Almanacchi, catechismi, manuali.
I diversi modi di istruire gli elettori

di Maria Serena Piretti

Se al giorno d’oggi l’organizzazione delle campagne elettorali risponde a logiche di marketing di matrice americana

, nelle quali viene innanzitutto studiato l’ambiente in cui il «prodotto» va lanciato, diverso è evidentemente il caso delle forme di comunicazione politica utilizzate tra Otto e Novecento in Paesi come l’Italia in cui il sistema rappresentativo stava compiendo i suoi primi passi. Qui la comunicazione politica ha l’obiettivo di formare il corpo elettorale e di istruirlo alle logiche della rappresentanza, e solo indirettamente ci informa sulle articolazioni sociali dell’elettorato. Se molti scritti coevi a carattere politico o letterario ci rimandano un’immagine del clima elettorale che si respirava nell’Italia liberale2, le diverse forme con le quali la classe politica entrava in contatto con il corpo elettorale − dagli almanacchi ai catechismi fino ai veri e propri manuali − ci permettono una visione più ravvicinata non solo della loro proposta politica, ma anche delle dinamiche interne al corpo elettorale nel corso del tempo. In questa direzione, intendo qui offrire un primo sondaggio.

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Le istruzioni per l’elettore

Come emerge anche dai contributi a questo fascicolo di Gian Luca Fruci, Valeria Galimi e Pietro Finelli, le istruzioni di voto possono avere una duplice funzione: di mera illustrazione del sistema rappresentativo e quindi del ruolo che l’elettore vi occupa, e di indicazione attiva tesa a influenzare il voto secondo comportamenti presentati come «virtuosi».
Com’è noto, a metà dell’Ottocento il livello di alfabetizzazione nella penisola era tra i più bassi in Europa3 e il corpo elettorale, ancorché disegnato in base ai principi del censo, doveva avere il requisito dell’alfabetismo4. Tuttavia, il campione di materiali da noi analizzati per gli anni che vanno dal 1848 all’inizio del Novecento ci fa notare che il linguaggio utilizzato tende spesso ad assumere una forma semplificata e diretta. Non è così nei due esempi considerati, che risalgono al 18485. Sia che seguano un registro narrativo teso a sottolineare le caratteristiche del sistema rappresentativo e l’importanza del ruolo che l’elettore è chiamato ad assolvere all’interno dell’assetto istituzionale che il rinnovato quadro costituzionale ha prodotto; sia che seguano invece il classico registro catechistico, il lessico usato è forbito e a tratti specialistico, diretto a un lettore colto e a un corpo elettorale unitario, la cui omogeneità appare come un valore da preservare e incoraggiare, secondo una precisa concezione liberal-moderata della rappresentanza.
Gli Avvertimenti di Predieri, pubblicati nel ’48 nei territori dello Stato pontificio plaudono alla caduta dell’assolutismo auspicando prossimo l’approdo a regimi liberali di quegli Stati che ancora non conoscono i pregi dei sistemi costituzionali6. Fin dall’incipit si sottolinea l’importanza del compito che viene affidato ai deputati e non meno di quello che compete agli elettori. I primi sono invitati a conoscere le condizioni morali, economiche e sociali dei territori che sono chiamati a rappresentare in una fase particolarmente delicata dove «le passioni risvegliate nelle popolazioni per abbattere le sovranità assolute suscitarono dei nuovi sentimenti; e questi e quelle sono ora difficili a moderarsi od a togliersi»7; deputati ed elettori sono poi chiamati a «conoscere ogni elemento di disordine, ogni ostacolo, ogni pericolo, prima di pensare alle leggi per ripararvi»8. Proseguendo, si mette in guardia dal ritenere che la rappresentanza porti con sé facili onori9, volendo con queste parole scoraggiare la corsa alla ricerca dello status parlamentare per mera ambizione. Si accomuna poi l’azione a cui sono chiamati elettori e deputati sottolineando come

si può essere certi, che solo migliorando li guadagni, li commerci, e le industrie si avrà la tranquillità ed il bene; e per quelli promuovere, occorre far trionfare fra gli uomini la virtù, debellando le passioni malvagie e sovversive; locché è veramente quanto dovrebbe promuoversi con ogni programma politico10.

Il piano della narrazione rimanda dunque l’immagine di un corpo elettorale unitario, senza fratture interne, dove l’unica competizione negativa è quella determinata dall’ambizione alla carica. L’esistenza di fratture sociali con un «proletariato», ammorbato dalle «teorie, che illudono le menti de’ moderni filosofi socialisti»11 è segnalata come un pericolo. La presenza di questa classe va domata promuovendo leggi che «veramente rappresentino non l’opinione predominante in genere, ma l’opinione savia illuminata e lealmente e giustamente progressiva e prudente», dalle quali «si potrà ricavare il miglior bene»12. Il messaggio che filtra è dunque il mantenimento dell’unità come preservazione di un moderatismo illuminato che solo una classe omogenea e ristretta può garantire. Chi scrive si rivolge a un pubblico che conosce il funzionamento del sistema, ma che va reso accorto circa le implicazioni politiche che il rinnovamento del sistema stesso porta con sé.
Nella medesima prospettiva si muove il secondo testo pubblicato nel 1848, il Piccolo catechismo costituzionale ad uso del popolo di Castelli e Briano. Diretto all’elettorato del Regno del Piemonte che ha appena ricevuto da Carlo Alberto lo Statuto, il testo si propone di illustrare a un corpo elettorale, che è di origine censitaria e alfabetizzata, quindi ristretto13, il funzionamento del sistema rappresentativo mettendolo a raffronto con i regimi costituzionali già operanti in Europa, in particolare quelli belga, francese e britannico. Gli autori non forniscono indicazioni comportamentali ma offrono una giustificazione dell’elettorato ristretto: dovendo la Camera votare le leggi di bilancio «insomma disporre del denaro della Nazione, è giusto che coloro che forniscono la maggior parte del denaro, siano chiamati specialmente a stabilirne l’uso e la misura»14. Sottolineano poi la diversa funzione di ponderazione del Senato volta a contemperare le istanze della «Camera dei deputati nominata dalla Nazione [che] rappresenta più particolarmente l’opinione e gli interessi popolari»15. Precisano infine che a fronte di una possibile contrapposizione tra gli interessi «d’ordine, di conservazione» espressi dalla Camera alta e quelli di riforma propri del popolo, «il Re potrebbe [...], creando ed aumentando il numero dei membri della Camera a vita, procurare di metterli d’accordo»16.
Anche in questo caso, nonostante l’utilizzo del genere catechetico per illustrare il funzionamento del sistema, il lessico adoperato e l’immagine unitaria degli interessi del “popolo” rimandano l’immagine di uno Stato monoclasse, dove i cittadini sono omologhi alla propria rappresentanza.
Da questo punto di vista, non diversa è la prospettiva che ci si presenta in altri testi di qualche anno posteriori. Così è nelle Istruzioni di Aglebert17, rivolte nel 1859 agli elettori dell’ex Stato pontificio, ai quali si dà innanzi tutto un’indicazione di carattere costituzionale: ai deputati sarà richiesto di

andare all’Assemblea dei Rappresentanti del Paese per votare contro ogni e qualunque specie di Restaurazione Pontificia; e di più colla ferma deliberazione di energicamente protestare in faccia all’Europa di non volere ad ogni costo Governo Temporale di Papa mai più18.

Le Istruzioni non seguono il registro del “catechismo”, ma costruiscono un dialogo immaginario tra l’autore e un neo-elettore a cui il primo fornisce tutte le indicazioni circa le operazioni elettorali. Nelle risposte si enfatizza il diritto di voto conferito a individui che agiscono in piena autonomia, pur sottolineando che l’accordo può raggiungersi attraverso la composizione di comitati elettorali a cui il singolo elettore liberamente aderisce19. Si sottolinea poi che il deputato deve distinguersi «per fede politica incorrotta, per specchiata probità, per intemerati costumi, per intelligenza e pratica di liberali principi, insomma dee esser tale da meritare la pubblica stima»20.
Campeggia infine l’orgoglio del nuovo elettore, ora conscio del suo diritto: «Basta così non occorr’altro. Ora posso dire anch’io da chi voglio essere rappresentato?», a cui fa eco la raccomandazione dell’autore: «Sì, ma è necessario unirsi insieme agli altri in un sol pensiero, sopra un solo nome, concordi e compatti votare per un solo candidato»21.
Le altre due pubblicazioni considerate, entrambe edite nel 1860 a Milano22, sembrano dirette a lettori di diversa appartenenza sociale: a carattere più erudito, la Guida al Governo Rappresentativo è indirizzata «agli elettori politici del collegio elettorale di Verolanuova», in provincia di Brescia, da parte di «un eleggibile desideroso che a rappresentare gl’interessi del circondario e della nazione siano scelti i migliori»23, mentre la seconda, un Almanacco per il Popolo pubblicato da un’associazione elettorale24, è destinata ad un pubblico decisamente più popolare.
La Guida espone una tipica concezione notabilare della rappresentanza, nella quale la deputazione esprime la leadership naturale che la possidenza esercita verso le altre classi sociali. Sottolineando che i deputati assumono questo nome e non quello di rappresentanti, poiché, a dire dell’autore, i secondi sono tali solo all’interno dei regimi retti a repubblica25, si presenta la concezione della deputazione come funzione, una concezione a più riprese dibattuta dalla giuspubblicistica italiana di fine Ottocento e che sarà autorevolmente sostenuta da Vittorio Emanuele Orlando.
Nel definire le qualità che devono essere ricercate nei candidati e quindi nel dare indicazioni circa l’oculatezza con cui l’elettore deve operare la sua scelta, l’autore riconosce che la deputazione deve avere un impianto popolare, ma si affretta subito a precisare che cosa si intenda con questa affermazione: «ossia rappresentativo di tutte le classi che sonosi oramai fuse insieme per formare il nostro popolo, perché tutte hanno cooperato alla cacciata dello straniero, e tutte vogliono essere libere»26. Quelle classi, che secondo l’autore formano la Nazione con la “n” maiuscola, quella la cui rappresentanza va eletta solo da coloro che possono «coscienziosamente eleggere»27, sono nove e l’autore le elenca: «la clericale; quella dei dotti; dei commercianti; dei militari; degli impiegati; dei professionisti; degli avvocati; quella dei proprietarii; e quella dei padri di famiglia»28. Se all’interno di tutte queste con lungimiranza può scegliersi il deputato, la classe che per eccellenza dovrebbe essere scelta per esprimere le candidature è quella dei possidenti, «perché la terra è il primo [sic] fonte della ricchezza; perché la proprietà, malgrado quanto ne ha scritto Proudhon, è una necessità del vivere sociale»29. Fuori dalla cerchia di coloro che possono formare la deputazione nazionale sono tenuti «i poveri», i quali, non solo, non compongono una classe a parte, ma soprattutto, è convinzione che tra loro non possano annoverarsi candidati alla deputazione. Infatti, sottolinea l’autore, «se il diritto appartiene a tutti, ciò è a condizione di saperlo esercitare»30.
Incomincia a trasparire da queste righe l’idea che il corpo elettorale sia in realtà non solo la sommatoria di singoli individui la cui scelta elettorale è autodiretta, ma piuttosto che sia la composizione di interessi anche contrapposti, la cui ricongiunzione possa operarsi solo nel sublimare la scelta, ottemperando all’imperativo del sommo bene della Nazione. Fuori sono tenuti gli interessi antagonisti, quelli propri delle fasce marginali che non hanno ancora acquisito la consapevolezza di essere classe.
La seconda pubblicazione del 1860, l’Almanacco per il Popolo, che parimenti istruisce sul nuovo sistema rappresentativo introdotto in Lombardia con l’estensione dello Statuto Albertino, traduce in un linguaggio semplice i compiti dell’elettore. Interessante appare il tentativo di tradurre il nuovo significato dell’obbligazione politica, che lega i sudditi al re, mettendo in versi e in dialetto l’essenza del nuovo patto, rendendo così l’impianto delle strutture del governo centrale accessibile ad un più vasto pubblico e soprattutto rendendolo passibile di trasmissione per via orale, all’interno delle feste paesane31. Altro aspetto che va segnalato è la volontà di mettere l’elettore in guardia, nel momento della scelta, da due pericoli: il primo, la tentazione di scegliere candidati che «pretendano sostenere gl’interessi o i privilegi d’una sola classe, o che dimentichino di rappresentare l’intera Nazione»32; il secondo, quello di cadere nelle insidie della manipolazione che può portare a cambiare all’ultimo momento il proprio voto33.
È la prima volta che tra i testi considerati si fa cenno alla possibilità di una manipolazione dell’elettore34, il che ci conferma nell’ipotesi che questi prodotti siano destinati a un pubblico diverso. Va tuttavia sottolineato che, nonostante il linguaggio semplificato, l’Almanacco, come le altre pubblicazioni prese in esame, punta sull’individualità del singolo elettore, negando esplicitamente che il voto possa essere espressione di una scelta collettiva, capace di identificare un’appartenenza diversa da quella della Nazione.
Forma semplificata e messa in guardia dalla corruzione elettorale sono le caratteristiche che emergono anche in un più tardo Catechismo dell’elettore italiano, pubblicato nel 190435, quando il suffragio non è più quello ristretto dei primi anni del Regno, ma non è ancora quello pressoché universale che si raggiunge con la riforma elettorale promossa da Giolitti nel 1912.
L’obiettivo del Catechismo è rendere edotto l’elettore dei diversi livelli di rappresentanza, da quella locale a quella politica. Agli eletti ed elettori sono dedicate le ultime cinque pagine, dove particolare rilievo viene dato proprio alla condanna di un ottemperamento al «dovere» di andare a votare esercitato con quella noncuranza che può diventare facile preda dei corruttori. I primi, si dice, assumono un comportamento esecrabile davanti a Dio e davanti alla Patria, i secondi vengono definiti i «briganti della Nazione»36. Ancora una volta l’elettore è considerato come portatore di una scelta individuale, la cui appartenenza a corpi sociali distinti non viene ritenuta fattore che possa influenzare la scelta del voto.

2
Il voto come espressione di un gruppo sociale

Con la riforma del 1882 l’accesso al voto viene riconosciuto anche a chi ha compiuto soltanto il biennio elementare obbligatorio o, in via transitoria, a chi sa leggere e scrivere; le fasce sociali tenute fuori, metaforicamente parlando, dalle mura della città, vi fanno ora il loro ingresso.
È dunque in questo contesto che a fianco delle istruzioni al voto con approccio dottrinario, incomincia a manifestarsi una forma diversa di comunicazione volta a fare entrare nel circuito politico attivo un elettorato di classe che non può non far pesare, nel momento in cui partecipa alle elezioni, questa sua appartenenza37.
Non è senza motivo che, mentre il dibattito per l’allargamento del suffragio continua ad allungare i tempi di approvazione di un progetto di legge che, presentato alla Camera nel 1876, riuscirà a vedere la luce solo nel 188238, sulla stampa destinata a coloro che sono ancora esclusi dal voto si rivendichi quel diritto che, negato, rende poco credibile l’appellativo di rappresentanza della Nazione attribuito alla deputazione eletta39. Significativa la chiusa di un articolo che rivendica il suffragio per i non censiti: «Verrà il giorno in cui, voi tutti figli dell’onesto lavoro, scosso il giogo della servitù, apporterete alle urne il peso de’ vostri voti»40. L’uso del plurale e l’immagine dei voti dei non censiti come espressione di una medesima volontà sono i fattori di novità che andranno da questo momento in avanti ad influenzare le espressioni di una comunicazione, che potremmo definire alternativa e che, abbandonati i canoni dell’informazione dottrinaria, gioca tutto sulla valenza politica del voto come espressione di classe. È questo lo spirito con cui ci si appresta a fornire alle classi popolari l’erudizione necessaria perché possano recarsi alle urne come «elettori coscienti».

Il voto elettorale, restituito a tanta parte del popolo operoso, impone nuovi doveri. Il cittadino che si presenta all’urna è un soldato che si reca alla battaglia. Il suo fucile è la scheda del voto.
Guai se non adopereremo con saggezza quell’arme! Invece di vincere e far trionfare la causa della giustizia, l’inesperto può ferire sé [sic] stesso e i suoi compagni di lotta.
Istruirsi bisogna, prima di scendere in campo. Allora soltanto il diritto del voto condurrà alla vittoria, che si trova nel raggiungimento della libertà e del benessere.
Il voto del più povero vale quello del più ricco, quando l’istruzione abbia illuminata la mente del primo.
Far conoscere al nuovo elettore i suoi doveri – ammaestrarlo colla conoscenza del passato – indicargli il modo di distinguere i buoni amici dai seduttori – farlo assorgere dai bisogni del presente all’idea di quella eterna morale che dev’essere la norma d’ogni onesta politica, – tale è lo scopo di queste pubblicazioni. Vogliamo unire le forze sparse e avviarle alle urne nel nome dei principii del bene e del vero41.

Sono questi i termini con cui viene presentata la nuova collana di Manualetti per il popolo42, la cui finalità è, come recita la frase finale, «unire le forze sparse». Per unire le forze bisogna perseguire due obiettivi: portare i nuovi elettori alle urne e far superare la reticenza circa l’inutilità del voto, convogliando i voti dei nuovi elettori sui loro rappresentanti.
Entrambi questi obiettivi sono individuabili sia nelle forme ancora acerbe di propaganda che precedono le elezioni del 1882 sia in modo più puntuale in quelle che i socialisti produrranno all’inizio del nuovo secolo ben consapevoli che la propaganda è solo uno dei tanti canali attraverso il quale il partito può entrare in comunicazione con le masse e dirigerne il voto43.
Già nel primo Manualetto per il popolo, intitolato emblematicamente La sveglia elettorale, tutto il racconto, volto a far introiettare al lettore la necessità di andare a votare, è permeato da quattro messaggi chiari: il voto utile44; le candidature operaie che sole potranno tutelare gli interessi di classe45; la necessità dell’acculturazione politica per la classe operaia che deve entrare in Parlamento46 e infine l’indennità parlamentare47.
Tutti questi temi li ritroviamo ancora all’inizio del Novecento nella propaganda elettorale del partito socialista. Odino Morgari nel suo noto Per chi dovete votare48, dopo aver messo in guardia l’elettore dalle minacce elettorali o dalle facili corruttele49, ricorda i compiti del deputato socialista, il suo obbligo di mantenersi fedele al programma che il partito ha elaborato50. Votando per il deputato socialista, l’operaio ha una rappresentanza di classe, gli viene indicata la strada attraverso la quale le riforme a cui aspira possono diventare realtà. In questa dimensione acquista un significato profondo lo slogan: «vota come ti è stato detto»51.
In realtà la dimensione nuova che la politica assume con l’irrompere sulla scena della forma partito rivela una dimensione del voto che i dottrinari continuano a negare: il voto non più come mera espressione di una volontà individuale, ma come espressione di una volontà collettiva.
Quella dimensione del voto come forma di tutela di interessi di una classe che i modi propri di una comunicazione politica declinata in termini di istruzione non avevano mai colto o avevano sempre tenuto nascosta dietro la formula del «sommo bene della Nazione», diventa invece l’asse portante del voto, nel momento in cui interessi antagonisti si confrontano sulla scena politica. L’apertura dei comizi agli analfabeti, che è parziale con la legge di Giolitti del 1912, ma che diventa totale con quella promossa dal Governo Orlando nel ’18, dà piena legittimazione a questa nuova dimensione. Fornisco qui solo due esempi che mi paiono in questo senso significativi: il primo ha come scenario le prime elezioni a suffragio universale maschile, il secondo quelle, invece, del 1924 quando si vota per la prima volta con una scheda elettorale, consegnata all’elettore al seggio, in cui compaiono i simboli delle diverse forze politiche.
Tra la documentazione diversa che la Prefettura di Bologna raccoglie durante la campagna elettorale del 1919 è conservata una “zirudela”52, con cui l’imbonitore che la recita vuol mettere in guardia gli elettori dai falsi candidati che il Partito Liberale, identificato come partito non popolare, mette in lista, e invita invece i contadini a votare per il Partito Popolare che implicitamente, si dice, tutela gli interessi dei contadini53.
Il secondo esempio, invece, mette in evidenza il superamento del confine tra propaganda per il voto di appartenenza e manipolazione fraudolenta del voto.
Resta, nell’archivio della Prefettura di Bologna, traccia di una delle diverse forme di manipolazione del voto esercitate nel 1924 dal Partito nazionale fascista e, com’è noto, denunciate durante la seduta di insediamento della Camera da Giacomo Matteotti.
Di fronte ad un elettorato che ha tra le sue fila gli analfabeti e che tuttavia è in queste elezioni per la prima volta costretto a votare con la scheda di Stato prestampata, si studia la produzione di una maschera che, applicata sulla scheda, lasci scoperto solo il simbolo del partito su cui si vuole che l’elettore faccia la croce54. Il «vota come ti è stato detto», sembra oltrepassare, in questo scenario, il confine della legittima istruzione data all’elettore affinché il suo voto sia un voto utile per il partito di appartenenza.

Note

1. Si rimanda a questo proposito agli studi di N. Fasce, Comunicazione aziendale e comunicazione politica negli Stati Uniti del Novecento: primi appunti di ricerca, in A. Baravelli, Propagande contro. Modelli di comunicazione politica nel xx secolo, Carocci, Roma 2005, pp. 142-62; Id., Da Barton a Rove: pubblicità e politica negli Stati Uniti del “secolo americano”, in “Ricerche di Storia Politica”, 1, 2008, pp. 3-19; cfr. pure C. Vaccari, La comunicazione politica negli Usa, Carocci, Roma 2007. Per un esempio della precoce trasformazione della comunicazione politica che incomincia ad assumere le connotazioni tipiche della propaganda commerciale in ambito europeo, cfr. V. Galimi, Lanciare il candidato come un prodotto. Un manuale elettorale nella Francia degli anni Trenta, in “Contemporanea. Rivista di Storia dell’800 e del ’900”, 1, 2007, pp. 83-101. Per il consolidamento di questo processo nelle campagne elettorali del continente si rimanda a R. Brizzi, «Venduti come detersivi». Le elezioni presidenziali del 1965 e i primi passi del marketing politico in Francia, in “Ricerche di Storia Politica”, 1, 2007, pp. 3-26.
2. Ricordiamo gli scritti di Francesco De Sanctis, di Ruggiero Borghi o ancora di Gaetano Salvemini. Tra le fonti letterarie ricordiamo in particolare F. De Roberto, I Viceré, Galli, Milano 1894, come pure Id., L’Illusione, Galli-Chiesa-Guidani, Milano 1891.
3. Si ricorda che l’art. 3 dello Statuto prevedeva l’alfabetizzazione. Come ricorda Giovanni Vigo, nel quadro delle nazioni europee a metà dell’Ottocento, mentre la Svezia aveva già un livello di alfabetizzazione del 90%, Prussia e Scozia superiore all’80%, Inghilterra e Galles si attestavano attorno al 70%; in fondo alla scala si trovavano Italia, Portogallo e Spagna con livelli di analfabetismo che sfioravano l’80%; cfr. G. Vigo, Gli italiani alla conquista dell’alfabeto, in S. Soldani, G. Turi (a cura di), Fare gli italiani. Scuola e cultura nell’Italia contemporanea, Il Mulino, Bologna 1993, vol. i, La nascita dello Stato nazionale, p. 39. Del resto di questa realtà era perfettamente consapevole la classe politica se ancora nel ’70 Sonnino, in un suo noto intervento sul suffragio, ricorda come il tasso di alfabetizzazione in Italia sia tra i più bassi in Europa; cfr. S. Sonnino, Il suffragio universale in Italia, Tipografia Eredi Botta, Firenze 1870, p. 11.
4. Anche se va ricordato che solo con la riforma del 1882 viene prevista una verifica della capacità, per ottemperare alla norma transitoria che, in deroga alla legge, stabiliva l’acquisizione del diritto di voto per chi aveva frequentato il biennio elementare obbligatorio, attribuendo il diritto di voto anche a chi fosse stato in grado di dimostrare di essere in grado di leggere e scrivere.
5. [M. Castelli, G. Briano], Piccolo catechismo costituzionale ad uso del popolo. Col programma dello Statuto fondamentale delli 8 febbraio 1848, Gianini e Fiore, Torino 1848; P. Predieri, Avvertimenti agli elettori nella scelta dei deputati dello Stato Pontificio, Tipografia Sassi nelle Spaderie, Bologna 1848.
6. Si legge negli Avvertimenti: «Ora pei governi rappresentativi può essere dubbia la vittoria? Non mai. Se vi è tuttavia questione, non è che questione di tempo: ma di breve tempo, perché il secolo ed i lumi incalzano, e l’ultima ora è suonata per l’antica Europa assoluta. Varrebbe meglio per essa e per l’umanità che Ella stessa dirigesse tosto li passi verso li sociali miglioramenti, di quello che calunniarla, ed opprimerla. L’ultima ora è suonata? Sì lo ripetiamo il mondo è ammaestrato tanto che basta perché la sapienza trionfi sulla ignoranza, perché li rappresentativi governi prendano il posto degli assoluti; e gli uomini che dovranno rappresentare le provincie e li stati, per ben fare non debbano solo rappresentare il carattere di quelle, perché in talune molto resta a farsi nella educazione, ma debbano trarsi dalla maggioranza dei buoni e bravi cittadini che sentono ed amano il bene, e come quegli altri lo conoscono che sono tratti dalle provincie più istruite e civilizzate. Intorno a che miei cari elettori non posso a meno di farvi avvertiti dovete voi procurare che predomini nella scelta la bontà del cuore, l’amore all’ordine, il disinteresse, di quello che ad elevati talenti sieno congiunte quelle subdole idee, che l’utile privato preferiscono al ben pubblico che ogni idea ed ogni fatto ammantano di egoismo, di difficoltà e di disordine pubblico»; Predieri, Avvertimenti, cit., p. 20.
7. Ivi, p. 3.
8. Ivi, p. 4.
9. L’ambizione che porta a voler mettersi in corsa per arrivare allo status di parlamentare viene sottolineata come ostacolo al buon funzionamento dei sistemi rappresentativi: «Un [...] ostacolo si risveglierà nelle ambizioni private per giungere alla pubblica rappresentanza. Io sono d’avviso che molti di quelli, che agognano un tale incarico sieno li meno adatti. Non basta sapere qualche assioma, aver letta una biblioteca, scritti giornali, ma occorre molta esperienza d’affari, faticare con perseveranza, e con abnegazione, certi di averne dalle moltitudini biasimo anzi che lode. Chi non ha il coraggio di affrontare ogni momento questi disgustosi inciampi, che avviliscono lo spirito e tarpano le ali de’ migliori ingegni, può starsene in casa seduto nel proprio scrittoio, a dettare articoli teoretici di moderna stampa. Dovranno scorrere molti anni prima che gli uomini d’affari e di Governo, siano apprezzati dalle moltitudini, e dirò anche dal colto pubblico, poiché questo componendosi di persone ambiziose ancora, o di altri, che forse in buona fede si credono adatti al governo, non si tacciono facilmente al continuare dei clamori pubblici, né questi ponno cessare se non che lentamente»; ivi, pp. 11-2.
10. Ivi, p. 30.
11. Ivi, p. 23.
12. Ivi, p. 25.
13. Si ricorda che lo Statuto prevedeva all’art. 4 il censo per il Piemonte nella misura di 40 lire nuove; mentre per le province della Savoia e per quelle di Nizza, Oneglia, San Remo, Genova, Chiavari Levante, Novi, Savona, Albenga e Bobbio il censo ammontava a sole 20 lire. Cfr. Legge elettorale promulgata dal Re Carlo Alberto e decreto d’amnistia, Stabilimento Topografico Aless. Fontana, Torino 1848, p. 2. Si ricorda che secondo le statistiche in Piemonte il livello di alfabetizzazione era in questi anni tra il 40 ed il 50%, cfr. Vigo, Gli italiani alla conquista dell’alfabeto, cit., p. 39.
14. [Castelli, Briano], Piccolo catechismo costituzionale, cit., p. 36.
15. Ivi, p. 40.
16. Ibid.
17. A. Aglebert, Istruzione popolare per gli elettori e per le operazioni elettorali, s.l., s.d. [ma 1859].
18. Ibid.; il corsivo è nel testo.
19. Alla domanda: «Ma come potranno gli Elettori mettersi d’accordo per eleggere un nome il quale riunisca in sé la maggioranza dei voti [...]?», viene indicata come risposta: «In questo caso la libertà la più ampia accordata in tutti i paesi civili durante le elezioni, guarentisce l’accordo, la disciplina fra gli Elettori, i quali ponno riunirsi, scambievolmente discuttere [sic] illuminarsi reciprocamente, prima di concordare definitivamente nella scelta. In alcuni luoghi i Candidati si propongono ai Collegi Elettorali da loro stessi [...]. Essendo libero ad ogni elettore, di riunirsi, come dissi, di fare qualunque pubblicazione per l’oggetto e nel tempo delle elezioni, così qualsiasi Elettore sollecito del comune bene, ha facoltà d’invitare tutti gli Elettori in un dato luogo, a una data ora per costituire un Comitato, senza tema di offendere veruna suscettibilità, né di meritarsi alcuna taccia di presumer troppo di se stesso»; ivi, pp. 2-3.
20. Ivi, p. 2
21. Ivi, p. 8.
22. Guida al Governo Rappresentativo, Tipografia Gilberti, Brescia 1860; L’elettore. Almanacco per il Popolo pubblicato dall’Associazione elettorale, Tipografia Radaelli, Milano 1860.
23. Guida al Governo Rappresentativo, cit., p. 4.
24. Cfr. L’elettore. Almanacco per il Popolo, cit.
25. Cfr. Guida al Governo Rappresentativo, cit., n. 1, p. 10 dove è scritto: «Chiamansi Deputati dove esiste il principio monarchico. Rappresentanti dove prevale il repubblicano».
26. Ivi, p. 12.
27. Ivi, p. 16.
28. Ivi, p. 22.
29. Ivi, p. 26.
30. E qui l’autore affrontando il tema del diritto di voto esercitato dal povero, ne evidenzia un «mal uso» e rimanda ai problemi che si registrano nei cantoni elvetici; ivi, p. 27.
31. Si riporta qui per esteso il testo il cui titolo è Cossa l’è ’l Statutt. «Sta parolla de Statutt / A violter bona gent, / in di robb che gh’à importanza / che in stii robb sii noeuv del tutt, / la ve liga fosi i dent; / e, in stò daj-tira-messeda, / L’è mej tràvvela in moneda. / De cà grossa de fa e desfà / Quell che ’l voeur, el spand, el spend, / né ’l dà cunt maj de nagott, / Padron sòtegh del baslott: / Ma on dì i sòci salten su, / e rangògnen pian e fort: / Ch’hinn padron tant quant e lù: / Lu ’l capiss che gh’hannò tort, / E, a toeu ’l risc d’òna rottura, / El trà insemma òna scrittura / Se quietta sul moment / La famiglia tutta quanta, / Garantida allègrament / Per avergli carta che canta / In stò patt obligatòri / De tucc quij el parentori. / In sta carta el se reserva / Tutt i onòr del Cap-de-cà, / El so nomm el se conserva / In tutt quell che gh’è de fa: / Ma in di robb che gh’à importanza / L’è ben pocch quell che ghe vanza: / El promett de fa pù ninet / Senza avegh anca el permess / D’on cert numer de so Agent, / Che anca lor han de fa istess / Domandand l’approvazion / A on Consili d’elezion / Che, a so gust, la dev scerni / Ogni tant la Societaa…; / Ma pièntèmela, e bott li! / Che l’esempi che v’hoo daa / El me par ciar come’l so, / Perché ’l Rè l’è ’l nost’ Resgiò; / L’è ’l Consilli el Parlament; / La famiglia sii violter; / I Ministee hin i Agent / Del Governo, e n’occorr ’olter: / L’hii capida cossa l’è».
32. L’elettore. Almanacco per il Popolo, cit., p. 45. Nel definire come l’elettore deve compiere la propria scelta si dice: «Scegliete degli uomini veramente amanti della patria, della libertà, dell’indipendenza, uomini veramente italiani, che antepongano ad ogni cosa l’onore e il vantaggio della Nazione. Scegliete uomini d’ingegno […]. Se all’ingegno accoppiano la facondia, se sanno parlar bene; tanto meglio, perché le labbra sono la porta dalla quale sortono le idee contenute nel cervello, e chi le espone bene le fa meglio comprendere e trionfare. […] Scegliete degli uomini indipendenti […]. Scegliete infine degli uomini amici del povero popolo, che lavora e che soffre, e desiderosi di migliorarne le sorti»; ibid.
33. Ivi, pp. 49-50. Si mette in guardia l’elettore da questo secondo pericolo che si presenta con frequenza nelle immediate vicinanze della sala in cui si svolgono le operazioni elettorali: «Badate soprattutto che è qui principalmente dove potrete essere avvicinati da coloro che hanno un nome a far trionfare, e vogliono accaparrarsi dei voti. Vi domanderanno: mi lasci un po’ vedere la sua scheda? Oppure: chi ha nominato lei? Se mostrerete i vostri nomi vi diranno: “Sì, sì, va bene: ma però ve ne sono di migliori: v’è il tale che è signore, uomo onesto, può fare del gran bene, ha già fatto tanto bene per la Guardia nazionale, è conosciuto in tutta la città: mentre quello là è una brava persona, ma povero diavolo, non ha nessuna influenza e in un consiglio o in un Parlamento sarà sempre voce al deserto, nessuno lo ascolterà. V’è il tale che a Torino è corpo ed anima col ministro A, col cavaliere B, col deputato C: eloquente, persuasivo nella parola, sa di legge più che un avvocato, è cima d’uomo, e tiene molta terra al Sole… Noi abbiamo bisogno di persone coma va, che sappiano dire le loro ragioni, ma che abbiano anche i mezzi di farle valere…”. Se non li conoscete, state in guardia contro questi mosconi; proposizioni simili ve le può dire anche un galantuomo, ma, a buoni conti, state in guardia; non credete facilmente né al troppo bene né al troppo male; se siete in dubbio, consigliatevi con persone di vostra piena confidenza, che non ne mancheranno nella sala. Nessuno vi può suggerire che siate irremovibili nelle vostre scelte; perocché non v’è quasi bene, che non si trovi il suo meglio: ciononostante pensate molto prima di scegliere, ma più ancora prima di cangiare sopra consiglio di persone che vi pigliano lì di sorpresa onde imporvi un nome».
34. Sulla manipolazione elettorale, fenomeno non solo italiano, ma di dimensioni molto più ampie, cfr. R. Romanelli (ed.), How did they become voters? The history of franchise in Modern European Representation, Kluwer Law International, The Hague-London-Boston 1998, in relazione al caso italiano si veda il mio contributo all’interno del volume, Le problème de la manipulation des élections en Italie, pp. 111-32.
35. Cfr. G. Comella, Catechismo dell’elettore italiano, Tipografia Fratelli Marsala, Palermo 1904.
36. Coloro che si prestano alla compravendita del voto, si dice, contribuiscono con la loro azione a far eleggere i «peggiori cittadini per mente e per coscienza», che potranno solo fare «leggi balorde e cattive»; mentre l’elettore nel scegliere il candidato per cui votare dovrebbe porre nella scelta la stessa cura che pone nella scelta che fa per la propria famiglia del medico e dell’avvocato; ivi, pp. 44-5.
37. Sull’associazionismo politico che prelude alla formazione dei partiti molto è stato scritto. Penso ai contributi di Maurizio Ridolfi per quanto riguarda l’associazionismo repubblicano e socialista, a quelli di Emma Mana e Giovanni Orsina sull’area radicale. Come pure incominciano ad essere indagate anche le campagne elettorali e le diverse forme di propaganda politica. Su questo tema, che è più direttamente connesso con la questione dell’alfabetizzazione al voto, rimando a M. Ridolfi e P. L. Ballini (a cura di), Storia delle campagne elettorali in Italia, Mondadori, Milano 2002, all’interno del quale particolarmente importanti per quanto stiamo analizzando in questo contributo sono i saggi di M. Ridolfi, “Partiti elettorali” e trasformazioni della politica nell’Italia unita, pp. 65-88; E. Mana, Le campagne elettorali in tempi di suffragio ristretto e allargato, pp. 89-136; S. Noiret, L’organizzazione del voto prima e dopo la Grande guerra (1913-1924), pp. 137-67. M. Ridolfi (a cura di), Propaganda e comunicazione politica, Mondadori, Milano 2004; Baravelli, Propagande contro, cit.
38. Per la ricostruzione di quel dibattito e per le reticenze dimostrate dalla stessa Sinistra storica che si era fatta promotrice della legge, in ottemperanza al programma di Stradella di Depretis, mi permetto di rimandare al mio Le elezioni in Italia dal 1848 ad oggi, Laterza, Roma-Bari 1995, pp. 55-104.
39. Cfr. a questo proposito E. Napollon, Il suffragio universale, in “Equilibrio. Giornale ebdomadario politico-scientifico-commerciale. Organo delle Società Operaie di Brindisi ed Ostuni e della Società Democratica di S. Pietro Vernotico”, 29 agosto 1880. Il testo, di cui riportiamo di seguito uno stralcio è scritto da Ernesta Napollon, un’esponente del primo movimento femminista che aveva al suo attivo già diversi scritti anche a sfondo politico; si ricorda, a titolo di esempio, la novella Una donna italiana, in E. Napollon-Margarita, Novelle narrate, Tipografia Armanino e Casabona, Genova 1877, pp. 59-103. In questo intervento sul suffragio scrive: «La patria che accettò il sangue ed il sacrificio del popolo, che gl’impone doveri pesantissimi come quello della coscrizione e strappa alle madri i figli, all’agricoltura le braccia per farne dei soldati, può essa esitare ad accordare un diritto in oggi infeudato solo a coloro che per censo sono ritenuti capaci di pensare? L’operaio intelligente, il proletario che pure costituisce una gran parte della popolazione, pel solo motivo che non è inscritto nei ruoli dell’esattore, dovrà essere escluso dal diritto di farsi rappresentare laddove vengono escogitati i più vitali interessi del paese? E quando si rifletta alla sproporzione che esiste fra i pochi chiamati a votare ed i molti esclusi dal voto, si domanda, inquieti ed impensieriti, se gli eletti hanno il diritto di chiamarsi i rappresentanti della nazione, mentre non sono che i mandatarii di chiesuole e d’interessi partigiani, un gruppo staccato dai più, ignari delle aspirazioni e dei bisogni generali del proprio collegio. L’imposta sul sangue e quella sul pane gravitano sull’operaio e sull’agricoltore; ma a questi è imposto il silenzio […]. A loro non spetta parlare, la loro voce sarebbe una nota stridula nell’armonia dei censiti, un insulto alle classi intelligenti (leggi paganti) che si sono impossessate della primogenitura del voto onde crearsene un privilegio ed escluderne le masse, che sono una forza pericolosa perché nemica dell’abuso e dell’oscurantismo. […] Ma no; non rappresenta il paese un pugno di elettori: interrogate il popolo; egli solo ha il diritto di eleggere i propri rappresentanti, egli solo di acclamare a quei nomi intemerati che non piegarono davanti a verun potere, massi di granito, incrollabili nella loro fede, che non transigono colla viltà, né mercanteggiano coll’ambizione».
40. Ibid.
41. Quarta di copertina di La sveglia elettorale, Manualetti per il popolo, n. 1, Sonzogno, Milano 1882.
42. Unitamente alla pubblicazione del primo numero, emblematicamente intitolato La sveglia elettorale, che esce insieme al n. 2, La Sinistra al governo, si pubblicizza l’uscita dei numeri successivi su: Il Vangelo e la Democrazia, Le voci del paese, I falsi amici.
43. Cfr. I. Bonomi, Azione politica e azione parlamentare. Relazione al Congresso socialista nazionale (Imola 6-8 settembre), in “Critica Sociale”, xii, 1902, 16, pp. 246-52, in particolare p. 248, dove si legge: «La propaganda da sola non crea la “coscienza socialista”: essa illumina soltanto quei fatti che sono in diretto contatto con gli ascoltatori. La dottrina positiva ci insegna che di un discorso socialista penetra soltanto quella parte che tocca le abitudini, gli interessi, il mondo morale di coloro cui è diretto. Suscitare queste abitudini, questi interessi, questi conflitti, è integrare l’opera della propaganda, è creare veramente, non solo la coscienza, che è ancora cosa astratta, ma la combattività socialista».
44. Riporto qui un passo particolarmente significativo circa l’utilità del voto: «Il vostro voto, a cui voi non volete dar peso alcuno, ed avete torto, potrebbe decidere d’una importante votazione. Supponete che i vostri compagni del popolo, per vincere la battaglia elettorale, abbisognino di 3.000 voti: ne riportano invece 2.999. Perché han perduto? Perché mancava il vostro voto, perché alla battaglia mancava il vostro fucile, perché all’appello mancava un disertore...»; La sveglia elettorale, cit., p. 19.
45. Sul tema delle candidature operaie: «Ci siamo radunati per vedere di combinare qualche cosa per le prossime elezioni politiche, e sono persuaso che, malgrado i diversi nostri modi di vedere su certe cose riusciremo ad intenderci perché dopo tutto, anzi prima di tutto, qui siamo tutti operai... e questo l’è un gran motivo per tenerci uniti. [...] Metto ai voti allora un ordine del giorno così concepito: attenti, che leggo: “I nuovi elettori si intenderanno colle varie frazioni della democrazia per concertare una lista comune di candidati, i quali, una volta eletti, debbano recarsi alla Camera a sostenere i diritti delle classi povere»; ivi, pp. 23, 30.
46. Sulla necessità di un’acculturazione politica: «Ecco il mio pensiero! Sicuro! Non basta mica il buttar là in Parlamento un voto nudo e crudo, bisogna anche saper parlare, dire delle buone ragioni, dare ad esse quel non so che che fa colpo e persuade. [...] Dovete imparare perché presto o tardi, i lavoratori devono far anch’essi la loro brava figura in mezzo ai signori Deputati. – E come si fa ad imparare? Domandò un altro. – Come si fa? Andate ad iscrivervi tutti nelle Società Operaja; nelle assemblee domandate la parola e cominciate ad avvezzarvi a fare faccia franca in pubblico, nelle ore d’ozio leggete...»; ivi, pp. 16-7.
47. Sulla necessità dell’indennità, perché le porte del Parlamento si aprano a chi non vive di rendita: «Il Deputato [...] per stare a Roma a fare il Deputato ci vuole un mucchio di quattrini... – Ma noi domanderemo che la Nazione dia al deputato quanto gli occorre per vivere onestamente alla capitale! Oh bella! Pagano il re, pagano i ministri e perché mo non devono pagare anche i deputati?»; ivi, pp. 15-6.
48. Cfr. O. Morgari, Per chi dovete votare, 21a edizione, Amministrazione del giornale “l’Asino”, Roma 1902, in particolare le pp. 13-6.
49. Morgari mette in guarda dalla compravendita dei voti: «Vendendo il vostro voto, non solo vendete la vostra coscienza, ma tradite anche i vostri interessi e quelli della intera classe lavoratrice. [...] Voi credete di guadagnare poche lire, e non vi accorgete invece che ne perdete, senza avvedervene, assai di più. I voti che voi date ai padroni o ai loro difensori, significano per voi tanta disoccupazione, tante tasse, tante ingiustizie per tutto il periodo che il rappresentante borghese eletto rimane in carica in forza dei voti da voi comprati»; ivi, p. 13.
50. Scrive Morgari: «Il deputato socialista deve fare quello che il partito gli dice di fare, quello che ha promesso ai suoi elettori, la difesa cioè della povera gente. Il Partito socialista perciò vigila l’eletto, lo controlla nella sua vita politica quotidiana, lo guida, lo richiama all’ordine [...]. Votando per lui [il candidato socialista] siete sicuri di non essere traditi, perché ogni candidato socialista vi viene garantito dal grande Partito Socialista organizzato»; ivi, p. 16.
51. Va ricordato che a Birmingham i conservatori e i liberali tradizionalisti inglesi, nelle elezioni del 1876, erano insorti contro questa precisa formula, «vote as you are told», accusando Chamberlain di manipolare il voto, espropriando l’elettore della propria libertà.
52. La “zirudela” è una forma di poesia dialettale che viene recitata o cantata nelle feste popolari.
53. Riportiamo di seguito il testo della zirudela nelle due versioni, dialettale e italiano. Il testo è conservato in Archivio di Stato di Bologna, Gabinetto di Prefettura, anno 1919, cartone 1301.
«Zerudela, av voj cunter / Al bel chés ch’l’è capité / A Piron, al cuntadein, / ch’j al purtéven candidé / J al purtéven’i liberél! / Che pear fér i ppolér / J purtévn’ un cuntadein / Pr’j elettur psair inganner. / Al srèv sté comma la zvatta / Ch’j adrovn’i cazzadur / Quand lour voln’i passarein / Ed ciaper esser sicur. / Parchè l’era cosa zerta / Ch’j al sfrutteven comm s’fa la téra / E po dopp comm una mer… / J al ficchéven in tl’aldamera / Ma Piron, ch’lè da luder / Scherpa grossa e zarvé l fein, / l’è cours sobbit pr’arnunizier / a cal brrott e losch ciapein. / L’ha pinsé un po’ ai ches su / E ch’al sre arsté a pi / Parchè tott i cuntadein / Si n’han dett tott del busi, / si n’ein ross od esalté / lour i vauden’al P.P. / Mo j n’al volsen gnanc sculter / Ed alloura al cuntadein / Al fé vaddr’ ai professur / Ed savair dovv sta’l nuder. / E chi ha fatt brotta figura / J ein sté propri j liberél, / Ghig, Tanéra e cumpagni / Ch’j ein sté ed tott al caranvel. / Ch’j han taché di manifest / Anch parfenna par la stré / J ein dvinté, aultra che al rest, / i ridequel dla zité. / Ed qualunqu parté a siédi, elettur, me av voj cunsiér: / se a vli esser personn seri, / an vudé pr’i liberél. / A fari una cosa bela / Tocc e dai la zerudela». [Zirudella vi voglio raccontare / il bel caso che è capitato / a Pietro il contadino / che lo portavano candidato / Lo portavano i liberali / che per fare i popolari / portavano un contadino / Per poter ingannare gli elettori. / Sarebbe stato come la civetta / che adoperano i cacciatori / quando vogliono i passeri / Essere sicuri di prendere / Perché era cosa certa / che lo sfruttavano come si fa la terra / e poi dopo come una mer... / lo buttavano nel letamaio / Ma Pietro che è da lodare / scarpa grossa e cervello fino, / è subito corso per rinunciare / A quel brutto e losco impiccio / Ha pensato un po’ ai suoi casi / e che sarebbe rimasto a piedi / perché tutti i contadini / se non han detto tutti bugie / se non sono rossi o esaltati / votano per il P.P. / Ma non lo vollero neppure ascoltare / e allora il contadino / fece vedere ai professori / Di sapere dove sta il notaio / E chi ha fatto brutta figura / sono stati proprio i liberali / Ghigi, Tanari e compagnia / Che sono stati il carnevale di tutti / Che hanno affisso dei manifesti / persino per le strade / son diventati, oltre che al resto / Il ridicolo della città / Di qualunque partito siate / elettori, io vi voglio consigliare / se volete essere persone serie / Non votate per i liberali / farete una cosa bella / tocc e dai la zirudella].
54. Cfr. Archivio di Stato di Bologna, Gabinetto di Prefettura, anno 1924, cartone 1782.