Marie‑Paule Boutry

 

JEAN GIONO, ROMANZIERE PACIFISTA

 

Giono, nato nel 1895 a Manosque, una cittadina del Sud, possiede la caratteristica, rara nella letteratura francese del XX secolo, di essere stato incarcerato due volte, per motivi tutto sommato opposti: la prima volta, il 16 settembre 1939 a Digne, per le sue ioni pacifiste, cio� per il rifiuto di partecipare, "refus d'ob�issance" come annunciava il titolo di uno dei suoi scritti, e una  seconda volta nell'agosto 1944, perch�, soit‑disant, si era schierato e aveva "collaborato"(1).

L'innegabile azione pacifista si � tradotta in testi e azioni sia prima che durante la guerra. Giono, figlio di un ciabattino di origine piemontese e di tendenze anarchiche, aveva, "fin dal 1913, fiutato di entrare nella societ� di addestramento militare che radunava tutti i suoi compagni"(2). Arruolato nel 1915, a 20 anni, e avendo partecipato alle pi� atroci battaglie, ‑ Verdun, Les Eparges, le Chemin des Dames, Le Kemmel ‑ afferma di "non aver ucciso nessuno: ho combattuto tutte le battaglie senza fucile o meglio con un fucile inutilizzabile (tutti i sopravvissuti alla guerra sanno quanto fosse facile, con un po' di terra e di urina, rendere un Lebel simile ad un bastone)" (3).

Se � stato decorato, lo � stato "dagli inglesi e per un'azione che � esattamente il contrario di un'azione di guerra"(4): il salvataggio di tre ciechi in un ospedale militare in fiamme. Questo rifiuto della violenza nel cuore stesso della guerra appare in un romanzo pubblicato nel 1931, Le Grand troupeau, quando uno dei personaggi conduce dal capitano un prigioniero tedesco:

"Jolivet strinse la canna del suo fucile. Guard� il capitano. Se lo tocca, pens�, se ha la sfortuna di toccarlo, io gli do il calcio del fucile sul muso".

L'orrore assurdo di questa guerra da cui egli ritorna per una sorta di miracolo, ‑ "la sesta compagnia � stata riempita cento volte e cento volte ancora di uomini. La sesta compagnia era un piccolo recipiente della 27� divisione come un moggio per il grano. Quando il moggio era vuoto di uomini, o meglio quando ne restava qualcuno nel fondo ..., lo si riempiva di nuovo con uomini freschi. E' stata riempita cos� la sesta compagnia cento volte e cento volte ancora. E cento volte si � andati a svuotarla sotto la macina"(5) ‑, Giono l'ha fatta rivivere ne Le Grand troupeau, poi in alcuni suoi scritti pacifisti, in particolare Refus d'ob�issance pubblicato nel 1937 (che comprendeva Je ne peux pas oublier o dei capitoli inediti de Le Grand troupeau), e, nel 1939, Pr�cisions e Recherche de la puret� che doveva servire da prefazione all'edizione dei ricordi di guerra di un amico, Lucien Jacques, pubbli­cato sotto il titolo Carnets de moleskine, ma ben presto proibiti perch� sovversivi e messi in vendita soltanto dopo la guerra.

Tutte queste evocazioni hanno accenti danteschi ‑ ne Le Grand troupeau, l'arrivo al fronte di un personaggio si intitola "il primo cerchio" ‑, e soprattutto apocalittici. Ne Le Grand troupeau i cavalli pazzi, messaggeri di morte, non attraversano la terra, come in altri romanzi, Le Chant du mond, (1934), Deux cavaliers de l'orage (cominciato nel 1939), ma dopo la partenza degli uomini per l'arruolamento generale, "si misero a gemere tutti insieme". Segni premonitori della fine dei tempi compaiono, come sar� in seguito ne Le Hussard sur le toit (1951), quando il colera, meta­fora della guerra, devasta la Provenza:

‑ �E la nuvola? Dice una voce di donna.

‑ Quale? risponde l'uomo ...

‑ Quella che aveva la forma di un cavallo"(6).

Gli animali, ed anche, ne Le Hussard sur le toit, i pi� inoffen­sivi, gli usignoli, le rondini, "non temono pi� l'uomo da quando ne mangiano tanti quanti ne vogliono�(7). Ci sono, ne Le Grand troupeau, dei passaggi insostenibili sulla tecnica propria dei ratti e dei corvi per attaccare un cadavere. La scena del bambino divo­rato dalle bestie, ispirata dall'Apocalypse, e dal Triomphe de la morte, di Bruegel, davanti la quale Giono passa delle ore, munito di una lente d'ingrandimento perch� "� sul punto di dar libero sfogo al suo esercito di scheletri�(8), e che bisogna scrivere veloce­mente per opporsi a lui, segna l'apice dell'orrore ne Le Grand troupeau e Le Hussard sur le toit. Se gli animali mangiano gli uomini, gli uomini stessi diventano animali, prede o predatori. Ne Le Grand troupeau, Jolivet, pazzo dalla disperazione, pone dei cappi sotto i cavalli di Frisia, con grande indignazione del suo amico bracconiere che capisce troppo tardi: "mi ha fatto fare un cappio di fil di ferro per acciuffare gli uomini"; ne Le Hussard sur le toit, la folla lincia un malcapitato accusato di avvelenare le fontane: "Inizialmente vide soltanto un mucchio di gente. Sembra­vano saccheggiare qualcosa come fanno le galline con il grano ...Era un uomo che ammazzavano fracassandogli la testa a calci"(9).

Le Grand troupeau, sono allo stesso tempo le pecore che i pastori fanno scendere in fretta dalle montagne, e che muoiono lungo la strada, e gli uomini portati al "mattatoio", come scrive Giono nella Recherche de la puret� (1939), e in un passaggio di Refus d'ob�issance al quale rinunci�, ma conserv� nel suo Jour­nal. Nel romanzo, appare spesso la triste uguaglianza dell'uomo e dell'animale condannato: in tutti e due i casi, "� sciupare la vita", come ripete un personaggio che "era stato capo pastore".

Il figlio epilettico, e comunque arruolato, di zia Mie, una vec­chia donna del paese, pesa sessanta chili, esattamente come i pezzi di bue che gli addetti portano "su una griglia", alla fine dello stesso capitolo. Quando passano contemporaneamente l'ambulan­za e il camion della macelleria, come sapere da dove viene questo "pezzo di carne grande come un pugno", caduto nel fango? "Cosa avrebbe di tanto straordinario se ci� fosse caduto dalla barella, da un uomo a brandelli?". Sotto l'eroica bugia che Giono denuncia in tutti i suoi scritti militanti, l'uomo in guerra � ridotto ad una dolorosa animalit�, anche quando si tratta di sopravvivere: "E' la grande battaglia di Verdun. Il mondo intero ha gli occhi fissi su di noi. Abbiamo preoccupazioni terribili. Vincere? Resistere? Reggere? Fare il nostro dovere? No. Fare i nostri bisogni. Fuori, � un diluvio di ferro ... Pi� niente al mondo ci far� uscire da l�. Ma ci� che abbiamo mangiato, ci� che mangiamo, si sveglia di­verse volte al giorno nel nostro stomaco ... Siamo nove in uno spazio in cui, normalmente, potrebbero stare appena in tre ...". Segue un racconto allucinante (10).

Sul fondo rosso e nero di Apocalypse e di Triomphe de la mort, si riscontrano tutti i gradi, tutti i risvolti dell'infelicit� individuale. Non soltanto la guerra uccide, ‑ come Jean le Bleu, (1932),l 'au­tobiografia, Refus d'ob�issance, si conclude con la deplorazione degli amici morti: "Non posso dimenticare che siete stati uomini vivi e che siete morti, che siete stati ammazzati nel gran momento in cui cercavate la felicit� ... voi di cui io ho conosciuto l'amicizia, il riso e la gioia ...� (11)‑, ma segna per sempre i sopravvissuti con un sentimento d'orrore e, per quanto riguarda Giono, d'umiliazio­ne. L'umiliazione di essere stato manipolato, di essere caduto in trappola con una bugia tanto atroce quanto inutile.

Jean le Bleu � ultimato nel 1915, l'anno della partenza per la guerra. "Al di l� di questo libro, c'� la grande piaga, di cui tutti gli uomini della mia et� sono malati. In questo punto le pagine sono macchiate di pus e d'ombra"(12).

Le ultime righe denotano una certa incoscienza: "fu facile par­tire in guerra senza grandi emozioni, semplicemente perch� ero giovane e perch�, su tutti gli uomini giovani, si faceva soffiare un vento che sapeva di vela marina e di pirata"(13.) "Nel 1915, sono partito senza credere nella patria. Ho avuto torto. Non di non credere: di partire"(14), dichiara cinque anni pi� tardi nel Refus d' ob�issance, prima di formulare il principio di base del suo pa­cifismo integrale; "ci� che mi disgusta nella guerra, � la sua imbecillit�. Amo la vita ... ma capisco che la si sacrifichi per una causa giusta e bella. Ho curato malattie contagiose senza mai risparmiarmi. In guerra, ho paura, ho sempre paura ... perch� � stupida; perch� � inutile. Inutile per me. Inutile per il compagno che � con me ... inutile per il compagno di fronte"(15). Non soltanto le guerre sono inutili, ma ognuna necessariamente genera la suc­cessiva: "La guerra del 1914 ... doveva essere l'ultima guerra; era la guerra per uccidere la guerra. L'ha fatto? No. Tutte le guerre sono guerre di cento, mille, diecimila anni. Non si fermano su intese e firme; continuano a generare altri itinerari nelle miniere sotterranee .. aspettando la prossima resurrezione del torrente di fiamme"(16).

Il "no" viscerale di Giono alla guerra giustifica tutti i mezzi: uno dei personaggi de Le Grand troupeau, Oliver, si lascia mutilare da un amico quando viene a conoscenza della gravidanza della sua fidanzata. "Tira fuori il tuo braccio dal buco, lasciami fare, tirer� abbastanza da lontano affinch� non ci si accorga di nulla. Vieni, io sto per farti passare nel lato buono del mondo. So che ho ragione. E' per questo che siamo stati creati"(17).Il tema riappare in Pr�cisions. Nel settembre 1938, nonostante le congra­tulazioni di Daladier, "non c'� stato sangue freddo, c'� stato un terrore senza nome": "un tipografo si � tagliato le dita con la sua taglierina ... uno dei miei amici si � sparato un colpo di pistola sulla mano" "finch� ne ho ancora il tempo e il diritto ‑ mi ha scritto"(18). Elise Giono, la moglie dello scrittore, dichiara di non essere venuta a conoscenza di nessuno di questi eventi nell'am­biente di suo marito. Tuttavia, numerosi casi di mutilazione vo­lontaria furono accertati in quel periodo. Parimenti, Giono ricorda casi di suicidio.

"Non c'� un solo momento della mia vita a partire dal 1919 in cui io non abbia pensato di lottare contro la guerra" affermava nel Refus d'ob�issance(19). Lottare, s�, ma come? Innanzitutto, con i suoi romanzi, dove, in opposizione all'orrore de Le Grand trou­peau, "egli ha scritto per la vita, ... ha voluto ubriacare tutti di vita"; "avrei voluto poter fare gorgogliare la vita come un torrente e farla precipitare su tutti questi uomini secchi e disperati, colpirli con onde di vita fredde e verdi"(20). Sar� la trilogia "panique" di Colline (1929), Un de Beaumugnes (1929), Regain (1930), poi Le Chant du Monde (1934), e soprattutto Que ma joie demeure (1935), dove Bobi, acrobata e vagabondo, insegna ai contadini di un altopiano provenzale una gioia fondata "sulla semplicit�, sulla purezza, sulla normalit� del mondo", sulla riscoperta di una bel­lezza della natura opposta al marciume che ne Le grand troupeau invadeva la terra come una ferita infettata, e lontano dagli artigli della Bestia capitalista e industriale: "Lontano comincia ad urlare il terrore dei mostri ... Non si pu� sopportare la descrizione di queste bestie ... Hanno un gran potere creativo come se fossero state Dei ... hanno la pelle completamente gonfia di fabbriche, pustole con ciminiere che vomitano pus di carbone ... Tutti coloro che si avvicinano a questa bestia sono colti da ogni specie di emorragia: emorragia del senso comune, della sensibilit�, dell'or­goglio, del coraggio, della gioia.

Tutto scorre nell'uomo e se ne va, lo svuota.. Egli � lo schiavo della bestia"(21).

L'uomo deve, invece, armonizzarsi di nuovo col Cosmo. "Ho trovato per me una gioia materiale e spirituale immensa. Tutto mi porta, tutto mi sostiene, tutto mi travolge; i fiori della primavera entrano in me con lunghe radici bianche piene di dolce linfa; ... I temporali, il vento, la pioggia, i cieli percorsi da nuvole abbaglian­ti, non ne gioisco pi� in quanto uomo, ma come il temporale, il vento, la pioggia, il cielo, anche io gioisco del mondo con una sensualit� mostruosa"(22). Que ma joie demeure ha un enorme suc­cesso, e "durante l'estate 1935, profondamente emozionato da questi richiami che gli arrivavano da ogni parte e dalla (sua) gioia, (Giono) ha convocato a Manosque (dove pass� tutta la vita) alcuni dei suoi compagni"(23). E', nell'ambito di un progetto nato nelle associazioni degli Ostelli della Giovent�, e in particolare sotto l'influenza degli Ostelli del Nuovo Mondo, di cui Giono � presi­dente onorario, l'inizio dell'avventura del Contadour, "una avven­tura alla Bobi"(24) "verso la quale tutti si precipitano con passione. Ci� che si annunciava come una passeggiata da escursionisti cu­riosi � diventata un'avventura umana strana come l' avventura della navigazione verso l'America", nota Giono nel suo Journal del 15 settembre 1935.

Lo scrittore si era lussato un ginocchio e quindi il gruppo, ‑composto essenzialmente da intellettuali, insegnanti, artisti, ma anche da operai e artigiani, comunisti, socialisti e anarchici, aventi in comune l'amore per la natura, l'antifascismo e il pacifismo ‑, si ferma sull'altopiano di Contadour, nell'Alta Provenza, dover comprano "tutti insieme una casa, una cisterna e un ettaro di terra intorno". "Quella l� � ormai la nostra abitazione di speranza", scrive Giono(25).

Ci saranno nove Contadour, fino a quello del settembre 1939 che interrompe l'arrivo dei gendarmi che annunciano la dichiara­zione di guerra. Allora, scrive un "contadourien", "tutto si sbri­ciol� secondo le convinzioni di ognuno "(26). Nonostante la decisio­ne del 1936, di pubblicare alcuni Cahiers dove, tra gli altri, faran­no la loro apparizione i capitoli inediti de Le Grand troupeau, testi pacifisti di Giono pubblicati nel 1939 in Pr�cisions, i Carnets de moleskine di Lucien Jacques e nonostante il progetto del 1937, di una campagna di rifiuto alla partecipazione di un'eventuale guer­ra, gli incontri del Contadour non presero mai la forma di veri incontri politici. All'inizio della prima guerra mondiale, Giono si adir� con coloro che volevano distribuire volantini propagandisti­ci nei paesi attraversati. Pochi furono i comunisti che ritornarono, dapprima vedendo che non si sarebbe creata una vera comunit� rurale e, pi� tardi, a causa del disaccordo di Giono con il P.C.F.

Si trattava piuttosto dell'incontro di persone che riunivano ideali comuni o simili attorno alla personalit� di Giono. Amore per la vita di campagna, discussioni pacifiste e passione per l'o­pera letteraria si mescolano intimamente, in questi ricordi di Jean Bouvet, un professore ucciso nel giugno 1944 dalla Milice: "Jean ritorna da Manosque ... Ci legge la "genealogia dei Jason ... Poi andiamo a cercare ginestre secche... Durante una sosta, Jean ci parla dell'obiezione di coscienza che egli si rifiuter� sempre di raccomandare ma che merita tutta la nostra simpatia"(27). O meglio ancora, il 2 agosto 1939: mi racconta ... la visita che gli hanno fatto alcuni studenti di Amburgo che sono ripartiti con uno stock di Refus d'ob�issance e di Lettres aux paysans che varcheranno la frontiera grazie a dei complici. Conta di finire Deux cavaliers de l' orage in tre mesi ... "(28). Negli scritti di un altro "contadou­rien", Daniel May, la figura dello scrittore‑poeta appare ancora pi� affascinante: "Queste letture avevano luogo dopo cena, nella sala bassa del mulino ... Tra il fuoco del camino, il pesante tavolo della fattoria ... le panche ... e l' affresco degli uccelli di Lucien Jacques, sul quale spiccava la testa di Giono dai capelli come fiamme"(29).

Giono, molto tempo dopo, ebbe parole molto dure per il Con­tadour. "Fu una fonte di equivoci. I miei ragazzi cercavano segreti comuni, ma li aspettavano da me. Ed io, gli dicevo ognuno fa la propria felicit�. La soluzione � da trovare per ciascuno. Essi si ponevano subito su un piano sociale ed io su un piano romantico, passionale, probabilmente un po' utopico ... E' stato ... esagerato il mio "insegnamento". Ci� non superava le ballate, il campeggio e la fettina di salame mangiata insieme. Ma molti si prendevano terribilmente sul serio ... I Cahiers? Era piuttosto per fargli piace­re..." (30).

Tuttavia, gli scritti pubblicati qualche anno prima della guerra, non lasciano trasparire nulla di questo distacco.

Les Vraies Richesses (1936), dedicate a "quelli del Contadour", Refus d'ob�issance (1937), Le Poids du ciel, Lettres aux paysans sur la pauvret� et la paix (1938), Recherche de la puret� e Pr�­cisions (1939), ed anche Le Triomphe de la vie (1942), sono al contrario testi estremamente virulenti nell'affermare un pacifismo a qualunque costo. "Non c'� nessuna gloria ad essere francesi. Non c'� che una gloria: quella di essere vivi" scriveva nel Jean le Bleu(31).Nel settembre 1937, ci saranno, nei Cahiers du Contadour, parole che a causa degli eventi successi vi si dimostreranno poco felici e che gli saranno spesso rimproverate: "Cosa pu� accaderci nel peggiore dei casi se la Germania invade la Francia? Diventare tedeschi? Per quanto mi riguarda preferisco essere tedesco che morto. Mussolini e la Pasionaria (!) dicono: "Meglio un giorno da leoni che cento da pecora. Io dico: "Meglio cento giorni da pecora che un giorno da leone"(32).

Gli scritti pacifisti non cesseranno di denunciare il ridicolo e l'odiosit� dei discorsi che esaltano il patriottismo e l'eroismo: �Meglio morire in piedi che vivere in ginocchio" dicono "i capi". Ancora soltanto parole, perch� io ho avuto mille volte l'occasione di morire in piedi, e ogni volta mi sono messo in ginocchio, poi pancia a terra, e non ero il solo. Tutti ... E abbiamo fatto bene a farlo poich� ora siamo vivi; poich� gli altri sono morti; poich� ora si sa che sono morti per niente"(33). Recherche de la puret� maltrat­tava seriamente l'immagine del "buon soldato" e Pr�cisions con­cludevano: "Non mi vergogno di nessuna pace. Mi vergogno di tutte le guerre", dopo aver affermato:  "E' inutile ... dire che avendo scritto Refus d' ob�issance, rifiuto di obbedire"(34). La realt�, vedre­mo, fu un po' diversa.

Gli scritti politici proponevano delle soluzioni. Semplici. La societ� moderna, urbana, il sistema capitalista sono cattivi in quanto alienano l'uomo e generano la guerra, perch� quest'ultima ne � "la carta vincente", "il cuore", essa "irrora di sangue fresco tutte le loro industrie". In pi�, il lavoro non "� pi� a misura d'uomo, n� della sua gioia, n� del suo cuore. E' diventato laido, inutile e divorante. Sembra esistere soltanto per logorare la mate­ria umana" 36. La societ� rurale � buona in quanto permette all'uo­mo di gioire delle "vere ricchezze", e di assicurarsi la vita in tutta indipendenza. Occorre quindi restare alla terra o ritornarci. Ma non in un modo qualsiasi: basta che il contadino si lasci trarre in inganno dalla trappola del profitto, all'occorrenza per mezzo della monocoltura ed eccolo perso, spogliato non soltanto della sua anima, ma, a breve scadenza, della sua indipendenza economica e caduto nella trappola capitalistica. "I seicentomila chili di grano possono aver rapporto soltanto con il denaro. Su questa terra dove tu facevi nascere il cibo per la tua famiglia, afferra tutto questo cibo ... Vuoi fare i frutti o il grano? Se � il grano, afferra tutto il resto ... Specializzati, fabbricati la tua carta da gioco e falla pi� grande possibile per guadagnare il pi� possibile ... E con ci� che vincerai al gioco, comprerai il cibo e ti rester� ancora un'enorme propriet�. Se vinci"(37).

Ora, ne La lettre aux paysans perdono tutti. Non soltanto molti non guadagnano pi� abbastanza per assicurarsi il sostentamento, ma, "grazie ai soldi", dice Giono, "voi nutrite coloro che vi ucci­dono. Grazie a ... questo falso mezzo di scambio con valore reale zero e che essi possono fabbricare a volont� ... siete abbastanza stupidi di dare loro ... tutti i prodotti con valore reale e assoluta­mente vitale, e date loro il permesso di vivere e quello di uccider­vi", poich�, "l'avviso di arruolamento � la conseguenza logica (del) profitto"(38). L'artigiano produttore di beni necessari alla vita, caduto nella trappola della produzione in serie o divenuto operaio, subisce la stessa triste sorte. La resistenza tuttavia � facile. I contadini che rifiutano di arraffare dai loro campi pi� del neces­sario per sostentarsi, vivono in autarchia familiare, ed eccoli libe­ri. Avranno inoltre "questa variet� del lavoro che incanta il cuore e lo riposa". Essi saranno "i padroni del loro avvenire". E in case di guerra, il contadino ha nelle mani un'arma terribile: produce ci� che � necessario alla vita, quindi pu� ridurre il paese alla fame Rivolgendosi questa volta alle contadine rimaste sole alla fattoria Giono predice una vittoria infallibile: "Voi che non sapete scrive re, potete scrivere la frase pi� potente e pi� nobile di tutti i tempi "Le sottoscritte contadine si impegnano a distruggere lo stock di grano che sar� in loro possesso e a coltivare la terra soltanto per il proprio cibo ... Il vostro scudo ha le dimensioni della Terra"(39).

Nello stesso tempo, dal novembre 1936 all'ottobre 1938, Giono si era dedicato ad un romanzo, mai terminato, ma che consideravi profetico a breve scadenza, sotto l'influenza, forse, dell'azione di un comunista tedesco, Ernst Putz, di cui la creazione di una "Unio­ne dei contadini del Reich", il tentativo di organizzare una resi­stenza agraria contro Hitler e l'appello alla sommossa da parte dell'intermediario delle Lettres au village, l'avevano profonda­mente impressionato. Les f�tes de la mort avrebbero dovuto essere la storia di una terrificante jacquerie, volta alla distruzione della societ� industriale e capitalista, e in particolare di Parigi, luogo d'elezione della Bestia, agli occhi di questo provenzale che non lascer� mai Manosque. E' cos� che nel 1935 egli scrive a Jean Gu�h�nno: "sarebbe necessario che io ti parli del pericolo conta­dino"(40), a Gide, "la grande minaccia misteriosa viene dai contadi­ni "(41), e a Jean Paulhan nel 1938: "Voi commettete l'errore di tutti: la gente contadina non � una classe; � una razza. Un contadino francese � molto pi� simile ad un contadino tedesco che ad un operaio francese ... Altro errore: questa rivoluzione non ha biso­gno di voci, neanche della mia ... E aggiungo che se potessi fermare l'avanzare di questo magnifico mostro non lo farei, piut­tosto lo affretterei. Voi altri, a Parigi, non vi rendete conto che puzzate, ma da noi, qui, ci sono dei giorni, quando soffia il vento dalla vostra parte, in cui il vostro fetore ci sovrasta(42). Niente nella societ� contadina francese degli anni trenta giustificava in modo evidente il presentimento di questa grandiosa rivolta. Altro sogno cruento, la rivolta militare evocata in Pr�cisions. Scriveva: "Non sono uno strenuo difensore della pace. Sono un fanatico difensore della pace "(43). Era necessario ottenere ci� che nel 1917 era stato soffocato nel sangue. "La mattina di quel mercoled�, 28 settembre 1938, tutti i soldati che stavano di fronte gli uni agli altri, tedeschi, italiani, francesi, erano ricoperti da questa gravit� glaciale. I capi del Governo si stupivano che essi non guardassero affatto il ne­mico in faccia ma il loro sguardo immobile sembrava aver trovato nemici personali proprio accanto a loro, con i quali si poteva prevedere che avrebbero desiderato avere presto un regolamento di conti"(44).

L'azione concreta attinge posizioni pi� moderate. Giono, l'in­dividualista accanito, ‑ "ci� che dico non impegna che me"(45). "Non faccio sforzi n� perch� mi si ami n� perch� mi si segua. Detesto essere seguace e non stimo coloro che lo sono. Scrivo affinch� ciascuno faccia per conto suo"(46) ‑, aveva simpatie per la sinistra, un vocabolario spesso marxista (classe, capitalismo, re­gime borghese), una forte tendenza anarchica ereditata da suo padre, ma sicuramente non aveva nulla del militante. "Non ero comunista. Non lo sono ora. Stavo in un paese sperduto. Non conoscevo l'azione di coloro che pensavano come me. Allora, ho condotto la lotta da solo", afferma all'inizio di Je ne peux pa.; oublier(47). Tuttavia, nel febbraio 1934, convinto ormai della scarse. efficacia di questa lotta solitaria, Giono aderisce all' A.E.A.R, (Associazione degli scrittori e degli artisti rivoluzionari) e il 10 febbraio, Commune, mensile vicino al P.C.F., pubblica la lettera di adesione indirizzata ad Aragon. "Ora so che la si pu� colpire (la guerra) soltanto su un piano politico ... E' dopo essere giunta a questa considerazione, mio caro Aragon, che ho desiderato ade­rire all'A.E.A.R.. Per cessare di essere inutile. Per avere dei com­pagni. Per poter concertare un'azione. Per sentire quest'azione diretta da un partito "(48). Nel settembre 1934, in un articolo apparso in Ressemblement, Journal des comit�s bas‑alpins de vigilance contre le fascisme et la guerre, Giono per la prima volta parla esplicitamente di "lotta contro il fascismo". Il 16 ottobre 1935 firma su richiesta di Aragon e Gide, un manifesto antifascista che rispondeva a quello degli intellettuali di destra favorevoli all'in­vasione dell'Etiopia da parte dell'esercito italiano. Ma aveva rifiutato, nonostante i pressanti tentativi, di parlare al Congresso Internazionale degli scrittori per la difesa della cultura, che riuni­va alla fine del giugno 1935, a Parigi, la quasi totalit� degli intellettuali di sinistra sul tema della libert� e del sostegno all' U.R. S. S.

 L'adesione all'A.E.A.R., l'avvicinamento con il P.C.F., sono avvenuti solo sulla base del pacifismo. E' sulla stessa base che i rapporti di Giono con i comunisti non tarderanno a diventare burrascosi. Quando nel maggio 1935, il patto di assistenza fran­co‑sovietico � firmato e i comunisti francesi accettano l'idea di una guerra di difesa nazionale e si mostrano favorevoli al riarmo, Giono riprende rapidamente le distanze, giungendo presto alla pi� dichiarata ostilit�. Il 21 marzo 1936, scrive nel suo Journal: "In questo momento, detesto i comunisti e credo che ci� porter� presto alla rottura totale tra me e loro. Non riconosco nessuna patria, n� la Francia, n� la Russia e non voglio difendere niente, neanche la dittatura del proletariato. N� essa, n� nient'altro vale la vita di un solo uomo. Diserto l'esercito russo come diserto quello francese. Diserto tutti gli eserciti"(49). Un mese prima, aveva inviato un messaggio al "Congresso mondiale della giovent� per la pace", riaf­fermando che "non c'� niente al di sopra della pace e che bisogna"accordare la propria fiducia ai grandi uomini soltanto se sono uomini di pace totale"(50). Nel 1937, Giono rifiutando qualsiasi eccezione ai principi del pacifismo integrale, rompe con il setti­manale antifascista Vendredi, al quale partecipano in particolare Gu�h�nno e Chamson.

Regimi fascisti e stalinisti sono ben presto l'oggetto di uno stesso odio. Cos� si scoprono, ne Le Poids du ciel, pubblicato nel 1938, omogeneit� sorprendenti: "Niente di ci� che penso qui, tranquillamente, potr� essere scritto in Germania, in Italia o in Russia"(51), oppure a proposito di un'altra menzogna eroica, quella delle vedove di guerra fiere e felici di esserlo: "Ci saranno ben presto nelle scuole elementari femminili, corsi preparatori per "vedove di eroi", con interrogazioni su Corneille, La Pasionaria, Mussolini, Stalin e Hitler"(52). Questa acredine nasce dall'odio "per il partito qualunque esso sia", soprattutto, quando, fascista o co­munista, ama la giovent� "ben allineata" e "pronta al sacrificio".

D'ora in avanti, l'azione pacifista, i "messaggi", sempre cos� intransigenti, per la maggior parte ripresi in Pr�cisions, saranno strettamente individuali. L'invasione dell'Austria lo fa vacillare per un momento, "per il mio dramma individuale, occorre ricon­siderare in fretta e furia ci� che faccio", scrive nel suo Journal dell' 11 marzo 1938(54); ma le sue posizioni restano invariate: "Non si pu� essere nauseati, parteggiare, arrabbiarsi ... se ci si lascia trascinare da questo sentimento, si � pronti a fare la guerra. Ecco il peggior danno dell'invasione dell'Austria, la maggior parte dei Francesi sono pronti a fare la guerra". Ma Giono ormai � abba­stanza isolato. Numerosi scrittori, tra i quali Aragon, Bernanos, Chamson, Colette, Gu�h�nno, Mauriac, Montherlant, sottoscrivo­no un appello all� �Unione Nazionale". Gli unici firmatari celebri di un contro‑manifesto che rifiuta "l'arruolamento anticipato", e che ritiene che "il loro dovere verso la cultura e verso la Francia � pi� che mai quello di restare se stessi, di non acconsentire a pensare in coro e per cominciare a non un pericolo esterno immi­nente", sono il filosofo Alain, Giono e Andr� Breton(56).

All'inizio del mese di settembre 1938, al momento della crisi ceca, Romain Rolland, Paul Langevin e Francis Jourdain indiriz­zano a Daladier e Chamberlain un telegramma richiedente "misure energiche" per impedire l"attentato perpetrato da Hitler contro indipendenza e integrit� Cecoslovacchia e di conseguenza pace europea". Alain, Giono e Victor Margueritte, allarmati dai pos­sibili significati di "misure energiche" replicano con un altro te­legramma: "Siamo sicuri notevole maggioranza popolo francese cosciente mostruosit� guerra europea conta su unione stretta go­verni inglesi e francesi non per entrare in cerchio infernale mec­canismi militari ma per resistere a qualsiasi impulso e per salvare la pace con ogni accordo equo imparziale"(58). Il 30 settembre Giono invia un nuovo telegramma a Daladier richiedendo che la Francia "prenda immediatamente l'iniziativa di un disarmo uni­versale"(59). Egli si associa all'azione pacifista dei sindacati autori dell'appello del 12 settembre, "indietro i cannoni", e alla petizione lanciata il 27 settembre dal Sindacato Nazionale degli Insegnanti e dal Sindacato Nazionale dei Funzionari delle P.P.T.T., "non vogliamo la guerra".

Iniziative di cui egli si rallegra in Pr�cisions. "Si � un po' pi� fieri di essere uomini precisando ci� che altri uomini hanno fatto. E tutti noi abbiamo innanzitutto di che essere molto grati ai mae­stri e ai P.P.T.T.. Sono mal visti ormai questi due sindacati di uomini che stanno per prendere gli ordini da Jouhaux(60). Altri sindacati hanno lo stesso linguaggio: "La Federazione delle forze motrici � contro la guerra. Il sindacato del libro ...� contro la guerra. Il suo Congresso dichiara: "Non � in nessun modo solidale alla politica dei dirigenti della C.G.T. che si lascino influenzare dalla propaganda guerrafondaia di un partito".

Aggiunge "Nessuna concessione � eccessiva per impedire la guerra ... Non si pu� parlare pi� chiaro. Non si pu� parlare pi� umanamente"(61). Agli occhi di Giono la partita � vinta. "Noi siamo ad un passo per stroncare la guerra", scrive in Pr�cisions(62.) E, il 14 settembre, ad un amico: "Il pericolo non � pi� nella guerra. Questa volta la guerra perder�. Il pericolo � nell'enorme supera­mento che seguir� e nella dittatura francese"(63).

Un anno pi� tardi, la dichiarazione di guerra interrompe il nono "Contadour". Giono scende a Manosque per "sistemare le cose e in caso organizzare la resistenza alla guerra�, poi ritorna sull'al­topiano per redigere il volantino "Non colpire, ascolta!". Alfred Campozet, un "contadourien" muratore e poeta racconta che allora � andato nei paesi limitrofi con Giono e altri suoi amici ad incol­lare sui manifesti di arruolamento dei fogli sui quali c'era scritto "no". Quando arriv� l'ordine di mobilitazione, Giono e Campozet avevano intenzione di partire per la Svizzera. Ma Giono rinuncia, verosimilmente per ragioni familiari. "Facevamo i preparativi, racconta Campozet, quando Elise Giono, (sua moglie) arriv� ... Era in lacrime. Un po' pi� tardi Jean mi prese in disparte e mi disse "Non parto. Ora so cosa devo fare"... "Mi mise ancora una volta in guardia contro la tentazione del martirio"(65).

Giono va allora a Digne dove � arruolato, poi arrestato il 16 settembre, per i suoi "rifiuti d'obbedienza" passati e reiterati. E' imprigionato a Marsiglia, al Fort Saint‑Nicolas da dove uscir� l' 11 settembre successivo, in parte grazie all'intervento di Gide presso Daladier, dopo un non luogo a procedere e la dispensa da qualsiasi obbligo militare. Il suo comportamento suscit� chiaramente vio­lente reazioni da parte di alcuni anarchici e pacifisti, ‑ alcuni pagarono il loro impegno con guai molto pi� seri ‑, che l'accusa­rono di vigliaccheria.

A Fort Saint‑Nicolas, Giono ridiventa ci� che non aveva mai cessato di essere, un narratore visionario. Racconta pi� tardi: "Sta­vo con molti tipi. Sono stati felicissimi di stare con me perch� raccontavo loro delle storie"(66). Egli riporter� un "libro del carce­re": Pour saluer Melville pubblicato nel 1941, la cui eroina � "figlia di Fort Saint‑Nicolas. E delle sue opere"(67).

Se i motivi della prima incarcerazione erano abbastanza chiari, quelli che lo condussero dall'agosto 1944 al gennaio 1945 al campo di Saint‑Vincent‑les‑Fort, vicino a Barcellonette, lo sono molto meno. Nulla nel comportamento di Giono durante gli anni della guerra sembra giustificarlo. Gli si rimproverer� essenzial­mente la pubblicazione ‑ effettuata senza la sua autorizzazione nel 1943 ‑, di un reportage su di lui nella rivista Signal, edizione francese della Berliner lllustrierte Zeitung, e la pubblicazione, nella rivista collaborazionista La Gerbe, del romanzo Deux cavaliers de forage. Le scelte della rivista, diretta da Alphonse de (Ch�teaubriand, erano senza equivoci, ma Giono, figlio di un cia­battino e di una stiratrice, ex impiegato di banca, viveva del me­stiere di scrittore ... D'altra parte, e soprattutto, come appare a molte riprese nel suo Journal, anche nel momento culminante della azione pacifista, era innanzitutto romanziere.

Il testo non testimonia chiaramente nessuna simpatia fascista. Nella prima versione pubblicata, la madre dei due combattenti accoglieva i suoi figli con queste parole: "Allora, imbecilli, chi ha vinto?" (68).

Si � assistito ad uno schieramento pi� netto. Nella Parigi del­l'Occupazione si recitava uno di questi spettacoli, Le Bout de la Route: il suo nome campeggiava sui manifesti, ma il pezzo teatrale era stato scritto nel 1931. Quando, nel 1943, ne compose un altro, Le Voyage en cal�che, l'apologia della resistenza all'occupante, trasposta nell'Italia del 1798, era talmente evidente che la censura tedesca ne proib� la messa in scena. Si attribu� alle sue opere che esaltavano il ritorno alla terra in seno ad una societ� patriarcale una complicit� all'ideologia di P�tain. Tanto pi� che fece lo sba­glio di riaffermare, in una intervista Le Triomphe de la vie, appar­sa in La Gerbe, "la sua fiducia in una Francia contadina e artigia­nale cio� in una Francia che ha ritrovato il suo vero e puro volto"(69).

Giono neg� nel 1965 di aver mai usato la parola "ritorno alla terra". "Alla ricerca della mia felicit� l'ho trovata pi� facilmente al di fuori della citt� che non in essa, non scrivo affinch� siate miei seguaci, ma facciate per conto vostro�(70) Non era certamente possibile accostare questi passi delle Vraies Richesses, anche sce­gliendo i pi� conservatori,‑ "Direste che si � realizzato, colui che, ... innamorato del suo lavoro ... avr� fatto in piena salute bambini forti con una donna robusta e avr� passato la sua vita nei campi"(71) ‑, o de La lettre aux paysans ‑ "Voi siete gli ultimi detentori del senso di grandezza, voi siete i soli che sappiano vivere con i cibi eterni�(71) ‑,a certi discorsi di P�tain, ad esempio quando questi afferma che: �Il coltivatore deve prevedere, calcolare, lottare. Qualsiasi cosa accada, egli vi fa fronte, sta saldo, � un capo. Da questi miracoli, rinnovati ogni giorno, si � fatta la Francia, nazione laboriosa ... E' il contadino che l'ha forgiata con la sua eroica pazienza. E' lui che assicura il suo equilibrio economico e spiri­tuale "(73). O ancora, a proposito della famiglia: "La famiglia, cellula originaria della societ�, ci offre la migliore garanzia di risolleva­mento. Un paese sterile � un paese colpito mortalmente nella sua esistenza" (74).

Per continuare a confondere, nonostante l'evidente differenza di tono, occorreva ancora togliere dai discorsi di P�tain tutte le esaltazioni nazionali, tanto pi� che quello di Pau si risolveva in un'assimilazione del contadino al soldato, tutti e due "garanzie essenziali per l'esistenza e la salvaguardia del paese". Doppia disgrazia per Giono, nel 1945, se nei suoi scritti sulla terra, lavoro e famiglia che figuravano in prima linea, si trovava comunque poco sulla Patria.

I suoi denigratori non considerarono neanche che il tema della natura cos� come appariva nei suoi romanzi, Colline, Jean le Bleu, Que ma joie demeure, era anteriore di pi� di dieci anni al regime di Vichy, e aveva profonde radici. Non si tenne neanche conto delle parole molto dure che aveva detto contro il fascismo ne Le Poids du ciel e che non rinnegher� mai.

Si dimenticarono soprattutto le azioni concrete: sia prima che durante la guerra, Giono si � sem