente familiare la stoffa di una autentica nobiltà. Giuseppe Scrugli (che va aggiornando negli anni la sua genealogia) annota con orgoglio i matrimoni di due nipoti, figli del fratello Ignazio, celebrati in casa, nella cappella di famiglia, essendo ministri del sacro rito gli zii canonici, Saverio Scrugli, fratello maggiore di Giuseppe, e lo stesso Giuseppe. Al nipote Antonino, nel 1826, la signora donna Maria Rosa d’Ambrosio, figlia di don Antonio e di donna Angela Pellegrini, porta in dote «docati sei mille, e cinquecento; oltre un ricco corredo, ed in denaro, gioje, e mobili»12. La nipote Maria Domenica, che nel 1825 sposa don Giovanni Naso, «possidente di questa città», riceve in dote 1.000 ducati dal padre Ignazio (che intanto, con l’occasione, si ricorda essere stato «Cassiere, e già Governatore del Monte, e del Regio Spedale, già Sindaco, e decurione due volte di questa città») e 300 ducati «assegnati per supplimento di dote da’ suoi zii Canonici»13.
La registrazione della memoria compie un continuo passaggio dal presente al passato remoto della famiglia, e viceversa. Dopo l’annotazione dei matrimoni, l’inizio della sezione del manoscritto dedicata ai Nati della famiglia Scrugli si apre con alcune notizie di «antichità». L’erudito canonico cerca di colmare quello che egli stesso definisce il «bujo» dei secoli anteriori al 1500, epoca a partire dalla quale può disporre di una documentazione sicura e continua, ricorrendo ad alcune fonti “eccezionali”: la tradizione orale, da un lato, conservata all’interno del lignaggio e dei suoi diversi rami, e dall’altro alcuni documenti ecclesiastici tramandati in copie successive, che trascrivono la memoria e il testo di notizie precedenti altrimenti perdute, come il «bullario» di monsignor Calvo, vescovo di Tropea a cavallo tra xvi e xvii secolo, e il «mortorologio» della chiesa cattedrale.
In entrambi i casi, come possiamo vedere, questi canali informativi sembrano al dotto sacerdote sufficienti a garantire la “verità” filologica e storica delle notizie tramandate e da lui stesso avvalorate:

Fu tradizione, che si conserva tra la nostra famiglia, tanto tra gli Scrugli di questa Città di Tropea, quanto tra gli Scrugli di Monteleone passati prima da questa Città in Briatico circa il 1612, e poi in Monteleone, che la nostra famiglia sia di origine Francese e che sotto il governo de’ Re Angioini pervennero due fratelli Scrugli da Francia in questa Città, e formarono domicilio. Della discendenza di costoro non possiamo darne notizia chiara per mancanza di libri parrocchiali. [...] Ne’ libri antichi di questa Città si trovano alcuni individui della famiglia Scrugli impiegati nelle cariche civili; e nel bullario di Monsignor Calvo sono notati due sacerdoti della nostra famiglia, l’uno protopapa del Capo Vaticano, e l’altro impiegato in cariche ecclesiastiche. Nel Mortorologio della Cattedrale di questa Città, ch’è un libro trascritto da altri libri molto antichi, si leggono notati: l’Abate Bernardino Scrugli Canonico, che morì a’ 17 di Ottobre 1522, come sta notato [...]. Il Reverendo D. Mariano Scrugli, che morì a’ 26 di Luglio 1535 [...]. Prima di costoro [altri] si trovano nel detto Mortorologio; ma senza data di giorno, né di anno (che ignoravasi per l’antichità)14.

La prima parte di questo brano presenta delle cancellature e delle correzioni assai significative, frutto di un successivo ripensamento dello scrivente, al quale evidentemente il costume erudito non impediva di piegare la precisione filologica – pur ampiamente dimostrata ai suoi lettori – ai superiori interessi della politica familiare. Come già accennato, la famiglia Scrugli scommette, in particolare dal 1810, le sue fortune e le sue future carriere sulla fedeltà al nuovo regno dei Napoleonidi. In quell’anno Ignazio Scrugli, che regge l’amministrazione cittadina, accoglie con parole di sottomissione e ammirazione Sua Maestà Gioacchino Napoleone i, giunto col suo seguito a Tropea nel corso del suo viaggio militare per le Calabrie. Il discorso rivolto dal sindaco al sovrano, nell’atto di consegnargli le chiavi della città, parla della «rigenerazione» dello Stato napoletano venuta per mano di un principe francese, come francese fu la stirpe «da cui riconosce il regno di Napoli l’esistenza politica»15. Nella stessa occasione, il parroco Giuseppe Scrugli introdusse al cospetto del sovrano, ospite nel palazzo vescovile, il nipote Gaetano, quartogenito di Ignazio, presentato per l’occasione col nome di Napoleone, col risultato che il principe prese sotto la sua protezione il giovane e nel 1811 lo fece ammettere nel Real Collegio di Marina in Napoli con piazza franca, destinandolo a una brillante carriera di soldato16. Il richiamo all’eredità angioina viene privatamente trasposto, dalla scena pubblica, nelle memorie genealogiche di don Giuseppe: non è difficile, infatti, osservare sotto le cancellature del brano sopra citato le parole, in un primo tempo scritte, «origine Spagnola», «Re Aragonesi» e «da Spagna», sostituite più convenientemente con «origine Francese», «Re Angioini», «da Francia».
Nel complesso, il libro di memorie e la rappresentazione familiare che ne scaturisce, si organizzano attorno a due registri narrativi: da un lato le speculazioni filosofiche sulla vera nobiltà e il discorso sulle antiche origini del casato, affidato alla descrizione di documenti rinvenuti perlopiù – stando alle dichiarazioni dell’autore – in archivi ecclesiastici della città; dall’altro le registrazioni genealogiche, desunte dai libri parrocchiali, che danno al lettore la netta percezione dell’autenticità e dell’esattezza dei dati raccolti. Il primo registro narrativo apre il libretto di memorie e ritorna in vari punti (ad esempio al principio della registrazione delle nascite e alla fine del manoscritto, in una pagina vergata da altra mano); la sua funzione consiste nel dare al lettore la giusta chiave di interpretazione dell’ethos e della storia familiare. Le registrazioni genealogiche, ripartite in sezioni successive del manoscritto secondo la scansione tipica dell’anagrafe parrocchiale (matrimoni degli uomini e delle donne di casa, battesimi, cresime e morti), occupano lo spazio maggiore: esse, attraverso le generazioni, rappresentano la ricchezza delle alleanze familiari parlando delle donne che entrano in casa e delle rispettive famiglie di provenienza, mentre tacciono della condizione degli uomini, per cui ci si limita a riferire i numerosi nomi di battesimo, senza indicarne (dopo le più ragguardevoli posizioni raggiunte dagli antenati nel Cinquecento) la posizione sociale o il mestiere. Ciò che non è detto – date le luminose premesse e il decoro di alcuni eventi della storia familiare più recente messi in risalto (come i matrimoni e i battesimi celebrati nella cappella gentilizia del palazzo) – il lettore deve ricavarlo dalla rappresentazione, immaginando il racconto come un tutto armonico.

3
L’albero e i beni: storia narrata, storia non narrata

La costruzione e la rappresentazione della memoria familiare producono un “inveramento” storico. La necessità dei processi di definizione culturale, in altri termini, è di tale portata e così funzionale agli interessi reali del casato, da dare sostanza di realtà ai suoi contenuti. Lo studio della vicenda familiare attraverso altri tipi di fonti documentarie (quei tanti dati di una storia non narrata che invano cercheremmo nella letteratura genealogica) sottolinea in apparenza la distanza tra “realtà” e sua “rappresentazione”. Vorrei mostrare, al contrario, come la rappresentazione fornisca una cifra di “verità”, offrendo ai suoi contemporanei, come all’interpretazione degli storici, il linguaggio e le categorie per leggere una congiuntura storica di mutamento, economico e sociale.
L’albero degli Scrugli frondeggia nei secoli di più rami. Verso il 1826 don Giuseppe lo disegna a inchiostro su carta, ponendo lungo il tronco principale la propria ascendenza e ai lati, in rami più sottili, le altre linee17. I nomi di uomini e donne del casato sono inscritti, con i rispettivi coniugi e le date di matrimonio, in altrettanti tondi, senza indicazione di cariche o professioni, ad eccezione dei sacerdoti, fra cui si notano alcuni canonici. Della condizione economica e delle professioni dei diversi esponenti del lignaggio ci informano tuttavia, tra le altre, le fonti notarili: allo stesso cognome appartengono diverse famiglie di notai, attivi dal xvi alla fine del xviii secolo, e di agiati capomastri. Il nucleo familiare di Saverio Scrugli, avo di don Giuseppe, è descritto nel catasto onciario di Tropea del 1760: il capofamiglia, marito di Anna Gentile, è «Mastro Scarparo», tassato per 46 once d’industria; tiene impiegata la somma di 10 ducati «in compra di sola, pelle ed altro per il suo mestiero»; abita in casa d’affitto pagando 6 ducati al proprietario, il patrizio Orazio Pelliccia. I suoi figli, Antonino (padre di Giuseppe), di anni ventidue, e Domenico, di anni quattordici, lavorano nella bottega di famiglia, rispettivamente occupando nella gerarchia del mestiere i gradi di «lavorante Scarparo» e di «discepolo». Nella stessa casa vive il fratello maggiore di Saverio, Antonino Scrugli, che esercita l’arte di «Mastro Sartore». Se la famiglia di Saverio appartiene alle maestranze agiate della città, quella di suo cugino in terzo grado, il «Magnifico» Orazio Scrugli, negli stessi anni «vive civilmente», secondo la definizione dei rilevatori catastali18. Entrambi questi nuclei familiari sono descritti nel libro di memorie e nell’albero genealogico di casa Scrugli; entrambi discendono per linea diretta dal celebre notaio Francesco, che redige le sue tavole per tutta la seconda metà del Cinquecento e sposa, come ricordato, la patrizia Apollonia Galzarano. Tuttavia – lo abbiamo appena osservato – la rappresentazione familiare non registra la varietà delle condizioni sociali o il notevole grado di fluttuazione nel tempo degli appellativi di status. Nello specchio della memoria, la vicenda del casato procede secondo un ritmo lineare, senza balzi in avanti o repentine cadute, e l’unico fattore di mutamento è dato dalla mobilità territoriale dei diversi rami del lignaggio (presente, oltre che a Tropea, anche a Briatico e a Monteleone).
Circa un trentennio dopo il catasto, lo stato d’anime della parrocchia di San Nicola della Piazza del 1792 registra un avanzamento di status: la famiglia di Ignazio Scrugli, di ventotto anni, figlio di Antonino di Saverio, vive civilmente in un appartamento del palazzo Prestia. A Ignazio e a sua moglie Domenica Vagnato è dato il titolo di magnifici; hanno due figli, Antonino, di quattro anni, ed Eleonora, di uno19. La disponibilità di capitale del nuovo nucleo familiare è documentata dalla campagna di acquisti fondiari iniziata in questi anni da Ignazio e dai suoi due fratelli, Saverio e Giuseppe, avviati al sacerdozio. Una platea dei beni di famiglia (redatta alla fine dell’Ottocento su una precedente platea formata dallo stesso don Giuseppe) registra i titoli di acquisto, la provenienza dei fondi, il denaro speso. Nel 1794 circa Ignazio Scrugli compra per 200 ducati dal massaro Giuseppe Naso il fondo Colagilormo, in territorio del casale di Brivadi, tenuto a censo dalla Cassa Sacra. Nel 1795 acquista per 300 ducati «una quantità d’acqua» dal duca Caracciolo, proprietario del soprastante giardino, col diritto di costruirvi i canali per condurla al suo fondo. Un’altra porzione del fondo Colagilormo è incorporata nel 1797 mediante una permuta stipulata col capitolo di Tropea, cui viene ceduta una terra presso il casale di Lampazzoni, già acquistata per 380 ducati dal canonico Saverio Scrugli. Nel 1800 lo stesso Saverio acquista altre 7 tomolate del fondo Iazzolino, confinante coi precedenti appezzamenti, per 1.100 ducati, col peso di un canone annuo alla parrocchia di Brivadi; l’anno seguente Ignazio acquista l’acqua dal Signor Mottola e costruisce l’acquedotto per condurvela. In seguito, con istrumento stipulato a Napoli nel 1812, Ignazio Scrugli affrancherà i censi gravanti su questi terreni. Nel 1799 è sempre Ignazio ad acquistare, in agro di Santa Domenica, il fondo San Giorgio, di 8 tomolate, per 750 ducati: nel 1801 stipula un contratto per la conduzione di acqua irrigua da un fondo confinante, di proprietà del patrizio Pasquale Fazzari. Nel 1807 compra da Ignazio Mottola 20 tomolate del fondo Vicci, in territorio di Tropea, coltivato a giardino, con «due vasche con fontane, casa e pagliaje», per il prezzo di 900 ducati. Per irrigare questa proprietà, nel 1813, acquista dal patrizio Ignazio Pelliccia, proprietario del terreno soprastante, «uno scolo di acqua sorgente» per 120 ducati; altri 250 ducati sono spesi in migliorie: impianto di un nuovo giardino d’agrumi, costruzione di muri di cinta e dell’acquedotto. Come nei casi precedenti, la proprietà viene ampliata con l’acquisto «a spezzoni» di altre porzioni di terra confinante («Vicci sottostante»), per compre successive di Giuseppe Scrugli, a quel tempo parroco di San Nicola, e del nipote Antonino, figlio di Ignazio.
La proprietà poteva prender corpo a partire dall’affitto di un piccolo pezzo di terra, come quello alla Marina dell’Isola, sotto la rupe di Tropea, preso a censo nel 1804 da Ignazio Scrugli, ingrandito nel 1808 con l’acquisto di un giardino confinante e poi con successivi acquisti di figli e nipoti, che estendono la proprietà fino al «pubblico arenile» e affrancano, a fine Ottocento, l’originario canone dovuto al Regio Ospedale della città. Ancora in territorio di Brivadi, Ignazio acquista nel 1812 per il prezzo di 800 ducati il fondo Cùzzica, di 2 tomolate circa, proveniente dalla Cassa Sacra, che nel 1816 fa servire di una «vascata d’acqua» comprata dal confinante don Filiberto Mottola per 270 ducati. I figli di Ignazio continuano ad allargare il patrimonio della famiglia con ulteriori acquisti, concentrati nei pressi delle proprietà già acquisite: fra i più importanti quello del fondo Laganà, in territorio di Brivadi, di 24 tomolate, comprato da Antonino Scrugli nel 1831 per 1900 ducati; il latifondo Majo, sito nella stessa zona del comune di Ricadi e composto di più lenze acquistate in tempi diversi, a cominciare dalle 24 tomolate della lenza di San Giacomo comprate da Antonino nel 1838 per 2.222 ducati da don Francesco Fazzari; il fondo Oliveto in agro di Ioppolo, nel Capo Vaticano, acquistato dallo stesso Antonino in più porzioni a partire dal 1821 (14 tomolate dai fratelli Adilardi di Tropea per 600 ducati) ecc.20. È probabile che una tale quantità di denaro contante (ben oltre i 10.000 ducati che ci sono noti, spesi in numerosi contratti d’acquisto e in migliorie nell’arco di circa quarant’anni) si rendesse disponibile, almeno nelle sue quote iniziali, grazie alle doti, agli uffici pubblici e alle carriere ecclesiastiche, oltre che ai proventi ereditati dalle antiche attività d’industria21. Un fattore di forza è senz’altro da attribuire a una gestione condivisa delle ricchezze di famiglia, in cui le risorse individuali sono messe a servizio della causa comune e un fratello completa l’opera avviata dall’altro, prima ancora che entri in azione l’apporto (sempre più consistente) delle nuove generazioni22. La strategia degli acquisti segue un itinerario ricorrente: compra del terreno, acquisto dell’acqua per irrigarlo, affrancazione dei censi gravanti sui beni acquistati, apporto di migliorie e affitto del fondo a colonia parziale. La proprietà, inoltre, è il risultato dell’accorpamento successivo (per compravendita, affitto, permute) di spezzoni di terra, con la tendenza costante a concentrare i beni in pochi nuclei territoriali (come nel caso delle proprietà che gli Scrugli acquistano numerose a Ricadi e Brivadi, nel Capo Vaticano). I maggiori proventi della rendita agraria, reinvestiti in nuovi acquisti, derivano dalla vendita del grano. Vale, infine, una considerazione di carattere generale: le energie mobilitate dalla famiglia non avrebbero certamente conseguito risultati così rapidi e cospicui senza le opportunità offerte, in quel preciso momento storico, dalla crisi e conseguente disgregazione delle vecchie possidenze nobiliari ed ecclesiastiche.

4
La casa, la biblioteca, le cure ecclesiastiche

Al parroco Giuseppe Scrugli si deve, nel 1814, la costruzione del palazzo di famiglia, risultato della ristrutturazione di un comprensorio di più case acquistate in fasi successive, nel rione del castello23. Di fronte al palazzo, il parroco aveva già comprato, nel 1812, un’altra casa palaziata per ducati 230. Nella strada intermedia si aprivano le fosse granarie di proprietà della famiglia, otto secondo la platea redatta da don Giuseppe, tre delle quali, della capienza di 320 tomoli, acquistate dal medesimo per 20 ducati nel 1805.
Come si può notare è Giuseppe, terzogenito tra i fratelli Scrugli, a compiere i gesti fondativi dell’immagine e dell’identità pubblica del casato. Mentre Ignazio si impegna nella più concreta costruzione delle fortune materiali della casa e dell’inserimento deciso nelle maglie del potere politico locale, il fratello minore si occupa della parte simbolica, forse la più rilevante, del discorso familiare. La vocazione all’erudizione, cresciuta dai primi anni degli studi seminariali e restituitaci passo passo attraverso i volumi della biblioteca domestica, consegna naturalmente don Giuseppe al ruolo di custode della memoria e della dignità del casato. Nello svolgimento del suo compito, la contemporaneità dell’attore storico media fra due poli temporali separati: il passato, fonte e soggetto della rappresentazione, e il futuro, oggetto d’investimento dell’intera costruzione culturale. Del passato si utilizzano documentatamente, come pietre cavate da una miniera, dati e notizie, dalle quali, debitamente setacciate, si scartano gli elementi inutili o dannosi. Dalla storia non narrata delle tracce e dei documenti si passa così, per opera dell’erudito, alla storia narrata. La «memoria» è scritta per svolgere appieno la sua funzione costruttiva nel futuro: lettori e spettatori del futuro – più direttamente i posteri del casato – realizzeranno compiutamente gli scopi per cui la narrazione e la rappresentazione sono state composte, nelle loro diverse forme, manoscritte, architettoniche, figurative (Ignazio e Giuseppe Scrugli, ad esempio, si fanno ritrarre a olio su tela in pose ufficiali). “Verità” e suo “documento” appariranno allora nitidi, direttamente collegati, e non graverà su di essi l’interferenza della fase costruttiva, dove i pionieri della nobiltà virtuosa agiscono in competizione con le famiglie del vecchio patriziato e lottano quotidianamente con la consapevolezza di un passato che intendono ridisegnare.
La biblioteca domestica rappresenta l’altra grande opera di Giuseppe Scrugli. Strumento e insieme scopo del costume erudito, la «libreria» è fattore insostituibile di identità, nel quadro dei nuovi valori che si propongono all’aristocrazia napoleonica. Mentre, sul versante strettamente privato, essa è il risultato più significativo e più denso di vantaggi nella prospettiva dell’utilità delle generazioni future del casato.
La biblioteca di casa Scrugli si è conservata quasi nella sua originaria consistenza. La raccolta, tuttavia, si trova oggi materialmente divisa in due spezzoni, per il trasferimento di una consistente porzione di volumi donata dopo il 1950 dalla famiglia alla Biblioteca del Seminario vescovile di Tropea. I libri da me censiti sono in totale 1.282 (si tratta di edizioni a stampa), di cui 495 tuttora conservati nel palazzo di famiglia e 787 costituenti il “fondo Scrugli” nella Biblioteca diocesana di Tropea. I volumi costituiscono, in buona parte, la biblioteca personale del canonico Giuseppe Scrugli (1.173 su 1.282, ovvero il 91,4% dell’intera raccolta), lasciata in eredità ai nipoti. Considerata in rapporto alla relativa esiguità delle quote librarie acquisite dai nipoti “colti” (il canonico teologo Giuseppe Maria, lo storiografo Nicola e l’ammiraglio e parlamentare Napoleone Scrugli, figli d’Ignazio), che rappresentano oggi il 6,2% dei volumi qui censiti; o rispetto alla quota appartenente al fratello maggiore, canonico Saverio (lo 0,3%), la preponderanza del consumo culturale di Giuseppe va letta, oltre che nel segno dell’erudizione personale, come un investimento per la famiglia in senso esteso. I nipoti, in particolare, spenderanno di meno, trovando già in casa le letture di loro interesse e utilità (fig. 1).
Le note di possesso o ex libris, nonché i frammenti di lettere e appunti nascosti fra le pagine di qualche tomo, rivelano un uso domestico condiviso della biblioteca, che non manca altresì di beneficare la più larga cerchia parentale. Il 31 dicembre del 1812, ad esempio, il nipote ex sorore Tiberio Pietropaolo scrive a don Giuseppe: «Veneratissimo mio Signor Zio, Vi prego rimettermi con la presente mia serva Le notti di Iunco, per divertirmi per poche sere»24. Alcuni ex libris proclamano chiaramente la costituzione quasi pubblica della biblioteca, secondo uno statuto filantropico che mostra di mirare ben oltre l’orizzonte degli interessi eruditi individuali. Eccone due del 1820: «Ex eruditissima, et completissima Bibliotheca Canonici D. Ioseph Scrugli Civitatis Tropaeae, antea Parochi S. Nicolai in Platea in dicta Civitate»; «Ex eruditissima, et lectissima Bibliotheca Canonici D. Ioseph Scugli Tropaeae»25. Il carattere fondativo dell’azione culturale di Giuseppe Scrugli è testimoniato, più direttamente, dalla mera circostanza che nella sua biblioteca non si rileva traccia di libri ereditati dagli avi: soltanto 2 volumi su 1.282 provengono da precedenti possessori, membri della famiglia. L’«eruditissima», «completissima» e «lectissima» biblioteca è, dunque, opera di un solo uomo e, su una prospettiva di lunga durata, essa sarà capace di soddisfare il consumo culturale delle successive generazioni del casato.
Giuseppe Scrugli inizia ad acquistare i suoi libri dall’età di tredici anni, al tempo del suo noviziato nel seminario vescovile di Tropea. Sul primo tomo posseduto, nel 1785, scrive: «Hic liber fuit primus, quem ego novitius Ioseph Scrugli emi». Si tratta della quarta edizione veneta (Venetiis 1768) del trattato De Romana Republica, sive de Re Militari et Civili Romanorum ad explicandos Scriptores antiquos del gesuita Pierre-Joseph Cantel, a testimonianza del precoce spazio che l’antiquaria e la filologia classica occupano nel cursus studiorum del giovane chierico26. Dalla nota di possesso vergata sul secondo libro acquistato prima di entrare in seminario (le Regole, ed osservazioni della lingua toscana di Salvatore Corticelli), Giuseppe ci informa di aver frequentato privatamente la scuola del «dotto ed eloquente maestro» don Francesco Maria Pentifalli, sacerdote di Tropea27. Dal 1792-93 gli acquisti librari del seminarista Giuseppe, che ha venti o ventun’anni, diventano più frequenti, procedendo poi in continuità fino al 1832 (data della sua morte, a sessant’anni): nell’arco di quarant’anni egli compera più di 1.100 volumi, con un picco di acquisti nel 1814 (fig. 2). Forse non è da lasciare al caso, a questo proposito, una coincidenza di date. Il 1814, come si è detto, è l’anno di costruzione del palazzo di famiglia a spese di don Giuseppe. La massiccia dotazione di libri che accompagna la fisica ristrutturazione della dimora familiare non fa che ricomporre in un disegno organico, metodicamente perseguito, la costruzione di un’identità insieme nobile e colta per il proprio casato.
Gli ex libris con cui Giuseppe Scrugli contrassegna e data ogni nuovo volume che entra nella sua biblioteca, scandiscono le tappe di una carriera ecclesiastica che viene intesa come fonte di decoro per la famiglia. Nel 1794 Giuseppe è diacono e inizia lo studio delle Istituzioni teologiche, che termina in seminario nel 1798, sotto il precettorato di Pasquale Galluppi28. L’anno precedente, nel 1797, veniva ordinato sacerdote, mentre nel successivo e fatidico 1799 un ex libris di suo pugno ce lo indica a Marsiglia. Nonostante l’apertura all’ideologia illuminista, una probabile avversione alla politica del triennio giacobino, successivamente autocensurata, lascia spie di sé attraverso le cancellature visibili su un altro volume, che porta la data d’acquisto 1799 e la cui nota di possesso conteneva le parole commemorative «Neapoli die 13 Iulii... Populi cap... et Reg...» scritte il giorno successivo alla capitolazione di francesi e patrioti a Sant’Elmo29.
Il 16 ottobre 1802 Giuseppe Scrugli prende possesso della parrocchia tropeana di San Nicola della Piazza, cum annexis San Basilio e San Demetrio, già trasferita dopo il terremoto del 1783 nella vecchia chiesa di San Giorgio alle clarisse. Il registro parrocchiale che inaugura la sua cura si apre con alcune note storiche scritte di suo pugno, in cui con soddisfazione il parroco ricorda il contributo di ducati 100 avuto nel 1810, dietro sue «umili rappresentanze», da Gioacchino Murat e speso, con l’aggiunta di proprio denaro, per il restauro della chiesa, la dotazione di paramenti sacri, l’accomodo della canonica e per alcune migliorie ai terreni della parrocchia30. La cura «illuminata» che il giovane sacerdote pone nell’amministrazione della parrocchia affidatagli, riveste un significato meritocratico rispondente alla dignità sociale e intellettuale raggiunta dal parroco, e, attraverso di lui, dalla sua famiglia. Quest’ultimo non può non esibire pubblicamente la propria dignità, e il modo migliore per farlo è quello di cooperare, attraverso l’istituzione parrocchiale, all’utile e alla crescita civile della comunità dei fedeli, rendendosi altresì, da colto catechista e predicatore, mediatore tra alta e bassa cultura31. Alla sua cura parrocchiale si legano due operette manoscritte, le Notizie intorno a S. Nicola Vescovo di Mira, e confessore ricavate dalla Storia Ecclesiastica di Tillemont, e tradotte dal francese e la Novena del glorioso S. Nicola Vescovo di Mira nella Licia, Protettore della Parrocchial Chiesa che porta il Suo venerando Nome, destinate all’edificazione morale dei parrocchiani e alla promozione di un culto devozionale cittadino32. La dignità familiare, d’altro canto, è costantemente trasfusa nell’opera meritoria individuale. Chiare tracce, ancora una volta, ne riporta l’anagrafe parrocchiale. Le particole di battesimi, cresime, matrimoni e morti dei propri consanguinei, registrate nei libri di San Nicola dalla penna di don Giuseppe, si distinguono dalle altre per la prosopopea del linguaggio dinastico, prolisso, altisonante, ricco di appellativi e di informazioni genealogiche33. Il «sepolcro gentilizio» della famiglia è posto da don Giuseppe davanti all’altare maggiore della sua chiesa.
La carriera ecclesiastica è soprattutto il risultato di una strategia di autopromozione: da un carteggio privato risulta che nel 1818 il parroco di San Nicola fa giungere a Napoli, al vescovo appena eletto alla cattedra tropeana, la propria richiesta di un canonicato34. Il desiderio si realizzerà due anni più tardi, il 4 gennaio 1820, quando Giuseppe Scrugli riceverà il canonicato con la prebenda di San Filippo d’Agira, nella cattedrale di Tropea. La nuova dignità procura, anzitutto, un aumento del prestigio familiare e i tomi della biblioteca per primi se ne fregiano, informandoci altresì che nello stesso anno il canonico è nominato rettore del «venerabile» seminario diocesano. La biblioteca si definisce, progressivamente, come patrimonio della famiglia. Per questo, vergate sui frontespizi o sui fogli di guardia dei suoi volumi, le note di possesso registrano l’ufficialità delle posizioni raggiunte, mentre varie altre annotazioni erudite, su autori ed edizioni, lasciano memoria delle virtù intellettuali del casato.

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Acquisti librari e identità familiare

La biblioteca Scrugli presenta la vastità di argomenti tipica delle biblioteche erudite del tempo35. I testi di teologia (dogmatica e morale) rappresentano il 14,8% della raccolta, seguiti subito dopo dai libri di diritto (civile e canonico) e dalla letteratura moderna (gruppi entrambi attestati al 12,3%), dalla storia ecclesiastica (11%), da opere di storia civile e universale, cronologia, antichità greco-romane (10%), dai classici greci e latini (9,3%), da trattati di filosofia ed economia politica (6,3%). Gli altri settori tematici della biblioteca compongono percentuali più basse: sacre scritture (4,7%), dizionari, grammatiche, manuali di calligrafia, trattati di linguistica e retorica (4,3%), testi liturgici (3,8%), patristica (3,3%), retorica ecclesiastica e varia letteratura religiosa (3,1%), testi scientifici (matematica, geometria, fisica, geografia, storia naturale, astronomia, agricoltura, medicina) (3,1%). Il nostro computo – come ricordato – riguarda i testi a stampa della libreria (fig. 3), la quale raccoglieva ancora un buon numero di manoscritti oggi in gran parte dispersi. Tra questi, documenti per la storia di Tropea, che il canonico raccoglieva con cura nei vecchi archivi cittadini o da proprietari noncuranti, qualche testo filosofico in copia, alcune opere erudite e traduzioni dello stesso Giuseppe Scrugli e un trattato del nipote teologo Giuseppe Maria, che tra il 1851 e il 1852 tenne un corso di storia filosofica nel seminario diocesano36.
La totalità dei libri appartenuti a Giuseppe Scrugli sono da considerare di “nuovo” possesso, all’interno del palazzo di famiglia. Molti vengono comprati o comunque acquisiti dal sacerdote da precedenti proprietari del luogo, altri acquistati di prima o di seconda e terza mano sul mercato librario romano e napoletano37. Per tutti la cancellazione dei precedenti ex libris (a meno che non si tratti di possessori illustri, come ad esempio cardinali) innesca un processo di retrodatazione dell’immagine colta della famiglia: attraverso l’annullamento della memoria dei precedenti possessori, il nuovo acquirente ottiene un aumento dell’“antichità” della propria famiglia nelle pratiche dotte. Ancora una volta, la biblioteca si rivela luogo per eccellenza deputato alla costruzione dell’identità familiare e culturale del casato.
Attraverso timbri ed ex libris ancora leggibili sotto le cancellature o le abrasioni, è possibile riconoscere i precedenti proprietari e le fonti di provenienza dei libri Scrugli, raggruppabili come segue:
− Mercato librario romano e napoletano, che mette in vendita libri già appartenuti a vescovi, cardinali, avvocati, alti prelati e funzionari della Curia pontificia38.
− Fondi gesuitici (del Collegio Romano: un ex libris ricorrente è della Domus Professae Romanae Societatis Iesu ex legato Episcopi Zacynthij; del Collegio di Tropea, cui molti libri erano stati donati per lascito dell’abate Giovan Carlo Crescenti, di antica famiglia patrizia tropeana, del quale si vede il timbro con lo stemma gentilizio).
− Biblioteche pubbliche secolari ed ecclesiastiche: un volume proviene addirittura dalla Biblioteca reale di Napoli (vi si vede cancellato il timbro con lo stemma di casa Borbone e la didascalia Bibliothecae Regiae)39; un altro, con la data di ingresso del 1715, apparteneva alla romana Bibliothecae Angelicae Urbis40; un altro ancora reca il timbro (cancellato) della Bibliotheca Corsiniana Nova41.
− Biblioteche conventuali cittadine e dell’entroterra tropeano (dei minori osservanti o dei cappuccini di Monteleone, dei minori conventuali di Tropea, dei basiliani di Sant’Angelo presso Drapia, dei cappuccini di Motta Filocastro).
− Porzioni di intere biblioteche private poste in vendita, che il sacerdote Scrugli ebbe modo di acquistare in blocco: alcuni volumi Ex Bibliotheca Iunii Bernardini Pera, i libri giuridici dei dottori Antonio Cimino e Giuseppe Massara di Tropea, qualche tomo del chierico Antonino Gentile della stessa città.
− Patrizi e canonici tropeani delle famiglie Scattaretica, Barone, Galluppi, Adilardi, Migliarese, Fazzari, Nomicisio, Del Duce, Tranfo, Taccone, Colace, Cortese, Mamone, Godano, da cui Giuseppe Scrugli acquistò o ebbe in dono singoli volumi.
− Sacerdoti e arcipreti dei casali: Naso di Parghelia, Muzzupappa e La Ruffa di Drapia, De Luca di Zaccanopoli42.
L’attivazione di contatti e la rete delle conoscenze operanti, fuori “patria”, sul mercato librario napoletano e romano, testimoniano della vivacità dell’investimento culturale e della paziente ricerca da collezionista di cui era capace, pur senza muoversi dalla sua abituale dimora, un colto sacerdote di provincia. Una lettera indirizzatagli da Napoli, il 23 aprile 1823, da Alessandro de Bartolis (un «compare» del fratello Ignazio), che lo chiama «Maestro» e che per suo incarico acquista libri nella capitale, ci informa delle preferenze del canonico Giuseppe per le edizioni straniere dei classici: Virgilio e Orazio nelle edizioni di Amsterdam e di Parigi43. Il 36% dei libri di Giuseppe Scrugli è di edizioni straniere: tra i principali centri editoriali europei spiccano nella libreria, per maggior numero di testi, Parigi, Lione, Bruxelles, Amsterdam, Anversa, Leida, Colonia, Ginevra, Francoforte sul Meno, Lipsia. Tra le edizioni italiane, le porzioni maggiori sono rappresentate, nell’ordine, dall’editoria veneziana, napoletana e romana, seguite, in percentuale minore, dalle edizioni di Padova, Firenze, Bassano, Torino, Milano, Verona, Lucca, Brescia, Messina, Bologna. Rispetto all’epoca di edizione, il 62% della raccolta Scrugli è costituito da testi pubblicati nel xviii secolo, il 17% da seicentine, il 12% da cinquecentine e solo l’8% da edizioni dell’Ottocento, in cui peraltro vanno compresi i libri acquistati dai nipoti di don Giuseppe (figg. 4-7). Il dato evidenzia la prevalenza, all’interno del patrimonio librario, della componente erudita e del collezionismo bibliofilo, sempre alla ricerca di edizioni rare e costose, non disgiunti, tuttavia, da una significativa tendenza all’aggiornamento bibliografico della raccolta.
Le note di spese librarie registrate da Giuseppe Scrugli su foglietti, conservati tra le pagine degli stessi tomi, mostrano alcune delle somme sborsate per l’acquisto di singole partite di testi: per quattordici opere il canonico spende in una volta 10,3 ducati, per altre nove ducati 33,5. Erano le barche mercantili delle attive marinerie tropeana e pargheliota a far giungere i libri a destinazione, portandoli dalla capitale assieme a derrate, tessuti e altri beni commercializzabili. A volte l’acquisto avveniva nella stessa città di residenza, grazie allo sporadico passaggio di librai itineranti, come nel caso del Signor Lionardo Chiatto, negoziante di libri venuto a Tropea nel 1830, verso cui Giuseppe si dichiara debitore nella somma di ducati 6,8 per l’acquisto di quattro opere, per un totale di dodici tomi44. Dalle poche note di spese rinvenute tra i libri, si può approssimativamente calcolare un valore complessivo della libreria di Giuseppe Scrugli tra i 700 e i 1.000 ducati.

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Lettura

La meditata lettura di don Giuseppe ci viene testimoniata dalle note critiche che egli scrive, a pochi anni dall’acquisto, sui fogli di guardia dei suoi libri. Queste annotazioni contengono «giudizi», «ragguagli», «avvertimenti» sugli autori e sulle edizioni e testimoniano, oltre alla vasta erudizione del bibliofilo, la sua preoccupazione di procurare un vantaggio agli eredi, destinatari, con i libri, di una selezionata e completa formazione culturale. Sui Latina Monimenta di Giovanni della Casa, in edizione fiorentina del 1564, dopo brevi cenni biografici, il dotto canonico passa a spiegare, ad esempio, come «Monsignor della Casa maneggiò la prosa latina con molta eccellenza»45. Su un’altra edizione cinquecentesca dei veneziani Giunti, la Retorica e la Poetica di Aristotele con parafrasi di Averroè, il canonico annota: «Libro raro. Autore da apprezzarsi, e per la dottrina, perché è stato un genio Aristotile nel ridurre a precetti l’arte del dire, e la Poetica sua può a ben ragione chiamarsi la Poetica della Natura; e per l’edizione correttissima»46. Su un’edizione settecentesca del padovano Giuseppe Comino delle stanze di Poliziano, annota: «Le edizioni del Comino sono pregevolissime per la somma cura che si prese l’editore di darle corrette al pubblico», e prosegue con cenni biografici e critici sull’autore47. Pensando alle future carriere burocratiche dei posteri del casato, si esprime sul «merito eminente» delle lettere di Annibal Caro «che dovrebbero servire di modello alle moderne segreterie»48. Le sue annotazioni ci rivelano, ancora, il suo «liber praedilectus», il manuale teologico del predicatore Daniele Concina, edito a Napoli nel 176349.
L’ottima conoscenza del francese (esercitata nella pratica delle traduzioni), dello spagnolo, del latino e del greco, lo studio dell’ebraico (nella sua libreria vi sono cinque grammatiche ebraiche), la buona comprensione dell’inglese (la lettura di testi in inglese è confermata, tra l’altro, dalla presenza di un Dictionnaire Francois-Anglois) e probabilmente del tedesco, disegnano il perfetto profilo dell’intellettuale cosmopolita. La ripartizione dei testi della biblioteca per lingua – con la preponderanza del latino (53,5%), seguito dall’italiano (31,3%) e dal francese (13,1%) – rispecchia la configurazione tradizionale delle raccolte librarie private, almeno rispetto al contesto culturale e al mercato librario italiano. La considerazione per lo studio delle lingue classiche è documentata, inoltre, dalla presenza di 18 testi in greco e di 6 in ebraico (fig. 8), ed espressamente richiamata nella teoria didattica elaborata dal canonico per i suoi allievi seminaristi: tra i lavori manoscritti di Giuseppe Scrugli troviamo un interessante Problema. Lo studio delle lingue, che forma la base dell’addottrinamento, è più favorevole di assai a’ progressi delle facoltà nella fanciullezza, che non quello delle matematiche, o delle fisiche discipline50. Il senso di adesione alla comunità illuminata europea si traspone, poi, dalla lettura nella scrittura: il canonico Scrugli scrive i suoi ex libris nella lingua delle edizioni; su tutte le edizioni in francese della sua libreria traccia una nota di possesso in lingua francese, e lo stesso avviene con i testi latini, dove la nota di possesso è scritta in latino. Questo atteggiamento presuppone un’immedesimazione del lettore come parte di una più ampia comunità transnazionale e multilingue. (Nella biblioteca di Vito Capialbi, qualche decennio più tardi, si troverà un dizionario di giapponese, anche se ciò rientra di più nella categoria dell’erudizione e del museo di curiosità ed esotismi)51.
La libreria di don Giuseppe contiene i testi salienti della philosophie d’oltralpe e d’oltremanica, a dimostrazione di un’apertura alla modernità e di una profonda diffusione delle lumières fin nel cuore della provincia meridionale. Sulle scansie della libreria si trovano le Lettere filosofiche, le tragedie ed altre opere scelte di Voltaire52; i trattati del sensismo di Condillac (a margine dei quali Giuseppe Scrugli scrive annotazioni sul «pensiere» umano, in cui sembra leggersi la scuola di Galluppi)53; la logica di Leibniz, Le Christianisme raisonnable di Locke e la storia naturale della religione di Hume in versione francese54; e le opere di Berkeley, Pascal, Newton, Huet; fra gli altri, testi proibiti come l’opera completa di Helvétius, le quattro parti della «filosofia reale» di Campanella, l’Opus Epistolarum di Erasmo da Rotterdam; infine, i testi della moderna filosofia meridionale, da Vico a Genovesi a Galluppi55. La dispensa per la lettura privata di libri proibiti era frequente per sacerdoti e dottori laici della diocesi di Tropea, e sebbene non abbia ritrovato in particolare l’indulto concesso a Giuseppe Scrugli, i pochi archivi familiari presenti nella zona conservano testimonianze a riguardo56.
Innegabile e alla moda, secondo il gusto comune a tanta parte dell’aristocrazia e della borghesia italiana del Settecento, è la passione di Giuseppe Scrugli per la poesia, per il teatro, per il romanzo storico57, oltre che per i classici della letteratura italiana, in primo luogo Dante (con i commenti di Lodovico Dolce), Petrarca, Boccaccio, i poemi dell’Ariosto e del Tasso, le prose di Bembo. I classici greci e latini, come si è detto, occupano la posizione dominante che loro assegna una tradizione formativa in pieno vigore, necessaria tanto ai saperi professionali che a una cultura «oziosa». Tra gli autori dell’antichità la biblioteca di don Giuseppe mostra di prediligere gli storici58. Ma è soprattutto la sezione di antiquaria a caratterizzare in maniera più specifica la raccolta. L’interesse per i reperti archeologici si lega, anche soltanto idealmente, con la passione per il viaggio, due ingredienti inscindibili all’interno del nuovo gusto antiquario e nella tardo-settecentesca cultura del Grand Tour, soprattutto a partire dagli scavi di Paestum (dal 1734), Ercolano (dal 1738), Pompei (dal 1748) promossi dal governo borbonico59. Il canonico Scrugli non sembra aver viaggiato molto (non ci restano testimonianze a riguardo nella libreria e tra i manoscritti di questo infaticabile lettore e “annotatore”). Tuttavia tra le scansie della libreria trova spazio qualche guida o resoconto di viaggio: come i Viaggi di Pietro della Valle cittadino Romano da Napoli sino a Costantinopoli (1750) o La Guide des etrangers curieux de voir, & de connoitre les choses les plus memorables de Poussol, Bayes, Cumes, Misene, & autres lieux des environs dell’erudito vescovo di Bisceglia Pompeo Sarnelli (Napoli, 1685), nella versione francese di Bulifon60. Numerosi, inoltre, sono i testi di archeologia, numismatica e storia antica. Libri sulle antichità romane, greche, del vicino e lontano Oriente, trattati, ricchi di tavole, sull’architettura e la scultura classica (da Vitruvio a Winckelmann) e sui mosaici di Ercolano61, assieme alle principali storie d’Italia e dei Regni di Napoli e Sicilia, costituiscono una sezione specializzata della biblioteca di Giuseppe Scrugli in cui si riflette, più che la sua condizione di sacerdote e di notabile letterato, il gusto di un’epoca e di una “nuova” classe intellettuale politicamente consapevole62.
Il viaggio, come dicevamo, è una delle attitudini formative fondamentali nel costume di nobili e borghesi “intellettuali”, fattore interculturale di scambio, paragone, condivisione di esperienze e valori. Nella Calabria del primo Ottocento, al passo con i tempi europei e nonostante le maggiori difficoltà di un territorio relativamente povero e morfologicamente complesso, la valenza educativa del viaggio, sotto il duplice profilo etico e culturale, è esplicitamente avvertita e tradotta in cospicui investimenti economici famigliari. In una lettera del 1820 (in cui parla di un giovane cugino calabrese, studente universitario a Napoli, appena rientrato da un viaggio d’Italia) il mineralogista Giuseppe Melograni scrive del viaggiare:

veramente questa sorta di esercizio è la più bella ginnastica per corroborare le forze fisiche ed assicurare una salute valida. Conduce anche ad arricchire lo spirito di quelle peregrine cognizioni che non si possono acquistare co’ libri, e che formano la scienza dei paragoni. Di fatti questa scienza appunto dilata l’orizonte delle idee e raffina il criterio dell’uomo63.

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Scrittura

Un altro aspetto tipico della figura dell’erudito-bibliofilo settecentesco ritorna nella stretta congiunzione tra lettura e scrittura64. Dalla lettura dei suoi libri Giuseppe Scrugli trae l’impulso alla rielaborazione, al compendio, alla traduzione, secondo una tendenza caratteristica del primo umanesimo nella lettura dei testi classici. Nel 1801-02 traduce dal greco gli idilli di Teocrito Siracusano, di Bione e di Mosco; nel 1811-12 traspone in versi sciolti italiani l’Enriade di Voltaire e, dalla versione in francese, Il tempio della Fama di Alexander Pope; ancora, nel 1824-25 traduce la tragedia biblica Ester di Jean Racine65. Il frutto delle sue fatiche erudite circola manoscritto per le mani di chiari uomini di lettere della zona (i padri liguorini di Tropea, Vito Capialbi, Gaetano Ruffa ed altri), cui le traduzioni erano inviate e che rispondevano con propri lusinghieri giudizi66. Dimensione europea e illuministica suggestione per le razionali sistemazioni enciclopediche si rivelano nel compendio di Teologia e Mitologia degli Antichi, nel Giudizio della poesia de’ Popoli culti dell’Europa tanto antichi che moderni, nonché della poesia degli Ebrei, in un Giudizio de’ poeti alemanni, opere lasciate tutte manoscritte. L’intento didascalico e l’ansia pedagogica si traducono, in particolare, in un faticoso compendio di storia universale antica, il Canone cronologico, composto da Giuseppe Scrugli nel 1812 per gli «studiosi giovanetti» e «che contiene lo spazio di 2048 anni, cioè da Abramo sino alla morte del nostro Salvatore Gesù Cristo»67, attraverso le dinastie degli Egizi, degli Assiri, dei Babilonesi e dei Persiani. L’erudizione è tutta evidente nel minuzioso calcolo di ere, anni, successioni, in un costante approccio comparativo alla scienza cronologica universale (numerosi, nella biblioteca, i trattati di cronologia e storia universale), e ancora nel contemporaneo cimento scientista di un Trattato degli orologi solari68.
La dimensione privata dell’erudizione e dell’“ozio” letterario – collocati idealmente in una cornice agreste e nella quiete di una dimora di campagna – si lega alla funzione pubblica dell’impegno culturale nell’esperienza dell’accademismo cittadino69. Il canonico Giuseppe Scrugli è Segretario perpetuo dell’Accademia degli Affaticati di Tropea. Il carattere speculativo e didascalico del suo sapere è pubblicamente noto e rappresentato nel nome accademico (l’Ingegnoso) col quale entra a far parte del cenacolo tropeano. È anche socio della Reale Arcadia Sebezia, nella classe di Letteratura e Scienze, membro della Società del Crotalo di Catanzaro e arcade della Colonia Florimontana Vibonese, col nome di Bradamante Cassiopeo70. La sociabilità culturale, vissuta nel contesto delle piccole patrie cittadine (Tropea e Monteleone, soprattutto), sollecita una copiosa produzione di scritture destinata alla pubblica lettura. Componimenti di circostanza, religiosi e civili, come elegie, sonetti coronali, distici, odi saffiche e anacreontiche (recitati per nascite di sovrani, festività sacre, anniversari, funerali e lodi di soci, genetliaci di dame concittadine ecc.), si alternano a discorsi accademici di argomento storico e teologico e a numerose iscrizioni latine che il canonico Scrugli legge o dedica nelle tornate degli Affaticati, riuniti nella “galleria” del vescovo. Per l’ambito domestico, l’abate compone canzoni di argomento ozioso e d’esercizio ludico: Della vita rustica, uno dei titoli. Appena lavorato rimane un più meditato Abbozzo di principj politici, con la data del 1° gennaio 1819, mentre all’utilità della casa è senz’altro destinato il catalogo della libreria, che il canonico compone in diversi fascicoli e per generi letterari, ma di cui oggi non resta traccia. Tra gli scritti di un intelletto «ingegnoso» va, infine, ricordato un curioso lavoro sugli Effetti della mancanza di carta71.
Nel giugno del 1832, tre mesi prima di morire, l’abate Scrugli soggiorna nel villaggio di Santa Domenica, presso Tropea, «dove – annota – dimorava per mutar aria a cagion di malattia tra’ nervi del collo e della spina dorsale»72 e trascorre le ore a rivedere le sue traduzioni di poemi e tragedie francesi, spostandosi successivamente sulla collina di Sant’Angelo, nella vescovile residenza di Villa Felice sede del seminario estivo73.

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Modelli e continuità: la coscienza dei posteri

L’esperienza intellettuale dell’abate Scrugli è tipica di una élite culturale in rapida espansione nel Mezzogiorno sette-ottocentesco. Quest’ultima si fa promotrice di un sapere che, tratto dalle private biblioteche, è destinato non più a una corrispondenza interna alla società stessa dei dotti (la «repubblica delle lettere») ma a una comunicazione diffusa o «popolare», dall’intento pedagogico, che ha tra i suoi possibili destinatari una comunità di fedeli, un’accademia di giovanetti studiosi, un pubblico cittadino. Questo sapere è, al tempo stesso, fonte di aumento dello status familiare.
Il canonico Giuseppe Scrugli, non a caso, è ricordato dagli eredi dello stesso cognome come «uno dei principali fattori della nostra casa». Così si esprime, al principio del Novecento, il pronipote del canonico, Antonino Napoleone Scrugli di Ottavio, che nel redigere una nuova platea dei beni di famiglia premette alcune notizie storiche sul casato. Giuseppe Scrugli è soprattutto, nella memoria dei posteri della casa, l’«illustre antenato», fondatore del patrimonio culturale e simbolico della famiglia:

Fu egli che costruì questo nostro Palazzo nel 1814, colui che ha acquistato la libreria e molti quadri antichi e di valore. Uomo studiosissimo, ha lasciato molti manoscritti; fra gli altri alcune notizie sulle cose della nostra città, ed una Platea dei beni della famiglia74.

Scrivere la storia del casato significava provvedere a un contestuale inserimento di quel racconto sulla scena pubblica. La genealogia porta dunque con sé una riscrittura della storia cittadina, rende necessaria una ricognizione o riappropriazione delle fonti sulla storia patria, possedendo le quali nel suo archivio la famiglia può a pieno titolo unire il suo ruolo sociale presente alla tradizionale funzione aristocratica di conservazione della memoria collettiva. L’opera erudita di Giuseppe Scrugli risponde pienamente a questa funzione nella complessiva strategia di ascesa familiare.
I nipoti ereditano i valori e gli interessi dell’illustre antenato, ne proseguono coscienziosamente l’opera di costruzione agnatica. Essi acquistano nuovi tomi alla biblioteca, tuttavia tendono più spesso a non personalizzare il possesso librario, riconoscendolo come patrimonio collettivo della famiglia. Sui volumi di nuova acquisizione scrivono semplicemente: «Della Biblioteca Scrugli», oppure «De la bibliothèque des Scrugli de la ville de Tropea»; mentre nei casi in cui l’ex libris indica il nome del proprietario (ad esempio, «Acquistato dal Sig.r D. Nicola dei Conti Scrugli») appare comunque evidente la sottolineatura del contributo individuale all’accrescimento di un bene condiviso. Giuseppe Maria Scrugli (1802-76), figlio di Ignazio, eredita col nome l’impegno a conquistare la dignità ecclesiastica dello zio e, dopo aver ricevuto, nel 1825, l’ordinazione sacerdotale nella congregazione dei Redentoristi, ottiene da monsignor Franchini, nel 1849, la prebenda di canonico teologo della cattedrale di Tropea. Suo fratello Nicola (1805-77) eredita dallo zio canonico gli interessi scientifici, l’impegno accademico e la passione per la storia municipale, che rivisita alla luce della moderna ideologia meritocratica. La sua carriera politica e intellettuale è all’insegna di una continuità intergenerazionale di valori identitari: è delegato scolastico del mandamento, direttore dell’Osservatorio meteorologico, segretario dell’Accademia degli Affaticati, socio onorario della Società Italiana di Storia e Archeologia e socio corrispondente di altre accademie nazionali ed estere, sindaco di Tropea (come già il padre) dal 1864 al 1869. Nelle sue Notizie archeologiche e storiche di Portercole e Tropea, pubblicate postume nel 1891 dal nipote Antonino, il giudizio sul vecchio patriziato (tacciato di anacronistico attaccamento a posizioni di privilegio ormai delegittimate da un nuovo sistema di promozione sociale) è netto:

Correva il 1803 – scrive – quando il sedile erculeo, non ponendo mente che un grande mutamento nelle idee del medio evo avveniva, ed una grossa rivoluzione sociale era già stata iniziata dalla Francia, così che la borghesia, accresciuta di numero, poteva del tutto, per l’abolito feudalismo, scalzare il vecchio sistema; tuttavia credette chiedere di essere dichiarato sedile chiuso, e ricorse al Tribunale Conservatore della nobiltà75.

Un’altra pagina importante della storia del casato, che altra mano aggiungerà al libro di memorie di don Giuseppe, è riempita degli onori conquistati al cognome dal nipote ammiraglio. I meriti conseguiti nell’arco di una prestigiosa carriera nella marina militare, prima borbonica e poi del Regno d’Italia, e il suo impegno politico (è eletto deputato nella Prima Legislatura italiana) valgono a Napoleone Scrugli una serie di onorificenze concessegli da Vittorio Emanuele ii: il grado di aiutante di campo onorario di Sua Maestà, il gran cordone dell’Ordine mauriziano, il titolo di conte, trasmissibile il linea primogeniturale (1874), la nomina a senatore del Regno, infine, al termine della carriera, la promozione a vice ammiraglio onorario76. I posteri della casa avevano dunque pienamente adempiuto agli auspici e compensato nel migliore dei modi i premurosi e autorevoli insegnamenti dell’agnate. La loro vita si era uniformata al modello così laboriosamente costruito, realizzando pur nella lunga durata e attraverso un’epoca di rivoluzioni, una perfetta sintonia di intenti. Al principio del nuovo secolo, altra mano – ma una stessa mente – fisserà nell’ultima pagina del Libro di Memoria il punto di arrivo e le linee programmatiche di una storia familiare finalmente realizzata, con le seguenti affermazioni:

L’aristocrazia della famiglia Scrugli appartiene alla nuova aristocrazia, che à le due più cospicue forze del mondo, le due virtù che muovono tutto: l’intelligenza ed il lavoro; mentre l’antica è nata da guerrieri prepotenti o da trafficatori rapaci, e si è sfiaccolata, impoverita con l’ignoranza e col vizio77.

Note

1. Sulle ultime vicende del Seggio patrizio di Tropea e l’istituzione del civico decurionato nel 1806, cfr. F. Toraldo, Il Sedile e la Nobiltà di Tropea. Con genealogie, documenti e tavole, Pitigliano 1898, pp. 17-8. Le contese civili tra nobili e popolo di Tropea continuano ancora dopo il tramonto dell’antico regime, intrecciandosi, nel 1806 e nel 1813, alle congiunture politico-militari del Decennio; cfr., in proposito, un altro storiografo cittadino: M. Paladini, Notizie storiche sulla città di Tropea, Rizzo, Catania 1930, pp. 223-4. Sulla legislazione amministrativa dei Napoleonidi nel Regno di Napoli cfr. P. Villani, Il decennio francese, in Storia del Mezzogiorno, diretta da G. Galasso e R. Romeo, vol. iv, t. ii, Il Regno dagli Angioini ai Borboni, Editalia, Roma 1986, pp. 575-639; con particolare riferimento alla Calabria, U. Caldora, Calabria napoleonica (1806-1815), Brenner, Cosenza 1985, pp. 35-108; G. Valente, Le leggi francesi per la Calabria, Frama Sud, Chiaravalle Centrale 1983. Sui seggi chiusi e sul funzionamento del potere locale nel Mezzogiorno, G. Muto, Istituzioni dell’universitas e ceti dirigenti locali, in Storia del Mezzogiorno, cit., vol. ix, Aspetti e problemi del Medioevo e dell’Età moderna, t. ii, Edizioni del sole, Napoli 1991, pp. 17-67, pp. 46 ss., e Id., Interessi cetuali e rappresentanza politica: i “seggi” e il patriziato napoletano nella prima metà del Cinquecento, in F. Cantù e M. A. Visceglia (a cura di), L’Italia di Carlo v. Guerra, religione e politica nel primo Cinquecento, Atti del Convegno internazionale di studi (Roma, 5-7 aprile 2001), Viella, Roma 2003, pp. 615-37; A. Spagnoletti, «L’incostanza delle umane cose». Il patriziato di Terra di Bari tra egemonia e crisi (xvi-xviii secolo), Edizioni del Sud, Bari 1981, e Id., Ceti dirigenti cittadini e costruzione dell’identità urbana nelle città pugliesi tra xvi e xvii secolo, in A. Musi (a cura di), Le città del Mezzogiorno nell’età moderna, esi, Napoli 2000, pp. 25-40; G. Delille, Storia politica e antropologia: gruppi di potere locale nel Mediterraneo occidentale dal xv al xvii secolo, in “L’Uomo. Società tradizione sviluppo”, vol. vii, n. s. (1994), nn. 1-2, pp. 131-55, e Id., Le maire et le prieur. Pouvoir central et pouvoir local en Méditerranée occidentale (xve-xviiie siècle), École française de Rome, ehess, Rome-Paris 2003. Per un’ampia rassegna di studi sul tema del governo delle città nel Mezzogiorno continentale, cfr. E. Papagna, Filippo Briganti patrizio di Gallipoli. Teoria e prassi del governo cittadino nel Settecento napoletano, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 2006, pp. 33-46.
2. Per una ricostruzione delle vicende storiche di Tropea e del suo demanio in età moderna, e in particolare sulle fortune settecentesche della borghesia cittadina e del contado, rinvio a G. Galasso, F. Campennì, L’età moderna: la città aristocratica, in F. Mazza (a cura di), Tropea. Storia cultura economia, Rubbettino, Soveria Mannelli 2000, pp. 93-149.
3. Sulle suggestioni del mutamento politico, per un periodo di poco successivo (1848-61), cfr. P. Macry (a cura di), Quando crolla lo Stato. Studi sull’Italia preunitaria, Liguori, Napoli 2003.
4. Biblioteca Scrugli, Tropea, ms. «Libro di Memoria, nel quale sono registrati i Matrimonj dell’antica famiglia Scrugli, ed i nati incominciando dal 1560 in poi, rilevati da’ libri parrocchiali di questa Città di Tropea dal Parroco don Giuseppe Scrugli di Antonino, poi Canonico della Cattedrale di essa Città, opera di molto travaglio, e studio» (n. 187, secondo l’attuale segnatura), c. 2r (la numerazione delle cc. è mia). Vorrei fin da subito ringraziare l’avv. Ottavio Scrugli, attuale custode delle carte e della biblioteca di famiglia, senza la cui cortese e pronta ospitalità non avrei potuto consultare tutti i volumi e i documenti che hanno reso possibile la scrittura di questo saggio.
5. Della tipica duplice dimensione, domestica e civile, dell’impegno aristocratico in antico regime, si è occupata D. Frigo, Il padre di famiglia. Governo della casa e governo civile nella tradizione dell’economia tra Cinque e Seicento, Bulzoni, Roma 1985. Sulla costruzione del discorso familiare, di cui la memoria genealogica è solo una delle espressioni, cfr. Ch. Klapisch-Zuber, Albero genealogico e costruzione della parentela nel Rinascimento, in “Quaderni storici”, n. 86, 1994, 2, pp. 405-20; R. Bizzocchi, In famiglia. Storie di interessi e affetti nell’Italia moderna, Laterza, Roma-Bari 2001; M. Minicuci, La genealogia: uno dei percorsi delle identità, in B. Meloni (a cura di), Famiglia meridionale senza familismo. Strategie economiche, reti di relazione e parentela, Meridiana Libri, Catanzaro 1997, pp. 325-36. Sulla composizione dei libri di famiglia, A. Cicchetti, La memoria familiare tra archivio privato e sistema letterario: percorsi testuali, in “Annali della Scuola Normale Superiore di Pisa. Classe di Lettere e Filosofia”, serie iii, vol. xxiii, 2, Pisa 1993, pp. 701-40, e R. Mordenti, Scrittura della memoria e potere di scrittura (secoli xvi-xvii). (Ipotesi sulla scomparsa dei «libri di famiglia»), ivi, pp. 741-58; degli stessi autori, I libri di famiglia in Italia, 1, Filologia e storiografia letteraria, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 1985, 2, Geografia e storia, con in appendice gli atti del Seminario nazionale “I libri di famiglia in Italia: quindici anni di ricerche”, (Roma, Tor Vergata, 27-28 giugno 1997), Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 2001. Per il Mezzogiorno, interamente fondato sui libri di famiglia, cfr. lo studio di F. Volpe, La borghesia di provincia nell’età borbonica, esi, Napoli 1991.
6. A. A. Mola, Unione di desiderio, prefazione a L. Meligrana, Tutti di nostra Casa. Famiglia e società fra provincia e capitale in un carteggio privato (Parghelia-Napoli, 1817-1822), Luigi Pellegrini, Cosenza 2007, pp. 9-11, e Introduzione dell’autore, pp. 13-30.
7. Un valido esempio teorico e pratico dell’analisi storica di diversi generi di scrittura e di fonti, con la connessa problematica sull’interpretazione storica dei rapporti contestuali tra realtà, finzione e rappresentazione, nella raccolta di C. Ginzburg, Il filo e le tracce. Vero falso finto, Feltrinelli, Milano 2006, che ha ispirato l’impostazione iniziale di questo lavoro.
8. Su questi temi cfr. F. Campennì, La patria e il sangue. Città, patriziati e potere nella Calabria moderna, con prefazione di M. Petrusewicz, Lacaita, Manduria-Bari-Roma 2004. Il legame tra scrittura storica municipale e rapporti di forza nel governo della città e del territorio, è indagato, per il Friuli, da L. Casella, Scritti sulla città, scritti sulla nobiltà. Tradizione e memoria civica a Udine nel settecento, in “Annali di Storia moderna e contemporanea”, xii, 2006, pp. 351-71.
9. «Libro di Memoria», cit., c. 3v.
10. Ivi, c. 4r. Interessante la notizia, attestata dalla «tradizione», di un incendio nell’archivio della Curia vescovile di Tropea, e l’uso, come termine ex quo, che ne viene fatto nel discorso erudito.
11. Ivi, cc. 12v-13v. Su Giuseppe Antonio Ruffa (1754-1816), allievo a Napoli di Antonio Genovesi e, per la botanica e le scienze mediche, di Domenico Cirillo, e che al ritorno a Tropea aprì una scuola privata di filosofia antiscolastica e matematica, frequentata da Galluppi, cfr. L. Accattatis, Le biografie degli uomini illustri delle Calabrie, Cosenza 1869-77, vol. iii, ivi, Dalla Tipografia della Redenzione, 1877, pp. 312-4, e P. Galluppi, Note autobiografiche (1822), in Id., Lettere filosofiche, a cura di G. Bonafede, esa, Palermo 1974, pp. 389-91, p. 389. Un nuovo concetto di virtù legato ai consumi culturali, fonte di onore e di status, si affermava già tra xv e xvi secolo; cfr. A. Quondam, Pontano e le moderne virtù del dispendio onorato, in “Quaderni storici”, n. 115, 2004, 1, pp. 11-43. Sull’uso dell’investimento culturale agli scopi dell’ascesa sociale cfr., inoltre, P. Bourdieu, La distinzione. Critica sociale del gusto, a cura di M. Santoro, Il Mulino, Bologna 2001.
12. «Libro di Memoria», cit., c. 14v.
13. Ivi, c. 22v.
14. Ivi, c. 26r e v.
15. Il testo del discorso è riportato nella storia di Tropea scritta negli anni postunitari da Nicola Scrugli (1805-75), quintogenito di Ignazio, e pubblicata dopo la sua morte a cura del nipote conte Nino Napoleone Scrugli: N. Scrugli, Notizie archeologiche e storiche di Portercole e Tropea seguite da un discorso storico intorno all’Accademia degli Affaticati di questa città scritte dal Cav. Nicola Scrugli segretario dell’Accademia stessa, Vice-presidente onorario della Società degli Istitutori e delle Istitutrici di Marsiglia, Socio onorario della Società Italiana di Storia ed Archeologia con sede in Asti e socio di molte altre accademie nazionali ed estere, Tipografia del Cav. Antonio Morano, Napoli 1891, p. 119. Sulla scrittura storica cittadina nel Mezzogiorno moderno, cfr. A. Lerra (a cura di), Il libro e la piazza. Le storie locali dei Regni di Napoli e di Sicilia in età moderna, Lacaita, Manduria-Bari-Roma 2004.
16. Cfr. «Libro di Memoria», cit., c. 40r, e Archivio Scrugli, Tropea, «Platea Nob. famiglia Scrugli ed inventario», (redatta tra la fine dell’Ottocento e il principio del Novecento dal pronipote di Giuseppe Scrugli, il già ricordato conte Nino Napoleone Scrugli), c. 3v. Don Giuseppe provvide anche alla correzione del nome del nipote, da Cajetanus a Napoleo, nell’anagrafe parrocchiale, come ancora può osservarsi nel libro dei battezzati di S. Nicola del 1803, Archivio Storico Diocesano di Tropea (d’ora in poi asdt), Parrocchie, San Nicola della Piazza, registro 8/36, c. 4v.
17. Archivio Scrugli, Tropea, Arbor familiae Scrugli, inchiostro su carta, inizio sec. xix.
18. asdt, General Catasto di Tropea e casali, 1760, cc. 160r, 177v.
19. Ivi, Parrocchie, San Nicola della Piazza, registro 8/35.
20. Archivio Scrugli, Tropea, «Platea Nob. famiglia Scrugli ed inventario», cit., cc. 11-39. Sugli acquisti dalla Cassa Sacra, cfr. A. Placanica, Alle origini dell’egemonia borghese in Calabria. La privatizzazione delle terre ecclesiastiche (1784-1815), Società editrice meridionale, Salerno-Catanzaro 1979.
21. Dal catasto onciario di Tropea del 1760, risulta che la rendita d’industria della famiglia è di circa 14 ducati annui (tolti i 4 ducati per l’affitto della bottega dalla Mensa vescovile). Tra la fine del Settecento e i primi decenni dell’Ottocento la media delle doti borghesi nel territorio tropeano è di 1.500 ducati. Nel corso del xix secolo gli Scrugli conducono, sotto questo profilo, una vantaggiosa politica matrimoniale: le doti in uscita (1.300 ducati nel 1825, 3.000 nel 1869) sono inferiori a quelle in entrata (ad esempio, i 6.500 ducati portati in dote da Maria Rosa d’Ambrosio ad Antonino Scrugli d’Ignazio nel 1826). Altra notevole fonte di reddito è rappresentata dalla presenza di canonici in famiglia: la prebenda di Cantore della cattedrale di Tropea, nella seconda metà del Settecento, rende 34 ducati (al principio del secolo successivo ne sarà titolare Saverio Scrugli), mentre quelle di altri canonicati semplici oscillano tra i 24 e i 30 ducati (asdt, General Catasto, vol. ii, Collettiva Generale della Città di Tropea, e suoi ventitre casali, 1760). Alla rendita beneficiale, i canonici tropeani aggiungevano i proventi della divisione della Massa capitolare: nel 1758 gli introiti in denaro del capitolo, che andavano divisi tra i 24 canonici, ammontavano a 387 ducati; negli stessi anni (1751-59) al canonico cantore spettavano circa 16 tomoli di grano bianco, 3 di grano nero (granone), 14 ducati in denaro; un Abbate Scrugli (da identificare col canonico Ignazio Scrugli, cugino dell’avo dei fratelli Saverio, Giuseppe e Ignazio di cui ci occupiamo) percepisce all’incirca gli stessi introiti (asdt, Capitolo, Beni, “Libro dell’amministrazione dei Procuratori del Capitolo di Tropea dal 1685 al 1759”). Qualche anno più tardi, il giovane Saverio Scrugli, fratello di Giuseppe, viene avviato dal padre alla carriera ecclesiastica con la sua nomina a cappellano nel giuspatronato laicale di famiglia, eretto nella cattedrale di Tropea sin dal 1659, su cui avevano diritto più rami del lignaggio (asdt, Curia Vescovile, Atti beneficiali, fasc. ancora privo di segnatura: “Giuspatronato sotto il titolo di S. Maria delle Grazie nella cattedrale di Tropea della famiglia Scrugli”, 1775-78, c. 141r). Non disponiamo, tuttavia, per il nucleo familiare al centro della nostra indagine, di documenti relativi alla rendita del patrimonio, nelle sue diverse fasi di formazione. Uno studio comparativo indica comunque che le fortune di una famiglia borghese del contado tropeano, composta in media da tre fratelli di cui uno sacerdote e con beni dislocati in almeno due comuni, potevano importare, negli anni immediatamente successivi all’introduzione dell’imposta fondiaria, una rendita netta annua oltrepassante i mille ducati (Archivio Meligrana, Parghelia, cart. “Catasto e Tasse. Francesco Maria e Bonaventura Meligrana”, 1809-11). Quanto alle cariche amministrative ricoperte nel comune o nel distretto, le prime procuravano dei guadagni soltanto se il bilancio pubblico annuale lasciava margini per provvedervi (questo dato è comunque difficile da quantificare nel caso di sindaci, eletti e decurioni di Tropea per il periodo francese, dal momento che la serie dei registri contabili dell’Archivio Storico Comunale inizia dalla seconda metà dell’Ottocento). Erano piuttosto gli uffici esattoriali o preposti ad altre mansioni all’interno dei distretti (uffici dipendenti dal ministero dell’Interno) ad assicurare all’ufficiale dei rimborsi mensili, per spese di segreteria (in media attorno alle 30 lire), e a garantire un’indennità per ciascuna giornata di viaggio (10 lire circa).
22. Per un ampio affresco di modelli familiari «consensuali», fatti di strategie economiche e di linguaggi culturali, nella Napoli del xix secolo, cfr. P. Macry, Ottocento. Famiglia, élites e patrimoni a Napoli, (Torino 1988), Il Mulino, Bologna 2002, con l’aggiunta di una Postfazione, pp. 335-63.
23. «Libro di Memoria», cit., c. 90r, e Archivio Scrugli, Tropea, “Platea Nob. famiglia Scrugli”, cit., cc. 7-8.
24. Biglietto rinvenuto nel volume Lamenti delle vedove ovvero Rimostranze delle vacanti chiese del Regno di Napoli, All’Insegna della Religione, Filadelfia 1784, Biblioteca Diocesana di Tropea, Fondo Scrugli, 263c.
25. Il primo sul volume Nova collectio Conciliorum. Stephanus Baluzius Tutelensis in unum collegit..., Tomus Primus, Ex officina typographica Francisci Muguet Regis & illustrissimi Archiepiscopi Parisiensis typographi, Parisiis 1683, Biblioteca Diocesana di Tropea, Fondo Scrugli, 146f; il secondo su Servatii Gallaei Dissertationes de Sibyllis earumque oraculis, Apud Henricum & Viduam Theodori Boom, Amstelodami 1688, Biblioteca Scrugli, Tropea, n. 54.
26. Ex libris sul volume De Romana Republica, sive de Re Militari et Civili Romanorum ad explicandos Scriptores antiquos. Auctore Petro Josepho Cantelio S. J. Presbytero. Editio quarta veneta, post sextam Lugdunensem, a mendis quamplurimis expurgata; aeneis figuris ac duabus Dissertationibus auctior, Excudente Jo. Baptista Novelli, Venetiis 1768, Biblioteca Diocesana di Tropea, Fondo Scrugli, 642e. Sul nuovo umanesimo degli “antiquari” del secolo xviii, cfr. A. Momigliano, Storia antica e antiquaria (1950), in Contributo alla storia degli studi classici, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 1955, ora in Id., Sui fondamenti della storia antica, Einaudi, Torino 1984, pp. 3-45.
27. Ex libris sul volume Regole, ed Osservazioni della lingua toscana. Ridotte a metodo, ed in tre Libri distribuite da Salvadore Corticelli bolognese, A spese de’ Fratelli Borsi, Parma 1768, Biblioteca Diocesana di Tropea, Fondo Scrugli, 755a. Sulla diffusione delle scuole private nel Mezzogiorno, nella prima metà del xix secolo, cfr. M. Petrusewicz, Come il Meridione divenne una Questione. Rappresentazioni del Sud prima e dopo il Quarantotto, Rubbettino, Soveria Mannelli 1998, pp. 23 ss.; A. Broccoli, Educazione e politica nel Mezzogiorno d’Italia (1767-1860), La Nuova Italia, Firenze 1973.
28. «Ego Diaconus D. Ioseph Scrugli operam dedi histitutionibus Theologicis ad usum Scholarum Lugduni sub praeceptore Domino D. Paschali Galluppi, equite, et patritio huius Civitatis Tropaeae Mense Novembris Millesimi septingentesimi nonagesimi quarti, et finem dedi Mense Iulii Millesimi septingentesimi nonagesimi octavi»: ex libris sul primo tomo dell’opera Institutiones Theologicae, auctoritate D. D. Archiepiscopi Lugdunensis ad usum Scholarum suae Dioecesis editae, Ex Typis Fratrum Perisse, Lugduni 1787, Biblioteca Diocesana di Tropea, Fondo Scrugli, 300e.
29. Ex libris sul volume Manuale Christianorum... Opera & Studio Natalis Verani Aubry, Ex Typographia Simoniana, Neapoli 1795, n. 403 della Biblioteca Scrugli, Tropea. Per una cronaca degli eventi del luglio 1799, cfr. C. De Nicola, Diario napoletano. 1798-1825, Introduzione e cura di R. De Lorenzo, Regina, Napoli 1999, vol. i, pp. 238-43.
30. asdt, Parrocchie, San Nicola della Piazza, registro 8/36, front. e cc. iniziali.
31. La biblioteca di Giuseppe Scrugli è ricca di manuali e catechismi rivolti ai parroci. Sull’indottrinamento e il ruolo culturale del parroco nell’Italia post-tridentina, cfr. L. Allegra, Il parroco: un mediatore fra alta e bassa cultura, in Storia d’Italia. Annali 4. Intellettuali e potere, a cura di C. Vivanti, Einaudi, Torino 1981, pp. 895-947.
32. Di queste due operette di Giuseppe Scrugli, oggi disperse, ci danno notizia alcuni appunti inediti (1951) del sacerdote di Tropea don Carmine Cortese, su cui cfr. la successiva nota 36.
33. Un saggio di questo stile nella registrazione della morte della madre, Eleonora Scrugli, scomparsa il 23 giugno 1806: «Magnifica D. Eleonora Scrugli vidua quondam Magnifici Antonini Scrugli, soror quondam Reverendi D. Marini Scrugli, Prioris Generalis Eremitarum Camaldulensium, et Mater Reverendissimi D. Xaverii Canonici praebendati Cathedralis Ecclesiae, D. Ignatii, et Mei infrascripti Parochi, confessa a d.no Reverendo P. F. Ioanne Baptista a S. Dominica Definitore PP. Reformatorum SS. Annunciationis, Sacro Viatico bis refecta ob longam infermitatem et S. Oleo infirmorum peruncta a Nostro substituto Oeconomo D. Gregorio La Ruffa, mortalitatem exsuit anno aetatis suae sexagesimo tertio, mensibus septem, diebus quindecim in comunione S. Matris Ecclesiae longa, et gravissima infirmitate exhausta. Eius corpus comitatum fuit ad sepulchrum a Reverendissimo Capitulo hujus Civitatis et sepultum postera die in sepulchro gentilitio Nostrae familiae Scrugli, in Nostra Parochiali Ecclesia S. Nicolai de Platea ante altare majus, et in fidem / D. Ioseph Scrugli Parochus manu propria», asdt, Parrocchie, San Nicola della Piazza, registro 8/36, «Pars quarta continens Defunctos», c. 11r.
34. Archivio Meligrana, Parghelia: in una lettera al fratello Giuseppe in Napoli, da Tropea, 30 maggio 1818, il canonico don Antonio Meligrana scrive: «Resto inteso di quanto mi dite relativamente al Vescovo di Tropea. Egli scrisse qui al Parroco Scrugli, che li dimandò un canonicato, che facilmente passerà a reggere altra Chiesa».
35. Un esempio contemporaneo in F. Luise, La biblioteca di un avvocato napoletano nel xviii secolo: Baldassarre Imbimbo, in “Archivio Storico per le Province Napoletane”, cxi, 1993, pp. 363-419. Cfr. inoltre S. Capone, Una raccolta di libri napoletani del ’700 nella biblioteca provinciale di Foggia, in A. M. Rao (a cura di), Editoria e cultura a Napoli nel xviii secolo, Atti del Convegno (Napoli, 5-7 dicembre 1996), Liguori, Napoli 1998, pp. 657-68, pp. 665 ss., e V. Trombetta, La circolazione dei saperi nella seconda metà del Settecento nei cataloghi dei libri in commercio, ivi, pp. 779-811. Per una tipologia delle biblioteche in uso nel Settecento europeo, cfr. gli atti del colloquio di Düsseldorf nel 1977 Buch und Sammler. Private und öffentliche Bibliotheken im 18. Jahrhundert, Carl Winter, Heidelberg 1979; e D. Roche, La cultura dei Lumi. Letterati, libri, biblioteche nel xviii secolo, Il Mulino, Bologna 1992. Più in generale, sulle biblioteche private, E. Canone (a cura di), Bibliothecae selectae. Da Cusano a Leopardi, Olschki, Firenze 1993.
36. I lavori manoscritti del canonico Giuseppe Scrugli, oggi dispersi, sono stati elencati e in parte trascritti al principio degli anni Cinquanta da un sacerdote di Tropea, don Carmine Cortese, parroco di Spilinga, dai cui quaderni (custoditi presso gli eredi e, in fotocopia, numerati progressivamente, nell’archivio privato del prof. Antonio Pugliese, che ringrazio) traggo le preziose informazioni di seguito riportate. Sulla figura di don Cortese e sui suoi quaderni di appunti, cfr. A. Pugliese, Nota introduttiva a C. Cortese, Diario di guerra (1916-1917), Rubbettino, Soveria Mannelli 1998, pp. 3-17, e Id., Nota bio-bibliografica, in C. Cortese, Diario di prigionia (1917-1918), Romano, Tropea 2004, pp. xxii-xl. Complessivamente, i manoscritti della biblioteca Scrugli da me visionati sono una dozzina. Tra questi, due documenti confluiti nell’Archivio Storico Diocesano di Tropea: una platea della mensa vescovile del 1499 e un volume di lettere; un codice pergamenaceo del xv secolo contenente un martirologio; una quattrocentesca o cinquecentesca romana Vita dello Magnifico Mataleno Porta à Casa dello Rione delli Monti Patritio Romano. Lo quale accise Cola de Rienzo dello Rione della Regola, che s’era fatto Tiranno de Roma facennose chiamare di tutta la Iente Tribuno della Plebe dello Popolo Romano, che fù nello tiempo de P.P. Clemente Siesto l’anno del Signore Iesù Christo 1347; e l’unico lavoro manoscritto del canonico Giuseppe che oggi rimane (come i due precedenti mss.) nella libreria dei suoi eredi: il «Libro di Memoria» più volte citato.
37. F. Luise, La memoria perduta: le librerie in vendita, in “Quaderni dell’Archivio Storico” dell’Istituto Banco di Napoli, Napoli 1998, pp. 79-99; M. I. Palazzolo, C. Ranieri (a cura di), Le raccolte librarie private nel Settecento romano, in “Roma moderna e contemporanea”, iv, 1996, 3, pp. 561-675.
38. Alcuni dei loro ex libris: «Antonii Valentini Romani»; «Franciscus Coltellus in Urbe Advocatus»; «M. A. Giacomellus Archiep. Chalcedonen. Lit. Pont. ad Princ. Secr.»; «Don Hilarionis Roncati ex dono Emin.mi et Rev.mi D. Cardinalis Francisci Barberini»; «Ex Libris Iosephi Vareri S.ctae Vatic. Basil. Canonici die 20 Martii 1762»; «Ex libris Iosepho Aepiscopi Cavallicen. Romae 1741. Ex dono Emin.mi D.ni Card.lis Trojani d’Acquaviva Archie.pi Montis Regalis in Sicilia»; «Marius Marefuschus», ecc. Sulla messa in vendita di biblioteche private cfr. F. Luise, Librai editori a Napoli nel xviii secolo. Michele e Gabriele Stasi e il circolo filangieriano, Liguori, Napoli 2001.
39. Si tratta dell’opera De serie et successione primorum Romae Episcoporum Dissertationes duae [...] A Johanne Pearsonio, Cestriensi nuper Episcopo [...], Typis S. Roycroft, L. L. Orientalium Typographi Regis, Londini 1687, Biblioteca Diocesana di Tropea, Fondo Scrugli, 75c.
40. Index alphabeticus Rerum, & Locorum omnium memorabilium ad Annales Cardinalis Baronii. Opus posthumum Em.mi, et Rev.mi Cardinalis De Lauraea, Typis Bernabò, Romae 1694, Biblioteca Diocesana di Tropea, Fondo Scrugli, 70c, opera erudita del cardinal Vincenzo de Lauro (1523-92), di origine tropeana.
41. Un tomo di Frate Domenico Cavalca da Vico Pisano dei Predicatori, Venetia 1563, Biblioteca Scrugli, Tropea, n. 36.
42. Nell’arco di un cinquantennio un libro poteva passare per mano di più “padroni”, come nel caso di questo ex libris multiplo: «Ex libris Ioannis Thomae la Ruffa Archipraesbyteri Casalis Drapiae / Nunc vero R.ndi Ioannis Bap.tae Godano Poenitentiarii Cathedralis Tropeae. Anno D.ni 1756 / 1798. Nunc vero Sacerdotis Iosephi Scrugli qui 15 Maii 1802 creatus fuit Parochus S. Nicolai de Platea huius Civitatis Tropaeae», leggibile sul frontespizio delle Lezioni morali sopra Giona Profeta del Padre Maestro F. Angelo Paciuchelli da Monte Pulciano, dell’Ordine de’ Predicatori, Presso Paolo Baglioni, Venetia 1670, Biblioteca Diocesana di Tropea, Fondo Scrugli, 483p.
43. La lettera di Alessandro de Bartolis al Sig. don Giuseppe Canonico Scrugli, Napoli, 3 aprile 1823, è contenuta in un’edizione di poemi di Iacopo Sannazzaro (Patavii 1731), Biblioteca Scrugli, Tropea, n. 135. È interamente dedicata alla commissione libraria: «In quella lettera che mi avete acchiusa [...] vi erano notate alcuni libri, dei quali vi ho comprato quel librettino intitolato Prose scelte Italiane di Cesarotti ec. che costa carlini cinque, perché i libri di edizione forastiera si vendono a caro prezzo, giacché si è imposto un doppio dazio su tali libri. Per Virgilio, ed Orazio non l’ho potuto ritrovare nelle librerie usate dell’edizione di Amsterdam, e per servirvi mi sono portato nella libreria di Borel, e di questa edizione non ve ne sono neppure, ma vi è il solo Orazio dell’edizione di Milano, simile a queste prose scelte che vi mando, e costa pure cinque carlini. Per Virgilio ho ritrovato un’edizione di Parigi, la più bella che mai, divisa in due volumetti in 24° e il suo costo è di carlini 24. Vi è ancora Orazio dell’istessa edizione in un volumetto pure in 24° e il suo costo è di carlini 18, ciò è quanto vi posso dire, onde avvisatemi se volete far questa spesa, e fatemi sapere ancora se li volete far ligare, che l’avrete con la prima occasione, e vi assicuro, che farete un acquisto bellissimo».
44. Obbligazione di Giuseppe Scrugli, datata Tropea, 5 ottobre 1830, conservata in un’edizione dei Viaggi di Pietro della Valle il pellegrino, priva di frontespizio, Biblioteca Scrugli, Tropea, n. 393.
45. Foglio di guardia del tomo Ioannis Casae Latina Monimenta, In Officina Iuntarum Bernardi Filiorum, Florentiae 1564, Biblioteca Scrugli, Tropea, n. 9.
46. Sul foglio di guardia del Secundum Volumen. Aristotelis Stagiritae De Rhetorica, et Poetica Libri, cum Averrois Cordubensis in eosdem paraphrasibus, Apud Iunctas, Venetiis 1550, Biblioteca Scrugli, Tropea, n. 2.
47. L’elegantissime stanze di Messer Angelo Poliziano [...], Appresso Giuseppe Comino, Padova 1765, Biblioteca Scrugli, Tropea, n. 305, note manoscritte sul foglio di guardia.
48. Annotazione finale sul libro Delle lettere familiari del Commendatore Annibal Caro, Appresso Bernardo Giunti, e Fratelli, Venetia 1581, Biblioteca Scrugli, Tropea, n. 11.
49. Manuale Concinae seu Theologia Christiana Dogmatico-Moralis a Patre Daniele Concina Ordinis Praedicatorum elucubrata [...] Tomus Prior, Typis Josephi Raymundi, Neapoli 1763, Biblioteca Scrugli, Tropea, n. 267, nota ms. sul foglio di guardia.
50. Titolo riportato, nei suoi appunti, da don Carmine Cortese (Quaderno n. 50, c. 16). L’opera in questione è dispersa. La conoscenza della lingua francese, in primo luogo esercitata nella traduzione, si afferma come idioma di comunicazione colta internazionale, necessario ad una classe di intellettuali in formazione ed in progressivo allargamento all’interno della società meridionale e calabrese. Un esempio, tra i tanti possibili, nella dedica al padre che un giovane studente di Soriano, Pietro Greco (di famiglia, tra l’altro, imparentata con gli Scrugli di Tropea), premette alla sua traduzione dal francese del romanzo storico Carolina di Lichtfield ovvero Memorie di una famiglia prussiana scritte da Madama di Montolieu, Dai Torchi di Raffaele Miranda, Napoli 1844: «Avido di erudirmi in quello idioma, ormai divenuto europeo, che non può ignorarsi impunemente da ogni colta e gentile persona, mi venne per mano il libro, pocanzi da me enunciato, e mi prese vaghezza d’intraprenderne la traduzione». Parole che denotano, oltre alle necessità di un costume culturale, il riferimento a un problema di educazione morale, ovvero di gentilezza dei costumi sociali, al cui miglioramento la conoscenza delle lingue europee più diffuse contribuisce in larga misura.
51. Rinvio per questa informazione a F. Campennì, L’utilità dell’«ozio». Biblioteche famigliari e sociabilità culturale in Calabria prima e dopo l’Unità, in G. Floriani (a cura di), Collezioni storiche-storie di collezioni. Erudizione e tradizione antiquaria a Monteleone, Rubbettino, Soveria Mannelli 2007, pp. 137-62. Sulla figura dell’erudito, bibliofilo e collezionista di monete e oggetti antichi, conte Vito Capialbi da Monteleone, cfr. M. Paoletti, Vito Capialbi (1790-1853) e le antichità di Vibo Valentia, introduzione a V. Capialbi, Scritti, a cura di M. Paoletti, Sistema bibliotecario vibonese, Vibo Valentia 2003, pp. i-lviii. Sulla conoscenza delle lingue in Calabria cfr. V. Capialbi, Memorie delle tipografie calabresi con appendici sopra alcune biblioteche, la tipografia montelionese, la coltura delle lingue orientali, gli archivi della Calabria, (Porcelli, Napoli 1835), a cura di C. F. Crispo, Arti grafiche A. Chicca, Tivoli 19412. Sui piccoli musei di curiosità cfr. C. Ginzburg, Montaigne, i cannibali e le grotte, in Il filo e le tracce, cit., pp. 52-77, p. 68; J. von Schlosser, Die Kunstund Wunderkammern der Spätrenaissance, Leipzig 1908, trad. it. Raccolte d’arte e di meraviglie del tardo Rinascimento, a cura di P. Di Paolo, Sansoni, Firenze 1974; P. Findlen, Ereditare un museo: collezionismo, strategie familiari e pratiche culturali nell’Italia del xvi secolo, in “Quaderni storici”, n. 115, cit., pp. 45-81; K. Pomian, Collezionisti, amatori e curiosi. Parigi-Venezia xvi-xviii secolo, (Paris 1987), Il Saggiatore, Milano 2007; R. Ago, Il gusto delle cose. Una storia degli oggetti nella Roma del Seicento, Donzelli, Roma 2006, pp. 121-214. Per esempi settecenteschi di collezioni di storia naturale, di quadri e libri, di antiche medaglie, cammei, imitazioni di opere d’arte antiche, I. Colucci, Il salotto e le collezioni della Marchesa Boccapaduli, in “Quaderni storici”, n. 116 (2/2004), pp. 449-93; V. Orlandi Balzari, Alessandro Verri antiquario in Roma, ivi, pp. 495-528; O. Raggio, Storia di una passione: cultura aristocratica e collezionismo alla fine dell’Ancien Régime, Marsilio, Venezia 2000.
52. Delle Lettere filosofiche (1733), il canonico possiede una delle prime edizioni francesi: Lettres Philosophiques par M. de Voltaire, Chez Jore Libraire, Rouen 1737.
53. Œuvres de M. l’Abbé de Condillac... Tome i. Essai sur l’origine des connoissances humaines; Tome ii. Traité des Systêmes; Tome iii. Traité des sensations, Chez les Libraires associés, Paris 1769. All’interno del tomo i un foglietto con note di G. Scrugli, Biblioteca Scrugli, Tropea, nn. 345, 363, 369 (la numerazione dei volumi della biblioteca, che ha smembrato le opere in più tomi, è frutto di un cattivo lavoro di riordinamento e catalogazione compiuto alcuni anni fa).
54. Si tratta delle edizioni di Locke, Le Christianisme raisonnable, tradotto in francese da Coste, Chez Zacharie Chatelain, Amsterdam 1740, e di Hume, Histoire naturelle de la religion traduit de l’Anglois, Chez F. H. Schneider, Amsterdam 1759.
55. Di Helvétius, Œuvres complètes d’Helvétius, Chez M.me V.e Lepetit Libraire, Paris 1818; di Campanella, F. Thomae Campanellae Calabri O. P. Realis Philosophiae Epilogisticae Partes Quatuor, Hoc est De rerum natura, Hominum moribus, Politica (cui Civitas Solis iuncta est) & Oeconomica, Cum Adnotationibus Physiologicis a Thobia Adami nunc primum editae. Quibus accedent Quaestionum partes totidem eiusdem Campanellae contra omnes Sectas veteres, novasque, ad Naturalem ac Christianam Philosophiam hisce libris contentam confirmandam, Impensis Godefridi Tampachii, Francofurti 1623; di Erasmo da Rotterdam, Opus Epistolarum, Ex officina Frobeniana, Basileae 1529. Un catalogo storico completo della biblioteca Scrugli richiederebbe, data la consistenza della raccolta, una pubblicazione specifica: l’impossibilità di aggiungerlo in appendice al presente lavoro costituisce, per il momento, un limite cui si rimedierà in futuro (è in itinere un progetto di catalogazione comprendente la biblioteca di famiglia e il Fondo Scrugli della Biblioteca Diocesana).
56. Un esempio nell’Archivio Meligrana, Parghelia: Rescritto apostolico di Pio vii concedente a don Giuseppe Meligrana la facoltà di leggere e ritenere libri proibiti quoad vixerit, Roma, 21 aprile 1820.
57. La libreria abbonda di raccolte di rime e poemi di Sannazzaro, Alamanni, Guidi, Della Casa, Rolli, Menzini, Pulci, Casti, Gigli, Guarini, Bruni. Fra i testi teatrali, vi spiccano le opere di Machiavelli, Goldoni, Molière, Metastasio. Fra i romanzieri storici, Alessandro Manzoni, Walter Scott, Tommaso Grossi, Alexandre Dumas.
58. Livio, Sallustio, Cesare, Cassio Dione, Pompeo Trogo nell’epitome di Giustino, Erodoto, Tucidide, Diodoro Siculo, Plutarco, Senofonte, Curzio Rufo, Tacito, e le geografie di Strabone, Plinio il Giovane, Dionisio Alessandrino, fra le edizioni presenti. Non mancano, ovviamente, i classici più letti: Omero, Aristotele, Euripide, Terenzio, Varrone, Cicerone, Catullo, Virgilio, Orazio, Ovidio, Fedro, Seneca, Marziale, Quintiliano, Aulo Gellio in varie edizioni, Cassiodoro e Boezio.
59. Cfr. P. Burke, The Philosopher as a Traveller: Bernier’s Orient, in J. Elsner and J.-P. Rubiés (eds.), Voyages and Visions. Towards a Cultural History of Travel, Reaktion Books, London 1999, pp. 124-37, e in particolare per il viaggio al Sud, M. Calaresu, Looking for Virgil’s Tomb: The End of the Grand Tour and the Cosmopolitan Ideal in Europe, ivi, pp. 138-61. Per un quadro d’insieme sul viaggio in Italia e nel Mezzogiorno, cfr. C. De Seta, L’Italia nello specchio del «Grand Tour», in Storia d’Italia. Annali 5. Il paesaggio, a cura di C. De Seta, Einaudi, Torino 1982, pp. 125-263; A. Mozzillo, Viaggiatori stranieri nel Sud, Comunità, Milano 1964, in particolare l’Introduzione, pp. 9-89. Sui primi rilievi e scavi archeologici in Campania, cfr. F. Strazzullo, Tutela del patrimonio artistico nel Regno di Napoli sotto i Borboni, in “Atti della Accademia Pontaniana”, n. s., xxi, 1972, pp. 329-69; Fonti documentarie per la storia degli scavi di Pompei Ercolano e Stabia, a cura degli Archivisti napoletani, Arte tipografica, Napoli 1979.
60. La Guide des etrangers curieux de voir, & de connoitre les choses les plus memorables de Poussol, Bayes, Cumes, Misene, & autres lieux des environs. Expliquèe a l’aide des bons Auteurs, Et par la propre recherche de l’Abbe’ Pompee Sarnelli a present Evéque de Biseglia. Traduite en François par Antoine Bulifon, Naples 1702. Sull’abate Pompeo Sarnelli cfr. T. Pedìo, Storia della storiografia del Regno di Napoli nei secoli xvi e xvii. (Note ed appunti), Frama’s, Chiaravalle Centrale 1973, pp. 161, 249-51, 325-6; sulla fortuna editoriale della sua guida, L. Giustiniani, La biblioteca storica, e topografica del Regno di Napoli, Nella Stamperia di Vincenzo Orsini, Napoli 1793, p. 126, e G. Ceci, Bibliografie per la storia dell’arte nell’Italia meridionale, Società Napoletana di Storia Patria, Napoli 1936, parte i. L’arte nell’Italia meridionale dal Medioevo alla prima metà del secolo xviii, pp. 33-4.
61. Alcune delle opere di antiquaria e storia dell’arte antica presenti nella biblioteca Scrugli: Christophori Cellarii Breviarium Antiquitatum Romanarum accurante Hieronymo Freyero, Ex Typographia Jacobi Vallarsii, Veronae 1739; Graecorum Siglae Lapidariae a Marchione Scipione Maffeio collectae, atque explicatae, s. t., Veronae 1746; Catalogo degli antichi monumenti dissotterrati dalla discoperta città di Ercolano per ordine della Maestà di Carlo re delle Due Sicilie [...] composto e steso da Monsignor Ottavio Antonio Bayardi, Nella Regia Stamperia di S. M., Napoli 1754; Joannis Vignoli Petilianensis De Columna Imperatoris Antonini Pii Dissertatio, Apud Franciscum Gonzaga, Romae 1705; Duplex dissertatio de duobus nummis Diocletiani et Licinii ex Cimelijs Sereniss. ac Reverendiss. Principis Leopoldi Cardinalis Medicei [...] Auctore F. Henrico Noris Veronensi Augustiniano, Ex Typographia Nicolaj Navesij, Florentiae 1675; De Turcarum moribus Commentarius, Auctore Iohanne Baptista Montalbano, Bononiense, Philosophiae, & I.V.D., Ex Officina Joannis Maire, Lugduni Batavorum 1643; Alexii Symmachi Mazochii Neapolit. Ecclesiae Canonici, Regii Sacrae Scripturae Interpretis Commentariorum in Regii Herculanensis Musei Aeneas Tabulas Heracleenses, Ex officina Benedicti Gessari, Neapoli 1754-55; L’architettura generale di Vitruvio ridotta in compendio dal Sig. Perrault, Nella Stamperia di Giambattista Albrizzi q. Gir., Venezia 1747; Johannis Nicolai Antiquitatum Professoris Tractatus de Synedrio Aegyptiorum [...], Apud Henricum Teering, Lugduni Batavorum 1711; Histoire de l’Art chez les Anciens par Mr. J. Winckelmann,... Ouvrage traduit de l’Allemand, Chez Saillant, Paris 1766.
62. In una prospettiva transnazionale, cfr. Ch. Charle, Les Intellectuels en Europe au xixe siècle, Seuil, Paris 1996, trad. it. Gli intellettuali nell’Ottocento. Saggio di storia comparata europea, Il Mulino, Bologna 2002, di cui si veda, con particolare riferimento al contesto italiano, la postfazione di R. Pertici, Appunti sulla nascita dell’«intellettuale» in Italia, pp. 309-46.
63. Il brano di questa lettera è già stato pubblicato in F. Campennì, La figura di D. Giuseppe Melograni, mineralogista e naturalista, in “Rivista storica calabrese”, n. s., xvii, 1996, nn. 1-2, pp. 111-39, p. 132. La lettera, datata Napoli, 17 giugno 1820, è indirizzata al cugino canonico don Antonio Meligrana in Tropea, fratello del giovane Giuseppe (Archivio Meligrana, Parghelia).
64. R. Pasta, Profilo di un lettore, in Editoria e cultura nel Settecento, Olschki, Firenze 1997, pp. 193-223. Un altro percorso intellettuale a cavallo tra i due secoli, in C. Capra, Giovanni Ristori da illuminista a funzionario. 1755-1830, La Nuova Italia, Firenze 1968. Più in generale, per una ricostruzione della figura e della condizione del letterato illuminista, cfr. R. Chartier, L’uomo di lettere, in M. Vovelle (a cura di), L’uomo dell’Illuminismo, Laterza, Roma-Bari 1992, pp. 143-97.
65. I lavori di Giuseppe Scrugli qui e di seguito citati sono descritti da don Carmine Cortese (Quaderno n. 50, cit., cc. 12-37).
66. Alcune delle lettere di risposta e commento (di Vito Capialbi e Gaetano Ruffa) sono trascritte da don Carmine Cortese in Quaderno n. 53, cc. 84-95.
67. Cito dalla trascrizione di don Carmine Cortese (Quaderno n. 50, cit., c. 17).
68. Fra le opere di cronologia, storia universale e storia del mondo antico presenti nella biblioteca di Giuseppe Scrugli segnalo le edizioni di Giuseppe Scaligero, Iosephi Scaligeri Iul. Caesaris F. Opus Novum de emendatione temporum in octo libros tributum, Apud Mamertum Patissonium Typographum Regium, In officina Roberti Stephani, Lutetiae 1583; di Denis Petau, teologo d’Orléans (1583-1652), Uranologion sive systema variorum authorum, qui de sphaera, ac sideribus, eorumque motibus Graecè commentati sunt [...] Cura & studio Dionysii Petavii Aurelianensis è Societate Iesu, Sumptibus Sebastiani Cramoisy, Lutetiae Parisiorum 1630; di Jacques Bénigne Bossuet, Discorso sopra la storia universale. Per dilucidare la Continuazion della Religione e le Mutazioni degl’Imperj, dal principio del Mondo fino all’Imperio di Carlo Magno. Di Monsignore Jacopo Benigno Bossuet, Nella Stamperia Baglioni, Venezia 1730; di Willelm Hendrik Nieupoort, Historia Reipublicae et Imperii Romanorum ab Urbe condita ad annum Urbis dccxxvii Quo Octaviano Caesari summa Imperii cum nomine Augusti delata fuit. Contexuit ex monumentis veterum G. H. Nieupoort, Typis Josephi Bettinelli, Venetiis 1732; di Giacomo Perizonio, Jac. Perizonii Origines Babylonicae et Aegyptiacae, tomis ii, Apud Justum Reers, Trajecti ad Rhenum 1736; la Storia universale antica e moderna del Conte di Ségur, Stamperia dentro la Pietà de’ Turchini, Napoli 1830-32. Tra i testi di cosmografia, gli scolastici Commentarii Collegij Conimbricensis Societatis Iesu, in quatuor libros de Coelo, Meteorologicos & Parva Naturalia, Aristotelis Stagiritae. Hac tertia in Germania editione [...], Impensis Lazari Zetzneri, Coloniae 1596.
69. C. Mozzarelli, Dell’Accademie: onore, lettere e virtù, in A. Prosperi (a cura di), Il piacere del testo. Saggi e studi per Albano Biondi, Bulzoni, Roma 2001, vol. 2, pp. 645-63.
70. Sulla Reale Arcadia Sebezia cfr. A. L. Sannino, Costruire la controrivoluzione: la “Reale Arcadia Sebezia”, in A. De Francesco (a cura di), La democrazia alla prova della spada. Esperienza e memoria del 1799 in Europa, Guerini, Milano 2003, pp. 461-86; Ead., La Reale Arcadia Sebezia in Calabria, in Rivoluzione e antirivoluzione in Calabria nel 1799, Atti del ix Congresso Storico Calabrese (Roccella Jonica, 12-14 novembre 1999), Laruffa, Reggio Calabria 2003, pp. 103-33. Sull’Accademia Florimontana Vibonese, poi Colonia dell’Arcadia Romana, cfr. G. B. Marzano, Sulle Accademie di Monteleone di Calabria. Notizie storiche e riflessioni, in Id., Scritti, vol. i, a cura di G. e D. Marzano, G. Froggio, Monteleone 1926, pp. 377-439, p. 383. Dell’Accademia degli Affaticati, oltre al Discorso storico di Nicola Scrugli in appendice a Id., Notizie archeologiche e storiche, cit., pp. 123-35, cfr. il recente contributo di A. Sposaro, L’Accademia degli Affaticati, in Pianeta Tropea. Materiali per una storia urbana e territoriale, Qualecultura, Vibo Valentia 2001, pp. 44-63.
71. Di questi componimenti e del catalogo dà notizia don Carmine Cortese, che ne ebbe visione nel 1951: Quaderno n. 50, cit., cc. 1-13 e 17; Quaderno n. 51, cc. 26-42 (con trascrizione di relazioni accademiche); Quaderno n. 53, cit. (con trascrizione di iscrizioni latine e componimenti poetici).
72. Annotazione a margine del ms. della traduzione dal francese de «L’Ester. Tragedia di tre atti del Signor Giovanni Racine», nella trascrizione di don Carmine Cortese (Quaderno n. 50, cit., cc. 14 e 35).
73. Il canonico Giuseppe Scrugli morirà il 28 settembre 1832. Non sono riuscito a rintracciare il suo testamento nei protocolli dei notai tropeani del tempo, Francesco Contartese (di cui più spesso si servivano gli Scrugli) e Francesco Vizzone (Archivio di Stato di Vibo Valentia, Notai).
74. Archivio Scrugli, Tropea, “Platea Nob. famiglia Scrugli”, cit., c. 3v.
75. N. Scrugli, Notizie archeologiche e storiche, cit., p. 116. Nicola Scrugli muore nel 1877 (22 aprile, come riporta il «Libro di Memoria», cit.) e non nel 1875, come erroneamente scrive F. Pugliese nella sua Introduzione alla ristampa anastatica delle Notizie archeologiche, Brenner, Cosenza 1990, p. ix.
76. R. Majolo, Un ammiraglio calabrese: don Napoleone Scrugli. Vita, avvenimenti ed episodi durante tre dinastie di sovrani (1803-1883), Brenner, Cosenza 1991, pp. 20-2. Il R. D. motu proprio di Vittorio Emanuele ii che concede il titolo di conte, Firenze, 22 ottobre 1874, è in Archivio Scrugli, Tropea. Sulla carriera di Napoleone Scrugli, nominato ministro della marina nel governo provvisorio di Garibaldi a Napoli, cfr. Napoléon Scrugli. Ancien ministre de la Marine à Naples, dagli Extraits de l’Histoire des Hommes d’État du xixe siècle, A la Direction de l’Histoire Générale, Genève 1862, pp. 757-8.
77. Biblioteca Scrugli, Tropea, «Libro di Memoria», cit. Il documento è aggiornato, sulle pagine rimaste in bianco, dai discendenti della casa fino alla metà del Novecento: all’alternanza di grafie si aggiunge, infine, il mutamento dello strumento scrittorio, con la comparsa dell’inchiostro azzurro di una biro.