Marina Formica

"VOX POPULI, VOX DEI"?

TENTATIVI DI FORMAZIONE DELL'OPINIONE PUBBLICA A ROMA (1798-1799)*

*Testo presentato al III colloquio franco‑italiano (S. Margherita Ligure, 21‑23 settembre 1989) promosso dalla Societ� di studi sul secolo XVIII sul tema "L'opinione pubblica fra crisi dell'Antico Regime e Rivoluzione (1770‑1800)".

 

 

 

 

 

 

"Vi � un tribunale ch'esiste in ciascheduna nazione; ch'� invisibile perch� non ha niuno de' segni che potrebbero manifestarlo, ma che agisce di continuo, e ch'� pi� forte de' magistrati e delle leggi, de' ministri e de' Re; che pu� essere pervertito dalle cattive leggi; diretto, corretto, reso giusto e virtuoso dalle buone; ma che non pu� n� dalle une n� dall'altre esser contrastato e dominato. Questo tribunale che col fatto ci dimostra che la sovranit� � costantemente e realmente nel popolo; e che non lascia in certo modo di esercitarla, malgrado qualunque deposito che ne abbia fatto tra le mani di molti o d'un solo, d'un senato o d'un Re; questo tribunale, io dico, � quello dell'opinione pubblica".

L'opinione pubblica come tribunale: invisibile, permanente, forte, e, nonostante questo, suscettibile di modifiche e condizionamenti.

La metafora (tratta, in questo caso, dalle colonne del "Monitore di Roma"(1) ) costituisce un significativo indizio del valore attribuito in periodo repubblicano alle istituzioni giuridiche, garanti universali dall'arbitrio e sopruso dei singoli(2), e testimonia, nel contempo, della percezione di un nuovo modo di far politica, gradual�mente diffusosi nel corso del XVIII secolo.

Il passaggio dalla concezione della politica come scienza di governo, di esclusivo dominio e competenza di tecnici, ad ambito di interesse pi� generale, rappresenta, com'� noto, uno dei tratti maggiormente significativi e nuovi dell'ideologia rivoluzionaria, la cui genesi va individuata nel periodo precedente il 1789. Lo spostamento di oggetto della politica ‑dal sovrano ai :sudditi‑, il perseguimento della pubblica felicit�, l'ostentata ricerca, pur con�traddittoria, di una sorta di convergenza tra le esigenze; della col�lettivit� e gli obiettivi della classe dirigente, il nuovo bisogno del consenso sociale, sono, infatti, elementi generalmente presenti nella trattatistica settecentesca pi� illuminata, all'interno della quale il problema dell'opinione pubblica assunse un ruolo fonda�mentale e, quasi, onnicomprensivo.

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Della portata innovativa del fenomeno e dei suoi caratteri ori�ginali gli stessi contemporanei ebbero piena consapevolezza. La percezione della possibilit� di un nuovo modo di far politica si accompagn�, in quegli anni, alla convinzione dell'avvento di una nuova forza sociale, le cui origini erano spesso datate; con sicu�rezza e precisione. Per Rousseau non esistevano infatti dubbi in proposito:

"Parmi le singularit�s qui distinguent le si�cle o� nous vivons des autres est l'esprit m�thodique et cons�quent qui dirige depuis vingt ars les opinions publiques. Jusqu'ici ces opinions erraient sans suite et sans r�gle au gr� des passions des hommes, et ces passions s'entrechoquant sans cesse faisaient flotter le public de l'une � 1'autre sans aucun direction constante" (3).

Giudizio con cui si dimostrava pienamente concorde Louis� S�bastien Mercier, nel suo Tableau de Paris (1782)

"Depuis trente ars seulement il s'est fait une grande et im�portante r�volution dans nos id�es. L'opinion publique a aujour�d'hui en Europe une force preponderante, � laquelle on ne resiste pas"(4).

La datazione non era assolutamente impropria e non � un caso che proprio dalla seconda met� del secolo il concetto abbia inizia�to ad assumere connotazioni semanticamente nuove, imponendosi, pur con alcune variabili, nel significato di atteggiamento della maggioranza dei cittadini, genericamente accomunati da convin�zioni ed esigenze simili(5), ed assumendo diffusione e rilievo pre�cedentemente sconosciuti.

Della frequenza ed estensione del termine in aree extrafrancesi si hanno numerose testimonianze, particolarmente analizzate in area tedesca ed inglese(6). Per quanto riguarda la situazione italiana pur non mancando esemplificazioni di rilievo della recezione e diffusione del concetto di opinione pubblica, che testimoniano la Penetrazione e l'uso della locuzione a partire dalla seconda meta secolo(7), si registra invece una minore sensibilit� nel campo degli studi: in ambito linguistico non si � ancor andati al di l� di considerazioni frammentarie sulla datazione del termine e mancano indagini approfondite ed organiche che tengano conto dei contesti letterari e storici in cui le definizioni e i giudizi sul problema trovano la loro esatta collocazione(8); in campo storiografico ha dominato, almeno fino a tempi recenti, un'insufficiente conside�razione del problema, e ci si � limitati a sottolinearne la rilevanza socio‑politica manifestatasi dalla met� del Settecento(9).

 

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Ampie zone d'ombra continuano dunque a coprire le diversifi�cate realt� storico‑territoriali per molto tempo oppresse dalla tra�dizionale etichetta di "stati vecchi"(10), di stati, cio�, che non par�teciparono al fenomeno del riformismo settecentesco. Nel genera�le contesto degli stati italiani preunitari, il caso dello Stato della Chiesa rappresenta, sotto quest'ottica, un punto d'osservazione efficace, anche se, per molti aspetti, anomalo, a causa delle pro�prie peculiarit� storico‑religiose.

Le oggettive condizioni di arretratezza economica e sociale hanno dato vita ad un giudizio sostanzialmente negativo dello Stato e della cultura in esso sviluppatisi. Questa interpretazione, frequentemente viziata da condizionamenti politico‑ideologici, non rende per� conto dei diversi elementi innovativi presenti du�rante il corso del secolo ed approda ad un'immagine xenofoba e culturalmente autarchica(11), indifferentemente estesa a periodi sto�rici diversi e lontani tra loro(12). Tra questi l'esperienza della Re�pubblica romana del 1798‑1799 pu� essere assunta come una va�lida esemplificazione. Nonostante l'esistenza di alcune puntuali ricostruzioni degli avvenimenti di quel breve periodo (13) , ancora numerosi sono gli interrogativi elusi su diversi problemi e momen�ti del Biennio rivoluzionario". In particolare sappiamo pochissi�mo in merito al problema della comunicazione in generale e alla stratificazione di pubblici diversi in particolare, e, conseguente�mente, ignoriamo le specificit� dei mezzi adottati per ottenere la formazione di un'opinione pubblica filorivoluzionaria al fine di raggiungere un consenso da parte del popolo romano, estraniato, qui pi� che altrove, alla vita politica locale.

 

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All'interno del complesso sistema comunicativo messo in atto a tal fine(15), la produzione scritta a stampa (giornali, discorsi, catechismi repubblicani, raccolte di massime, ragionamenti poli�tico‑economici, dialoghi), rappresenta un insieme eterogeneo e complesso, la cui analisi interna, affiancata dalla ricerca sui ri�spettivi referenti e destinatari, divisi per appartenenza sociale e livelli di alfabetizzazione(16)pu� invece rivelarsi molto utile a tal fine.

Lo stretto legame che unisce il problema dell'affermazione dell'opinione pubblica e l'affermazione di una pur diversificata libert� di stampa, costituisce un dato ormai acquisito e consolidato degli studi storici e sociologici, ed anche sulle mutazioni qualita�tive e quantitative introdotte dalla Rivoluzione francese in ambito giornalistico si � ormai formata una ricca bibliografia'', orientata, nei suoi prodotti migliori, non tanto a contrapporre il vecchio al nuovo, il vuoto all'esuberante, quanto, piuttosto, a rintracciare fili di continuit� tra l�ante ed il post del momento rivoluzionario(18). Per illustrare le strategie comunicative messe in atto dai giacobini all'indomani della proclamazione della Repubblica romana, (15 febbraio 1798), l'esame dei giornali si offre dunque come uno dei canali pi� immediati su cui dirigere la ricerca alfine di iniziare a far luce sulla questione dell'opinione pubblica romana. Gi� dopo la diffusione delle prime notizie relative agli eventi del 1789 ‑e alla convocazione degli Stati generali in particolare‑ si pu� trovare traccia nella produzione giornalistica locale(19), ma � indubbio che di vera e propria svolta si possa parlare solo a partire dall'indo�mani della proclamazione della Repubblica. E' da quel momento infatti che il problema della formazione di un'opinione pubblica modellata sui princ�pi rivoluzionari divenne centrale e dichiarata�mente programmatico: l'informazione e la pubblica istruzione si posero dunque come i canali privilegiati attraverso cui procedere, per pilotare, diremmo oggi, quella stessa opinione, potenziandone le capacit� e arginandone i rischi di incontrollabilit�.

All'interno delle testate dei giornali giacobini di Roma ‑"Mo�nitore di Roma", "Banditore della verit�", "Gazzetta di Roma", "L'Osservatore", "L'Orateur du Capitole" e le semiconosciute "Notizie dei teatri repubblicani", "Pozzo di democrito", "Spirito delle leggi repubblicane", " Il Compilatore di Roma", "Giornale di Roma", "Monitore del Monitore", "Il Tempio di Vesta"(20)‑ ho scelto il �Monitore di Roma", per una serie di motivi. Innanzi tutto questo periodico fu l'unico, assieme al "Banditore della verit�", a essere regolarmente pubblicato per tutta la durata della Repubbli�ca(21) :ci� permette dunque di verificare le ripercussioni, sul piano giornalistico, delle varie fasi politiche, di seguire il modo in cui venivano riportate le notizie di cronaca, di esaminare i principali problemi affrontati, di avere, insomma, un'immagine dei miti e dei modi di rappresentazione della vita del tempo. La genesi par�ticolare del giornale ‑sorto a quanto pare, per volont� delle auto�rit�(22)‑ e l'evoluzione successiva ne fanno inoltre un interessante esempio di connubio tra ufficialit� e libert� di stampa: alla fedelt� politica si alternarono infatti momenti di critiche ed accuse nei confronti della classe dirigente, al punto che il "Monitore" non divent� mai un diretto organo governativo.

La struttura interna di questo periodico presenta diverse affi�nit� ed analogie con altri giornali giacobini e sarebbe interessante, ai fini di una ricostruzione ed interpretazione della storia giorna�listica italiana, elaborare un modello testuale comparativo: opera�zione che potrebbe parimenti portare ad una individuazione dei rapporti, pi� o meno diretti, che legarono i patrioti delle diverse Repubbliche italiane, e alla messa in rilievo delle relative pecu�liarit� ed assonanze politico‑ideologiche. Ogni numero era composto da circa otto‑dodici pagine; gli articoli, per quanto riguarda la cronaca, generalmente riportavano le "notizie del giorno" della vita dei dipartimenti e offrivano i testi delle principali emanazioni legislative e dei decreti, i resoconti dell'attivit� e delle sedute dei vari organi governativi ‑Consolato, Tribunato, Senato‑ , arricchiti di commenti politici, di indicazioni teoriche e pratiche, di princ�pi di economia politica. Si affianca�vano i resoconti delle discussioni svoltesi nelle riunioni del Cir�colo Costituzionale di Roma o, ancora, le pi� importanti notizie di politica estera.

Alla parte puramente istruttivo‑informativa ‑la cui analisi for�nisce interessanti elementi interpretativi"‑ si aggiungeva un ricco repertorio di articoli di vario genere, manifestamente dominati da intenti strettamente pedagogici(23). Tra questi la rubrica denomina�ta Istruzione pubblica, o popolare(25) rappresenta la parte pi� or�ganica sia per la esplicitazione degli obiettivi degli autori ‑e di Lampredi in particolare, visto che la maggior parte di questi arti�coli sono a sua firma‑ sia per la sua continuit� e regolarit� ‑costi�tuiva infatti una sorta di articolo di fondo, presente in tutti i numeri pubblicati(26)‑: su di essa ho dunque soffermato con maggior attenzione l'analisi, per capire quali fossero i temi e i problemi particolarmente significativi al fine della formazione dell'opinio�ne pubblica. Con questa rubrica ‑presente in moltissimi giornali del Triennio‑ si realizzava la fusione tra informazione ed istruzione, adempiendo quello��� che era considerato lo scopo principale dell'attivit� giornalistica giacobina, e cio� l'illuminazione del pubblico, con la contemporanea messa in guardia dai falsi profeti e dai sobillatori della opinione pubblica stessa. Attraverso il com�mento dei principi della Rivoluzione e degli articoli costituzionali, l'esposizione di problemi di teoria economica, di politica, di sto�ria, ma anche della contemporaneit� (da episodi di vita quotidiana ad iniziative dell'esecutivo), il giornalista veniva ad identificarsi con lo scrittore‑patriota, scoprendo nuove vocazioni politiche, del tutto estranee alla tradizione"(27).

 

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Una siffatta impostazione del problema pone ovviamente una serie di interrogativi sul ruolo di questo particolare intellettuale e, indirettamente, sulle sue caratteristiche biografiche, sull'estrazione geografica e sociale, sulla formazione culturale. Si � ancora lontani dal pervenire ad una ricostruzione prosopografica della Roma repubblicana ‑anche se negli ultimi tempi stanno maturando delle iniziative in proposito(28)‑, n� � stato finora pubblicato alcuno studio sui giornalisti che lavorarono in territorio romano. Ma gi� i nomi dell'ambiente del "Monitore" aprono significativi spiragli su quel mondo sommerso : dal direttore, Urbano Lampredi(29), a Vincenzio Russo, Mario Pagano, Claudio Della Valle, Faustino Gagliuffi, Scipione Breislak, Vincenzo Bianchini, Giuseppe Marj, Luigi Lamberti, l'elenco risulta composto da alcuni degli elementi pi�l lucidi della koin� intellettuale italiana del tempo. E non sem�bra da sottovalutare il fatto che la maggior parte dei membri di questo gruppo fosse di formazione o provenienza extra‑romana(30), lato che documenta la mobilit� di molti intellettuali attivi sul territorio di Roma e gli stretti rapporti intrattenuti da questi con patrioti di altre repubbliche sorelle. Ci si dovrebbe dunque inter�ogare sul significato di questi elementi (e, in particolare, sulla diretta appartenenza al corpo ecclesiastico di alcuni di loro(31) ), per verificarne le possibili conseguenze nel modo di porsi in confron�tocon i problemi relativi all'opinione pubblica, gli impliciti ri�volti politici presenti nelle soluzioni proposte.

Tali interrogativi ci portano immediatamente all'altro polo del problema, e cio� al destinatario, al pubblico dei fruitori chiamato ad interloquire con i mittenti, con i giornalisti del "Monitore". Non si pu� infatti esaminare efficacemente la questione che ci iteressa senza rivolgere l'attenzione alla composizione socio‑in�tellettuale degli elementi chiamati a costituire l' opinione pubbli�a, certamente non identificabile con il senso comune popolare, �, tantomeno, con gli impulsivi giudizi espressi dalle moltitudini. In proposito una lettura del giornale che prescinda dalle notizie dai dati cronachistici forniti, per interrogarsi sulle modalit� di�‑orsive interne al testo, pu� fornire preziosi elementi di riflession�e.

Fin dal numero I del giornale, dopo l'Introduzione, emergono alcune dichiarazioni ed appelli diretti a referenti diversi, la cui consequenzialit� deve essere interpretata come l'indicazione di un reciso ordine gerarchico da rispettare. I destinatari del messaggio firmato dal Direttore del giornale sono, nell'ordine: la "Nazione Francese", il "Popolo Sovrano di Roma", i "Rappresentanti Prov�visorii", gli "Aristocrati", gli "Ecclesiastici", i "Filosofi". E' per� necessario distinguere tra interlocutori veri ed apparenti.

 

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Il coinvolgimento della "Nazione Francese", ad esempio, non si configura come un appello reale, bens� come un atto di omag�gio, necessario e doveroso, da rivolgere all�invincibile e generosa Nazione", i cui componenti ‑"Alcidi novelli", "domatori dei varii mostri che infettano, e desolano la faccia della terra(32)" �hanno avuto il merito di restituire generosamente la libert� alla citt� di Roma. Le manifestazioni di gratitudine verso la "madre amorosa" dei popoli, intendono superare i confini territoriali della citt� per unirsi ad un coro di gratitudine universale, modulato su toni retorici ed enfatici. In realt� il velo di piaggeria che intesse

il brano costituisce quasi un unicum all'interno dell'economia del "Monitore": celebrazioni similari, sporadicamente apparse nel corso dei numeri successivi, si configurano nel complesso come un elemento incidentale e discontinuo, volto soprattutto, come nel caso citato, ad infondere fiducia nella presenza dei Francesi nel territorio romano, e non a sostenere tout court la linea politica degli occupanti, dalla quale il giornale si allontaner� pi� volte". Per i redattori del "Monitore" si trattava infatti di avviare una strategia opposta a quella perseguita negli ultimi tempi dalle au�torit� ecclesiastiche, e di ribaltare l'immagine temibile con cui i Francesi erano stati descritti alla popolazione dello Stato ‑ imma�gine costruita sui toni della completa dissolutezza, dell'antropo�fagia, dell'identificazione con L'anticristo‑ con una di segno dia�metralmente opposto. �Benefattori", �medici", "liberatori" dei Romani, i Francesi venivano presentatI ai lettori del "Monitore" in primo luogo come rispettosi della propriet� e della religione (35), e, dunque, con intenti globalmente tranquillizzanti nei confronti del popolo.

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Il popolo, appunto. Il "Popolo Sovrano di Roma" costituisce il destinatario successivo della Introduzione in esame. Pi� che ad una dichiarazione ossequiosa ci si trova in questo caso di fronte ad un vero e proprio appello, ma la successione gerarchica non deve trarre in inganno. Secondo un motivo generalmente ricorren�te nel corpus dei testi repubblicani del Triennio, questo, pur es�sendo uno degli elementi centrali dell'ideologia rivoluzionaria, non si configura affatto come il reale soggetto politico dei governi giacobini. Il glorioso epiteto dedicatorio ‑"Sovrano"‑ risulta infat�ti essere pi� una condizione ideale verso cui aspirare, una m�ta da raggiungere, un messaggio di per s� educativo, piuttosto che una caratteristica propria del popolo stesso(36). Nel contesto generale del "Monitore" i riferimenti di segno positivo riguarderanno sem�pre esclusivamente il popolo realmente libero e sovrano ‑e, dun�que, "grande e gensroso"(37)‑, da cui il popolo del presente appare ancora distante.

"La massa del popolo italiano presente non differisce molto da quella dei bassi secoli, anzi, ardirei dire, che � di peggior condi�zione, perch� quella aveva almeno un residuo di Gotica, e Longo�bardica fierezza, cle imprimeva negli spiriti un vigore, che al presente o non ha, o si riduce meramente ad una brutalit� stupida, ed insensata"(38).

A questa triste constatazione sulle caratteristiche del popolo italiano si sovrapponevano le ancor pi� amare considerazioni sul�lo stato della popolazione di Roma.

Ai redattori ‑e a Urbano Lampredi in particolare(39)‑ non sfug�giva l'oggettiva situazione politica locale, profondamente segnata da una secolare tradizione di distacco nei confronti del potere, da uno stato diffuso di soggezione culturale consapevolmente perse�guito dal "dispotismo ecclesiastico". Un dominio particolare come quello pontificio aveva infatti contribuito alla formazione di una popolazione ‑e, dunque, anche di una plebe‑ con caratteristiche del tutto anomale rispetto a quelle di altre capitali europee d'ancien r�gime. L'assistenzialismo di stato, reso efficiente attraverso una fitta rete di istituzioni pubbliche e private, o, ancora, l'alter�nanza dinastica pontificia, erano ad esempio alcuni degli elementi che avevano contribuito a diffondere una visione provvidenziali�stica della vita, una mentalit� del "vivere alla giornata" che diffi�cilmente riusciva a recepire l'impegno per la costruzione di una societ� nuova propugnato dall'ideologia rivoluzionaria(40).

L'invito risultava dunque immediato, coraggioso ed esplicito:

"Popolo di Roma, rifletti sulle tue piaghe, numerane la quantit�, osservane la profondit� spaventosa"(41).

Il motivo delle piaghe ritorner� pi� volte nei numeri seguenti(42) e la considerazione della situazione e delle caratteristiche dei Romani non subir� mai, nelle colonne del "Monitore", sostanziali mutamenti di segno.

"Eccovi dunque un popolo avvilito pili di ogni altro nel sozzo fango della soverchiatrice Aristocrazia, un popolo abbrutito sulla pi� ridicola ed empia superstizione; un popolo situato in quel centro terribile, donde hanno sempre emanato i pestilenti e micidiali vapori, che hanno infettato pure una gran porzione del nostro pianeta; un popolo vile nei suoi sdegni, fraudolento nella sua inerzia, immorale nella sua mal intesa Religione; un popolo in somma costretto fin dall'infanzia ad adorare nel santuario mede�simo del vero Dio gl'idoli infami del vizio santificati dall'esem�pio, e dal culto dei suoi prepotenti dominatori�(43).

Il quadro non avrebbe potuto essere pi� fosco. Data tale situa�zione, una reale "rigenerazione" si presentava dunque estrema�mente difficile, e, giacch� "i popoli accostumati ad aver dei pa�droni non sono pi� in istato di farne a meno�(44), "non bisogna dunque stupirsi se al presente si chiama in soccorso la forza per produrre nel popolo il medesimo effetto, che un giorno produrr� la persuasione, e la sua propria energia"(45). La drasticit� dell'azio�ne da intraprendere veniva dunque invocata come uno stadio ne�cessario, ma non per questo duraturo, giustificato dalle sole con�tingenze politiche del momento: ad esso si contrapponeva una sorta di culto del futuro, la speranza di una rigenerazione collet�tiva innestata su secolari aspettative di stampo millenaristico(46), cui tendere per� facendo leva sulla sconfitta di quegli atteggiamenti di fatalistica passivit� sopra indicati.

"Popolo, io non ledo la tua maest�; non insulto l'avvilimento, nel quale ti hanno inabissato i tiranni: ma forza � pur confessarlo, tu non hai ora i lumi necessari per reggere una repubblica nelle difficili circostanze di una rivoluzione...

Tu non sarai per� sempre quale sei al presente: tu riceverai un'educazione repubblicana; i tuoi figli, tu stesso sarete istruiti a spese della repubblica"(47).

"La Democrazia vi dar�, s� senza fallo e fra poco, vi dar� costumi, generale agiatezza, pubblica educazione, e lumi"(48).

E' in tale contesto che i veri patrioti, gli intellettuali in senso lato, individuavano la propria funzione.

"Se pieno di un mortai languore, se finora calpestato e depresso non hai forze bastanti per alzarti dal tuo letargo affannoso, sappi che questo foglio � consecrato alla tua istruzione e che tutti i buoni ed illuminati Cittadini concorrono a gara ad adempire quest'im�portante dovere"(49).

Cittadino versus popolo, dunque. Ma con chi possono essere identificati questi "buoni ed illuminati Cittadini"?

 

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Il quesito � di fondamentale importanza perch� � proprio a questi "Cittadini" che il giornale intendeva rivolgersi. La denomi�nazione di "cittadino" non era solo un vocativo di moda, volto a distinguere ed identificare chi si riteneva un patriota da chi invece non lo era: il termine rivestiva uno status semantico particolare e designava l'appartenente ad una societ� permeata di valori repubblicani, esercitante i propri diritti passivi ed attivi‑, l'individuo realmente rivoluzionato, in cui i confini tra moralit� ed impegno privato e pubblico risultavano fusi ed inscindibili(50). In quest'ottica il titolo di "cittadino" veniva dunque a configurarsi come un vero e proprio progetto politico, un richiamo educativo incitante all'im�pegno patriottico.

"Il titolo di Cittadino incognito, o almeno malinteso per lo spazio di diciotto secoli, � un nome inestimabile, per ottenere il quale, gli uomini tutti che non hanno ancora la sorte di esserne insigniti, dovrebbero non solamente sagrificare le loro sostanze, e tutto ci� che si trova in lor potere, ma pagare inoltre, se fia di bisogno, il prezzo ultimo della propria individuale esistenza. La libert�, l'eguaglianza, la sicurezza, e la garanzia delle propriet� non si possono altrimenti trovare che sotto la potentissima et, di questo nome"(51).

Tra costoro i "Rappresentanti Provvisorii" ‑terzo interlocutor del numero I del "Monitore"‑, in quanto chiamati a rappresentare il "popolo sovrano" e ad esercitare le nuove funzioni previste dal regime repubblicano, ne avrebbero dovuto costituire indubbi mente una parte importante. Invitati a "confermare con l'attivit� col disinteresse, e col treno imponente delle altre virt� Repubblicane" la confidenza riposta dai Romani, erano indicati come , soli che potessero "trasfondere in lui il coraggio, e il vigore necessario per istrangolare i velenosi serpenti che lo insidiano� grazie all� �energia", "la fermezza", "i saggi provvedimenti", essi sarebbero giunti "in fine a fissare la pubblica opinione, ed a get�tare i primi fondamenti della pubblica felicit�"(53).

L'atteggiamento del "Monitore" verso le autorit� avrebbe ri�sentito direttamente delle diverse fasi politiche della Repubblica: in opposizione al Consolato ‑del quale avrebbe direttamente acce�lerato la caduta attraverso le accuse di malversazione e corruzio�ne‑ e con l'appoggio del Tribunato, alcuni redattori avrebbero anche ricoperto incarichi istituzionali di rilievo, testimoniando in tal modo non solo i forti legami che li legavano ad alcuni centri di potere, ma anche l'impegno politico che li distingueva. In tale contesto risulta agevolmente percepibile la mutazione di firma degli articoli di Istruzione pubblica: con la nomina di Lampredi a commissario del dipartimento del Tronto (settembre 1798) essi saranno infatti frutto della penna di Vincenzio Russo(54). L'alta vocazione morale del patriota napoletano si tradurr� presto nel coinvolgimento dei magistrati, la cui funzione esemplare, fonda�mentale nella prospettiva del binomio opinione‑tribunale, sar� pi� volte rammentata(55).

 

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