Francesca Socrate

 

�AUREA MEDIOCRITAS":

appunti per una storia dell'autorappresentazione dell'impiegato moderno

 

 

La visibilit�, l'apprezzabilit� sociale di un gruppo non � il risultato di semplici registrazioni statistiche. Individui che, in un arco temporale dato, condividano mansioni, redditi, tempi e condizioni di lavoro, fatiche o privilegi, non danno necessariamente vita a un gruppo socialmente riconosciuto e legittimato. Perch� questo avvenga, perch� essi possano rappresentarsi a s� e agli altri come insieme dai caratteri propri e distintivi, dai contorni precisi, � imprescindibile l'opera di costruzione di un'identit� sociale.

Ma se questo � vero, se, come scrive Bourdieu, "il mondo sociale �, in parte, rappresentazione e volont�(1), allora si pu� dedurne che non v'� "classe" o "ceto" socialmente accettato che non abbia alle spalle un suo lungo e impegnativo processo di autorappresentazione. Un processo in cui convergono elementi di origine diversa, di cui il gruppo in questione � insieme soggetto attivo di elaborazione e oggetto passivo di ricezione.

E' in questa prospettiva che vorrei qui esaminare un aspetto e una fase particolari della formazione dell'identit� sociale degli impiegati pubblici italiani, visti come sezione estremamente significativa di quel vasto e variegato strato che va sotto il nome di "nuovo ceto medio" (2).

L'aspetto particolare concerne l'immagine dell'ordine sociale elaborata dagli impiegati e lo spazio che in quella nuova mapp;: essi si andarono assegnando nella ricerca di una propria visibilit� sociale. La fase considerata, invece, � quella che va dalla seconda met;: del XIX secolo al primo conflitto mondiale: periodo in cui si assiste ‑ non solo in Italia, ovviamente ‑ al primo imporsi sulla scena sociale di questa nuova figura di rappresentante del ceto medio.

Nel 1881 gli impiegati pubblici italiani erano 289.144. Nei 1921, all'indomani della guerra, il loro numero era salito a 472.337. Nell'arco di quarant'anni questo gruppo era cos� aumen�tato del 63,4% (anche se, rispetto al totale della popolazione atti�va, la sua quota risultava ancora marginale:����������� l' 1,8% nel 1881, il 2,5% nel 1921)(3).

La crescita numerica degli impiegati pubblici � uno dei primi segnali della dilatazione dell'area del terziario che rappresenta, com'� noto, un fenomeno costitutivo dello sviluppo delle societ� industriali e che, sul lungo periodo, ne ha trasformato la struttura occupazionale tanto che si pu� oggi parlare, per i paesi a capita�lismo maturo, di societ� di ceto medio: di societ� composte cio� in misura prevalente da individui che esercitano attivit� connesse alla distribuzione e ai servizi.

"Essi sono un nuovo cast di attori, interpreti dei ruoli pi� tipici della societ� del XX secolo�(4), scriveva quarant'anni fa Charles Wright Mills a proposito dei colletti bianchi americani, e nel 1976, pur da un osservatorio diverso, Hans Magnus Enzesberger poteva dichiarare: "La piccola borghesia detiene oggi, in tutte le societ� altamente industrializzate, l'egemonia culturale�(5). Ma se ormai il peso numerico del ceto medio e la sua presenza antropologico‑culturale sono diventati un datu �i iattto acquisito dal senso comu�ne, un punto fermo nella coscienza collettiva contemporanea, non altrettanto si pu� dire della cultura del XIX secolo che di questo fenomeno in atto non aveva invece nessuna consapevolezza.

Se si parlava di classi o ceti medi, ci si riferiva comunemente agli artigiani, ai piccoli commercianti e ai piccoli imprenditori, vale a dire a figure proprie di una fase dello sviluppo economico precedente considerata ormai conclusa, e di cui si discuteva la possibilit� o meno di sopravvivenza nel grande rivolgimento ope�rato dall'industrializzazone(6). Mentre al nuovo ceto medio in asce�sa non si prestava che una scarsa attenzione.

Tanto pi� che, a partire dalla fine del Settecento, si era andato diffondendo nella cultura europea un modello interpretativo della realt� sociale caratterizzato dalla presenza di due sole classi fra loro antitetiche: da una parte, la borghesia (o classe dirigente, o classe imprenditoriale, o capitalistica, a seconda dei punti di vista) e, dall'altra, il proletariato (o lavoratori manuali, o salariati, o classe operaia etc.). Un modello che escludeva, di fatto, la presen�za di figure intermedie. Nell'immagine della societ� che gli uo�mini dell'Ottocento si erano andati facendo non v' era spazio concettuale, perci�, per i "nuovi arrivati" sulla scena sociale, a pre�scindere dalla loro rilevanza oggettiva.

In tale assenza, il nuovo ceto medio in ascesa si dedicher� con pervicace impegno a una lunga e faticosa opera di autodefinizione e autorappresentazione.

Un passaggio significativo di tale percorso ‑ che si pone al centro di questo mio lavoro ‑ fu quello in cui il nuovo aggregato sociale elabor� un modello interpretativo della societ� antitetico al paradigma bipolare egemone: mentre quest'ultimo sem�brava rappresentare il principale ostacolo al riconoscimento di un ruolo sociale del ceto medio, se non della sua stessa esistenza di gruppo, il modello tricotomico desunto da un'antica tradizione gli avrebbe garantito lo spazio simbolico in cui dispiegare una fun�zione socialmente riconosciuta e legittimata.

 

1.I due modelli

 

La visione dicotomica, quell'immagine concettuale che raffi�gura la realt� sociale come costituita fondamentalmente da due sole classi fra loro opposte ‑ volta a volta definite sulla base della distribuzione della ricchezza, dell'autorit� politica o del potere sociale ‑, ha avuto dalla seconda met� del secolo scorso il suo interprete e insieme il suo divulgatore nel marxismo, e in genere nella cultura del movimento operaio. Anche se, nell'analisi socia�le, l'affermarsi di un modello bipolare risale per lo meno alla met� del secolo XVIII quando, riemerso dalla tradizione religioso‑rivo�luzionaria, esso era andato a sostituirsi alla rappresentazione ge�rarchica di una societ� per ceti(7).

�E�impossibile, nel nostro sciagurato globo, che gli uomini che vivono in societ� non siano divisi in due classi, degli oppressi e degli oppressori", scriveva Voltaire nella voce Eguaglianza del suo Dizionario Filosofico(8). Era il 1764. Pochi decenni pi� tardi, al di l� della Manica, nel vortice della rivoluzione industriale, all'immagine organica e piramidale di una nazione formata da ordini fra loro legati tramite stabili e leali "chains of connection"(9), si sostituiva una raffigurazione drammaticamente dilacerata. "Stiamo avanzando giorno per giorno verso una situazione in cui non esisteranno pi� che due classi di uomini: padroni e miserabili dipendenti", ammoniva uno dei pili violenti avversari della nuova civilt� industriale, William Cobbett(10).

Nella cultura europea ottocentesca l'idea che una spaccatura verticale opponesse "padroni e miserabili dipendenti" si and� af�fermando fino a diventare una certezza, un assioma su cui il senso comune poteva ora fondare la propria percezione di una realt� sociale nuova e minacciosa.

Questo schema dicotomico, consolidato dalla successiva elabo�razione marxiana e diffuso per l'Europa da un movimento operaio in ascesa, divenne nell'arco di pochi decenni il modello interpre�tativo "forte", tanto da arrivare in Italia, ad esempio, paradossal�mente prima dell'effettivo decollo industriale".

Ad accompagnare l'affermarsi di questa nuova visione della stratificazione sociale si prest� l'uso inedito di un'antica parola: "classe". Fino ad allora delimitato alla tassonomia delle scienze naturali o all'ambito scolastico, il significato di 'classe' si estese, nell'Europa della fine del XVIII secolo, alla terminologia dell'a�nalisi sociale.

Il mondo stava cambiando: le due grandi rivoluzioni ‑ quella francese e quella industriale ‑ avevano sancito, seppure in ambiti diversi, la fine della societ� tradizionale e del sistema cetuale su cui quella si reggeva. Occorreva perci� trovare un termine capace di definire la nuova realt� sociale in movimento, sfuggendo alle metafore di armonia, stabilit� o esclusivit� implicite nelle parole fino ad allora a disposizione: rango, ordine, ceto, stato, casta.

'Classe' era la scelta giusta: se la parola da un lato rimandava, seppure per echi lontani e marginali, al linguaggio politico � fin dal XVI secolo era stata usata, sulla scorta delle traduzioni di Tito Livio, nelle opere di ricostruzione storica dell'et� classica per indicare i gruppi in cui era suddiviso il popolo romano ‑, dall'al�tro, ed era questo l'elemento pi� importante, poteva vantare, gra�zie al suo impiego nelle scienze naturali, una pretesa neutralit�.

Ma c'� ancora dell'altro. L'uso della parola "classe" implicava significati ulteriori che rispecchiavano la mutata percezione della societ�.

Quali sono questi altri significati?

Primo fra tutti, quello che riguardava l'ambito proprio della classe: non pi� prevalentemente culturale ‑ legato cio� a situazioni di status o allo stile di vita, come avveniva per i ceti nella societ� di rango ‑, ma decisamente economico. Era l' accesso o meno alla propriet� e alla ricchezza che differenziava i borghesi dai prole�tari, gli imprenditori dai lavoratori manuali, i ricchi dai poveri, appunto. Lo vediamo in Cobbett: "I lavoratori si organizzano per ottenere un aumento dei salari. I padroni si organizzano contro di loro. [...] Sicch� c'� una classe della societ� unita per opporsi a un'altra classe"(12).

In secondo luogo, il termine "classe" denotava una formazione sociale nata su conflitti di interesse. Come ha recentemente osser�vato Zygmunt Bauman, "un gruppo si unisce in classe per far fronte a un altro gruppo e costringerlo alla resa o al compromesso: il conflitto, per cos� dire, precede la classe"(13).

Non che il conflitto fosse estraneo al linguaggio d'Ancien R�gime che, come ricorda lo stesso Bauman, aveva elaborato un vocabolario ad hoc (che ha i suoi corrispettivi italiani in termini come 'feccia', 'vagabondi', 'teppa'). Ma c'era una differenza so�stanziale: mentre quei termini indicavano spregiativamente certi tipi di trasgressione alla norma, "il discorso della societ� di classe avrebbe spostato il conflitto dagli oscuri, opachi e minacciosi margini dell'ordine sociale al centro stesso della societ�; dall'am�masso confuso alla costruzione principale dell'ordine sociale"(10).

La convinzione che un conflitto insanabile avrebbe contraddi�stinto il mondo industriale divenne cos�, nella cultura dell'epoca, l'elemento basilare dell'esperienza sociale. Il senso di quel che andava accadendo, di quella minacciosa trasformazione veniva individuato nell'emergere di un'irriducibile tragica contrapposizione.

Nel suo noto romanzo, Benjamin Disraeli parler�, assumendolo fin dal titolo, delle due nazioni dei ricchi e dei poveri. Engels, pochi anni dopo, di due popoli: "La borghesia ha pi� affinit� con tutte le altre nazioni della terra, che non con gli operai che le stanno accanto. Gli operai parlano un'altra lingua, hanno altre idee e concezioni, altri costumi e altri principi morali, altra reli�gione e altra politica che la borghesia. Sono due popoli comple�tamente diversi, essi si differenziano come fossero due razze", scriveva nel 1847, nel suo abbozzo di una professione di fede del comunismo(15).

Il percorso � ora compiuto. L'immagine di una societ� scissa in due schieramenti avversi � stata fatta propria dal marxismo che la sistematizzer� con "diafana chiarezza", per usare un'espressio�ne dello stesso Engels , in uno schema interpretativo di straordi�nario successo.

Prescindo qui, ovviamente, dalla complessit� che l'analisi mar�xiana e poi marxista delle classi medie presenta (si pensi, a solo titolo d'esempio, all'elaborazione teorica sul tema operata dal revisionismo tedesco), dal momento che nell'economia di questo studio quel che pi� interessa prendere in considerazione sono le idee guida di quel pensiero o, meglio, quelle che, nella loro forma pi� semplificata, sono divenute patrimonio comune della cultura del movimento operaio e che, consolidatesi in un rigido catechi�smo, si sono diffuse con una straordinaria capacit� persuasiva radicandosi profondamente nel senso comune.

E' pertanto in questa luce che scelgo qui come esemplari alcu�ne pagine di quel testo chiave della cultura politica europea otto�novecentesca che � il Manifesto del Partito Comunista.

"La nostra epoca, l'epoca della borghesia, si distingue per� dalle altre per aver semplificato gli antagonismi di classe. L'intera societ� si va scindendo sempre pi� in due grandi campi nemici, in due grandi classi direttamente opposte l'una all'altra: borghesia e proletariato"(16). La polarizzazione sociale cui destinato il mondo capitalistico‑industriale ha una prima, evidente ma importante conseguenza: essa elimina ogni figura intermedia, schiacciandola fra i due poli e negandone l'esistenza.

Quale sorte hanno infatti nel quadro marxista quelle molteplici e fra loro non omogenee figure sociali situate tra 'i due grandi campi nemici'? Il pronostico � inequivocabile: "Quelli che fino a questo momento erano i piccoli ordini medi [�] precipitano nel proletariato"(17).

Al di l� della smentita riservata a tale predizione, emerge qui in tutta la chiarezza e la schematicit� di un testo che � pi� un pamphlet che un trattato teorico l'immagine della societ� quale verr� poi assunta nel patrimonio ideologico del marxismo. In esso. l'esistenza degli strati intermedi non contraddice affatto il presun�to carattere bipolare della struttura sociale: tipica classe di confi�ne, il ceto medio � vacillante e provvisorio, inesorabilmente con�dannato a "precipitare nel proletariato". Nel momento della verit� ‑ alla vigilia della rivoluzione ‑, quando il sistema capitalistico si presenter� di fronte al tribunale della storia nella sua forma pura e distillata, di quelle figure intermedie e inquinanti non vi sar� pi� traccia. E il fatto stesso di definirle 'medie', di non attribuire loro cio� altro connotato se non quello meramente topografico rispetto alla mappa sociale, non fa in questo caso che confermare la loro natura non sostanziale: per loro non c'� funzione specifica atta a qualificarle. "Sballottata [...] eternamente tra la speranza di salire nelle file della classe pi� ricca e la paura di essere ridotta alla condizione di proletari e persino di poveri"(18), la classe media, con la sua posizione labile e precaria, non sembra avere altro ruolo che quello di intorbidare ‑ provvisoriamente ‑ la trasparente so�stanza del capitalismo.

D'altra parte, quando non adotta il termine "ceto medio" (o "ceti medi" o "ordini medi"), la letteratura marxista, a cominciare da Marx, sceglie al suo posto una parola altrettanto tendenziosa e gi� allora carica di valenze etiche fortemente negative: "piccola borghesia", da Marx stesso definita la "rappresentante universale della mediocrit� filistea"(19).

Cancellata cos� con una duplice condanna storica e morale la presenza di un terzo elemento, la societ� europea ottocentesca impar� a vedersi quale scenario di un dramma in cui dominavano, unici e incontrastati, due grandi protagonisti.

Ma il dualismo, come ha spiegato L�vi Strauss(20), esprime spes�so una falsa simmetria che nasconde con un artificio l'esistenza di un terzo termine.

Tuttavia non si tratta qui di stabilire se i personaggi del �dram�ma sociale capitalistico" fossero effettivamente due o, invece, tre. O, se si vuole, anche di pi�. Non si tratta di guardare a quella societ� per come oggettivamente era, ma ai modi che essa, nel suo insieme, scelse per rappresentarsi, e alle implicazioni a quella scelta connesse. Dal momento che , per usare le parole di Roland Mousnier, ogni "stratificazione sociale � la rappresentazione men�tale che i membri o gli osservatori di una societ� si fanno nel momento in cui la vedono come se gli uomini che ne fanno parte fossero disposti in una serie di strati sociali orizzontali [...] gerar�chizzati. Tale rappresentazione deriva dalla constatazione dei comportamenti degli uomini nelle loro relazioni reciproche e dai giudizi di valore che gli uni esprimono degli altri, comportamenti e giudizi di valore che si producono e si modificano reciproca�mente in un rapporto continuo, in un incessante sistema di mutue azioni e reazioni"(21).

Il tentativo di autodefinirsi, di leggere un disegno in un mondo sostanzialmente instabile e in movimento come quello ottocente�sco voleva dire allo stesso tempo prospettarsi una direzione di percorso. E da questo punto di vista la risposta dicotomica � inequivocabile. Essa costruisce un modello conflittuale che elimi�na, proprio in virt� del suo carattere bipolare, ogni possibilit� di composizione e, quindi, di stabilit�.

E c'� di pi�. Il paradigma binario nega ogni principio gerarchico. I due avversari, per quanti ad armi impari, si trovano ‑ simbo�licamente, si intende ‑ su un piano di parit�: uno di fronte all'altro quali unici e assoluti protagonisti della guerra in atto. Mentre, d'altra parte, � condizione necessaria e sufficiente al ristabilimen�to della gerarchia (e del compromesso) la presenza di un terzo elemento. Ha scritto Julien Freund: "Fino ad ora non sono state esplicitate tutte le conseguenze della discriminazione amico‑ne�mico [...]: il conflitto che su quella discriminazione si fonda pone gli avversari su un piano d'uguaglianza, quello della lotta esisten�ziale per la sopravvivenza. La dissoluzione del terzo � anche una dissoluzione delle differenze, indispensabili all'equilibrio socia�le"(22).

All'interno dello schema bipolare di cui ho fin qui trattato c'era chi ‑ seppure con maggiore o minore difficolt� ‑ poteva ricono�scersi in uno dei due schieramenti: da una parte, imprenditori grandi e piccoli, medici, avvocati, notai, uomini politici e proprie�tari terrieri (insomma, la classe dirigente), e dall'altra, i lavoratori manuali nell'industria e nell'agricoltura. Ma c'era anche chi, invce, da quello scontro fra i due campi nemici si sentiva ‑ e a ragione ‑ escluso. Chi, pur consapevole di costituire una presenza, di essere parte di un gruppo di cui condivideva lavoro, reddito, abitudini, credenze e aspirazioni, non trovava in quello schema il riconoscimento di un proprio ruolo sociale, quale che fosse, ma comunque legittimo.

Parlo, ovviamente, di coloro che saranno raggruppati sotto il nome di "nuovo ceto medio". Degli impiegati, pubblici e privati, dei commessi ‑ gli addetti alle vendite ‑ e, in genere, di quelli che andarono a estendere e infittire la rete della distribuzione e dei servizi. Gruppi la cui crescita numerica, a partire dalla seconda met� dell'Ottocento, rappresent� in tutti i paesi industrializzati un elemento sempre pi� visibile, la cui presenza sulla scena urbana and� facendosi sempre pi� cospicua, il cui ruolo nel processo di burocratizzazione e terziarizzazione delle economie avanzate di�venne giorno per giorno sempre pi� indispensabile.

Per tutti costoro si pose allora un problema fondamentale: quel�lo di affermare la propria esistenza sociale ‑ quell'esistenza che il modello bipolare allora egemone aveva negato o cancellato ‑ e di aprirsi uno spazio, individuando una diversa immagine concet�tuale della societ� che conferisse loro un'identit� di gruppo posi�tiva in cui riconoscersi e essere riconosciuti.

In questa difficile e affannosa ricerca essi ricorsero a un altro, altrettanto "immaginario" codice di lettura della societ�: quello tricotomico. Fu in quel diverso quadro che i membri del ceto medio riuscirono a trovare un ruolo significativo ‑ anzi, centrale ‑ da interpretare: quello del terzo polo, del gruppo mediano. Sar� identificandosi nella parte del "terzo" e appropriandosi degli at�tributi che a questo una lunga tradizione aveva assegnato, che i colletti bianchi avrebbero recuperato una propria identit�. E, in�sieme, un nuovo e alla lunga fortunato paradigma interpretativo del mondo sociale.

Il modello tricotomico, che raffigura la societ� come somma di tre gruppi distinti, si presenta per certi versi antitetico a quello bipolare(23).Diverse sono infatti, secondo quel modello, la dinamica sociale complessiva, le relazioni fra le parti e soprattutto, le connotazioni etiche e politiche ad esse attribuite.

Innanzitutto il paradigma tricotomico, forte di una tradizione che da Aristotele in poi attraversa la storia della riflessione sulla societ� nel pensiero occidentale, implica, a prescindere dal conte�sto storico cui si riferisce, una garanzia di stabilit� sociale(24). Ga�ranzia offertagli proprio dalla presenza di un polo mediano cui viene attribuita una funzione coesiva e strabilizzatrice, capace di esorcizzare, in virt� prima di tutto della sua posizione centrale e poi delle sue qualit� di moderazione e modestia, ogni lacerazione e conflitto. Quella lacerazione e quel conflitto che invece, come si � visto, costituiscono il nocciolo, la dinamica fondamentale del sistema binario.

In secondo luogo, stabilit� sociale significa anche rispetto delle gerarchie. D'altra parte, l'attribuzione al ceto medio di un tale atteggiamento costituisce un luogo comune, quasi un archetipo dell'elogio della mediet�, delle sue virt� e perfino dei suoi van�taggi. Si pensi, ad esempio, alle raccomandazioni rivolte a Robin�son Crusoe dal padre e che lui ricorda nelle prime pagine del romanzo:

"Mi chiese quali ragioni avevo, oltre al semplice desiderio di girare il mondo, per lasciare la casa di mio padre e il mio paese natale. [...] Mi disse che far fortuna con rischiose iniziative e acquistar fama in imprese di natura diversa' dal comune, abbando�nando la patria in cerca di avventure, tocca agli uomini di dispe�rata fortuna, da una parte, o a quelli di ambiziosa e superiore condizione, dall'altra; che queste cose erano tutte o troppo in alto o troppo in basso per me; che il mio stato era quello di mezzo, cio� quello che potrebbe definirsi il pi� alto fra i meno elevati; ed egli per lunga esperienza lo aveva trovato il migliore del mondo, il pi� adatto alla felicit� dell'uomo [...].

Mi fece constatare, come poi constatai, che le disgrazie della vita sono divise fra la parte pi� alta e quella pi� bassa dell'umanit�; [...]; che la pace e l'abbondanza sono le ancelle di un destino mediocre; che temperanza, moderazione, tranquillit�, salute, compagnia, ogni piacevole svago, ogni desiderabile godimento, sono le benedizioni che accompagnano la condizione media della vita; che in questo modo gli uomini compiono il loro viaggio terreno senza scosse e senza rumore, e lo concludono serenamente, non tormentati dallo sforzo delle braccia o del cervello, non venduti a una vita da schiavi per guadagnarsi il pane quotidiano, non angu�stiati da situazioni incerte che tolgono la pace all'anima e il riposo al corpo; non inaspriti dalla passione dell'invidia o dalla febbre segreta e struggente dell'ambizione e della grandezza"(25).

La condizione media non � solo, dunque, la sede della mode�razione e la garanzia della stabilit� sociale, ma � diventata anche, con Defoe, lo stato "migliore del mondo, il pi� adatto alla felicit� dell'uomo". L�, in quel terzo luogo della mappa topografica della societ�, l'uomo � al riparo dalle sventure legate alle condizioni estreme dell'opulenza e della miseria, � al riparo dalle passioni che turbano il sonno dei grandi e dall'umiliazione che avvilisce e degrada la vita dei poveri. L'uomo medio attraversa la propria esistenza "senza scosse e senza rumore". Esentato dal pesante destino di dover partecipare della dimensione "tragica" della vita, egli si dedica ad attivit� pacifiche e utili al benessere generale. La mediet�, insomma, � assurta a rappresentare la condizione morale anti‑eroica, lo spazio sociale simbolico di una misurata, tranquilla, mediocre quotidianit�.

Un'ultima osservazione. Se i gruppi sociali ottocenteschi veni�vano chiamati quasi esclusivamente "classi", � sicuramente inte�ressante il fatto che dalla fine del secolo scorso il termine "ceto" sia stato progressivamente recuperato per accompagnare l'attribu�to di "medio", quasi a restituire allo strato di mezzo la sua con�notazione culturale anzich� economica.

A partire dalla seconda met� dell'Ottocento, il nuovo ceto medio in ascesa si appropri� di quell'insieme di t�poi, sedimen�tatisi nel corso di un processo plurisecolare e dei quali ho qui accennato ad alcuni momenti, traducendoli nel suo modesto codi�ce culturale e inserendoli in un sistema di lettura della societ� antitetico a quello dicotomico allora predominante. E allo stesso termine "ceto medio" esso impresse una connotazione semantica autodefinitoria e autorealizzatrice in cui si pu� riconoscere tutto il suo valore performativo.

Di tale processo, che riguard� uno strato sociale estremamente composito e disomogeneo per livello di reddito, ruolo produttivo, educazione, comportamento politico, stile di vita e appartenenza geografica, isoler� nelle pagine che seguono un segmento, relati�vo agli impiegati pubblici italiani nel primo cinquantennio postu�nitario.

Ho lavorato a tal fine su alcuni periodici che fanno parte di quella ricca produzione editoriale di giornali, bollettini, gazzette e annuari cui le innumerevoli e spesso effimere associazioni loca�li, nazionali e di categoria diedero vita in quei decenni(26).

Si tratta di una fonte di notevole interesse che � purtroppo andata in gran patte dispersa a causa di un'incuria e di un'indif�ferenza che, come ha giustamente ha rilevato Raffaele Romanelli, non solo costituiscono un grave ostacolo a quella ricerca storiografica che di recente ha appuntato il suo interesse sulla forma�zione dell'identit� piccolo borghese, ma rappresentano esse stesse un segnale, e insieme una causa, di quello scarso riconoscimento di cui godettero, nell'Italia postunitaria, le lower middle classes(27).

Nella variet� di temi, intonazioni e opzioni ideologiche dei periodici da me presi in esame, ho cercato di seguire le tracce di un percorso comune verso la costruzione di un'identit� che riconoscesse al gruppo impiegatizio nel suo insieme una legittimit� e una visibilit� sociali.

Nonostante, infatti, le peculiarit� delle diverse situazioni, gli impiegati pubblici italiani rappresentavano di fatto un gruppo sociale in qualche modo omogeneo: prova ne sia l'istanza di unificazione espressa nei tentativi, pi� o meno riusciti, di costituire associazioni o federazioni nazionali e, di rimando, sul fronte della classe dirigente, il porsi della questione dello stato giuridico degli impiegati pubblici, questione che attravers� i primi quarant'anni della storia parlamentare postunitaria fino alla sua soluzione nel 1908, con la legge Giolitti.

 

2.�La piccola borghesia [...] deve ininterrottamente combattere contro la sensazione di essere superfluala�(28)

 

Partiamo da qui, da questa 'sensazione di essere superflui' che sembra rappresentare una costante negli appartenenti al ceto medio e che ne ha sicuramente condizionato il senso d'identit�, cos� in bilico tra autolesionistica sconfessione di s� ‑ "il piccolo borghese vuol essere qualsiasi cosa, tranne un piccolo borghese"(29) e ansiosa ricerca di un proprio ruolo sociale.

Nella fase iniziale, nei primissimi decenni dopo l'Unit�, al peso di una colpa storica e morale ‑ cos� duramente imputata al ceto medio dal modello dicotomico ‑ si accompagnava un giustificato senso di indeterminatezza: gli impiegati pubblici italiani non potevano infatti pi� identificarsi nei tradizionali e ristretti corpi burocratici del passato, n�, d'altra parte, avevano ancora ricevuto un qualche riconoscimento esterno che conferisse loro uno status di gruppo sociale a tutti gli effetti.

I primi segnali di un interesse non pi� occasionale da parte del mondo politico per quella che venne allora chiamata la "questione degli impiegati" si ebbero solo in et� giolittiana, per effetto in primo luogo delle nuove funzioni economiche e sociali che lo Stato si andava assumendo(30). E' a quegli anni che risalgono alcune misure in questo senso decisive, quali la progressione a ruolo aperto (del 1907 per i postelegrafonici, ed estesa a tutto il personale amministrativo nel 1919), le agevolazioni per la costruzione e l'acquisto di case per impiegati (dalla legge Luzzatti del 1903 in avanti), fino allo stato giuridico, per l'appunto del 1908.

Dal canto suo, il movimento socialista manifester� una qualche attenzione per i problemi degli impiegati solo a partire dai primi anni del nuovo secolo, dopo averli trascurati o addirittura severamente relegati al ruolo di "pupilli della borghesia spogliata dal moto capitalista e chiedente allo Stato un indennizzo per non passare al campo nemico"(31).

I primi decenni postunitari furono perci�, per gli impiegati pubblici, decenni di frustrazione, segnati da una generale diffidenza dell'opinione pubblica nei loro confronti, se non da una liquidatoria disistima. Non rappresentava d'altronde un'eccezione il discorso tenuto alla Camera nel 1868 dal deputato Giuseppe Civinini: "Gli impiegati sono immobili, rappresentanti necessari del passato: non conosco nazione che abbia fatto un passo [grazie a loro, n.d.a.] nella via del progresso"(32).

La prima tappa sulla via dell'autoaffermazione di gruppo fu quindi l'iterata rivendicazione di un'utilit� sociale del lavoro impiegatizio. Scrive Giuseppe Scotti nel 1893, sul primo numero del "Giornale degli Impiegati":

"Qualunque sia l'ordinamento sociale avvenire, i servigi pubblici saranno sempre in prima linea, perch� la collettivit�, il comunismo stesso ammettono ‑ come si potrebbe pensare altrimenti?‑������������ i servizi pubblici, il libero scambio, le grandi comunicazioni che affratellano i popoli.

"Quindi le strade ferrate, le poste, i telegrafi, lo stato civile, la finanza ‑ come concepire un'associazione d'uomini senza il biso�gno di spese pubbliche, quindi d'imposte, per quanto di natura pi� razionali delle attuali? ‑ tutto ci�, infine, che � quanto dire tutto il meccanismo multiforme, minuto, complicato dell'odierna socie�t�, esige l'opera dell'impiegato non meno di quella dell'operaio, del lavoratore, del proletario"(33).

Ma per sanzionare "il principio che l'impiego, come qualunque altra professione, � onorevolissima, � necessaria, � importante"(34), si deve combattere il luogo comune, cos� profondamente radicato nell'opinione pubblica, che assegna al travet i vizi d'un'Italia pigra, inefficiente e servile:

"L'opinione pubblica, spesso traviata, ebbe a torto il concetto, generalizzando delle eccezioni, che l'impiegato sia sinonimo di fannullone, vale a dire un essere passivo, condannato a sprecare inutilmente carta e inchiostro nell'orario d'ufficio, tra uno sbadi�glio e l'altro"(35).

Un luogo comune che av