La banalità della democrazia.
Manuali, catechismi e istruzioni elettorali per il primo voto a suffragio universale
in Italia e in Francia (1848-49)

di Gian Luca Fruci

 

1
Istruire ed educare

Le elezioni che si svolgono sotto la Seconda Repubblica francese e durante il momento democratico italiano del 1848-49 costituiscono, insieme alle coeve consultazioni per il Consiglio nazionale della nuova Confederazione elvetica, la prima realizzazione europea di quello che gli attori politici del tempo chiamano «suffragio universale»: l’esercizio del voto diretto da parte di tutti i cittadini (maschi) maggiorenni per la nomina di rappresentanti di un’età minima identica o di poco superiore (20 anni il requisito per l’elettorato sia attivo che passivo in Svizzera, rispettivamente 21 anni per l’uno e 25 per l’altro al di qua e al di là delle Alpi). A differenza dell’esperienza elvetica, dove la Costituzione del 12 settembre 1848 si pronuncia soltanto sulla composizione e sulle competenze del corpo elettorale, delegando agli usi e alle norme cantonali l’organizzazione del processo rappresentativo federale1, i repubblicani e i radicali francesi e italiani affrontano contestualmente (e con legislazioni uniformi) la sfida della mise en œuvre della democrazia elettorale, partendo da una comune matrice di cultura politica, che si delinea in parallelo fra il periodo direttoriale – corrispondente al triennio repubblicano e patriottico nella penisola – e la prima metà dell’Ottocento2. In Francia, il suffragio universale è concepito dai protagonisti del 1848 come veicolo di pacificazione sociale e d’integrazione politica, mentre in Italia, anche e soprattutto attraverso il mito mazziniano e montanelliano della Costituente, è pensato come il sacramento dell’unità in costruzione e definito, non a caso, «suffragio nazionale» dallo stesso Mazzini3. Una simile analogia di immaginari politici emerge con chiarezza dall’analisi di forme e contenuti della produzione pedagogica – non di rado in foglio volante – sul e per il voto universale, che conosce un’autentica esplosione editoriale in Francia e un’ampia diffusione in varie realtà della penisola fra la primavera del 1848 e l’inverno del 1849. Questa vasta e variegata letteratura si pone l’intento di raggiungere, per prepararlo alla celebrazione del «rito elettorale» democratico (prefigurato normativamente come «sacro» e «solenne»), lo spettro più ampio possibile di cittadini che sono chiamati ad esercitare con il loro suffragio quella che Ledru-Rollin – ministro dell’Interno del Governo provvisorio della Seconda Repubblica – denomina con espressione icastica la «grande souveraineté»4.
Questo contributo si fonda sulla ricognizione di un corpus limitato ma rappresentativo di testi (una cinquantina in totale, equamente distribuiti fra pubblicazioni italiane e francesi, selezionate in base al successo editoriale, al prestigio degli autori, alla ricezione pubblica) e si divide in due parti. La prima centrata sulle forme, la seconda sui contenuti della letteratura di istruzione elettorale per la nomina delle assemblee costituenti francese, romana, toscana e dei tre parlamenti veneziani nonché della (irrealizzata) Assemblea costituente del Regno dell’Alta Italia e dell’immaginata Costituente nazionale da convocarsi a Roma5.
In primo luogo, intendo presentare una panoramica degli aspetti morfologici e argomentativi di una produzione editoriale debitrice tanto ai modelli del periodo rivoluzionario quanto alla letteratura sorella che ne eredita la funzione nella prima metà dell’Ottocento (almanacchi repubblicani francesi, opuscoli in forma dialogica promossi dalla Giovine Italia)6, concentrandomi sui due generi più diffusi – il catechismo a domanda e risposta in Italia, il manuale in forma di breve trattato in Francia – ed evidenziando come la commistione dei generi sia la cifra caratteristica dei testi del 1848-49. In secondo luogo, mi propongo di puntare i fuochi analitici su una serie di discorsi e imperativi ricorrenti in questa pubblicistica, allo scopo di tratteggiarne le peculiarità formative e tematiche, sia nei confronti di quella del precedente periodo rivoluzionario che si caratterizza per le finalità rigenerazioniste in nome della virtù, sia rispetto a quella della seconda metà dell’Ottocento che fa appello alla ragione nell’intento di costruire un cittadino votante libero, autonomo e consapevole7.
Nel Quarantotto è dominante il proposito di una socializzazione elettorale corale e inclusiva, che interpreta secondo moduli prevalentemente emozionali i capisaldi dell’intera letteratura pedagogico-politica di origine rivoluzionaria, riconducibili alle coppie di termini educare-educazione (nel senso di plasmare le coscienze) e istruire-istruzione (nel senso di trasmettere un sapere più o meno complesso)8. La spontaneità e l’entusiasmo sono presentati come i «caratteri originali» di un processo di progressiva familiarizzazione al voto, pensato nella sua dimensione collettiva e non individualistica all’interno di un quadro interpretativo tanto più rassicurante quanto più arcaicizzante della dinamica rappresentativa democratica. Il suffragio universale è, infatti, raccontato come un istituto antico e usuale dal discorso che ne rappresenta l’«avvento» come il coronamento circolare di una sorta di «storia infinita» dell’esercizio della sovranità popolare, che si tratta non tanto di conquistare, ma semplicemente di restaurare, traducendola operativamente in forme moderne. L’atto elettorale democratico, invece, è continuamente configurato come un gesto semplice e banale, a partire dall’idea prevalente di una propensione cognitiva naturale del «popolo elettore» – in quanto corpo olistico – al riconoscimento e alla scelta dei migliori, che lo spirito del Quarantotto disegna quali «uomini qualunque», forniti soltanto di buon senso e onestà personale, ma rigorosamente repubblicani e patrioti.

2
Catechismi e manuali

In Italia la pubblicistica di pedagogia elettorale quarantottesca prende molteplici forme e titolazioni (consigli, indirizzi, avvertenze, spiegazioni, istruzioni, nozioni, delucidazioni), ma il modello più diffuso è quello dialogico breve – fondato su replica e controreplica – dei catechismi. In Francia, accanto agli opuscoli sintetici costruiti sulla conversazione di due controparti, rivestono un ruolo preponderante dei testi più lunghi come il manuale e la guida, inaugurati a partire dal periodo della Restaurazione e della Monarchia di luglio9.

2.1
Archeologia e morfologia dei testi dialogici

Gli antecedenti diretti dei catechismi elettorali quarantotteschi sono quelli morali, politici, civici, costituzionali e patriottici della Grande Rivoluzione e del triennio repubblicano 1796-99, allorquando la parola “catechismo” – uno dei numerosi esempi di laicizzazione del lessico religioso già in corso durante il Settecento – assume definitivamente il doppio senso (mantenuto anche successivamente) di «esposizione orale, lezione» e di «libro»10. Gli archetipi sono, invece, da rintracciare non solo nell’ampio corpus catechistico della dottrina cristiana (cattolica e protestante), ma anche nella tradizione laica, che si dota progressivamene di consimili strumenti di acculturazione sui temi più disparati, a partire dai catechismi filosofici, massonici e agrari settecenteschi11.
Nel 1848-49, il dialogo elettorale è pubblicato in foglio volante, in opuscolo o a puntate come romanzo d’appendice sui periodici politici. Due sono le varianti principali di questa tipologia testuale: da un lato, lo schema classico dell’alternarsi conciso di domanda e risposta; dall’altro, la struttura teatrale con due o più personaggi, di cui si conoscono pochi dati essenziali: nome, professione e stato sociale. Materiali di quest’ultimo genere sono diffusi soprattutto nella penisola e già ampiamenti utilizzati fra anni Trenta e Quaranta, in particolare dall’attore-scrittore Gustavo Modena nelle sue operette di divulgazione mazziniana e nazional-patriottica12. Nell’esplosione rivoluzionaria della presa di parola pubblica, le conversazioni elettorali sono declamate nei circoli, nei caffè, nelle osterie, così come negli spazi aperti, per strada e nelle piazze, in modo da raggiungere un pubblico analfabeta o illetterato, ma attratto da ogni forma di spettacolo riconducibile al teatro, che – per tutto il Risorgimento – si rivela un formidabile vettore di nuove idee nonché di autentici modelli di stile politico13. Non di rado, queste brevi sceneggiature conoscono edizioni differenti a seconda dei contesti, dei momenti politici e del tipo di (e)lettori e uditori ai quali si indirizzano, presentando qualità di adattamento performativo e di figuratività tipologica che ricordano la commedia dell’arte14. Un caso esemplare è rappresentato dall’opuscolo Cosa debba intendersi per Costituente e che cosa è l’Assemblea costituente romana. Catechismo popolare. Dialogo fra Maestro Piero, Gerolamo, e Tommaso, contadini, pubblicato da Salvatore Anau nel 1849 a Ferrara presso la Tipografia Bresciani e ristampato anonimo – nella forma (riadattata e più breve) del foglio volante – a Roma dalla Tipografia Natali con il semplice titolo di Che cos’è l’Assemblea Costituente Romana. Nella versione capitolina (e quindi, presumibilmente, di ricezione urbana) il contadino Gerolamo scompare, Padron Gioacchino calzolaro sostituisce Maestro Piero, mentre il garzone di falegname Pippetto prende il posto dell’altro contadino Tommaso15.
I catechismi dell’arte possono richiamarsi e collegarsi l’uno all’altro, come nel caso del Catechismo militare per le vicine elezioni alla Costituente Romana Italiana. Dialogo fra un basso Ufficiale, un Caporale di Linea, un Carabiniere ed un soldato di Finanza ed in ultimo un Cittadino (pubblicato nel 1849 a Ferrara sempre presso Bresciani), in cui uno dei protagonisti – il caporale Ciacci – dichiara all’inizio di avere appena riletto «il Dialogo fra Maestro Piero e due Contadini», mentre il Carabiniere assicura all’Ufficiale retrogrado: «Sig. Ufficiale, ma dopo letto quel dialogo, tutti capiscono cosa sarà la Costituente Romana». Questi riferimenti intertestuali fanno pensare a una sequenza concatenata di atti teatrali, recitati e messi in scena uno di seguito all’altro per completarsi vicendevolmente all’interno di una sorta di unica e lunga pièce della pedagogia politico-elettorale quarantottesca, in cui si riscontrano due possibili modalità discorsive dal punto di vista della relazione fra i protagonisti. La prima è la versione verticale della conversazione – di solito presentata nell’incipit come casuale – fra chi sa e chi non sa, in cui l’uno istruisce l’altro:

Padron Gioacchino vecchio padronale di una calzoleria, mentre sere indietro, era per chiudere la porta del suo negozio dopo l’ora di veglia, vide passare Pippetto giovane falegname suo figliano e salutatolo, lo invitò ad entrare da lui in bottega. Quivi si mettono a parlare del più e del meno come si usa, e discorso facendo, ebbe luogo fra loro il seguente dialogo16.

La seconda versione è, invece, la pratica orizzontale del colloquio paritetico fra portatori di posizioni opposte, secondo lo schema binario reazione-progresso, errore-verità, in cui alla fine i patrioti fautori della democrazia riescono a convincere i partigiani dell’Antico Regime che fanno pubblica ammenda e si convertono alla «giusta» posizione. Nel citato Catechismo militare, sotto l’incalzare delle argomentazioni serrate dei suoi interlocutori, il «basso Ufficiale» sostenitore del papa-re ammette di essere stato fino a quel momento traviato e invita a partecipare alle elezioni per la Costituente, contravvenendo proprio al divieto pontificio:

A dirvela schietta avete più ragione di me. Io non vi parlava per convinzione; ma se sapeste! Vi sono certi birboni che sembrano perle, e che vengono all’orecchio e dicono mille improperii dei liberali, e del Governo attuale; e vorrebbero indurci ad incominciare noi la guerra civile. Maledizione a coloro che ne hanno solo il pensiero. Noi siamo Italiani. […] Su camerati, votiamo per la Costituente, e votiamo per dei galantuomini17.

Dal punto di vista della strategia comunicativa, i catechismi e i dialoghi costituenti si basano sulla reiterazione continua degli interrogativi e delle richieste di spiegazione, allo scopo di spingere il soggetto portatore di sapere o di verità a precisare sempre meglio il proprio pensiero, fissando il messaggio politico e morale attraverso esempi e definizioni icastiche ripetute dall’interlocutore-discepolo che non sa. Esempificativo è il crescendo di quesiti posti da Pippetto a Padron Gioacchino in uno dei passaggi più serrati del loro confronto:

P. Ma tutto questo discorso cosa significa? Io volevo che mi spiegaste che cosa è la Costituente.
G. E non la vedi?
P. Dov’è?
G. Eccola questa è la Costituente!
P. Quale?
G. Quella che ti ho detto finora. Tutte quelle Persone scelte dal popolo delle Provincie e della Capitale che si radunano, e quando sono adunate, si chiamano Assemblea Costituente.
P. Servo suo, signora Costituente. Dunque è una specie della Camera dei Deputati. Io non sapevo che demonio fosse! […] Finalmente la Costituente non è altro che un’adunanza di persone scelte dal Popolo tanto dalle Provincie che dalla Capitale, che verrebbero in Roma a stabilire un governo a nome del Popolo. E che c’è di male in tutto questo? Mi figuro che le Provincie non saranno balorde da mandare qua dei birboni! Perché al governo che questi Rappresentanti faranno, ci avranno da star soggette esse pure. Non dico bene, compare?
G. E tanto bene! Adesso dunque hai capito la cosa?
P. Eh ci vuol tanto a capire? Ma aspettate un poco…18.

Nella maggior parte dei casi, il testo scritto fa da supporto all’oralità, costantemente messa in primo piano nel teatro elettorale costituente. In queste pratiche didascaliche un ruolo fondamentale è, infatti, affidato ai mediatori politici, incaricati di recitare i dialoghi a partire dalle parole stampate, che costituiscono un semplice canovaccio, aperto a molteplici adattamenti e riformulazioni. Duplice è, infatti, il pubblico al quale si rivolgono i catechismi: in primo luogo, i divulgatori colti o comunque dotati di un certo grado di alfabetizzazione; in secondo luogo, le classi popolari, che fruiscono di testi filtrati e lavorati da militanti politici, membri dei circoli e dei comitati elettorali, agenti dei governi, cantastorie patrioti e, non di rado, sacerdoti e predicatori religiosi19.

2.2
I manuali e la contaminazione dei generi

Il genere manuale-guida costituisce una pubblicistica più voluminosa, vicina al trattato e divisa accuratamente in sezioni, capitoli e paragrafi. Paradigmatica è la scansione interna del celebre Manuel de l’instituteur pour les élections, opera di Henri Martin, intellettuale pluripremiato per la sua enciclopedica Histoire de France e futuro amico fraterno dell’esule Daniele Manin. Pubblicato da Pagnerre, l’editore semiufficiale della Repubblica, il suo testo è suddiviso in cinque parti: i, Des anciens gouvernements de la France; ii, De la Constituante; iii, Du Décret électoral; iv, Devoirs des citoyens dans les élections; v, Des avantages à attendre de la Constituante. Queste opere contengono spesso fonti di immediata utilità per l’organizzazione pratica del voto come leggi, istruzioni e circolari oppure documenti di rilevante significato politico cui attingere durante il «movimento elettorale». Il Manuel des élections générales de 1848 dell’avvocato Hippolyte Roche reca significativamente il sottotitolo di Guide indispensable e raccoglie in cento pagine un variegato insieme di testi: atti e normative del Governo provvisorio nonché dei ministeri dell’Interno e dell’Istruzione pubblica, una storia della Rivoluzione di febbraio dello scrittore e drammaturgo bretone Émile Souvestre, l’Adresse du Comité centrale des élections générales aux citoyens de Paris et des Départements, l’Appel d’un Electeur franc patriote à ses concitoyens e, infine, Un mot à la classe moyenne di George Sand20.
I manuali e le guide si distinguono non solo perché redatti prevalentemente da uomini dotati di cultura storico-giuridica, ma spesso anche per l’autorevolezza dei loro autori. Fra questi compaiono, oltre al citato storico repubblicano Martin (al tempo famoso quanto Jules Michelet, se non più), il giovane professore-deputato Jules Simon, il filosofo Charles Renouvier, estensore per Pagnerre di un celebre manuale civico repubblicano che dedica vari passaggi al momento elettorale democratico, l’avvocato Jacques François Dupont de Bussac, già direttore della “Revue Républicaine”, ed Armand Marrast, membro del Governo provvisorio e poi presidente dell’Assemblea costituente, che pubblicano nuovamente, sempre presso Pagnerre, a doppio nome e con la normativa sul suffragio universale in appendice, un testo già apparso a fascicoli e firmato dal solo Dupont sulla “Revue du Progrès politique, sociale et littéraire” nel 183921. In Italia, con il genere politico-manualistico – seppure nella variante rivolta agli eletti delle rappresentanze locali – si cimenta il giovane avvocato (e protagonista della rivoluzione siciliana) Francesco Crispi, che dà alle stampe un’operetta pratica di una trentina di pagine «pei consigli e magistrati municipali»22.
Nel 1848 le guide elettorali costituiscono degli autentici best sellers, oggetto non di rado di molteplici ristampe in versioni continuamente rivisitate e aggiornate. Un caso emblematico è rappresentato dal Manuel de l’électeur constituant di Ludovic de Marsay, pseudonimo del giornalista Albert-André de la Fizelière, che nella prima edizione raggiunge una tiratura di 25.000 esemplari e, in una variante rimaneggiata e ampliata, arriva nel 1849 alla quarta edizione23. Negli stessi anni questo scrittore, già fondatore della “Chronique des Beaux-Arts” negli anni Quaranta, partecipa ad un’altra impresa editoriale di grandissimo successo legata all’instaurazione del suffragio universale: un repertorio biografico degli eletti all’Assemblea costituente di quasi 400 pagine che conosce svariate trasformazioni e ristampe fra 1848 e 184924. L’exploit di molti manuali va ascritto al fatto di intrecciare il modello del trattato con quello della forma dialogica tipica del catechismo, inserendo le conversazioni all’interno di apposite cornici tematiche che assumono la veste di parti, capitoli e paragrafi, come nel caso del Manuel di Martin, costruito come colloquio fra l’Instituteur e il Citoyen, oppure del Manuel des Électeurs pubblicato anonimo a Nancy e basato sullo schema d.(emande)-r.(éponse)25.
La caratteristica peculiare dell’editoria quarantottesca sulle elezioni si può pertanto individuare non solo nella definitiva affermazione e diffusione popolare di generi relativamente nuovi come il manuale e la guida, ma anche e soprattutto nella contaminazione e riformulazione dei canoni della pubblicistica pedagogico-politica definiti durante il periodo rivoluzionario a favore, in particolare, di due dispositivi letterari: il manuale in veste di dialogo in Francia; il catechismo come conversazione fra personaggi in Italia. Il successo di questo tipo di editoria è il portato della forte richiesta di «sapere elettorale democratico», ma le dimensioni quantitative della riuscita si spiegano soltanto alla luce dell’offerta di una vasta gamma di strumenti, rivisitati e collaudati, di comunicazione politica, messi creativamente a disposizione dei nuovi votanti e degli agenti elettorali che – soprattutto Oltralpe – fanno il loro debutto massiccio sul mercato politico nel 1848-4926. Le differenze morfologiche – ovvero la maggiore diffusione in Italia di testi dialogati (e rappresentabili) rispetto alla fortuna di quelli in forma di trattato in Francia – riflettono senza dubbio le situazioni di contesto. In primo luogo, incide il diverso grado di civilisation politica ed elettorale, con la conseguente maggiore necessità – nella penisola – di dispositivi semplici, ma di forte potenzialità comunicativa per raggiungere elettori del tutto privi di consuetudine al voto. In secondo luogo, decisivi sono il diverso ruolo del teatro (e dei teatri) nella vita civile e la maggiore propensione al loro uso politico durante la prima metà dell’Ottocento in Italia, dove forti permangono le eredità della tradizione della commedia dell’arte e delle sue maschere, non solo a livello di mito romantico come in terra transalpina, ma anche sul piano delle pratiche sociali27. E dove, soprattutto, i teatri costituiscono, lungo tutto il Risorgimento, una formidabile occasione di aggregazione pubblica e uno dei più frequentati spazi di rappresentazione nazional-patriottica per le élites come per le classi popolari28.

3
La «storia infinita» della sovranità popolare

Nella primavera del 1848 come nell’inverno del 1849, sull’onda delle rivoluzioni di Parigi, Milano, Venezia, Palermo e dei moti radicali di Roma e Firenze, unanime è la celebrazione del popolo che (ri)scopre e si (ri)appropria della sovranità grazie al sangue versato sulle barricate o alla mobilitazione di piazza che provoca la fuga dei monarchi costituzionali. La pubblicistica pedagogico-elettorale non si limita a rispecchiare perfettamente il discorso pubblico dominante, che con il suo linguaggio suggerisce l’esistenza passata di una più o meno lontana realtà democratica (da ristabilire piuttosto che da inventare ex novo), secondo un canone interpretativo già ampiamente veicolato dai rivoluzionari del 178929. Essa s’incarica, altresì, di costruire e sviluppare una narrazione che configura il riconoscimento della «maestà popolare» e della sua traduzione elettorale come un atto dotato di profondità storica e riparatore rispetto all’usurpazione perpetrata ai danni della sovranità democratica in molteplici occasioni nel corso dei secoli oltre che – in Francia – nel caso della recente Rivoluzione del 1830, «tradita» dalla ristretta élite liberale della Monarchia di luglio30. Gli eventi del 1848-49 sono così ricollegati e inseriti in una storia lunga del governo popolare, la cui epopea è ripercorsa per illustrare i gloriosi antecedenti ideali e istituzionali della «democrazia dei moderni», presentata in aperta rottura con quella degli antichi, ma in linea di continuità con quella (immaginata) medievale e d’Antico Regime. Posto solitamente, in forma di premessa, all’inizio dei catechismi e dei manuali elettorali, il discorso sul passato mitico della sovranità popolare e delle procedure deliberative democratiche ha principalmente lo scopo di rendere abituale e normale, fornendole spessore diacronico, la prima mise en œuvre europea del voto universale diretto. Esso conosce una duplice declinazione: la prima, di tipo genealogico, riscontrabile prevalentemente nei testi francesi, è volta a rintracciarne tutti i precedenti storici – o meglio, rappresentati come tali; la seconda, dominante nella pubblicistica italiana, è centrata sull’origine divina e pertanto assoluta della sovranità popolare o nazionale – termini che nel 1848 tendono a coincidere e a sovrapporsi perfettamente (nella penisola, con un surplus di istanza patriottica).

3.1
La forza persuasiva del passato

Nella prima declinazione, la vittoria della sovranità popolare e il suo esercizio attraverso il suffragio universale sono presentati come parte di un percorso di pratiche deliberative democratiche che segna, senza soluzione di continuità, la storia francese fin dai tempi pre-romani e si compendia nella figura del «francese nato libero», modellata sulla tradizione anglosassone dell’«inglese nato libero»31. Esemplare è la ricostruzione tratteggiata nel suo chef-d’œuvre da de la Fizelière che, fin dalle prime pagine, dichiara essere sua intenzione precipua riportare alla mente dei francesi le loro «plusieurs époques d’émancipation», in cui «le peuple a déjà rempli les fonctions que la révolution vient de lui rendre»32. Nel primo capitolo, si legge che «l’élection est un moyen d’organisation sociale, mais encore que c’en est le plus rationnel, le plus usuel, en même temps que son exercice est une des choses les plus graves de ce monde»33. L’idea di fondo è, pertanto, quella di una consuetudine storica immemorabile da parte del popolo con le procedure – caricate di solennità – del voto democratico, che la Rivoluzione del Quarantotto, si è incaricata di ripristinare e non di introdurre ex abrupto. I due successivi paragrafi – non a caso intitolati De l’élection chez nos ancêtres e L’élection est-elle dans nos mœurs? – sono così consacrati a dimostrare che:

L’élection, loin d’être une chose nouvelle pour nous, est, au contraire, aussi ancienne que les peuples dont nous sommes issus. À la verité, on a pu remarquer que pendant le cours des siècles la liberté a quelquefois sommeillé chez nos ancêtres, mais l’élection n’y a jamais été mise à l’écart34.
Partendo dal presupposto che da secoli «tous les Français étaient nés libres, et par conséquent non sujets»35 e tralasciando ampiamente la verosimiglianza storica, de la Fizelière ripercorre la vicenda francese dai Galli all’Antico Regime, intravedendo in ogni periodo, sotto forme diverse, una continuità di istituzioni interpretabili come antenate del regime rappresentativo. Dai Galli organizzati in «républiques» rette da assemblee particolari che inviano propri «députés» all’assemblea generale, si passa alla conquista romana che con l’editto di Onorio del 418 d.C. prevede la riunione dei rappresentanti delle Gallie ad Arles per un mese ogni anno dalla metà di agosto alla metà di settembre. La tradizione si perpetua con l’arrivo dei nuovi conquistatori franchi che istituiscono l’appuntamento collettivo dei cosiddetti «campi di marzo», in cui «la nation entière […] s’assemblait en armes» con il potere di fare «des lois et la guerre»36. La narrazione coinvolge poi Carlo Magno, fondatore della tradizione che «les assemblées du peuple fussent convoquées deux fois l’an, au mois de mai et à la fin de l’automne»37, gli Stati Generali inaugurati da Luigi xii e trasformati dai Borboni, spingendosi fino alle procedure elettorali interne alle comunità e alle corporazioni e, arrivando, da ultimo, all’esperienza dell’effettivo apprentissage elettorale – valorizzato oggi anche dalla storiografia – svoltosi sotto la Monarchia di luglio grazie a «institutions telles, que celle de la garde nationale, celle des conseils municipaux, celle des conseils d’arrondissement et de département»38.
La maggior parte delle argomentazioni di de la Fizelière – che oggi ci appaiono largamente fantasiose – è, in realtà, mutuata direttamente dal discorso storico dominante nella prima metà dell’Ottocento, che, sia sul versante liberale che su quello radicale, sostiene l’antichità delle idee e delle istituzioni di governo popolare al fine di esorcizzare o di rivendicare la novità (minacciosa o attraente) del suffragio universale, delineando in ambito politico un «medievalismo democratico», analogo e parallelo al medievalismo romantico delle arti letterarie e figurative. La stessa confusione e indistinzione fra vecchio e nuovo si riverbera sul principio elettivo, facendo in modo che le molteplici forme di designazione e di legittimazione di autorità religiose o secolari dell’età medievale e moderna siano lette come antecedenti diretti delle procedure di voto sette-ottocentesche39.

3.2
Il popolo creato sovrano

Nella declinazione centrata sull’origine ultraterrena della sovranità nazionale, si configura, invece, una teocrazia popolare, secondo cui il potere supremo spettante a Dio è esercitato dal popolo in virtù di un’investitura divina. Nel caso degli Stati Romani, il corollario di quest’assunto è che il papa ha usurpato la sovranità che gli proviene da Dio attraverso il popolo. Scrive l’avvocato ed ex funzionario pontificio Agatone De Luca Tronchet in un indirizzo elettorale che reca signficativamente come esergo il motto mazziniano «Dio e Popolo»:

La Chiesa cattolica dopo di aver insegnato che la origine di ogni potere si trova in Dio si astiene dal dire che Dio comunichi cotesto potere immediatamente in chi lo esercita: anzi i più insigni e accreditati teologi […] ritengono cotesto comunicare non aver luogo se non mediatamente, cioè per mezzo del popolo il quale ricevendolo immediatamente da Dio lo comunica poi ai suoi capi. Dunque il Papa tiene la potestà temporale non da Dio, ma dal Popolo secondo l’insegnamento costante della Chiesa Cattolica. Dunque se il Popolo ritira quella Potestà temporale che gli ha conferita non commette delitto, non resiste a Dio, non viola dogma religioso, ma usa di un diritto insito nella natura sua, revocando un mandato che ebbe da Dio e che lo trasferì nella vista del maggior bene, o che dalla violenza gli fu strappato40.

Due sono gli aspetti rilevanti di questo brano. In primo luogo, è estesa anche al papa la formula tomista «auctoritas est a Deo per populum», secondo cui la sovranità viene dall’alto, ma non può rinunciare alla legittimazione popolare proveniente dal basso. In secondo luogo, attraverso un’interpretazione di Marsilio da Padova – che ha lasciato a lungo segni anche nella storiografia come precorritore della teoria della sovranità popolare – si risolve in senso nettamente democratico la contesa intorno alla questione se il popolo abbia trasmesso anche la titolarità della sovranità (in tal caso il conferimento a terzi sarebbe irrevocabile), oppure ne abbia comunicato esclusivamente l’esercizio, conservando insieme alla titolarità originaria anche il potere di revocare il mandato del sovrano o di subordinarne il rinnovo a determinate condizioni41. Il passo è riconducibile a un universo politico-concettuale di stampo romantico e medievalista, declinato in senso progressista e secolarizzato, secondo un atteggiamento tipico dei radicali della prima metà dell’Ottocento che si accentua nella congiuntura quarantottesca. Non solo in un assertore illustre della teocrazia popolare come Mazzini, che, alla fine del biennio rivoluzionario, ripete dal nuovo esilio svizzero:

La potestà sovrana è in Dio solo. E segno di potestà legittima sulla terra è l’interpretazione della sua Legge. Interpreti nati sono gli uomini potenti sovra gli altri per genio, per virtù, per amore e spirito di sacrificio. Il giudice migliore dell’opere loro è il popolo42.

Ma anche nel testo, scritto all’indomani delle giornate di febbraio, del laico-razionalista Martin, in cui si legge che «la souveraineté […] n’appartient, après Dieu, qu’ à tout le peuple» e che il popolo «tout entier» affida ai rappresentanti «le pouvoir souverain que Dieu lui a donné sur lui-même»43. In questo discorso, la variante italiana del «francese nato libero» è, infatti, l’idea del «popolo creato sovrano», che investe di una sanzione divina e astorica la rivendicazione e la proclamazione del suffragio universale:

Il popolo è sovrano perché non ha altro che Dio sopra di sé, e quelle persone che il popolo vuole che ci sieno. Iddio ha creato tutti i popoli sovrani. Egli ha detto: «Popolo io ti creo libero e indipendente; ma non devi vivere come un branco di bestie; tu devi farti le leggi, ed un governo che le faccia eseguire con giustizia, e questo sarà per vantaggio di tutti». Allora il popolo mette alla sua testa un Re, un Imperatore, un Papa, un Console, un Presidente, o un altro, comunque voglia chiamarlo, e gli dà l’autorità di governare. Dunque è sovrano, o non è sovrano un popolo che crea i sovrani, e dà la sovranità agli altri?44

L’idea del ritorno e quindi di una restaurazione del potere nelle mani del popolo, precisamente di una sua ricollocazione originaria e naturale, è il leitmotiv del testo di Francesco Carancini, magistrato presso il Tribunale di Ferrara, che scrive nell’incipit del suo opuscolo elettorale:

Oggi tutti non siamo che un popolo solo a cui la Provvidenza ridona quasi per prodigio di novella generazione un diritto di lui, o tolto, o sconosciuto, o mal per lo addietro trafficato; e restituendo questo popolo alla integrità delle facoltà primiere, gliene accredita lo esercizio onde di per sé si costituisca un Regime. Il potere supremo ha subito la sua traslocazione; dalla persona morale di un solo in cui risiedeva, ha fatto ritorno a donde era partito, alla persona morale del popolo in cui nacque, ma non già per l’attivazione di un’irrazionale demagogia da sgomentarvi, sibbene per un razionale collocamento di sé in figura di deposito sacro alla convenienza democratica di possente forma45.

4
Un popolo, un voto

L’enfasi sulla riappropriazione della sovranità, riconosciutagli per diritto storico o divino, da parte del popolo e il conseguente «medievalismo democratico» che pervade le narrazioni della pubblicistica di istruzione elettorale si accompagnano costantemente alla lode e all’esaltazione del coraggio e della saggezza delle classi popolari, di cui il voto universale è presentato come il meritato e giusto riconoscimento. In un’istruzione elettorale pubblicata a Venezia nel gennaio 1849, Demetrio Mircovich è fiero di configurare i cittadini della laguna come un popolo-modello per qualità democratiche, premiato con l’esercizio dell’autogoverno:

Il Voto universale diretto è la ricognizione della Sovranità del popolo, è la manifestazione alla stima di cui un popolo è degno. E se a nessun popolo fu giustamente attribuito tale omaggio di stima, egli lo fu senza dubbio al popolo di Venezia, il quale nei tanti sconvolgimenti che si precipitarono durante i dieci mesi dal nostro risorgimento, diede prove non equivoche e costanti di buon senso e di intelligenza non solo, ma dicasi pur francamente di sapienza, per cui il popolo Veneziano deve chiamarsi popolo modello46.

L’autore di un opuscolo anonimo pubblicato a Milano, ma ascritto al «cameriere di un uomo di stato» – figura scelto non a caso per la carica dirompente assunta dall’attribuzione della cittadinanza politica anche ai domestici che caratterizza le norme elettorali quarantottesche –, ribadisce, a sua volta, l’idea del voto universale quale ricompensa alle virtù patriottiche del popolo piuttosto che come diritto individuale:

Se volete proprio sapere quali siano le mie simpatie, vi dirò che tendono verso il suffragio universale, perché ho ferma speranza quanto a voi miei concittadini, che dopo essere stati fino ad ora un popolo esemplare per coraggio, per clemenza, per giustizia, per ispirito d’ordine, vi darete con ardore a studiare i vostri proprii interessi47.

L’insistenza sulla natura intrisecamente positiva e assennata del popolo, di cui il comportamento pacifico e legalitario dopo le insurrezioni costituisce al tempo stesso la dimostrazione e il coronamento, si ricollega esplicitamente all’elogio e alla valorizzazione del «senso comune» e del «buon senso», cui attinge continuamente il linguaggio del suffragio universale, diventando un autentico leitmotiv della pubblicistica elettorale quarantottesca, impegnata ad attenuare o ad esaltare alternativamente – ad uso di fautori o avversari – la portata politica e simbolica della mise en place della democrazia elettorale.

Elettori, – si legge in un’avvertenza del gennaio 1849 – non vi sgomenti la difficoltà, del giudicio de’ molti pregi di cui deve essere fornito un deputato. Questa difficoltà è piuttosto apparente che reale; il valore morale ed intellettuale di ogni uomo risulta da una serie di atti e non atti, per giudicare dei quali non richiedesi scienza, o straordinaria perspicacia, ma basta buon senso: ora, ringraziando il Cielo, fra voi gli uomini di buon senso non sono già rari48.

Finanche nel discorso elettorale fourierista, nonostante gli iniziali dubbi per l’adozione del voto diretto e i timori per l’esito dell’applicazione del suffragio da parte di una cittadinanza largamente analfabeta, prevale infine la «confiance dans le peuple», perché in ogni caso «lui seul resterait; car c’est l’océan du bon sens qui supporte et soulève toute idée»49. Scrive un militante dell’estrema sinistra francese: «Le peuple inconnu qui someille au fond du pays est celui qui peut seul régénerer la France; car, jeune, éclairé, probe et fort, il possède ce désintéressement modeste qui fait couler la vie dans les veines de l’État»50. Questo dispositivo retorico, teso a valorizzare le qualità dell’«elettore qualunque» attraversa ossessivamente il linguaggio politico del tempo, traducendosi o riflettendosi molto spesso ed efficacemente nell’antico adagio medievale «Vox populi vox Dei», ripreso nel Rinascimento e posto nuovamente all’attenzione dell’universo repubblicano dall’autorità di Machiavelli nel corso del Settecento51. Questo slogan raggiunge nel Quarantotto l’apice di un intenso revival discorsivo e iconografico d’intonazione democratica che attraversa l’Europa a partire dalla Grande Rivoluzione, diventando negli anni Trenta e Quaranta dell’Ottocento una delle bandiere della mobilitazione per il voto universale sia per i cartisti britannici sia per i repubblicani francesi52. La declinazione secolarizzata e democratico-elettorale della formula proverbiale «Vox populi vox Dei» pervade la pubblicistica d’istruzione popolare, riconducendo le procedure del suffragio universale a un’ispirazione di stampo oggettivistico, garanzia della «verità» e dell’«infallibilità» del risultato. «La voix du peuple, c’est la Voix de Dieu; que le règne du peuple soit le règne de Dieu!»53 recita in chiusura il manuale pubblicato dal conservatore Comité électoral des libertés politiques, civiles et religieuses di Parigi, mentre non è raro trovare intrecciati l’elogio del buon senso popolare e la formula teodemocratica, come nell’opuscolo citato di Mircovich, che, alla vigilia del secondo voto per l’Assemblea dei Rappresentanti veneziana, scrive fiducioso: «Da questa scelta del cuore sortiranno certamente uomini probi e onesti – che il buon senso del popolo non s’inganna giammai – che la voce del popolo è la voce di Dio – ed il giudizio istesso del popolo non è altrimenti che di Dio il giudizio»54.
Questo tipo di linguaggio non si limita a esprimere in ambito elettorale la celebrazione morale e sentimentale del popolo, tipica dell’immaginario politico romantico e quarantottesco55. Esso informa un autentico discorso a favore del voto universale, che raggiunge il suo maggior successo a metà Ottocento, prima della delusione per le prove inaugurali della democrazia elettorale, ma si sviluppa in precedenza nel corso delle iniziative politiche (e parlamentari) per l’ampliamento del suffragio e, prim’ancora, per l’affermazione della «democrazia rappresentativa», parola e concetto che compaiono in opposizione alla «democrazia assoluta» degli antichi sotto l’autorevole penna di Condorcet e Bentham, forgiandosi nel laboratorio politico della Grande Rivoluzione e, in Italia, del triennio repubblicano 1796-9956. Questo discorso, definibile del «popolo elettore» o «peuple électeur» (secondo una locuzione diffusa sia in Italia, sia in Francia), si caratterizza per la lontananza da una concezione universalistico-individualista a favore di una declinazione collettiva e monista della cittadinanza democratica. Esso insiste, infatti, sulla naturale predisposizione di un elettorato allargato (fino a coincidere, nel 1848, con la comunità dei maschi adulti), riunito e consultato in corpo, a individuare e scegliere i migliori e i più saggi. L’idea, che legittima la rivendicazione e l’esercizio del voto universale sulla presunzione dell’intrinseca capacità popolare di giudicare correttamente le qualità delle persone, è già ampiamente operativa durante il periodo rivoluzionario in Francia come in Italia grazie alla lettura democratica di interi capitoli dei capolavori di Montesquieu (De l’esprit des lois, ii, 2) e Filangieri (Scienza della legislazione, i, 12), che mutuano dal pensiero repubblicano rinascimentale di matrice neo-aristotelica la tesi secondo cui il popolo in assemblea non ha attitudine all’autogoverno, ma possiede le facoltà per eleggere i magistrati più capaci57.
Nel 1848-49, i catechismi e i dialoghi, i manuali e le guide propongono continuamente il discorso del «popolo elettore», contribuendo alla sua ulteriore divulgazione e al suo apogeo. Anau fa esclamare al contadino Tommaso nel suo testo sulla Costituente: «M’immagino che il popolo adunato scieglierebbe dei galantuomini; altrimenti niuno si fiderebbe di dirgli: quello che fate voi sarà ben fatto!»58. A sostegno di analoghe (e apodittiche) argomentazioni, sono frequenti in Italia i riferimenti dotti all’autorità di Machiavelli e Guicciardini, mentre in Francia si ricorre a quella di Montesquieu, la volgarizzazione del cui pensiero è tale da consentire anche accenni indiretti: «Le bons sens, l’énergie, la probité, voilà les vrais titres à votre confiance. Vous les trouverez au milieu de vous; le peuple, a dit un grand écrivain, est doué d’un merveilleux instinct pour choisir les meilleurs et les plus dignes»59. La fortuna del discorso del «popolo elettore» è tale che la pubblicistica pedagogico-politica propone come orizzonte ideale (e irraggiungibile) l’unità di tempo e di luogo del suffragio unanimistico della nazione, ricollegandosi, sul piano dell’immaginazione procedurale, sia al «medievalismo democratico», sia all’utopia giacobina del voto simultaneo del «peuple en corps»60.

Si tout le peuple français – sostiene convintamente l’Instituteur del catechismo di Martin – pouvait être réuni dans une plaine immense pour élire d’une seule voix l’assemblée nationale, on aurait la représentation la plus parfaite, et, véritablement, la voix de Dieu dans le peuple61.

L’assunto di fondo è, infatti, che, nonostante l’impossibilità pratica di realizzare il comizio unico dell’intera nazione, la «verità» del suffragio universale debba purtuttavia scaturire dal suo esercizio corale e compatto all’interno di grandi assemblee, nel solco della tradizione elettorale inaugurata dalla Rivoluzione francese62. Tale teoria s’ispira a una filosofia dell’«ottima deliberazione» di ascendenza roussoviana, ma risale alle origini religiose delle pratiche moderne di voto e si fonda sulla fiducia nell’elettricità sociale che si sprigiona nelle adunanze popolari partecipate, conducendo alla decisione conforme all’interesse generale, oggettivisticamente inteso63.

Il est, en effet, une observation costamment vérifiée, – annotano Dupont e Marrast – c’est que plus vous réunissez d’hommes pour délibérer sur des intérêts généraux, moins il y a de chance que chacun de ces hommes consulte son égoïsme. En présence d’une vaste assemblée, la partie la plus sociale du cœur humain prédomine; la faculté d’abstraire son intérêt personnel se développe de plus en plus dans chaque homme, et il s’opère une sainte contagion de dévouement64.

5
La religione elettorale della patria

Corollario di questo tipo d’impostazione è che, per rispondere efficacemente alla domanda (funzionalistica) di «scelta oggettiva dei migliori», il suffragio universale deve essere tale non solo nel senso dell’ammissione di tutti i maschi adulti alla cittadinanza politica, ma anche nel significato di una concreta presenza in massa di tutti gli elettori alle urne. In breve, il suffragio da «universale» diventa normativamente «totale», oppure – secondo un’efficace espressione del tempo – «assolutamente universale». Il suo esercizio si trasforma in un imperativo implicante responsabilità sociale, alla luce della quale occorre leggere la definizione di diritto-dovere che attraversa tutto il discorso democratico e repubblicano, spostandosi ossessivamente sul secondo polo del binomio nella pubblicistica pedagogica quarantottesca. Nel Manuel di Martin, la partecipazione elettorale è definita non solo «un devoir absolu», ma anche «le plus saint de tous les devoirs» e, di conseguenza, l’astensione paragonata all’annientamento del proprio diritto di cittadinanza, all’autoesclusione dalla Repubblica. Afferma l’Instituteur, attore attivo e informato del dialogo con il Citoyen: «S’abstenir de porter son vote, ce serait quelque chose de comparable au suicide, si sévèrement condamné par la religion et par la Morale. Ce serait tuer le citoyen en soi, et se faire comme étranger dans la République»65. Votare si configura come un’incombenza insieme morale e sociale da attuarsi in nome della fratellanza laica e cristiana.

Voi, o Elettori, – si legge in un’istruzione anonima pubblicata a Roma nel 1849 – non avete solamente il diritto di nominare i rappresentanti, ma ne avete ancora il dovere. Imperciocché quando l’esercizio di un diritto può tornare utile non solo a noi stessi ma ancora agli altri, non possiamo rinunciarvi, siccome tutti abbiamo strettissima obbligazione di promuovere non che il proprio, l’altrui bene; e molto più il dobbiamo noi cristiani per quella fraternità che passa tra i figli di un medesimo Padre66.

In particolare, nel caso della Costituente romana e di quella toscana, l’insistenza sulla partecipazione è ancora più forte perché si lega alla necessità di legittimare i nuovi ordinamenti democratici in costruzione, fornendo una risposta politica alla scomunica lanciata da Pio ix su coloro che decidono di recarsi alle urne. Se l’astensione in Francia è ritenuta antirepubblicana, negli Stati Romani, e più in generale nelle realtà democratiche italiane, è considerata principalmente antipatriottica:

Guai al cittadino che dice per me non me ne immischio: si nomini chi si vuole, io bado ai fatti miei, e non ho tempo di occuparmi di queste cose! Sarebbe lo stesso che dicesse: a me non importa che vengano i Tedeschi, che torni la polizia, e i Birri, che torniamo schiavi come prima! Perché se non vanno i buoni alla Costituente, tutti questi mali possono davvero ritornare. Perciò ogni uomo onesto bisogna che si pigli a cuore la cosa, come si trattasse della propria famiglia, bisogna che dia il suo voto, e pensi a darlo pel migliore cittadino67.

Non a caso, sia la legislazione elettorale romana sia quella toscana impegnano le autorità locali ad adoperarsi in ogni modo per la completa riuscita delle votazioni richiamando i cittadini all’obbligo morale di non disertare i comizi. «Tre giorni prima della riunione, – recita l’articolo 13 dell’Istruzione del Governo provvisorio degli Stati Romani – gli elettori saranno avvertiti con tutti i mezzi di pubblicità possibili dal capo del comune di recarsi all’Assemblea elettorale per esercitare il diritto e dovere che hanno di prender parte alla nomina dei rappresentanti del popolo»68, mentre l’ultimo punto del Regolamento emanato dal Governo provvisorio toscano sollecita «tutte le magistrature comunali» a «raccomandare caldamente agli elettori l’esercizio del diritto elettorale in nome della propria diginità e dei grandi interessi della Patria»69.
Il sovrainvestimento sulla partecipazione e sulla responsabilità collettiva del voto, riconducibile a motivi principalmente teorici, ma anche politici, si accompagna a un’istanza di solennità dell’atto elettorale, configurato come rito «sacro» e «santo» dell’interesse nazionale e del bene pubblico, che nel contesto eccezionale del 1848-49 oltrepassa le esigenze classiche della «civilité électorale»70. L’imperativo della severità assume una duplice veste, assoluta e contestuale. Assoluta perché il popolo si appresta a «compiere l’atto più solenne nella vita di una Nazione»71, come scrive il presidente del collegio elettorale di Orvieto, che afferma significativamente di sentire non solo tutta «l’importanza», ma anche tutta la «santità» delle sue funzioni. Di contesto, perché in Francia e in alcuni Stati italiani si sperimenta per la prima volta il suffragio universale diretto. Il che richiede una sorta di surplus di maestosità per dimostrare di meritare l’esercizio della sovranità popolare agli osservatori (benevoli od ostili) che puntano l’attenzione sulle repubbliche e sulle esperienze democratiche dei due paesi. «Dans quelques jours, – proclama nelle prime pagine una guida elettorale – cette heure solennelle aura sonné. Pour la première fois, nous allons donner au monde le magnifique spectacle de la souveraineté populaire s’exerçant dans toute sa plénitude»72. In breve, l’imperativo della solennità si rafforza alla luce della consapevolezza che i protagonisti devono avvertire di vivere il momento storico segnato da quello che il discorso pubblico dominante definisce, con formidabile densità semantica, l’«avvento» del voto universale:

Il nostro paese non fu mai ancora chiamato ad esercitare il diritto elettorale con suffragio universale, prima vittoria, speranza e forza del popolo, senza la quale tutto il sistema rappresentativo non è che una solenne mistificazione. […] Non basta dunque esercitare il diritto elettorale, l’essenziale si è esercitarlo bene. Non basta vi rechiate ai collegi elettorali, l’essenziale si è vi rechiate come ad un atto solenne, col bene della patria innanzi agli occhi, colla ferma determinazione di promuoverlo, per quanto è in voi, colla persuasione che dalla vostra scelta può dipendere non solamente la maggiore o minore felicità della patria nostra, ma ancora, per le gravissime circostanze in cui siamo, la di lei salvezza, ovvero la di lei rovina73.

Questo passo ricalca il colloquio fra il Citoyen e l’Instituteur nel quarto capitolo (Devoirs des citoyens dans l’Élection) del paradigmatico Manuel di Martin:

le citoyen. D’après que vous m’avez appris de la Constituante, je conçois que l’acte que vont faire les Français en allant voter aux élections est le plus grand acte qu’ils auront jamais à faire de leur vie comme citoyens.
l’instituteur. Vous dites le vrai. De ces élections, bonnes ou mauvaises, dépend le sort heureux ou malheureux de la France et, par conséquent, de tous les Français, dont le sort est indissolublement lié au sort de la Patrie74.

La dimensione riflessiva e sacrale (quasi mistica) dell’atto elettorale è descritta perfettamente nello stesso testo quando il Citoyen domanda all’Instituteur con quale atteggiamento occorre presentarsi alle elezioni e si sente rispondere: «Dans les mêmes dispositions où il devrait être pour paraître devant Dieu: avec un cœur sincère, une volonté droite, purifié de toute haine et de tout intérêt personnel»75. Non a caso, in Francia, data dalla circolare del 6 aprile 1848 del ministro dell’Interno Ledru-Rollin l’adozione del termine «urne» al posto del più neutro «boîte de scrutin» (utilizzato nell’Instruction del Governo provvisorio dell’8 marzo 1848) per indicare il contenitore delle schede raccolte nell’assemblea elettorale e l’inizio di un’attenzione reverenziale per forma, dimensioni, stile e finanche colore di un oggetto che, prima di diventare progressivamente sinonimo dell’intero processo di voto, simboleggia la devozione politica per una sorta di «religione elettorale della patria»76. Il credo fondamentale è che l’interesse personale di ciascun votante possa trovare soddisfazione soltanto nel bene nazionale, e precisamente nel contribuire alla realizzazione delle «bonnes élections», foriere di una «récompense par-dessus»77. Si delinea in questo modo un suffragio (oggettivistico) secondo coscienza nell’interesse generale dai tratti roussoviani.

Le devoir impérieux de tout électeur, – si legge in una guida elettorale di successo – c’est de ne donner sa voix qu’en vue de l’intérêt public. Celui qui vote en faveur d’un candidat par affection ou pour faire plaisir à un parent, à un ami, commet un crime de lèse-nation; c’est comme si, revêtu des fonctions de juge, il ne rendait pas la justice selon sa conscience, mais qu’il jugeait selon ses amitiés78.

La figura dell’elettorato-giudice/giurato ricorre costantemente nella pubblicistica, contribuendo a configurare ulteriormente la democrazia rappresentativa come governo dei migliori scelti dal popolo in corpo dopo attento e scrupoloso esame. «Votre vote, après tout, – afferma un altro manuale – doit être l’accomplissement d’un devoir de conscience comme un verdict de jury, vous n’en devez aucun compte aux hommes, mais bien à Dieu, qui lit au fond des cœurs»79. Allo stesso modo, si legge nell’a.b.c. républicain:

L’électeur véritable s’il veut être à la hauteur de son mandat, doit s’enfermer dans le sanctuaire de sa conscience, se préserver des instigations de l’intérêt privé, des influences locales, en un mot de toutes les insinuations qui seraient étrangères à l’honneur national. […] Que son seul, son grand, son infaillible dictateur soit sa conscience80.

I continui riferimenti alla «dittatura», al «santuario» della coscienza, non sono, tuttavia, indirizzati all’individualizzazione del voto e alla costruzione dell’elettore autonomo e razionale di tipo moderno. L’imperativo della solennità e l’appello alla sensibilità interiore del votante in nome della «religione elettorale della patria» hanno principalmente lo scopo di contribuire alla definizione della nuova comunità degli elettori democratici, capace, in quanto corpo e nella sua integrità, di individuare il bene generale – ovvero i candidati migliori – al quale il singolo elettore, ascoltando il suo foro interiore, deve essere in grado di conformarsi. La coscienza dell’elettore interviene, infatti, nella fase finale del processo elettorale per adeguarsi alla volontà generale espressa attraverso i comitati e le assemblee pre-elettorali, che costituiscono anche sul piano prescrittivo il vero fulcro del momento elettorale quarantottesco.

6
Nomine e rappresentanti ideali

L’imperativo del «s’assembler», del «se réunir», del concertarsi e del «concentrare le idee» in riunioni prima ristrette a livello locale, poi aperte a tutti gli elettori, nell’intento di illuminarsi vicendevolmente (e collettivamente) per individuare candidature condivise, rappresenta la cifra comune, in Francia come in Italia, del disciplinamento corale promosso, in materia di preparazione al voto democratico, dalla letteratura pedagogico-politica fiorita sull’onda della «primavera elettorale» dei popoli. Esemplificativo il crescendo di interrogativi e di chiarimenti contenuto in un dialogo sulla Costituente romana del 1849:

D. E che regola si dovrà tenere nella scelta?
R. Ecco come dovete regolarvi. Il giorno 21 Gennaro incomincia la votazione. Prima di questo giorno concertatevi cogli amici, coi parenti, ed esaminate quali sono le persone che abbiano queste tre qualità, dottrina, coraggio civile, e vero amore per la sventurata nostra patria. Procurate di convenire concordemente nella scelta. […]
D. E chi dunque ci metterà nella retta via?
R. A tale effetto il Circolo Popolare di Viterbo terrà un’adunanza generale per additarvi alcuni individui forniti delle qualità sopraccennate, i quali possano far buona figura in Roma, ed esaurire gelosamente il loro mandato81.

Le riunioni pre-elettorali, promosse e dirette dai circoli in Italia e dai comitati in Francia, sono, di fatto, poste sullo stesso piano, per importanza e funzionalità, dei comizi ufficiali. Il loro svolgimento è configurato, pertanto, come un dovere allo stesso modo della partecipazione al voto. «Le devoir des citoyens – scrive Napoléon-Madeleine Lesenne nella sua guida – est de se réunir d’avance pour se concerter sur le choix des candidats, examiner et discuter leurs titres, pour assurer ensuite la nomination de ceux auxquels ils se seront arrêtés»82. Le assemblee di cittadini convocate per la selezione e la definizione delle candidature – o “nomine” in italiano – rispondono a una necessità pratica d’inquadramento del movimento elettorale, ma anche e soprattutto danno attuazione all’idea di fondo che per la riuscita del nuovo processo rappresentativo democratico l’elettore non debba mai rimanere isolato, né durante il momento decisivo della valutazione e della designazione dei possibili eligendi, né durante l’esercizio vero e proprio dell’atto elettorale. Il momento della costruzione delle candidature e quello della scelta di voto non sono, infatti, concepiti come separati. Gli attori del Quarantotto, e fra questi, gli autori della pubblicistica di istruzione elettorale, pensano che soltanto un processo collettivo d’investigazione e di deliberazione sul moltiplicato numero di aspiranti alla carica di deputato sia funzionale all’individuazione delle migliori candidature, che, alla solenne convocazione dei comizi, il corpo elettorale – nell’accezione organicista che il termine conserva a metà Ottocento – è chiamato ad adottare, «come un sol uomo» in nome della «verità elettorale» e dell’«ottima scelta». In breve, l’elezione è immaginata come un processo in cui il «popolo elettore», riunito in assemblea, sanziona le decisioni del popolo organizzato nei comitati e nei circoli83.
La concezione di fondo, sottesa e collegata al discorso del «popolo elettore», è che l’opzione, per quanto grave e degna di ponderazione, non sia difficile e che, pertanto, i comitati e i circoli svolgano principalmente la funzione di facilitatori e di disvelatori del «sentimento pubblico», delegato a presiedere in modo neutro alle deliberazioni popolari.

Sono due anni – si sostiene in un testo pubblicato a Livorno nel 1849 – che l’Italia è in movimento aperto e molti che si muove di nascosto. In questi movimenti gli uomini migliori si sono fatti conoscere abbastanza, e non è tanto difficile la scelta. Per renderla ancora più facile si sono radunati i Cittadini del Circolo Nazionale, e delle altre associazioni Democratiche di Livorno, per consigliare il popolo su questo punto, proporre i nomi di quelli che credono migliori. Questo è come si è veduto, lo scopo del Comitato Elettorale. Questo Comitato Elettorale per sentire come la pensa il popolo, lo radunerà anzi un giorno in un vasto locale, e là ognuno potrà indicare i nomi di quelli che crede i migliori e più convenienti all’Uffizio di Deputato alla Costituente. Sentita così la opinione popolare, il Comitato Elettorale che è popolo anch’esso, dirà anch’egli la sua, e proporrà definitivamente i nomi di quelli che preferisce84.

Da qui gli incitamenti, forti e ripetuti, a seguire «ad occhi chiusi» le indicazioni dei comitati e dei circoli, configurati come notabili democratici collettivi perfettamente in grado di rispecchiare l’«opinione universale» e di interpretare il «bene generale». Alla domanda degli elettori su come si possano selezionare gli individui giusti da nominare, il bolognese Francesco Rispoli risponde:

Avete pur ragione: perciò varie persone che amano il vostro bene, ad esempio di quanto si fa in Roma per lo stesso oggetto, vi aiuteranno a suggerirvi i nomi di persone più buone e che sono al caso di fare al vostro interesse; ed i Circoli che nulla trascurano pel vostro bene faranno del tutto per aiutarvi85.

Infine, i comitati sono rappresentati come uno scudo e una barriera rispetto all’inganno e al raggiro («mene» nel linguaggio del tempo; in realtà, la possibilità di scelta in senso reazionario e contrario ai valori nazional-patriottici o repubblicani). Maestro Gioacchino esorta il garzone Pippetto a non farsi «infinocchiare» e lo rassicura:

Basta che non ti faccia infinocchiare, del resto ci sarà chi ti mette avanti i nomi dei Candidati, quelli che si vogliono eleggere. So che ci sono moltissimi cittadini che si sono uniti appunto per fare questa operazione. Essi conoscono il Paese, e sanno fino dove il diavolo tiene la coda. Essi sceglieranno i più bravi cittadini, e poi li proporranno al Popolo, dicendo, «votate per questi, scegliete questi, e ve ne troverete contenti, e sono i migliori Rappresentanti che si possono scegliere». Dà pure il voto a quelli ad occhi chiusi, e non sbaglierai86.

La messa in guardia nei confronti dell’«errore elettorale» e l’indicazione delle modalità collettive per evitarlo costituiscono la premessa a un ulteriore compito assunto e svolto dall’editoria di educazione politica: l’elencazione dei profili politici e, soprattutto, delle qualità personali da richiedere ai candidati e, quindi, agli eletti del suffragio universale. I deputati devono essere normativamente repubblicani, preferibilmente de la veille, in Francia, nonché patrioti e democratici, possibilmente non dell’indomani, in Italia. Per quanto riguarda il ritratto del rappresentante ideale, il leitmotiv del Quarantotto – in aperta contrapposizione con il periodo censitario – è la ricerca del buon senso e della generosità, dell’onestà e della fermezza di carattere indipendentemente da fortuna, istruzione ed eloquenza87. Scrive Martin:

Il y a quelque chose qui est au-dessus de l’esprit, de la science et de la richesse, c’est le sens droit et le bon coeur. La République doit être le règne des braves gens et des hommes de bonne volonté. Il faut au représentant du peuple des mœurs simples et une probité sans tache pour être à l’abri de toutes les séductions; de la bonté, pour se dévouer à l’amélioration du sort de ceux qui souffrent; du courage, pour combattre les dangers qui peuvent menacer la République; un bon jugement pour démêler les meilleurs moyens d’écarter ces dangers et de constituer l’État88.

Per Rispoli occorre individuare «quelle persone che sono state costantemente fedeli alla causa del popolo, e che siano liberali di vero cuore», in breve «uomini, di qualunque classe, siano poveri, siano ricchi, purché amino il popolo»89. «Le bons sens, l’énergie, la probité, voilà les vrais titres à votre confiance»90 riassume icasticamente un altro opuscolo, evidenziando la simmetria fra le virtù riconosciute al «popolo elettore» e i requisiti auspicati per i deputati. La predilezione per le qualità morali a discapito dello status sociale e professionale riflette il sentimento di uguaglianza e fratellanza dominante nelle rivoluzioni del 1848-49, ma è anche spia della proiezione sulle istituzioni rappresentative della concordia elettorale prefigurata per il primo voto a suffragio universale: «Le temps des Girondins et des Montagnards est passé sans retour. La nouvelle Assemblée Constituante n’a point de combats à livrer»91. La pubblicistica insiste anche sulle peculiarità delle assemblee costituenti e, in particolare, sui grandi numeri (900 membri in Francia, 200 negli Stati Romani, 120 in Toscana) che caratterizzano la loro composizione, semplificando il lavoro della maggior parte degli eletti:

Il ne faut pas oublier que, dans une grande assemblée comme celle qui va se réunir, la majeure partie des membres remplit le rôle de juré. Elle juge par oui ou par non si ce que l’élite des membres propose est bon ou mauvais. Elle n’a besoin que d’honnêteté et du bon sens: elle n’invente pas92.

Accanto allo schizzo della figura del deputato esemplare, i catechismi e i manuali si dilungano prescrittivamente a spiegare come valutare i candidati, mettendo in guardia dall’eloquio e privilegiando l’esame attento del passato e della vita privata intesa come specchio di quella pubblica, su cui, non a caso, si basa l’architettura narrativa dei discorsi agli elettori e delle professions de foi quarantottesche93. Emblematico dell’attenzione al comportamento familiare, tipico del discorso repubblicano classico, è l’invito a investigare sul valore dell’eligendo con lo stesso impegno che s’investirebbe nei confronti del pretendente alla mano della propria figlia:

Ne vous laissez pas séduire par le langage brillant, par l’abbondance et la facilité de parole d’un candidat; jugez un homme, non par ce qu’il a dit avec élégance, mais par ses antécédents. Informez vous auprès de ceux en qui vous avez confiance; ne vous contentez pas de renseignements vagues, prenez autant de soins pour vous éclairer sur la moralité et la valeur intellectuelle d’un candidat inconnu, que vous en prendriez pour connaître la main qu’on vous proposerait pour votre fille94.

7
La propaganda dell’entusiasmo

Antichità del principio elettivo e storia lunga delle istituzioni e delle pratiche deliberative democratiche; propensione ritenuta istintiva – sulla scorta della tradizione aristotelico-rinascimentale ripresa da Montesquieu – alla scelta dei migliori da parte del popolo, concepito naturalmente come elettore e interprete privilegiato della vox Dei; imperativi della «duplice universalità» – inclusiva e partecipativa – del suffragio e della solennità originaria e rituale dell’atto elettorale, che in nome del bene pubblico e dell’interesse generale deve tradursi nella sanzione unanime delle designazioni collettive effettuate nelle assemblee pre-elettorali; accesso aperto alla carica di rappresentante per ricoprire la quale – in parallelo con l’esercizio del voto – sono richieste esclusivamente doti di buon senso e di buon cuore: tutti questi elementi disegnano un processo elettorale non solo dai tratti oggettivistici e organicistici, ma anche semplice, facile e immediatamente operativo. Nel Quarantotto, il problema dell’educazione alla democrazia (nel senso sia della creazione di uno spazio pubblico pluralista, sia della formazione per via scolastica e pre-politica di cittadini elettori consapevoli e razionali), che in Francia, ma più in generale in Europa, diventa dominante nella seconda metà dell’Ottocento proprio alla luce della fine ingloriosa della Seconda Repubblica sotto i colpi dell’«avvento elettorale» di Napoleone iii, non costuisce l’enjeu principale degli attori (e degli autori) politici del tempo. I quali vedono negli strumenti di acculturazione al voto democratico un utile surplus rispetto alla predisposizione innata del popolo a farsi elettore piuttosto che un elemento propedeutico a trasformarlo in elettore.

Sopra i suoi proprii interessi, – scrive un autorevole giornale radicale milanese che reca significativamente l’adagio «Vox populi Vox Dei» sotto il titolo – il popolo ha un occhio e un tatto così fino e delicato che è ben raro che si possa trarre in inganno; poi la stampa, le scuole, la parola libera lo educheranno, lo solleveranno da quella ignoranza in cui lo volevano a bella posta sepolto; e un popolo svegliato come il nostro, in un momento ha fatta la sua educazione95.

Non dissimile è la posizione di Charles Renouvier che affida a un avvenire indefinito temporalmente la realizzazione dell’educazione democratica: «Le suffrage universel soutenu, dirigé par la presse libre et par nombreuses sociétés populaires, produira quelque jour la représentation du peuple éclairé, instruit de son vrai bien»96. Il punto di partenza (e di arrivo) fondamentale rimane, infatti, la proclamazione del voto universale in quanto principio, caricato di aspettative illimitate e investito di un poteziale taumaturgico di trasformazione politica97. Le priorità della pubblicistica quarantottesca di insegnamento elettorale sono pertanto la preoccupazione per la legittimazione storica e la socializzazione politica del processo rappresentativo democratico, inteso come voto doveroso e solenne in corpo di un popolo di cittadini-fratelli che, nella sua «assoluta universalità», è capace spontaneamente di giudicare e premiare il merito, scegliendo rappresentanti sensati e dabbene in tutte le classi sociali. In questo quadro concettuale, l’alfabetizzazione elettorale non ha lo scopo di insegnare al popolo come votare, ma perché votare, non si cimenta nell’intento di formare degli elettori, ma di trasmettere loro la memoria rassicurante di essere una comunità democratica dall’identità insieme antica e moderna, delegando la funzione propriamente tecnico-didascalica all’euforia e alla naïveté della mobilitazione politica innescata dalla dinamica rivoluzionaria. Nell’ultimo paragrafo del suo best seller, intitolato De la necessité de ne pas retarder les élections, de la Fizelière combatte con forza la proposta – sostenuta dall’Estrema sinistra neo-giacobina e socialista – di arrivare alle elezioni soltanto dopo un lavoro di istruzione minuziosa e progressiva delle masse. Suo auspicio e proposito, emblema del discorso pedagogico-elettorale quarantottesco, è, infatti, quello di affidare alla «propagande de l’enthousiasme» il compito di plasmare gli elettori nel fuoco ancora caldo delle passioni suscitate dalla vittoria popolare:

Il faut sacrifier le désir à l’urgence et s’en rapporter pour les bonnes dispositions du corps électoral à la propagande de l’enthousiasme; c’est celle qui fait les héros et les martyrs: espérons qu’elle saura faire aussi des électeurs!98

Note

1. P.-A. Schorderet, Élire, voter, signer. Pratiques de vote, luttes politiques et dynamiques d’institutionnalisation de la démocratie en Suisse au dix-neuvième siècle, Thèse en co-tutelle en Sciences Politiques, Université de Lausanne-Université de Paris i Sorbonne, 2005, pp. 194-213.
2. A. De Francesco, Aux origines du mouvement démocratique italien: quelques perspectives de recherche d’après l’exemple de la période révolutionnaire, 1796-1801, in “Annales historiques de la Révolution française”, 308, 1997, pp. 333-48; Id., La tradition républicaine de la Grande Révolution dans la naissance du mouvement démocratique italien, in “Provence Historique”, 194, 1998, pp. 397-408; P. Costa, Civitas. Storia della cittadinanza in Europa, vol. ii, L’età delle rivoluzioni, Laterza, Roma-Bari 2000, pp. 532-42.
3. P. Rosanvallon, La repubblica del suffragio universale, in F. Furet e M. Ozouf (a cura di), L’idea di repubblica nell’Europa moderna (1993), trad. it. Laterza, Roma-Bari 1993, pp. 389-408; C. Guionnet, La gauche et le suffrage universel, in J.-J. Becker, G. Candar (éds.), Histoire des gauches en France, vol. i, L’héritage du xixe siècle, La Découverte, Paris 2005, pp. 238-41; G. L. Fruci, Il «suffragio nazionale». Discorsi e rappresentazioni del voto universale nel 1848 italiano, in “Contemporanea”, viii, 2005, 4, pp. 597-620; Id., La moglie di Montanelli. Discorsi, immagini e ricezione di una parola magica: la Costituente nel biennio 1848-1849, in P. Finelli, G. L. Fruci, V. Galimi (a cura di), Parole in azione. Strategie comunicative e ricezione del discorso politico fra Otto e Novecento, Le Monnier, Firenze 2008, in corso di pubblicazione.
4. A.-A. Ledru-Rollin, Le 24 février. Les élections, Amic l’aîné, Paris 1850, p. 10.
5. In Francia le operazioni elettorali hanno inizio il 23 aprile 1848, domenica di Pasqua, e proseguono per più giorni in un contesto fortemente partecipato e ordinato. Nella Repubblica di Venezia i «comizi universali» per eleggere e poi rinnovare l’Assemblea dei Rappresentanti sono convocati il 9 giugno 1848, il 20-22 gennaio 1849 e, nonostante l’assedio austriaco, anche il 5 agosto 1849, a pochi giorni dalla resa. Negli Stati Romani e in Toscana, il voto universale per le rispettive assemblee costituenti si svolge il 21 gennaio e il 12 marzo 1849. Tramite appositi meccanismi, queste ultime due consultazioni eleggono contemporaneamente un nucleo di rappresentanti all’Assemblea costituente italiana. A Firenze si applica il sistema della doppia scheda per la nomina di 37 deputati nazionali, mentre a Roma si stabilisce che i costituenti italiani siano i primi cento eletti con il maggior numero di suffragi. P. L. Ballini, Élites, popolo, assemblee: le leggi elettorali del 1848-’49 negli stati pre-unitari, in Id. (a cura di), 1848-1849. Costituenti e costituzioni. Daniele Manin e la repubblica di Venezia, Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti, Venezia 2002, pp. 198-212; D. Armando, Le elezioni per la Costituente e la Commissione municipale provvisoria, in corso di pubblicazione. Ringrazio l’autore per avermi consentito di leggere il dattiloscritto del saggio.
6. H. Hébrard, Les catéchismes de la première Révolution, in L. Andriès (éd.), Colporter la Révolution, Ville de Montreuil et Bibliothèque Robert Desnos, Montreuil 1989, pp. 53-81; L. Guerci, «Mente, cuore, coraggio, virtù repubblicane». Educare il popolo nell’Italia in rivoluzione (1796-1799), Tirrenia Stampatori, Torino 1992, pp. 191-532; H.-J. Lüsebrink, R. Reichardt, «Colporter la révolution». Médias et prises de paroles populaires, in R. Chartier, H.-J. Lüsebrink (éds.), Colportage et lecture populaire. Imprimés de large circulation en Europe xvie-xixe siècles, imec-Éditions de la Maison des Sciences de l’Homme, Paris 1996, pp. 71-107; P. Matarazzo (a cura di), Catechismi repubblicani. Napoli 1799, Vivarium, Napoli 1999; F. Della Peruta (a cura di), Scrittori politici dell’Ottocento, vol. i, Giuseppe Mazzini e i democratici, Ricciardi, Milano-Napoli 1968, pp. 843-88; R. Gosselin, Les almanachs républicains. Tradition révolutionnaire et culture politique des masses populaires de Paris (1840-1851), L’Harmattan, Paris 1992.
7. P. Rosanvallon, Le sacre du citoyen. Histoire du suffrage universel en France, Gallimard, Paris 1992, pp. 355-72: Y. Déloye, École et citoyenneté. L’individualisme républicain de Jules Ferry à Vichy: controverses, Presses de la Fondation Nationale des Sciences Politiques, Paris 1994, pp. 122-32; M. S. Piretti, Almanacchi, catechismi, manuali. I diversi modi di istruire gli elettori, in questo fascicolo, pp. 47-60.
8. L. Guerci, Istruire nelle verità repubblicane. La letteratura politica per il popolo nell’Italia in rivoluzione (1796-1799), Il Mulino, Bologna 1999, pp. 19-70.
9. L. Quéro, Les manuels électoraux français. Objets d’élection (1790-1995) e Corpus bibliographique des manuels électoraux français (1790-1995), in “Scalpel”, 2-3, 1997, pp. 11-58.
10. E. Leso, Lingua e rivoluzione. Ricerche sul vocabolario politico italiano del triennio rivoluzionario, Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti, Venezia 1991, p. 151; Y. Déloye, Manuels électoraux, in P. Perrineau, D. Reynié (éds.), Dictionnaire du vote, puf, Paris 2001, pp. 614-5.
11. Guerci, Istruire nelle verità repubblicane, cit., pp. 92-4.
12. Fra queste, per la rilevanza e l’ampia diffusione clandestina, si segnalano i dialoghi Il Padrone, e il Castaldo; Il Negoziante, e il carrettiere; Un novizio, e suo Fratello ripubblicati in G. Modena, Scritti e discorsi (1831-1860), a cura di T. Grandi, Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano, Roma 1957, pp. 5-57. Cfr. T. Grandi, Gustavo Modena attore patriota 1830-1861, Nistri-Lischi, Pisa 1968.
13. M. Calzolari, Costituente e Costituzione, in M. Calzolari, E. Grantaliano, M. Pieretti, A. Lanconelli (a cura di), Roma, Repubblica: venite! Percorsi attraverso la documentazione della Repubblica Romana del 1849, in “Rivista Storica del Lazio”, x, 1999, 2, p. 28; C. Sorba, Il 1848 e la melodrammatizzazione della politica, in A. M. Banti, P. Ginsborg (a cura di), Il Risorgimento, “Annali 22”, Einaudi, Torino 2007, pp. 481-508.
14. R. Tessari, Il mercato delle Maschere, in Storia del teatro moderno e contemporaneo, vol. i, La nascita del teatro moderno. Cinquecento-Seicento, dir. da R. Alonge e G. Davico Bonino, Einaudi, Torino 2000, pp. 119-91.
15. A loro volta, entrambi i testi si rifanno a un archetipo unico. In un Nota Bene finale inserito nell’ultima delle quattordici pagine della sua brochure, lo stesso Anau spiega, infatti, che «alcuni intieri periodi si levarono dal Catechismo del Comitato Elettorale Romano».
16. Che cos’è l’Assemblea Costituente Romana, Natali, Roma 1849.
17. Catechismo militare per le vicine elezioni alla Costituente Romana Italiana. Dialogo fra un basso Ufficiale, un Caporale di Linea, un Carabiniere ed un soldato di Finanza ed in ultimo un Cittadino, Bresciani, Ferrara 1849 (corsivo mio, come di seguito, salvo diversa indicazione). Il testo è corredato da una nota rassicurante sotto il profilo nazional-patriottico: «Per la forma del Dialogo è necessario supporre un Ufficiale retrogrado, che crediamo difficile trovarsi in tutta la linea dello Stato».
18. Che cos’è l’Assemblea Costituente Romana, cit.
19. E. Francia, «Il nuovo Cesare è la patria». Clero e religione nel lungo Quarantotto italiano, in Banti, Ginsborg (a cura di), Il Risorgimento, cit., pp. 424-31, 438-44.
20. G.-H. Roche, Manuel des élections générales de 1848. Guide indispensable de l’électeur constituant et du garde national, Panckouke, Paris 1848.
21. J. Simon, Révolution de 1848. Gouvernement provisoire, les élections, l’Assemblée Nationale, Joubert, Paris 1848; C. Renouvier, Manuel républicain de l’homme et du citoyen, Pagnerre, Paris 1848; J.-F. Dupont, A. Marrast, De l’organisation du suffrage universel, suivi du Décret et de l’Instruction du Gouvernement provisoire sur les Élections à l’Assemblée Nationale Constituante, Pagnerre, Paris 1848.
22. F. Crispi, Manuale pei consigli e magistrati municipali redatto sui decreti del 1812 e 1848, Dato, Palermo 1848.
23. A.-A. de la Fizelière, Manuel de l’électeur constituant indiquant les droits et les devoirs des citoyens appelés aux élections du 9 avril 1848, Pilloy, Paris 1848; Id., Manuel de l’électeur, Pilloy, Paris 1849.
24. A.-A. de la Fizelière, L. Giraudeau, W. Hughes, R. Kerambrum, Biographie des représentants du peuple à l’Assemblée nationale constituante, au bureau de Nôtre Histoire, Paris 1848.
25. Manuel des Électeurs, Vagner, Nancy 1848.
26. F. Miquet-Marty, Les agents électoraux. La naissance d’un rôle politique dans la deuxième moitié du xixe siècle, in “Politix”, 38, 1997, pp. 47-62.
27. F. Taviani, M. Schino, Il segreto della Commedia dell’Arte. La memoria delle compagnie italiane del xvi, xvii e xviii secolo, La casa Usher, Firenze 1992; R. Cuppone, cda. Il mito della commedia dell’arte nell’Ottocento francese, Bulzoni, Roma 1999.
28. C. Sorba, Teatri. L’Italia del melodramma nell’età del Risorgimento, Il Mulino, Bologna 2001.
29. L. Jaume, Le discours jacobin et la démocratie, Fayard, Paris 1989, pp. 278-80.
30. J. Garrigues, Les images de la Révolution de 1830 à 1848: enjeux politiques d’une mémoire, in Le xixe siècle et la Révolution française, Créaphis, Paris 1992, pp. 91-103.
31. E. P. Thompson, Rivoluzione industriale e classe operaia in Inghilterra (1963), vol. i, trad. it. Alberto Mondadori, Milano 1969, pp. 80-102.
32. De la Fizelière, Manuel de l’électeur constituant, cit., p. 2.
33. Ivi, p. 7.
34. Ivi, p. 12.
35. Ivi, p. 10.
36. Ibid.
37. Ivi, p. 11.
38. Ivi, p. 13. Cfr. C. Guionnet, L’apprentissage de la politique moderne. Les élections municipales sous la Monarchie de Juillet, L’Harmattan, Paris 1997; M. Larrère, Les élections des officiers de la Garde parisienne sous la monarchie de Juillet: la politisation des classes moyennes en question, in S. Bianchi, R. Dupuy (éds.), La Garde nationale entre nation et peuple en armes. Mythes et realités 1789-1871, pur, Rennes 2006, pp. 463-74.
39. Rosanvallon, Le sacre du citoyen, cit., pp. 24-30; H. Honour, Il romanticismo (1979), trad. it. Einaudi, Torino 2007, pp. 160-99.
40. A. De Luca Tronchet, Indirizzo del presidente del collegio elettorale centrale della città e provincia di Orvieto ai cittadini elettori, Tosini, Orvieto 1849, pp. 6-7.
41. A. Facchi, Popolo, in A. Barbera (a cura di), Le basi filosofiche del costituzionalismo, Laterza, Roma-Bari 1997, p. 99; P. Costa, Civitas. Storia della cittadinanza in Europa, vol. i, Dalla civiltà comunale al Settecento, Laterza, Roma-Bari 1999, pp. 23-8.
42. G. Mazzini, Sull’Enciclica di Papa Pio ix agli Arcivescovi e Vescovi d’Italia. Pensieri ai sacerdoti italiani, in “L’Italia del Popolo”, 8 dicembre 1849, poi in Id., Scritti politici editi ed inediti, vol. xxxix, Galeati, Imola 1924, p. 357. Per una diversa lettura, che rimarca le tensioni fra autorità e libertà nel linguaggio mazziniano, cfr. S. Levis Sullam, «Dio e il Popolo»: la rivoluzione religiosa di Giuseppe Mazzini, in Banti, Ginsborg (a cura di), Il Risorgimento, cit., pp. 401-22.
43. H. Martin, Manuel de l’instituteur pour les élections, Pagnerre, Paris 1848, pp. 10, 13.
44. S. Anau, Cosa debba intendersi per Costituente e che cosa è l’Assemblea costituente romana. Catechismo popolare. Dialogo fra Maestro Piero, Gerolamo, e Tommaso, contadini, Bresciani, Ferrara 1849, p. 11.
45. Sulla Costituente Romana. Discorso preparatorio alla elezione ossia programma di desideri dell’avvocato Francesco Carancini Presidente del Tribunale di Prima Istanza di Ferrara diretto al Circolo Popolare di Recanati sua patria, s.e., Firenze 1849, pp. 3-4.
46. D. Mircovich, Dopo le tante e tante anche una mia parola sulle elezioni, in Raccolta per ordine cronologico di tutti gli atti, decreti, nomine, ecc. del Governo provvisorio della Repubblica Veneta non che scritti, avvisi, desideri, ecc. dei cittadini privati che si riferiscono all’epoca presente, Andreola, Venezia 1848-49, vol. v, p. 485.
47. Alcune idee sulla origine e le diverse forme del governo e in ispecie sulla monarchia costituzionale e la repubblica esposte al popolo dal cameriere di un uomo di stato, Pagnoni, Milano 1848, p. 14.
48. Agli elettori dell’Assembela generale dei deputati del popolo degli Stati Romani. Consigli del cittadino G. B., Tipografia delle Scienze, Roma 1849.
49. A. Bureau, Confiance dans les élections de Paris, in “Démocratie Pacifique”, 2 avril 1848, cit. in M. Griffo, Alle origini della rappresentanza proporzionale. Dottrina societaria, strategie istituzionali e finalità metapolitiche in Victor Considerant, Lacaita, Manduria-Roma-Bari 1992, p. 208.
50. Marcellin de Bonnal, Élections de la représentation nationale, Dupont, Paris 1848, p. 3.
51. A. Boureau, Vox Populi Vox Dei, in Perrineau, Reynié (éds.), Dictionnaire du vote, cit., pp. 965-7; M. Rosa, Dispotismo e libertà. Interpretazioni repubblicane di Machiavelli nel Settecento, Dedalo, Bari 1964; V. Criscuolo, Appunti sulla fortuna del Machiavelli nel periodo rivoluzionario, in Id. Albori di democrazia nell’Italia in rivoluzione (1792-1802), Franco Angeli, Milano 2006, pp. 258-70.
52. G. Boas, Vox Populi. Essays in the History of an Idea, The Johns Hopkins Press, Baltimore 1969; F. P. Bowman, Le Christ des barricades 1789-1848, Cerf, Paris 1987, p. 190; S. Roberts, D. Thompson (eds.), Images of Chartism, Merlin Press, Woodbridge 1998, p. 92.
53. Comité électoral des libertés politiques, civiles et religieuses, Guide pratique pour les élections à l’Assemblée Nationale ou instructions sommaires sur les formalités à remplir pour exercer le droit d’électeur, Firmin Didot, Paris 1848, p. 12.
54. Mircovich, Dopo le tante, cit., p. 486.
55. J. H. Billington, Con il fuoco nella mente. Le origini della fede rivoluzionaria, Il Mulino, Bologna 1986, pp. 245-52; A. Pessin, Le mythe du peuple et la société française du xixe siècle, puf, Paris 1992, pp. 185-210.
56. F. Rosen, Jeremy Bentham and Representative Democracy. A Study on the Constitutional Code, Clarendon Press, Oxford 1983; Guerci, Istruire nelle verità repubblicane, cit., pp. 177-222; P. Rosanvallon, La démocratie inachevée. Histoire de la souveraineté du peuple en France, Gallimard, Paris 2000, pp. 52-66.
57. J. G. A. Pocock, Il momento machiavelliano. Il pensiero politico fiorentino e la tradizione repubblicana anglosassone, vol. i, Il pensiero politico fiorentino, Il Mulino, Bologna 1980, pp. 255-411; B. Manin, Principes du gouvernement représentatif, Flammarion, Paris 19962, pp. 74-93, 98-101; V. Ferrone, La società giusta ed equa. Repubblicanesimo e diritti dell’uomo in Gaetano Filangieri, Laterza, Roma-Bari 2003.
58. Anau, Cosa debba intendersi per Costituente, cit. p. 9.
59. À tous les citoyens le Guide des élections de 1848 contenant les droits, les devoirs des électeurs, les décrets et instructions rélatifs aux élections de l’Assemblée nationale, suivi de la Déclaration des droits de l’homme, Lacour, Paris 1848, p. 5.
60. A.-L. de Saint-Just, Discours sur la constitution de la France prononcé à la Convention nationale le 24 avril 1793, in Id., Œuvres complètes, éds. A. Kupiec et M. Abensour, Gallimard, Paris 2004, p. 549.
61. Martin, Manuel de l’instituteur, cit., pp. 23-4.
62. P. Gueniffey, Le nombre et la raison. La Révolution française et les élections, ehess, Paris 1993, pp. 273-321.
63. L. Moulin, Les origines religieuses des techniques électorales et déliberatives modernes, in “Revue internationale d’histoire politique et institutionelle”, n.s., iii, 1953, pp. 106-48; F. Galgano, La forza del numero e la legge della ragione. Storia del principio di maggioranza, Il Mulino, Bologna 2007, pp. 28-48.
64. Dupont, Marrast, De l’organisation du suffrage universel, cit., p. 94.
65. Martin, Manuel de l’instituteur, cit., pp. 25-6.
66. Agli Elettori dell’Assemblea generale, cit., p. 1.
67. S. De Benedetti, Brevi istruzioni popolari intorno alla Costituente Italiana al suo fine ed alla elezione dei deputati ad essa, s.e., Livorno 1849, p. 2.
68. Istruzioni del Governo per l’esercizio del suddetto Decreto del 29 dicembre relativo alle elezioni generali per l’Assemblea Nazionale dello Stato Romano, 31 dicembre 1848, in Raccolta delle leggi e disposizioni del Governo Provvisorio Pontificio che incominciò col 25 novembre 1848 ed ebbe termine il 9 febbraio 1849, epoca in cui fu proclamata la Repubblica Romana, Tipografia Governativa, Roma 1849, p. 94.
69. Regolamento del 13 febbraio 1849 per l’elezione dei rappresentanti all’Assemblea costituente toscana, in Le Assemblee del Risorgimento, vol. iii, Toscana, Camera dei Deputati, Roma 1911, p. 465.
70. Y. Déloye, Acte électoral, in Perrineau, Reynié (éds.), Dictionnaire du vote, cit., pp. 8-12.
71. De Luca Tronchet, Indirizzo del presidente del collegio elettorale centrale, cit., p. 3.
72. À tous les citoyens le Guide des élections de 1848, cit., p. 4.
73. Agli Elettori dell’Assemblea generale, cit., p. 1.
74. Martin, Manuel de l’instituteur, cit., p. 25.
75. Ibid.
76. Y. Déloye, O. Ihl, Deux figures singulières de l’universel: la république et le sacré, in M. Sadoun (éd.), La démocratie en France, vol. i, Idéologies, Gallimard, Paris 2000, pp. 190-2, 444. Allo stesso modo, seguendo l’esempio transalpino, il lemma «urna» è adottato in tutta la legislazione elettorale italiana del 1848-49 sul suffragio universale.
77. Martin, Manuel de l’instituteur, cit., pp. 26-7.
78. A. D. Desprez-Rouveau, Code de l’électeur constituant ou Guide-Manuel des élections politiques pour 1848, Michel Lévy, Paris 1848, p. 33.
79. A. Philippe, Le sens commun de Jacques Maillotin à propos des élections générales de la République française, Bonaventure & Ducessois, Paris 1848, p. 8.
80. M. F. Colson, L’A.B.C. républicain ou élements de constitution, au bureau du journal “L’Écho de Sèvres”, Sèvres 1848.
81. Spiegazioni al Popolo sulla Costituente Romana, Monarchi, Viterbo 1849.
82. N.-M. Lesenne, Guide de l’électeur de 1848 à l’Assemblée constituante ou principes constitutifs d’une République, Librairie Nationale, Paris 1848, pp. 9-10.
83. G. L. Fruci, «Il fuoco sacro della Concordia e della Fratellanza». Candidati e comitati elettorali nel primo voto a suffragio universale in Francia e in Italia (1848-1849), in F. Venturino (a cura di), Elezioni e personalizzazione della politica, Aracne, Roma 2005, pp. 27-31, 39-40.
84. De Benedetti, Brevi istruzioni popolari, cit., p. 2.
85. F. Rispoli, Catechismo sulla Costituente dello Stato romano, s.e., Bologna 1849.
86. Che cos’è l’Assemblea Costituente Romana, cit., p. 2.
87. A. Pilenco, Les Mœurs du Suffrage Universel en France (1848-1922), Éditions de la “Revue Mondiale”, Paris 1930, pp. 14-6.
88. Martin, Manuel de l’instituteur, cit., p. 28.
89. Rispoli, Catechismo sulla Costituente, cit.
90. À tous les citoyens le Guide des élections de 1848, cit., p. 5.
91. Roche, Manuel des élections générales, cit., p. 79.
92. Ivi, p. 68.
93. Y. Déloye, Se présenter pour représenter. Enquête sur les professions de foi électorales de 1848, in M. Offerlé (éd.), La profession politique xixe-xxe siècle, Belin, Paris 1999, pp. 231-54; G. L. Fruci, L’abito della festa dei candidati. Professioni di fede, lettere e programmi elettorali in Italia (e Francia) nel 1848-49, in “Quaderni Storici”, 117, 2004, pp. 660-3.
94. Desprez-Rouveau, Code de l’électeur constituant, cit., p. 34.
95. Della sovranità del Popolo, in “La Voce del Popolo”, 6 aprile 1848.
96. C. Renouvier, Manuel républicain de l’homme et du citoyen (1848), Garnier, Paris 1981, p. 127.
97. G. L. Fruci, L’urne, la barricade et l’attroupement. Figures de la souveraineté populaire en France (et en Italie) au milieu du xixe siècle, in J.-C. Caron, F. Chauvaud, E. Fureix, J.-N. Luc (éds.), Entre violence et conciliation. La résolution des conflits sociopolitiques en Europe au xixe siècle, pur, Rennes 2008, pp. 243-54.
98. De la Fizelière, Manuel de l’électeur constituant, cit., p. 53.