Beppe, Tonio e le donne vanno a votare.
L’educazione al voto
per le elezioni amministrative del 1946

di Rosario Forlenza

Le elezioni amministrative della primavera del 1946 furono le prime libere consultazioni popolari della nuova Italia democratica. Tra il 10 marzo e il 7 aprile di quell’anno si recarono a votare, in 5.722 comuni, 7.862.743 uomini e – per la prima volta nella storia d’Italia – 8.441.537 donne. L’affluenza alle urne fece segnare una ragguardevole e inaspettata media dell’82,3%, con una leggera preminenza degli uomini (83%) sulle donne (81,7%) e con una maggiore affluenza al nord (85,4%) piuttosto che al sud (78%) o nelle isole (73,3%). I risultati del voto – oltre a dare un’indicazione favorevole ai partiti orientati in materia istituzionale verso la Repubblica – segnarono la prima conferma del ruolo dei partiti di massa, il ridimensionamento degli azionisti, l’emarginazione dei liberali, l’inconsistenza dei partiti e gruppi di destra che ottennero un pugno di consiglieri, quasi tutti in Italia meridionale1. Una nuova legge elettorale, approvata agli inizi del 1946, aveva diviso i comuni in due classi. In 5.607 comuni con popolazione inferiore ai 30.000 abitanti si continuava a votare con il sistema maggioritario e del voto limitato ai quattro quinti dei consiglieri da eleggere, previsto dall’ordinamento prefascista2. Alcune novità sostanziali – l’obbligo di organizzare le candidature in liste sottoscritte da un certo numero di elettori e di contrassegnarle con un simbolo riportato in testa alla lista sulla scheda di Stato, utilizzata per la prima volta (almeno per le consultazioni amministrative); l’impossibilità di esprimere voti aggiuntivi rispetto alle candidature ufficiali; l’obbligo per i candidati di prestare una dichiarazione di contiguità politica, se non proprio di appartenenza partitica – erano l’effetto del ruolo sempre più avvolgente dei partiti; anche se elettori ed elettrici conservavano la possibilità di votare per candidati appartenenti a liste diverse (panachage). Nelle città con più di 30.000 abitanti (49) e nei comuni capoluogo (66) veniva introdotto, invece, il sistema dello scrutinio di lista con rappresentanza proporzionale e ripartizione dei seggi con il metodo d’Hondt, cioè in sostanza la rappresentanza proporzionale3.

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La prima volta

Le elezioni amministrative della primavera 1946 furono l’occasione del primo voto per le donne, innanzitutto, ma anche per i giovani o per chi – più avanti negli anni – non aveva mai potuto votare a causa del fascismo; o anche per chi tornava alle urne dopo vent’anni e in una situazione politica e sociale diversa, come una specie di nuovo primo voto. Nessuna mappa potrebbe descrivere e contenere la realtà politica e sociale dei primi mesi del 1946, le speranze, i sogni, i timori dell’Italia alle soglie di una nuova epoca. Le elezioni e il primo voto ne furono, in qualche maniera, il centro. Come ebbe a ricordare a metà degli anni Cinquanta il socialista Lucio Luzzatto, al voto amministrativo – come alle elezioni politiche del 2 giugno –

si andò con lo slancio di quel periodo della riconquistata libertà e dell’unità democratica nazionale, proteso lo sguardo al futuro, senza le forti contrapposizioni che si manifestarono poi dinnanzi a tutte le consultazioni elettorali […]. Mancava allora, l’esperienza elettorale […] era così vivo in tutti il senso del nuovo – delle nuove condizioni, dei nuovi problemi, delle nuove esigenze da soddisfare – che il passato aveva valore di ricordo non di modello a cui fare riferimento […]. Quadri nuovi, candidati nuovi, aspirazioni protese a una esperienza nuova furono le caratteristiche di quelle due prime elezioni amministrative e politiche4.

Anche Norberto Bobbio – non più giovanissimo – visse la prima giornata da elettore nella primavera del 1946. Il ricordo e l’emozione, cinquant’anni più tardi, erano ancora intatti, così come il senso di responsabilità civile.

Quando votai per la prima volta alle elezioni amministrative dell’aprile 1946 avevo quasi 37 anni. L’atto di gettare liberamente una scheda nell’urna, senza sguardi indiscreti, un atto che ora è diventato un’abitudine – talora, come nel caso di certi referendum, persino stucchevole – apparve quella prima volta una grande conquista civile, che ci rendeva finalmente cittadini adulti. Rappresentava non solo per noi ma anche per il nostro paese l’inizio di una nuova storia5.

Il primo voto impresse nella memoria un inestimabile valore di insegnamento. Tanto che, sessant’anni più tardi, il giornalista Giampaolo Pansa – abituale frequentatore di temi storici – opporrà alla «tentazione» dell’astensionismo il ricordo indelebile della madre, Giovanna Cominetti, per la prima volta alle urne nel marzo 1946. Pansa, allora, aveva dieci anni.

Una domenica pomeriggio mia madre mi dice: «Prendi un foglio e scrivi in stampatello questa grande frase: “La signora Giovanna Pansa chiude il negozio perché va a votare per la prima volta a 43 anni”. Mettici un punto esclamativo. Anzi, visto che non costa nulla metticene due. Così domani tiro giù la saracinesca del negozio, e ci attacco il cartello, così tutti vedono». […] Quando è arrivato a casa mio padre ha visto il cartello e ha chiesto a mia madre: «Perchè hai fatto scrivere questo cartello?». E lei: «Perché domani vado a votare e voglio che lo sappiano tutti». E mio padre: «Ma lo sai che domani, lunedì, non si vota? Si vota solo oggi». Insomma […] mia madre ha preso cappello e cappotto, è uscita, ed è andata subito a votare. Ma il cartello il giorno dopo lo ha appeso ugualmente6.

«Quante donne» registravano sorpresi i cronisti dell’epoca nei paesi lontani dalle grandi città, impegnati nella prima domenica elettorale. «Le giovani molto disinvolte. Le vecchiette impacciate, ma mica han voluto rimanere a casa». E una «col volto rosso e pieno di rughe, incorniciato da due magnifici orecchini d’oro da bisnonna» rivelava una grande emozione: «mi tremava un poco la mano» e «scuote la mano bruna e grassa di vecchia contadina». Donne ai comizi, alle urne, quindi lontane dalle loro abituali occupazioni. Per i cronisti affamati, quel giorno sarebbe stato difficile persino trovare un piatto di fettuccine. «Benedette donne. Andavano tutte a votare, erano in grande orgasmo»7. Una «profonda emozione» fu il sentimento provato anche da Sibilla Aleramo, al voto per la prima volta il 2 giugno del 19468. Maria Bellonci, invece, ebbe la percezione di un profondo cambiamento del proprio essere sociale.

di sera, in una cabina di legno povero e con in mano un lapis e due schede mi trovai all’improvviso di fronte a me, cittadino. Confesso che mi mancò il cuore e mi venne l’impulso di fuggire […]. Mi parve di essere solo in quel momento immessa in una corrente di limpida verità; e il gesto che stavo per fare, e che avrebbe avuto una conseguenza diretta mi sgomentava. Fu un momento di smarrimento: lo risolsi accettandolo, riconoscendolo; e la mia idea ritornò mia, come rassicurandomi9.

A Milano – secondo una cronaca filmata dell’Istituto Luce – una donna di ottant’anni giunse alle porte della sezione elettorale alle sei di mattina, in largo anticipo10. La donna – secondo un’altra cronaca – venne fatta entrare nella sala di voto, al riparo dal freddo. Si sedette, si accomodò tranquilla e osservò la preparazione delle urne, dei registri, delle cabine. Non si annoiò ma, anzi, con un sorriso «pareva ringraziare quei signori democratici, che le davano la soddisfazione di assaporare anche questa novità prima di morire»11. Il contadino Colalto Scarpa, in un paese vicino Roma, pensò di andare a votare con l’abito della festa, come per le grandi occasioni, con l’eccitazione condivisa con gli altri – non frenata nemmeno dalla pioggia battente – con emozione, ma anche con grande serietà. Le donne, anche qui, si erano alzate più presto del solito e attendevano impazienti. Una lunga fila di generazioni – almeno una ignara di urne e schede – affollava il seggio elettorale. Colalto aveva deciso di votare per la lista dei lavoratori e per il simbolo della vanga, come ovvio per un lavoratore della terra. Altri avrebbero fatto altre scelte ma i risultati erano nulla in confronto all’importanza dell’evento: l’Italia tornava a votare e a decidere, nella calma e nell’ordine, ma anche come se fosse «una festa», con i cori e i canti, le fisarmoniche, la bevuta generale: «la Democrazia è entrata nel Comune sorridendo»12.

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Come votare

Nel comune di Zaccanopoli si è avuta una totale astensione delle donne alle urne, ma dalle indagini espletate è risultato che tale inconveniente non fu dovuto a cause di carattere politico od a preoccupazioni per l’ordine pubblico, ma soltanto alla deficiente educazione politica di quel centro rurale, per cui le donne hanno ritenuto d’intesa con i loro uomini, che l’esercizio del diritto di voto potesse apparire come una manifestazione di immodestia e di esibizionismo. I Capi dei partiti locali hanno ora promesso che per le elezioni politiche svolgeranno ogni propaganda perché le donne acquistino la coscienza dei loro diritti politici e la necessità di esercitarla.

Nella primavera del 1946 non tutti erano educati alla partecipazione, al voto, alla politica. I «capi» dei partiti di un piccolo centro in provincia di Catanzaro avevano rassicurato il prefetto e iniziato «ogni propaganda» per condurre l’Italia nel pieno della vita democratica13. Agli inizi del 1946 bisognava imparare a votare. La prima elezione significava regolamenti da imparare e da spiegare e sollecitava il problema dell’esercizio materiale del voto, del come si vota. Come esprimere il voto? Come compilare la scheda? Perché entrare in cabina? E perché le urne, i simboli, la scheda di Stato, il certificato elettorale, il documento di identificazione? Chi poteva essere eletto e chi poteva votare? Come si sarebbe svolto lo scrutinio? La democrazia si “faceva” anche con una serie di oggetti materiali che elettori, elettrici, scrutatori, presidenti, segretari, si trovavano di fronte o in mano. Oggetti dimessi, magari, e di bassa qualità ma di grande valore ideale e morale. Come le «povere» urne di legno, il «simbolo» più «patetico» del «decoroso periodo in cui la rinascita fu intrapresa non senza qualche scetticismo» ma in grado di esprimere un «alto significato civico» e di testimoniare «l’epoca della grande povertà nazionale». Anzi, avrebbero dovuto essere usate sempre, anche in futuro, «a guisa di rito» e a «perpetuo riconoscimento ch’esse sono destinate a contenere quanto di più prezioso fu ritrovato nella estrema sventura patria»14. Qualche anno più tardi, lo «squallore degli arnesi elettorali» – la cancelleria, i cartelli, «il libriccino ufficiale del regolamento consultato a ogni dubbio dal presidente» – diventerà per Amerigo Ormea, lo scrutatore inventato dalla fertile immaginazione di Italo Calvino, ricco «di segni» e di significati.

La democrazia si presentava ai cittadini sotto queste spoglie dimesse, grigie, disadorne; ad Amerigo a tratti ciò pareva sublime, nell’Italia da sempre ossequiente a ciò che è pompa, fasto, esteriorità, ornamento; gli pareva finalmente la lezione d’una morale onesta e austera; e una perpetua silenziosa rivincita sui fascisti, su coloro che la democrazia avevano creduto di poter disprezzare proprio per questo suo squallore esteriore, per questa sua umile contabilità, ed erano caduti in polvere con tutte le loro frange e i loro fiocchi, mentre essa, col suo scarno cerimoniale di pezzi di carta ripiegati come telegrammi, di matite affidate a dita callose o malferme, continuava la sua strada.

Ecco, dunque, i membri del seggio impegnati in un «servizio comunale», «razionale» e laico; ecco i problemi pratici, il conto dei votanti o sciogliere la ceralacca per sigillare l’urna senza sapere «come tagliare lo spago che avanza»15. Ed ecco elettori ed elettrici dentro le cabine elettorali e con le schede in mano, emozionati e incerti sul da fare. E attivisti e propagandisti dei partiti a studiare, e a spiegare cosa e come fare.
A causa e dopo la prima guerra mondiale, violenza e politica si erano fuse in un abbraccio inestricabile. La militarizzazione della società sul modello cameratistico e combattentistico delle trincee, il timore paranoico dell’avversario, l’esaltazione della distruzione totale del nemico, erano diventati un tratto ineliminabile della politica novecentesca16. La politica italiana – nei primi anni di vita democratica e dopo la seconda guerra mondiale – si nutriva di contrapposizioni totali e di messaggi apocalittici, era lacerata dalla distanza ideologica ed esacerbata dai contrasti internazionali. I partiti di massa, però, lasciavano aperti e garantivano spazi di convivenza prepolitici come mostravano – sia pur in una declinazione strapaesana – i contrasti tra don Camillo e Peppone, i «nemici per la pelle»17. Una sotterranea affinità tra le parti si dava per la contaminazione e l’influenza reciproca nel campo della propaganda, del resto non del tutto originale e legata alle esperienze politiche precedenti18. In particolare, però, i partiti di massa convergevano e collaboravano nell’opera di educazione e pedagogia del voto e della democrazia, della partecipazione e del confronto politico. La lotta contro l’astensionismo e il richiamo alla libera espressione del voto come strumento di difesa e di neutralizzazione del nemico segnarono la nascita e lo sviluppo di una democrazia a partecipazione di massa.
A Roselle – in provincia di Grosseto – era un contadino a mostrare come si dovesse votare, di casolare in casolare. Il tinello diveniva un improvvisato – ma funzionale – seggio elettorale. Il contadino assumeva le funzioni di presidente. Gli altri, con il certificato elettorale e la carta d’identità, una volta presa la scheda elettorale si recavano in camera da letto – la segretezza della cabina – per segnare le crocette. Poi, avanti «finché tutti non avevano capito bene»19. «E voi, organizzatori democratici cristiani, avete capito?» reclamava il quotidiano democristiano, invitando ad imitare ed imparare dai comunisti. «Dai comunisti, sissignori»20.
I protagonisti delle prime campagne elettorali – in una testimonianza di molto successiva e riferita alle elezioni del 2 giugno 1946 – furono i giovani. Non solo per «cartelli fatti a mano», caricature, fotomontaggi, bandiere, canzoni, manifesti affissi «con la colla casalinga», scritte «fantasiose». Ma perché furono proprio ragazzi e ragazze, «a distribuire volantini, a animare i dibattiti di strada e a insegnare a votare», a studiare i regolamenti e spiegare «ai coetanei e ai più anziani, cominciando dalla propria famiglia» come votare.

C’erano […] uomini e donne che temevano di sbagliare, di confondersi, di farsi vincere dall’emozione e chiedevano di portarsi nella cabina un congiunto o un compagno più preparato. Quanta pazienza, quanto fiato, quanti pacchi di facsimili di scheda! E per molti amarezza di non poter votare. Ragazzi di 19-20 anni appena scesi dalle montagne dove avevano combattuto, comandato formazioni partigiane, subito carcere e tortura, ragazze che avevano rischiato la vita ogni giorno portando armi, viveri e ordini nelle borse della spesa, arrancando in bicicletta fra un posto di blocco tedesco e un ponte crollato, non accettavano facilmente di non essere considerati idonei ad una operazione semplice e non rischiosa come il voto, di non essere chiamati a decidere sulla sorte del paese che avevano liberato. Ma si votava a 21 anni compiuti, bisognava rassegnarsi a insegnare agli altri a votare21.

Le donne erano le destinatarie privilegiate della pedagogia elettorale. Gruppi «di giovani e di ragazze» – era l’esempio di un’iniziativa proposta dagli organi centrali alle federazioni provinciali comuniste – sarebbero andati «casa per casa» a spiegare la legge elettorale e a mostrare alle donne come votare «praticamente», utilizzando i fac-simile delle schede22. A Roma, invece, i democristiani si preoccupavano di approntare veri e propri corsi sul tema «Come voteranno le donne»23: ma tutta la propaganda del partito avrebbe sempre e a tutti dovuto spiegare – tra l’altro – «come, dove e quando si voterà»24. L’opera di educazione fu completata – nell’imminenza delle elezioni – dai giornali dei partiti, intenti a spiegare come votare nei grandi e nei piccoli comuni e come il miglior sistema di voto «per non esporsi a facilissime confusioni e a nullità» era quello di «segnare la crocetta nel quadratino che è accanto all’emblema, piegare la scheda e consegnarla al presidente del seggio»25 e dunque evitare i voti di preferenza e le cancellature26. In periferia, l’incombenza pedagogica era evasa dagli organi provinciali e cittadini – o comunque locali – dei partiti ma anche dalle liste civiche27. Il prefetto di Bologna – tracciando le note della relazione mensile, il 5 marzo 1946 – scriveva:
I partiti di sinistra si dimostrano particolarmente attivi ed in numerosi comizi e conferenze si diffondono a spiegare agli iscritti ed ai simpatizzanti il meccanismo delle operazioni elettorali allo scopo di evitare qualsiasi dispersione di voti. D’altro lato anche il partito liberale e la democrazia cristiana richiamano continuamente l’attenzione dei propri iscritti e simpatizzanti sulla necessità che la massa degli elettori si rechi alle urne28.

Non sempre l’operato e gli sforzi profusi garantivano il raggiungimento dell’obiettivo. O, almeno, così ammetteva un esponente comunista della federazione torinese, riunita a convegno il 15 aprile del 1946 per analizzare i risultati elettorali. Il valore fondamentale dell’opera educativa – e la necessità di un maggiore impegno – rimanevano, però, integri e anzi erano sostenuti e rilanciati:

non dappertutto abbiamo insegnato come si fa a votare. Molti nostri stessi compagni hanno sbagliato: ad Arezzo abbiamo perso 2.000 schede perché i compagni non hanno saputo votare. Che cosa si può fare dopo questa esperienza? Dovremo andare nelle case, in gruppi di case, e con la scusa di insegnare a votare, chiamare tutti gli inquilini e in questo modo discutere con loro, chiarire le idee29.

Nell’opera di educazione al voto – o, più in generale, alle nuove forme della partecipazione – in realtà non furono impegnati solo i partiti. Le pagine dei quotidiani – a partire dal più autorevole – si assunsero il compito di spiegare l’abc Elettorale30 oppure di chiarire in che maniera evitare problemi o brogli, come il caso della scheda circolante31. Il “Bollettino di informazione e documentazione del Ministero per la Costituente” – voluto dalla particolare sensibilità di Pietro Nenni – riportava le trascrizioni delle numerose radioconversazioni dai microfoni di Monte Mario tenute da esperti e giuristi e dedicate al voto obbligatorio, al collegio uninominale, alla rappresentanza proporzionale o, più specificatamente, alle elezioni amministrative32; trattava di tematiche costituzionali, istituzionali, elettorali italiane od estere; seguiva e commentava i lavori delle commissioni preposte allo studio delle leggi elettorali e, più in generale, alla riorganizzazione dello Stato. Non mancava mai di ricordare – con riquadri che costellavano le pagine interne – un perentorio e, insieme, accorato, «votate per chi volete ma votate». Il “Bollettino” venne pubblicato per 23 numeri dal 20 novembre 1945 al 25 giugno 1946, ogni dieci giorni, e poteva essere acquistato in edicola al prezzo di 5 lire. Si trattava – spiegava l’editoriale non firmato del primo numero e intitolato Questo bollettino – di «uno strumento di informazione, che si dirige specie a coloro che, lontano dai grandi centri, si preoccupano del nostro futuro; vuol essere una documentazione della preparazione del Paese alla imminente Assemblea Costituente». L’editoriale dell’ultimo numero, firmato da Nenni, riconosceva al “Bollettino” una funzione rilevante perché:
è riuscito a stabilire quella circolazione di idee e di proposte tra i pubblici poteri e i cittadini pensosi del futuro della patria, ed è riuscito, in momenti di estrema difficoltà di contatti, di estrema ansia per i problemi della vita quotidiana, di estrema tensione per i fondamentali problemi politici, non solo a tenere vivo, ma a incrementare quel rigoglio di vita nascosta di attese e di speranze che dovrà sboccare nella revisione di tutti gli istituti della nostra vita associata33.

Il Ministero curò anche una serie di Guide alla Costituente34 distribuite gratuitamente a chiunque ne facesse richiesta e altre collane di studi storici e giuridici – dirette rispettivamente da Alberto Maria Ghisalberti e Giacomo Perticone – dedicate allo sviluppo storico delle costituzioni europee e americane, ad alcune esperienze ottocentesche (la costituzione della Repubblica romana del 1849 o quella siciliana del 1848), alle carte costituzionali e alle leggi elettorali in vigore nei diversi Paesi.

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Guide e manuali

Tra la fine del 1945 e l’inizio del 1946 furono numerosi gli opuscoli, le guide al voto, i manuali elettorali realizzati da studiosi o divulgatori, più o meno vicini ai partiti. Non era una novità assoluta ma, anzi, la ripresa di un genere molto diffuso nel periodo liberale e in altri Paesi europei. Si trattava, comunque di pubblicistica “minore” – ma non per numero delle copie stampate e fatte circolare – destinata a elettori o elettrici, se non direttamente, attraverso gli attivisti. Ma spesso anche a chiunque fosse coinvolto nel procedimento elettorale come scrutatore, rappresentante di lista, impiegato o funzionario comunale35. A volte, gli opuscoli erano accompagnati da disegni – rudimentali ma efficaci – della sala di votazione36 o da fac-simile delle schede o della dichiarazione di alfabetismo che gli eletti erano tenuti a rilasciare – in alternativa al titolo di studio – entro 10 giorni dalla notifica di elezione37.
Il valore delle pubblicazioni – spesso legato all’intelligenza e alla capacità di chi scrive – era ovviamente diseguale. In qualche caso non si oltrepassava il confine di una retorica nobile e barocca, appesantita da un senso comune banale e strettamente connesso al proprio particolare. Così, la vita associata e comunale poteva essere vista come «lente di ingrandimento» attraverso cui «si riflettono tutte le questioni particolari che interessano singolarmente la vita di ogni cellula sociale», cioè la famiglia.

Come non è lecito ad un buon padre di famiglia disinteressarsi delle questioni che riguardano la propria famiglia […] così il cittadino che si sarà infischiato di partecipare alla vita civica della propria città, omettendo di adempiere al suo dovere di voto, non avrà il diritto di criticare, di piagnucolare, se le […] importanti cose che interessano la vita del Comune vanno male, né potrà esclamare Governo ladro!
Il voto era «malamente dato» se a favore di «ambiziosi, parolai, arrivisti, pronti a cambiare la coccarda nera in quella bianca e rossa». E invece doveva essere indirizzato «con ponderatezza» a persone «di specchiata moralità»38. La pietra di paragone era l’eterna e tradizionale figura del padre di famiglia.
Altri lavori, invece, prediligevano un diverso approccio. Si cercavano di chiarire l’essenza e i programmi dei partiti, delle correnti politiche, dei sindacati. Di essi si illustravano principi ispiratori, decisioni dei congressi, origini storiche, politiche, economiche e sociali, rapporti con la Chiesa e la religione, posizioni istituzionali e internazionali. Si chiarivano le caratteristiche principali della democrazia e la portata innovatrice della Costituente. Il filo dell’argomentazione si muoveva con disinvoltura nella storia avanti ed indietro – affastellando fatti, esempi ed esperienze – e non si peritava di richiamare, tra gli altri, Platone, Kant, Marx, Burke, Saint-Simon. La materia trattata e le procedure di voto erano compendiate in piccoli paragrafi a volte numerati e con molti punti a capo. Il linguaggio assumeva un andamento piano ed affabile. L’autore mostrava di possedere il senso di una precisa funzione sociale e politica. L’opuscolo era presentato come

una facile guida per chi, non essendo iscritto ad alcun partito voglia rendersi ragione degli scopi perseguiti da ognuno di essi e sappia perciò fare con cognizione di causa, una scelta oculata per dare il voto a quella lista che meglio gli garantisca il raggiungimento dei suoi ideali [ma] utile appare questa guida anche a chi, inscritto ad un partito, voglia conoscere il programma degli altri per meglio comprendere la fede nel suo […]. In questo opuscolo tutti troveranno (ce lo auguriamo vivamente) un raggio rischiaratore che li orienterà nelle prossime elezioni39.

Lo scopo delle pubblicazioni era, a volte, smaccatamente e dichiaratamente di parte. Come nel caso di un «opuscoletto» che «non ha nessuna pretesa»:

È la legge spiegata, passo per passo, al popolo, nel modo più chiaro possibile, senza riferimenti che fan perdere il tempo e fanno ancor più difficile la già difficile materia. Qualche opportuna osservazione, qualche buon consiglio qua e là, e nulla più. […] Tre quarti degli elettori (i giovani e le donne) non han votato; gli altri sono alle prese con profonde modificazioni che hanno alterato la vecchia legge. Spiegare a tutti, e specialmente agli operai, ai contadini e alla povera gente ignara delle norme legislative, come si vota: ecco il compito che ci siamo prefissi. Se la nostra fatica darà tanti e tanti voti ai partiti che vogliono la giustizia sociale, avremo raggiunto lo scopo40.

A virtù della comprensione più piena e rapida, all’elettore – novello Mosè impegnato a scalare il monte della democrazia e della partecipazione – era proposto un vero e proprio decalogo. Era dunque evidente la volontà di concorrere con il più consolidato terreno d’elezione della Chiesa cattolica, la morale catechistica. Tra i comandamenti, il secondo recitava: «Vota presto (le ore migliori sono dalle 10 alle 14)». Il terzo: «conduci con te alle urne le tue donne». Il quinto: «non aggiungere nomi e non cancellarne: si vota per il partito non per gli uomini. Gli uomini son nulla; soltanto l’idea è tutto». L’ottavo: «dopo mezzodì cerca i ritardatari». Il decimo: «fa’ continua propaganda spicciola […] perché la vittoria arrida alle classi lavoratrici»41.
In un altro caso ancora, una guida al voto «apolitica» – per definizione dell’autore – abbandonava i lidi del tecnicismo e svelava il carattere essenzialmente politico – se non morale – del voto e dunque il senso e la funzione profonda dell’opera di educazione.

Alla vecchia atmosfera di svogliatezza politica, si aggiunge oggi, tra le molte terribili conseguenze della nostra disfatta militare, anche una paurosa depressione psicologica nel nostro popolo. Nell’attuale clima di collasso, la pigrizia può essere una grave determinante nella condotta del cittadino chiamato a votare [...]. Naturalmente, non si tratta di pigrizia nel recarsi alle urne, ma di pigrizia nello sforzo di rendersi consci dello scopo e del modo della votazione. Leggere attentamente gli articoli di una legge elettorale, esaminare un regolamento, conoscere in precedenza ciò che si deve fare, come ci si deve contenere per dare un «voto valido», costituisce per molti una noia, una perdita di tempo, un vero e proprio ostacolo, al quale, spessissimo, si risponde con l’astensionismo. Astensionismo che, in questo momento storico, costituisce un errore particolarmente grave [...]. Con questa nostra modesta pubblicazione vogliamo contribuire alla maggiore affluenza possibile alle urne: spiegando brevemente e chiaramente in quale modo l’elettore debba comportarsi nella prossima giornata elettorale per perdere il minor tempo possibile e per essere sicuro di dare un voto che non sia contestato; dopo averlo edotto della portata morale e pratica del suo atto, che non deve essere considerato come un gesto inutile o come una funzione meccanica42.

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Dovere e segretezza

Il voto per le elezioni amministrative del 1946 assunse – per come era spiegato ed insegnato da istituzioni, partiti, giornali, opuscoli, guide, studiosi, divulgatori – i contorni e le caratteristiche del dovere e della segretezza.
Il voto era l’adempimento di un dovere verso la collettività nazionale e verso se stessi. Come se un filo sottile ma robusto unisse l’acquisizione della responsabilità sociale al riconoscimento dell’individualità. Ma era anche forte, nei circoli politici ed intellettuali il timore – o una inevitabile boria elitaria – che la ventennale desuetudine elettorale imposta dalla dittatura fascista facesse disertare le urne43. In realtà, il voto amministrativo – così, del resto, quello politico – non era obbligatorio44. La legge elettorale nulla prevedeva al riguardo. Un ordine del giorno democristiano, appoggiato dalle destre, passato di stretta misura in Commissione affari politici e amministrativi della Consulta – che proponeva l’estensione del principio dell’obbligatorietà del voto convalidata da sanzioni anche alle amministrative ma rinviava i particolari alla legge elettorale politica – non trovò riscontro nel decreto del 7 gennaio45. Come poi previsto dalla legge elettorale politica del 10 marzo 1946, le misure nei confronti di chi si fosse astenuto sarebbero state lievi e non sostanziali: l’iscrizione all’albo del comune nell’elenco degli astenuti senza giustificato motivo e il «non ha votato» riportato sui certificati di buona condotta. La stessa legge, però, sosteneva il significato determinante e il valore morale del voto e il senso dell’adempimento di un dovere verso la collettività46.
Per i cattolici – sconfitti nella battaglia per il voto obbligatorio47 – il dovere elettorale si riempiva di significazioni teologiche. La teologia morale, l’insegnamento dei papi – da Leone xiii a Pio xii passando per Pio xi – il magistero di San Tommaso, erano gli argomenti per dimostrare e spiegare che chi si asteneva o votava male era colpevole di grave peccato di omissione48. Il voto non era un «piccolo fatto personale» ma «un atto sociale» con profonde ripercussioni nella vita della comunità. Era un dovere «imprescrittibile» anche per le religiose «supposto pure che siano […] di stretta clausura»49. Il dovere del voto – sostenevano i gesuiti – nasceva dal patriottismo, dalla virtù teologale della carità, dalla giustizia sociale e dalla virtù della religione50. Nelle parole di un infuocato e anonimo polemista cattolico, l’obbligo – giuridico o meno, sanzionato o meno – si rivelava «imperioso e categorico» perché «l’ora» esige «il concorso di tutti» affinché «risorga il sole dopo la sciagura»51. Anzi, spiegava il giornale dell’Azione cattolica, «disertare le urne» per qualsiasi ragione quando la vita pubblica «interessa così da vicino la morale e la religione» sarebbe stato per i cattolici «una viltà»52. Il voto «prima che un atto politico» era un «atto morale».

La ragione è chiara. Chi elegge cattivi rappresentanti coopera al male che costoro compiranno in forza del mandato ricevuto. Pertanto, di una legge vessatoria contro la Chiesa o la coscienza religiosa, della istituzione del divorzio, della laicizzazione della scuola e degli istituti benefici, e di tant’altre azioni che legislatori atei o anticristiani possono compiere nell’esercizio del loro mandato, devono chiamarsi corresponsabili quei cittadini che li hanno portati nelle aule legislative sulle loro spalle53.

I non cattolici o i laici prediligevano, invece, il versante etico-politico piuttosto che teologico-morale. «Votare per un comune di popolo. Perché?», chiedeva e si chiedeva una striscia di fumetto pubblicata da “Noi Donne”, il giornale dell’Udi. «Le donne hanno il diritto di votare: votate per un comune di popolo». Di fronte ad un manifesto una donna diceva all’altra: «ci mancava questa noia del voto, io non vado certo a votare». L’altra: «faccia 7 passi con me e le darò 7 buone ragioni» per votare, dove il numero rivelava una – chissà quanto casuale – reminiscenza evangelica. Il costo della vita, il mercato nero, le scuole per i ragazzi, la ricostruzione delle case, delle infrastrutture pubbliche, il problema dei reduci, le tasse. Le proverbiali 7 ragioni diventavano così mille. «Andrò a votare anch’io» concludeva la donna prima scettica. E con un tratto di pennarello, la parola «diritto» era cancellata e sostituita con «dovere»54.
Per una lista civica del comune di Montegabbione (in Umbria), il voto era – proclamava un manifesto – una «grande responsabilità morale». Non poteva essere concesso «ad individui incapaci, inconcludenti, faziosi e dalla fedina penale non sempre limpida». Era «una cosa seria»: «state bene attenti a chi lo date». Come una sorta di giostra o di spettacolo della democrazia, «accorrete tutti a fare il vostro dovere che è anche il vostro interesse». Ancora il dovere, dunque, accordato questa volta al proprio particolare. Infine, un richiamo alla tranquillità: «saranno garantiti l’ordine pubblico e la massima libertà e segretezza del voto»55. La segretezza del voto – dopo l’esperienza di un regime avverso ai ludi cartacei – non era un dato scontato. «Bisogna tener presente» – raccomandava un opuscolo comunista – che «ogni elettore deve entrare nella cabina per compilare la scheda», pena l’annullamento del voto56. La segretezza, secondo i democristiani, «realizza ciò che nel voto vi è di più intimo e personale» – un vero e proprio «atto di coscienza» – ma anche una formidabile garanzia dalle «smodate pressioni», dalle «intollerabili prepotenze esterne» e dalla «forza temibile» della «corruzione elettorale». La scheda di Stato – come procedura formalizzata per esprimere il consenso, insieme al voto in cabina o alle matite fornite dal presidente del seggio – «conferisce […] maggiore serietà» alla votazione e «implica una iniziale concreta educazione politica della massa elettorale»57.
Le cabine per l’espressione del voto – da due a quattro per sezione – avrebbero dovuto essere munite di riparo e isolate. La comunicazione con e dall’esterno, impedita. Le finestre e le porte – se fossero state a meno di due metri dalla parete adiacente la cabina – avrebbero dovuto essere chiuse. Nel caso in cui tra due cabine ci fosse stata una parete divisoria, il presidente del seggio avrebbe dovuto controllare – anche più volte nella giornata delle votazioni – che non fossero praticati fori. O che nessuno avesse danneggiato la cabina. In nessun modo le cabine dovevano essere comunicanti58. Nella cabina l’elettore o l’elettrice erano soli. La scheda di Stato rendeva necessaria una scelta personale, da fare rapidamente, su un foglio forse persino troppo complicato da emblemi e contrassegni59. Nessuno poteva e doveva sapere cosa avveniva in quel piccolo spazio. Elettori ed elettrici non erano più parte di una massa disciplinata ed inquadrata, pronta a rispondere alle domande del duce. Le quattro pareti – tre fisse e una tendina mobile – spezzavano i legami di appartenenza al popolo, ai sabati fascisti, alle adunate di piazza Venezia. L’unica apertura, verso l’alto, piuttosto suggeriva una comunicazione con un ente superiore. La democrazia? La libertà? Dio? Nel segreto della cabina, Dio vede, Stalin no – diranno i democristiani, ispirati da Giovanni Guareschi, nel 194860.
Un’imprecisata domenica elettorale alle otto di mattina, in un qualsiasi paese o cittadina dell’Italia, i due amici Beppe e Tonio – forse non ignari di almeno una delle guide elettorali – si recarono a votare per le elezioni amministrative. Tonio era «quasi vecchio», «si fa prendere la mano dai ricordi» e faceva sentire all’altro il «peso della sua esperienza». Forniva spiegazioni, allora, sul certificato elettorale, sulla propaganda, sul ruolo e i compiti del presidente del seggio e sulle altre disposizioni della legge elettorale. Diceva di un passato fatto di «manganello» e «corruzione» e del presente diverso, «una promessa di libertà per l’avvenire». Nella sezione, Tonio era «quasi commosso», mentre il giovane Beppe piuttosto «stupito» perché «dare il voto è per lui un atto nuovo che, egli già lo sente, lo farà più uomo e gli darà maggiore coscienza dei propri diritti». Beppe e Tonio entrarono in due diverse cabine elettorali. Entrambi furono bene attenti a non fare indicazioni sulla scheda che potessero essere confuse con segni di riconoscimento. Entrambi sapevano di poter votare per i quattro quinti dei consiglieri da eleggere, anche tra candidati di liste diverse. Entrambi decisero di votare per il contrassegno di una lista e dunque per tutti i candidati di essa. All’uscita della cabina e poi della sezione «si allontanano l’uno di fianco all’altro lungo la strada discutendo e parlando animatamente, soddisfatti di aver compiuto il proprio dovere». E intanto, «altra gente entra nella sala elettorale». La democrazia nacque con le svolte di Salerno e con il ritorno degli esuli; con i congressi del Cln a Bari o altrove; con la fine del Gran Consiglio oppure con la ripresa dell’attività dei partiti. Ma nacque anche piano, senza quasi far rumore. Nacque una domenica di marzo o di aprile del 1946, quando Beppe e Tonio andarono a votare61.

Note

1. Per una ricostruzione complessiva rinvio al mio Il voto locale nell’anno della Repubblica. Le elezioni amministrative del 1946, in “Memoria e ricerca”, 24, 2007, pp. 143-62.
2. Cfr. il Testo Unico della legge comunale e provinciale 4 febbraio 1915, n. 148.
3. La legge elettorale era il decreto legislativo luogotenenziale 7 gennaio 1946, n. 1, Ricostituzione delle amministrazioni comunali su base elettiva (pubblicato in supplemento ordinario alla “Gazzetta ufficiale” n. 8 del 10 gennaio 1946), al quale seguiranno il d.l.l. 10 marzo 1946, n. 76, Modificazioni e aggiunte (“Gazzetta ufficiale” n. 62 del 14 marzo 1946) e il d.l.l. 15 marzo 1946, n. 83 (“Gazzetta ufficiale” n. 64 del 16 marzo 1946); per le vicende e le polemiche connesse all’approvazione delle leggi elettorali e dei principi costituzionali in materia di voto, cfr. E. Bettinelli, All’origine della democrazia dei partiti. La formazione del nuovo ordinamento elettorale nel periodo Costituente (1944-1948), Edizioni di Comunità, Milano 1982, in particolare, per il sistema amministrativo, pp. 131-50.
4. L. Luzzatto (a cura di), Come si è votato nella tua città. Risultati delle elezioni politiche amministrative, regionali per tutte le città italiane, Edizioni Avanti!, Milano-Roma 1956, p. 6.
5. N. Bobbio, Autogoverno e libertà politica, in Id., Tra due repubbliche. Alle origini della democrazia italiana, Donzelli, Roma 1996, pp. 105-6.
6. Si tratta di un’intervista firmata da Roberto Cotroneo e apparsa su “l’Unità” del 14 aprile 2004 con il titolo Voterò il Triciclo, sono sempre stato di sinistra (www.unita.it).
7. C. Ridomi, Venti anni dopo, in “Il Popolo”, 12 marzo 1946.
8. Cfr. S. Aleramo, Diario di una donna. Inediti 1945-1960, Feltrinelli, Milano 1978, pp. 99-100.
9. Il 1946 di Maria Bellonci, in “Mercurio”, iii, novembre-dicembre 1946, 27-28, p. 172.
10. Cfr. Vita politica. Le elezioni a Milano, in “La Settimana Incom”, 9, 23 aprile 1946, durata: 1 minuto e 10 secondi, www.archivioluce.com.
11. S. Benelli, Piccola cronaca di una grande giornata, in “L’Avanti!”, 9 aprile 1946.
12. R. Tabacchi, Ho visto votare il contadino Scarpa Colalto, ivi, 12 marzo 1946.
13. Cfr. il documento del 27 aprile 1946 in Archivio Centrale dello Stato, Ministero dell’Interno, Atti di Gabinetto [d’ora in avanti: acs, mi, Gab., Atti], 1944-46, b. 223, f. 22923. Un ministro azionista, poi socialista e frontista alle elezioni del 1948, si riferì alla consultazione politica del 2 giugno 1946 scrivendo: «tutti davano grande importanza a quel diritto al voto; le donne più degli uomini e uscivano rosse in volto dalla cabina e qualcuna diceva: non so se ho fatto bene»; M. Bracci, Storia di una settimana (7-12 giugno 1946), in “Il Ponte”, ii, luglio-agosto 1946, 7-8, pp. 599-614. Cfr. la testimonianza di Anna Banti – ancora per il 2 giugno – «nella cabina di votazione avevo il cuore in gola e avevo paura di sbagliarmi […]. Forse solo le donne possono capirmi: e gli analfabeti»; Il 1946 di Anna Banti, in “Mercurio”, iii, novembre-dicembre 1946, p. 174.
14. Le povere urne di legno, in “Quindèna”, i, 1-15 dicembre 1945, 1, p. xvi.
15. I. Calvino, La giornata d’uno scrutatore, Mondadori, Milano 1994 (1ªed. Einaudi, Torino 1963), pp. 12-3.
16. Cfr. G. L. Mosse, Le guerre mondiali. Dalla tragedia al mito dei caduti (1990), trad. it. Laterza, Roma-Bari 2005; A. Ventrone, La seduzione totalitaria. Guerra, modernità, violenza politica (1914-1918), Donzelli, Roma 2003.
17. Cfr. P. P. D’Attore (a cura di), Nemici per la pelle. Sogno americano e mito sovietico nell’Italia contemporanea, Istituto Gramsci Emilia-Romagna, Franco Angeli, Milano 1991.
18. Per osservazioni sulla continuità dell’iconografia politica tra fascismo e democrazia cfr. L. Cheles, Picture battles in the piazza: the political poster, in L. Cheles, L. Sponza (ed.), The Art of Persuasion. Political communication in Italy from 1945 to the 1990s, Manchester University Press, Manchester 2001, pp. 124-79, in particolare pp. 127-31.
19. M. Cesarini, Abbiamo visto votare. A Grosseto, in «l’Unità», 12 marzo 1946.
20. Rassegna. Impariamo, in “Il Popolo”, 16 marzo 1946.
21. B. Bracci Torsi, 2 giugno 1946: la seconda liberazione, in “Liberazione”, 2 giugno 2002.
22. La maggioranza delle donne dovrà votare per il p.c.i., in “Quaderno del propagandista”, 2 marzo 1946, p. 13.
23. Cfr. Conversazioni di cultura, in “Il Popolo”, 3 febbraio 1946.
24. Il Comune, a cura di G. Castelli Avorio, Democrazia Cristiana, spes, Roma 1946 (Guide del propagandista, 6), p. 15.
25. A. Locatelli, I milanesi alle urne. Le norme e la scheda per le elezioni amministrative, in “L’Avanti!”, [edizione milanese], 2 febbraio 1946.
26. Cfr. Id., I cittadini alle urne. Come si voterà a Milano nelle elezioni amministrative, ivi, 23 gennaio 1946; Così si vota, in “Quaderno del propagandista”, 1, febbraio 1946, pp. 7-9; L., Sillabario dell’elettore. Come avverrà la votazione col sistema maggioritario, in “l’Unità”, 28 febbraio 1946. Il suggerimento di evitare le preferenze arrivava anche dai democristiani ed era motivato con la necessità di evitare i «pasticci», cosa del resto «molto facile per gente inesperta e non pratica delle modalità del voto»; E. Zampetti; La compilazione della scheda nei comuni minori, in “Il Popolo”, 3 marzo 1946; l’articolo faceva parte della serie Come si voterà insieme a Il certificato elettorale (17 febbraio), La sala elettorale (20 febbraio), Le operazioni pre-elettorali (24 febbraio); La compilazione della scheda (1 marzo); La compilazione della scheda nei comuni maggiori (7 marzo); Lo scrutinio (9 marzo).
27. Cfr. Come si vota. Guida alle elezioni comunali, a cura della Federazione Comunista Vercellese, Edizioni de “La Libreria del Popolo”, s.l. 1946; Elezioni amministrative. Norme legislative per la ricostruzione delle amministrazioni comunali, a cura del Comitato Provinciale della Democrazia Cristiana di Bergamo, Stamperia Conti, Bergamo 1946; Come si vota, in Elezioni amministrative 1946: Sassari nostra. Foglio di propaganda della lista Comune di Sassari 29 marzo 1946, Sassari 1946, p. 1; i fogli volanti Come si vota a Terni e Come si vota nei Comuni della Provincia preparati dalla federazione comunista di Terni sono in Fondazione Istituto Gramsci, Archivio del Partito Comunista Italiano [d’ora in avanti: ig, apc] mf. 113, ff. 874-7; il volantino Come si vota approntato dalle federazioni socialista e comunista di Perugia e altri fogli democristiani di diverse località sono in ig, apc, Volantini, 1944-48.
28. acs, mi, Gab., Atti, 1944-46, b. 215, ff. 22515.
29. ig, apc, mf. 110, f. 1588.
30. Era una rubrica del “Corriere d’informazione” – la testata assunta dal “Corriere della Sera” tra il 1945 e il 1946 – curata da Giovanni Battista Boeri, pubblicata nei mesi di gennaio e febbraio 1946 e dedicata a diversi argomenti: Contro il voto obbligatorio (9 gennaio); Il Comune (11 gennaio); La scheda di Stato (19 gennaio); Il progetto di legge per la Costituente (26 gennaio); Le prime elezioni amministrative (2 febbraio). Il 28 dicembre 1945 Boeri aveva firmato l’articolo Come si faranno le elezioni amministrative.
31. Cfr. Le elezioni amministrative, ivi, 28 marzo 1946; Gli elettori alle urne, ivi, 7 aprile 1946 (entrambi gli articoli sono riferiti alle elezioni di Milano).
32. Cfr. Le elezioni amministrative (radioconversazione tenuta da Giambattista Rizzo), in “Bollettino d’informazione e documentazione del Ministero per la Costituente”, i, 20 dicembre 1945, 4, p. 4.
33. Il Ministro, Congedo, in “Bollettino d’informazione e documentazione del Ministero per la Costituente”, ii, 25 giugno 1946, 23, p. 3.
34. La serie si apre con Che cosa è la Costituzione di Arturo Carlo Jemolo. Poi seguiranno altre otto Guide, tra cui una dedicata a Le autonomie locali a cura della redazione del Bollettino.
35. Cfr. Le elezioni comunali secondo il d.l.l. 7 gennaio 1946 n. 1. Guida pratica ad uso degli Uffici comunali, degli Uffici elettorali, dei Rappresentanti di lista e degli elettori, a cura di E. Grazioli, Apollonio, Brescia 1946.
36. Cfr. F. De Marsico, Come si vota nelle elezioni amministrative, Edizioni Mercurio, Roma 1946, p. 14.
37. Cfr. A. Rossi, Come si vota. Lettura pratica della legge di Ricostruzione delle Amministrazioni comunali su basi elettive (d.l.l. 7 gennaio 1946, n. 1) con fac-simile e formulario, Soc. Ed. Cremona Nuova, Cremona 1946, p. 34. L’autore era segretario comunale. L’elettore – anche quando non avesse superato le prove del corso elementare obbligatorio – non avrebbe dovuto dare prova di alfabetismo. La capacità (e dunque l’alfabetismo) era divenuta requisito principale di ammissione al voto e fondamento dell’elettorato – insieme alla cittadinanza e all’età – con la legge elettorale 593 del 22 gennaio 1882 (in particolare gli articoli 99 e 100) che aveva retrocesso il censo a criterio sussidiario. Il doppio binario – capacità e censo – era presente, anche se in ordine di importanza invertito, nel sistema rappresentativo inaugurato nel 1848 nel Regno di Sardegna e rimasto sostanzialmente invariato fino al 1882 nel nuovo Regno d’Italia. La legge comunale del 1915 – recependo la legge elettorale politica 666 del 30 giugno 1912 – aveva deciso l’abolizione della prova per l’elettore. Nel 1946, la dichiarazione di alfabetismo dell’eletto avrebbe dovuto essere autenticata dal sindaco e dal segretario comunale, con l’assistenza di due testimoni; oppure da un notaio, da un giudice conciliatore o da un pretore. Sulla legge del 1882 cfr. R. Romanelli, Alla ricerca di un corpo elettorale. La riforma del 1882 e il problema dell’allargamento del suffragio, in Id., Il comando impossibile. Stato e società nell’Italia liberale, Il Mulino, Bologna 1988, pp. 151-206.
38. L. Palma, Elezioni amministrative. Perché debbo votare? Come debbo votare. 1 [Comuni superiori ai 30 mila abitanti e in tutti indistintamente i capoluoghi di provincia]. 2 [Comuni inferiori ai 30 mila abitanti], Editrice arce, Roma 1946, pp. 3-4.
39. P. Tadini, Per chi devo votare? Come devo votare? Essenza e programmi dei partiti politici. Elezioni amministrative, G. Vannini, Brescia 1946, p. 3 (corsivo mio).
40. A. Locatelli, Come si vota nelle elezioni amministrative, Società Editrice Avanti!, Milano-Roma, s.d. [1946], p. 3.
41. Ivi, p. 20. Con un telegramma del 24 marzo 1946 inviato al ministero dell’Interno il prefetto di Napoli notava come l’afflusso alle urne dell’«elemento femminile» nel comune di Bacoli si fosse «intensificato con accentuazione» proprio intorno alle ore dieci; acs, mi, Dipartimento Generale di Pubblica Sicurezza, Affari Generali e Riservati [d’ora in avanti: ps, aa.gg.rr.], 1944-46, b. 208, f. 3/89.
42. De Marsico, Come si vota nelle elezioni amministrative, cit., pp. 4-5.
43. Per gran parte della popolazione, specie i giovani, «parole come scheda, voto, liste elettorali sono assolutamente sconosciute. Bisogna far rivivere tradizioni democratiche che il fascismo ha interrotto e soffocate», sostengono i comunisti di Forlì (13 marzo 1945); ig, apc, Archivio Mosca, b. 58, mf. 254. Inoltre, un «grossolano timore reverenziale» avrebbe potuto spingere «più d’un dabbenuomo» a stare lontano dalle urne come «un topo dalla trappola»; D. Calcagno, Timore reverenziale dell’urna, in “Quindèna”, i, 1-15 dicembre 1945, 1, p. 38.
44. Cfr. Bettinelli, All’origine della democrazia dei partiti, cit., pp. 105-13.
45. Ivi, pp. 139-40.
46. L’articolo 1 del d.l.l. 10 marzo 1946, n. 74 precisava come il voto fosse «un obbligo al quale nessun cittadino può sottrarsi senza venir meno ad un suo preciso dovere verso il Paese in un momento decisivo della vita nazionale». Per l’articolo 48 della Costituzione l’esercizio del voto è «dovere civico».
47. Cfr. A. Del Noce, Il voto obbligatorio, Guide del propagandista, 8, Democrazia Cristiana, spes, Roma 1946. Sul voto obbligatorio, in realtà, si raggiunse un compromesso. Al consiglio dei ministri del 27 febbraio 1946, le sinistre e in particolare il Pci – che in precedenza avrebbero voluto rimettere la decisione sulla forma istituzionale dello Stato nelle mani di un’Assemblea costituente – accolsero la proposta di referendum popolare, anche se comunque abbinato alle elezioni per la Costituente. La Dc, invece, accantonava la proposta di pene pecuniarie contro gli astenuti e aderiva alla soluzione più moderata di sanzioni morali. Si sbloccava, inoltre, la questione relativa alle indebite ingerenze elettorali dei ministri di culto nell’esercizio delle loro funzioni spirituali. La norma finale (articolo 66 della legge elettorale) equiparava i ministri del culto ai pubblici ufficiali e agli incaricati di servizio pubblico e dunque – pur senza scontentare il fronte laico – eliminava l’impressione, sgradita alla Dc e alle destre, di una specifica individualizzazione a sospetto del clero; cfr. Bettinelli, All’origine della democrazia dei partiti, cit., p. 168.
48. Cfr. G. Monti, Il dovere elettorale, ave, Roma 1945. La trattazione è divisa in due parti: 1) «Dovere di votare: Il voto è un dovere di giustizia sociale. L’assenteismo elettorale e la sua gravità morale»; 2) «Dovere di ben votare: Votare secondo coscienza. Doti del buon candidato. Principii direttivi dell’azione politica ed elettorale dei cattolici. Può un cattolico votare per un candidato non cattolico? Unione delle forze elettorali cattoliche per la difesa della religione».
49. G. Perico, E perché dovrei votare?, Edizioni de L’Idea, Busto Arsizio, gennaio 1946, pp. 5, 12.
50. Cfr. A. Brucculeri, Il dovere delle urne nell’ora presente, in “La Civiltà Cattolica”, 96, v, iv, 1º dicembre 1945, quaderno 2291, pp. 302-9; cfr. Id., Aspetti morali e giuridici del voto obbligatorio, in “Il Popolo”, 11 gennaio 1946.
51. Polemicus, Votare è un dovere, Avvenire d’Italia, Roma 1946, p. 4.
52. G. Giani, Un dovere, in “Il quotidiano”, 16 marzo 1946.
53. L. Civardi, I cattolici e la politica, Seli, Tip. So.Gra.Ro, Roma 1944 (“Quaderni della Democrazia Cristiana”, 8), p. 46.
54. Cfr. “Noi donne”, 15 marzo 1946, 15, foglio speciale n. 1, p. 2; cfr., inoltre, le indicazioni di Perché e per chi dobbiamo votare nelle elezioni amministrative, a cura del Partito comunista italiano, La Poligrafica, Roma s.d. [1945?]; si tratta di un opuscolo stampato in un milione e trentamila copie (ig, apc, mf. 88, ff. 850-4), una tiratura «lunghissima» e giustificata dal fatto che «è destinato in particolar modo alla diffusione fra le masse popolari» (cfr. un documento della commissione elettorale della metà del 1945; ig, apc, mf. 88, ff. 792-7). Il testo è accompagnato da 11 disegni, quasi uno per pagina (in totale 17). In copertina un’urna elettorale, la bandiera di partito e quella italiana (senza stemma sabaudo) che si incrociano; dietro, le case di un paesino e in alto la chiesa con la croce e il campanile.
55. acs, mi, ps, aa.gg.rr., 1944-46, b. 13.
56. Cfr. Come si vota. Guida alle elezioni comunali, cit., p. 16.
57. A. Piccioni, Segretezza del voto, in “Il Popolo”, 31 gennaio 1946.
58. Cfr. Ministero dell’Interno, Direzione Generale dell’Amministrazione Civile, Servizio Elettorale, Elezioni amministrative, Pubblicazione n. 3, Istruzioni per le operazioni degli uffici elettorali, Istituto Poligrafico dello Stato, Roma 1946, pp. 20-1.
59. Almeno a Milano, la scheda sembrava «un manifesto», difficile da spiegare e ripiegare anche «seguendo le piegature già fatte»; A. Panicucci, Come ha votato Milano, in “L’Avanti!” [edizione milanese], 8 aprile 1946.
60. La segretezza del voto, del resto, ha un valore simbolico essenziale perché «l’adulto è tagliato fuori da tutti i suoi ruoli nei sistemi di subordinazione che sono propri della famiglia, del quartiere, dell’organizzazione di lavoro, della chiesa, delle associazioni civiche, ed è indotto ad agire esclusivamente nel ruolo astratto di cittadino appartenente al sistema politico nel suo complesso»; S. Rokkan, Cittadini, elezioni, partiti (1970), trad. it., Il Mulino, Bologna 1982, p. 80.
61. Cfr. Beppe e Tonio vanno a votare (come si vota), atem, Roma 1946. L’opuscolo venne stampato in 530.000 copie (ig, apc, mf. 110, ff. 562-3).