Introduzione*

di Enrico Castelli Gattinara ed Etienne Anheim

Un paio d’anni fa un piccolo gruppo di storici e di filosofi, discutendo di metodologia e pratiche della ricerca storica, ha cominciato a interrogarsi su cosa sia effettivamente una fonte (o cosa si celi dietro questo termine), e su come gli storici utilizzino questa nozione e in che modi la mettano in pratica. Si era notato infatti che le opinioni e le convinzioni in proposito non erano omogenee come ci si aspettava, e che era vivamente sentita l’esigenza di confrontarsi sul tema anche con approcci diversi e a partire da punti di vista differenti. Riscontrando nella comunità degli studiosi un interesse diffuso al problema e volendo trasformare le eventuali discussioni anche in un’occasione didattica, il Dipartimento di storia moderna e contemporanea, in collaborazione con l’École française de Rome, ha concepito un lavoro seminariale di carattere interdisciplinare e internazionale (prevalentemente italo-francese) che si è posto il problema di un confronto a più voci sulle fonti, sul loro uso e sul loro possibile abuso. Sono stati quindi invitati a intervenire studiosi provenienti da ambiti disciplinari anche molto differenti fra loro, affinché testimoniassero e aprissero un confronto costruttivo rispetto al proprio modo di rapportarsi alle fonti. Per evitare che il dibattito restasse esclusivamente su un piano teorico o epistemologico, si è deciso di agganciare ogni volta la discussione ad alcuni testi storici ritenuti particolarmente significativi o problematici, a partire dai quali sono state perlustrate diverse piste. Gli incontri, che si sono svolti dall’ottobre 2005 al giugno 2006 sono stati articolati secondo prospettive dedicate di volta in volta ai temi seguenti:
– le esperienze disciplinari derivanti dalla problematizzazione delle fonti orali (il testo proposto alla discussione era M. Bloch, Riflessioni di uno storico sulle false notizie della guerra, in Storici e storia, tr. it. Einaudi, Torino 1987); qui si pubblicano i contributi di Giovanni Contini Bonacossi (Archivi storici della Toscana e Sapienza Università di Roma) ed Etienne Anheim (esr, Université de Versailles/Saint-Quentin-en-Yvelines);
– i sistemi non testuali di scrittura, come statistica, musica ecc. (il testo proposto alla discussione era M. Halbwachs, La mémoire collective chez les musiciens, capitolo 1 di La Mémoire collective, Albin Michel, Paris 1997, pp. 19-50); presentazione di Benoît Grévin (École française de Rome), testi di Marie Jaisson (Università di Tours), Esteban Buch (ehess, Parigi);
– le fonti materiali e i materiali delle fonti (il testo proposto alla discussione era A. Tchernia, Le vin de l’Italie romaine: essai d’histoire économique d’après les amphores, École française de Rome, Roma 1986); i contributi qui presenti sono di Daniele Manacorda (Università di Roma Tre) e di André Tchernia (ehess, Marsiglia);
– Internet come fonte? (Il testo proposto alla discussione era R. Minuti, Internet et le metier d’historien, puf, Paris 2002); con presentazione di Thomas Pfirsch (Università di Paris x-Nanterre) i saggi che vengono pubblicati sono di Emmanuel Betta (Sapienza Università di Roma) e Raffaele Romanelli (Sapienza Università di Roma);
– il corpo, fra pratica e parola (il testo proposto alla discussione era E. Goffman, Interaction rituals, Aldine Transaction, New Brunswick and London 2005);
– aspetti e problemi legati alle immagini (il testo proposto alla discussione era C. Ginzburg, Rappresentazione. La parola, l’idea, la cosa, in Occhiacci di legno, Feltrinelli, Milano 1998); il contributo qui pubblicato è di Stéphanie Wyler (École française de Rome);
– le fonti testuali: dagli archivi alla letteratura (i testi proposti alla discussione erano A. Farge, Le gout de l’archive, puf, Paris 1989 e alcuni capitoli tratti da M. de Cervantes, Don Chisciotte). I saggi qui presenti sono di Roger Chartier (ehess, Parigi) e Stefania Nanni (Sapienza Università di Roma).
Gli interventi che sono stati raccolti in queste pagine rappresentano un nutrito campione delle tematiche trattate e, rivisti dagli autori, hanno volutamente mantenuto il loro aspetto interlocutorio cercando di rimanere il più possibile vicini al parlato da cui hanno avuto origine. Per questo sono diversi fra loro per lunghezza e per struttura. Ogni conferenza ha sempre generato una lunga e approfondita discussione collettiva – che era lo scopo specifico del seminario e che ne rappresentava la ragion d’essere – di cui essa doveva essere l’occasione, ma che non è stato possibile riprodurre e inserire qui di seguito.

1
Fonti: uso e abuso

J. G. Droysen scriveva che il metodo storico si poteva suddividere in tre parti, coerenti e consecutive fra loro: il materiale, che costituisce la base del lavoro storiografico; il procedimento con cui questo materiale viene elaborato; i risultati ai quali si perviene e che solitamente assumono l’aspetto dei libri di storia1. Oggi questa impostazione non è cambiata di molto, e la maggior parte degli storici di professione la considera ancora valida, almeno a grandi linee. In un linguaggio più “moderno” la suddivisione corrisponde alla raccolta dei documenti, alla loro critica e all’elaborazione delle conclusioni tratte2. Tuttavia nessuno s’illude che questa suddivisione schematica riveli la pratica effettiva del lavoro storiografico: essa serve come generalizzazione sommaria usata per lo più a scopo didattico per mostrare e discutere le fasi del lavoro degli storici, per comprenderle meglio, senza assolutizzarne però la suddivisione e soprattutto la consequenziarietà. Centocinquant’anni di riflessione epistemologica non sono passati invano, e la conoscenza scientifica non è più considerata (se mai lo è stata) una conoscenza induttiva, che prende le mosse dalla materia oggettiva e per via sperimentale riesce a scoprirne le intime leggi naturali e universali (anche se questa credenza continua a esercitare un forte fascino). Nessun fisico, come nessuno storico, comincia il proprio lavoro di ricerca mettendosi a raccogliere più o meno passivamente o alla cieca una quantità sufficiente di “materiale” prima di cominciare a elaborarlo criticamente.
Di solito il “materiale” viene selezionato e scelto, più che raccolto, sulla base di certi interessi e certe idee che lo studioso ha già in mente, e che dirigono selettivamente il suo lavoro. Una ricerca scientifica prende sempre le mosse da un progetto di ricerca e non dal caso. Va aggiunto che il materiale raccolto dipende anche dalla sua disponibilità effettiva, che implica tutto quanto attiene al suo supporto materiale, alla storia stessa della sua trasmissione, ai referenti istituzionali che lo hanno tramandato, alle tecniche che ne permettono l’individuazione e l’analisi, alle vicende della sua conservazione e così via.
Lo storico, per esempio, andrà alla ricerca di certe fonti per svolgere il suo studio, restando indifferente ad altre, che pure lo potrebbero aiutare. Una parte importante del suo lavoro, che inizialmente ha un assetto ancora piuttosto ipotetico e teorico, o progettuale, e che si svolgerà parallelamente, e non anteriormente alle sue elaborazioni, consisterà nel suo confronto con le fonti che riteneva utili per convalidare, confermare, approfondire, elaborare, sviluppare e verificare il proprio studio. Si pensi per esempio ai lavori di E. Le Roy Ladurie, il quale per fare una storia del clima secondo una prospettiva ecologica non antropocentrica, ha usato fonti fenologiche, che considerava primarie (perché ci forniscono informazioni dirette sul clima), tratte dai dati conservati negli archivi sulle date dei raccolti, le gelate o i periodi di fioritura di certi alberi, e fonti secondarie, come i dati sul volume dei raccolti (che ci forniscono informazioni indirette sul clima)3. La fonte si presenta innanzitutto come un punto di riferimento a partire dal quale e in base al quale elaborare lo sviluppo di una ricerca. Da essa vengono le informazioni principali relative alla realtà del passato, e ad essa si deve far riferimento come elemento di prova rispetto alle ricostruzioni proposte4. Nel caso della microstoria, per esempio nel lavoro di G. Levi, lo studioso ha istituito delle prove grazie a un lavoro di riorganizzazione e reinterpretazione delle fonti funzionale ai suoi scopi. In tal modo, spiega M. Gribaudi, le fonti

coprono una doppia funzione retorica. Da un lato, esse permettono al ricercatore di rendere l’oggetto di studio più complesso e di mettere in luce il carattere parziale dei modelli tradizionali. D’altro lato, esse contribuiscono a giustificare la scelta di situare l’analisi sul piano dei meccanismi che generano i comportamenti5.

In ogni caso, le fonti rappresentano (o vengono retoricamente presentate come) il punto a cui il lavoro dello storico deve “tornare” per «orientare la ricostruzione e stabilire i diversi livelli di prova», fornendogli in tal senso il «materiale grezzo» che gli permetterà di individuare le caratteristiche del suo oggetto di ricerca6.
Il privilegio di certe fonti su altre viene quindi dettato dalle intenzioni che guidano la ricerca, ed è sulla base di esse che lo storico considera “fonti primarie” certi materiali informativi e non altri. Solo in seguito lo storico può aprirsi all’incontro eventuale con altri materiali, incontro che può essere anche casuale e aprire la possibilità di riorientare e modificare il suo lavoro (la scoperta di un documento inatteso, una nuova testimonianza, lo studio di un collega ecc.). Ma le fonti, come alcuni storici sottolineano, sono “ambigue” perché suscettibili di forme diverse d’interrogazione e di interpretazione. Esse rivelano quindi una complessità epistemologica che ne rende insoddisfacente l’identificazione come mero “materiale grezzo”. Tanto più che la differenza fra primarie e secondarie non è senza conseguenze rispetto al loro statuto di fonti.
Le fonti non sono quindi la base di partenza del lavoro dello storico, ma un elemento d’incrocio fra le sue pratiche e le sue procedure da una parte (ivi comprese le linee progettuali coi loro presupposti ideali)7, e la “materia” dall’altra. Qui il termine “materia” va posto fra virgolette, perché il riferimento vale solo in senso metaforico o analogico: le fonti costituiscono infatti il “materiale” che serve alla costruzione o alla ricomposizione dei fatti. Non sono la materia di cui sono composti i fatti, naturalmente, ma le tracce, i segni dei fatti. Esse hanno quindi una materialità fortemente intrisa di senso, da cui non possono essere separate, e che impone appunto l’uso cautelare delle virgolette. Esse possono essere anche molto “immateriali” come le idee, le parole usate, un testo scritto, la calligrafia o un’emozione. Sbaglia chi crede che le fonti siano tutte di uno stesso tipo, o chi – peggio – considera le fonti da un punto di vista epistemologico come le lettere dell’alfabeto con cui si scrive la storia. Se le fonti sono fortemente disuguali fra loro, la loro differenza specifica condiziona direttamente e profondamente il nostro rapporto col passato.
Tuttavia sarebbe possibile concordare sul fatto che le fonti siano caratterizzate da almeno una posizione e due aspetti che sono sempre presenti insieme. La posizione è data dal fatto di essere scelte come tali dall’operazione storiografica, nel senso che un oggetto, una cosa qualsiasi il cui scopo immediato era tutt’altro (una ciotola), viene utilizzata dal ricercatore per ricavare informazioni storiche, e non per lo scopo specifico per cui quella cosa era stata generata. Tale “posizione” epistemologica è permessa dalla copresenza di due aspetti: il loro essere una traccia reale che il passato ha lasciato dietro di sé (l’etimo di una parola, la forma di un campo, un abito, un registro parrocchiale o un’urna funeraria ecc.) e il loro essere sensate. Sotto il primo aspetto, esse sono sempre materiali (ma in un senso esteso di materialità, che comprende anche le idee)8 e rappresentano la consistenza che caratterizza ogni traccia come “impronta” del tempo, di un tempo, e della natura cui appartiene: il legno, il metallo, la pietra, e così via.
In secondo luogo, esse portano sempre inevitabilmente su di sé uno o più aspetti della vita umana, e quindi l’impronta dell’uomo (una società, una cultura ecc.), vale a dire un significato, o meglio una significanza: la fonte diventa tale solo quando ha un significato (spesso più significati) di cui l’uomo l’ha inevitabilmente intrisa9. Le fonti, quindi, appartengono tanto a un orizzonte di senso quanto possiedono una consistenza materiale, che essa stessa può essere sensata (il legno o la creta possono essere state lavorate in un certo modo per certi scopi). Ma esse possono anche avere un terzo aspetto, che dipende dal secondo ma le caratterizza in maniera cruciale per lo storico: possono appartenere all’universo linguistico, e in particolare alla scrittura. Ora, poiché la scrittura è immediatamente e naturalmente sensata, e quindi capace di veicolare direttamente tutto un insieme di significati, essa è stata spesso privilegiata come fonte storica (grazie proprio a questa sua completezza complessa). Il privilegio del linguaggio su ogni altra forma simbolica e significante è dovuto al suo carattere eminentemente umano e mentale, carattere distintivo cruciale rispetto agli animali.
Ecco perché la storia, quando ha cominciato a diventare una scienza (moderna) fra il xv e il xvii secolo, ha privilegiato a lungo le fonti scritte (Tucidide, per non fare che un esempio, non utilizzava fonti scritte). Tuttavia nel corso del xx secolo ha esteso pian piano il concetto di “fonte” a molti altri aspetti più o meno materiali della presenza umana nel mondo. Al giorno d’oggi – anche se quelle scritte restano le fonti più utilizzate e ricercate per gli studi storici – qualsiasi cosa porti con sé, in sé o faccia riferimento alla presenza e all’attività umana è considerata una fonte possibile, il che vuol dire che «il mondo tutto […] è fonte storica»10. Ma questo è d’altronde implicito nella nozione stessa di fonte.
Di fronte a una tale proliferazione delle fonti possibili, il cui inizio può esser fatto risalire a Marc Bloch e a Lucien Febvre11, la storia ha potuto espandersi in direzioni che prima erano inimmaginabili. Ma il rapporto con le fonti è diventato al contempo un rapporto problematico. In primo luogo, perché la nozione di fonte, estendendosi, ha mostrato la sua relativa inadeguatezza epistemologica come “materiale di cui è fatta la storia” tanto sul piano della sua materialità e oggettività, quanto sul piano della sua priorità nel processo conoscitivo. In secondo luogo perché l’uso stesso delle fonti ha perso in un certo senso la sua innocenza, poiché tale uso è condizionato dalle scelte del ricercatore e al tempo stesso le condiziona. Nessuno s’illude più che le fonti siano perfettamente oggettive, separate da noi e indipendenti o neutrali rispetto alle intenzioni delle ricerche che vi attingono.
Tuttavia, malgrado la problematicità che rivela, la fonte resta un elemento imprescindibile della ricerca storica su diversi piani, che varrebbe la pena di tematizzare soprattutto sul piano epistemologico e teorico: innanzitutto per il suo riferimento alla materialità, nel senso di essere il riferimento oggettivo-oggettuale sulla cui base vengono provati certi fatti e certi fenomeni (le “prove”), ma anche nel senso di essere il documento su cui poggia l’argomentazione che conduce alla costruzione (o ricostruzione) di certi fatti e fenomeni, aspetto irrinunciabile di ogni studio scientificamente condotto. Quindi per la sua relativa distanza dalle istanze teoriche (deduttive in senso generale) che condizionano lo studioso, nel senso che pur essendo scelte o talvolta costruite dallo storico le fonti ne restano per certi versi indipendenti, possono sorprenderlo e sono capaci persino di modificare il corso della sua indagine, se non addirittura invalidarla (il che è implicito nella nozione di prova).
C’è però un problema preliminare che ogni discussione sulle fonti deve affrontare, banale in apparenza, ma cruciale nella sostanza: quali sono le fonti che gli storici usano? Che senso ha questo “uso” che ne fanno (e in che senso quest’uso può trasformarsi in abuso)? In che rapporto stanno quelle degli storici con le fonti, o i materiali, delle altre scienze umane o delle scienze cosiddette ausiliarie per la storia?
Com’è noto agli storici di ogni scuola e tendenza, le fonti utilizzate da loro sono raramente “di prima mano”. Marc Bloch lo riconosceva esplicitamente quando spiegava che le fonti più interessanti per uno studioso erano quelle indirette12. Vale a dire tutto quel materiale destinato ad altro uso che quello di raccontare esplicitamente il passato o il presente, l’abilità dello storico essendo quella di saper interrogare in maniera adeguata l’inesauribile universo di questo materiale. In questo senso la foggia di un copricapo, i colori di un palazzo, la grafia di una lettera, l’inchiostro usato per scriverla, la malta utilizzata in un edificio, il conio di una medaglia, la tabella di un commerciante, il registro di una parrocchia, le parole di una canzone e così via – perché gli esempi sono inesauribili, come inesauribili sono le manifestazioni della vita umana – diventano una “fonte” quando lo storico è capace di sottoporli alle sue domande. Di per sé questi materiali non sono necessariamente delle fonti. È l’interrogazione dello storico a renderle tali. Il che significa che lo storico, costruendo le sue fonti, o “istituendole” come tali13, dà loro una posizione epistemologica forte.
Bloch fa l’esempio di un’iscrizione funeraria, da cui si possono trarre informazioni anche molto diverse fra loro, per storie del tutto differenti:

Ci proponiamo lo studio dei fatti linguistici? Le parole, la sintassi diranno la condizione del latino, quale ci si sforzava di scriverlo a quel tempo e in quel luogo e, in trasparenza di questa lingua semidotta, ci lasceranno intravvedere il parlare comune. La nostra preferenza va invece allo studio delle credenze religiose? Siamo al cuore delle speranze d’oltretomba. Al sistema politico? Un nome d’imperatore, la data di una magistratura ci riempiranno di gioia. All’economia? Forse l’epitaffio svelerà un mestiere ignoto. E mi fermo qui14.

Sono gli interessi e le domande dello storico a render fonte qualcosa che di per sé sarebbe qualcosa d’altro.
Ma è proprio perché lo storico opera epistemologicamente in questo modo, e non può che operare così, che la fonte diventa problematica: fino a che punto essa dipende dallo storico? Non bisogna infatti lasciarsi irretire dalle semplificazioni epistemologiche sempre in agguato, e che porterebbero per esempio a pensare che se lo storico costruisce le sue fonti, l’operazione storica assume l’aspetto del più puro arbitrario e dell’artificiosità, fino a identificarsi quasi con la finzione letteraria15. D’altro canto non si può negare che sia l’interrogare incalzante dello storico, che è capace di fare violenza al materiale, a rendere una certa cosa una fonte storica. Un’analisi del problema non può quindi prescindere né dall’uno né dall’altro aspetto presupposti nella nozione di fonte: il suo versante materiale da una parte (che può essere anche immateriale come si è detto), l’operazione ermeneutica da un’altra e quella posizionale da una terza.
Questo è possibile perché la cosa che diventa “fonte” storica non è pura materia inerte. È già, ripetiamolo, una cosa sovraccarica di senso e di storia, è stata concepita e prodotta per certi fini, poggia su un certo supporto materiale concreto e si trova in un luogo ben preciso che ne ha determinato e condizionato la conservazione. È questa sua “materialità” tutta piena di senso a permettergli di non assoggettarsi completamente al volere dello storico. Se lo storico, con le sue questioni, intenzioni e presupposti “istituisce” o “costruisce” la fonte come tale, ciò non vuol dire che può farlo in maniera del tutto arbitraria e che la fonte dipenderà esclusivamente dall’interrogazione dello studioso. In molti casi, infatti, una fonte mai prima riconosciuta come tale (una pietanza cotta in un certo modo, un’anfora da trasporto o la forma di un tetto, un romanzo o un graffito sull’intonaco di un muro), una volta istituita, può generare altre storie e retroagire persino sul progetto di ricerca che l’ha istituita, correggendolo e modificandolo.
Succede insomma un po’ quello che accade con i personaggi di un grande romanzo, i quali, seppur creati e inventati da uno scrittore, poi cominciano a vivere di vita propria innanzitutto condizionando lo scrittore stesso a volgere le vicende in un certo modo, poi rendendosene indipendenti per vivere nella mente dei lettori, o diventando figure emblematiche, caratteri pubblici, modi di dire, tradizioni ecc. che lo scrittore, nel crearli, non poteva certo avere in mente (si pensi a Pinocchio).
Insomma, per quanto efficaci siano le domande con le quali il ricercatore fa violenza alla natura della cosa (la foggia di un cappello), la cosa non si riduce completamente ad esse, e non ne viene completamente determinata: il cappello resta un cappello, con la sua consistenza, il tessuto di cui è fatto, gli scopi per i quali era stato prodotto e la sua stessa foggia, o forma, che, pur rispondendo alla domanda dello storico sulla datazione di un certo evento (per esempio quello raffigurato su un affresco), mantiene la sua indipendenza nel senso che la domanda cui risponde non esaurisce il senso di cui è intriso.
In altri termini, se è innegabile che sia lo storico a render fonte una fonte grazie alla sua interrogazione, la fonte grazie alla sua materialità (ricca di senso) eccede il senso che lo storico le chiede, ed è questo a renderla utilizzabile anche da altre prospettive non solo storiografiche, ma scientifiche in senso generale. La materialità della fonte si rivela allora come un’eccedenza di senso rispetto all’interrogante pratica dello storico. Ma questa eccedenza emerge solo quando lo storico interroga questo materiale. Non “materiale grezzo”, ma certamente “materiale sensato”, le fonti si prestano ad essere usate e riusate indefinitamente, perché le prospettive secondo cui possono essere trattate sono sempre molteplici, e mai definibili conclusivamente (E. Grendi sottolineava ad esempio che C. Walker-Bynum, nella sua originale prospettiva storiografica, «non estrae[va] pepite documentarie dalla sua ricerca, ma reinterroga[va], con singolare acume, fonti ben note»16).
Ecco in che misura la fonte è ad un tempo “costruita” dallo storico e “indipendente” da esso. La sua indipendenza si misura tanto con la sua dipendenza dalle altre istanze di senso che l’hanno generata, conservata, trasmessa ecc., quanto con l’eccedenza di senso che è capace di provocare, imprevista in origine ma aperta dall’interrogazione storica. A questo va aggiunta la consistenza del suo supporto materiale, insieme all’orizzonte di senso che esso stesso stabilisce. I significati che una fonte rivela non si esauriscono certo al loro rimando immediato, ma hanno a loro volta una storia e si aprono a orizzonti molteplici che, come nell’esempio fatto da Bloch, permettono risposte su vari livelli e per diverse prospettive. Lavorando nell’ambito della storia agraria altomedievale, A. Gureviß raccontava di essersi reso conto a un certo punto che le cose quasi gli sfuggivano di mano, e che se inizialmente aveva cercato delle risposte a determinate questioni, in seguito si era sentito come “costretto” a imboccare anche altre direzioni:

Ad alcune delle suddette questioni le mie fonti consentivano di dare risposta, ma subito mi accorsi che esse contenevano anche moltissimo materiale di tutt’altra natura. Tuttavia estrarre di lì questi nuovi dati e porre loro le domande tradizionali risultò impossibile. Si rendeva necessario un questionario in via di principio diverso, bisognava inviare nel lontano passato domande del tutto differenti17.

Ecco in quale misura è possibile cominciare a dare una risposta alla domanda preliminare di cui si diceva sopra. Le fonti che gli storici usano sono molto diverse fra loro perché non corrispondono a un semplice materiale di base, come la calce e i mattoni per un ipotetico muratore: esse non sono mai “pure” e immediate, non sono mai originarie, non sono mai inaugurali, ma sono sempre in stato di eccedenza di senso.
Ora, lo stato di eccedenza dipende dai fattori appena indicati, insieme all’intervento significante dello storico che le istituisce come fonti: in tal senso vanno considerate le classiche distinzioni che gli storici stessi hanno individuato fra i generi di fonti utilizzate, da quelle orali a quelle materiali e quelle scritte, da quelle iconiche a quelle sonore, da quelle statistico-matematiche a quelle letterarie e via di seguito. La differenza fra i generi di storia cui gli ultimi decenni del xx secolo ci hanno abituato (orale, micro, economica, sociale, rurale, delle donne, dei costumi ecc.18) implica e insieme dipende dal tipo di fonti cui si fa prevalentemente riferimento.
A questo punto però occorre riflettere sul verbo “usare” o “utilizzare” che ha messo in rapporto diretto lo storico con le fonti. In che termini si pratica questo rapporto di utilizzazione? Il verbo purtroppo è fin troppo carico di un senso acquisito dall’uso (appunto!), che implica una manipolazione prevalentemente a senso unico da parte del soggetto sull’oggetto. Il senso è quindi soprattutto strumentale, e di fatto spesso le fonti sono state interpretate come gli strumenti (o uno degli strumenti) del lavoro dello storico.
Se vale però quanto accennato sin qui, allora l’uso che lo storico fa delle fonti non è né meramente strumentale, né a senso unico, né soprattutto neutrale od oggettivante. Innanzitutto, l’uso che lo storico ne fa è condizionante, nel senso che è inscindibile dalla sua operazione di “istituzione” o “costruzione” della fonte. Averne consapevolezza significa non incorrere nell’ingenuità epistemologica di considerare la fonte da un punto di vista meramente oggettivistico come qualcosa che è già da sempre là e che attende passivamente di essere utilizzata. In secondo luogo, l’uso dello storico non è qualcosa di determinante, nel senso esclusivo del termine, per cui la fonte si riduce al suo utilizzo ed essendo istituita dall’operare storiografico ne dipende integralmente: la fonte mantiene un’interazione aperta con la pratica dello storico proprio in virtù di quello che si è chiamato la sua eccedenza di senso. In terzo luogo, e in conseguenza di quanto si è appena affermato, lo storico nell’usare una fonte ne è anche in parte condizionato e la sua ricerca prenderà una determinata strada proprio in virtù del genere di fonti utilizzate.
Se allora l’uso delle fonti non è neutrale ed esclusivamente strumentale, esso implica una serie di rapporti assai complessi che mettono in gioco tanto il ricercatore quanto le fonti stesse nella loro intrinseca complessità. Questa complessità, laddove non sia riconosciuta, apre alla possibilità dell’abuso.
Un primo genere di abuso delle fonti, il più comune ed epistemologicamente semplice, è quello di considerarle degli oggetti inerti da cui trarre solo le informazioni che servono, cui lo storico è fondamentalmente estraneo. L’autorità delle fonti viene in questi casi rivendicata come l’unica referenza oggettiva, trasparente e legittima alla prova dei fatti. L’abuso consiste nel concentrare tutta l’attenzione critica sulla referenza oggettiva, e quindi nell’attribuire esclusivamente alle fonti il valore di prova, senza considerare tutta la complessità che è presente già solo sul versante della fonte stessa. Inoltre (ecco ancora l’abuso) si viene in questo modo indotti a “dimenticare” l’inevitabile influenza che il ricercatore, tramite le proprie domande, esercita sulla fonte.
Un secondo genere di abuso consiste nell’isolamento delle fonti dal contesto della loro appartenenza e dalle aperture che esse stesse sono. Questo tipo di abuso è assai più frequente di quanto si immagini, perché subdolo e inapparente. Esso passa spesso per una necessità operativa, da cui l’abuso trae effettivamente origine. Nessuno studioso di storia può tenere costantemente presente il contesto cui una certa fonte appartiene, perché dovendo concentrare la ricerca su un percorso specifico è portato a privilegiare solo quello per cui la fonte gli serve. Il resto non può essere tenuto in considerazione e viene trattato come non necessario. Di qui, spesso, la deriva che spinge a considerare il non necessario come non significativo, inutile o addirittura dannoso. Fino a cancellarlo del tutto.
Un terzo genere di abuso è dovuto all’eccesso selettivo delle fonti, per cui sono considerate valide solo quelle fonti che obbediscono allo scopo preciso che ci si è prefissato, o che corrispondono al modello epistemologico che è alla base della ricerca, sia esso consapevole o meno: tipico è stato a questo proposito il privilegio riconosciuto alle fonti scritte, e più in particolare a quelle che davano informazioni di tipo politico-militare. Anche questo abuso è più frequente di quanto si sarebbe portati a pensare, visto che dagli anni fra le due guerre mondiali del Novecento, in particolare con la nascita delle “Annales” dirette da Bloch e Febvre (1929), le fonti scritte sono state spesso criticate per il loro essere state sempre privilegiate rispetto alle altre. Siccome gli storici, nelle fasi di ricerca pratica, hanno bisogno di materiale significante, e dato che i documenti scritti lo sono in via privilegiata rispetto ad ogni altro per il loro triplice aspetto (appartenenza al passato, essere significanti, essere immediatamente linguistici), ecco che molte ricerche inavvertitamente li privilegiano fino al punto da esserne come soggiogate, nel senso di non ritenere di dover prenderne in considerazione anche altri generi (di qui l’abuso).
È in questo senso che va inteso l’invito accorato di A. Torre sul problema del rapporto fra osservatori e fenomeni osservati nella scienza storica:

non esiste un legame diretto tra sguardo dello storico e fenomeni del passato, ma lo sguardo del primo è costantemente mediato da un insieme di testimonianze […] relative ai secondi. Una riflessione metodologica che non parta da questa condizione costitutiva della ricerca storica rischia di essere limitativa e fuorviante.

Ciò vale anche per coloro che credono nella perfetta trasparenza delle proprie fonti19, cercate o istituite apposta per inseguire un rapporto “diretto” con la realtà. A questa trasparenza si è dovuto rinunciare, ma questa rinuncia è stata talvolta intesa come una resa nei confronti della possibilità di giungere a una qualche realtà e verità storiche. Pochi storici vi si sono rassegnati, e a ragione molti hanno continuato a credere nella possibilità di un uso critico delle fonti per provare a proporre realtà storiche il cui statuto di verità non fosse né meramente retorico, né del tutto arbitrario. «Le fonti vengono intese non tanto come contenitori di informazioni dirette, quanto come prodotto di un dialogo e di un uso reciproco, per quanto asimmetrico» fra diverse forme di attori, fra attori e istituzioni, fra i tempi che vi si sono accumulati sopra (il vissuto degli attori, le sue trascrizioni, le sue conservazioni ecc.) e i diversi sguardi che lo storico vi proietta, ivi compresi quelli dell’istituzione cui egli stesso appartiene.
È questa struttura estremamente complessa che occorre discutere e problematizzare, senza lasciarsi ingannare dall’etimo della parola o dalla consapevolezza critica della non trasparenza: non siamo di fronte a un’alternativa fra realismo e relativismo, come Torre ha ben sottolineato, ma a qualcosa che occorre tematizzare anche da un punto di vista epistemologico, contestualizzandone i contenuti. Perché non c’è un solo modo di usare e istituire le fonti, né c’è un solo modo di trattarle e interpretarle.
Si è detto che le fonti non sono da intendere come materia prima, o materia grezza degli storici, quasi fossero le miniere di ferro e carbone delle scienze (i dati oggettivi): l’epistemologia del Novecento lo aveva dimostrato per le cosiddette scienze esatte già dai primi anni del secolo scorso, ma le ricerche in fisica o in biologia non si sono per questo arenate da qualche parte. In effetti, il problema è innanzitutto un problema filosofico relativo alla ricerca delle origini. Si pensa che nell’ordine del sapere occorra un inizio, qualcosa di solido da cui prendere le mosse: i dati di partenza, oppure le idee o le teorie. La logica induttiva crede che vengano prima i dati oggettivi, e poi le teorie; la logica deduttiva l’inverso. Eppure la scelta non è obbligata fra l’una o l’altra prospettiva, e un’epistemlogia della complessità che lentamente e con difficoltà si è venuta evolvendo negli ultimi trent’anni, tenendo conto anche delle acquisizioni nel campo variegato delle scienze umane, ha cercato di pensare qualcosa di diverso dall’inizio e dall’origine. Ha cercato di pensare “nel mezzo”, a qualcosa come a un nodo, a un incrocio.
Last but not least, anche l’etimo della parola si presta a letture diverse. I rimandi semantici che il lessico propone non sono mai innocenti. La “fonte” lascia intendere qualcosa di sorgivo, tanto è vero che in altre lingue il termine indica direttamente la sorgente (il francese e l’inglese source, il tedesco Quelle), e di qui è facile sottintendere l’origine e la purezza iniziali. Certo, la sorgente in verità non è mai propriamente originaria, perché presuppone una vena d’acqua interna che la fa essere tale. Pochi però ci pensano. Ma in italiano la parola “fonte” può indicare anche l’abbeveratoio. E questo significato è forse più vicino al problema di cui si vuole trattare. L’abbeveratoio non implica necessariamente un’origine, un “primum”, ma al tempo stesso indica l’indispensabile rinnovarsi dell’acqua corrente. Inoltre il suo essere incontaminata ha una forte analogia con ciò che lo storico intende per fonte: è il lavoro dello storico che sporca l’acqua della fonte, e deve sporcarla, ma alla stessa fonte possono abbeverarsi molti animali, perché l’acqua si rinnova (come i punti di vista dei diversi storici). L’abbeveratoio presuppone una canalizzazione delle acque, un lavoro per così dire “a monte”, e poi il suo uso: sta nel mezzo, come un incrocio fra due linee del reale fra loro indipendenti (l’acqua e l’animale). È quindi nel mezzo fra la purezza e la contaminazione, fra le diverse linee del reale che s’incrociano, che è possibile pensare e discutere il problema delle fonti.
Si tratta naturalmente solo di un’immagine metaforica, ma preferire l’abbeveratoio alla sorgente vuole essere una presa di posizione in favore della mediatezza della fonte, che ne conservi ad un tempo la purezza e la necessaria contaminazione dovuta al suo uso. Un po’ come il fare storia, che non ha mai veramente un inizio, né una fine.

Note

* Si ringraziano per la collaborazione e la trascrizione delle registrazioni il Laboratorie esr, Moyen-Âge-Tempes Modernes, Université de Versailles/Saint-Quentin-en-Yvelines e il dott. Giacomo Cuva. Un sentito ringraziamento anche alla prof.ssa Brigitte Marin, che è all’origine dell’idea del seminario per quanto riguarda l’École française de Rome.
1. J. G. Droysen, Istorica, Ricciardi, Milano-Napoli 1966, p. 19.
2. P. Ricoeur, nel suo libro dedicato alla storia, alla memoria e al tempo, suddivide tutta la seconda parte che copre un terzo del libro – e che è dedicata all’epistemologia della storia – in tre parti: la fase documentale (che corrisponde alla raccolta dei materiali e alla loro osservazione), la fase della spiegazione/comprensione (che corrisponde alla critica) e la fase della rappresentazione (che corrisponde alla rielaborazione narrativa dei risultati); P. Ricoeur, La memoria, la storia, l’oblio, tr. it. R. Cortina, Milano 2005.
3. E. Le Roy Ladurie, Tempo di festa, tempo di carestia, tr. it. Einaudi, Torino 1982, pp. 303-13.
4. «Ho deciso di studiare un processo – quello della formazione di gruppi professionali – e questa operazione ha comportato a sua volta una serie di scelte nel modo di procedere e nel modo di confrontarsi con le fonti», scrive S. Cerutti in Processo ed esperienza. La nascita dei corpi di mestiere a Torino fra Sei e Settecento, in J. Revel (a cura di), Giochi di scala, tr. it. Viella, Roma 2007, p. 171.
5. M. Gribaudi, Scala, pertinenza, configurazione, in Revel (a cura di), Giochi di scala, cit., p. 126.
6. Ivi, pp. 127, 130.
7. Per “ideali” s’intende naturalmente tutto ciò che condiziona le idee direttrici di una ricerca, dalle convinzioni politiche agli interessi economici, dai principi filosofici a quelli religiosi, ecc. Quella che L. Althusser chiamava «filosofia implicita degli scienziati», in Id., Filosofia e filosofia spontanea degli scienziati, tr. it. Unicopli, Milano 2000, p. 69.
8. Su questo mi si permetta di rimandare a E. Castelli Gattinara, Pensare l’impensato, Meltemi, Roma 2004, pp. 265-86 (sulla corporeità delle idee).
9. Già M. Bloch e L. Febvre lo sottolineavano con cura nei loro articoli degli anni Trenta, rivendicando il carattere fortemente umanistico che la scienza storica avrebbe dovuto avere e difendere a tutti i costi. Cfr. M. Bloch, Storici e storia, tr. it. Einaudi, Torino 1997 e L. Febvre, Combats pour l’histoire, A. Colin, Paris 1992.
10. G. Galasso, Nient’altro che storia. Saggi di teoria e metodologia della storia, Il Mulino, Bologna 2000, p. 301.
11. L. Febvre, scrivendo a proposito dell’Apologia per la storia di Bloch di cui aveva appena curato la pubblicazione, sottolineava quanto segue: «La storia si fa senza dubbio con i documenti scritti. Quando ce ne sono. Ma si può fare, anzi si deve fare, senza documenti scritti se non ne esistono, e invece ricorrendo a tutto ciò che l’ingegno dello storico gli può permettere di utilizzare per fabbricarsi il suo miele, in mancanza dei fiori abituali. Quindi, con delle parole. Dei segni. Dei paesaggi e delle tegole. Delle forme dei campi e delle erbe infestanti. Delle eclissi di luna e dei gioghi. Delle analisi di rocce compiute da geologi o del metallo delle spade da parte dei chimici. In poche parole, con tutto ciò che essendo proprio all’uomo, dipende dall’uomo, serve all’uomo, esprime l’uomo, significa la presenza, l’attività, i gusti e i modi d’essere dell’uomo. Tutta una parte, e sicuramente la pià appassionante del nostro lavoro di storici, non consiste forse nello sforzo costante di far parlare le cose mute, e di fargli dire ciò che non direbbero da sé sugli uomini, sulle società che le hanno prodotte – e costituire infine fra loro quella vasta rete di solidarietà e d’aiuto reciproco che supplisce all’assenza del documento scritto?», Febvre, Combats pour l’histoire, cit., p. 428.
12. M. Bloch, Apologia per la storia, tr. it. Einaudi, Torino 1978. pp. 67-8, 86.
13. A. D’Orsi, Piccolo manuale di storiografia, B. Mondadori, Milano 2002, p. 62.
14. Ivi, p. 128.
15. È quello che hanno provato a dimostrare i sostenitori di quella corrente di pensiero definita del linguistic turn, il cui capostipite è stato per certi versi Hayden White col suo libro Metahistory, cfr. H. White, Retorica e storia, tr. it. Guida, Napoli 1973.
16. E. Grendi, Ripensare la microstoria?, in Revel (a cura di), Giochi di scala, cit., p. 232.
17. A. Gureviß, Le categorie della cultura medievale, tr. it. Bollati Boringhieri, Torino 2007, p. xxiii. Interessante, a questo riguardo, è quanto racconta Gureviß anche a proposito di un uso differente delle stesse fonti, che può provocare una storia del tutto diversa, come nel caso delle prediche di Berthold von Regensburg del xiii secolo (ivi, p. xxviii).
18. Cfr. P. Burke (a cura di), La storia contemporanea, tr. it. Laterza, Roma-Bari 1993, pp. 16-21.
19. A. Torre, I luoghi dell’azione, in Revel (a cura di), Giochi di scala, cit., p. 302.

E. C. G.

2
Ouvrir les sources au questionnement

Le problème des sources et de leur usage est l’occasion de revisiter la tradition historiographique et épistémologique sous un angle inhabituel. En effet, les sources n’ont pas été un objet central dans la construction du discours sur l’histoire depuis la fin du xixe siècle, ce qui peut sembler un peu paradoxal mais qui peut s’expliquer.
C’est sans doute avec l’école méthodique qu’on rencontre les réflexions les plus approfondies sur le statut des sources et leur usage pour l’historien, par exemple dans l’ouvrage classique de C.-V. Langlois et C. Seignobos, Introduction aux études historiques1. Alors que les historiens travaillaient à construire leur discipline d’un point de vue institutionnel depuis plusieurs dizaines d’années, il importait de lui conférer également un statut scientifique, presque expérimental, pour la distinguer nettement de l’histoire littéraire des siècles précédents. Les sources et leur critique selon une juste “méthode” fournirent donc à ce moment précis l’ancrage dans le réel et dans la science qui permettait de justifier les nouvelles ambitions de vérité du travail de l’historien.
Cette opération épistémologique effectuée à la fin du xixe siècle, dans laquelle la source était considérée comme la matière naturelle de l’enquête historique, a eu une telle importance pour le statut de la discipline qu’elle n’a jamais vraiment été remise en cause depuis, ni même réellement approfondie – le choix du vocable “source” ne faisant que renforcer cette naturalité2. On peut ainsi suivre les débats qui ont parcouru la communauté historienne en s’apercevant que le caractère évident des sources, leur usage, leur critique et leur rôle central dans la définition de l’histoire comme discipline scientifique n’a jamais vraiment fait l’objet de controverse. Les désaccords entre François Simiand et l’école méthodique dans les premières années du xxe siècle, qu’on voit ressurgir sous une autre forme lors de l’apparition de l’école des “Annales” dans les années 1930, mettent aux prises deux manières de construire le raisonnement scientifique de l’historien, entre un pôle idiographique et descriptif et un pôle sociologique et modélisant. Mais les sources, dans un cas comme dans l’autre, ont un statut positif comparable et jamais n’est évoquée l’idée que l’opposition de méthode ainsi décrite puisse être liée à une opposition dans la critique et le traitement des sources. S’il y a plusieurs manières de faire de l’histoire, il semble en revanche qu’il n’y ait qu’une façon de considérer les sources, toute la question étant de savoir que faire du résultat de cette critique.
L’école méthodique et les “Annales”, de même que les historiens de la longue durée et les disciples d’Aron et de Marrou, partagent dans une large mesure une même conviction épistémologique: les sources sont le matériau brut sur lequel l’historien mène ses expérimentations, ou du moins auquel l’historien pose ses questions (qui certes ne seront pas les mêmes selon l’orientation méthodologique de l’historien), car elles sont le seul moyen d’accéder à un passé révolu dont elles permettent la connaissance indirecte, en même temps que le facteur limitant de l’accès à ce passé. Ce relatif accord de principe sur les fondements de la discipline explique la discrétion avec laquelle le problème des sources apparaît dans la littérature historiographique et épistémologique: de Marc Bloch à la microstoria ou à Gérard Noiriel, il ne représente pas un point essentiel de la réflexion, focalisée sur d’autres objets, comme la narration et le récit, la vérité ou encore la visée explicative et/ou compréhensive de l’histoire.
Depuis les années 1980, certains chercheurs ont cependant commencé à mettre en question la nature même du matériau constitué par «les sources» en s’interrogeant sur ses liens avec la pratique de l’histoire, comme en témoignent les travaux de Carlo Ginzburg ou d’Arlette Farge3. En parallèle à un mouvement qui a touché d’autres disciplines des sciences sociales et qui a contribué à mettre l’interrogation sur la construction des sources et leur hétérogénéité au centre du travail scientifique – on peut songer à la statistique ou à la sociologie avec l’exemple d’Alain Desrosières ou de Ted Porter, ou à l’anthropologie dans la foulée de Johannes Fabian, avec les travaux de Nicholas Thomas ou de Michel Naepels4 – ces interrogations nous ont conduit à prolonger notre réflexion dans cette direction.
En effet, les sources sont souvent rejetées hors de l’épistémologie de l’histoire. Depuis la fin du xixe siècle, tout se passe en quelque sorte comme si cette dernière commençait après les sources, qui seraient le refuge de la pure positivité, le point où l’histoire s’arrimait au monde et se différenciait de la philosophie et de la littérature – une sorte de boîte noire, où le travail de critique et d’interprétation ne serait pas sujet à un débat autre que méthodologique, sans qu’il y a matière à une réflexivité véritable. La théorie, la réflexion, l’épistémologie, peu importe le nom qu’on lui donne, ne débuterait qu’après la collecte et la première lecture des sources, au moment où l’historien tenterait de penser un matériau qu’il aurait déjà recueilli, selon le modèle scientifique depuis que Kant a fait de Galilée le héros d’une modernité caractérisée par le fait que c’était l’homme qui posait les questions à la nature. Dans l’épistémologie classique, la nature est hors du discours théorique, elle est ce qui est saisi par lui, et ce schéma a été importé dans l’épistémologie des sciences humaines et sociales, en particulier dans la discipline historique: les sources sont l’équivalent analogique de la nature.
Cependant, de même que les sciences physiques et naturelles ont progressivement intégré à leur épistémologie le problème du statut de leurs propres sources et de leur usage comme preuve, à travers la question de l’observateur et de ses effets sur l’observation ou le problème de l’indétermination relative de l’état de la matière observée, les sciences historiques sont aujourd’hui devant cette même difficulté. Sans doute certains pourront craindre de voir s’insinuer ici un discours relativiste à la racine même de ce qui fonde la prétention scientifique de l’histoire, qui viendrait saper non seulement le point de vue de l’historien, dont on sait depuis longtemps qu’il conditionne le travail historique, mais la positivité même de ses sources. On peut au contraire imaginer une évolution inverse: que le déplacement de la réflexion en amont de la tradition épistémologique, mettant en lumière les conséquences sur la discipline historique de la nature et du statut des sources, permette d’accroître le caractère scientifique de la démarche des historiens5.
Les “sources” ne sont donc pas la “matière brute” du travail de l’historien. Tout d’abord parce qu’elles ne sont pas une matière première donnée à l’historien (on se demanderait bien par qui), mais qu’elles sont des objets, construits par l’historien, c’est-à-dire élevées au rang de “sources historiques”: c’est l’historien qui se donne à lui-même ses sources, et ce faisant, il réalise une opération qui évidemment n’est pas neutre, qui ne peut pas être réduite à la sélection d’un matériau pertinent: cette opération comporte déjà, en soi, un acte de création de sens et détermine la pratique de l’historien. La «phase documentaire», selon l’expression de Paul Ricœur, n’a donc rien d’une activité de sens commun placée sous le signe de la pertinence quantitative, elle constitue au contraire comme une «qualification», pour emprunter une image juridique, qui transforme un fragment de réel en “source”.
Mais d’autre part, cette “source” ainsi constituée n’est pas “brute”, et il faut insister peut-être encore plus sur ce point – car en effet, mettre l’accent sur le rôle de l’historien, de même que sur celui de l’observateur en sciences, n’est pas nouveau. Ce fragment de réel dont on fait une “source” a déjà une organisation qui lui est propre: le monde des vestiges du passé se donne à travers des formes, il possède sa dynamique propre et sa logique, qui préexiste à l’opération de rassemblement par l’historien. En effet, cette “source”, avant d’être instituée par l’historien comme la source de son travail, est toujours le résultat, d’une manière ou d’une autre, de pratiques humaines: la considérer comme “brute” ou “naturelle” n’a pas de sens.
Ce réel est d’abord le fruit et le vestige d’une action, et en ce sens, il est non pas une donnée, mais “un donné”, quelque chose de posé dans le monde, à un moment précis, et dont nous avons hérité. Mais il est aussi le résultat d’une transmission: si ce réel devenu “source” est toujours là pour nous, c’est qu’il a fait l’objet de formes de conservation – c’est même ce qui lui donne tout son sens pour nous: il fait partie de notre monde. Ce qui nous parvient a donc été constitué comme vestige non seulement parce que cela porte la trace de la société qui lui a donné naissance, mais aussi parce que ce vestige a été conservé, c’est-à-dire identifié en tant que vestige par les époques ultérieures, opération dans laquelle de nouvelles significations et de nouveaux usages se sont ajoutés à la dimension originelle de la “source”.
On voit à quelle distance on se trouve de l’idée d’une matière brute: non seulement les sources sont “construites”, mais elles le sont trois fois, une première fois par la société qui leur a donné naissance, une seconde fois par tous les acteurs qui en ont permis la conservation et la transmission, en en modifiant le sens en même temps par une série d’usages dans le temps, et une troisième fois par les historiens qui les ont instituées comme leurs sources.
Prendre au sérieux leur statut, cela signifie donc faire des “sources” l’un des objets privilégiés de l’épistémologie de l’histoire et en développer les conséquences en ce qui concerne la pratique de l’histoire. Avant de se demander si les données qu’elles fournissent peuvent être croisées avec d’autres informations venant d’autres sources, avant de s’interroger sur la mise en récit possible, avant même de pratiquer une méthode critique destinée à discriminer le vrai du faux, il s’agit de prêter attention à la disposition des sources, à leur conformation, à leur dimension matérielle, aux usages dont elles portent la trace et aux formes de transmission qui les ont conduites entre nos mains. Comme nous l’avons dit, les sources ne sont pas du matériau brut pour pratiquer une expérience de physique réitérable, elles sont des vestiges de discours mais aussi d’action, elles sont des fragments d’activité humaine: si on leur confère ce statut, on voit qu’elles doivent faire l’objet d’une archéologie préalable, avant de s’engager dans le travail de construction du discours historique.
Cette démarche ne veut pas dire qu’on abandonne l’impératif scientifique qui consiste à poser les questions et à faire en sorte que les sources donnent des réponses. Cela signifie seulement que pour poser de bonnes questions, et surtout pour obtenir de bonnes réponses, il faut déjà posséder un savoir préalable sur la documentation qu’il n’est possible d’obtenir que par cette opération préliminaire souvent effacée de l’historiographie. Ce savoir préalable est lui-même d’ordre scientifique et historique: comprendre la genèse et la structure d’une source avant d’en faire la critique dans la perspective d’une recherche historique, c’est déjà un travail d’historien, qui est non seulement nécessaire pour ne pas user et abuser de la documentation, mais qui est aussi une autre manière de faire d’interpréter cette documentation. Considérer que l’opération historiographique commence avec une réflexion sur les sources n’est donc pas renoncer à ce que ce soit l’historien qui pose les questions: cela veut dire qu’il faut auparavant “ouvrir” les sources au questionnement, disposer l’univers des possibles en se rappelant que les sources sont la limite du discours de l’historien.
Cette limitation doit cependant être bien comprise: il s’agit d’affirmer que le réel qui constitue les sources n’est pas infini – ce qui ne veut pas dire qu’il soit entièrement connu. Ce rappel peut restreindre les mésusages des sources, mais aussi libérer l’imagination scientifique. On fait souvent de l’imagination une vertu de l’historien, malheureusement pour en donner ensuite une définition triviale: elle serait la faculté de se restituer mentalement la réalité du passé disparu, quelque part entre la rêverie et la remémoration, et apporterait au travail de l’historien un supplément d’âme souvent lié à un style d’écriture. Mais dans une perspective moins romantique et moins triviale, l’imagination scientifique est surtout, un peu comme l’inventio des rhéteurs latins, le moment de réflexion sur la matière du travail, c’est-à-dire sur la constitution de nouveaux protocoles de recherches, de nouvelles manières de lire et de parcourir la documentation pour arriver à repousser les limites de la connaissance apparemment imposées par sa disposition. Or précisément, cette imagination-là – qui va faire qu’en posant certaines questions qui nécessitent une réflexion sur les sources, le chercheur va découvrir de nouvelles manières d’intégrer cette source à son travail – est à l’œuvre précisément en ce point aveugle de l’épistémologie historique qu’est le statut de la source. Préciser la notion de “source” permet aussi de revenir sur les opérations suivantes du travail de l’historien. Cela concerne tout d’abord les conséquences des sources sur l’approche interprétative: quelles opérations intellectuelles l’historien effectue-t-il lors de l’explication et de la compréhension des sources? La tradition épistémologique de l’histoire, mais aussi des sciences sociales, insiste sur ce doublet explication/compréhension, tout en mettant en avant cette dernière et la question du sens de la documentation – ce qui est évident dès la fondation de la critique documentaire. Cependant, nous avons vu que les sources, en réalité, n’étaient pas seulement inscrites dans l’ordre du sens – ou alors, entendu d’une manière qui dépasse largement les frontières de l’herméneutique traditionnelle, incluant n’importe quel effet de l’action humaine. Si les sources sont l’ensemble des traces produites, puis transmises et conservées, enfin constituées en tant que sources par l’historien, elles s’écartent de la “naturalité” parce qu’elles sont toujours le résultat d’une action humaine, mais cela ne veut pas dire que leur sens se réduit à leur signification explicite ou même latente mais langagière. Les sources sont d’abord des inscriptions matérielles du passé dans le monde, et ne sont pas, à proprement parler, des textes – ou seulement dans un second temps: réduire les sources à des textes, c’est leur enlever leur dimension matérielle, ce par quoi elles sont le fruit de pratiques et non seulement de représentations, et c’est aussi se couper de beaucoup de sources qui ne sont pas textuelles, et de beaucoup de traits qui ne sont pas textuels dans les sources textuelles conservées.
En ce sens, une épistémologie générale de l’histoire ne peut pas, à partir d’une définition rigoureuse des sources insistant sur leur caractère artefactuel, se réduire à une opération herméneutique – à moins d’élargir presque indéfiniment les frontières de l’herméneutique. Il paraît plus raisonnable de considérer que l’herméneutique et la reconstruction du sens sont des outils à la disposition de l’historien, de même que la critique au sens sociologique, mais que ces deux dimensions appartiennent plus généralement à une archéologie générale des vestiges qui est au fondement du travail de l’historien. Ce dernier s’abuse – et abuse des sources – quand il croit se livrer en lisant ses sources à une simple “interprétation” de textes, comme le philosophe ou le critique littéraire: c’est qu’il méconnaît tout ce que son travail doit à une réflexion sur les supports, les matières, les détails de toute sorte, tous les indices matériels qui sont déterminants dans l’enquête historique, avant même de poser la question de ce qu’un document veut dire. Une réflexion claire sur les sources permet donc aussi d’éclairer le genre d’opération que l’historien effectue quand il “interprète”: il enquête, il soupèse, il mesure, non pas seulement le sens de ce que les documents disent, mais d’abord les pratiques qui ont donné naissance à ce sens, à ces mots, à ces objets, à l’ensemble de ces traces qui pour l’essentiel ne s’adressent pas à lui.
Dernier moment de réflexion, l’écriture de l’histoire: dans quelle mesure les sources apparaissent-elles dans la narration de l’historien? Cette question se divise en deux directions. La première est celle de la légitimité de l’opération de synthèse: comment est-ce possible de créer un discours synthétique visant à la vérité à partir d’informations venant de sources extrêmement différentes? Il est possible de répondre en théorie à cette question en disant que l’ensemble de ces sources parlent du même monde, ou ont été produites par le même monde, et que dès lors, elles fournissent des éclairages différents sur une même réalité. Cependant, ce postulat harmonieux se heurte dans la pratique à de nombreux obstacles: certaines sources se contredisent, ce que savaient déjà bien les historiens de l’école méthodique, mais, ce qui est plus grave, certaines sources n’ont pas de rapport. On veut dire par là que les conditions de leur production, quoique contemporaines, ont été tellement différentes qu’il n’est pas possible de les faire coïncider, d’additionner leurs données pour produire du sens. Cela peut dans certains cas être évident: ainsi, pour des sociétés très anciennes où il ne reste que quelques textes et des vestiges archéologiques, l’effort est vain le plus souvent, et conduit à des erreurs de méthode. Mais c’est parfois moins clair aux yeux de l’historien: dans des sociétés où la documentation et les objets sont richement conservés, on aura tendance à croire que le croisement des sources est plus facile, or ce n’est pas toujours vrai. La question de savoir dans quelle mesure il est possible d’ajouter une information à une autre reste toujours posée – à ce titre, le livre fameux d’Arsenio Frugoni sur Arnaldo da Brescia paru en 1954 fournit toujours un paradigme remarquable.
Ces observations n’ont pas pour visée de réduire le discours de l’historien ou son espoir d’améliorer notre connaissance des sociétés anciennes, mais simplement de souligner que l’épistémologie de l’histoire, en négligeant de réfléchir à ce qu’est une source, finit par considérer comme évident qu’on puisse ajouter les données les unes aux autres, reflétant l’unité du réel, sans plus de question. Il pourrait paraître essentiel, au contraire, que dans chaque situation documentaire, la charge de la preuve soit inversée, et qu’il appartienne à l’historien de prouver la pertinence d’un croisement des sources et sa légitimité, plutôt que de la postuler: on verrait alors non pas se dissoudre le propos de l’historien, mais se déployer la diversité du réel, sa conflictualité parfois: les Arnaldo da Brescia, loin de constituer l’exception, sont peut-être la norme des enquêtes historiques. Ceci passe par l’intégration des sources à l’écriture même de l’historien, à un discours qui a toujours tendance à colmater toutes les brèches, à agir comme un ciment puis un enduit, de sorte que le mur, finalement, se présente comme une façade unie et impénétrable, dissimulant la diversité des matériaux qui le constituent.
C’est ainsi qu’on arrive au second volet de cet ultime point: quelle doit être la présence narrative concrète des sources? L’historien a souvent tendance à dissimuler ses sources dans les notes de bas de page, leur présence narrative étant limitée à des occurrences textuelles: il s’agit, ponctuellement, de faire entendre la voix du passé, en quelque sorte. Or cette opération de convocation qui produit un effet de réel masque la complexité du problème épistémologique et ramène une fois de plus au malentendu de départ: puisque les sources sont un matériau naturel et textuel, qu’il suffit de comprendre et d’expliquer, il n’a plus ensuite qu’à figurer en note pour être vérifié, les meilleurs morceaux ayant droit de cité dans le corps même du texte comme illustration. Lorsque les sources sont présentées pour elles-mêmes, c’est dans des chapitres séparés ou bien dans l’introduction, comme s’il s’agissait de cantonner la question, de la régler pour pouvoir ensuite produire un discours historique homogène. L’hétérogénéité des sources est ainsi refoulée alors même que le récit pourrait en faire un objet même du raisonnement, un appui, une figure, et qu’il gagnerait ainsi une dimension historique supplémentaire, en même temps qu’une plus grande adéquation au statut de ces sources.
On peut ici se rappeler ce qu’écrivait Marc Bloch dans l’Apologie pour l’histoire:

En tête des ouvrages historiques du genre sérieux, l’auteur place généralement une liste des cotes d’archives qu’il a compulsées, des recueils dont il a fait usage. Cela est fort bien. Mais cela n’est pas assez. Tout livre d’histoire digne de ce nom devrait comporter un chapitre ou, si l’on préfère, insérée aux points tournants du développement, une suite de paragraphes qui s’intituleraient à peu près: «comment puis-je savoir ce que je vais vous dire?» Je suis persuadé qu’à prendre connaissance de ces confessions, même les lecteurs qui ne sont pas du métier éprouveraient un vrai plaisir intellectuel. Le spectacle de la recherche, avec ses succès et ses traverses, est rarement ennuyeux. C’est le tout fait qui répand la glace et l’ennui6.

Si l’historien reste le maître d’œuvre du discours, il faudrait peut-être qu’il accepte parfois de montrer les limites de celui-ci, les sutures, les contraintes, ce qui ne serait en réalité qu’une manière d’accroître sa portée scientifique et sa capacité de généralisation, en donnant dans son écriture la place que les sources méritent au vu de leur position centrale dans l’ensemble de l’épistémologie de l’histoire.

Notes

1. C.-V. Langlois et C. Seignobos, Introduction aux études historiques [1898], préface de M. Rebérioux, éd. Kimé, Paris 1992, voir en particulier le livre i, Les connaissances préalables, pp. 27-61, et le livre ii, section i, Critique externe (critique d’érudition), pp. 71-122.
2. J. Morsel, Les sources sont-elles “le pain de l’historien”?, dans “Hypothèses”, 2003; Id., L’historien et «ses» «sources», Publications de La Sorbonne, Paris 2004, pp. 273-86, sur ce point, pp. 275-9.
3. C. Ginzburg, Miti, emblemi, spie. Morfologia e storia, Einaudi, Torino 1986; A. Farge, Le Goût de l’archive, Le Seuil, Paris 1989.
4. A. Desrosières, La politique des grands nombres. Histoire de la raison statistique, La Découverte, Paris 1993; Th. M. Porter, Trust in Numbers. The Pursuit of Objectivity in Science and Public Life, Princeton University Press, Princeton 1995; J. Fabian. Le temps et les autres. Comment l’anthropologie construit son objet [1983], Anacharsis, Paris 2006; N. Thomas, Hors du temps. Histoire et évolutionnisme dans le discours anthropologique [1989], Belin, Paris 1998; M. Naepels, Histoires de terres kanakes, Belin, Paris 1998.
5. Ces réflexions s’inscrivent dans le prolongement de travaux déjà publiés, comme la remarquable présentation de J. Morsel citée précédemment, le tome 125 (2004) de la “Revue de Synthèse” intitulé Fabrique des archives, fabrique de l’histoire, ou encore les remarques d’A. Torre sur le statut de la documentation dans la microstoria, I luoghi dell’azione, Giochi di Scala. La microstoria alla prova dell’esperienza, Viella, Rome 2006, pp. 301-17.
6. M. Bloch, Apologie pour l’histoire, ou Métier d’historien [1949], éd. annoté par E. Bloch, préf. de J. Le Goff, Armand Colin, Paris 1997, p. 82.

E. A