La Monarchia spagnola
come paradigma
di una monarchia confessionale

di Juan Luis Castellano

L’origine divina del potere e la sua concezione come ministero per realizzare, per quanto possibile, il regno di Dio in questo mondo, o almeno per preparare tutti all’aldilà, comportano la sacralizzazione della monarchia, la migliore di tutte le forme di governo. Il re è sacro perché Dio lo ha posto nella sua posizione. Naturalmente il principe non è Dio, ma – per usare le parole di uno dei più celebri umanisti spagnoli – «una copia autentica del Creatore», la cui funzione «nella respublica corrisponde a quella dell’anima nel corpo»1. Per compiere questa missione è necessario che il monarca possieda alcune virtù personali e, tenendo conto dei due corpi del re2, pubbliche, quali la saggezza, la prudenza, la sagacia e molte altre; virtù che può aspirare a possedere – ma questo non interessa in questa sede – o che sono insite nella sua persona, ottenute per grazia istituzionale3 o divina, perché Dio è a fianco del principe cristiano, sempre che questi rispetti la funzione assegnatagli nell’ordine provvidenziale del mondo. Ciò vale in modo particolare per il re di Spagna, per la semplice ragione che questi si trova alla testa del popolo prescelto nella legge della grazia4.
Se il re governa per e attraverso Dio, appare logico che Questi lo aiuti nello svolgimento del suo ufficio. Come? In molti modi diversi, come avremo occasione di dimostrare, ma anche affidandogli «per proprio aiuto» «un angelo particolare»5. Il sovrano, dunque, a differenza del resto dei mortali, ha due angeli:

uno gli mostra come essere un buon cristiano e l’altro come essere un buon re, ed entrambi gli angeli sono come una cosa sola; perché non potrà essere buon cristiano se non sarà anche buon re, né potrà essere buon re se sarà cattivo cristiano.

Si intende che l’angelo che gli mostra come essere un buon sovrano non è un angelo qualsiasi: appartiene invece ai «cori più importanti, quelli degli arcangeli e principali»6. Questa concezione si diffuse largamente, per mezzo del “teatro aureo”7 e venne usata con perspicacia da alcuni dei più accorti politici del xviii secolo: «il mondo sa» – scriveva don Melchior de Macanaz – «che i re possono godere di una speciale assistenza, ed è senso comune che siano protetti da due angeli, a differenza degli altri uomini che sono protetti solo da uno»8.
Il ruolo assegnato a questo angelo “reale”, per evidenti ragioni, comporta una relazione talmente stretta tra sovrano e divinità che frequentemente il re era considerato un dio: termine usato comunemente in età moderna, non solo nel linguaggio politico, più al plurale che al singolare, per designare i principi; ciò deriva dal fatto che si riteneva che il potere discendesse dalla divinità, principio che pochissimi osavano mettere in dubbio, essendo la divinità stessa ad indicare al re la maniera di esercitare il proprio ufficio, oltre che a determinarne il comportamento. Da tutto ciò deriva il fatto che, sin da epoche lontane, si sia proceduto decisamente verso la divinizzazione del monarca, un processo che, secondo J. A. Maravall, è stato parallelo a quello dell’assolutizzazione della monarchia9. Un processo relativamente semplice da assimilare perché il re è assoluto, impersona la sovranità, e perché la Chiesa si incarica, in certa misura, di diffondere il messaggio che per buona parte aveva essa stessa prodotto, in una società in cui le credenze religiose erano fortemente radicate nella mentalità collettiva. In tal modo è facile identificare un sovrano con l’immagine del Sovrano per eccellenza e ciò spiega il rapido radicarsi dell’idea che «un re è Dio in terra»10.
La divinizzazione della monarchia implica, anzitutto, l’accettazione cieca del potere stabilito, non importa se chi lo esercita sia buono o malvagio (moralmente e politicamente). È vero che vi erano voci che si levavano contro il cattivo esercizio del potere e che teorizzavano persino la possibilità di uccidere il tiranno, ma la maggioranza degli individui sceglieva di accettare qualunque principe per la semplice ragione che Dio, per gli imperscrutabili disegni della sua Provvidenza, lo aveva posto in quella suprema posizione. Non c’è dubbio che, in alcune occasioni, chi governa possa arrivare alla tirannide. Però se questa esiste è perché Dio ha così voluto:

Tutti coloro che sono stati o saranno soggetti a re crudeli o tiranni [...], a consolazione e rimedio del loro patire devono considerare e notare che quelli sono, per quanto malvagi, ministri di Dio; e suoi servitori li chiama talvolta la Scrittura, perché attraverso quelli Dio distrugge e disfa i malvagi, prova e perfeziona gli uomini buoni e castiga e purifica i peccatori11.

Dunque il suddito deve adeguarsi ai disegni divini. «Si deve amare il re buono e sopportare quello malvagio. Dio permette che il tiranno regni, avendo il potere di deporlo e distruggerlo, e non lo consentirà il vassallo che deve obbedirgli? Il braccio di Dio non ha bisogno dei nostri pugnali per esercitare il castigo, né delle nostre mani per le sue vendette»12. Ne consegue che ribellarsi al re significa ribellarsi a Dio; chi compia tale misfatto non deve scordare che se non sarà punito dal suo re lo sarà da Dio stesso. Ma piuttosto che per timore della punizione, il re deve essere venerato per amore, così come avviene con la divinità, non importa se il suo governo sia buono o cattivo, perché il suo comportamento, come la Provvidenza, sfugge al senso comune dei mortali. Il re ha lumi molto superiori «all’intelligenza umana» e, pertanto, può agire in base a ragioni non comprensibili agli altri.
I sovrani hanno conoscenze inaccessibili ai sudditi: ne consegue che questi ultimi non possono giudicare le azioni del re13: «Necio filósofo estás? / El rey es de Dios objeto en premiar y en castigar, / y el que lo llega a culpar, / casi pone en Dios defeto». Nemmeno smettere di adorarlo per una sua qualche azione concreta è pensabile. «Deja» – continua Lope – «al rey en el altar, / que por serlo le señalo; / que es deidad el rey más malo / en que Dios se ha de adorar»14.
Così al suddito non tocca altro che accettare pienamente il proprio re, immagine vivente di Dio sulla terra. Il rifiuto o la mancanza di accettazione implicherebbero ribellione contro il principe e contro Dio, a cui il re dovrebbe assomigliare in tutto. Perché, come scrive Quevedo, «solo Cristo seppe essere re; e così solo saprà esserlo chi lo imiterà»15. Di fatto, i tratti che caratterizzano la figura del re di Spagna, dalla concezione paternalistica del potere fino ai cosiddetti misteri della maestà, hanno la loro origine in questa analogia, così come nella credenza che tutto si compia per mano di Dio.
La conseguenza logica di questa divinizzazione della sovranità regia consiste nella cosiddetta religione dell’obbedienza: «El rey lo manda; no quiero / examinar atrevido / si es bien hecho o si es mal hecho: / eso es justo que el rey manda»16. Perché? Perché chi parla non è il re ma Dio stesso e disobbedire al re è disobbedire a Dio. Per questo coloro che sottolineano il carattere divino del principe pensano che tale obbedienza, ai nostri occhi assurda, derivi da ragioni civili e politiche, ma soprattutto religiose, dal momento che «l’obbedienza dovuta ai sovrani è precetto divino»17, e in quanto tale costituisce un obbligo di coscienza. La disobbedienza, quindi, è una mancanza civile e politica, ma soprattutto è un peccato, «tanto maggiore quanto importante è la legge che si è violata»18. Chi desideri salvarsi non ha altra scelta che obbedire al re e, per estensione della grazia istituzionale, ai suoi ministri, senza domandarsi se siano buoni o cattivi, se i loro ordini siano giusti o ingiusti. «Dobbiamo rispettare, sottometterci e obbedire ai principi sovrani e ai loro ministri, che siano buoni o cattivi, giusti o ingiusti, perché sono sempre ministri di Dio»19. Così, si può solo obbedire, senza nemmeno domandarsi il perché: «così comanda il re, non ci sono altre ragioni»20.
Altrettanta importanza ha il graduale esonero del sovrano da ogni colpa poiché è evidente che egli non è responsabile civilmente, come sostengono i teorici della politica, inclusi i principali sostenitori dell’assolutismo, concordi nell’affermare che il re deve rendere conto soltanto a Dio. Ma la questione non è solo questa: piuttosto ci si deve domandare chi sia responsabile dell’ordine sociale, assumendo il dato che questi venga comunque determinato da Dio e tenendo presente che la situazione reale non è sempre favorevole e nessun problema sorge solo quando le condizioni sono propizie. Dio distribuisce i suoi benefici a tutti coloro che si conformano ai doveri cristiani. La situazione cambia completamente quando le circostanze sono avverse. Chi ne risponde? È noto che nell’antichità classica si attribuivano agli dei cose buone e cose cattive. Se dopo aver cercato la loro intermediazione non si mostravano propizi, erano gli stessi dei ad essere responsabili. Di questa idea si trova eco negli scritti di fra Antonio de Guevara: «Muchas veces leemos que cuando los gentiles se veýan en una gran necesidad, si se encomendavan a los dioses y ellos no los socorrían en sus necesidades, luego les quitavan los sacrificios o les derrocavan los templos o mudavan dioses»21.
Evidentemente una situazione analoga è improponibile con il Dio dei cristiani. Perché il vero Dio è Bontà suprema e Giustizia suprema: se castiga è perché è stato offeso o si è commesso peccato. Ma chi lo ha offeso? Chi ha peccato? Sarebbe logico ritenere che la colpa ricada su colui che rivendica tutta l’autorità, il luogotenente di Dio, colui che – essendo a capo della respublica – è responsabile di tutta la comunità politica, vale a dire il re. Questi, da parte sua, frequentemente riconosce la sua colpa (il suo peccato)22 fino alla piena età moderna: ne abbiamo una grande quantità di esempi in documenti di diversissime tipologie. Dal celebre peccato dell’ultimo dei re goti fino alla corrispondenza tra Filippo iv e suor Maria de Ágreda. Una responsabilità, quella del re, da cui in alcune occasioni può liberarlo il suo primo ministro. Il caso del conte-duca è, a questo proposito, paradigmatico.
Questo quadro di pensiero, la cui logica interna sembra impeccabile, diventa però insostenibile con il processo di divinizzazione dei re. Il re-dio è quasi tanto giusto e tanto buono quanto lo stesso Dio padre. Eppure continuano a verificarsi situazioni avverse, a volte troppo avverse. Non può esserci dubbio che esse siano il castigo di un Dio offeso dal persistere del peccato. È difficile ritenere che sia stato il re ad offenderlo, anzi si diffonde il convincimento che l’anima del re Cattolico vada direttamente al cielo23. Si deve, quindi, trovare un colpevole e non può essere altro che il popolo. Sono i vizi di questo ad attirare il castigo divino, persino, per quanto possa sembrare paradossale, permettendo il governo di cattivi sovrani. Senza dubbio una pessima filosofia, ma anche una filosofia con cui il potere va a nozze ed è per questo che si diffonde molto rapidamente, oltre ad essere straordinariamente utile soprattutto in momenti in cui l’autorità regia è debole, non per capacità o incapacità del sovrano, che non si possono discutere, ma a causa dei peccati dei sudditi, i quali sono tenuti a sopportare i principi che Dio ha dato loro fino a quando non si libereranno dalle loro colpe. Povero popolo! Non si può non essere d’accordo con Benito Pérez Galdós quando scriveva: «se tante calamità – vale a dire Carlo iv, Fernando vii e Maria Cristina – caddero su questa nazione per i peccati degli spagnoli, ormai dovremmo essere puri, perché l’espiazione fu tremenda»24.
Dio colloca i re al loro posto; si potrebbe persino dire che dà loro un regno, quello che, d’altra parte, salvo circostanze eccezionali, appartiene loro legittimamente. Ma il regno non viene dato per il loro piacere. Tutti i moralisti e i teorici della politica sono concordi nell’affermare che regnare è un compito duro25. Il re deve fare il possibile per la felicità dei suoi sudditi nel regno; d’altra parte, insieme ad essi forma un solo corpo26. Ma non può dimenticare, come cristiano, che in questo mondo si è solo di passaggio e che il fine ultimo di ogni uomo è prepararsi alla salvezza eterna, come Dio ha manifestato con assoluta chiarezza. Si deve solo seguire il cammino indicato, anche se, naturalmente, tutti sono obbligati a cercare di raggiungere la vita eterna, il sovrano in special modo, poiché colui che non deve rendere conto a nessuno di sé e delle sue azioni, deve rendere conto all’Onnipotente per sé e per l’insieme della respublica27. Se Dio gli ha attribuito un’autorità maggiore rispetto a quella che gli ha attribuito la comunità28, fino quasi a giungere all’autorità divina, non è perché eserciti più facilmente il potere, ma perché lo eserciti con maggiore forza, per conseguire il fine ultimo della felicità eterna del corpo politico nel suo insieme. Se il re si adopera secondo quanto umanamente possibile, non dubiti che Dio sarà dalla sua parte. Di fatto è già così, posto che si dà per scontato che il re si impegni nel governo e nei comportamenti cristiani. Ed è per questo che Dio gli dà conoscenze superiori29 a quelle di ogni altro uomo, gli assegna un angelo speciale e lo rende divino.
A mio parere, questo quadro di idee e pratiche costituisce la base fondamentale, se non l’unica30, su cui poggia la confessionalizzazione dello Stato, un concetto – quello di Stato – che durante tutta l’età moderna si personifica nel re, almeno a partire dalla metà del xvi secolo. Se quanto ho appena affermato è corretto, se ne può trarre la conclusione che la monarchia non può che essere confessionale. Quindi, il primo e principale dovere del sovrano consiste nell’obbedire e fare obbedire ai precetti di Santa Madre Chiesa, che non può essere altro che la Cattolica, Apostolica, Romana. In tal modo il suddito, che prima poteva obbedire o meno ai precetti religiosi, è obbligato a conformarsi ad essi anche in quanto cittadino: l’obbedienza è un dovere politico. Non c’è alcun margine per la libertà di coscienza e la tolleranza è impossibile31. Basta dare uno sguardo al libro i della Nueva Recopilación de las leyes del Reyno o della Novísima per rendersi conto della portata di questo strumento che assicura il favore di Dio: «Il principe religioso che non permette che altri non lo siano, ma anzi opera con la forza delle armi e con il favore del cielo rende il suo regno prospero e lo governa con facilità»32. Ne consegue che non c’è nessuno spazio per le minoranze religiose, per quanto ragioni economiche possano spingere a giustificarle. Come dice a Filippo ii il futuro vescovo di Ávila, il teologo Otadui, che secondo Baltasar Porreño «desiderava scacciare i moriscos dalla Spagna»:

se per caso i signori dei moriscos dicessero a Vostra Maestà un antico detto spagnolo, «quanti più mori, più guadagno», gli ricordi Vostra Maestà l’altro, più antico e vero, che dice «meno nemici, meglio è»33.

La difesa della religione è un obbligo per tutti i principi cristiani perché dalla conservazione della stessa dipende la tranquillità della respublica: «Uno dei principali strumenti per il mantenimento della pace è osservare i comandamenti di Dio». Non osservare questi «e i precetti della nostra religione comporta la perdita: primo, del rispetto che si deve alla santa sede apostolica e ai re e ai prelati; da qui derivano omicidi, adulteri, vendette, dissensi», come è successo in Germania, Francia e nelle Fiandre. Paesi socialmente divisi, a cui Cerdán de Tallada contrappone «la tranquillità, la quiete e la pace della nostra Spagna»34, grazie alla conservazione della religione nella sua più immacolata purezza. È un compito che riguarda tutti, ma in modo speciale il re di Spagna. «La difesa della fede è dovere del re Cattolico»35. A lui, «in quanto principale tra tutti i principi cristiani» spetta «con il favore divino la conservazione della nostra religione»36. Per questo, tra l’altro, il re di Spagna è il re per eccellenza. «Tutto ciò che è limpido e senza macchia di eresia o di errori nella fede, tutta la sovranità che può veramente dirsi cattolica è la corona e la monarchia di Spagna»37.
Questo argomento penetra con forza nelle coscienze, e prima di tutto in quella del re. Tutti i sovrani di Spagna dichiarano, a ogni minima occasione, che il loro primo compito è mantenere e favorire in tutto la Chiesa Cattolica, che faranno quanto umanamente possibile per estirpare l’eresia e che, inoltre, non desiderano regnare su sudditi eretici. Non c’è motivo di dubitare della sincerità dell’imperatore quando racconta ai monaci di Yuste che «congedandosi da Maurizio [di Sassonia, n.d.R.] con appena sei cavalieri» gli vennero incontro due principi dell’Impero per dirgli che Maurizio e gli altri nobili signori sarebbero rimasti con lui a condizione «di non chiamarli o considerarli eretici». La risposta che frate Prudencio de Sandoval mette in bocca a Carlo v non potrebbe essere più chiara: «io non desidero regni a così caro prezzo, né con questa condizione desidero la Germania, né la Francia, la Spagna, l’Italia; solo desidero Gesù Cristo crocifisso, e diedi di sperone al cavallo»38. Né possiamo dubitare, limitandoci ad un altro esempio, di ciò che scrive nel 1566 Filippo ii a don Luis de Requesens, allora ambasciatore presso la Santa Sede: «piuttosto che sopportare il minimo fallimento in materia di religione o nel servizio di Dio, perderò tutti gli stati e anche cento vite, se le avessi, perché non penso né desidero essere sovrano di eretici»39.
Naturalmente i re fanno tutto il possibile per diffondere questa attitudine nell’opinione pubblica, ricorrendo ad ogni strumento a loro disposizione, tra cui quello delle Cortes, che funzionano da cassa di risonanza40, dell’iconografia o del pulpito.
Senza dubbio, riguardo alla religione, il re non si limita a dichiarazioni, per quanto solenni. Conosce l’importanza dell’azione politica su quel terreno e agisce sempre decisamente in favore della religione. Cerca di osservare gli obblighi che derivano dal patronato regio, senza cedere di fronte a Roma, favorisce sempre l’Inquisizione, incaricata di vegliare sull’ortodossia, senza permettere che si costituisca in potere autonomo, concede il carattere di legge fondamentale a tutta la legislazione canonica tridentina, esercita pressioni su Roma perché stabilisca il dogma dell’Immacolata Concezione, si impegna a far emergere i peccati pubblici ecc. Insomma, la politica si fonde con la religione e non può essere altrimenti, se si vuol evitare la giusta indignazione della Divina Provvidenza e si desidera avere Dio dalla parte di un re che subordina tutto al suo servizio41.
Difendere la religione è un dovere del re, ma anche dei suoi ministri. Tutti concordano che il buon ministro deve essere un buon cristiano, timoroso del suo Dio e del suo re, rispettoso della Chiesa perché è in qualche modo espressione della volontà regia, nello stesso modo in cui il re è espressione della volontà divina. Per dirla più chiaramente: «i ministri sono ritratti della maestà, la quale, non potendosi trovare in ogni dove, è rappresentata da essi; e dunque conviene che assomiglino al principe in costumi e virtù»42. Ma, proprio come il re, non possono limitarsi a possedere le virtù a titolo personale: il ministro, in quanto persona pubblica, deve fare il possibile per mantenere i buoni costumi e diffonderli nel corpo sociale. Perché, in fin dei conti, i buoni costumi e la purezza della fede sono le basi della religione43, e quest’ultima è la base dell’azione politica. Della purezza della fede si deve occupare il Santo Uffizio, con il sostegno, quando necessario, dell’autorità secolare. Il rispetto dei costumi spetta al re, specchio ed esempio per tutti, e ai suoi ministri che inoltre devono punire i peccati che in qualche modo abbiano una considerazione pubblica. Tutto ciò per la difesa della Chiesa, unica istituzione che impregna di sé tutti gli aspetti della vita. Una difesa di cui il sovrano incarica tutti i suoi delegati:

Poiché la prima delle mie obbligazioni e di tutti i successori della mia corona è quella di proteggere la religione cattolica in tutti i vasti domini di questa monarchia, mi è parso di cominciare da questo importante punto, per manifestarvi il mio veemente desiderio che la Junta [e, si deve intendere, tutti i ministri, n.d.R.], in tutte le sue deliberazioni, abbia come fine principale l’onore e la gloria di Dio, la conservazione e la diffusione della nostra Santa Fede, l’emendazione e il miglioramento dei costumi44.

È evidente che la preservazione dei costumi interessa sotto l’aspetto politico. Emendarli e perfezionarli è il modo migliore per preservare l’ordine sociale esistente, per far sì che ciascuno occupi la posizione che gli compete e creare un certo conformismo sociale. Ma soprattutto, in una concezione provvidenzialistica la cura dei costumi è importante sul piano spirituale. Supponendo che Dio non possa punire il re Cattolico, colonna della fede, difensore della più pura ortodossia, a cui era disposto a sacrificare la sua vita e i suoi Stati, è chiaro che ogni manifestazione della collera divina è da imputare al popolo, poiché i peccati degli uomini sono la causa di tutti i mali della monarchia. È quindi dovere dei ministri difendere i buoni costumi ed estirpare i vizi perché chi pecca lo fa contro Dio e contro il re. In questo modo si accentua l’intima unione tra la Divinità e la sovranità regia. Un’unione tanto intima che a volte si può parlare di autentica traslazione, come si può osservare in alcuni auto sacramentales45.
Ma non c’è bisogno di ricorrere ad opere teatrali per illustrare l’intima unione a cui mi sto riferendo, dal momento che tale stretta relazione sembra essersi radicata nelle coscienze, come fu evidente nella primavera del 1648, a Granada.
All’esplodere di una rivolta, che oggi sappiamo essere stata motivata dalla mancanza di mezzi di sussistenza46, i ministri del re, senza preoccuparsi di ciò che Thompson ha poi definito «l’economia morale della moltitudine», in principio ritennero che, qualunque fossero le ragioni, si trattava di una ribellione contro l’ordine politico legittimamente costituito. Quindi i ribelli stavano andando contro il re e, indirettamente, contro Dio. È per questa ragione che l’arcivescovo esibì il Santissimo crocifisso nel Campo del Principe, centro della rivolta, tentando in tal modo di sedarla. I ribelli, com’è logico, non esitarono a prostrarsi in adorazione, «dicendo che erano cattolici e che chiedevano pane»47. Il loro comportamento appare, dal nostro punto di vista, irreprensibile ma ciò che è strano è che dovessero dichiararsi pubblicamente cattolici dopo essersi ribellati ad un’autorità che consideravano, con una logica politica schiacciante, responsabile in qualche misura della loro fame.
Alcuni teorici politici, durante l’età moderna, analizzando il processo di divinizzazione del potere, oltre che del re, tentano di giustificare i ministri; non solo per la relazione carismatica che esiste tra questi ed il sovrano, ma anche perché si suppone che il re abbia designato per l’amministrazione della respublica le persone più idonee e dai costumi irreprensibili. Se i ministri, dunque, si comportano secondo la legge divina, non si può imputar loro «che gli eventi non siano favorevoli»48, così come non se ne può attribuire la responsabilità al principe. Ma non tutti sono della stessa opinione e molti ritengono che vi siano cattivi ministri, «peggiori persino dei ladri»49, e che se questi giungono a governare la rovina della respublica è cosa certa:

perché dovendo il principe delegare il suo potere in molti ministri, se questi fossero cattivi faranno più danni alla repubblica di quanti benefici non possa apportare un buon principe, perché abuseranno della sua bontà, e sotto specie di fare del bene, lo porteranno ai loro fini e al loro utile, e non al bene comune. Un principe cattivo può essere corretto da molti ministri buoni, ma molti ministri cattivi non possono essere corretti da un principe buono50.

Il re, dunque, ha l’obbligo di nominare i migliori ministri, di vigilare che svolgano adeguatamente il loro ufficio e allontanare quelli frivoli e superbi, che «dovendo splendere come la luna, di luce riflessa dal Sole, disturbano invece la luce del Sole e pretendono adorazioni dovute alla sola Maestà, quasi con dissimulato tradimento, poiché usurpano la grandezza della corona»51. Se non sceglie i migliori ministri, senza dubbio perché mal consigliato, il re giustifica la ribellione, mai contro lo stesso sovrano, e nemmeno contro coloro che, per il loro incarico, sono «ritratti della maestà», ma contro «i ministri del demonio». C’è però persino chi afferma che anche a questi ultimi si debba obbedienza cieca52 e che se Dio li ha messi in quella posizione è per punire i peccati del popolo. Tuttavia, il popolo poteva ritenere, soprattutto quando le calamità si susseguivano con notevole frequenza, di aver pagato a sufficienza e che Dio intendesse punire i peccati di altri; anzi, se non si fossero rimossi i cattivi ministri, la Provvidenza avrebbe continuato a punire i sudditi con odio. Da qui la frase «¡viva el rey y muera el mal gobierno!», cantilena di ogni rivolta nell’Antico regime53.
La confessionalizzazione della monarchia comporta inevitabilmente l’alleanza tra Chiesa e Stato. Il re deve difendere la fede e la Chiesa militante, poiché senza di essa non c’è salvezza. D’altro canto la Chiesa deve sostenere la consolidazione della sovranità regia, l’assolutizzazione del potere, ed il mezzo migliore è la divinizzazione del principe. Potere spirituale e potere politico si uniscono, a volte si confondono, ma le loro nature sono distinte. La superiorità del primo è indubitabile ed i re di Spagna non hanno alcuna difficoltà ad ammetterlo. Il papa, in quanto “padre comune” della Cristianità, deve essere obbedito e venerato54. E più del papa, colui del quale – in quanto pontefice – è vicario in terra. Il potere regio dà sufficienti prove di questa venerazione, a partire dall’obbligo per tutti i membri della famiglia reale, come per tutti i cristiani, di accompagnare il Santissimo Sacramento55, fino a manifestazioni di non comune rispetto, almeno di alcuni sovrani, verso i ministri della Chiesa56, per arrivare a ricchissimi regali, come quelli fatti da Isabella di Borbone alla chiesa di Santiago57 o quello offerto da Carlo ii in occasione della sua guarigione58. Tutto per mantenersi propizia la Divina Provvidenza, senza rendersi conto, come dicevano molti, che senza la collaborazione degli uomini questa poteva fare poco59.
In base a tale alleanza, per la quale il re si obbliga a venerare Dio, sottostare all’autorità del Pontefice romano e difendere, se necessario con le armi, la Chiesa nel suo insieme, il monarca può e deve pretendere il concorso degli ecclesiastici. Può, perché, come tutti i vassalli, essi formano parte del corpo mistico della monarchia alla cui testa è il re. Deve perché è patrono della sua Chiesa, il che – lasciando da parte tutte le connotazioni politiche e istituzionali – significa che oltre ad essere figlio, il più obbediente di tutti, è anche padre amatissimo. Di conseguenza, tutti devono obbedirgli, ma in modo speciale gli ecclesiastici, sia secolari che regolari. È evidente che il potere conosce l’enorme influenza del clero sulle coscienze e che, ovviamente, la utilizza. È noto che l’esempio del clero «supera tutto il corpo degli altri vassalli in una nazione tanto religiosa come la Spagnola»60 e che dispone delle armi spirituali sufficienti a muoverne l’insieme: fondamentalmente il pulpito e la confessione. Il confessionale serve ad inculcare alla grande maggioranza dei sudditi che il quarto comandamento, «onora il padre e la madre», va interpretato, secondo la totalità degli studiosi di morale dell’età moderna, in senso esteso, come obbligo di onorare tutti i superiori e, indiscutibilmente, il re. Chi non osserva il comandamento incorre in peccato mortale e, se non si guadagna il perdono, è destinato alla dannazione eterna. I confessori lo ricordano continuamente ai loro penitenti, così come avvertono che pecca contro il settimo e il nono comandamento chi, per mezzo della calunnia, mette in dubbio la fama e l’onore che si danno per scontati nel principe ed anche in altri superiori. Inoltre, se a tutto ciò si aggiunge la considerazione morale e politica che avevano i peccati pubblici, si comprende l’enorme potere del confessionale nel mantenimento dell’alleanza tra l’altare, il trono e la religione dell’obbedienza, il cui ultimo fine era la conservazione dell’ordine sociale vigente, secondo il desiderio di Dio. Dopo tutto, come afferma chiaramente frate Bartolomé de Medina, «chi resiste a chi detiene il potere, resiste a Dio; e chi si macchia di questo, è destinato alla dannazione eterna»61.
Importante tanto quanto il confessionale, o forse anche di più, è il pulpito. Di fatto, i fedeli sono obbligati all’osservanza pasquale, vale a dire, a confessarsi e a ricevere l’eucaristia una volta all’anno, così come sono obbligati ad assistere alla messa ogni domenica e all’osservanza delle feste, numerosissime durante l’età moderna. In tali occasioni, il sermone ha grande importanza ed è la principale forma di contatto tra i fedeli e il mondo religioso, culturale o politico. Un aspetto, quest’ultimo, che ha particolare efficacia nei molti atti religiosi celebrati in occasione di eventi di qualche importanza per la monarchia. Allora il sermone è un elemento, forse il più importante, dell’esaltazione dinastica62. È vero che non sempre i predicatori sono favorevoli al potere; in diverse occasioni sono critici nei confronti dell’azione politica, cosa che provoca il richiamo da parte del sovrano63. Ma, secondo l’opinione dei più, a quanto scrive frate Juan Márquez, «i delitti dei principi (anche se pubblici) non possono essere corretti dai sudditi in forma pubblica, non tanto per l’obbligo di difendere la reputazione del re, ma piuttosto per non mancare alla devozione e alla venerazione che gli sono dovute»64. Una venerazione simile a quella che si deve avere verso Dio, di cui il re, non ci si dimentichi, occupa il posto nel regno. Ne consegue che, a parte le velleitarie rimostranze a cui ho accennato, il comportamento più abituale consisteva nel diffondere dal pulpito «i doveri degli uomini nei confronti delle due Maestà»65, quella divina e quella umana.
L’intima unione tra la Chiesa e la corona – evidente, per fare solo due esempi, nei numerosissimi Te Deum e nell’uso del pallio66 – spiega la necessità da parte del re, o di chi si trova al suo posto, di consultare i teologi e l’eccessivo protagonismo di alcuni confessori religiosi. Il ruolo dei teologi è perfettamente giustificato dall’essere la legge divina, come indica Rivadeneira, la principale consigliera del principe. E se il re ha bisogno di consiglio nessuno può darne di migliori di chi per professione conosce i modi con cui i principi della Divinità vanno applicati alle azioni umane. Quindi, se il sovrano o i suoi ministri «dubitano se sia lecito o no ciò che trattano, se è conforme o ripugnante alla legge di Dio, la prudenza insegna debbano consultarsi con i teologi e con le persone che Dio ha scelto per la Sua Chiesa e risolvere con essi i loro dubbi»67. Vale a dire, chi esercita il potere deve obbligatoriamente consultare i teologi se desidera (e tutti lo desiderano) comportarsi secondo coscienza o, che è lo stesso, cristianamente. Ne deriva che dall’opinione dei teologi dipendono varie questioni di governo, dalla giustificazione di una guerra alla legittimità (in coscienza) di certi tributi.
Il principe, come qualunque altro cristiano, ha l’obbligo di confessarsi. Ed è logico che il sovrano abbia un confessore che lo guidi spiritualmente e lo assolva qualora commetta qualche peccato. Ma il principe non è come tutti gli altri poiché in lui vi sono due persone, quella privata e quella pubblica: il confessore doveva occuparsi della prima, che però non è separabile dalla seconda. E il confessore deve occuparsi, naturalmente sul piano spirituale, anche di questa seconda persona. Perché il re potrà raggiungere la salvezza eterna solo se come uomo privato rinuncia al peccato e come principe punisce chi offende Dio. Le parole di padre Rivadeneira non lasciano spazio a dubbi:

Il re ha due persone, una di uomo privato, che come tale serve il Signore, vivendo rettamente, e l’altra di re, che pure serve il Signore, proibendo e punendo severamente tutto ciò che è contrario alla Sua religione e alla Sua legge68.

Attraverso questa seconda persona il confessore acquisisce una notevole rilevanza nel governo della respublica. Nell’opinione, senza dubbio estrema, di alcuni, il confessore diviene praticamente corresponsabile del governo. Se ha determinate virtù, «si insignorirà del governo interiore ed esteriore del re», perché «ha l’obbligo di dirgli sempre la verità e, di conseguenza, gli si riconosce la colpa di tutto»69. Il suo dovere è quello di spingere il principe all’osservanza dei propri compiti: un argomento che si consolida tra coloro che, con o senza ragione, considerano arbitrario il potere del re70, e che, quindi, utilizza il confessore come strumento di controllo.
Che sia questa o meno la ragione, ciò che è certo è che il confessore va oltre le proprie funzioni. Non stupisce, quindi, che alcuni si lamentino del confessore71 e meno ancora che alcuni re ritengano di tenere a distanza chi esercita questa funzione. Filippo iv, per esempio, secondo quanto riferisce Andrés de Almansa y Mendoza, all’inizio del suo regno affermò «che il suo confessore non faccia altro che confessare»72. Ma il signore della coscienza del re ha sempre mezzi sufficienti per intervenire in politica, soprattutto se chi si sottometteva alla sua direzione spirituale era un re debole o pusillanime. Arriveranno i tempi di Carlo ii e Filippo v a dimostrarlo, e persino, per altre ragioni, i primi anni del regno di Fernando vi.
Ciò che succede tra il re ed il suo confessore dimostra come non vi fosse sempre armonia tra potere spirituale e temporale, com’è logico, d’altra parte, se si considerano le differenti nature dell’uno e dell’altro. Per questo risultano perfettamente comprensibili i continui conflitti tra la giurisdizione spirituale e quella temporale, e non poteva essere altrimenti, dal momento che in uno Stato confessionale, in cui le due giurisdizioni si confondono inevitabilmente, nessuno sapeva, né poteva sapere, fino a dove giungeva il proprio potere. Ancora meno in una Chiesa spagnola molto statalizzata, il cui vertice (il re) considerava legittimi i suoi interventi in materie quasi spirituali, poggiando questa pretesa sul patronato regio, sulle regalie, sulle leggi del regno o consuetudini antichissime. Sono le contraddizioni inevitabili di una monarchia che era fino in fondo confessionale.

(traduzione di Alessandro Serio)

Note

Abbreviazioni: Actas de las Cortes de Castilla: acc; Biblioteca Nacional de Madrid: bn; Real Academia Española: rae; Biblioteca de Autores Cristianos: bac; Biblioteca de Autores Españoles: bae; Memorial Histórico Español: mhe; Novísima Recopilación de la las Leyes de España: nor.
1. J. L. Vives, Carta a Enrique viii de Inglaterra sobre la paz entre el César y Francisco i, rey de Francia, y sobre el mejor estado del reino, in Id., Obras Completas, Aguilar, Madrid 1948, t. ii, p. 27.
2. E. H. Kantorowicz, Los dos cuerpos del rey. Un estudio de teología medieval, Alianza, Madrid 1985.
3. Cfr. M. Weber, Economía y sociedad, Fondo de Cultura Económica, México 1979, p. 442.
4. Nello stesso modo in cui Israele era il popolo eletto nella legge scritta, cfr. Fray J. de Salazar, Política española, Instituto de Estudios Políticos, Madrid 1945, pp. 72-3.
5. J. de Horozco y Covarrubias, Emblemas morales, Imprenta de Alonso Rodríguez, Zaragoza 1604, p. 84v.
6. L. de la Puente, S. I., De la perfección del christiano en los estados y oficios de las tres repúblicas, seglar, eclesiástica y religiosa, Valladolid 1613, t. ii, p. 521.
7. Cfr. Lope de Vega, La campana de Aragón, in Id., Obras Selectas, Aguilar, Madrid 1974, t. iii, p. 858.
8. M. de Macanaz, Explicación jurídica e histórica de la consulta que hizo el Real Consejo de Castilla al rey nuestro señor, Semanario Erudito, t. ix, pp. 54-5.
9. Estado moderno y mentalidad social, Revista de Occidente, Madrid 1971, t. i, p. 265.
10. Lope de Vega, Valor, fortuna y lealtad, in Id., Obras Selectas, cit., t. i, p. 443. In modo analogo si esprimono molti altri autori del barocco spagnolo, cfr. A. Muñoz Palomares, El teatro de Mira de Amescua: un análisis desde la historia social (tesis doctoral inédita), Granada 2003, cap. ii.
11. P. Mexía, Silva de varia lección, Cátedra, Madrid 1989, t. i, p. 447.
12. F. de Quevedo, Marco Bruto, in Id., Obras Completas. Prosa, Aguilar, Madrid 1966, p. 961.
13. «Entre las cosas que ha de mirar como prohibidas el vasallo es medir al príncipe su capacidad; ésta se ha de suponer, no examinar en el soberano»; P. Juan de Cabrera, Crisis política determinada al más florido imperio y la mejor institución de príncipes y ministros, Imprenta de Eusebio Fernández de Huerta, Madrid 1719, p. 625.
14. «Ci sei, vuoto filosofo? / Il re è strumento di Dio nel premio e nel castigo, / e chi lo incolpa, / è quasi come se accusasse Dio» e «Lascia il re nell’altare / che in quanto re, / pur se cattivo, è come una divinità / in cui si deve adorare Dio»; cfr. Lope de Vega, El rey don Pedro en Madrid, in Id., Obras Selectas, cit., t. i, pp. 637-8.
15. F. de Quevedo, Política de Dios y gobierno de Cristo, in Id.,Obras, cit., p. 603. Questa idea è ripetuta con insistenza in molti passi dell’opera.
16. «Il re lo comanda, ed io non voglio / azzardarmi ad esaminare / se è un buono o un cattivo ordine; / è giusto ciò che il re comanda»; cfr. Lope de Vega, Valor, fortuna y lealtad, cit., p. 457.
17. A. Vila y Camps, El vasallo instruido en las principales obligaciones que debe a su legítimo monarca, Madrid 1792, p. 112.
18. Ivi, p. 115.
19. Ivi, p. 109.
20. Lope de Vega, El príncipe perfecto, i, in Id., Obras Selectas, cit., t. iii, p. 1142. Un argomento che perdura nel tempo. Ancora nel 1767, per fare solo un esempio, il viceré della Nueva España affermò: «De una vez para lo venidero deben saber los súbditos del gran monarca que ocupa el trono de España que nacieron para callar y obedecer y no para discurrir, ni opinar en los altos asuntos del gobierno», citato da J. H. Elliott, Los imperios del mundo atlántico, Taurus, Madrid 2006, p. 469.
21. «Molte volte leggiamo che quando i Gentili si trovavano in grande necessità, se si raccomandavano agli dei e quelli non li soccorrevano, dopo smettevano di fare sacrifici, distruggevano i templi o cambiavano dei»; cfr. A. de Guevara, Relox de príncipes, abl Editor-Confres, Madrid 1994, p. 134.
22. Lope de Vega fa dire a Carlo v (quando quando comincia la tempesta): «Señor, pecados son míos / Castigo de mi soberbia / [...] Caigan sobre mí, Señor / Los gigantes de estas sierras / Y permitid que los justos / Por mi causa no perezcan»; La mayor desgracia de Carlos v y hechicerías de Argel, in Id., Obras, rae, Madrid 1901, t. xii, p. 176.
23. Anche se alcuni re, pochissimi, secondo il parere di alcuni religiosi, dovevano passare per il Purgatorio, così come Filippo iv. Poco dopo la sua morte la sua anima si presentò ad una religiosa di Granada, che sembra vivesse in odore di santità, per chiederle di intercedere presso Dio perché lo facesse uscire dal luogo tanto orribile dove si trovava per l’enorme pressione fiscale prodotta durante il suo governo, ma senza dubbio «con ignorancia de un rey tan piadoso». Infine, Dio, mosso dalle preghiere della monaca, dalla speciale devozione a San Francesco e, soprattutto, all’Immacolata Concezione di Maria, gli concesse la gloria eterna, proprio alla vigilia dell’importante festività (8 dicembre); cfr. Fr. Thomás de Montalvo, Vida prodigiosa de la extática virgen y venerable madre sor Beatriz María de Jesús, Imprenta de Francisco Domínguez, Granada 1719, pp. 157-64. Devono trascorrere un periodo in Purgatorio, secondo il padre generale della Compagnia di Gesù Tirso González, le regine Isabella di Borbone e Maria Luisa d’Orléans, la prima «por un exceso en los trajes que había fomentado» e la seconda per la sua eccessiva affezione alle commedie, «las quales con tanto afecto y tan excesivos gastos promovía», cfr. J. J. Lozano Navarro, La Compañía de Jesús y el poder en la España de los Austrias, Cátedra, Madrid 2005, p. 368.
24. B. Pérez Galdós, Los ayacuchos, Galaxia Gutemberg, Barcelona 1986, p. 53.
25. Cfr. il mio saggio Carlos v: el oficio de rey, in Carlos v. Europeísmo y universalidad, Sociedad Estatal para la Conmemoración de los Centenarios de Carlos v y Felipe ii, Madrid 2001, t. ii, pp. 113-32.
26. La teoria corporativa, che com’è noto si può far risalire a San Paolo, Romanos, xii, 4-5, è molto presente nel pensiero politico spagnolo nell’età moderna.
27. «¿Qué otra cosa», domanda Juan Luis Vives al principe cristiano, «es buscar hombres a quien regir, sino pechar con la responsabilidad de tener que dar cuentas de la vida, de la salud, de la fortuna, de las costumbres de tus subordinados, a Dios Soberano, Gobernador del mundo y Juez el más exacto y puntual, que fue quien los confió y encomendó todos a tu fidelidad y desvelo?»; J. L. Vives, Concordia y discordia del linaje humano, Obras completas, Aguilar, Madrid 1947-48, t. ii, p. 214.
28. Mi riferisco fondamentalmente alla concezione pattista del potere, che non è scomparsa del tutto; cfr. J. L. Castellano, Las Cortes de Castilla y su Diputación (1671-1789). Entre pactismo y absolutismo, Centro de Estudios Constitucionales, Madrid 1990, passim, e al carattere di mediazione della giustizia; su quest’ultimo aspetto cfr. M. García-Pelayo, Hacia el surgimiento del estado moderno, in Id., Obras Completas, Centro de Estudios Constitucionales, Madrid 1991, t. ii, p. 1855.
29. Tanto superiori che qualcuno, in contrasto con la tradizione politica dell’Occidente europeo, pensa che il re possa governare senza consiglieri: «Tiene el señor duque de Anjou» – scrive Joseph Rubio – «una capacidad y comprensión tan soberana que cuando faltaren todos los Consejos de su Corte, en sí mismo hallará consejo suficiente para gobernar todos sus reinos»; cfr. Oración fúnebre en las reales exequias que celebró a el Rey nuestro señor don Carlos ii, de gloriosa memoria la augusta imperial ciudad de Zaragoza, Zaragoza 1701, p. 42.
30. Conta anche, e molto, la ragione di Stato, sia autentica che falsa.
31. Per motivi religiosi, ovviamente; ma anche per ragioni politiche, come mostra Filippo iii a don Francisco de Castro «no hai cosa más peligrosa en una república que haver diversidad de religiones»; cfr. S. Giordano, Istruzioni de Filippo iii ai suoi ambasciatori a Roma, Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Direzione Generale per gli Archivi, Roma 2006, p. 85; si trattava, comunque, di un’opinione piuttosto comune tra i teorici della politica.
32. «Príncipe religioso, que no consiente quien no lo es, mas que con la fuerza de las armas, con favor del cielo hace su reino dichoso y le gobierna con facilidad»; cfr. D. E. de Villegas, Advertencias eruditas para príncipes y ministros, in Id., Semanario Erudito, Madrid 1790, t. xxiv, p. 263.
33. Dichos y hechos del señor rey don Felipe ii, el prudente, potentísimo y glorioso monarca de las Españas y las Indias, Imprenta de Melchor Sánchez, Madrid 1663, p. 39. Il significato del testo è chiaro: i moriscos sono nemici politici perché in realtà non professano la stessa fede. La loro espulsione è dunque un atto pietoso, come indica anni dopo Ortiz de Zúñiga: «Es de estos tiempos, escribe, el importantísimo negocio de la expulsión de los moriscos, digno efecto de la piedad, zelo y religión de Filipo iii, por más que razones políticas se esfuercen a culparlo»; cfr. Anales eclesiásticos y seculares de la muy noble y muy leal ciudad de Sevilla, metrópoli de Andalucía, Madrid 1795-96, t. iv, p. 224. In modo analogo si esprimono, prima e dopo di lui, molti altri autori.
34. T. Cerdán de Tallada, Verdadero gobierno desta monarchía, Valencia 1581, pp. 53, 56v-58v.
35. Laynez, Sermones varios que publicados en diferentes ocasiones escribía a Don Felipe iv, el Piadoso, Imprenta de la viuda de Francisco Martínez, Madrid 1645, p. 30.
36. Cerdán de Tallada, Verdadero gobierno, cit., p. 33v.
37. G. López de Madera, Excelencias de la monarchía y reyno de España, Imprenta de Diego Fernández de Córdova, Valladolid 1597, p. 82.
38. Historia de la vida y hechos del Emperador Carlos v, bae, t. lxxii, p. 500.
39. Citato da A. Borromeo, Felipe ii y el absolutismo confesional, in Felipe ii, un monarca y su época. La Monarquía Hispánica, Sociedad Estatal para la Conmemoración de los Centenarios de Felipe ii y Carlos v, Madrid 1998, p. 487.
40. Nella proposizione alle Cortes di Castiglia del 1570, il re manda a dire che quei regni si erano mantenuti nella religione cattolica «por la gracia y misericordia de Dios, a que todo se deve atribuir mediante la christiandad de los súbditos y naturales destos reynos, y el estudio y vigilancia con que los ministros del Santo Oficio, a cuyo cargo es, lo an proveído, y el favor, ayuda y asistencia de su autoridad real se a en ellos sostenido y conservado la fe y religión y obediencia de la Sede apostólica romana, de manera que es exemplo, y con razón lo deve ser, a todas las otras provincias», Actas de las Cortes de Castilla (acc), t. iii, p. 17.
41. Molte citazioni di fonti che ribadiscono questi concetti in G. Parker, La gran estrategia de Felipe ii, Alianza Editorial, Madrid 1998, cap. iii.
42. D. Saavedra Fajardo, Idea de un príncipe político-cristiano, bae, t. xxv, p. 139.
43. J. de Carvajal y Lancaster, Testamento político o idea de un gobierno católico, Servicio de Publicaciones de la Universidad de Córdoba, Córdoba 1999, p. 8.
44. Conde de Floridablanca, Instrucción reservada, bae, t. lix, p. 213.
45. Mira de Amescua, a proposito del giuramento del príncipe Baltasar Carlos, scrive: «Los que estáis presentes» – dice chi legge lo scritto – «infantes, prelados, grandes, títulos, procuradores y reinos, sabed que os obligáis a tener y creer que el Príncipe real y verdaderamente asiste debajo de las especies del pan y del vino, que es vuestro Señor legítimo, Hijo unigénito del Padre, nuestro Rey, y debéis ser vasallos obedientes y esclavos, y os obligáis y juráis que captivaréis vuestros entendimientos en la obediencia y crédito de esa verdad. Si así lo hiciéredes, Dios os ayude, y si no os lo demande mal y caramente, como aquellos que juran su santo nombre en vano»; a ciò la Spagna risponde: «Así lo juraré»; Auto sacramental de la jura del Príncipe, Espasa-Calpe, Madrid 1972, p. 201.
46. A. Domínguez Ortíz, Alteraciones andaluzas, Narcea, Madrid 1973.
47. Cartas de algunos padres de la Compañía de Jesús, mhe, t. xix, p. 161.
48. P. A. Mendo, Príncipe perfecto y ministros ajustados, Imprenta de Diego de Cosio, Salamanca (c. 1656), p. 348.
49. P. de Rivadeneira, Tratado del príncipe cristiano, bae, t. lx, p. 538.
50. Saavedra, Idea de un príncipe, cit., p. 139.
51. Mendo, Príncipe perfecto, cit., p. 359.
52. «En la reverencia y obediencia de los magistrados consiste la conservación y administración de los reinos»; cfr. Solórzano, Memorial o discurso informativo, jurídico, histórico, político sobre los derechos, honores, preheminencias y otras cosas que se deben dar y guardar a los consejeros honorarios y jubilados, in Id., Obras póstumas, Imprenta de Francisco Martínez, Madrid 1642, p. 264. Quindi, l’obbedienza del suddito si riconduce al sovrano, «porque el vasallo que no venera la authoridad que el rey deposita en su ministro más conjura contra su rey que contra aquel ministro. Y el príncipe que no reprime los ynsultos que se cometen contra aquel que él mismo a exaltado y consiente que se pierda se expone a que haciendo irrisión de su soberanía, una vez conocida su flaqueza, prorrumpan en hacerle mayores desacatos»; cfr. Folch de Cardona, Conferencias que tuvieron, después de haver pasado de esta vida, los tres campeones de la fama del siglo pasado: el eminentísimo cardenal Rochilieu, el protector del reyno de Inglaterra Oliverio Cronvel y el eminentísimo cardenal Mazarini; maestros todos los tres de la más refinada política, bn, ms. 18.271, 41. In nessun modo è possibile dubitare. «La murmuración contra el oficial y ministros, demás que ofenden a quien les dio el oficio, es acto temerario y iniquo, no deviendo nadie (si no es el príncipe) juzgar las causas de los... magistrados, a quien Dios asiste para nuestro gobierno y quietud»; cfr. J. Fernández de Medrano, República mista, Imprenta Real, Madrid 1602, p. 77. Una simile attitudine, anche se, come sempre, più posata, la manifesta Cervantes. «¿Has tu de gobernar la república? / Métete en tus campanas y en tu oficio; / deja a los que gobiernen, que ellos saben / lo que han de hacer mejor que nosotros: / si fueran malos, ruega por su enmienda; / si buenos, porque Dios no nos los quite»; cfr. M. de Cervantes, La elección de los alcaldes de Darganzo, in Id., Obras Completas, Aguilar, Madrid 1990, t. i, p. 686.
53. Una cantilena che, evidentemente, non era condivisa dai ministri del re. Cfr. la lettera del conte di Siruela, governatore di Milano, al conte-duca, alla quale fa riferimento G. V. Signorotto: «Si se analizan las mayores “turbaciones” mundiales se puede observar que han sucedido contra los ministros, acusados de pervertir la voluntad del príncipe», mai contro il sovrano; G. V. Signorotto, Milán español: guerra, instituciones y gobernantes durante el reinado del Felipe iv, La Esfera de los Libros, Madrid 2006, p. 132.
54. Il ii articolo della Instrucción reservada di Floridablanca chiarisce questo aspetto: «la protección de nuestra santa religión pide necesariamente la correspondencia filial de la España y sus soberanos con la Santa Sede [...] de manera que en las materias espirituales por ningún caso ni accidente dejen de obedecerse y venerarse las resoluciones tomadas en forma canónica por el Sumo Pontífice como vicario que es de Jesucristo y primado de la Iglesia Universal»; Conde de Floridablanca, Instrucción reservada, cit., p. 213.
55. nor, i, 1, 2. È noto che a questa particolare venerazione al Santissimo Sacramento dell’Altare, che risale al conte Rodolfo d’Asburgo, la dinastia regnante – e per estensione l’insieme della monarchia – legava molti dei suoi più importanti risultati. Non può stupire, quindi, che compaia spesso, nel teatro, nelle arti plastiche e in tutto ciò che si può considerare apparato propagandistico dello Stato.
56. Secondo quanto riferisce don Francisco Olazábal y Olayzola, maestro di cappella di Siviglia, Fernando vi accordò «que los sacerdotes le hablasen en pie por ser práctica que todos lo executen en tal acto [nelle udienze pubbliche] con la rodilla en tierra»; cfr. El Samuel, el David, el Sol de las Españas: Fernando vi, su rey. Oración fúnebre, Sevilla 1759, p. 14.
57. «La reina» – scrive un gesuita – «envió la semana pasada a Santiago de Galicia un muy rico presente que valdría más de 100.000 ducados para que Dios por intercesión del santo componga estos reinos»; Cartas de algunos, cit., mhe, t. xiii, p. 214.
58. Il re regala un ricchissimo tosón d’oro al Niño de Nuestra Señora del Sagrario; cfr. A. de Baviera e G. Maura Gamazo, Documentos inéditos referentes a las postrimerías de la Casa de Austria en España, Revista de Archivos, Bibliotecas y Museos, Madrid 1935, t. iii, p. 126.
59. Nel 1694 il dottor Geleen scrive all’elettore Palatino di aver parlato «al almirante y a Baños del grave peligro en que estaban todos de perderse si continuaban entregados a la sola providencia Divina, sin ayudarse de los lícitos recursos de la prudencia humana; porque Dios sólo acorre a los que procuran valerse por sí mismos», ivi, t. ii, p. 151.
60. nor, i, 7, 7.
61. Instrucción de cómo se ha de administrar el sacramento de la penitencia, Alcalá 1591, p. 300.
62. Cfr. il mio articolo La exaltación dinástica, Felipe v y su tiempo, Institución Fernando el Católico, Zaragoza 2004, t. i, pp. 933-46.
63. Filippo iv, per esempio, ordinò di trasmettere ai padri superiori degli ordini religiosi il seguente avviso: «adviertan a todos los religiosos que se moderen mucho en tratar en el púlpito de las razones de Estado, porque, ignorando las materias del Consejo y gobernándose por las hablillas del vulgo turban los pueblos»; citato in A. Domínguez Ortíz, Regalismo y relaciones Iglesia-Estado en el siglo xvii, in Historia de la Iglesia española, bac, Madrid 1979, t. iv, p. 94.
64. El governador christiano, Casa de Jacobo Meursio, Amberes 1664, p. 132.
65. J. M. Blanco White, Cartas de España, Alianza Editorial, Madrid 1972, p. 43.
66. Molto diversa dal solito l’interpretazione di Antonio Pérez: «Pienso que la corona redonda se pone y trae en la cabeza, como el palio en las entradas y ceremonias reales encima de las personas, para dar a entender a los reyes que deben tener muy limitado y medido el ánimo y el deseo respecto de lo Alto y del Altísimo», Relaciones y cartas, Turner, Madrid 1986, t. ii, p. 81.
67. Rivadeneira, Tratado del príncipe, cit., p. 562.
68. Ivi, p. 483.
69. S. de Mallea, Rey pacífico y gobierno de príncipe católico, Casa de Pedro Francisco Barberio, Génova 1646, p. 25.
70. È questo il caso della moglie di Antonio Pérez, secondo quanto riferisce quest’ultimo nella sua Relación sumaria. Quando frate Diego de Chaves sostiene di non poter esercitare altre pressioni sul re, doña Juana gli risponde: «Sí, señor; más podéis hacer; no absolverle si no ejecuta al punto, e iros a vuestra celda, que más cerca estaréis del Cielo en ella que donde estáis. Juez supremo sois en el lugar del confesor, y el reo, reo, y yo la agraviada del Evangelio de San Lucas; y aunque él tenga la corona en la cabeza puesta, mayor sois vos allí si lo rezáis allá», Pérez, Relación, cit., vol. i, p. 149.
71. Cfr. M. de Novoa, Historia de Felipe iii, rey de España, in Colección de documentos inéditos para la historia de España, Madrid 1875, t. lxi, p. 122. Nella pagina precedente scrive: «El rey, por este tiempo era afectuosamente muy dado a la religión. Y por esta causa más salteado de religiosos».
72. Cartas, Imprenta de M. Ginesta, Madrid 1886, p. 343.