False notizie, falsi ricordi:
a volte le parole vengono dopo

di Giovanni Contini Bonacossi

 


Riflessioni di uno storico sulle false notizie della guerra di Marc Bloch è stato per me un testo fondamentale. Come storico del Medioevo, Bloch era abituato ad analizzare credenze popolari separate dal presente da un imponente spessore cronologico, ma durante la guerra di trincea scopre leggende “orali” che si sono appena formate, storie di cannibali che si aggirerebbero nella “No man’s land”, cioè nel tratto di terra che separa le trincee avversarie; oppure racconti di fantomatici cecchini. Per Bloch è molto eccitante osservare la nascita, lo sviluppo, le trasformazioni di quelle credenze. Prodotte dalla vita di trincea che, secondo lui, è una vita che finisce per rifluire in un mondo precedente alla carta stampata, dove l’informazione, quella che in Italia si chiamava “Radio Fante”, passa di bocca in bocca e produce rappresentazioni che sono molto indicative per chi voglia capire la mentalità dei soldati impegnati in quel massacro orrendo che fu la prima guerra mondiale.
Ma per uno storico del Medioevo interessato, come Bloch, alla nascita e alla proliferazione delle fausses nouvelles nel Medioevo quella possibilità di osservare per così dire in vitro quanto la prima guerra mondiale veniva producendo in termini di credenze popolari era interessante proprio perché permetteva una vertiginosa comparazione con le leggende di tanti secoli prima. Diventava possibile osservare nel loro farsi le credenze che nascevano nelle trincee, quando di sicuro per le leggende medievali questa osservazione era ormai del tutto impossibile. Dalle fausses nouvelles della guerra mondiale era possibile quindi imparare, e applicare poi i risultati della ricerca ai meccanismi che avevano presieduto alla genesi e alla diffusione delle leggende medievali, tanti secoli prima.
In Bloch, quindi, si tratta di un tentativo di spiegare il Medioevo facendo ricorso a fonti orali a lui contemporanee e ricostruire delle rappresentazioni collettive, delle leggende appunto, che vengono a formarsi e riscuotono successo per motivi che è interessante analizzare per capire come funziona la mente di quei molti che le hanno create.
Io non mi occupo di Medioevo ma di storia contemporanea, quindi vi parlerò di situazioni recenti, due episodi tratti dal grande scenario della seconda guerra mondiale:
– le stragi di civili in Italia, compiute dall’esercito tedesco nel 1944 con l’aiuto, spesso molto volenteroso, dei fascisti italiani; e la memoria dei sopravvissuti a quelle stragi.
– la memoria che i repubblichini, i soldati della Repubblica Sociale di Mussolini, conservano delle loro esperienze.
In entrambi i casi anch’io, come Bloch, sono interessato a scoprire non tanto quello che queste memorie collettive hanno da dirmi in relazione ai fatti dei quali parlano, quanto quello che mi raccontano del mondo mentale di coloro che i fatti li hanno vissuti. Da questo punto di vista allora, come i malati di scrofola ne I re taumaturghi di Bloch, anche i miei testimoni diventano interessanti anche e forse soprattutto per le fausses nouvelles che ricordano.
Nel caso della memoria dei sopravvissuti alle stragi, quello che mi aveva colpito (e su questo ho pubblicato il libro La memoria divisa) era il fatto che i sopravvissuti più che essere arrabbiati con chi aveva ucciso (i tedeschi) scaricassero tutta la colpa sui partigiani, cioè su chi aveva (secondo loro) provocato la strage. All’inizio pensavo che questo spostamento di responsabilità avvenisse solo nel paese che stavo studiando, Civitella di Val di Chiana. Ed effettivamente questa tipologia di memoria assume un carattere particolarmente evidente a Civitella, tanto che si può dire che in quel paese si è di fronte alla costruzione di un idealtipo.
In seguito, tuttavia, ho trovato lo stesso atteggiamento in molte altri situazioni, anche se la colpevolezza dei partigiani era asserita con meno assolutezza. Ma grosso modo questo tipo di deformazione della memoria è comune: ovunque ci sia stata una strage, in montagna o in alta collina, finisce che sono i partigiani ad essere accusati. Perché questo succede? Scoprirlo ci fa capire chi fossero le persone che sono state oggetto di strage. Nella letteratura della Resistenza si è spesso dato per scontato che i contadini fossero naturalmente dalla parte dei partigiani. Si è passati dall’argomento (verissimo) che senza i contadini non ci sarebbero stati i partigiani a quello (molto più opinabile) che i contadini fossero ancora più partigiani dei partigiani, perché accettavano di aiutarli pur sapendo che poi, quando fossero arrivati i tedeschi, loro che dovevano restare sul posto sarebbero stati massacrati mentre i partigiani potevano andarsene.
Le stragi ci permettono di rompere questa rappresentazione dei contadini, così poco credibile. E di restituire all’esperienza, e ai contadini, quell’ambiguità che certamente li caratterizzò.
Oltre la deformazione delle vere intenzioni dei contadini all’interno della guerra civile italiana riusciamo a mettere a fuoco i contadini reali, che aiutano i partigiani ma aiutano anche i tedeschi e i repubblichini. Probabilmente sono più favorevoli ai partigiani perché sono italiani, vogliono che la guerra finisca, non hanno avuto granché dal fascismo e quindi non sono poi così fascisti come possono essere fasciste altre classi della società italiana. Sono in una situazione di grande ambiguità, come d’altronde altri strati della società italiana. La strage fissa questa ambiguità proprio allora, nel momento del massacro, perché i contadini che lo hanno subito la conservano per sempre.
Tutti gli altri contadini, invece, sciolgono il loro atteggiamento ambiguo, dopo il 1944-45. Quando si intervistano i contadini dopo la guerra non abbiamo più di fronte gli stessi individui incerti che avevano vissuto nel biennio terribile. Ora scopriamo degli anacronismi che si sono incrostati sulla vicenda precedente e deformano il racconto che oggi i testimoni fanno dei fatti di ieri.
Le lotte per il riparto colonico hanno radicalizzato e politicizzato i contadini e la loro memoria. Perché i partigiani sono spesso diventati i dirigenti delle lotte contadine e in qualche modo gli stessi contadini si ricordano molto più favorevoli alla Resistenza di quanto in realtà fossero stati al tempo dei fatti.
La strage invece ci porta davanti agli occhi comunità interessate prima di tutto alla sopravvivenza della famiglia e delle proprietà, e molto meno disposte ad una solidarietà indiscriminata con i partigiani, per non parlare di una solidarietà estrema, fino alla morte. Di fronte alla strage quelle comunità, quelle famiglie, reagiscono in modo violentissimo. Con i familiari, la casa e il bestiame è andato distrutto il loro stesso mondo e cercano con dolore ed enorme risentimento un colpevole. Non trovandolo si costruiscono un capro espiatorio. Anche il fatto che lo cerchino e trovino nei partigiani e non riescano a riconoscere nei tedeschi i veri colpevoli è molto interessante. I tedeschi sono parte di un grande esercito che sta passando rapidamente su queste regioni. I tedeschi fanno parte del mondo della grande storia, ma per i contadini sono persone senza volto, parlano una lingua sconosciuta, sembrano crudeli come può essere crudele un terremoto, uno tsunami, una pestilenza. Uccidono e se ne vanno subito dopo, spariscono per sempre dall’orizzonte dei sopravvissuti. In realtà uccidono per una serie di motivi tattici, hanno ricevuto dai loro vertici militari (criminali) l’assicurazione che nessuno perseguirà gli autori di stragi di civili. Puntano alla formazione di linee di resistenza che contrastino l’avanzata degli alleati, rallentando la loro ritirata e garantendo che i lavori della Linea Gotica possano essere terminati. Quando compiono gesti di incredibile ferocia lo fanno per interrompere il rapporto fra contadini e partigiani – e ci riescono benissimo – ma due settimane dopo sono in tutt’altro posto perché la ritirata nell’estate del 1944 è abbastanza veloce, in un primo tempo.
I contadini invece sono fissi sulla terra, hanno bisogno di trovare in questa estrema tragedia che coinvolge la vita, la famiglia, gli averi, la casa, un capro espiatorio dai lineamenti precisi e lo trovano nei partigiani.
Gli uomini della Resistenza spesso si trovano all’inizio del racconto che spiega i fatti e progressivamente questo prius narrativo diventa un prius causale, morale. Il fatto di essere all’inizio della storia, che spesso comincia con dei tedeschi feriti o uccisi nella zona, finisce per farli diventare i produttori di quella storia, e i responsabili: «a causa loro tutto è successo». Questo nonostante il fatto – ed è questa la cosa interessante – che se sottoponiamo gli avvenimenti ad un vaglio di tipo storiografico vediamo come in realtà spesso non sia vero che queste stragi siano rappresaglie; spesso si tratta di terrorismo preventivo, fatto per rompere le connessioni e le complicità che si immaginava ci potessero essere tra partigiani e popolazione (e quanto fosse efficace la strage lo dimostra il fatto che il rapporto tra Resistenza e popolazione non si è ancora ristabilito a distanza di sessant’anni…).
I massacri avvengono nei punti caldi del fronte, dove si è deciso di stabilire una linea di resistenza, e dove bisogna di conseguenza “ripulire”. In altri punti meno importanti per i tedeschi sono magari stati ammazzati molti più soldati. Però lì non si fanno rappresaglie.
Ma la logica militare (e criminale) della Wehrmacht non viene riconosciuta, e sempre si continua a cercare la spiegazione in loco, all’interno del piccolo mondo del paese e delle sue propaggini agricole. Così si va sempre in cerca di un evento, di un’aggressione ai tedeschi (anche quando, come a Fucecchio e in decine di altre località, esse semplicemente non ci sono state) per poter stabilire che la strage è stata una rappresaglia e quindi per trovare delle persone da odiare, dei capri espiatori che possano caricarsi della colpa e compensare, anche se in minima parte, le terribili ferite e le perdite che si sono subite. Questo tipo di deformazione della memoria è anche in relazione alle scelte dei governi italiani dopo la fine della guerra, perché per motivi di opportunità di politica internazionale (di opportunismo cinico, in realtà) l’Italia rifiuta di utilizzare una serie di dossier – tutti conoscono l’esistenza dell’armadio della vergogna – compilati dagli americani ma soprattutto dallo Special Investigation Branch inglese che costruisce istruttorie perfette che avrebbero permesso di mettere in piedi una serie di processi molto interessanti. Processi, soprattutto dovuti a persone che avevano perso tutta la famiglia.
Un ultimo elemento interessante di questo tipo di meccanismo è quello del luogo all’interno del quale questo tipo di lutto collettivo avviene: in paese le vittime sono state uccise, e il paese, dopo la ricostruzione, è nello stesso tempo un luogo da abitare e un luogo della memoria dei morti, un cimitero.
In questa formazione della memoria divisa giocano un ruolo molto importante le donne, che sono spesso le persone che rimangono in vita. Quindi il lutto, prevalentemente femminile, è immenso e non viene elaborato, ridotto, perché continuamente le sopravvissute incontrandosi ogni mattina, per mesi e anni, hanno dei pretesti per ricordare quello che è successo. Questa vicinanza spaziale e anche parentale dei superstiti delle stragi fa sì che il lutto si avviti dentro un gigantesco racconto femminile che a volte fa venire i brividi, fa pensare a un racconto mitico. Al quale non si sfugge.
Sembra quasi che il racconto cerchi di ripercorrere tutti i punti della strage e sembra di intravedere una specie di credenza, la speranza che se si riuscisse a ricostruire in un rapporto uno a uno, a stendere il racconto come una tela sugli eventi si potrebbe fare in modo che quello che è avvenuto non fosse avvenuto. C’è come una nascosta fiducia, femminile, nel potere titanico del linguaggio…

Vorrei infine analizzare la memoria che i giovanissimi combattenti della rsi conservano della loro esperienza.
Tempo fa Mazzantini, che aveva militato nella rsi, scrisse un bel libro dal titolo molto interessante di A cercar la bella morte. In realtà nel libro lui non sviluppa molto questo tema, ma lo sviluppano tutti gli altri che ho potuto intervistare o che hanno scritto delle memorie. Molto spesso quello che viene raccontato è una rielaborazione abbastanza collettiva, una memoria che non è soltanto individuale ma passa attraverso una serie di momenti di socializzazione.
Quello che tutti dicono è che la scelta di aderire alla rsi venne fatta nel settembre del 1943, quando era chiaro che i fascisti avevano perso la guerra, ma venne compiuta per una scelta d’onore, per non lasciare l’alleato tedesco e la patria italiana invasa dagli eserciti nemici, pur sapendo di andare a morire.
Queste memorie collettive sono fatte poi di memorie individuali e quindi di una serie di narrazioni, all’interno delle quali possiamo trovare sia queste fausses nouvelles sia un’infinità di altre notizie che vanno in direzione opposta e che noi possiamo utilizzare contro questa pretesa di aver saputo fin dall’inizio della sconfitta, ma di aver scelto la parte destinata a perdere per motivi di onore, per cercare la “bella morte”. Tutti pongono questa generalizzazione ad un certo punto delle loro narrazioni.
Se noi analizziamo le testimonianze rilasciate dai repubblichini ci rendiamo conto che la loro scelta è motivata diversamente: non è vero che sapessero in anticipo, addirittura all’inizio dell’esperienza della rsi, che sarebbero stati sconfitti, non è vero che sapevano e accettavano fin dall’inizio che sarebbero andati incontro alla bella morte, gloriosa ed eroica.
Al contrario, erano diventati soldati della rsi perché appartevano a classi sociali, a famiglie, a località – molti erano di Roma – dove la presa della propaganda fascista era molto forte e pervasiva, dove praticamente non esisteva nessuna alternativa a quel tipo di retorica che aveva impregnato tutta la loro formazione. In un certo senso i futuri repubblichini sono quelli che, tra tutti i giovani della loro generazione, hanno meno strumenti per scegliere, e quindi quelli che scelgono meno, che meno sperimentano il dubbio tormentoso di non sapere da che parte collocarsi. Semplicemente seguono la corrente, la strada indicata in modo unanime dalla loro educazione, dai loro parenti e dai loro amici.
Claudio Pavone ha ben raccontato come molti di quelli che diventarono partigiani lo diventarono un po’ per sbaglio, per caso, a seconda di chi incontravano in quei giorni per la strada decidevano se andare da una parte o dall’altra. I repubblichini sono persone che spesso non incontrano nessuno che neanche lontanamente faccia loro balenare la possibilità di andare dall’altra parte, o se incontrano qualcuno la forza dello stimolo in senso contrario è talmente forte che senza porsi il problema della scelta decidono di entrare nell’esercito repubblichino.
Si trovano nelle testimonianze una serie di notizie interessanti: c’è il padre che incontra i figli che sono tutti entrati nella rsi e dice «se vinceremo saremo una famiglia esemplare». Fino alla fine si continua a sperare nelle armi segrete di Hitler. Un testimone un po’ ingenuo ma significativo ha scritto contemporaneamente di aver scelto la parte che gli avrebbe garantito la “bella morte” ma anche quella che avrebbe vinto («io volevo vincere. E poi speravamo nelle armi di Hitler...»).
Soltanto alcuni, come Mazzantini, riescono a descrivere l’incapacità a formulare qualcosa che uscisse dal quadro fascista all’interno del quale erano sempre vissuti, e lo fa nel suo libro ricordandosi le discussioni dopo la guerra, in cui si rivedono quelli che hanno partecipato all’esperienza e c’è una sorta di balbettio confuso «in realtà il nostro fascismo non era quello...».
Le parole sono venute dopo, e quindi possiamo pensare che anche il discorso sulla “bella morte” sia qualcosa che viene successivamente e soprattutto pensare che sia una sorta di razionalizzazione di quello che in realtà succede alla grande maggioranza di loro, proprio nel momento della sconfitta. Proprio perché non avevano, al contrario di quanto diranno poi, nessuna capacità di immaginazione di quello che sarebbe successo all’Italia e a loro stessi dopo, vengono del tutto sopraffatti dalla sconfitta, che li annienta, proprio nel senso che li annichilisce. Quando si trovano ad incarnare (anche ingiustamente) il ruolo di capri espiatori di vent’anni di fascismo, i colpevoli di tutto (mentre una serie di altri personaggi, molto più compromessi ma astuti, si sono tirati in salvo) l’esperienza è per loro insopportabile, quasi non ricordabile. Quando vengono fatti prigionieri, vengono sottoposti a false fucilazioni e sperimentano la condizione di chi rimane per un certo numero di giorni o di settimane in balia dei suoi nemici (nemici assoluti), il trauma è talmente forte che alcuni di loro, come Rimanelli che ha scritto un bellissimo libro, Il tiro al piccione, dicono «io ho fatto suicidio, il me di prima e il me di dopo sono due persone completamente diverse e non riesco a trovare un punto di connessione».
Tutti raccontano questi momenti di terrore puro, dell’incapacità di rendersi conto del perché si è fatti oggetto di un odio così forte. Dimostrano un’incapacità di preveggenza che è il contrario di quello che poi rivendicheranno tutti.
Questo falso racconto, falsa memoria, falsa rivendicazione di pre-veggenza e di anticipazione della propria morte gloriosa, rappresenta la razionalizzazione di un’esperienza che è andata in modo completamente opposto. Ma anche in questo caso, come nel caso della falsa attribuzione di colpa ai partigiani da parte dei contadini sopravvissuti ai massacri, il falso ricordo è significativo. Ci permette di studiare e di capire la fisionomia, individuale e collettiva, dei giovani combattenti repubblichini. Quelli che meno di tutti furono in grado di fare la scelta giusta, e che poi pensarono di aver deciso in modo eroico, prevedendo in modo esatto fin dall’inizio un destino che in realtà non avrebbero potuto immaginare neppure nei loro incubi peggiori.