Francesco Pitocco�

LO SPAZIO MASCHERATO

(La metamorfosi dello spazio nell'esperienza escatologica del messia David Lazzaretti)*

 

* Il nucleo di questo testo � costituito dalla registrazione di una comunicazione "a braccio" svolta al Convegno su "Lo spazio sacro" tenuto a L'Aquila nell'ottobre 1987. Di quella comunicazione ho conservato l'andamento "colloquiale" e la totale rinuncia a citare la letteratura critica; mi � sembrato per� doveroso "esplodere� in citazioni precise le allusioni alle fonti, indicandone la relativa referenza bibliografica e archivistica.

 

 

"...mi trovai sulla cima di un altissimo monte nel centro d'Italia, dove si scorgeva lungo spazio del Mare Mediterraneo per la parte di sud e di ovest e quasi tutte le giogaie degli Appennini. Accostatosi a me l'Angelo del primo Libro con la sua carta e canna in mano, mi disse: Questo 8 il luogo dove deve essere designata e costruita la prima citt� eternale (...). Disse l'Angelo a me: queste sono le misure superficiali., lineari ed angolari di tutto il continente, dove deve essere edificata la prima Citt� eternale: Piamiatangelica, ossia Citt� del sole. Segue dicendo l'Angelo: le costruzioni monumentali interne di questa citt�, come si vedono segnate a numero, in questa carta, sono 72 forti di presidio militare, 72 porte d'ingresso esterno, 7 grandi ed alte Piramidi e fra queste vi � compreso il prodigioso monumento detto : l'Arca della nuova Alleanza. (...) Sono 12 circuiti di fortissime mura, che si elevano per l'altura di un magnifico monte, da dove viene incoronata nella sommit� del monte, dov'� basata, in grande e colossale edifizio, l'Arca santa di Dio. Questo magnifico, forte e maestoso monte, dicesi pure: la Citt� della nuova beata Sionne e TURRISDAVIDICA, il Santuario dei Santuari, la Rocca santa di Dio, la Citt� Celeste"(1).

Sono passati ormai quasi trent'anni da quando andai la prima volta ad Arcidosso con l'intenzione di salire sul Monte Labbro. Volevo visitare i luoghi in cui si erano svolte quelle vicende della comunit� giurisdavidica che tanto mi avevano impressionato quando ne ero venuto a conoscenza, ancora studente, e che tanto ancora oggi mi appassionano. La mia mente era piena delle frasi di David che ho appena citate, e la mia fantasia non sapeva resi�stere alla tentazione di rappresentarsi la magnificenza degli edifi�ci, la maestosit� del monte che vi erano descritti.

Sapevo bene che quegli edifici erano il frutto di una immagi�nazione accesa ed esaltata da una delle esperienze mistiche ed escatologiche pi� brucianti dell'intero arco dell'et� contempora�nea europea. Sapevo che la chiesa e la torre che davvero erano stati edificati sulla cima del monte, al contrario dei monumenti descritti da Lazzaretti, erano state povere costruzioni, che non avevano saputo opporre una qualche valida resistenza allo stupido vandalismo degli avversari e tantomeno all'implacabile logor�o del tempo.

Ci� che ancora durava di quegli edifici era poco pi� che il resto delle originarie fondamenta. Lo si poteva immaginare anche dal fondo valle, guardando in alto quelle pietre sbocconcellate che appena emergevano dal profilo del monte. A guardarli da vicino, poi, una volta sulla vetta, apparivano, come appaiono ancor oggi, teneri e fragili relitti di una tragedia disumana, tanto dolorosa e incomprensibile da suscitare una inestinguibile piet�. Poveri relit�ti, dispersi e abbandonati ai margini della storia da un destino crudele che li aveva investiti con una furia certamente sovradi�mensionata rispetto alla loro umana misura.

In effetti (e sia qui detto tra parentesi) se c'� qualcosa che si oppone ad una piena e distesa comprensione della vicenda d� Lazzaretti ‑almeno per chi, come me, a causa dei suoi studi non riesce pi� ad avvertire come stravaganti e incomprensibili le mo�dalit� psicologiche e le ideologie utopiche dei movimenti escato�logici‑ � proprio questa sensazione di abnormit�, questo senso di inevitabile spaesamento che nasce in chiunque si avvicini alla vicenda dei giurisdavidici. E' la sensazione di trovarsi di fronte ad un episodio che la storia, producendolo, non ha saputo giusta�mente dimensionare; ad un evento fuori misura, che, per ci� stes�so, sembra travalicare i confini della quotidianit� storica per assumere un valore emblematico, e quasi la capacit� di parlare di cose altre da s�.

Salendo sul Monte Labbro non mi ero dunque stupito di tro�varmi di fronte a poveri mucchi di pietra, privi della possibilit� di rievocare la magnificenza puramente immaginaria di edifici che pure nel tempo della loro esistenza avevano potuto essere perce�piti ed esaltati come meravigliosi monumenti.

Ci� che invece mi aveva stupito, mano a mano che salivo verso la cima, era la straordinaria povert� del monte stesso, la sua asso�luta mancanza di magniloquenza. Le frasi di David mi avevano sollecitato ad immaginare uno spazio ampio e smisurato; un suolo ricco, verde di pascoli e di boschi; tale, insomma, da giustificare in qualche modo la tentazione di collocarvi il mondo nuovo che egli aveva sognato, la Nuova Sionne, la Citt� del Sole.

Ora, invece, mi trovavo di fronte ad un terreno sassoso, arido, disseminato di pietre grigiastre, appena maculato qu� e l� del verde stento di poche sterpaglie e qualche cespuglio. Un terreno che non potevo immaginare buono che per greggi di capre; dal quale gli uomini per secoli dovevano aver tratto miserabili messi; con il quale dovevano aver ingaggiato battaglie lunghe, e forse vane, per liberarlo, con i denti e con le unghie, da quella inesau�ribile pietraia, per renderne utilizzabili le poche zolle di terra vera che vivevano negli intervalli tra pietra e pietra.

La realt� dello spazio che avevo di fronte contrastava in modo stridente con la rappresentazione dei testi davidiani, e rendeva per me pi� struggente la piet� per l'esito tragico dell'episodio che vi aveva trovato il suo teatro. Come era stato possibile che una comunit� numerosa avesse potuto amare quell'arido monte tanto da farne la fonte prima della propria vita e della propria identit�, capace di alimentare quasi la tentazione ad una sorta di speciale elezione, ad una rivalsa nei confronti della patria Arcidosso e del mondo intero? Come aveva potuto farne il fondamento, la prima pietra di un sognato mondo nuovo, del terzo Regno dello Spirito santo?

Un "continente", lo aveva definito David, dominante sul Me�diterraneo e sulle giogaie dell'Appennino! Ma i luoghi che ora, da visitatore, avevo innanzi agli occhi, erano scandalosamente altro rispetto allo spazio che Lazzaretti e compagni avevano eletto a scenario della loro vicenda! La loro realt� "naturale" aveva evidentemente sub�to una trasformazione radicale nella esperienza di David e compagni. Nella loro mente esso aveva assunto un altro volto, aveva "vestito" altri abiti, proprio come di abiti fantasiosi e stravaganti David aveva "vestito" i suoi seguaci il giorno della fatale "mascherata", quel giorno in cui avrebbe voluto annunciare al mondo l'avvento della Nuova Alleanza, il Regno dello Spirito Santo e nel quale, invece, aveva trovato la morte.

Evidentemente anche lo spazio era stato coinvolto nel mecca�nismo creativo di quella "mascherata".

D'improvviso fui colpito dalla intuizione che proprio quello spazio vi avesse giocato un ruolo di rilievo, e che sarebbe stato comunque essenziale capire il processo di "mascheramento" a cui esso era stato sottoposto, per capire i meccanismi culturali che avevano fatto da supporto all'intera esperienza della comunit� giurisdavidica.

Da allora sono passati quasi trent'anni. Tante pagine importanti sono state scritte sulla vicenda di Lazzaretti, che hanno contribui�to a chiarirne questo o quell'aspetto. Ma poco o nulla si � fatto per chiarire i processi sociali di simbolizzazione che sono alla base di quella vicenda. E io resto ancora convinto che uno degli itinerari privilegiati per ricostruire e comprendere meglio il pro�cesso che fece del barrocciaio David Lazzaretti il Messia dell'A�miata, sia la ricostruzione dei processi mentali che fecero del Monte Labbro il Monte Santo.

E' questo, appunto, il mio obiettivo di oggi: tentare di ritracciare l'itinerario sociale e culturale che port� quel luogo "geografico" ad assumere valenze cos� straodinarie da farlo assurgere a spazio esca�tologico, matrice e culla di un nuovo mondo e di una nuova storia.

 

 

I. Dallo spazio geologico allo spazio sociale

 

1. Due mondi a contrasto

 

A chi guarda una carta dell'Amiata non pu� sfuggire una ca�ratteristica forte della zona: gli insediamenti umani si collocano tutti sulla stessa linea geologica, tra 600 e 800 m. sul livello del mare.

La ragione prima di questo fenomeno va certamente individua�ta nel fatto che quella linea corrisponde alla linea di sutura tra la cupola trachitica e il basamento calcareo argilloso su cui questa poggia: � il livello su cui si collocano le sorgenti che alimentano la vita dei villaggi amiatini. La cerchia degli insediamenti si in�terrompe solo dove la linea trachit�ca si innalza troppo sul livello del mare(2), l� dove inizia il regno del peperino, o, per dirla con uno studioso di fine Settecento, dove "al paese dell'acqua" succe�de "il paese del fuoco", il paese della pietra vulcanica. E' qui che cessano le coltivazioni per cedere il passo all'immenso ombrello verde dei castagni e, pi� in alto ancora, dei faggi(3).

Il paesaggio che � frutto di questa struttura geologica � ancor oggi ‑pi� o meno‑ lo stesso che si present� al professor Santi quando nel 1789 intraprese il suo viaggio "naturistico" sull'Amiata:

 

"Queste falde nel sollevarsi dal piano presentano alla vista da ogni parte campi sativi, vigne, in qualche lato oliveti, boschi da pascolo, e da legna, e sopra questi intorno intorno al gruppo dei monti, ed ove egli alquanto pianeggia, varj castelli non molto lontani gli uni dagli altri, e tutti assai abitati. Qui incominciano bellissimi castagneti, che rivestono quelle pendici, e si estendono verso l'alto fino al segno, ove il freddo, e le nevi dell'inverno, e l'asprezza del luogo non permettono loro il vegetare e il durare. Succedono quindi ai Castagni i Faggi, i quali folti, e vigorosi ammantano da tutte le parti la Montagna, e giungendo alla pi� alta cima le formano una chioma verde, e maestosa. Tale � la bellissima mostra, che di s� fa il Monteamiata", la "gran Montagna"(4).

 

La "bellissima mostra" della "Gran Montagna" ha da sempre dato fiato a descrizioni idilliache dello spazio amiatino e della vita dei suoi abitanti. Esercizi idilliaci non sempre, o quasi mai, giu�stificati dai fatti, se non per coloro che hanno guardato a quello spazio e a quegli uomini con gli occhi del turista e con l'entusiasmo del folcklorista. Ma, nella realt�, quella "bellissima mostra" nasconde una natura geologica che ‑fino alla recente esplosione dell'economia turistica e alla espansione del reticolo stradale che ha collegato l'Amiata al resto del mondo‑ non ha mai facilitato la vita di coloro che per avventura la storia aveva costretto a cercare in essa la fonte prima del proprio sostentamento. E' la geologia infatti che comanda le possibilit� e le modalit� dell'insediamento umano nella zona; � la geologia che, in prima battuta, condiziona l'organizzazione del paesaggio, lo stile di vita, la societ� stessa del territorio dell'Amiata. Dell'Amiata e di Arcidosso, che qui soprattutto ci interessa.

E dal punto di vista geologico la collocazione di Arcidosso appare subito di rilievo.

Il paese si trova su un colle, quasi a spartiacque tra due mondi: da un lato il Monte Amiata, maestoso ‑certamente!‑ di un verde denso e sontuoso di castagni e faggi fino alla cima; dall'altra il Monte Labbro, spoglio e sassoso, povero e stento di radi cespugli, come una testa scabra, del tutto inadatto a restituirci l'immagine del magnifico, forte e maestoso monte di cui Lazzaretti lo onor�. Si direbbe anzi che David, pi� o meno consapevolmente, abbia prestato a Monte Labbro i caratteri di magnificenza e maestosit� propri dell'Amiata, rubandogli persino il nome con il quale avreb�be battezzato quella sua prima citt� eternale, PiamiatangelicA ‑che avrebbe per�, appunto, collocata sul Monte Labbro!

Arcidosso appare cos� come il luogo di incontro e di separa�zione di due regioni, quasi il fulcro di una contraddizione naturale. Contraddizione di terre, di vegetazione e di colori: la contraddi�zione tra l'Amiata e il Labbro. Una contraddizione che � stata sempre presente nella coscienza di coloro che hanno tentato qual�che studio intorno ad Arcidosso, come lo � stata nella coscienza degli arcidossini stessi.

Nel 1882, il medico condotto Stefano Becchini, la esprimeva in modo assai conciso e sicuro. Per lui il torrente Melacce divide�va tutto il territorio di Arcidosso in due parti distinte e assoluta�mente contrastanti:

 

"una parte � rappresentata dal sistema del Monteamiata, ed � di formazione trachitica. L'altra parte � di costituzione calcarea la pi� svariata (...). Il terreno formato dal sistema del Monteamiata � in gran�dissima parte ricoperto di alti e feraci castagni, fino all'altezza di mille metri; al di sopra di folti boschi di faggi. Il terreno di natura calcarea � per lo pi� nudo, e serve alla semente dei cereali, ed alla pastorizia"(5).

 

Gi� prima di lui, lo aveva detto anche Luigi Becchini, in modo forse un poco pi� prolisso, ma altrettanto chiaro e preciso. An�ch'egli, infatti, nel suo Rapporto economico agrario della comu�nit� di Arcidosso del 1847, aveva rappresentato bene ‑se non fosse per un certo tono elegiaco, davvero del tutto fuori luogo‑ quella differenza:

 

"I terreni che conpongono il suolo (di Arcidosso) sono di opposti principj formati. Quelli separati dall'Ente (torrente che ha origine sulle falde dell'Amiata a pie' di una rupe denominata la Valtoraja, cadente da un masso di braccia 20 circa di altezza, acqua di alto, e che va a riunirsi alle Melacce, che scorrono a mezzogiorno sulla destra del tor�rente), formando la superficie di tre prominenze amiatine, hanno l'ap�parenza di vulcanico siliceo ferrigno, sparsi di spessi ed elevati massi di peperino. Sono vestiti nella grande eminenza di faggi, e nelle loro inclinazioni ed estese convalli sono ospitali alle quercie, al castagno; sono produttori delle sementi a segale e patate, e nelle pi� basse incli�nazioni e nei sottostanti pianori sono fertili a canapi, ortaggi, civaglie e grani, senza che n� l'olivo, n� la vite vi allignino. In tal vasta esten�sione per 9 decimi accastagnata, rada e scarsa ne � l'erba (fuor che nelle parti pi� basse, addomesticate dalla coltivazione), meschino e selvatico il pascolo, che pure alimenta in molti mesi dell'anno le pecore di non pochi possidenti dei contorni di Arcidosso"(6).

 

 

2. Le risorse

 

L'immagine che dell'Amiata ci offre qui L.Becchini � sostan�zialmente esatta, ‑messia parte alcuni aggettivi ("ospitali", "produttori", "fertili") che sembrano pi� adatti alla descrizione di un Eden che non alla straordinaria avarizia con cui da sempre la "Montagna" ha ceduto alimento ai suoi abitarti. La gerarchia della vegetazione � netta: faggi e castagni; niente ulivi e niente viti. Qualche orto in basso, nelle terre "addomesticate alla coltivazio�ne". Coltivazione comunque povera, e di recente impostazione, e solo da pochi decenni resa pi� ricca, in modo avvertibile, grazie all'introduzione della patata, "tubero peruviano" capace di sfama�re uomini e bestie(7).

La poca segale che gli amiatini coltivano col faticoso sistema dei fornelli(8) ‑l� in alto, dove i castagni cedono il passo ai faggi(9), strappando al bosco, e quasi rubando, scarne e precarie radure-�era indispensabile per rendere appena sufficiente la quotidiana razione di pane. E ci� per la assoluta insufficienza della farina di grano. La segale, infatti, soccorreva a questa grave carenza che colpiva tutto l'Amiata: e non solo! Essa veniva utilizzata "in parte ancora per gli animali" ‑aggiunge L.Becchini(10), sottolineando una sconcertante vicinanza di vita e una condivisione di destini tra gli uomini e i loro animali, assai prossima alla simbiosi: comunanza di alimenti, di spazi e di tempi, come il lettore avr� modo di rilevare qua e l�, nel corso di queste pagine.

Anche C.Santi ci parla dei pochi orti che sfruttavano l'abbon�danza delle acque. Vi si coltivavano fagioli, un po' di mais, della cipolla, e vari altri ortaggi, come il cavolo nero, "quale si coltiva non solo per l'uso della mensa, ma per la pastorizia�(11).

Quanto poi alla canapa, essa era mal lavorata. Sempre C.Santi lamentava che, una volta raccolta, essa veniva stoltamente fatta macerare a mazzi in acqua corrente, "ove oltre il pericolo di essere trascinata dall'acqua, fiacca e corrosa diviene dall'arena che seco il rapido corso conduce" ; meglio sarebbe ‑egli suggeriva‑ che venisse utilizzata "una vasca, o macerina, lontana dall'abitato, ove l'acqua ristagni e sopranuoti alquanto alla canape", e che soprattutto si utilizzasse una specifica macchina, "con la quale, senza la macerazione, ottiensi, scevro dal parenchima, il tessuto vascolare della canape�(12).

E del resto l'uso che se ne faceva era assolutamente limitato alle necessit� familiari, anche se si trattava di un uso "prestigio�so", da status symbol, diremmo oggi.

Santi tiene a sottolineare questo ruolo della "canape", ruolo di distinzione e quasi di risarcimento simbolico nell'ambito di una qualit� della vita assai miserevole. E' vero, egli lamenta, che la pastorizia ‑"cura principale degli abitanti di questo territorio"‑ li costringe ad avere "bene spesso un comune ricetto col gregge e le vaccine" ; � vero che "per molti mesi dell'anno un pagliaccio gettato sopra arida terra, in una cameretta costrutta di mal connes�se tavole, un paiolo, un secchio di legno formano il ricovero e la masserizia dei nostri guardiani"; � vero che "le pecorelle ed il fido cane sono i loro indivisibili compagni, aumentati nella primavera dalla folla di noiosi insetti", ed � vero che "il vestito di lana" � sempre quello, "anco quando sferza il leone"! Ma la loro camicia di "canape", vivaddio! in questa miserabile condizione diviene "il loro pi� grato e necessario refrigerio"; tanto pi� che essa � il "contrassegno di affetto" che "nei lunghi inverni la sposa, la fglia benamata preparano ai loro cari lontani" : "n� a vero dire, pu� darsi pi� candida, pi� netta camicia di quella che si vede ai nostri villici nel giorno della festa ed anco di continuo, poich� in questa parte di vestiario pongono cura grandissima, e perch� necessit� gran cosa insegna"(13).

Ma se la canape utilizzata per la camicia dei pastori � coltivata negli orti ai piedi dell'Amiata, la pastorizia � pratica che caratte�rizza soprattutto l'altra parte del territorio arcidossino, l� dove si alza ‑quasi a contraltare dell'Amiata‑ l'altro monte, il Monte Lab�bro.

Questi altri terreni, alla sinistra dell'Ente e delle Melacce, ci dice L.Becchini, formati "per lo pi� da un misto di calcareo amor�fo con dell'alberese, dell'arenaria, silice e schisto argillosa", dan�no vita ad altro paesaggio, ad altra vegetazione, ad altra economia. Difatti "lungo il Monte Labbro ed il Buceto, anche nelle parti inclinate verso la Zancona, producono benevoli le spighe, ivi ver�deggiano i prati, e copiose l'erbe ne coprono l'eminenze, non che le spesse pianure. Nelle pi� basse colline di Monte Laterone poi, comprese nella Comunit�, ove la natura del terreno � galestro di diversa specie, orgogliosa la vite del dolce umore � feconda, e superbo di ricco prodotto v'invigorisce l'olivo. L� il castagno con pi� certezza ancora di prodotto i suoi rami arricchisce; l� ogni genere di frumento e di civaja vegeta, e l'agricoltore alimenta"(14).

Ma ‑al solito‑ non si prendano alla lettera le folate bucoliche di L.Becchini. Egli stesso, qua e l�, deve riconoscere che non tutti i terreni della regione amiatina ‑"e segnatamente nel distretto comunitativo di Arcidosso"‑ "possono ridursi a cultura", e che "molti non converrebe ridurveli". Certo "servono alla pastorizia"! ma qui essa � praticata in modo tradizionale, senza alcuno di quegli accorgimenti innovativi che potrebbero renderla pi� reddi�tizia: "non esistono prati artificiali", egli nota, e non essendo "introdotto ancora s� utile sistema"(15), anche la pastorizia non ren�de ci� che potrebbe o dovrebbe.

Ed il grano, poi, anche se su questi "poggiali la spiga � pi� pingue", costringe pur sempre, anche qui, il "robusto agricoltore" a lasciare "per qualche anno" il terreno "a pastura", a ricorrere alla tradizionalissima rotazione triennale, o ai fornelli. Lo costrin�ge a "scrostare" la terra "nel cuore dell'estate col mezzo di uno zappone a grandi piote", e a serpeggiare tra pietra e pietra, proprio come l'abbiamo visto fare sull'Amiata per coltivare la segale.

Il fatto � che anche da questa parte del territorio arcidossino, la "scabrosit� di questi colli" incatena chi li coltiva ad una vita stenta, ad una fatica inumana. Certo si potr� anche sostenere, come fa L.Becchini, che il clima � primaverile per gran parte dell'anno ‑"dal Maggio al Settembre"‑ e che l'inverno non � "so�verchiamente austero". Ma sta di fatto che per poter sostenere una tale tesi bisogna "prescindere" dalle "maggiori eminenze del Monte Labbro", dove "in diversi mesi dell'anno bene spesso bian�cheggia la neve". E bisogna "prescindere" da "quelle parti costeg�gianti da scirocco a ponente le Comunit� di Roccalbegna, e Cini�giano, che restano nella pi� bassa valle dell'Ombrone fino al Trasulbino e le Melacce, ove la povert� del terreno, la scarsezza dell'acque potabili danno albergo bene spesso alle febbri consu�matrici, della classe delle intermittenti"(16).

E come stupirsi allora che anche l'ulivo di Monte Laterone "superbo di ricco prodotto", dia in realt� un prodotto appena "per il consumo sufficiente"; e che "la vite del dolce umore feconda" non sappia fare neppure altrettanto(17), che la "raccolta del vino" risulti "assai misera di fronte alla popolazione"(18)?

In realt� il prodotto del grano ‑"sul confronto della popolazio�ne"‑ riporta "appena 4 staia e 1/2 per ciascheduno capo"; "la vena (...) non � sufficiente per le bestie da soma del paese"; " l'orzo si riduce a retratto di poco momento e di poco resultato�(19). Solo i fagioli e le lenticchie sembrano superare, ma di poco, le necessit� dell'alimentazione umana (20) ‑ma forse non quella degli animali che con gli uomini condividono spesso parte dell'alimentazione.

Sono ragioni, tutte queste, che spingono le conclusioni di L.Becchini sul reddito degli arcidossini verso risultati alla fin fine assai lontani dall'elegia che pure egli vorrebbe cantare: dopo aver lodato la feracit� del territorio, la benevolenza del clima e quan�t'altro di paradisiaco sia possibile ritrovare in quelle campagne, il nostro autore deve concludere che ‑tolte le spese per la produzione del raccolto agricolo e le relative tasse‑ resta il duro fatto che "la somma di avanzo per i resultati che sopra, divisa nella attual popolazione d� a ciascheduno individuo lire 8.17.3. Cos� che sen�za una industria speciale mancherebbe il necessario alla vita!"(21).

Ma per fortuna questa "industria speciale" esisteva davvero!

 

 

3. Pan di legno e vin di nuvoli

 

In realt� le popolazioni amiatine hanno a disposizione una vera ricchezza, o meglio!, sanno trasformare in ricchezza la sola risorsa alimentare di cui la Gran Montagna non sia avara: le castagne, l'unico prodotto che consenta un surplus tale da "medicare le piaghe degli anni di scarsit�" e, di pi�, da essere scambiato col grano della Maremma(22); l'unica coltivazione che dia vita ad un prodotto alimentare di primaria importanza e al tempo stesso ad un diffuso artigianato, anche se di piccola rilevanza, che comun�que integra efficacemente il reddito agricolo.

Le castagne! unica vera giustificazione dell'elegia amiatina di tanti nostri autori. Sono infatti ricchezza autentica quei boschi che contornano la Gran Montagna, che consentono quella piccola "in�dustria" con la quale tante famiglie scavalcano il livello di guardia di una fame endemica a cui le condannerebbe la miseria delle campagne altrimenti coltivate; ricchezza autentica perch� alimen�tano quel povero ma essenziale commercio di prodotti artigianali, che li sottrae all'isolamento e costruisce quel fragile reticolo di relazioni sociali, economiche e culturali che li proietta ‑si fa per dire!‑ al di l� degli stretti confini della "patria" nativa.

E' dal legname di quei boschi che gli abitanti di Castel del Piano ricavano "una non piccola somma di denaro", uscendo dalle mura del loro paese per andare a vender "per tutto lo Stato di Siena" barili, bigonci e bigoncelle. E lo stesso fanno gli abitanti di Abbadia S.Salvadore, soprattutto i pi� poveri, che trovano "un vivo capo d'industria e di guadagno, nelle madie, seggiole, bigon�ci, barili, pale, vangili, etc. ch'essi, pi� ancor dei Pianesi, fabbri�cano intieramente con legno di castagno, e di faggio, senza nep�pure il minimo chiodo di ferro. Sono questi lavori per lo pi� grossolani, e