L. Scaraffia e B. Tobia


"Cuore" di E. De Amicis (1886) e la costruzione dell'identità nazionale



Tutti gli storici, comunque, per quanto diversi possano essere i loro obiettivi, intervengono in questo processo [di ridefinizione del rapporto con il passato] nella misura in cui contribuiscono, in modo più o meno inconsapevole, a creare, demolire e ristrutturare immagini del passato che non appartengono soltanto al mondo dell'indagine specialistica, ma anche alla sfera pubblica dell'uomo in quanto essere politico. lànto vale che si rassegnino a questa dimensione della loro attività.

E.Hobsbawm, L'invenzione della tradizione.


Tra le difficili questioni che le élites intellettuali italiane si trovarono a dover risolvere nella seconda metà del secolo XIX' spicca per il suo carattere capitale quella della creazione di una identità etnica unitaria a partire dalle grandi diversità geografiche, storiche e culturali tra le regioni della penisola. Uno dei modi attraverso il quale esse si sforzarono di affrontare e risolvere tale problema essenziale fu quello della trasformazione della vicenda dell'unificazione in una vera e propria epopea eroica e unitaria, rispetto alla quale ogni italiano potesse identificarsi come in un mito fondatore e rassicurante. Questa elaborazione storica di un passato tanto recente richiese un certo periodo di tempo, anche perché le conflittualità da ricomporre erano numerose e non di poco momento: a quelle fra le varie identità locali si aggiungevano, infatti, quelle più generali fra le diverse, e per certi versi opposte, componenti politiche del Risorgimento, spaccato, in pratica ab origine, fra l'ala democratica e repubblicana e l'ala monarchica e moderata, oppure quella generata dall'irriducibile dissidio tra il nuovo Stato e la Chiesa cattolica, la quale, invece, sino a tempi recentissimi, aveva fornito un formidabile cemento culturale fra le popolazioni italiane.

La necessità di una composizione complessiva di queste lacerazioni si imponeva dunque alla coscienza della nuova nazione e si concretizzò, in un primo momento, attraverso percorsi in gran parte simili a quelli di altri paesi del continente: nella grande attenzione ai momenti pedagogici e nel tentativo di rafforzamento dell'immagine simbolica della monarchia. Come ha scritto E. Hobsbavvm: "fu appunto questa l'epoca che vide la comparsa degli esercizi di pubbliche relazioni ‑ a noi così familiari ‑ imperniati sui riti reali o imperiali, enormemente facilitati dalla felice scoperta ‑ o forse sarebbe meglio dire invenzione ‑ del giubileo o anniversario cerimoniale"(1). La novità di questo genere di cerimonia risiedeva nel fatto che, proprio come l'insegnamento scolastico elementare, essa si rivolgeva alla massa del grande pubblico e, a questi fini divulgativi, doveva utilizzare un tipo di linguaggio simbolico facile e coinvolgente. Fu di preciso in questo periodo che, è sempre Hobsbawm a suggerircelo, "i governanti e gli osservatori borghesi riscoprirono l'importanza degli elementi 'irrazionali' nella conservazione del tessuto e dell'ordine sociali”(2).

Per l'Italia, se vogliamo, si aggiungeva una difficoltà particolare nel raggiungere il fine di una rielaborazione mitica del recente passato storico: il fatto stesso che questo passato era, in realtà, un passato prossimo, recente e vivo nella memoria, e che, addirittura, quasi tutti i protagonisti di esso erano ancora viventi. Ciò faceva sì che questa narrazione epica, se pure costruita come un mito di fondazione, stentasse a raggiungere così facilmente la presa che, invece, potevano avere le tradizioni datate in un tempo "immemorabile".

Non può dirsi, però, che l'obbiettivo tanto ambizioso venisse mancato. Ne abbiamo una significativa testimonianza in un testo di formazione, cosiddetto "per l'infanzia", il libro Cuore di Edmondo De Amicis, che contribuì in un modo insperato ad assicurare il successo di questa complessa operazione culturale. Si tratta di un volume mirabilmente strutturato per rispondere alle esigenze di fondazione "culturale" della nuova Italia e che riusciva, con opportuni accorgimenti, a compensare le evidenti debolezze e le palesi difficoltà che presentava lo sforzo di costituire un compiuto mito risorgimentale. In un solo volume, infatti, confluivano tutte quelle funzioni che Hobsbawm individua nella "tradizioni inventate" nell'epoca successiva alla rivoluzione industriale: fissare o simbolizzare la coesione sociale o l'appartenenza a gruppi o comunità (cioè, nel nostro caso, la nuova appartenenza alla nazione italiana); fondare e legittimare una istituzione e un rapporto di autorità (cioè, il nuovo Stato, rappresentato dalla monarchia sabauda e dalle sue istituzioni con valore di "massa", quali la scuola e l'esercito); promuovere una socializzazione che inculcasse credenze, sistemi di valore e convenzioni di comportamento (per esempio la frequentazione scolastica come momento di omogeneizzazione sociale e culturale tra i vari ceti)(3). Non può stupire perciò se il libro Cuore, data la complessità dei terni e delle motivazioni implicati ‑ neppure tutti, come è ovvio, pienamente coscienti all'autore ‑ ebbe una gestazione niente affatto facile, né breve. Nel 1878 De Amicis, scrivendo al suo editore Emilio Treves, diceva di pensare a un libro "nuovo, originale, potente, mio [...], di cui il solo concetto mi ha fatto piangere di contentezza e di entusiasmo"(4). Impariamo così subito a conoscere il nostro autore, per cui il modo patetico‑sentimentale(5) non è soltanto la cifra stilistica più vera e, forse, dominante, ma una costante predisposizione interiore e un atteggiamento mentale quasi automatico. A metà della sua fatica, comunicava ancora una volta al Treves: "Sono in una corrente di entusiasmo [...];metà del lavoro è già fatta; fatta tra le lagrime e gli scatti di gioia”(6). Difficile è pensare una così piena adesione dell'autore al suo oggetto; ma anche, per certi versi, a voler prestar fede al De Amicis stesso, una consapevolezza programmatica così limpida. Infatti, egli, licenziando finalmente l'opera nel febbraio del 1886 (sarà in libreria in ottobre), confidava sempre al suo editore: "i fabbricanti dei libri scolastici apprenderanno come si parla ai ragazzi poveri e come si spreme il pianto dai cuori di dieci anni"(7.) Senza dubbio l'obiettivo è stato raggiunto, e al di là di ogni più rosea previsione, tanto che il 1913 si conferma un anno ricco di primati: lasciano l'Italia 870.000 emigranti analfabeti, ma oltre seicentomila lettori hanno acquistato fino allora una copia del libro Cuore. Ma che cos'è questo volume, dalla struttura semplice, ma elaborata, di per sé accattivante, e quindi assai efficace rispetto al fine di pedagogismo estremo cui è ordinata? Questo volume, a cui è arriso un successo così pieno (che non è solo italiano: la prima edizione francese è del '92; al 1962 se ne erano vendute quattrocentomila copie)     (8 )e che ha ottenuto una così stupefacente diffusione, durata tanto a lungo (sei edizioni italiane in pochi mesi un milione di copie vendute al 1921, oltre tre milioni al 1960) (9)? Che ha mostrato tanta vitalità da passare recentissimamente in altri media, nella forma di sceneggiato televisivo o di cartone animato? Cuore ‑ come è noto ‑ è il diario, tenuto dal protagonista Enrico, dell'anno scolastico 1882 di una classe elementare (la terza, oggi sarebbe la quarta) di una sezione (oggi diciamo scuola) maschile di Torino. In questa "cornice" si inseriscono gli episodi e le ricorrenze, cronologicamente disposti, che punteggiano la vita dei ragazzi, osservati e descritti da Enrico; i nove racconti mensili che il maestro di volta in volta fa copiare "in bella calligrafia" e che esemplificano, quasi sempre usque ad effusionem sanguinis, un atto supremo di virtù compiuto da un fanciullo di una diversa regione italiana; gli insegna‑. menti ‑ meglio sarebbe dire: gli ammonimenti ‑ che il padre, la madre e persino la sorella di Enrico spargono qua e là a maggiore edificazione dello scrivente. Alla ferrea struttura compositiva corrisponde pienamente la sicurezza del principio pedagogico: educare attraverso le emozioni. Un principio tanto più efficace secondo De Amicis, viene da pensare, quanto più applicato a illustrare episodi e circostanze non liete o addirittura francamente drammatiche: la morte di una maestra, quella della madre di Garrone (il compagno buono e generoso, difensore dei deboli, figlio di un ferroviere), quella di Ferruccio (uno dei protagonisti dei racconti mensili) che, a torto rimproverato, fa getto della propria vita nel tentativo di salvare la vecchia nonna inferma, proteggendola col proprio corpo dal colpo di coltello inferto da uno dei due malviventi, introdottisi nella casa isolata a scopo di rapina. E gli esempi, grandi e piccoli, potrebbero continuare pressoché all'infinito, tanto che, di fronte agli occhi del lettore odierno, prima stupito e poi quasi frastornato, passa l'immagine di un'Italia di cento anni fa, dolorante, povera, macilenta e deforme, stracciona e affamata, piena di soffitte e abitazioni malsane, popolate da un'umanità precaria nel lavoro, nella salute, negli affetti ‑ specchio inconsapevole, ma certamente veridico di un paese ormai alle soglie della sua prima rivoluzione industriale. Eppure tale pletorica effusione sentimentale, una vera e propria dissipazione di buoni sentimenti (e di correlativi, abbondanti sensi di colpa), è strettamente tenuta insieme, sotto la penna di De Amicis, da tre strutture coesive fondamentali, in un giuoco costante di slittamenti, di rimandi (ma, a ben vedere, di vere e proprie equivalenze): la famiglia, la scuola, l'esercito. Si tratta di tre istituzioni regolate, in fondo, dalle medesime norme (l'obbedienza, innanzi a tutte), nelle quali vige il principio gerarchico più stretto, temperato dall'amore ‑ sempre austero ‑ dei superiori verso gli inferiori e dalla riconoscenza ‑ da suscitare magari attivamente ‑ degli inferiori verso i superiori. Genitori e figli divengono così, volta a volta, maestri e scolari, ufficiali e soldati e, naturalmente, padroni e operai o, meglio ancora, in maniera più indistinta, signori e poveri. Non per caso. Famiglia, scuola e esercito, metafore gli uni degli altri, costituiscono, presi insieme, metafora della società tutt'intera: ma della società, questo è ovvio, bene ordinata e nella quale la differenza non si faccia opposizione, secondo l'esempio di un concreto e perfetto utopismo pedagogico. Ma sul significato di questo utopismo torneremo in conclusione. Per ora continuiamo la nostra analisi generale. Se il principio pedagogico di Cuore è l'effusione sentimentale; se la struttura coesiva di tante iperboli emotive è costituita dalla società "bene ordinata" (vaso contenitore, per dir così, di differenze classistiche e morali sempre alla fine pacificate), il valore etico riassuntivo, e quindi il "messaggio" ossessivamente trasmesso, è quello della santità del lavoro, da compiersi sempre e comunque come quel dovere che è premio a se stesso. Non che anche molte altre virtù, e tutte laiche, non trovino abbondante esemplificazione nel racconto di quest'anno scolastico. Al contrario, gli stessi compagni di Enrico vengono proposti, a lui stesso e a noi che leggiamo per suo tramite, come exempla viventi di moralità, incarnazioni di virtù, appunto, o, se del caso, ma più raramente, di vizi. E avremo, perciò, l'ardimento di Robetti, la bontà di Garrone, l'operosità di Coretti, la liberalità di Derossi, la volontà di Stardi, la costanza eroica di Precossi, la generosità dello stesso Enrico (e per converso, sopra tutti, la malvagità di Franti o la superbia di Nobis e l'invidia di Votini) e così via. Ma, intanto, noteremo un'attenzione più assidua verso le virtù "attive", prime fra tutte la volontà, l'operosità, l'industriosità; e, in secondo luogo, non potremo non scorgere nel lavoro compiuto, nel compito assegnato e ben fatto il valore fondamentale, in quanto eticamente costitutivo per l'individuo: elemento imprescindibile della sua umanità. Ci soccorre qualche esempio illuminante, che dobbiamo limitare per ragioni di spazio. Leggiamo l'incipit del primo (non crediamo per caso) intervento ammonitore del padre di Enrico nel diario del figlio:



Si, caro Enrico, lo studio ti è duro, come ti dice tua madre; non ti vedo ancora andare alla scuola con quell'animo risoluto e con quel viso ridente, ch'io vorrei. Tu hai ancora il restio. Ma senti: pensa un po' che misera, spregevole cosa sarebbe la tua giornata se tu non andassi a scuola! A mani giunte, a capo a una settimana, domanderesti di ritornarci, roso dalla noia e dalla vergogna, stomacato dei tuoi trastulli e della tua esistenza (10).


O pensiamo all'episodio del gesto eroico di Robetti, il primo giorno di scuola (ancora, crediamo, non per caso) che rimarrà storpio tutta la vita per salvare dalle ruote di un carro un compagno più piccolo, sfuggito alla stretta della madre. Il clou, ci sembra, è nel risveglio del salvatore:


Il Direttore si arrestò un momento, pallido, e sollevò un poco il ragazzo con tutte e due le braccia per mostrarlo alla gente. E allora maestri, maestre, parenti, ragazzi, mormorarono tutti insieme: ‑Bravo, Robetti! ‑ Bravo, povero bambino! ‑ e gli mandavano dei baci; le maestre e i ragazzi che gli erano intorno, gli baciaron le mani e le braccia. Egli aperse gli occhi, e disse: ‑ La mia cartella! ‑ La madre del piccino salvato gliela mostrò piangendo e gli disse: ‑ Te la porto io, caro angiolo, te la porto io. ‑ E intanto sorreggeva la madre del ferito, che si copriva il viso con le mani. Uscirono, adagiarono il ragazzo nella carrozza, la carrozza parti. E allora rientrammo tutti nella scuola, in silenzio (11).


Robetti, ferito, al suo risveglio non ha che un pensiero subitaneo: mettere in salvo la sua cartella! Il suo strumento di lavoro: la concrezione materiale del suo compito‑dovere quotidiano, che va ben oltre l'episodio eroico. "Te la porto io!", risponde piangendo la madre del salvato, che intanto cerca di confortare, sorreggendola, la madre del salvatore. E la cartella è elevata a simbolo sacro e luminoso: legame di suprema eticità, per tramite della madre del salvato, fra la quotidianità del dovere silenzioso e l'eccezionalità del sacrificio eroico di sé. La riprova l'abbiamo e contrario, nella descrizione dell'unico carattere veramente negativo di tutto il Cuore: in Franti, la quintessenza della malvagità irriducibile, lombrosianamente descritto come colui che "ci ha qualcosa che mette ribrezzo su quella fronte bassa, in quegli occhi torbidi, che tien quasi nascosti sotto la visiera del suo berettino di tela cerata". Costui, che "si porta a scuola degli spilloni per punzecchiare i vicini", non solo strappa i bottoni della propria giubba, e li strappa agli altri, ma, orrore!, "ha cartella, quaderni, libri, tutto sgualcito, stracciato, sporco, la riga dentellata, la penna mangiata, le unghie rose, i vestiti pieni di frittelle e di strappi che si fa nelle risse" (12). E potremo ancora continuare, ricordando la vicenda del giovane Precossi che redime il padre fannullone con l'esempio del suo lavoro scolastico e lo riconduce, lontano dall'osteria, alla fucina di fabbro ferraio dove ritroverà, insieme al rispetto di sé e degli altri, una nuova vita di operosità laboriosa.

Non può stupire perciò se, accanto all'esaltazione del lavoro in quanto valore etico fondamentale, sia continuamente modulato in Cuore il tema della scuola, il luogo sacro dove si svolge la fatica quotidiana dei fanciulli, veri e propri soldati dell'esercito del sapere, per quel giuoco di equivalenze di cui abbiamo già detto:


Coraggio dunque, piccolo soldato dell'immenso esercito ‑ scriverà il padre di Enrico ancora nel suo primo intervento nel diario del figlio ‑I tuoi libri sono le tue armi, la tua classe è la tua squadra, il campo di battaglia è la terra intera, e la vittoria è la civiltà umana. Non essere un soldato codardo, Enrico mio (13).


La scuola è il luogo sacro dove si celebra il rito del sapere, e come tutti i luoghi sacri esige il rispetto di norme di comportamento codificate e fuori dell'ordinario per le funzioni che vi sisvolgono. Un esempio tra i più tipici, e che ci introduce direttamente al tema che più ci interessa, è quella de Il ragazzo calabrese. L’ingresso in classe di questo giovane allievo ha il sapore di una iniziazione, della consumazione di una cerimonia religiosa, dell'ammissione a un tempio. Ascoltiamo le parole del maestro rivolte alla classe:


Voi dovete essere contenti. Oggi entra nella scuola un piccolo italiano nato a Reggio Calabria, a più di cinquecento miglia di qua. Vogliate bene al vostro fratello venuto di lontano. [...] Vogliategli bene, in maniera che non s'accorga di essere lontano dalla città in cui è nato; fategli vedere che un ragazzo italiano, in qualunque scuola italiana metta il piede, ci trova dei fratelli. [...] Poi chiamò forte: ‑ Ernesto Derossi! ‑quello che ha sempre il primo premio. Derossi s'alzò. ‑ Vieni qua, ‑disse il maestro. [...] Come primo della scuola, ‑ gli disse il maestro, ‑dà l'abbraccio del benvenuto, in nome di tutta la classe, al nuovo compagno; l'abbraccio dei figli del Piemonte al figliolo della Calabria. ‑Derossi abbracciò il calabrese, dicendo con la sua voce chiara: ‑ Benvenuto! ‑ e questo baciò lui sulle due guancie, con impeto. lbtti batterono le mani. ‑ Silenzio! ‑ gridò il maestro, ‑ non si battono le mani in iscuola! – Ma si vedeva che era contento (14).


La scuola, luogo sacro, è luogo venerando anche per un altro motivo. Tempio del sapere e ‑ già lo sappiamo ‑ luogo di apprendimento per i soldati della scienza, metafora dell'esercito, essa, in virtù dell'usuale procedimento di slittamenti e di equivalenze, finisce per essere la rappresentazione concreta della stessa unità etnica della Patria e dell'eguaglianza sociale di un popolo affratellato dal sapere: specchio della nazione e della società. Del resto era stato lo stesso De Amicis a rivelare al suo editore esplicitamente il suo intento di scrivere un'opera tale da "rendere simpatica una provincia all'altra" (15). Così, diremmo noi, nelle aule scolastiche si celebra il rito di una doppia alienazione: quella delle differenze regionali, da riunificare e da ricomprendere, e quella delle diseguaglianze sociali, da superare in nome della natura comune a tutti gli esseri umani. Il maestro continuerà cos: la presentazione del ragazzo calabrese:


Perché questo fatto potesse accadere, che un ragazzo calabrese fosse come in casa sua a Torino, e che un ragazzo di Torino fosse come a casa propria a Reggio di Calabria, il nostro paese lottò per cinquant'anni e trentamila Italiani morirono. Voi dovete rispettarvi e amarvi tutti fra voi; ma chi di voi offendesse questo compagno perché non è nato nella nostra provincia, si renderebbe indegno di alzare mai più gli occhi da terra quando passa una bandiera tricolore (16).


E al momento della consegna dei premi scolastici l'apoteosi nazionale è celebrata visivamente dai dodici scolari che in rappresentanza di altrettante regioni d'Italia hanno il compito di consegnare gli attestati di merito ai vincitori. La raccomandazione del Direttore suona come un imperativo categorico:


Accoglieteli con un grande applauso. Sono ragazzi; ma rappresentano il paese come se fossero uomini: una piccola bandiera tricolore è simbolo dell'Italia altrettanto che una grande bandiera, non è vero? Applauditeli calorosamente, dunque. Fate vedere che anche i vostri piccoli cuori s'accendono, che anche le vostre anime di dieci anni s'esaltano dinanzi alla santa immagine della patria(17).


Naturalmente il successo è assicurato:


Tutt'a un tratto arrivarono di corsa fin sul proscenio e rimasero schierati lì, tutti e dodici, sorridenti. Tutto il teatro, tremila persone, saltaron su, d'un colpo, prorompendo in un applauso che parve uno scoppio di tuono. I ragazzi restarono un momento come sconcertati. ‑ Ecco l'Italia! ‑ disse una voce dal palco (18).


Rappresentazione vivente della patria, la scuola rimuove e annulla le differenze di classe, diviene luogo di compresenza sociale paritaria. É quanto scopre con soddisfazione il padre di Coretti, un carbonaio, che ha condotto in gita il figlio con alcuni suoi compagni:


‑ Peccato, eh! ‑ dice ‑ Ora siete tutti insieme, da bravi camerati; e tra qualche anno, chi sa, Enrico e Derossi saranno avvocati o professori, o che so io, e voi altri quattro in bottega o a un mestiere, o chi sa diavolo dove. E allora buona notte, camerati. ‑ Che! ‑ rispose Derossi ‑per me, Garrone sarà sempre Garrone, Precossi sarà sempre Precossi, e gli altri lo stesso, diventassi imperatore delle Russie; dove saranno loro, andrò io. ‑ Benedetto! ‑ esclamò Coretti padre, alzando la fiaschetta; ‑ così si parla, sagrestia! Toccate qua! Viva i bravi compagni, e viva anche la scuola, che vi fa una sola famiglia, quelli che hanno, e quelli che non ne hanno! ‑ Noi toccammo tutti la sua fiaschetta, con le barchette e i bicchieri, e bevemmo l'ultima volta. E lui: ‑ Viva il quadrato del 49! ‑ gridò levandosi in piedi e cacciando girl l'ultimo sorso; ‑ e se avrete da far dei quadrati anche voi, badate di tener duro come noi altri, ragazzi!‑ (19).


Il quadrato del 49° reggimento, a cui aveva appartenuto Coretti padre, che si strinse attorno al principe Umberto nella battaglia di Custoza durante la campagna del 1866: il richiamo patriottico è immediato, una società affratellata per una patria unita. I due termini, patria e società, nella scuola si congiungono, si sovrappongono senza residui, senza possibilità di corto circuito. Sarà sempre l'entusiasta Coretti a porgere al figlio la mano ancora calda della stretta del "suo" principe Umberto, divenuto nel frattempo Re, perché ne sia quasi benedetto, partecipe del tocco taumaturgico e salvifico del sovrano. Leggiamo:


La carrozza arrivò davanti a noi, a un passo dal pilastro. ‑ Evviva! ‑gridarono molte voci.

‑ Evviva! ‑ gridò Coretti, dopo gli altri.

Il re lo guardò in viso e arrestò un momento lo sguardo sulle tre medaglie.

Allora Coretti perdé la testa e urlò: ‑ Quarto battaglione del quarantanove!

Il re, che s'era già voltato da un'altra parte, si rivoltò verso di noi, e fissando Coretti negli occhi, stese la mano fuori della carrozza.

Coretti fece un salto avanti e glie la strinse. La carrozza passò, la folla irruppe e ci divise,

 perdemmo di vista Coretti padre. Ma fu un momento. Subito lo ritrovammo, ansante, con gli occhi umidi, che chiamava per nome il figliolo, tenendo la mano in alto. Il figliolo si slanciò verso di lui, ed egli gridò: ‑ Qua, piccino, che ho ancora calda la mano! ‑ e gli passò la mano intorno al viso, dicendo: ‑ Questa è una carezza del re.

E rimase lì come trasognato, con gli occhi fissi sulla carrozza lontana, sorridendo, con la20pipa tra le mani, in mezzo a un gruppo di curiosi che lo guardavano(20).


Nell'episodio, uno dei più famosi e conosciuti di tutto Cuore, si congiungono i due moduli essenziali attraverso i quali viene trasmesso il messaggio patriottico e costruita mitograficamente l'immagine della patria e della sua unità: da un lato, il riferimento all'atto eroico, fino al supremo sacrificio di sé (nella chiusa Coretti padre affermerà di essere disposto a dare il sangue per il suo Re, come lo difese nel '66 a costo della vita); dall'altra la presentazione della figura mitica, eccezionale, fuori dell'ordinario, dotata di capacità quasi sovraumane (il principe Umberto è presentato nel folto della mischia


a cavallo, che guardava intorno, tranquillo, con l'aria di domandare: ‑C'è nessuno graffiato dei miei ragazzi?) (21).


I due moduli sono costantemente riproposti in tutti i luoghi di argomento risorgimentale. Nei racconti mensili de La piccola vedetta lombarda e Il tamburino sardo risuona il tema dell'omaggio all'eroismo sereno e silenzioso dei due giovani protagonisti: il primo ucciso da una fucilata austriaca mentre appostato su un albero segnala ai soldati piemontesi le mosse del nemico; il secondo amputato della gamba, ferita nel tentativo di raggiungere a ogni costo le linee italiane per chiedere rinforzi:


Quando i primi uffiziali del battaglione videro il piccolo cadavere disteso ai piedi del frassino e coperto della bandiera tricolore, lo salutarono con la sciabola; e uno di essi si chinò sopra la sponda del rigagnolo, ch'era tutta fiorita, strappò due fiori e glieli gettò. Allora tutti i bersaglieri, via via che passavano, strapparono dei fiori e li gettarono al morto. In pochi minuti il ragazzo fu coperto di fiori, e uffiziali e soldati gli mandavan tutti un saluto passando: ‑ Bravo, piccolo lombardo! ‑ Addio, ragazzo! ‑ A te, biondino! ‑ Evviva! ‑ Gloria! ‑ Addio! ‑ Un ufficiale gli gettò la sua medaglia al valore, un altro andò a baciargli la fronte. E i fiori continuavano a piovergli sui piedi nudi, sul petto insanguinato, sul capo biondo. Ed egli se ne dormiva là nell'erba, ravvolto nella sua bandiera, col viso bianco e quasi sorridente, povero ragazzo, come se sentisse quei saluti, e fosse contento d'aver dato la vita per la sua Lombardia.

Il capitano die' un passo indietro, inorridito.

Il ragazzo non aveva più una gamba: la gamba sinistra gli era stata amputata al di sopra del ginocchio: il troncone era fasciato di panni insanguinati.

In quel momento passò un medico militare, piccolo e grasso, in maniche di camicia ‑ Ah! signor capitano, ‑ disse rapidamente, accennandogli il tamburino, ‑ ecco un caso disgraziato; una gamba che si sarebbe salvata con niente s'egli non l'avesse forzata in quella pazza maniera; un'infiammazione maledetta; grido! Ero superbo che fosse un ragazzo italiano, mentre l'operavo, in parola d'onore. Quello è di buona bisognò tagliar lì per lì: Oh ma... un bravo ragazzo, gliel'assicuro io; non ha dato una lacrima, non un razza, perdio! ‑

E se n'andò di corsa.

II capitano corrugò le grandi sopracciglia bianche, e guardò fisso il tamburino, ristendendogli addosso la coperta; poi, lentamente, quasi non avvedendosene, e fissandolo sempre, alzò la mano al capo e si levò il cheppì.

‑ Signor capitano! ‑ esclamò il ragazzo meravigliato, ‑ Cosa fa, signor capitano? Per me!

E allora quel rozzo soldato che non aveva mai detto una parola mite ad un suo inferiore, rispose con una voce indicibilmente affettuosa e dolce: ‑ Io non sono che un capitano; tu sei un eroe.

Poi si gettò con le braccia aperte sul tamburino, e lo baciò tre volte sul cuore (22).


Nelle ricorrenze che riguardano i cosiddetti grandi uomini risuona invece il motivo della personalità eccezionale, dell'individuo "fuori della norma", del "padre" della patria, ma di difficile accessibilità, che potrà essere compreso ‑ si insiste particolarmente ‑ solo quando si sarà entrati pienamente nell'età adulta. Questi brani, infatti, rappresentano, a ben vedere, l'unico riferimento esterno alla quotidianità scolastica, familiare, urbana che costituisce il tessuto connettivo del racconto. É una qualità che conferisce loro un risalto particolare: oltre la realtà di ogni giorno, sperimentatile da un bambino, esiste soltanto un mondo di eroi, ai quali viene attribuito il supremo merito di aver unificato la patria italiana. Si tratta della creazione di una narrazione storica, di una epopea che si propone come mito unificante su cui fondare una tradizione comune a tutti i sudditi della nazione nuova. Che il libro Cuore costituisca un momento fondamentale nella divulgazione di questa epopea, la quale ‑ come vedremo ‑si veniva formulando proprio in quegli anni, è stato riconosciuto da alcuni importanti commentatori. A. Monti attribuiva al De Amicis il merito di aver ripassato per gli ignari "la lezione del Risorgimento" e di aver mantenuto "fresco fra i ceti più modesti il ricordo di quella recente epopea2 facendo della scuola "il luogo e strumento del culto dei padri”(23) . Poco dopo, Spadolini definiva Cuore "il codice della morale laica" e perciò, in quanto tale, erede diretto dell'anticlericalismo risorgimentale, attribuendogli il merito di aver raggiunto l'equilibrio "fra borghesia e popolo, tra giovani del salotto buono e della soffitta", di aver propiziato "l'incontro postumo fra Vittorio Emanuele II e Mazzini, fra la monarchia e la rivoluzione" (24). Vediamoli dunque in dettaglio questi "medaglioni" che De Amicis dedica ai quattro eroi del Risorgimento : il Re, Vittorio Emanuele; il ministro, conte di Cavour; il repubblicano, rivoluzionario Mazzini; il generale Garibaldi.

Essi, senza eccezioni, vengono presentati come figure compatte, prive di dubbi e cedimenti, non conflittuali tra loro: unificate dall'amore per la patria da edificare e, soprattutto, dall'atmosfera funebre nella quale è pienamente calata la loro commemorazione. Se, per quanto riguarda il Re e Garibaldi, una concentrazione così ravvicinata sul momento della morte e delle esequie sembra avere una immediata giustificazione dalla vicinanza cronologica dei due decessi (per Garibaldi addirittura il trapasso arriva in corso d'anno scolastico, il 1882), assai meno spiegabile ci appare l'insistenza sulla morte nel caso di Cavour, scomparso ormai da un ventennio. E nel caso di Mazzini il tema della morte è modulato, per dir così, trasversalmente: se ne riferiscono le parole consolatrici sulla necessità di saper vincere il dolore che, esempio di altissimo magistero morale, scrisse a un amico in morte della madre di questi. Con questo abile volgersi al privato viene del tutto taciuta la posizione politica repubblicana e si fa passare in secondo piano la sua fine dolorosa.

Già da questi brevi cenni è possibile trarre alcune indicazioni sulle caratteristiche salienti della trasposizione mitologica del processo di unificazione nazionale in cui De Amicis si impegna. Innanzi tutto diremo che l'attenzione del lettore è portata su quattro figure maschili, prescelte come i quattro "fondatori della patria": quattro figure paterne che giganteggino nella memoria degli scolari e che rafforzino, con la loro potenza simbolica, l'autorità dei padri di famiglia che le trasformazioni sociali di quegli anni stanno rendendo sempre meno stabile e sicura. Si tratta, del resto, di un procedimento (la pesante affermazione di figure paterne) non i noto alla cultura ottocentesca di altri paesi: Stati Uniti, Francia(25). In secondo luogo, vale sottolineare come dalle biografie venga espunto quasi del tutto ogni accenno concreto al ruolo specifico svolto nel processo risorgimentale. La tecnica di De Amicis consiste nello scegliere un tratto dominante che caratterizzi il personaggio e, soprattutto, come si è detto, sviluppare il tema della morte. I nostri eroi, che si sono distinti per una fede laica per la patria, divengono dei martiri morti per essa. Una simile irresistibile tendenza al martirio risulta evidente in modo chiaro nel brano dedicato al conte di Cavour il quale, non avendo potuto sfidare la morte sul campo di battaglia, viene ugualmente trasformato in un caduto sul fronte patriottico:


Ore, notti di lotta e d'angoscia passò, da uscirne con la ragione stravolta o con la morte nel cuore. E fu questo gigantesco e tempestoso lavoro, che gli accorciò di vent'anni la vita (26).


É una caratterizzazione, questa di Cavour, che ha il sapore del paradosso; soprattutto se l'accostiamo, in stretta contiguità, con quella di Mazzini, che per la verità avrebbe avuto pieno diritto a esibire numerosi titoli di legittimazione al martirio, ma che invece, e non a caso, risulta, sotto la penna del Nostro, il personaggio in fondo meno eroico di tutti, quello su cui l'alone del sacrificio supremo è meno accentuato: il repubblicano Mazzini, che visse, per la patria, "quarant'anni esule, povero, perseguitato, ramingo eroicamente immobile nei suoi principi e nei suoi propositi” (27) , ma non morì (tanto è vero che, si ricorderà, sembra necessario al De Amicis introdurre e trattare il tema della consolazione e della fortezza d'animo di fronte al dolore per una morte altrui). Garibaldi è l'unico dei quattro "padri della patria" che, come abbiamo detto, muore durante l'anno scolastico in cui si finge l'azione del libro. Ma è un elemento che vale soltanto parzialmente a spiegare l'apoteosi a cui lo destina senza mezzi toni l'autore del Cuore, mentre una ragione più profonda ci sembra quella della necessità di accentuare in senso forte il carattere unitario del processo di formazione dello Stato nazionale, di operare una sorta di "risarcimento" nei confronti del garibaldinismo e, nella cancellazione del ricordo dei contrasti fra L’"eroe dei due mondi" e l'élite moderata, proporre saldamente la figura, appunto, di un eroe popolare e romantico, dalla cui luce esca meglio illuminato il quadro di un insieme di personaggi, da questo punto di vista, francamente non troppo brillanti ‑ Cavour, Mazzini, lo stesso Re. L ‘accentuazione mitica è addirittura plateale:


Ancora le generazioni vedranno in alto la sua testa luminosa di redentore di popoli coronata dai nomi delle sue vittorie come da un cerchio di stelle, e ad ogni italiano risplenderà la fronte e l'anima pronunziando il suo nome(28).


Dove vediamo come la rigorosa laicità di De Amicis non gli impedisca di usare ampiamente simbologie e modelli del culto cattolico (e, per inciso, diremo che la struttura stessa di Cuore ricalca quella degli esercizi spirituali dei gesuiti o dei libretti di direzione spirituale dei più moderni salesiani); sicché, nel delineare i nuovi eroi laici della nuova Italia, egli ricorre a uno stereotipo prettamente cristiano, quello del martirio, in un modo del tutto simile a come era già avvenuto in Francia, durante e dopo la grande Rivoluzione, per cui "si [diffidava] degli eroi viventi, ma non degli eroi morti. [...] Un eroismo tragico e pagano [faceva] da perfetto contrappunto all'immagine del martire della tradizione cristiana (anche se non è impossibile stabilire convergenze e collegamenti fra i due)"(29).

É Cuore un caso isolato, eccezionale in tutti i sensi, nell'opera della diffusione di massa del "modello risorgimentale" quale De Amicis si è sforzato di rappresentare? Da un sondaggio compiuto su alcuni libri di testo e di lettura scolastica, destinati agli studenti delle ultime classi elementari per il ventennio 1870-1890, si direbbe senz'altro di no . Ne ricaviamo una impressione sostanzialmente analoga a quella tratta dalle pagine di Cuore: il processo storico che ha permesso l'unità italiana è trasformato in un vero e proprio mito di fondazione, impersonato dai soliti "eroi", figure prevalentemente paterne, che già conosciamo privi di dubbi, debolezze, conflitti:


Non dimentichiamo giammai che questo splendido risultato ne fu procacciato dalla prudenza e dal valore de' nostri padri (30).


L'immagine proposta del Risorgimento, anche se meno sentimentale e patetica di quella deamicisiana, e di questa meno adatta a una diffusione di massa, presenta la medesima configurazione sviluppata in maniera più efficace dall'autore di Cuore. É chiaro il tentativo di celare i conflitti che hanno travagliato drammaticamente i gruppi patriottici, anche a costo di cancellare del tutto figure di primissimo piano come Mazzini (31)o di relegarlo nello spazio ristretto di poche righe colpevolizzanti ("Quasi ogni anno fino al '46 si fecero congiure sollevazioni, le quali furono tutte infelici e costarono molto sangue") (32), per aver sedotto "molta gioventù", accresciuta "la diffidenza dei governanti ed il numero delle vittime senza alcun pro immolate"(33) . La figura che riceve la massima valorizzazione è quella del sovrano, al quale si tende sfacciatamente a attribuire anche i meriti che furono di Cavour e di Garibaldi e di cui, comunque, si esaltano le virtù guerriere e le capacità militari, descrivendo prolissamente le campagne e insistendo in modo particolare sul momento della morte che, ancora una volta, trasforma i protagonisti prescelti in martiri, prima ancora che in eroi: "Il 1821 ‑ si sostiene ‑ è una delle grandi stazioni del martirologio italiano ...Ricordiamoci che chi muore per la patria non muore mai" (34). É naturale, perciò, che alla tomba del Re gli italiani si avvicendino in "mesto e sacro pellegrinaggio" (35). Sono tutti temi che ritroviamo in Cuore e con quella superiorità di efficacia che deriva, nel racconto, dalla accentuazione degli effetti emotivi e dal saper risolvere il problema del conflitto politico e ideologico senza dover sacrificare nessun personaggio, senza sottacere nessuno dei "quattro fattori". E si potrà garbatamente rimproverare al De Amicis, il cui pensiero "non esce dall'ovvio, dal comune, dal facilmente accettabile, anzi dall'accettato", di non avere "mente politica", pur essendo scrittore di "edificazione patriottica" (36). Né questo sarà un giudizio errato, ma capace di cogliere ‑ a nostro avviso ‑ unicamente un aspetto di un problema più vasto, i cui contorni appariranno diversi, soltanto spostando il punto di osservazione: non più esclusivamente quello della cultura "alta", ma, piuttosto, quello della diffusione di idee prodotte altrove e da altri; oppure che siano pur anche originalmente elaborate, ma, appunto, secondo la capacità e i modi della cultura "bassa", consapevolmente pedagogica, volontariamente "ideologica". In tal senso, crediamo, è possibile istituire una corrispondenza che ci appare significativa tra Cuore e quella che è stata definita "la prima, organica storia del Risorgimento italiano": la Storia critica del Risorgimento italiano di Carlo Tivaroni in nove volumi, apparsa tra il 1888 e il 1897. Il valore dell'accostamento è tutto ideologico e attiene, pur come è ovvio nella differenza degli ambiti, nel fondo conciliatorista di una posizione che risulta singolarmente comune all'ex ufficiale del regio esercito, giornalista e scrittore, De Amicis e all'ex garibaldino, repubblicano e radicale, poi storico e prefetto giolittiano, Tivaroni. É costui che, ripensando la logica del processo unitario, e riflettendo sul suo stesso passato di cospiratore radicale del '66, darà inizio storiograficamente alla formazione del "blocco" storico risorgimentale, cioè a quella visione unitaria del Risorgimento, che si sforzerà "di rendere a ciascuno la debita giustizia: a Mazzini come alla casa di Savoia, a Garibaldi come a Cavour" (37), secondo una analogia con un indirizzo storiografico attorno alla rivoluzione francese che troverà in Alphons Aulard un illustre iniziatore. Che la vena interpretativa tivaroniana sia specificamente conciliarista è testimoniato anche dalle sue opere minori. Già nel suo I moti del Veneto del 1864 (che è del 1887) non taceva le differenze tra moderati e mazziniani, e le loro opposizioni, ma soprattutto finiva per sottolineare come, attraverso opportuni contatti di emissari, i "savi" e i "matti" avessero concorso allo scopo comune. E, difatti, un'impostazione rigorosamente conciliarista non tace le differenze e persino i contrasti tra i partiti, ma li misconosce, al fine di proporre del processo risorgimentale una sintesi "prowidenzialistica" nella quale tutti gli elementi in contesa si risolvano in momenti di un "disegno" che abbia come attori audaci minoranze dedite al bene della patria. La chiusa del secondo tomo de L'Italia degli italiani, terzo volume della Storia critica, è assolutamente eloquente:


Così tutto si congiungeva nell'amor di patria [...]. Vittorio Emanuele cospirava con Garibaldi e con Mazzini, giovani repubblicani esponevano la vita per accrescere di una provincia il territorio del Regno, giovani monarchici prendevano parte ad ogni più azzardata impresa iniziata dai repubblicani, tutto si fondeva, si armonizzava, si sublimava nel caldo, disinteressato amor delle patria (38).


Altrettanto chiaro questo passo del terzo tomo de L'Italia sotto il dominio austriaco, quarto volume della Storia critica:


Storicamente risulta, piaccia o non piaccia ai partiti, che questo gran passo [l'unità italiana] che non si era potuto fare in due mille anni si è fatto negli ultimi cento merce il concorso di due minorità, degli esaltati e dei moderati, dei repubblicani e dei monarchici(39).


Occorrerà attendere l'opera di Gaetano Salvemini per vedere introdotto, sull'onda della suggestioni del marxismo e soprattutto di Carlo Cattaneo, un ben diverso parametro interpretativo che assuma nella lotta intestina per l'egemonia il canone di lettura del processo risorgimentale. Il programma di Tivaroni è ben diverso. Esso, come è stato ben sottolineato, è anticipato fin negli anni della sua produzione giovanile, quando, riflettendo a caldo sull'esperienza del '66 che lo vide direttamente protagonista nelle file del garibaldinismo veneto, egli sembra auspicare un superamento dei vecchi partiti di fronte ai nuovi problemi del momento: la questione religiosa e la questione sociale. Perché il punto diviene, per successiva chiarezza, di preciso questo: come evitare consapevolmente il rischio che il risultato dell'unità nazionale venga pregiudicato dall'irrompere violento e disgregatore della contrapposizione di classe, che con la Comune di Parigi ha già fornito la prova più raccapricciante delle sue potenzialità dissolutrici. Così l'obiettivo repubblicano gradatamente sfuma sullo sfondo, e in fine si perderà del tutto, mentre il nodo centrale della riflessione, che già aveva affaticato il Tivaroni nella stesura della sua prima, matura opera di storico Storia critica della rivoluzione francese (1882), diviene il problema politicostoriografico di comprendere perché la monarchia con la sua insensata resistenza rese inevitabile la repubblica e, quel che è peggio, il Terrore (40). La costruzione del "modello" conciliarista è dunque funzionale allo scopo di favorire una migliore fusione tra borghesia e popolo, "l'amalgama completo e sincero fra le due classi" per additare l'esempio di una evoluzione democratica, promossa dalla borghesia e appoggiata dalla monarchia, che non costringa i componenti del partito estremo in Italia a diventare "repubblicani per disperazione" (41). Del resto, proprio in questo, secondo il moderato e provinciale Tivaroni, sta la superiorità del Risorgimento italiano sulla Rivoluzione francese.

Torniamo dunque a Cuore. L’obiettivo della costruzione di una "monarchia popolare" è il medesimo, nel quadro di un Risorgimento in cui, lo abbiamo visto, spicca la figura di Cavour, che ‑ per quanto si dica "aveva avuto dei dissensi" con Garibaldi ‑ sul letto di morte invoca "con parole ardenti il generale", nel nome d'Italia; e in cui si affaccia l'immagine di Mazzini, del quale, pudicamente, si tacciono non soltanto, come è ovvio, le attività cospirative antisabaude, ma addirittura, anche questo dicemmo, la fede repubblicana; ma in cui domina, discretamente e sicuramente, il mito paterno dei Savoia: Vittorio Emanuele, amorevolmente soccorrente l'agonia del suo grande ministro, o aureolato di gloria, circondato dai figli della nazione, nel giorno della morte, oppure, si ricorderà, il principe Umberto, unicamente premuroso dei "suoi" ragazzi il giorno della battaglia. L’efficacia pedagogica del racconto viene ottenuta dal De Amicis attraverso la sollecitazione di un meccanismo psicologico diffuso nella cultura del XIX secolo, ma che vantava radici molto più antiche di stampo religioso: "il ritenere che i malvagi impulsi dell'uomo possano venire moderati attizzando le sue varie passioni a combattere e a neutralizzarsi a vicenda" (42). Se, in una situazione di capitalismo nascente, l'appello era rivolto alle passioni già esistenti, a cui in epoca precedente si dava una connotazione negativa (come la cupidigia, che da peccato si trasforma in positiva tendenza all'accumulazione), ora, con Cuore, lo scopo è quello di suscitare vere e proprie emozioni positive di stampo nuovo: l'amore per il lavoro, innanzi tutto, e poi quello per la patria, in nome dei quali le passioni negative, come gli odi regionali o quelli di classe, possano essere soffocati.

Non ci sentiamo perciò di concordare con quanti giudicano il nazionalismo italiano dell'800 privo di "pathos, ritualità, liturgia, iniziazione" e che sostengono che all'elaborazione culturale del processo unitario sia rimasta "inibita l'avventura lungo i sentieri del mito" (43). Se è vero che gli intellettuali italiani possono essere accusati di scarso entusiasmo per l'arte di Stato, per la celebrazione artistica di temi patriottici, non è possibile tacere la buona diffusione del mito risorgimentale ai livelli culturali più bassi e quotidiani. Accanto al Cuore, alla cui diffusione e lettura dobbiamo attribuire in forte misura la trasmissione di un messaggio storico unificante e fondante, porremo l'esempio della titolazione delle strade di ogni comunità abitata della penisola con i nomi mitici degli eroi risorgimentali. La necessità di dare un nome ufficialmente riconosciuto alle arterie urbane, ai fini di un controllo e di una regolamentazione degli spazi cittadini, permise, nel corso degli ultimi decennio dell'800, la diffusione capillare di nomi come Vittorio Emanuele, Cavour, Garibaldi ecc., lungo tutta l'Italia. La modernizzazione degli abitati era, quindi accompagnata da una iscrizione sul terreno del mito risorgimentale, che si intrecciava così con gli spostamenti quotidiani di tutti gli italiani(44). Dalla frequenza scolastica, dalla ristrutturazione urbana ‑ attività che qualificano e, per tanta parte, caratterizzano i nuovi governi nazionali borghesi ‑ arriva capillarmente la diffusione della narrazione mitica unitaria. E neppure ci sembra opportuno parlare, sempre con Lanaro, per giudicare un simile impasto ideologico, ancora una volta in diretto riferimento a Cuore, del libro deamicisiano come di un "manuale del crispismo", poiché, se è certamente vero che lo statista siciliano possedeva ben chiari "un'idea del primato del politico sul sociale e correlativamente un concetto di autenticazione pedagogica del politico" (45), sicuramente non estranei allo stesso De Amicis, non può dirsi che l'immagine della politica offerta dal Cuore sia quella di uno Stato intento a "costruire" le relazioni sociali, anziché "sorvegliare" il loro sviluppo spontaneo; né che, per quanto possa apparire anche per De Amicis necessario "rianimare" l'incontro tra monarchia e popolo, siamo ormai vicini alla proposizione di un modello "cesaristico". Sicché la mancanza in Cuore di quel "sostrato mediterraneo" e di quella "dolorosa tensione verso traguardi non ancora raggiunti" ci appaiono più una spia della difficoltà di inserire veramente il volume nel filo logico del "crispismo" che ‑ come si pretende ‑ il comodo alibi della disattenzione di esegeti troppo superficiali (46). Come dire che se per essere crispini è certamente necessario professarsi "conciliaristi" non è vero il contrario: basta essere onestamente monarchici in politica e inflessibilmente paternalisti nelle relazioni sociali. E così era il De Amicis del 1886 e così é il suo libro Cuore. Visione conciliarista del processo risorgimentale e anticipazione egemonica della borghesia nel processo sociale ‑ cioè, appunto, paternalismo ‑tornano a intrecciarsi e a fare pendant in modo stretto e necessario, costituendo le due facce di una stessa medaglia, la sostanza più vera di quell'utopismo pedagogico deamicisiano di cui abbiamo scritto all'inizio. Quale migliore esempio dell'episodio Il carbonaio e il signore? Nobis che insulta il compagno Betti, dicendogli: "Tuo padre è uno straccione". II padre di Betti che viene a porgere le sue lagnanze al maestro. Il padre di Nobis che, presente per caso alla scena, chiede spiegazioni e suo figlio che, tacitamente, confessa.


Allora il padre lo prese per un braccio e lo spinse più avanti in faccia a Betti, che quasi si toccavano, e gli disse: ‑ Domandagli scusa.

II carbonaio volle interporsi, dicendo no, no; ma il signore non gli badò, e ripeté al figliolo: ‑ Domandagli scusa. Ripeti le mie parole. Io ti domando scusa della parola ingiuriosa, insensata, ignobile che dissi contro tuo padre, al quale il mio si tiene onorato di stringere la mano.‑

Il carbonaio fece un gesto risoluto, come a dire: Non voglio: Il signore non gli dié retta, e il figliolo disse lentamente con un filo di voce, senza alzar gli occhi da terra: ‑ Io ti domando scusa... della parola ingiuriosa ...insensata...ignobile, che dissi contro tuo padre, al quale il mio si tiene onorato di stringer la mano (47).


Non commentiamo. Basta dire che il quadro è perfetto e nulla è fuori di posto. Sottolineiamo soltanto il fatto che a marcare ancor più il valore e il significato sociale di questa sorta di atto di contrizione laico, che il giovane Nobis recita dietro il pronto, pienamente avvertito e perentorio ordine paterno, vale la chiusa, anch'essa a suo modo perfetta, della vicenda:


Il carbonaio rimase qualche momento sopra pensiero, guardando i due ragazzi vicini; poi si avvicinò al banco, e fissò Nobis, con espressione d'affetto e di rammarico, come se avesse voluto dirgli qualcosa; ma non disse nulla; allungò la mano per fargli una carezza, ma neppure osò, e gli strisciò soltanto la fronte con le sue grosse dita. Poi s'avviò all'uscio, e voltandosi ancora una volta a guardarlo, spari. ‑ Ricordatevi bene di quel che avete visto, ragazzi,‑ disse il maestro, ‑ questa è la più bella lezione dell'anno( 48).


Non sarà quindi per caso che De Amicis riservi un posto d'eccezione, nella galleria dei suoi giovani personaggi, a Derossi, da un lato, e a Garrone, dall'altro: gli unici due compagni per i quali Enrico porti una ammirazione senza pari, provi un acuto senso di inferiorità, quasi sconfinante nel poco onorevole sentimento dell'invidia; gli unici ragazzi di tutto il romanzo dei quali si dica che sono ormai "quasi uomini". Essi rappresentano infatti i due poli estremi della relazione sociale perfetta, illustrano quotidianamente con il loro comportamento "la più bella lezione dell'anno". Derossi, bello, intelligente, di famiglia ricca, a cui tutto sembra riesca naturalmente e facilmente: è il prototipo del borghese così come deve essere, la cui virtù morale è la costante liberalità, perché possa soccorrere i compagni nel bisogno, aiutandoli nei compiti, negli esami, nelle prove della vita. Garrone "il santo ragazzo", figlio del ferroviere, è l'esempio del proletario quale ci si aspetta che sia: protettore dei deboli con acuto il senso della giustizia, ma, ancor più, generoso ano all'abnegazione, perché possa sacrificarsi silenziosamente senza chiedere nulla in cambio. Liberalità e abnegazione, dunque: le due virtù complementari, poste ai due estremi della scala sociale, destinate a incontrarsi per rendere grande la patria e mantenere ordinata la società. Il pedagogismo utopico di Cuore è chiuso in questo cerchio, ben al di qua della dialettica sociale di soggetti autonomi che costruiscano i loro rapporti a partire da una reciproca, consapevole e paritaria affermazione di interessi. Vogliamo terminare, quindi, con una citazione che bene illustra il valore di ammaestramento all'egemonia per una sola classe che Cuore rappresenta, e che illustra in modo quanto mai appropriato l'estrema difficoltà, sul limitare della nascita anche in Italia di una società industriale e del socialismo moderni, di concepire ancora la separatezza sociale come quadro, come "modello giusto", ed anzi come condizione stessa, della relazione tra le classi. Le parole del padre di Enrico ci ruberanno alquanto spazio, ma sarà il modo migliore per congedarci dalla mitografia unitaria di un erede del Risorgimento sul limitare del nuovo secolo:


Vorrei vedere che tu non andassi a cercar Coretti e Precossi, dovunque fossero. Ti ci andrai, e passerai delle ore in loro compagnia, e vedrai, studiando la vita e il mondo, quante cose potrai imparare da loro, che nessun altri ti saprà insegnare, e sulle loro arti e sulla loro società e sul tuo paese. E bada che se non conserverai queste amicizie, sarà ben difficile che tu ne acquisti altre simili in avvenire (...) fuori della classe a cui appartieni: e così vivrai in una classe sola, e l'uomo che pratica una sola classe sociale, è come lo studioso che non legge altro che un libro. [...] Vedi: gli uomini delle classi superiori sono gli ufficiali, e gli operai sono i soldati del lavoro; ma così nella società come nell'esercito, non solo il soldato non è men nobile dell'ufficiale, perché la nobiltà sta nel lavoro e non nel guadagno, nel valore e non nel grado; ma se c'è una superiorità di merito è dalla parte del soldato, dell'operaio, i quali ricavan dall'opera propria minor profitto: Ama dunque, rispetta sopra tutti, fra i tuoi compagni, i figlioli dei soldati del lavoro; onora in essi le fatiche e i sacrifizi dei loro parenti; disprezza le differenze di fortuna e di classe, sulle quali i vili soltanto regolano i loro sentimenti e la cortesia; pensa che usci quasi tutto dalle vene dei lavoratori delle officine e dei campi il sangue benedetto che ci ha redento la patria. [...] Giura che se fra quarant'anni, passando in una stazione di strada ferrata, riconoscerai nei panni d'un macchinista il tuo vecchio Garrone col viso nero...ah non m'occorre che tu lo giuri: son sicuro che salterai sulla macchina e che gli getterai le braccia al collo, fossi anche un Senatore del Regno (49).


Il caso italiano non è isolato: lo stesso miscuglio di amor di patria e concordia sociale caratterizza anche i libri destinati negli stessi anni ai ragazzi francesi. Un esempio simile al nostro Cuore, per intensità di diffusione e influenza nella formazione della gioventù francese è costituito dall'Histoire de France di Lavisse (1884), ridotta per ragazzi. Di grande e immediato successo, anch'esso, come Cuore, "esorta spesso i bambini al lavoro e allo studio"(50). É una sorta di catechismo laico che insegna il vangelo della patria, facendo leva sulla commozione del lettore: "ci sono delle pagine [...], ci sono delle semplici immagini con leggende che fanno venire le lacrime agli occhi"(51). Alcuni brani celebri dei due testi si somigliano in modo quasi perfetto; ad esempio il parallelismo fra la patria e la madre (52) e la trasformazione degli eroi del passato in padri della patria (53).

Ma le differenze tra la situazione francese, in cui la coscienzanazionale poteva identificarsi in secoli di storia unitaria e la nuova nazione italiana con la sua necessità di radicamento storico si rispecchia nell'impostazione fondamentalmente diversa dei due libri. Il Lavisse, infatti, scrive un vero e proprio libro di storia che ricostruisce i secoli del passato francese al fine di consolidarne l'identità nazionale, mentre De Amicis, disponendo di un materiale storico recente e debole, è costretto a dare meno spazio alla storia e più all'intreccio quotidiano, all'insegnamento morale.

Per questo Cuore è meno legato all'esperienza locale e può essere tradotto, esportato e letto anche in contesti lontani e completamente diversi da quelli per cui era stato scritto. Henry Miller, ad esempio, ha confessato che Cuore era uno dei suoi "livres de chevet", e che l'aveva riletto più volte (54). Proprio la debolezza storica della situazione italiana conduce ad accentuare il valore simbolico positivo del libro, allontanandosi sempre di più dalla problematica storica in senso stretto.

In conclusione, se consideriamo il processo di formazione unitario dell'Italia come una "dramma sociale", in cui alcune situazioni tragiche nascevano proprio dal conflitto fra le fedeltà che i gruppi sociali provavano verso diverse élites politiche e sociali, o diverse entità simboliche (per esempio verso i regnanti sconfitti, la Chiesa, i ceti sociali privati di potere), possiamo tentare di analizzare la costruzione del mito risorgimentale attraverso la griglia proposta da V.Turner. Secondo l'antropologo inglese la risoluzione del dramma sociale avviene per mezzo di una narrazione che "si sforza di riarticolare i valori e i fini contrapposti in una struttura significante, il cui intreccio sia culturalmente dotato di senso", affine a quei rituali che cercano di applicare un meccanismo di compensazione, di "appianare i dissidi, di riannodare i legami sociali spezzati, di rattoppare i buchi nel tessuto sociale" (55) . Il momento culminante nella risoluzione della crisi sociale è però, sempre secondo Turner, quello del sacrifcio, perché è indispensabile una vittima simbolica per trascendere le divisioni del gruppo. In questo schema ritroviamo tutti gli elementi che caratterizzano il testo di Cuore (compensazione dei conflitti, costruzione di vittime simboliche) e ne spiegano perfettamente la funzionalità al momento storico in cui è stato pubblicato e quindi il suo immenso e immediato successo. Ma i suggerimenti di Turner ci possono indicare anche una interpretazione della continuità di questo successo in momenti storici successivi e assai diversi da quelli dell'Italia umbertina. Per i lettori di allora esso costituiva un documento narrativo che si è rivelato eccezionalmente efficace ai fini della risoluzione di un dramma sociale, quello dei contrasti interni alla nazione appena formata in unità, e svolgeva, pertanto, una funzione rassicurante ai fini delle possibilità di superare altri momenti critici analoghi. Sicché vien quasi da avanzare l'ipotesi che sia alcune delle critiche feroci cui è stato sottoposto il libro di De Amicis in epoca recente, dominata dal momento della espansione del "miracolo economico", a prescindere dal giudizio sulla loro perspicuità (56), sia la scarsa simpatia che circondò il volume durante l'età fascista, a prescindere dai motivi più strettamente politici, abbiano, meno paradossalmente di quanto sia pensabile di primo acchito, una radice in comune: la consapevolezza alquanto diffusa, se pure illusoria, di aver lasciato alle spalle un'epoca di incertezza e di grandi contrapposizioni per aver imboccato la strada verso un approdo sicuro di ritrovato equilibrio e assestamento. Il persistente richiamo di Cuore ci attesta invece l'attualità della sua struttura narrativa, rispetto alla soluzione di situazioni conflittuali, anche quando gran parte dei valori su cui è fondata la morale del libro sono decisamente caduti in desuetudine.



NOTE



1. L'invenzione della tradizione, a cura di E. Hobsbawm e T. Ranger, Einaudi, Torino 1987, p. 270. .

2. Ivi, p. 218.

3. Ivi, pp. 11‑12.

4. Cit. in L.Tamburini, "Cuore" rivisitato, in E. De Amicis, Cuore (a cura di L.Tamburini), Einaudi, Torino 1972, p.VIII.

5. Cfr. R.Ceserani, L.De Federicis, Il materiale e l'immaginario. Laboratorio di analisi dei testi e di lavoro critico, vol. VII, Società e cultura della borghesia in ascesa, Loescher, Torino 1981, p. 843.

6. Cit. in L.Gigli, Edmondo De Amicis, Utet, ITorino 1962, p. 286.

7. Cit. in L. Tamburini, "Cuore" rivisitato, cit. p.XII.

8. M. Rigotti Colin, Da "Cuore" a "Grands Coeurs" fine '800, in "Belfagor", n.3, maggio 1986, p.307.

9. La proporzione del successo e la sua costanza nel tempo è in effetti impressionante: la centesima edizione venne raggiunta nel 1890; le cinquecentomila copie vendute nel 1910; due milioni e venticinquemila nel 1940 e, appunto, tre milioni e venticinquemila nel 1960 (cfr. Cuore 1886‑1986. Mostra bibliografica e iconografica, a cura di F.Contorbia, Pinacoteca civica, Imperia 19 dicembre 1986‑31 gennaio 1987, Centro Stampa Offset, Artello, Imperia 1986, pp. 22‑26).

10. E. De Amicis, Cuore, a cura di L.Tamburini, Einaudi, Torino 1962, pp. 27‑28.

11. Ivi, pp. 15‑16.

12. Ivi, pp.120‑121. In tempi recenti la figura di Franti, come è noto, è andata incontro a una sorta di rivalutazione "positiva" in quanto elemento inquietante che rompe la "esattezza ideologica" di Cuore, per essere il solo personaggio che "pretende di rimanere 'diverso‘ " e "non accetta modelli, evita compromissioni" (A. Faeti, Guardare le figure. Gli illustratori italiani dei libri per l'infanzia, Einaudi, Torino 1972, p.108); o, addirittura, in quanto "analfabeta di avanguardia", incarnazione precorritrice e vindice di Gaetano Bresci (U. Eco, Elogio di Franti, in Id., Diario minimo, Mondadori, Milano 1963).

13. E. De Amicis, Cuore, cit. p.29.

14. Ivi, pp. 16‑18.

15. Cit. in L. Tamburini, "Cuore" rivisitato, cit. p. XI.

16. E. De Amicis, Cuore, cit. p. 18.

17. Ivi, p. 204.

18. Ivi, p. 207.

19. Ivi, pp. 348‑349.

20. Ivi, pp. 236‑237. 

21. Ivi, p. 235. 

22. Ivi, p. 72 e pp. 131‑132.

23.A. Monti, E.De Amicis tra padri e figli, in Nel centenario della nascita di E. DeAmicis, L’Impronta,Torino 1947, p. 22.

24. G. Spadolini, Icento libri che fecero l'Italia. "Cuore", in "Il borghese", 1 aprile 1950.

25. Cfr. L'invenzione della tradizione., a cura di E. Hobsbawm e T. Ranger, cit. e M. Perrot, La vita privata. L'Ottocento, Laterza, Bari‑Roma 1988.

26. E. De Amicis, Cuore, a cura di L. Tamburini, cit. p. 225. 

27. Ivi, p. 262. 

28. Ivi, p. 238.

29. M. Vovelle, La mentalità rivoluzionaria, Laterza, Bari‑ Roma 1987, p. 133.

30. A.Graziani, Scelti racconti di storia patria offerti agli alunni delle scuole primarie, Zanichelli, Bologna 1879, p. 69.

31. Per esempio cfr. M.Viani Visconti, L'Italia e i suoi re, P.Carrara, Milano 1881, che dedica invece cenni a Garibaldi e persino a Pio IX (pp. 113 e 118).

32. A.Covino, Fatti principali della storia nazionale, Paravia, Torino 1888, p. 88.

33. A.Parato, La storia d'Italia dei tempi antichi, mezzi, moderni, Paravia, Torino 1887, p.124.

34. S.Corti, Racconti e biografie di storia patria, Torino 1890, pp. 119‑121.

35. M.Viani Visconti, op.cit., p.118.

36. B.Croce, Edmondo De Amicis, in La letteratura della nuova Italia. Saggi critici,voI. I, Laterza, Bari 1929, p. 164.

37. W.Maturi, Interpretazioni del Risorgimento. Lezioni di storia della storiografia, Einaudi, Torino 1962, pp. 353‑ 354.

38. C.Tivaroni, Storia critica del Risorgimento italiano, vol. III, t. II, Roux ,Torino 1896, pp. 470‑471.

39. Ivi, vol.IV, t. III, Roux, Torino 1892, p. 469.

40. Cfr. A. Galante Garrone, Carlo Tivaroni: come divenne storico del Risorgimento, in "Rivista storica italiana", 1967, p. 337.

41. Ivi p. 341.

42. A. O. Hirschman, Le passioni e gli interessi. Argomenti in favore del capitalismo prima del suo trionfo, Feltrinelli, Milano 1979, p. 29.

43. S.Lanaro, L'Italia nuova, Einaudi, Torino 1988, p. 143.

44. Secondo modalità il cui archetipo è francese, derivato dall'esperienza della Grande Rivoluzione (cfr. D.Milo, Le nom des rues, in Les lieux de mémoire (direction de P.Nora), vol. III, t.III, Gallimard, Paris 1984, pp. 286‑295.

45. S.Lanaro, Il Plutarco italiano: l'istruzione del 'popolo" dopo l'Unità, in Storia d'Italia. Annali, IV, Intellettuali e potere, Einaudi, Torino 1981, p. 554.

46. Ivi, pp. 558‑559.

47. E.De Amicis, Cuore, a cura di L.Tamburini, cit. p. 44. 

48. Ivi,pp.45-46.

49. Ivi, pp. 258‑260.

50. S.Citron, Le mythe nationaL L'histoire de France en question, Les Editions ouvrières et Etudes et Documentation internationales, Paris 1987, p. 29.

51. P .Nora, Lavisse instituteur, in Les lieux de mémoire, voI.II, t.I, cit. p. 265.

52. Cfr. S.Citron, op.cit., p. 38.

53. Ivi, p. 43.

54. Cfr. E.Bevilacqua, L'infame Henry lacrimò, "II Manifesto", 24‑25 luglio 1988.

55. V Turner, Drammi sociali e narrazioni su di essi, in Id, Dal mito al teatro, Il Mulino, Bologna 1986, p. 157 e 46.

56. Ci si riferisce alle interpretazioni di A.Arbasino, Certi romanzi, Feltrinelli, Milano 1964 e a quella già citata di U.Eco, Elogio di Franti, in Id. Diario minimo, cit.