L’invenzione delle città capitali.
Archeologia e spazi pubblici
ad Atene e Roma*

di Vittorio Vidotto

Alla nascita di due nuovi stati nazionali, Grecia e Italia, corrisponde l’invenzione di due nuove città capitali: Atene e Roma. Città antichissime ma chiamate a un nuovo ruolo.
Nel 1834 Atene diventa capitale della Grecia indipendente. Nel 1861 Roma viene designata capitale dal Parlamento italiano e nel 1870 viene conquistata dall’esercito: l’anno dopo assume in pieno le funzioni di capitale dello Stato unitario italiano, subentrando a Firenze che lo era stata dal 1864. Capitali inevitabili entrambe per la forza della loro dimensione simbolica in grado di mettere a tacere tutte le opposizioni. Entrambe le città devono misurarsi con il loro passato, antico e recente. E costruire una nuova immagine e una nuova identità da questo rapporto. L’archeologia, intesa qui come tutela e gestione della memoria dell’antico, contribuisce a definire l’uso, i caratteri e gli stili dei nuovi spazi pubblici.
Atene è un piccolo borgo di poche migliaia di abitanti disseminato di rovine per la lunga guerra di indipendenza e segnato da una forte eredità ottomana. Il suo principale monumento storico, il Partenone, ospita al suo interno una moschea. La liberazione dell’acropoli appare subito come uno dei compiti fondamentali del nuovo regno. Si tratta di eliminare anche i numerosi piccoli edifici che ingombrano la spianata. Ma l’operazione è lunga (la moschea rimane fino al 1843) e solo alla fine del xix secolo prende l’avvio un ampio restauro del Partenone. L’acropoli del resto è uno dei fulcri dei primi piani urbanistici della città tanto nella versione di Kleanthes e Schaubert che nella revisione apportata da von Klenze: entrambi prevedono una nuova struttura viaria a tridente tesa ad inquadrare l’acropoli con un asse centrale (Odos Athìnas) che costituisce un lungo cannocchiale prospettico puntato sui propilei. Questo assetto rimane immutato per quanto quei piani venissero, come i successivi, largamente disattesi.
A differenza della capitale italiana che utilizza per le sue funzioni pubbliche gli edifici della Roma rinascimentale e barocca, Atene parte da zero. Si costruisce prima la residenza reale per Ottone di Baviera (F. von Gärtner, 1836-40, dal 1935 sede del Parlamento), poi l’Università (H. C. Hansen, 1839-49), l’Accademia e la Biblioteca nazionale (Th. Hansen, 1859-85 e 1887-92) la cosiddetta Athenian Trilogy, il Parlamento (Fr. Boulanger, 1858-74), il Politecnico (L. Kaftanzoglou, 1862-80) il Museo archeologico nazionale (L. Lange, P. Kalkos e E. Ziller, 1866-89) e un palazzo delle esposizioni, lo Zappeion (Fr. Boulanger e Th. Hansen, 1874-88). Molti edifici pubblici sono costruiti col finanziamento di ricchi mercanti e capitalisti greci della diaspora.
Tutti questi nuovi edifici e molte residenze private adottano lo stile neoclassico. A imporlo sono gli architetti tedeschi, danesi, greci e francesi che operano ad Atene, alcuni legati all’insegnamento di Karl Friedrich Schinkel. Lo stesso Schinkel, senza essere mai stato ad Atene, inventa per l’Acropoli, riprendendo i progetti napoleonici per il Campidoglio, un palazzo reale che ingloba il Partenone nei suoi giardini.
Il neoclassicismo è il linguaggio della modernità occidentale con cui intende misurarsi la nuova Grecia grazie alla mediazione artistica degli architetti di corte della Baviera, protagonisti della fase iniziale della trasformazione della città. Ma il neoclassicismo non è solo lo stile internazionale dei primi decenni dell’Ottocento: ad Atene assume la funzione di rispecchiamento dell’antico e fornisce una legittimazione culturale e artistica al rapporto privilegiato con l’antichità classica.
Pur essendo il linguaggio dominante, il neoclassicismo deve confrontarsi con l’altra grande opzione culturale della Grecia indipendente, quella fondata sul rapporto con Bisanzio e l’impero bizantino: questa tradizione, radicata nella confessione ortodossa, è uno dei principi ispiratori della megali idéa, il grande progetto di espansione e riconquista della nazione greca a spese dell’impero ottomano. Non sorprenderà quindi che gli stessi architetti neoclassici costruiscano in stile neobizantino la nuova cattedrale di Atene (Megàli Mitròpolis: Th. Hansen, D. Zezos, Fr. Boulanger, 1842-60).
D’altro canto l’idea nazionale greca è sempre più legata alla convinzione che la Grecia classica sia la culla della civiltà occidentale: e questa è soprattutto l’immagine in cui la colloca lo sguardo degli stranieri. Simbolo ed emblema della Grecia classica è il Partenone che assume gradatamente il duplice ruolo di monumento nazionale e di monumento universale. A questo risultato si arriva con due operazioni parallele. Da un lato il lungo e sistematico restauro volto a riportare l’Acropoli al livello del v secolo a. C., all’età di Pericle, cancellando non solo le tracce della dominazione turca ma anche di quella dello stato crociato (il ducato di Atene, 1205-1461), con l’abbattimento della Torre franca situata accanto ai propilei. Dall’altro l’utilizzazione dell’Acropoli e dello spazio antistante al Partenone come luogo di cerimonie e celebrazioni politiche. La prima occasione è la festa organizzata da Leo von Klenze, il 28 agosto 1834, in onore del giovane re: all’interno del Partenone Ottone seduto su un trono, adorno di alloro e di rami di olivo e di mirto, attorniato dai maggiorenti locali e dalla guarnigione militare, ascoltò il discorso di Klenze che lanciava il programma di restauro dell’Acropoli: «Tutti gli avanzi della barbarie verranno rimossi, qui come in tutta la Grecia, e le testimonianze del glorioso passato verranno riportate alla luce a fondamento del presente e di un futuro altrettanto glorioso» (Bastéa, 2000, p. 102). Nel 1933 il centenario della liberazione di Atene e del Risorgimento greco (Palingenesia) viene celebrato sull’Acropoli il giorno di Pasqua, giorno della Resurrezione e principale festività religiosa greca.
Fin dal 1833 sull’Acropoli svetta la bandiera greca: fu quindi sentita come un gravissimo affronto al sentimento nazionale la sua sostituzione con la bandiera tedesca durante gli anni dell’occupazione, 1941-44. L’evzone, il milite della guardia nazionale greca, cui fu ordinato di ammainare la bandiera si avvolse in essa e si gettò giù dall’Acropoli. Poco tempo dopo due giovani diciottenni riuscirono nell’impresa di sostituire la bandiera greca a quella della Germania nazista, lanciando un fortissimo segnale patriottico alla Resistenza. E negli anni del dopoguerra la liberazione dai tedeschi si celebrò con la cerimonia della bandiera sull’Acropoli. Anche oggi ogni giorno la bandiera viene issata sull’arce sacra, il podio monumentale della nazione greca.
L’altro grande evento pubblico che lega indissolubilmente la storia antica e i luoghi classici all’immagine della Grecia moderna sono le Olimpiadi del 1896 tenute nel sito dell’antico stadio delle Panatenaiche, ricostruito e rinnovato per quell’occasione. Quell’evento proiettò la Grecia nella modernità internazionale come erede legittima del mondo classico: un’immagine che si è cercato di rinnovare e confermare con le Olimpiadi del 2004.

L’invenzione della capitale a Roma segue un percorso completamente diverso: innanzitutto perché la città deve confrontarsi con la preesistente capitale dello Stato ecclesiastico. Il Parlamento, la reggia, i ministeri, i tribunali e tutti gli uffici pubblici si istallano nei precedenti edifici del potere ecclesiastico: la reggia nella residenza estiva dei papi, la Camera dei deputati nel tribunale, i ministeri e le caserme nei conventi espropriati.
Roma è caratterizzata da un’evidente debolezza simbolica delle istituzioni rappresentative. Mentre tutta Europa costruisce i parlamenti dell’età liberale, la Camera dei deputati e il Senato italiani rimangono ospiti in palazzi rinascimentali e barocchi. Consapevole di questo limite, Francesco Crispi propone nel 1888 di costruire un nuovo Parlamento a Magnanapoli, sul colle sovrastante i fori romani. Nella convinzione (come recitava la relazione sulla scelta del luogo) che sarebbe stato «veramente anormale che in Roma l’edificio più importante della nazione avesse a sorgere senza formare contrasto cogli avanzi delle passate grandezze» (Vidotto 2001, p. 87). Ma la sconfitta politica di Crispi, nel 1896, non consente che il progetto venga realizzato.
La nuova Roma ha un problema di visibilità accentuato dal confronto con l’imponente mole di San Pietro e dei palazzi vaticani, lontani dal centro cittadino ma dominanti il panorama urbano. Manca inoltre alla capitale un monumento nazionale.
Quello che la geografia e la storia hanno consegnato alla nuova Atene, l’Acropoli e il Partenone, non ha equivalenti a Roma dove manca un monumento antico che possa risolvere i due problemi insieme.
Il Pantheon, collocato in uno dei settori più bassi della città, è nascosto dal fitto tessuto urbano circostante ed è dedicato alla memoria della dinastia regnante come luogo di sepoltura dei re d’Italia: di Vittorio Emanuele ii nel 1878 e del figlio Umberto i, ucciso da un anarchico, nel 1900. Monumento più di cordoglio che di celebrazione.
Il Campidoglio, l’acropoli di Roma, da secoli simbolo del potere cittadino è difficilmente convertibile in simbolo nazionale, non è molto visibile dal basso ed è per di più sovrastato dalla chiesa medievale di Santa Maria d’Aracoeli.
Il doppio problema della visibilità e dell’assenza di un monumento nazionale viene risolto a partire dal 1885 con la costruzione sul lato nord del Campidoglio del grande monumento a Vittorio Emanuele ii, progettato da Giuseppe Sacconi in stile greco-romano. Inaugurato nel 1911, cinquantenario dell’Unità d’Italia, si può dire completato solo nel 1925. Il Vittoriano (il nome che assume dopo la vittoria italiana nella prima guerra mondiale) è insieme il monumento nazionale e il nuovo Campidoglio dell’Italia unita: uno statuto definito nel 1921 con la tumulazione del milite ignoto ai piedi dell’Altare della Patria. Con i suoi 135 metri di larghezza e 70 di altezza (81 con le quadrighe e le vittorie alate) il Vittoriano sovrasta l’antico Campidoglio, copre la chiesa di Aracoeli ma soprattutto col suo alto colonnato costituisce lo sfondo dell’asse centrale del tridente ideato da Sisto v alla fine del Cinquecento. Alla visibilità centrale, limitata da lontano dalla ridotta sezione di via del Corso, si aggiunge il più invitante cannocchiale prospettico da piazza dell’Esedra lungo via Nazionale, l’asse della nuova Roma ottocentesca, che inquadra il colonnato laterale del Vittoriano restituendo l’illusione dell’aprirsi di un antico scenario monumentale. E in effetti il Vittoriano rappresenta la quinta scenica che definisce il rapporto con il foro romano e il Colosseo. Un risultato che si ottiene solo dopo gli sventramenti voluti da Mussolini e la costruzione di un largo viale di collegamento (via dell’Impero, oggi via dei Fori Imperiali) che attraversa i fori verso il Colosseo. Via dell’Impero (1932) e la successiva via dei Trionfi (1934), la sistemazione del Circo Massimo, la via del Mare, l’isolamento del Campidoglio dalle costruzioni circostanti individuano un grande quadrilatero che ha i suoi punti nodali da un lato nel Vittoriano e nel palazzo Venezia (sede del duce), dall’altro nel Colosseo e nell’arco di Costantino. Questo nuovo paesaggio monumentale diviene la sede delle manifestazioni del regime ed è chiamato a legittimare i successi del presente in un confronto diretto con le testimonianze di un grande passato. L’invenzione del nuovo paesaggio monumentale rappresenta il principale lascito del fascismo: un intervento fondato su una rivisitazione della storia, che piega l’antico a un nuovo uso pubblico, fondamento di una continuità storica giustificata interamente nella dimensione della politica. La collaborazione e il consenso degli archeologi testimonia il nesso fortissimo fra archeologia e politica e conferma l’idea largamente diffusa che operazioni di questo tipo restituivano vitalità e attualità ai ruderi antichi.
Se torniamo a un confronto tra le due capitali, credo si debbano sottolineare ancora una differenza e un’analogia. Mentre ad Atene si sviluppa un linguaggio monumentale unitario per gli edifici pubblici, il neoclassicismo, a Roma il Vittoriano rappresenta un’eccezione e l’intervento prevalente nella città storica è rappresentato dalla successiva creazione di nuovi paesaggi monumentali. Mentre i maggiori edifici monumentali del fascismo, quelli del Foro Mussolini e dell’incompiuta e42, si collocano al margine della città.
Per entrambe le città le Olimpiadi rappresentano un passaggio decisivo di legittimazione internazionale. In particolare, per Roma le Olimpiadi del 1960 consentono di liberare dal legame col fascismo gli spazi monumentali della Roma antica, restituendoli a una nuova fruizione: un passaggio rafforzato dallo spettacolare vittoria nella maratona dell’ex suddito dell’impero coloniale italiano, l’etiope Abebe Bikila, giunto trionfante sotto l’arco di Costantino.
Oggi, in entrambe le città, gli spazi monumentali pubblici e l’archeologia sono affidati alla dominante fruizione di un turismo cosmopolita che mette decisamente in secondo piano la loro originaria funzione nazionale e nazionalista.

* Versione italiana del paper presentato alla Eight International Conference on Urban History, Stoccolma, 30 agosto-2 settembre 2006.

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