I vademecum elettorali
nell’Italia repubblicana
(1946-60)

di Maurizio Ridolfi

Negli anni di fondazione e di legittimazione della Repubblica, tra il 1946 e il 1948, le nuove istituzioni e la classe dirigente furono chiamate a scrivere le regole che coniugassero nella cittadinanza repubblicana l’espressione dei diritti politici della tradizione liberale. Anche nell’Italia post-fascista, sul modello dei periodi rivoluzionari o di intensa socializzazione politica1, la letteratura di educazione civica e politica divenne un oggetto editoriale ampiamente diffuso e di larga consultazione.
La pubblicistica pedagogica di tipo elettorale si rivolgeva non solo ai nuovi elettori, uomini e donne, ma anche ai candidati e ai funzionari pubblici incaricati di seguire le operazioni di voto. Come in passato, essa andò differenziandosi attraverso diverse tipologie: una letteratura pedagogica, promossa in chiave competitiva sia dalle nuove istituzioni sia dalla Chiesa; una letteratura giuridica che si diffondeva tramite le istituzioni amministrative deputate ad organizzare il voto e anche grazie ai partiti; una letteratura di vera e propria propaganda elettorale, a cui dedicarono tutta la privilegiata attenzione le reti organizzative partitiche. Ancora prima dell’affermazione della televisione come epicentro dell’apprendimento politico, già nella seconda metà degli anni Cinquanta i vademecum elettorali prefigurarono le nuove sfide proprie di una società che si stava modernizzando e della comunicazione politica di massa.
Si coglieva il riflesso della centralità dei partiti nella vita politica italiana, ma anche il diverso grado di organizzazione del voto e delle pratiche elettorali. Sia nella immediata riesumazione delle logiche del sistema parlamentare che si ebbe nel Regno del sud sia nella guida della Resistenza nelle regioni settentrionali, i partiti svolsero un ruolo primario nel processo di fondazione e di legittimazione delle nuove istituzioni2. Dovendosi ricostruire un collante simbolico a sostegno di un condiviso sistema di valori patriottici, i partiti assunsero un compito di educazione democratica e di apprendistato politico che né la società atomizzata né le risorgenti istituzioni dello Stato assicuravano.

1
L’educazione al voto nella transizione democratica

Alla fine del 1944, il solo annuncio ad opera del governo antifascista di Ivanoe Bonomi di un ritorno alle elezioni – in sede locale e senza un effettivo svolgimento, se non nella primavera del 1946 –, aveva allertato i nascenti partiti politici circa la necessità di ricordare agli italiani quale fosse il significato del voto e come utilizzarlo. I comunisti erano stati tra i più solleciti.

Per queste masse di giovani – scriveva il bollettino centrale del partito –, parole come scheda, voto, liste elettorali, sono termini assolutamente sconosciuti. Bisogna far rivivere tradizioni democratiche che il fascismo ha interrotto e soffocato. Bisogna farne comprendere tutto il valore e tutto il significato fra le nostre popolazioni3.

Diffuso era il proposito di presentare agli italiani il voto come un mezzo attraverso il quale, ancor prima che contare il proprio grado di consenso, costruire un nuovo “costume politico”. Fu quanto, per esempio, il 25 ottobre del 1945 auspicava l’Ufficio elettorale del centro socialista rivolgendosi alle federazioni locali. L’annunciato voto amministrativo era allora meno aleatorio che in passato e quindi le direttive avevano implicazioni più conseguenti. Chiamando alla mobilitazione, tra l’altro, si scriveva:

È necessario che in quest’opera i compagni responsabili del partito non si chiudano in uno spirito gretto e settario di parte. Essi devono sempre aver presente che il partito socialista intende creare in Italia le condizioni di una vita democratica, intende fondare in Italia un nuovo costume politico, e che per far ciò deve prima di tutto attrarre le masse sul terreno della discussione dei problemi generali. Qualunque passo in questa direzione è sempre una conquista per la democrazia, anche se non tutti coloro che saranno stati attratti sul piano della lotta voteranno domani per il Partito Socialista4.

L’educazione elettorale fu attraversata da una vivace discussione circa l’obbligatorietà o meno del voto. Essa aveva un retroterra storico, risalendo le prime discussioni al 1880. Se ne parlò diffusamente nel 1920, in occasione di un possibile disegno di legge concernente il voto amministrativo; né l’una né l’altro ebbero seguito. Dopo la Liberazione, la discussione si era aperta nell’estate del 1945 con una polemica attorno alla proposta – venuta dal mondo democristiano e appoggiata dai liberali – di una obbligatorietà giuridica del voto. La proposta venne articolata da Costantino Mortati nei lavori della Commissione ministeriale dedita ai temi dell’organizzazione dello Stato. A differenza di quanto accadde nel primo dopoguerra, quando i deputati del partito popolare erano stati contrari, aperto fu il sostegno della Chiesa; a partire da una iniziativa della Congregazione concistoriale, nell’agosto 1945, che inviò ai vescovi una circolare da cui, «in considerazione dei pericoli ai quali sono esposti la religione e il bene pubblico», si sottolineava, veniva una pressante esortazione affinché gli aventi diritto al voto si sentissero «in coscienza strettamente obbligati a fare uso di quel diritto»5.
Forte fu invece l’opposizione all’obbligatorietà del voto tra i partiti di sinistra, compresi i repubblicani. Nella relazione al v congresso nazionale del Pci (Roma, 5 gennaio 1946), Togliatti definì il voto obbligatorio una «misura antidemocratica, perché tende a sostituire un regime democratico e liberale, come quello a cui aspira la nazione, con un regime di sedicente democrazia organizzata con cartolina rossa»6. Si insisteva sul dovere sociale e morale, ma non su quello giuridico, rivendicando il diritto di voto come l’espressione di una libertà fondamentale del cittadino non condizionabile in alcun modo. Di qui anche la contrarietà a ogni forma di sanzione giuridica, tra l’altro di dubbia e controversa applicazione.
Gli appuntamenti elettorali risultarono ancor più ricchi di tensione in relazione ai pregiudizi e alle speranze che suscitò l’entrata sulla scena elettorale delle donne, che parteciparono al voto in modo massiccio7. Condiviso era però il rischio dell’astensionismo, una peculiarità della storia elettorale italiana prefascista. Il timore di una scarsa partecipazione era accresciuto dalle incognite che accompagnarono l’estensione del diritto al voto alle donne8. In tal senso, una volta approvata la legge elettorale, incentrata sulla rappresentanza proporzionale e quindi sul riconoscimento del ruolo dei partiti, diffusa fu l’azione pedagogica volta a spiegare cosa fosse il voto e come farne uso.
Sussistono piani analitici diversi: individuale, familiare, associativo e politico nella sfera di influenza delle organizzazioni legate soprattutto ai mondi comunista e cattolico. Se l’adempimento del dovere di andare a votare fu motivato su un duplice piano – la responsabilità individuale e il benessere nazionale – e se si insisteva ora (i cattolici) sui fattori teologico-morali, ora (le sinistre) sui fattori etico-politici, comune ai due universi era la centralità della famiglia. Era emersa già nel primo congresso regionale delle donne socialiste del Lazio, svoltosi nel dicembre 1945, laddove si sottolineava «lo stretto vincolo che unisce gli interessi del nucleo familiare a quelli della nazione, spiegando come ogni avvenimento sociale si ripercuote sul benessere della famiglia»9. La famiglia, insomma, venne sovente considerata come il luogo ideale dell’apprendistato civico, in quanto spazio pedagogico prepolitico e quindi più consono degli stessi partiti a formare il “buon cittadino”.
Il diritto al voto e la sua estensione alle donne vennero propagandati come un dovere. Mentre il decreto istitutivo (1° febbraio 1945) era stato accolto generalmente nel sostanziale disinteresse di stampa, partiti e opinione pubblica, tutto cambiò con il successivo decreto (10 marzo 1946) che introdusse l’eleggibilità delle donne, a ridosso delle prime prove elettorali della primavera del 1946.
Con l’Italia democratica, la scrittura di regole che garantissero la reintegrazione dei diritti democratici e la loro tutela fu uno dei compiti in più larga misura condivisi dai maggiori esponenti delle culture politiche antifasciste impegnati nella scrittura della Costituzione10. L’articolo 48 della Costituzione avrebbe definito nel modo seguente il diritto di voto:

Sono elettori tutti i cittadini, uomini e donne, che hanno raggiunto la maggiore età.
Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico.
Il diritto di voto non può essere limitato se non per incapacità o per effetto di sentenza penale irrevocabile o nei casi di indegnità morale indicati dalla legge.

L’esercizio del voto come “dovere civico” era il risultato di un compromesso raggiunto nei lavori della Costituente tra chi – i liberali e i democristiani – ne chiese l’obbligatorietà e quelli che invece lo volevano ricondurre alle singole libertà del cittadino. La valenza morale e politica non si estendeva alle implicazioni giuridiche, poiché per chi contravveniva era prevista una sanzione blanda, l’iscrizione per cinque anni sul certificato di buona condotta della dizione «non ha votato». La valenza civica del voto concorse ad inculcarlo nel costume degli italiani come una tra le più forti tra le virtù nazionali. Nel mutato quadro dei principi, la Costituzione valorizzava tutti quegli enti intermedi (i comuni e le regioni, la famiglia, la Chiesa e i culti religiosi) tra lo Stato e i cittadini che dovevano allontanare la minaccia di un nuovo potere politico totalitario (le «formazioni sociali», art. 2). Ai partiti (art. 49) si riconobbe la piena legittimazione a svolgere un ruolo centrale nella vita politica. Fu una funzione di primo piano conquistata nella vita quotidiana ancor prima che attraverso il responso delle urne e la legittimazione del testo costituzionale. Se però sia i comunisti sia i democristiani, come ha osservato Angelo Ventrone, si impegnarono «nello sviluppare e conservare la solidarietà sociale e la coesione della comunità nazionale», «ognuno dei contendenti cercò di far apparire i propri interessi di parte come coincidenti e pienamente sovrapponibili a quelli della nazione»11.

2
L’apprendistato al voto

Un confronto tra le campagne elettorali che si svolsero nel giro di due anni, in occasione tanto degli appuntamenti amministrativi quanto del voto referendario del 2 giugno 1946 e politico del 18 aprile 1948, permette di osservare come si andarono definendo i quadri mentali e politici della nuova Italia. Le campagne elettorali, grazie all’eco maggiore che ad esse davano i nuovi mezzi di comunicazione (la radio, i filmati, i comizi amplificati dal megafono, accanto ai manifesti, i giornali murali ecc.), rappresentarono un grande veicolo di circolazione di guide, manuali e manualetti educativi, fino all’uso di volantini e manifesti intesi ad addestrare gli italiani alla democrazia del voto12.
Nel corso del 1946 gli italiani svolsero un apprendistato politico ed elettorale quasi continuo: in primavera e in autunno nelle elezioni amministrative per ridare ai comuni una guida legittimata dal voto popolare, il 2 giugno sia per sciogliere il nodo istituzionale sia per eleggere l’Assemblea costituente cui fu riservato il compito di approntare la Costituzione. Occorre considerare il diverso raggio d’azione territoriale delle potenti strutture educative e di mobilitazione messe in campo dai principali partiti di massa, il Pci da una parte e dall’altra la Dc con il mondo cattolico.
Il primo voto, quello per le amministrative della primavera, era visto come l’adempimento di un dovere che si caricava di una doppia valenza, individuale e sociale allo stesso tempo. Occorreva dunque educare gli italiani al voto13. Le successive elezioni referendarie e costituenti del 2 giugno, in un quadro assai variegato di sigle e piccole formazioni14, fotografarono una realtà assai diversa tra le prevalenti propensioni progressiste e repubblicane delle regioni centro-settentrionali e l’ancora maggioritaria inclinazione verso le posizioni moderate e filo-monarchiche del Mezzogiorno15. Quel voto fu dovuto soprattutto alla diversa intensità e alle forme altrettanto diseguali del coinvolgimento nella lotta di Liberazione.
L’apprendistato al voto coinvolse differenti generazioni di italiani, da quanti accedevano allora alla maggiore età a coloro i quali invece, dopo un ventennio di mancato svolgimento di elezioni, si apprestavano ad andare alle urne ad un’età ormai matura. Furono comunque i giovani e i giovanissimi a vivacizzare le iniziative di propaganda e di pedagogia elettorale:

Erano soprattutto loro a distribuire volantini, ad animare i dibattiti di strada ed a insegnare a votare. Alla generazione che non aveva mai esercitato il diritto di voto si aggiungevano gli anziani che lo avevano dimenticato, molti dei quali analfabeti, e infine le donne. Per la prima volta c’erano donne in lista, per la prima volta, fra dubbi, perplessità, sfiducia di molti progressisti, tutte le donne italiane andavano a votare e a loro si poneva, oltre al problema dell’orientamento politico, quello dell’esercizio materiale del voto. Furono proprio ragazzi e ragazze a studiare i regolamenti e a spiegare ai coetanei e ai più anziani, cominciando dalla propria famiglia, «come si vota»16.

Istituzioni e Chiesa, partiti e associazioni, attraverso diverse iniziative a stampa ed editoriali, concorsero a promuovere una diffusa azione pedagogica, informativa e propagandistica allo stesso tempo. Sul “dovere” del voto convenivano tutti i partiti, così come le istituzioni e i mezzi di informazione, i giornali in primo luogo. Sul “Corriere d’informazione”, dall’inizio del 1946, si pubblicò una rubrica denominata l’abc Elettorale17, esemplare rispetto alla funzione che la stampa di opinione si assegnò. Su “Noi donne”, il periodico dell’Udi18, nella primavera del 1946 si inaugurò la rubrica Si vota. Si susseguirono articoli, interviste e biografie esemplari, nell’intento di riattivare i fili ininterrotti tra le generazioni e di fare della ridestata tradizione suffragista una risorsa ulteriore nell’animare la nuova scena pubblica, in cui le donne compartecipavano alla vita politica.

Si pubblicò una rubrica di chiaro stampo pedagogico, nella quale con una serie di domande e risposte si informava sui Paesi che avevano precedentemente riconosciuto il diritto al voto, sulla prima donna senatrice, sulle origini del termine “femminismo” e sulle prime suffragiste19.

Già dalla fine del 1945 si pubblicava intanto il “Bollettino di informazione e di documentazione del Ministero per la Costituente”, retto dal leader socialista Pietro Nenni. Uscì dal 20 novembre 1945 al 25 giugno 1946 (per 23 numeri), ogni dieci giorni. Cercava di “educare” cittadini e cittadine ai cambiamenti: si parlava di forme di governo, elezioni locali e nazionali in Italia e nel mondo. Si trovava nelle edicole e quindi era facilmente accessibile, ad un prezzo popolare (5 lire a copia). Il motto era eloquente: «Votate per chi volete, ma votate!». Nella presentazione del primo numero, il 20 novembre 1945, tra l’altro, si insisteva sulla necessità di «indicare delle vie, suggerire delle direttrici di guida, criticare e soprattutto accettare le critiche». Era un compito attribuito «ai Partiti, agli studiosi indipendenti, a tutti coloro insomma che hanno meditato questi problemi». Qual era allora il compito del Ministero per la Costituente?

Il Ministero per la Costituente può […] fare una cosa: far sì che i suggerimenti, le indicazioni di rotta, le proposte di via, vengano conosciuti dal maggior numero possibile di cittadini. […] il bollettino intende aprire un contatto diretto tra i cittadini e il Ministero. È un esperimento nuovo per l’Italia […]. Con ciò non diciamo che si instaura un dialogo tra i cittadini e i pubblici poteri; ma certamente si stabilisce una circolazione di idee e di propositi che può ritenersi non infeconda.

Cosa voleva essere e a chi si rivolgeva il “Bollettino”?

Nelle sue varie parti, il bollettino vuole essere uno strumento di informazione, che si dirige specie a coloro che, lontani dai grandi centri, si preoccupano del nostro futuro; vuol essere una documentazione della preparazione del Paese alla imminente Assemblea Costituente20.
Nel numero di chiusura, il 25 giugno 1946, Nenni (a firma “Il Ministro”) rilesse con compiacimento l’esperienza del periodico. Si accennò anche ad un alto «numero di abbonamenti» e si insistette sul carattere neutrale e informativo mantenuto dal bollettino, «in tempi nei quali, per ogni uomo ragionevole, il colore politico è stato una necessità di vita». «Noi crediamo quindi di aver dato, in estrema analisi, con questo Bollettino, un saggio di autodisciplina democratica». Si sottolineava altresì il carattere peculiare del “Bollettino”, il quale, grazie anche ai «mezzi più penetranti che offre l’organizzazione dello Stato», «ha mostrato la possibilità di una pubblicazione statale rivolta al vasto pubblico». Inoltre, si diceva, esso era «riuscito a stabilire quella circolazione di idee e di proposte tra i pubblici poteri e i cittadini pensosi del futuro della patria» che il momento indubbiamente richiedeva. Si pubblicarono anche tre supplementi, tra i quali, quando già il periodico era cessato, uno dedicato al tema Idee e progetti su la costituente e la Costituzione in Francia. Esso infine trascrisse e pubblicò le radio-conversazioni emesse dai microfoni di Monte Mario, così come una collana di Guide alla Costituente21.
Sull’altro fronte istituzionale, la Chiesa fu molto presente nell’azione di pedagogia elettorale. La Democrazia cristiana si trovò ad essere facilitata rispetto alle altre formazioni politiche; l’Azione cattolica garantiva sia l’assistenza delle parrocchie sia un’identità morale fondata sulla civiltà cristiana22, marcando in tal senso il proprio concorso alla formazione di un’idea di cittadinanza nella Repubblica. La visione di papa Pio xii di fronte alle concomitanti elezioni per la Costituente in Italia23 e per il plebiscito costituzionale in Francia dimostrava quanto le divaricazioni e le contrapposizioni tra le visioni della cittadinanza venissero da lontano. Non si trattava solo di uno scontro tra forme dello Stato, Repubblica o monarchia, ma, tra civiltà o barbarie:

Domani stesso i cittadini di due grandi nazioni accorreranno in folla compatta alle urne elettorali. [...] queste due sorelle latine, di ultramillenaria civiltà cristiana, continueranno ad appoggiarsi sulla millenaria roccia del cristianesimo, sul riconoscimento di un Dio personale, sulla credenza della dignità personale e nell’eterno destino dell’uomo, o se invece vorranno rimettere le sorti del loro avvenire all’impassibile onnipotenza di uno Stato materialista, senza ideale ultraterreno, senza religione e senza Dio. Di questi due casi si avvarrà l’uno o l’altro, secondo che dalle urne usciranno vittoriosi i nomi dei campioni ovvero dei distruttori della civiltà cristiana24.

Forte fu l’influenza in Italia della vicenda della prima Costituente in Francia25. Nella Francia democratica la vicenda della prima Costituente (21 ottobre 1945-19 aprile 1946) fu coeva alla riorganizzazione dello Stato e quindi comuni furono diversi temi: la legge elettorale proporzionale (la sua eventuale costituzionalizzazione), il ruolo del parlamento (l’eventuale monocameralismo) il primato dei partiti, il voto obbligatorio (sostenuto in Francia dai liberali e dal Mouvement Républicain Populaire). Prima che in Italia, in Francia la mobilitazione dei cattolici aveva prefigurato il loro peso nella vita politica del secondo dopoguerra. Il successo ottenuto nelle elezioni politiche del 21 ottobre 1945 dal Mrp prefigurava analogie con il ruolo che sarebbe toccato alla Dc. Inoltre, in Francia prima e quindi anche in Italia, il concorso del voto femminile – introdotto in entrambi i Paesi – sarebbe stato importante nel favorire il successo dei partiti di ispirazione cristiana. Se ne sarebbero avuti riscontri nella pubblicistica popolare. Fu il caso di un opuscolo diffuso a ridosso delle successive elezioni del 1948, quando si sarebbe sottolineato l’influsso, in Francia il 21 ottobre 1945 e in Italia il 2 giugno 1946, del voto femminile: «magnifico elogio delle donne francesi. Le donne cristiane d’Italia non sono state da meno: la vittoria della Democrazia Cristiana del 2 giugno 1946 in gran parte si deve a loro! È una splendida prova che garantisce il futuro»26.

3
Manuali e guide elettorali

In quei primi anni di democrazia la pubblicistica di edificazione civica di tipo elettorale, insieme ad altri testi, divenne un fattore significativo di acculturazione sociale e politica. Come in tutti i momenti di effervescenza e di mobilitazione, fiorirono nuovi esempi di “catechismi”, perché si capiva che in quel momento appariva “quasi rivoluzionario” poter andare a votare con libertà e consapevolezza, formando anche in tal senso una più matura coscienza civile e politica. Opuscoli e manualetti, spesso con disegni esplicativi, si rivolgevano agli elettori, ma anche a quanti avrebbero seguito le operazioni di voto come scrutatori, rappresentanti di lista e funzionari municipali. Gli esempi e le tipologie sono diversi, contemplando testi pedagogici e manuali giuridici27, accanto alla più ricca e differenziata letteratura di propaganda. Cercate e diffuse in abbondanza furono le schede in fac-simile28.
Generalmente si davano risposte a tre essenziali e complementari quesiti: perché, come e chi votare? Bisognava intanto imparare a votare o riacquisire una capacità perduta; occorreva rivolgersi direttamente alle donne per motivarle ad andare a votare; c’erano regolamenti da assimilare e da far capire. I partiti della sinistra classista e democratica si mobilitarono in tal senso, con comizi e conferenze, ma anche andando casa per casa a spiegare e a “dimostrare”. La Dc e i gruppi cattolici non furono da meno. La prima si rivolgeva tanto al militante quanto al cittadino elettore, mentre i secondi (i gruppi cattolici) miravano forse più a mobilitare il “soldato di Dio” secondo una marcata intonazione morale. Tornavano alcuni personaggi della propaganda degli albori, noti ai più anziani militanti socialisti, il duo Beppe e Tonio; il primo era più giovane e il secondo anziano, essendo già risultato tra i protagonisti dei dialoghi popolari volti a volgarizzare le più importanti questioni sociali e politiche nell’azione di proselitismo della propaganda prefascista. Ora personificavano due elettori comunisti che si recavano a votare e che facevano tutto quanto per bene: dovevano essere un esempio da seguire, in quanto interpreti coscienti della democrazia nascente29.
La Dc produsse materiali diversi, con la principale finalità di combattere le tentazioni astensionistiche, spesso con messaggi del Cif all’indirizzo delle donne elettrici30 e con ricorrenti esortazioni a tutelare la libertà religiosa e la Chiesa31. Un opuscolo di Ugo Valle, Come si vota, didascalico e pedagogico, si chiudeva con l’invito a votare per la Dc («Per chi si vota»), laddove si esplicitavano i criteri di cui tener conto: «Si deve votare: a) per chi rispetta la religione cattolica; b) per chi rispetta il trattato e il concordato lateranensi che regolano le relazioni tra Chiesa e Stato; c) per chi rispetta il sacramento del matrimonio», sottolineando che «i candidati della Democrazia Cristiana rispond[evano] ai suddetti requisiti»32. A sua volta, Luigi Palma insisteva tanto sull’obbligo del voto quanto nella denuncia dell’astensionismo, ricordandone l’immoralità e la pubblica riprovazione:

La legge prevede delle sanzioni per coloro che senza giustificato motivo si astengono dal voto, che se pure non sono di carattere materiale, tuttavia sono gravi dal punto di vista morale. Infatti i nomi dei disertori delle urne saranno esposti alla pubblica riprovazione per la durata di un mese nell’albo comunale e per il periodo di cinque anni, la frase non ha votato, sarà scritta nei certificati di buona condotta, rilasciati dal comune, e tutti sanno come questo certificato sia richiesto in tanti atti della vita privata che interessano il cittadino, per es. domande per impieghi, licenze di commercio, domande di porto d’armi, di passaporto, ecc.33

«Allora tutti alle urne», era l’esortazione, anche per «mostrare ai nemici della democrazia di fuori e di dentro che il popolo italiano […] sa perfettamente giovarsi di tutti gli istituti democratici […]. Tra questi istituti il primo e fondamentale è il diritto elettorale»34.
Due anni dopo, in un clima di ancor maggiore radicalizzazione dello scontro politico-elettorale, il voto del 18 aprile 1948 attestò una strabiliante vittoria della Dc. Occorre contravvenire alle facili semplificazioni che la spiegazione del successo democristiano ha a lungo riscontrato, restituendo al “fatto elettorale” del 18 aprile 1948 la sua intrinseca ed eccezionale valenza: la dirompente mobilitazione politica degli italiani e delle italiane. La mobilitazione del 18 aprile, aveva già osservato Ennio Di Nolfo, confermava che «nel fondo la società civile italiana non era ancora mutata rispetto a prima della guerra» ed «eguali erano i modi di sentire elementari». La Dc di Alcide De Gasperi seppe compendiare con accortezza le nuove speranze e le paure antiche. Ciò avvenne attraverso la messa in campo di una retorica della storia e di un universo di beni materiali e simbolici capaci di coinvolgere «fasce della società italiana che erano rimaste sino ad allora al margine della partecipazione politica»35, garantendo altresì la riconquista cattolica dell’“italianità” attraverso la coniugazione tra mito nazionale e universalismo cristiano. Al raggiungimento di un tale risultato egemonico contribuì l’accorto apparato propagandistico, anche quello inteso a rendere straordinaria la mobilitazione del proprio, potenziale, elettorato.
Si pensi alla Guida messa in campo dagli uffici centrali della Dc a proposito dell’organizzazione territoriale con cui apprestarsi al voto. Nell’introduzione Attilio Piccioni, il responsabile organizzativo, sollecitò suggerimenti derivanti dalla «pratica sperimentale», al fine di «migliorare, affinare, razionalizzare l’organizzazione del Partito, per renderla sempre più rispondente agli immensi compiti cui esso è chiamato dalla fiducia del popolo italiano»36. Tre dovevano essere i livelli dell’azione:
− la «preparazione lontana»: «non solo sapremo chi convincere ad andare a votare ma anche verso dove indirizzare la nostra azione di propaganda diretta»37;
− la «preparazione immediata»: occorre «persuadere» chi dovrà andare a votare con «tatto e prudenza»38;
− la «giornata elettorale»: in uno schizzo esemplare venivano istituzionalizzate le due figure dei «galoppini»: i «galoppini di comunicazione», i quali «servono per il continuo collegamento tra il Caponucleo e il Grancapo»; i «galoppini ciclisti», che invece «sono a disposizione del Grancapo per tutte le comunicazioni necessarie».
Nel quadro di una mobilitazione militante in sostegno della Dc, il voto delle donne era ancor più ricondotto a motivazioni teologiche e morali, a supporto dell’azione politica condotta dagli uomini nell’«impresa vastissima e formidabile: rifare e salvare l’Italia cristiana, le cui sorti si decidono nell’agone politico». «Noi cattolici non abbiamo motivo di rammaricarci del voto alle donne, anzi ce ne rallegriamo, perché in tal modo avviene una integrazione del disegno divino: la donna aiuto dell’uomo, in tutti i campi, anche nella politica». Per le donne il voto non era tanto un diritto, quanto una «funzione salvatrice» e quindi, a maggior ragione, una «funzione doverosa». Così come era accaduto nel 1946, ancora nel 1948 il voto delle donne appariva essenziale. Si lanciava allora un «grido d’allarme»: «Donne cristiane d’Italia, tutte alle urne! Votate e votate bene, fate votare e votare bene!»39. Era una mobilitazione teologico-morale che le guide e gli opuscoli elettorali dei Comitati civici avrebbero abitualmente incentivato40, enfatizzando le paure e le ansie latenti nel nome della minacciata morale religiosa. Niente a che vedere con l’intonazione della letteratura pedadogica di orientamento democratico-repubblicano, la quale assegnava all’istruzione e all’educazione un compito prioritario nel «rendere moralmente migliori» gli Italiani e nell’affermare l’ideale di Repubblica perseguito, quello della «Repubblica Mazziniana»41.
Dopo la vittoria elettorale della Dc nel 1948 e nel corso della prima legislatura, i partiti di sinistra sottolinearono spesso il diritto di voto e il suo esercizio in relazione al denunciato congelamento della Costituzione42. Fu quanto accadde, per esempio, con il Manuale dei diritti dei cittadini realizzato da Vezio Crisafulli43, il maggiore costituzionalista del Pci. Il volume era presentato come il testo capace di «aiutare tutti coloro che vogliono difendere le libertà sancite dalla nostra Costituzione», nel momento in cui, si diceva, «in Italia si svolge una grande offensiva delle autorità governative contro le libertà democratiche»44. A quel manuale si ispirarono i militanti e i propagandisti comunisti nel gestire le successive campagne elettorali, differenziate in modo più chiaro rispetto agli anni di fondazione della Repubblica tra la dimensione amministrativa locale45 e quella politica nazionale.
Una rinnovata radicalizzazione dello scontro politico e quindi della campagna elettorale si ebbe in occasione delle elezioni del 1953, quando era in gioco l’introduzione o meno di una riforma in senso maggioritario. I manuali elettorali assumevano a volte la forma del compendio, storico-politico e tecnico-giuridico allo stesso tempo. Fu il caso dell’Agenda allestita appositamente per i rappresentanti della Dc nei seggi elettorali46. La forma della guida era appunto quella di un’agenda che accompagnava, passo passo, al voto, dando informazioni di varia natura, tecnica e politica, di costume. Si affacciavano al voto le classi nate tra il 1927 e il 1932, quindi coloro i quali non erano giunti alla maggiore età nel segno del regime fascista; ecco allora una particolare attenzione alle diverse componenti generazionali del voto. La priorità del risultato, con la contesa attorno alla riforma elettorale in atto, era tale da evocare uno spirito “di parte” ormai sovrapposto a qualsiasi intento civico. Campeggiava un motto per altro largamente usato anche dagli altri partiti: «Non dimenticare: Anche un solo voto potrebbe essere decisivo! Fa’ in modo che nessun voto nostro vada perduto!». L’imperativo di «Insegnare a votare» era quindi fortemente finalizzato: «Bisogna che questa volta nessuno sbagli a votare. Ogni voto è prezioso». «Bisogna visitare tutte le famiglie dei nostri elettori e degli elettori incerti, con il fac-simile delle schede di votazione». «Soprattutto lo faranno le donne, che più facilmente possono entrare nelle famiglie». Il sostegno alla nuova legge elettorale era aperto, nel senso di difenderne il carattere democratico.
[Essa] consente la perfetta parità, in partenza, di tutti i partiti. Tutti infatti possono aspirare al premio di maggioranza: non è colpa della legge se il popolo italiano, col libero voto, assegnerà la maggioranza ai partiti democratici e non agli estremisti.
Scopo della nuova legge è di rafforzare una maggioranza già esistente nel Paese e rivelata attraverso libere elezioni, per metterla in grado di governare sottraendola al sabotaggio e all’ostruzionismo delle minoranze totalitarie47.

La legge non sarebbe entrata in vigore, riconfermando il principio proporzionale della rappresentanza e il ruolo prevalente dei partiti nella vita nazionale; tra gli anni Cinquanta e Sessanta sarebbero mutate anche le forme e i linguaggi della propaganda.

4
Le trasformazioni della manualistica elettorale

Se negli anni di formazione della Repubblica la manualistica elettorale coniugò l’informazione e l’educazione, garantendo in tal senso un vasto processo di alfabetizzazione democratica, nel periodo del suo consolidamento emersero tanto le contingenti occasioni di politicizzazione quanto i riflessi delle trasformazioni socio-culturali del paese, compresa la necessità di fare i conti con la diversificazione dei mezzi e dei linguaggi della comunicazione48.
Quali fossero le nuove sfide di natura socio-culturale a cui i competitori partitici dovevano dare risposte poteva emergere anche da una pubblicazione della Dc, laddove i risultati delle elezioni regionali in Sicilia del 1955 furono utilizzati per allestire una guida elettorale in vista del voto amministrativo dell’anno successivo49. Si andava ben oltre il tradizionale apparato di informazioni e di orientamenti elettorali, immettendo analisi di natura statistica e sociologica sul voto siciliano, anche con l’esemplificazione di sondaggi sulle imminenti elezioni.
Su un altro piano, pubblicistico e quasi di inchiesta, una diversa forma di manuale elettorale si ebbe con il testo realizzato da Alessandro Damiani in occasione delle elezioni politiche del 1958. L’intento era quello di «contribuire a che la democrazia acquisti un effettivo contenuto etico»50, interpretando con rinnovato slancio uno scopo di edificazione civile ma anche esemplificando alcuni dei giudizi critici contro la “partitocrazia”51. Era una sorta di riflessione critica, disincantata e a tratti amara, sui primi anni della Repubblica, «dieci di regime del carpe diem: tira a campà». Si commenta uno stato d’animo latente di distacco rispetto al momento elettorale.

Uno stato d’animo diffuso, che non fa certo onore alla nostra giovane democrazia. Fatto ancora più grave: questo atteggiamento psicologico, anziché dissiparsi, si acuisce ogni anno di più, determinando una forma d’indolenza, che nuoce alla vita politica52.

Il «costume democratico» non si rafforzava e non si consolidava, si diceva, perché troppi votavano senza consapevolezza, per paura (del comunismo) e non per convinzione (verso la Dc).

Il risultato è ineccepibile giuridicamente; le conseguenze, nocive per lo sviluppo democratico. Chi non è sicuro della propria libertà, già non è più libero. È schiavo del ricatto della sua stessa paura. E per sottrarsi al rischio, subisce uno stato di cose: non lo sceglie con libera determinazione. Sicché il suo atto, moralmente nullo, non giova al costume democratico53.

Si lamentava che le forze politiche intermedie – soprattutto i repubblicani – non avessero il successo meritato. È colpa – si scriveva – del loro «orgoglio», della presunzione di avere tradizioni e principi che li possano sottrarre dall’uso di «espedienti reclamistici e plateali». In generale, allargando il discorso oltre lo stile austero della propaganda repubblicana rispetto al linguaggio radicale utilizzato dai grandi partiti di massa (Pci e Dc in particolare)54, si adombrava un generale e ancora poco consapevole utilizzo del voto:

il suffragio universale è adeguato ai tempi, ma non è adeguato a tutti gli italiani. Non si scandalizzi nessuno. Siamo ben lungi dal proporre un impossibile ritorno a posizioni superate. La libertà si conquista liberamente, ossia lasciando che ognuno sbagli (sempre nei limiti della Costituzione). Ma questo dato di fatto – l’immaturità democratica nella scelta politica – impone metodi più efficaci di lotta; altrimenti l’aristocrazia del pensiero repubblicano si riduce in sterilità55.

Aperta era la critica al ruolo e all’azione dei partiti, ritenuti invadenti rispetto ai loro compiti in una democrazia:

i partiti sono in preda a crisi e involuzioni che si ripercuotono nella vita del paese. Hanno dimenticato il principio fondamentale della democrazia (siano all’opposizione o al potere): di dover servire la Nazione. In altri termini, l’insensibilità politica si è volta nella irresponsabilità politica. […] Se i partiti si sono sostituiti allo Stato, è perché i cittadini lo hanno permesso.

La rigenerazione dei partiti – già allora si cominciava a chiederla – doveva passare attraverso un diverso e più maturo esercizio del diritto di voto da parte dei cittadini.

Bisogna rivalutare il voto. Questa è la sola via d’uscita. Il voto è superiore a ogni offerta, è impagabile con qualsiasi chiacchiera, non è un biglietto di favore per il parlamento, ma l’arma dei cittadini in difesa dei propri diritti e per la salvaguardia della democrazia; perciò va usato soltanto con chi dà maggiori garanzie di serietà politica, nell’ambito dei rispettivi interessi56.

E ancora:

Nuoce al costume democratico quella noncuranza diffusa per i problemi politici, che trae origine non già, come vorrebbe qualcuno, dall’indole del nostro popolo, facile ai sùbiti entusiasmi e all’apatia generale; ma dagli errori dei partiti stessi, che hanno di fatto demeritata la fiducia ottenuta fin qui57.

La sensazione diffusa era quello di un elettorato sempre più confuso e incerto delle sue scelte, così come del resto stava dimostrando il progressivo sfilacciamento del voto alla Dc, dopo il primato conseguito nel 1948. Ecco allora la rincorsa di un elettorato ritenuto in cerca di altre sponde, come nel caso della Guida per l’elettore incerto pubblicata sempre in occasione delle elezioni del 1958 dal Partito Monarchico Popolare di Achille Lauro, distintosi dal Partito Nazionale Monarchico di Alfredo Covelli. L’iniziativa era del periodico “Orientamenti”, presentato come «il più piccolo settimanale illustrato che si stampa in Italia e che vanta centocinquantamila lettori». L’obiettivo era attrarre voti in libera uscita dalla Dc, muovendo dal fenomeno denunciato di una larga fetta di elettori incerti, al punto tale, si scriveva, che «il fenomeno ha messo in allarme le sfere governative e le centrali dei partiti di massa»58.
Non fu allora casuale che la Dc, nel mirino dei competitori partitici, mutasse le forme e il linguaggio della propria azione propagandistica. Già in quell’anno, il 1958, venne pubblicato un primo esempio di “centone”59, vale a dire una sorta di almanacco elettorale, tendente a rammemorare in chiave semplificata i grandi temi della vita politica, lasciando invece in subordine le abituali informazioni sulle pratiche elettorali. Sarebbe stato il primo di una serie di “centoni”, aggiornato e ribadito anche nelle successive elezioni politiche del 196360. Ma oramai la politica era approdata al palcoscenico televisivo, con tutte le implicazioni che ciò avrebbe comportato nelle forme di una propaganda – anche di quella elettorale – sempre più contaminata dai linguaggi della comunicazione61.

Note

1. Sul rapporto tra letteratura di educazione civica e manuali scolastici nella socializzazione repubblicana francese cfr. Y. Déloye, École et Citoyenneté. L’individualism républicain. De Jules Ferry à Vichy: Controverses, pfnsp, Paris 1994.
2. Sulla formazione del sistema partitico nel secondo dopoguerra, cfr. dapprima P. Scoppola, La repubblica dei partiti. Evoluzione e crisi di un sistema politico 1945-1996, Il Mulino, Bologna 1997, pp. 91 ss. e G. De Luna, Partiti e società negli anni della ricostruzione, in Storia dell’Italia repubblicana, Einaudi, Torino 1995, vol. i, pp. 749 ss. Per un’efficace sintesi, cfr. A. Ventrone, Democrazia in Italia 1943-1960, Sansoni, Milano 1998, pp. 111 ss.
3. Lavoro di preparazione alle elezioni amministrative, in “Bollettino della Direzione del pci”, novembre-dicembre 1944, 4-5, pp. 24-5. Nel promuovere una collana di testi su L’attualità politica, le edizioni del Pci pubblicarono Il Comune e le elezioni amministrative, Soc. Editrice l’Unità, Roma 1945.
4. Circolari del Partito. Ufficio elettorale, in “Rassegna socialista”, 8 novembre 1945, p. 7. Si trattava della circolare n. 2, Roma, 28 ottobre 1945. Si aggiunga un esempio di “decalogo elettorale”: A. Locatelli, Come si vota nelle elezioni amministrative, Società Editrice Avanti!, Milano-Roma s.d. [ma 1946].
5. Citato da E. Bettinelli, All’origine della democrazia dei partiti. La formazione del nuovo ordinamento elettorale nel periodo costituente (1944-1948), Edizioni di Comunità, Milano 1982, p. 106.
6. Citato sempre ivi, p. 107.
7. A proposito dell’esordio femminile nelle elezioni, con attenzione alle dinamiche del voto e alla presenza femminile tra i rappresentanti eletti nelle istituzioni, cfr. A. Rossi Doria, Diventare cittadine. Il voto alle donne in Italia, Giunti, Firenze 1996, pp. 94-111. Cfr. quindi L. De Rossi (a cura di), 1945. Il voto alle donne, Franco Angeli, Milano 1998.
8. Ciò in relazione al decreto luogotenenziale n. 23 promulgato da Ivanoe Bonomi il 1° febbraio 1945. Si riconosceva la sola funzione attiva, mentre l’elettorato passivo sarebbe stato contemplato solo con il decreto n. 76 del 10 marzo 1946.
9. Al congresso regionale del Lazio. I problemi elettorali femminili, in “Rassegna socialista”, 13 dicembre 1945, p. 6.
10. Cfr. R. Ruffilli (a cura di), Cultura politica e partiti nell’età della Costituente, Il Mulino, 2 voll., Bologna 1979.
11. A. Ventrone, La cittadinanza repubblicana. Forma-partito e identità nazionale alle origini della democrazia italiana (1943-1948), Il Mulino, Bologna 1996, pp. 11-2. Sulla “tensione” tra progetto nazionale e percezione delle proprie identità “di parte”, intese da democristiani e comunisti come calco di un modello di società e di Stato da affermare, cfr. Scoppola, La repubblica dei partiti, cit., pp. 158-60.
12. S. Cavazza, Comunicazione di massa e simbologia politica nelle campagne elettorali del secondo dopoguerra, in P. L. Ballini, M. Ridolfi (a cura di), Storia delle campagne elettorali in Italia, Bruno Mondadori, Milano 2002, pp. 193-237; A. Ventrone, Forme e strumenti della propaganda di massa nella nascita e nel consolidamento della Repubblica (1946-1958), in M. Ridolfi (a cura di), Propaganda e comunicazione politica. Storia e trasformazione nell’età contemporanea, Bruno Mondadori, Milano 2004, pp. 209-32.
13. M. Ridolfi, L’indimenticabile 1946: elezioni locali e apprendistato democratico nell’Italia del dopoguerra, in P. Dogliani, M. Ridolfi (a cura di), 1946. I comuni al voto. Elezioni amministrative, partecipazione delle donne, Editrice La Mandragora, Imola 2007, pp. 9-31.
14. Cfr. L. Mercuri, I partiti alla vigilia delle elezioni del 1946, in “Storia contemporanea”, 4, 1974, pp. 789-832.
15. Cfr. P. L. Ballini, Il referendum del 2 giugno 1946, in M. Ridolfi (a cura di), Almanacco della Repubblica. Storia d’Italia attraverso le tradizioni, le istituzioni e le simbologie repubblicane, Bruno Mondadori, Milano 2003, pp. 22-229. Si aggiungano: La nascita della repubblica, 2 voll., Presidenza del Consiglio dei Ministri, Roma 1987. Per approfondimenti e casi territoriali, cfr. G. D’Agostino (a cura di), Il triplice voto del 1946. Agli esordi della storia elettorale nell’Italia repubblicana, Liguori, Napoli 1989.
16. Cfr. la testimonianza postuma di B. Bracci Torsi, 2 giugno 1946 la seconda Liberazione, in “Liberazione”, 2 giugno 2002.
17. Sul “Corriere d’informazione” la rubrica fu tenuta da Giovanni Battista Boeri: Contro il voto obbligatorio (9 gennaio); Il Comune (11 gennaio), La scheda di Stato (19 gennaio); Il progetto di legge per la Costituente (26 gennaio); Le prime elezioni amministrative (2 febbraio).
18. L’Unione delle donne italiane sorse il 12 settembre 1944 a Roma, come eredità dei Gruppi di difesa della donna e con la partecipazione di esponenti di formazioni varie (comunisti, in maggioranza e alla guida, socialisti, ma anche azionisti e aderenti alla Sinistra cristiana). Nell’ottobre del 1944 l’Udi promosse la Settimana pro-voto, raccogliendo migliaia di firme per dare spinta alla rivendicazione.
19. P. Gabrielli, La pace e la mimosa. L’Unione donne italiane e la costruzione politica della memoria (1944-1955), Donzelli, Roma 2005, p. 94. La rubrica fu avviata il 1° aprile 1946.
20. “Bollettino di informazione e di documentazione del Ministero per la Costituente”, 20 novembre 1945, p. 3.
21. Le radio-conversazioni riprodotte furono le seguenti: Opportunità del voto obbligatorio, di Costantino Mortati (5, 31 dicembre 1945, pp. 4-5); Contro il voto obbligatorio, di Vincenzo Mazzei (ivi, p. 5). La collana Guide alla Costituente comprendeva: Che cosa è la Costituzione di Arturo Carlo Iemolo e La Costituente e la Costituzione di Giuseppe d’Eufemia.
22. L. Ferrari, L’azione cattolica in Italia dalle origini al Pontificato di Paolo vi, Queriniana, Verona 1982, pp. 49 ss.
23. Sulla complessità del rapporto tra la Chiesa, la Repubblica e la monarchia, cfr. F. Traniello, Città dell’uomo. Cattolici, partito e Stato nella storia d’Italia, Il Mulino, Bologna 1990, pp. 279-331.
24. Discorso al Sacro Collegio del 1° giugno 1946, in Discorsi e radiomessaggi di sua Santità Pio xii, Vita e Pensiero, Milano 1946, vol. viii, pp. 232 ss.
25. Cfr. Bettinelli, All’origine della democrazia, cit., pp. 217-21.
26. E. C. [?], Donne votate e fate votare, Tip. del Gianicolo, Roma s.d. [1948], p. 5.
27. Per un esempio di manuale giuridico, cfr. G. Micheli, U. Cosentino, Le elezioni per la Costituente; Manuale pratico, in appendice legge sul referendum e sui poteri della Costituente, Colombo editore, Roma 1946. Si riportava la legge elettorale, con modelli di schede e urne.
28. Per esempio, si può vedere A. Rossi, Come si vota. Lettura pratica della legge di Ricostruzione delle Amministrazioni comunali su basi elettive, Soc. Ed. Cremona Nuova, Cremona 1946.
29. Partito comunista italiano, Beppe e Tonio vanno a votare (come si vota), atem, Roma 1946. L’opuscolo venne stampato con una grande tiratura, oltre 500 mila copie.
30. Cfr. La donna elettrice della Costituente, Centro italiano femminile, Roma 1946.
31. G. Monti, Il dovere elettorale, ave, Roma 1946.
32. U. Valle, Elezioni per l’Assemblea Costituente: come si vota e perché, Tip. Tiber, Roma 1946, pp. 7-8.
33. L. Palma, Come eleggo i deputati, Edizioni icas, Roma 1946, p. 5.
34. Ivi, p. 15.
35. E. Di Nolfo, Le paure e le speranze degli Italiani (1943-1953), Mondadori, Milano 1986, pp. 199 e 267 per le citazioni nel testo.
36. Ufficio organizzativo centrale della Dc, Guida all’organizzazione provinciale del partito, So.Gra.Ro, Roma 1948, p. 7.
37. Ivi, pp. 58-9.
38. Ivi, p. 61.
39. E. C. [?], Donne votate e fate votare, cit., pp. 3-5.
40. Guida dell’elettore 18 aprile 1948, a cura del Comitato civico, s.e., Torino s.d. [1948].
41. La Repubblica di oggi e l’ideale repubblicano, in “Il giornaletto dell’elettore”, numero unico, Supplemento de “La Voce Repubblicana”, marzo 1948.
42. Cfr. Per i seggi elettorali. Vigilanza interna ed esterna, in “L’attivista”, maggio 1953, p. 7.
43. V. Crisafulli, Manuale dei diritti dei cittadini, Edizioni di cultura sociale, Roma 1951.
44. Le nostre segnalazioni, in “Quaderno dell’attivista”, 29, 16 dicembre 1950.
45. Lega dei Comuni democratici, Manuale dell’elettore, Edizioni di Cultura Sociale, Roma 1951. Il manuale usciva in vista delle elezioni amministrative del 1951, quando si votava – per la prima volta nel secondo dopoguerra – anche per le province.
46. Agenda del responsabile di seggio. 7 giugno 1953, s.n.t.
47. Ivi, pp. 28, 34 e 38 rispettivamente per le citazioni nel testo.
48. Cfr. sempre Cavazza, Comunicazione di massa, cit. e Ventrone, Forme e strumenti della propaganda, cit.
49. L’analisi elettorale. Guida all’azione politica, a cura dell’Ufficio elettorale della Dc, Roma 1956.
50. A. Damiani, Guida elettorale: i partiti, la scelta, Edizioni del Grifone, Roma 1958, p. 10.
51. Sulla prima fase della polemica antipartitica, cfr. il classico studio di G. Maranini, Il tiranno senza volto, Edizioni del Comune di Milano, Milano 1963.
52. Damiani, Guida elettorale, cit., p. 6.
53. Ivi, p. 53.
54. A proposito della demonizzazione dell’avversario nel secondo dopoguerra, cfr. A. Ventrone, Il nemico interno. Immagini e simboli della lotta politica nell’Italia del ’900, Donzelli, Roma 2005, pp. 166 ss.
55. Damiani, Guida elettorale, cit., p. 65.
56. Ivi, p. 70.
57. Ivi, p. 72.
58. Come e per chi votare? Una guida per l’elettore incerto, Edizioni “Orientamenti”, Milano 1958, p. 3.
59. Cento argomenti: orientiamo gli elettori, Spes, Roma 1958.
60. Il nuovissimo centone: dizionario dell’elettore democratico, Spes, Roma 1963.
61. Se ne ebbe un riscontro anche attraverso il Dizionarietto delle parole mistificanti ad uso degli elettori radioteleutenti, studenti ed altre persone a modo, Centro di Ricerca e Documentazione “Luigi Einaudi”, Torino s.d. Il testo era costruito sulla base del rinvio ai teorici del liberalismo (Montesquieu, Pareto, Ortega y Gasset, Popper ecc.).