Hagen Schulze

 

LA TENTAZIONE DELL'ASSOLUTO.

LA CULTURA POLITICA TEDESCA NEL XIX E XX SECOLO(*)

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Che cosa sta accadendo ai tedeschi? In tutto il mondo, sia che si tratti di noti politici di New York, o di professori universitari inglesi o di autisti di tassi romani, un tedesco deve fare i conti con questa domanda. Questo nostro paese sembra avere in s� cose che sorprendono e lasciano interdetti gli osservatori stranieri.

La conferenza internazionale organizzata dall'Aspen‑Institut di Berlino sul tema "Where is Germany Heading?" (Dove va la Germania?) � arrivata alle seguenti conclusioni: il paziente � as�solutamente sano e vitale, pur dimostrando inequivocabili sintomi di astenia quali un progressivo allontanamento dalle regole del gioco della democrazia occidentale, un rafforzamento di tendenze populistiche e di rigorismo morale, una preoccupante tendenza della giovent� a lasciarsi manipolare; un notevole incremento, a livello dei singoli individui, della sensazione di vivere isolati da un contesto generale, mentre l'atteggiamento di impotenza e so�spetto nei confronti delle sfide tecnologiche prossime venture ap�pare molto maggiore di quello, pure per molti versi non dissimile,presente in altri paesi dell'occidente; e per finire, tra gli altri sintomi, la paura della guerra e la mancanza di una visione politica trainante appare in Germania molto pi� sentita che altrove. Tutta questa sintomatologia pu� essere certo rilevata in molte democra�zie occidentali, ma essa si diversifica considerevolmente per for�ma e intensit� da problematiche simili presenti in altre nazioni(1). E i recenti successi elettorali dei movimenti di confusa protesta politica di sinistra e di destra nella Repubblica federale, cio� dei "verdi" e dei "repubblicani", non confermano forse questa diagnosi?

���������������������������������������������������������������������������������� II

La situazione � tale da preoccupare i politici: per gli storici essa invece non � nuova. L'opinione pubblica occidentale � general�mente convinta, da quasi due secoli, del fatto che i tedeschi siano diversi da tutte le altre nazioni occidentali. I tedeschi sono un popolo metafisico, sosteneva nel 1810 la scrittrice Madame de Stael; mentre i cittadini francesi e inglesi, accanto alle preoccu�pazioni per la sopravvivenza personale, ponevano quelle per il benessere collettivo, i tedeschi vivevano nel mondo delle idee. Questo sarebbe il loro autentico regno: infatti, esso si fonda su una modalit� del pensiero incapace di perseguire con lucidit� una finalit� pratica e incline a "perdersi nell'indefinito e a scomparire nel profondo".

L'amore per la libert� sarebbe ignoto ai tedeschi; oggetto del loro amore sarebbero grandi sentimenti, i pensieri privi di forma, ed essi sarebbero abituati a cercare la realt� dietro le idee e non viceversa(2). I tedeschi non sarebbero uomini d'azione pragmatici, ma perfettamente a proprio agio nel regno dell'assoluto, sul cui modello cercherebbero di plasmare la loro realt�; tutto ci� � di�ventato nei decenni e nei secoli seguenti il grande topos dell'im�magine che l'occidente si � fatto della Germania, e generazioni di diplomatici scrittori e giornalisti hanno continuato a guardare al paese dove tutto appariva cos� stranamente diverso con occhi af�fascinati e spaventati.

E cos� � nata l'espressione della "via particolare tedesca", l'i�dea che i tedeschi e la loro storia, per lo meno a partire dalla nascita della loro nazione come Stato moderno, ma anche, per cos� dire, da sempre, avrebbero come caratteristica propria qualcosa di fatale, un destino unico, molto diverso dal cammino della storia europea o dell'occidente e che questo spiegherebbe naturalmente la grandezza e l'orrore della loro evoluzione. Dell'idea della "via particolare tedesca" esistono due versioni, che si escludono a vicenda e radicalmente e che, tuttavia, rappresentano due facce della stessa medaglia. Da una parte, abbiamo l'affermazione della missione prussiana in Germania e della missione tedesca nel mon�do in generale, che prende le mosse da una sopravvalutazione metafisica della struttura dello Stato tedesco‑prussiano e della sua particolare integrit�, e cerca di metterle in contrasto pi� o meno polemico con le democrazie occidentali. Essa si pu� ricondurre a Georg Friedrich Hegel e alla tradizione dello storicismo tedesco, e trova nelle profezie ex cathedra di Heinrich von Treitschke le sue formulazioni pi� famose; essa informa anche l'immagine che di s� hanno avuto i tedeschi nel corso del Secondo e del Terzo Reich, e che poi � scomparsa, per lo meno provvisoriamente, nel crollo del 1945(3). Questa idea � stata sostituita da un'altra del tutto speculare: la legenda aurea � stata trasformata in legenda nigra. Lo storico francese Edmond Vermeil per esempio, risale fino alle spedizioni romane degli imperatori svevi, per spiegare l'idea della missione nazionale dei tedeschi; altri autori attribuiscono alla vit�toria riportata da Arminio, il condottiero cherusco, nella selva di Teutoburgo nell'anno 9 della nostra era, la mancata romanizzazio�ne della Germania, condannata cos� a restare nazione barbarica per tutto il tempo a venire.

Lo storico inglese A. J. P. Taylor si rif�, dal canto suo, pur sempre a Lutero, dal quale fa derivare quel misto di interiorit� ed obbedienza all'autorit� tipico dei tedeschi moderni, mentre molti dei suoi colleghi vedono la fonte di ogni male nel militarismo tedesco quale esso fu a partire da Federico il Grande. Per quanto variegata sia la scelta del punto di inizio di quel continuum che trova espressione nella "via particolare tedesca" una cosa � certa: tutti riconoscono ai tedeschi una particolare propensione verso atteggiamenti autoritari o comunque di dipendenza dall'autorit� costituita. Nella loro storia essi hanno quindi avuto la sventura di non aver realizzato una rivoluzione borghese, e questo li ha allon�tanati sempre di pi� dal normale itinerario occidentale verso la libert� e l'uguaglianza, li ha condotti a far precipitare l'Europa in pi� guerre e a cadere essi stessi preda del nazionalsocialismo. Questa concezione fa capo e ha la sua origine nella tradizione storiografica liberale inglese, secondo cui la storia costituzionale inglese avrebbe rappresentato tout court la storia stessa della li�bert�. Nel corso della prima guerra mondiale questa interpretazio�ne � stata ulteriormente elaborata dagli storici di Oxford come strumento di legittimazione della condotta di guerra degli alleati e ha finito per confluire, anche se non con un procedimento di cosciente sostegno di questa tradizione, nell'interpretazione degli storici tedeschi pi� giovani nel periodo tra le due guerre, come Alfred Vagts o Eckart Kehr, i quali si opponevano alla casta degli storici che continuavano a lavorare alla edificazione di miti nazionali.

Gli avvenimenti del Terzo Reich conferirono una sconvolgente evidenza a questa maniera di interpretare il passato, cosicch�, dopo la seconda guerra mondiale, il terreno era pronto per una radicale e distruttiva critica della storia tedesca, che, in presenza della catastro�fe appena compiutasi, appariva come un fallimento assoluto.

Ci� ha permesso a Hans‑Ulrich Wehler di rivolgere alla scienza storica una categorica istanza:

"Sempre ci troveremo di fronte al problema delle tare tipiche ,iella storia tedesca, dei gravi ostacoli che hanno impedito lo svilup�po di una societ� di cittadini emancipati e responsabili, della resi�stenza,tenace e anche troppo vittoriosa opposta a una societ� liberale poi democratica, una resistenza dalle conseguenze fatali (...)"(4).

Tuttavia da qualche anno la tesi della "via particolare tedesca" � sempre pi� oggetto di critica; infatti, proprio in quei campi i quali apparivano particolarmente importanti ad una indagine fon�data sul primato dei rapporti socio‑economici, e segnatamente in riferimento allo sviluppo sociale ed economico, sono state rilevate grandi analogie tra l'evoluzione della Germania e quella degli altri paesi dell'Europa occidentale. Stando alle affermazioni dei colle�ghi inglesi David Blackbourn e Geoff Eley, gli storici tedeschi sarebbero tanto affascinati dall'assenza di presupposti dogmatici per uno sviluppo liberale e democratico in Germania, quali ad esempio una "rivoluzione borghese" o una borghesia in grado di agire sul piano politico, da ignorare del tutto i dati del reale'(5). E il politologo americano David Calleo, nel suo libro The German Problem Reconsidered afferma con una certa qual sufficienza: "Comunque la Germania viene trattata anche troppo spesso come esempio isolato, come paese dalle caratteristiche tanto marcate quanto nessun'altra nazione al mondo. Molti autori tedeschi sembrano trovare una specie di perverso piacere nell'attribuire al proprio popolo una cattiveria particolare, unica, che lo distingue dal resto dell'umanit�. E' chiaro che ogni popolo � per molti aspetti, un fenomeno unico. E anche se nessuno vorrebbe mai strappare ai tedeschi la nomea che si sono cos� faticosamente guadagnati, il loro non � il solo popolo in Europa, per esempio, ad avere stretti legami familiari, a sottolineare le virt� private nei confronti di quelle pubbliche e le tradizioni autoritarie. La Ger�mania non � neanche l'unica nazione ad aver sperato di poter giocare il ruolo di potenza in grado di governare il mondo, o ad aver esaltato il proprio valore militare (...)"(6).

Anche il tanto disprezzato ordinamento costituzionale classico dei tedeschi del diciannovesimo secolo, quel "costituzionalismo monarchico" che ai teorici costituzionalisti del passato � apparso allontanarsi cos� sinistramente dal normale cammino occidentale verso la democrazia e la libert�, se analizzato pi� da vicino e in un'ottica comparatistica, si � dimostrato non poi tanto difforme e diverso dagli altri; infatti, la democrazia parlamentare nel senso odierno del termine, era una rarit� per tutta l'Europa dell'et� che precedette la prima guerra mondiale. Per queste ragioni, svariati studiosi considerano oggi la teoria della "via particolare" come obsoleta e, per quello che riguarda gli ambiti citati, essa lo �(7).

����������������������������������������������������������������������������������� III

I revisionisti della nostra storia nella sua veste tradizionale ne ignorano per� un aspetto, perch� esso non si inserisce nella cor�nice delle categorie materialistiche: � il mondo del pensiero, delle opinioni, degli atteggiamenti, delle mentalit� collettive, in breve della cultura politica. Qui � fuor di dubbio che esistano tendenze e tradizioni radicate, tipiche della situazione tedesca, che dimo�strano la loro continuit� proprio in periodi di crisi, con un palese eterno ritorno dell'identico, malgrado alcune superficiali varianti. Con ci� intendo il massiccio rifiuto di tutto ci� che � politico, che, nella definizione classica di Max Weber, altro non � che "un traforare lento e potente di assi durissime, un lavoro appassionato e gelido insieme"(8), e invece il rivolgersi all'idea di assoluto e alla sua realizzazione nella vita quotidiana terrena, la nostalgia chilia�stica per il regno di Dio in terra, dove l'agnello possa stringersi al leone, gli opposti possano conciliarsi, il principio del bene possa sempre trionfare, e il dubbio taccia mentre l'io individuale finisca per dissolversi nell'empatia di un noi collettivo. Disprezzo della politica, della fatica quotidiana e grigia della composizione di interessi diversi, paura che la prassi possa insudiciare gli ideali con compromessi politici, orrore per le audacie di una ragione che minaccia di corrompere la fiamma dei moti del cuore, il primato attribuito alla saldezza di principi, fedelt� assoluta e coerenza spietata, contrapposta a conciliazioni e compromessi definiti sempre a priori come "marci" e assimilati se non a un "tradimento" vero e proprio, certo almeno a un "mercato di vacche": questa � la sindrome da storia in Germania. Quindi non � di "via partico�lare" che si deve parlare, ma piuttosto di "diversa coscienza�(9).

Le cause di tutto ci� sono molte e intricate. La Germania non �, come gli Stati confinanti occidentali, una formazione statale unita e storicamente motivata in cui si fondono frontiere linguisti�che, nazionali e statali. La Germania non � stata, per secoli e sino a tutto il diciannovesimo secolo, altro che un vago concetto geo�grafico e costituzionale, un vero e proprio patch work composto di pi� di trecento territori grandi e piccoli, un mondo vario molto simile alla molteplicit� di un giardino zoologico, fatto di regni, principati elettorali, ducati, principati, sedi vescovili, contee, citt� imperiali, abbazie e baliaggi, ognuno dotato di pi� diritti e potere di tutto il Reich, gi� di per s� concetto semimetafisico.

Questo stato di cose non era casuale; la parcellizzazione del�l'Europa centrale aveva una funzione pan‑europea; solo cos� il continente era in grado di mantenere il proprio equilibrio. Chi dominava il centro dell'Europa, fosse una delle grandi potenze della periferia dell'Europa o invece una delle potenze sorte nel cuore dell'Europa stessa, non doveva far altro che allearsi con un'altra potenza europea per dominare, congiuntamente, tutto il continente. Ludwig Dehio afferma in proposito: "La Germania priva di forma per natura, si trovava sul punto di intersezione delle linee di tensione della grande politica continentale, e la sua disor�ganizzazione era strettamente legata, da ormai tre secoli, alla or�ganizzazione di tutto il sistema degli Stati"(10).

Fu necessario lo sconvolgimento seguito alla Rivoluzione fran�cese, alla caduta del gigante prussiano dai piedi di argilla sui campi di battaglia di Jena e Auerstadt nell'anno 1806 ed all'occu�pazione napoleonica, per dare ai tedeschi il senso di una identit� e di una comunit� nazionale. Ma questo, agli inizi, fu solo una coscienza radicata nel negativo, nata dal rifiuto della "belva ve�nuta dalla Corsica". L'identit� tedesca, e questa fu una delle esperienze decisive dell'epoca, nasceva da un principio di diversifica�zione e di ostilit�. "Valorosi tedeschi" proclamava il profeta del nazionalismo tedesco Ernst Moritz Arndt, "la forza del vostro oppressore e profanatore giace atterrata dal braccio di Dio; i vostri subdoli nemici, i francesi, sono stati umiliati (...) Solo l'odio pi� sanguinoso per i francesi pu� unire le forze tedesche, riedificare la grandezza tedesca e portare alla luce gli impulsi pi� nobili del nostro popolo; questo odio sia, per il tempo a venire, il custode pi� certo dei confini germanici"(11). La nazione tedesca definiva se stessa contro la Francia, e cio� non solo contro lo Stato napoleo�nico, ma contro tutto ci� che la Francia rappresentava, soprattutto contro la civilt� francese, che per secoli aveva guidato l'Europa, aveva improntato di s� la cultura delle corti delle centinaia di residenze tedesche e che ora, insieme con la frantumazione terri�toriale e i principati in tredicesimo di animo antinazionale, veniva condannata impietosamente dai patrioti tedeschi. La splendida cultura del romanticismo tedesco era, per molti aspetti importanti, antifrancese e quindi, cum grano salis , antirazionalistica, antillu�ministica, antidemocratica e, poich� nelle odiate idee della Rivo�luzione francese si era accumulata gran parte della filosofia e del progresso politico dell'occidente europeo, generalmente antiocci�dentale.

II legame diretto e serrato che unisce la nascita della coscienza nazionale tedesca al sentimento di opposizione all'occidente ha avuto enormi conseguenze, perch� ogni volta che l'identit� cultu�rale o nazionale dei tedeschi ha attraversato un periodo di crisi, anche il risentimento contro l'occidente si � risvegliato, rivolgen�dosi contro il nemico del momento: sino a ventesimo secolo inol�trato si tratt� del nemico ereditario, la Francia, la cui civilisation veniva vista come gelida e razionalistica in opposizione con la "cultura" tedesca pi� originaria, pi� vicina alla natura e soprattut�to pi� piena di sentimento, mentre anche l'amore per l'intrigo e la corruzione dei costumi francesi veniva contrapposto alla fedelt� e alla semplicit� germaniche. Questa dicotomia non era una cosa nuova. Essa era nata sin dai tempi dell'umanesimo, quando era stata riscoperta la Germania di Tacito: lo scrittore latino aveva presentato ai suoi compatrioti romani ormai snervati e supercivi�lizzati i Germani semplici e naturali, come un esempio di moralit�. Gli umanisti tedeschi del XVI secolo avevano capovolto lo spec�chio: la Roma di Tacito era ora la Chiesa dei Papi; i dotti tedeschi ritrovavano se stessi negli antichi Germani, protestando contro le pretese teocratiche della Chiesa e appoggiando le posizioni di Lutero (12) . Nel XIX secolo, invece, il parallelo era quello tra Roma e Francia, ed esso era tanto pi� facile, proprio perch� la Francia napoleonica aveva visto se stessa come reincarnazione dell'impe�ro romano ed aveva trattato i tedeschi conquistati come barbari privi di cultura.

A partire dall'inizio della ritardata spinta alle colonie ed alle sfere economiche di influenza da parte della Germania e della rivalit� marinara anglotedesca, alla sindrome antifrancese si ag�giunse anche il soupcon contro la "perfida Albione". L'invidia per la potenza mondiale inglese e la spinta a volerla imitare in tutto assumono i tratti di un profondo disprezzo. Il parlamentarismo britannico che, ancora mezzo secolo prima, era stimato dai liberali tedeschi come unico modello possibile, negli scritti di un Treit�schket(13), di un Bernhardii(14), viene degradato a miserabile alleanza tra plebei e bottegai e il vertice, in questo concerto, � rappresen�tato niente di meno che dal grande economista Werner Sombart con la sua formula illusionaria di "commercianti ed eroi"(15). Se ai tedeschi era precluso ormai il commercio mondiale, il surrogato dovevano essere per lo meno eroismo e morale superiore.

A partire poi dagli inizi del XX secolo, agli altri nemici si aggiunge ancora un grande avversario: l'America. Anche qui, a fare da padrino a questo atteggiamento, � il complesso dell'invidia di chi si sente defraudato per essere arrivato troppo tardi sulla scena: per quanto spettacolare fosse stata l'espansione economica della Germania a datare dagli anni '50 del XIX secolo, per quanto veloce fosse stato il sorpasso di Francia e Inghilterra nelle esportazioni e nelle industrie chiave, con gli Stati Uniti la Germania riviveva la favola tedesca del riccio e della lepre: in qualsiasi luogo arrivasse una impresa tedesca, si poteva essere certi che vi avrebbe trovato una bandiera americana. A tutto questo si aggiun�ge ancora, a partire dalla prima guerra mondiale, il complesso della sconfitta, che era stata determinata dall'intervento america�no del 1917. Contro l'America, e questa � la grande esperienza tedesca del XX secolo, non c'� politica che tenga, l'unica possi�bile � una politica comune con gli Stati Uniti(16). L'America appare come la potenza che impedisce ai tedeschi di essere come vorreb�bero essere: sovrani, sia sul piano politico sia su quello culturale(17). La perdita di sovranit� politica viene compensata dalla coscienza di una superiorit� culturale, che spesso degenera in scherno e che agisce in profondit�: l'America � il paese di una meccanizzazione priva di anima, della razionalizzazione di ogni ambito della vita, di un pragmatismo sfrenato, della svalutazione di ogni ideale, dei grattacieli, della Coca‑Cola e degli hamburger, e comunque il paese privo di dimensioni spirituali, di cultura e di morale, in una parola il nemico francese del XIX secolo in veste moderna.

Questo tipo di condanna trascina anche la cultura politica del�l'occidente e tutti i suoi ordinamenti in un giudizio di profondo rifiuto. Il che conduce alla definizione di democrazia parlamentare "puramente formale" con cui, in epoca weimariana, i radicali di destra e di sinistra combattevano l'odiato "sistema", e che � stata riportata in vita durante le rivolte studentesche del 1968, tanto da essere stata utilizzata, sino ad oggi, dai partiti di protesta di sini�stra e di destra. In questa luce, la democrazia rappresentativa di impronta occidentale appare un apparato di formule prive di ani�ma, cui fa difetto appunto ogni contenuto ideale(18). E' certamente vero che la forma statuale della democrazia non possiede un fon�damento filosofico, sistematico, e che riposa non su una dottrina politica soteriologica, ma piuttosto sul riconoscimento della non perfezione del giudizio umano, e produce quindi unicamente re�gole vincolanti per il gioco della conciliazione dei tanti interessi e ideologie presenti in ambito politico e sociale. La democrazia non pu� n� deve essere niente di diverso, ma quando, come nella tradizione tedesca, il costume politico occidentale viene definite come "superficiale", "esteriore" e "deprivato di contenuti", allora sar� difficile per la stessa democrazia trovare alleati.

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La debolezza, a volte patologica, del senso di identit� dei te�deschi, i loro manifesti e collettivi complessi di inferiorit� vengo�no rafforzati dal dato di fatto che la nascita dello Stato nazionale tedesco ha rappresentato, per ben due generazioni, la storia di speranze sempre riaccese e di delusioni politiche che si presenta�vano puntualissime alle scadenze relative, provocando una serie di esperienze frustranti sempre pi� gravi(19). Cos� � stato nel 1815 dopo le guerre di liberazione, nel 1830 dopo la rivoluzione di luglio in Francia, nel 1840 in occasione della crisi renana, nel 1848‑49 durante la grande rivoluzione tanto nazionale quanto de�mocratica, nel 1859 nel corso della guerra austriaca nell'Italia del nord. L'ondata di un movimento nazionale tedesco montava po�tente, esprimendosi in un'enorme quantit� di manifestazioni pub�blicistiche ed organizzative, per registrare ogni volta nuovi falli�menti, dovuti alle circostanze, all'immobilismo della Confedera�zione tedesca, all'egoismo degli Stati territoriali, soprattutto a quello delle potenze guida come la Prussia e l'Austria, alla timidezza dei liberali tedeschi, tutti fattori che le impedivano di por�tare sino in fondo una vera rivoluzione. Il fallimento delle speran�ze del movimento nazionale tedesco fu anche dovuto alla situa�zione di politica estera, poich� le potenze europee temevano l'u�nificazione del Centro Europa e cercavano di impedire un simile concentramento di forze, facendo ricorso spesso anche a dure minacce di interventi militari.

Cos� si spiega come la realizzazione del sogno nazionale sia rimasta confinata nel mondo delle idee: proiezione utopica deri�vata da un passato greco e germanico idealizzato e quindi senza rilevanti connotati di realt�. E quando nel 1871 nacque finalmente uno Stato nazionale tedesco, si tratt� di uno Stato piccolo‑tedesco fondato solo sulle armi prussiane e che escludeva un quarto della nazione di cultura tedesca. Alla borghesia tedesca, che si era formata per generazioni sulle immagini e sui miti di una romantica e regressiva utopia relativa a una comune patria tedesca, questa nuova realt� centro‑europea, apparve come la sbiadita contraffa�zione di un sogno grande, solo un acconto sul premio finale, quello di un Reich di tutti i tedeschi. Quel "sazio presente", che Renan riconosceva essere quello dei francesi suoi compatrioti(20), era ignoto ai tedeschi; sino al giorno d'oggi le nostalgie politiche e la realt� politica di uno Stato nazionale tedesco non hanno mai coinciso, se si fa eccezione per un unico caso: solo nel Reieh grande tedesco di Adolf Hitler i sogni nazionalistici di uno Stato comune a tutti i tedeschi divennero, per un breve periodo, realt� in veste di incubo; la realizzazione del sogno fu, al tempo stesso, la premessa della sua totale distruzione in quella "catastrofe tede�sca" che segu� il nazionalsocialismo e la seconda guerra mondiale.

L'esperienza storica di noi tedeschi non � quindi ‑ come per i nostri vicini occidentali ‑ l'esistenza indiscussa di una nazione e di uno Stato nei cui confini la sicurezza della propria identit� si rafforza e si consolida permettendo cos� di seguire l'attivit� poli�tica del presente, ma piuttosto l'eterno desiderio di veder realiz�zati ideali che rasentano sempre l'utopia e che anche troppo spes�so scavalcano le possibilit� reali della Germania al centro dell'Europa. Gi� Goethe, che aveva un fiuto finissimo per gli elementi "demoniaci" di questa spinta verso l'assoluto, aveva scritto sulla mancanza di misura del movimento nazionale: "Tutto quello che ci limita appare come valicabile; sembra come se gli elementi necessari per l'esistenza della Germania possano cambiare arbitrariamente; il tempo si restringe e lo spazio si dilata. Piacevole � solo ci� che � impossibile e quello che � invece possibile viene allontanato con disprezzo"(21).

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Al fragile senso di identit� dei tedeschi ed alla fissazione sul�l'immagine del nemico si unisce ancora un elemento che li com�prende entrambi: il romanticismo e la filosofia idealistica allonta�nano, a partire dagli inizi del XIX secolo, il mondo dello spirito tedesco da quella corrente di idee occidentale, che affonda le sue radici nell'illuminismo francese e nel razionalismo inglese e che, passando attraverso le fondamentali stazioni dell'empirismo e del positivismo di un Peirce e di un Dewey, porta al razionalismo critico e alla teoria analitica di un Karl Raimond Popper(22).

Si potrebbe addirittura scrivere una storia minuziosa e indica�tiva della disintegrazione del pensiero politico tedesco, solo se�guendo il filo dell'uso della parola "positivismo" come termine dispregiativo e limitativo; essa compare in questa accezione in Marx e in Nietzsche, si estende senza soluzione di continuit� da sinistra a destra sino a toccare l'atteggiamento critico degli intel�lettuali di oggi verso la politica, la tecnica, la scienza, per sfociare sempre nel rimprovero per cui il confronto con le forme fenome�niche della realt� impedirebbe di riconoscere lo spirito, la teoria, l'idea e l'assoluto al di l� del reale, che soli sono in grado di creare senso e contestualit� generali.

Questo atteggiamento ha precursori insigni: Kant, il quale, in una svolta copernicana contro la teoria della conoscenza tradizionale, combatte la conoscibilit� del reale "in s�" e afferma che la legge morale deve essere rintracciata nell'individuo stesso, poich� nulla esiste di dimostrabile al di fuori di noi stessi; cos� a tutto il diritto naturale viene sottratta la base di ogni fondamento. La formulazione di Fichte � ancora pi� dura: "La sorgente di ogni realt� � l'lo ‑ scrive Fichte ‑ poich� l' lo � ci� che � immediato e ci� che � legge. Il concetto di realt� si d� solo attraverso e con FIo."(23). L' lo assoluto crea il mondo, un mondo che sar� come deve essere. Hegel e Schel�ling sviluppano ulteriormente questa idea e poich� per pi� di un secolo, in ambito di lingua tedesca, non esiste alcun sistema filoso�fico fondativo concorrenziale, in Germania infuriano volgarizzazioni e semplificazioni del pensiero idealistico che sono costrette sempre a creare nuove forme di impalcature ideologiche quando si tratta di sostenere il primato del mondo del dover essere nei confronti del mondo dell'essere, delle buone intenzioni nei confronti di un giudi�zio pragmatico. Ed � stato anche per questa via che il campo d'azione politico, sino ad allora considerato alla maniera illuministica, come campo d'azione di una convivenza pragmatica di Stati e uomini, fondato sulla base di una composizione di interessi diversi grazie a norme generali di diritto, � stato trasformato in campo di battaglia dell'idea assoluta di bene e male. Solo di sfuggita accenneremo alla grande influenza delle forze religiose, come ad esempio alla potenza eruttiva del pietismo con la sua ricerca di trascendenza terrena e anche al postulato luterano di una giustificazione per fede, i quali incrementavano una assolutizzazione del momento politico; per non parlare poi del ruolo particolare assunto in questo contesto dai pastori protestanti.

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La politica come il luogo di domande e risposte ultime, in cui finalit� escatologiche, conciliazione di tutti gli umani conflitti e instaurazione di una pace eterna appaiono realizzabili, la deriva�zione dei mezzi e dei fini politici dall'idea di un bene assoluto che quindi permette facilmente una separazione chiara tra credenti e non credenti, bene e male, amici e nemici, anzi addirittura la impone, tutto ci� viene promosso anche da un ulteriore elemento della storia tedesca, e cio� dal sovrapporsi del processo di indu�strializzazione alle difficolt� di autoconquista di una identit� da parte della "tardiva nazione" tedesca(24).

La rivoluzione industriale in Germania si � iniziata relativa�mente tardi, per evolversi per� con velocit� ed estensione tali da lasciarsi alle spalle il take‑off delle altre nazioni industrializzate europee. La storia della industrializzazione tedesca non � solo la storia astratta di tassi di crescita, volume di esportazioni, indici di produzione e prodotto nazionale lordo, ma soprattutto quella di un vero e proprio rivolgimento rivoluzionario della societ� tedesca. La notizia che nelle citt� industriali i salari erano relativamente alti e il posto di lavoro sicuro, una volta diffusa, provoc� il "pi� grande spostamento di masse della storia tedesca" (Wolfgang Kollmann); nel corso di una sola generazione il rapporto tra popolazione urbana e contadina si capovolse, tanto che, alla fine del XIX secolo, un tedesco su due abitava ormai in un luogo diverso da quello dove era nato. Una tale migrazione di popolo non si era mai verificata nella storia del paese. Il sentimento primo di tutta un'epoca � stato quello di uno sradicamento e della perdita del paese natale; i legami familiari si andavano spezzando come anche quelli religiosi, mentre i tradizionali rapporti di fedelt� e dipen�denza perdevano di consistenza. L'ambiente dell'industria, la fab�brica e l'amministrazione non offrivano per� niente in cambio di ci� che si era perso: i rapporti tra datori di lavoro e lavoratori si riducevano a un rapporto di scambio dettato da leggi economiche e di mercato. La sensazione dominante era quella di essere con�segnati a forze anonime, di essere intercambiabili, di vivere in una societ� atomizzata, e inoltre la sensazione di una degradazione della vita umana, privata ormai di ogni speranza. In breve: a dominare erano profonde incertezze di orientamento sociale ed anomia.

L'appello del XIX secolo per un "ribaltamento di ogni valore" (Nietzsche) fu accolto da vari settori. Dove la religione e norme sociali sicure perdevano di consistenza, facevano la loro comparsa i miti e i valori della nuova epoca, in concorrenza, quando non in violenta lotta, l'uno contro l'altro, e soprattutto inconciliabili tra loro: ecco allora affermarsi non solo l'utopia di una armonica unione di popolo e nazione, ma anche l'esigenza liberale che postulava la libert� e la felicit� del singolo individuo, e ancora la classe vista come principio di identit�. Il vecchio mondo mobiliz�zava forze difensive che, a loro volta, si cristallizzavano in ideo�logie di massa. L'antico conservatorismo andava perdendo il suo carattere elitario di fronte difensivo delle tradizionali classi diri�genti contro le rivolte "plebee", per acquistare a tratti ‑ anche per il suo legame con un antisemitismo di base ‑ chiari tratti "plebei". Il cattolicesimo politico rappresentava poi la reazione di una mi�noranza della popolazione, toccata solo in misura ridotta dalla perdita di sicure norme sociali, contro le istanze di dominio del liberalismo e degli aggressivi Junker protestanti. Da tutta questa serie di diverse risposte fornite alla crisi di disorientamento di cui il secolo soffriva, nacquero partiti politici che pretendevano di rappresentare valori unici molto vicini, per assolutezza, a quelli della religione, e che si presentavano ai loro adepti pi� come chiese che come rappresentanti di interessi comuni. Il sistema partitico tedesco, sviluppatosi nel corso della seconda met� del secolo, esagono formato da conservatorismo, antisemitismo nazio�nalistico e popolare, liberalismo nazionale, liberalismo di sinistra, cattolicesimo politico e socialdemocrazia, � stato un sistema solo per la fantasia ordinatrice degli osservatori pi� tardi: in realt� esso era un complesso di antagonismi inconciliabili, un intrico di trin�cee e chiusure a riccio, tutte a loro volta modificate dalle linee tracciate dall'organizzazione di interessi economici e sociali. Tra tutti i partiti dominava quella che oggi definiremmo una " incomu�nicabilit�", cio� una profonda e consolidata incapacit� di accordo sociale, economico e politico; quando sarebbe stato necessario common sense e attenzione agli interessi comuni, l'atteggiamento dominante era invece quello di una guerra ideologica di tutti con�tro tutti all'interno del sistema sociale.

Tutto ci� non ebbe conseguenze immediate. La struttura prus�siana e tedesca della monarchia costituzionale imped� ai parlamen�ti e ai partiti di esercitare un influsso rilevante sui rapporti politici. Anche per questo motivo ai partiti tedeschi non fu mai offerta l'occasione di potersi esercitare nell'arte dolorosa del compro�messo politico e della conciliazione di interessi diversi, e anche i pi� timidi tentativi compiuti dai partiti per fare il salto verso la forma istituzionale parlamentare, utilizzando lo strumento delle maggioranze parlamentari e la pressione di un eventuale opposi�zione al bilancio, non riuscirono a realizzarsi, anche se, a partire dalla fine dell'et� bismarckiana, essi rientravano nell'ambito del possibile, tanto da essere addirittura paventati dalle gerarchie mi�nisteriali al potere. Ma la logica politica avrebbe richiesto tutta una serie di compromessi pragmatici, e questo contrastava con l'inclinazione dei partiti ad occuparsi della definizione concettua�le e programmatica di valori assoluti, consegnando l'ordinaria gestione quotidiana della politica alla burocrazia.

Questa cancrena del parlamentarismo tedesco si avverte ancora oggi all'interno della cultura politica della Repubblica federale in ogni periodo di crisi; l'autolesionismo dei partiti e dei raggruppa�menti tende ad aumentare, autolesionismo che li porta a conside�rare la loro esistenza e le loro finalit� non all'interno del gioco parlamentare di maggioranze e governo, ma nella predicazione di verit�, nelle affermazioni di principio, in maniera tale che ogni politica che non appaia in sintonia con la propria viene vista immediatamente come qualcosa di ostile. Ogni mossa di avvicina�mento al potere equivale a un inquinamento pragmatico di sublimi ideali, e poich�, per usare le parole di Wilhelm Julius Langbehn, il grande studioso di Rembrandt, essere tedesco significa "agire solo per amore dell'azione stessa"(25), civettare con il potere appare come qualcosa di indecoroso, perch� il potere corrompe e quindi � molto meglio occuparsi di verit� eterne.

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La politica � dunque un surrogato della religione, arena dello scontro tra bene e male e quindi il risultato finale pu� essere solo quello dell'abbandono della politica, ove con politica non si in�tenda la guerra civile ma le misure atte ad evitare la guerra civile. Questa � una costante della cultura politica tedesca, la pietra pi� pesante che si possa appendere al collo di un ordinamento demo�cratico. La continuit� di questo fenomeno tipico nella storia tede�sca si rivela puntualmente in occasione delle ondate di protesta sociali e giovanili: basta pensare ai moti nazionali del 1815 pro�vocati dai volontari delle guerre di liberazione, per la maggior parte studenti, professori e pubblicisti che gi� nel 1817, in occa�sione della festa sulla Wartburg, avevano messo in luce quei lati oscuri dell'animo borghese tedesco, che oggi, retrospettivamente, ci appaiono anche troppo familiari. �E� ora un grande cesto viene portato vicino al fuoco ‑ racconta un testimone oculare ‑ un cesto pieno di libri e qui, sotto gli occhi della nazione tedesca, esso viene dato alle fiamme, in nome della giustizia, della patria e di uno spirito comune. E qui viene pronunciata la giusta condanna di quelle opere malvage, che disonorano la patria e corrompono lo spirito del popolo; per il terrore degli iniqui e di tutti coloro i quali con la loro bassezza hanno anche troppo svisato e infiacchito gli antichi e casti costumi del nostro popolo. Un araldo annuncia a gran voce il titolo di ogni singolo libro: la folla risponde con un unico grido, espressione del suo sdegno: Al rogo, al rogo! All'in�ferno! E cos� il corpus delictum viene consegnato alle fiamme"(26). Quando la politica si conduce in nome di valori e ideali estremi, come in questo caso, essa � accompagnata spesso non solo dalle fiamme di roghi nei quali purificare lo spirito impuro che viene ricondotto con la violenza alla sua pi� autentica destinazione, ma anche dall'azione; infatti due anni dopo la riunione sulla Wartburg lo studente Kark Ludwig Sand assassin� lo scrittore August von Kotzebue, reo di essersi preso gioco, nelle sue opere, del movimento nazionale e delle corporazioni studentesche, e che quindi automaticamente entrava a far parte della schiera degli iniqui. Malgrado periodiche esplosioni di violenza in nome della grande idea di nazione, il movimento nazionale tedesco fu, e per lungo tempo, essenzialmente un movimento sterile; per interi decenni la sua opposizione a ogni compromesso fece s� che le forze politiche al potere lo considerassero solo come un pericolo pubblico con�tribuendo cos� addirittura al rafforzamento delle posizioni di po�tere particolari e antinazionali della reazione e al consolidamento della Confederazione tedesca che il movimento stesso andava combattendo. In questo senso la politica dell'idea pura perseguita dal movimento nazionale si rivel� controproducente, ed � caratteristico che il grande compromesso politico stretto dalla maggio�ranza del liberalismo tedesco con Bismarck nel 1866 per rendere possibile la formazione dello Stato nazionale tedesco, venga visto ancora oggi dalla letteratura in gran parte come tradimento secolarizzato degli ideali del liberalismo stesso(27). E il fenomeno si � ripetuto anche alla fine del secolo. Con il compimento del sogno di uno Stato nazionale sopravvenne anche la delusione; il nuovo Reich dimostr� di non essere altro che una mezza soluzione del�l'antica utopia nazionale, uno Stato privo di trascendenza, senza compiti che andassero al di l� del presente; limitato a poco di pi� della amministrazione di quanto era stato gi� raggiunto, mentre il futuro non era pi� rappresentato dall'utopia, ma dall'economia. Per la generazione di giovani nati dopo l'unificazione, tutto ci� appariva privo di senso. Essi vivevano la belle �poque , l'et� della pi� grande esplosione economica e della diffusione di un benes�sere mai conosciuto prima, come un'epoca di sazia meschinit�, di megalomania priva di intelligenza, consapevoli fino in fondo della vuotezza e della falsit� della Germania guglielmina. Il movimento giovanile infatti prendeva violentemente le distanze dai valori del liberalismo borghese: misura, forme sociali, fiducia nella ragione, tutti i criteri informativi della civilt� borghese venivano rifiutati radicalmente. I genitori erano stati conservatori, nazional‑liberali o liberi pensatori, le figlie e i figli erano invece socialisti, sinda�calisti, nazional‑popolari, nichilisti oppure, come � tipico dell'et�, preferivano avviarsi per le strade del nirvana rappresentato dal culto dell'interiorit�(28).

Questa situazione rappresenta, per cos� dire, il preludio del tanto deprecato distacco giovanile dal primo esperimento demo�cratico in Germania, la Repubblica di Weimar. Infatti il generale disgusto della maggior parte dei giovani tedeschi per i valori e le realt� di questo Stato democratico, affondava le sue radici nella nausea per la civilt� del periodo prebellico, nausea che si era radicalizzata nell'esperienza vissuta durante la prima guerra mon�diale, quando le "battaglie di materiali" avevano distrutto e fatto a pezzi anche le norme dell'individualismo liberalborghese(29).

I partiti borghesi classici non avevano praticamente seguito tra i giovani, erano qualcosa buono per notabili eccellenti, e le asso�ciazioni giovanili di simpatizzanti erano devastate dal fenomeno di un cronico dissanguamento. Ci� si verificava anche nell'ambito della socialdemocrazia, che pure era stata un partito di giovani e giovanissimi e che vide aumentare drasticamente il livello medio dell'et� di elettori e iscritti proprio durante l'et� weimariana. Non � difficile individuare l'iter dei giovani: a padri nazionaltedeschi e liberali corrispondevano figli nazionalsocialisti, nel caso di pa�dri socialdemocratici, si poteva contare su figli comunisti: e que�sta era, statisticamente, la norma. Entrambi i campi dello spettro politico soffrivano della stessa sindrome(30): la repubblica era gri�gia, sempre pronta al compromesso, incompiuta, fondata sulla razionalit�, dove invece la richiesta generale era quella di qualco�sa di totalizzante, esaltante ed entusiasmante; la repubblica era antieroica e gretta invece di essere ‑ come la giovent� avrebbe voluto ‑ grande ed estatica: essa era legata al passato da mille fili, in un contesto che invece si aspettava e desiderava il nuovo, il diverso, cose sconvolgenti e un avvenire purissimo.

Ma ogni qualvolta nel clima di pensiero degli anni Venti e dei primi anni Trenta, "ragione" e "fede" entravano in collisione, era sempre la "fede" a uscirne vittoriosa. Il tono dominante era quello della esaltazione: "la giovent� ‑ cos� commenta l'autore di una in�chiesta contemporanea sul mondo giovanile ‑ manifesta la pi� vio�lenta avversione contro la reazione attuale, contro la reazione del mondo occidentale e liberale, di cui si � fatto alfiere il presidente Wilson, che ci ha sconfitto e violentato e i cui scherani (...) popolano le schiere dei democratici di ogni tendenza". Il presidente americano visto come figura satanica, nata dal parossismo d