Nicola Gallerano

 

LA RECENTE STORIOGRAFIA SUL REGIME FASCISTA IN ITALIA

 

 

La riflessione storiografica sul fascismo degli anni Trenta si trova di fronte a un paradosso, non sempre per la verit� adeguatamente percepito e tematizzato. Il paradosso consiste nel fatto che la costruzione dello Stato totalitario (l'uso di questo aggettivo non � pacifico, come � noto: ci torneremo pi� avanti) e di un "regime" fascista, avviata nella seconda met� degli anni Venti, si approfondisce e si stabilizza negli anni Trenta; ma nello stesso periodo si cominciano ad avvertire i primi sintomi di difficolt� se non di crisi dell'edificio fascista. E' vero che gli storici pi� attenti provvedono ‑ e la distinzione � generalmente accettata ‑ a periodizzare ulteriormente il decennio, collocando l'avvio della "disgregazione delle basi di massa del fascismo" nei tardi anni Trenta, quando iniziano a farsi sentire gli effetti della politica autarchica, si stringono i legami con la Germania nazista, e appare all'orizzonte delle possibilit� concrete lo sbocco bellico(1). E tuttavia questa periodizzazione contiene qualche elemento di equivoco, perch� le manifestazioni di perplessit�, incertezza, dissenso non necessariamente sono collegate e raramente sono state analizzate in parallelo al rafforzamento e al compimento della struttura del regime.

Pi� in generale, � in questione la congruit� del breve periodo per analizzare efficacia e tenuta dei nuovi assetti istituzionali nelle loro ripercussioni sul terreno economico e sociale. Questo problema allude, d'altra parte, alla doppia lettura che del fascismo � stata data nel dibattito storiografico italiano, al di l� delle contrapposi�zioni di natura ideologica: tra chi lo studia come fenomeno speci�fico e dotato di una sua autonomia; e chi invece preferisce parlare di storia d'Italia tra le due guerre, assegnando al fascismo un ruolo a seconda dei casi pi� o meno importante ma comunque assorben�dolo entro l'analisi di problemi che lo travalicano. La tensione che si instaura tra queste diverse prospettive ha ovviamente profonde ripercussioni sulla trattazione del tema di questo mio intervento.

I contributi di storia economica risalenti agli anni Settanta forniscono un'utile esemplificazione al riguardo. L'attenzione ai grandi trends economico‑sociali nella storia d'Italia comporta di norma una sottovalutazione dell'incidenza del fascismo: emergo�no come momenti profondi di rottura la fase del decollo industria�le tra Ottocento e Novecento e gli anni Cinquanta di questo secolo; e il fascismo rischia di essere concepito come una sorta di epife�nomeno da lasciare alle cure della disprezzata storiografia etico�-politica. La sua azione pu� tutt'al pi� aver accentuato o ritardato alcuni caratteri della modernizzazione italiana ma � lungi dall'es�sere stata determinante. Lo stesso "pacchetto" di misure economi�co‑istituzionali che esattamente negli anni Trenta viene posto in essere dal fascismo in direzione dello "Stato imprenditore" viene valutato come un puro e semplice sviluppo di tendenze precedenti e come anticipazione di alcuni caratteri tipici dell'industrializza�zione postbellica.

Viceversa, l'analisi del fascismo nei suoi termini esibisce i difetti opposti, sganciando con troppa disinvoltura la fenomeno�logia della dittatura da percorsi pi� ampi e tendenze di lungo periodo. L'orizzonte nel quale cerco di muovermi � verso un'in�tegrazione tra queste due diverse prospettive(2).

1. E' necessario dedicare preliminarmente qualche cenno agli strumenti istituzionali adottati dal fascismo per governare gli ef�fetti della crisi economica del '29 (attutiti, come � noto, in Italia dalle scelte del 1926‑1927) e attrezzarsi per fronteggiare la nuova congiuntura internazionale: creazione dell'Imi, dell'Iri, legge ban�caria del 1936. Ci� che consente di fare il punto su un annoso dibattito relativo alla politica economica del fascismo.

Un recente intervento di J. S. Cohen discute con esemplare equanimit� le diverse interpretazioni che si sono fronteggiate ne�gli anni e ne prende le distanze: quella del fascismo come stagnazione economica, quella del fascismo come capitalismo, quella del fascismo come fascismo(3).

Con quest'ultima espressione Cohen si riferisce alla tesi di J.Gregor, che considera il fascismo una "developmental dictator�ship"(4). Come � noto, Gregor insiste sul ruolo cruciale svolto, in paesi arretrati, da Stati dittatoriali nel perseguire coerentemente la modernizzazione economica, sacrificando la libert� personale, la propriet� privata, l'economia di mercato e ogni altra cosa per ottenerla. A parte la dubbia applicabilit� della formula al caso tedesco (dove manca il presupposto dell'arretratezza economica), il fascismo italiano non sembra corrispondere a sua volta al mo�dello, per due ragioni fondamentali: perch� i dati empirici non confermano la tesi di una modernizzazione economica perseguita a tutti i costi (non ci fu n� stagnazione n� sviluppo; ci fu, piuttosto, un ritardo dello sviluppo); e perch�, nonostante l'intervento dello Stato, non si verific� un ridimensionamento del controllo dei capitalisti e dei proprietari terrieri sull'economia. Ai nostri fini, � assai significativo che uno dei terreni di verifica adottati da Cohen sia la nascita dell'Iri, che, lungi dall'essere "il logico punto d'ar�rivo di un piano a lungo termine (...) fu al contrario una misura d'emergenza per evitare un disastro economico" (p. 106). L'inte�resse di questa conclusione risiede nella distinzione netta tra le motivazioni che condussero alla nascita dell'Istituto e il suo ruolo in periodo fascista, e le diverse funzioni che venne chiamato ad assolvere nel secondo dopoguerra: in sostanza nella sua contestua�lizzazione, in alternativa a una visione teleologica e normativa dei processi storici cui sono generalmente informate le teorie della modernizzazione(5).

Del resto � noto che la trasformazione nel 1937 dell'Iri in ente permanente corrispose a una sua utilizzazione a sostegno della politica nei confronti dell'Etiopia e dell'autarchia. Come � stato osservato da Massimo Legnani, "a partire dalla met� degli anni trenta la politica economica appare (...) sempre pi� condizionata dagli effetti intrecciati dell'indirizzo autarchico, della ulteriore spinta monopolistica (consorzi, restrizioni alla creazione e ampliamento degli impianti) e dalle crescenti necessit� del regime di dirottare i flussi finanziari verso le spese di guerra"(6).

2. Questa rapida incursione sul terreno dell'economia e degli interessi sociali dominanti non � incongrua rispetto alla definizio�ne del regime fascista. Presentando nel 1928 la legge che istituiva il Gran Consiglio del fascismo, lo stesso Mussolini aveva usato la parola in una accezione particolare: regime andava inteso come "un nuovo assetto della societ�, un tipo nuovo di Stato", non come una semplice costruzione giuridico‑istituzionale. E' a questi aspet�ti tuttavia e al tasso di innovazione che comportavano rispetto al periodo prefascista che occorrerebbe rivolgere ora l'attenzione. Si tratta tuttavia di fenomeni largamente noti, ultimamente egregia�mente sintetizzati da un'agile e acuta rassegna di Claudio Pavone(7). Il dato che occorre piuttosto sottolineare � che gli anni Trenta individuano una fase nella quale i provvedimenti legislativi che negli anni precedenti erano serviti a costruire lo Stato autoritario cedono il passo alla formazione di strumenti miranti all'organiz�zazione sistematica del consenso in direzione totalitaria. La crea�zione del Ministero della stampa e propaganda nel 1935, poi Ministero della cultura popolare (1937); la trasformazione delle cor�porazioni in branca dell'apparato burocratico e la nascita della Camera dei fasci e delle corporazioni nel 1939, con la sanzione del primato dell'esecutivo anche nella formazione delle leggi; la nascita delle cosiddette amministrazioni parallele; l'avvio di uno Stato assistenziale con la creazione di appositi Istituti; l'attribu�zione di nuovi compiti al Pnf, che si vede affidare nel 1937 l'or�ganizzazione di tutta la giovent�: sono tutti provvedimenti che si inquadrano in questa nuova prospettiva.

E' inevitabile perci� che un bilancio delle trasformazioni operate sul terreno giuridico‑istituzionale conduca ad affrontare il problema della natura "totalitaria" o viceversa semplicemente "autoritaria" del regime. Il dibattito � ancora largamente aperto. Scontato il fatto che regimi rigorosamente totalitari, capaci cio� di assorbire compiutamente e senza residui la societ� civile dentro la gabbia di un progetto onnicomprensivo e imposto dall'alto, non esistono in natura, le interpretazioni si differenziano sul grado di approssimazione al modello totalitario delle scelte concretamente operate dal fascismo.

Gi� Alberto Aquarone aveva osservato come i due ostacoli che impediscono di definire compiutamente totalitario il fascismo so�no la Chiesa cattolica e la monarchia, veri e propri contrappesi del regime, variamente aggirati o combattuti ma inefminabili e dun�que in grado di imporre concessioni e compromessi(8). Claudio Pavone ha parlato di una sorta di totalitarismo organizzato e ha usato l'immagine della compresenza, nell'esperienza fascista, di Leviathan e di Beemoth: dell'ordine e della sicurezza da un lato, del caos e del disordine dall'altro(9). Philippe Burrin ha affermato, con riferimento comparato al modello fascista e nazista, che la componente autoritaria era "sottoposta a una incessante pressione totalitaria da parte del potere"(10). Emilio Gentile ha insistito sulla "tensione costante" tra fascismo "autoritario" e fascismo 'totali�tario"(11). In quest'ultimo caso, la dialettica viene ricondotta all'in�terno del fascismo e gli anni Trenta diventano periodizzanti per�ch� caratterizzati dall'iniziativa della componente "totalitaria".

Senza pretendere di sciogliere qui la questione, viene fatto per� di osservare che le diverse impostazioni si concentrano di prefe�renza sugli aspetti giuridico‑istituzionali (leggi, disposizioni, mansioni, funzioni) e disertano di norma l'analisi del concreto funzionamento delle istituzioni medesime. Un esempio, peraltro di grande rilievo, tra i tanti possibili, � quello dei rapporti tra partito e Stato, sul quale sembra concentrarsi, negli ultimi anni, l'attenzione degli studiosi. E' a questo problema che dedicheremoora alcune considerazioni.

3. Parziale e insoddisfacente era, fino ad anni recenti, il quadro degli studi sul partito fascista, salvo qualche approfondimento a livello locale o regionale(12). Alla radice di questo sostanziale di�sinteresse stava probabilmente il giudizio, difficilmente contesta�bile, di una sua sancita subalternit� nei confronti dello Stato e dunque ‑ ma questo giudizio � stato di recente fortemente ridimen�sionato ‑ della sua precoce perdita di peso politico. Pavone ha parlato ad esempio di progressivo svuotamento politico del par�tito, precisando tuttavia che esso deve essere inteso "nel senso di infiacchita capacit� decisionale, non in quello di capillare presen�za nella societ� come strumento di gestione e di controllo"(13).

Le ricerche degli anni Ottanta hanno comportato una revisione dei giudizi precedenti. Gli studi di Pombeni e Gentile hanno in effetti rimesso al centro il problema del partito, sia pure da pro�spettive diverse"(14).

Pombeni, all'interno di una riflessione sulla forma‑partito nel quadro dei regimi politici contemporanei, ha individuato una serie di funzioni assolte dal Pnf come selettore di una nuova classe dirigente e luogo di compensazione (e di compenso) per militanti esclusi dall'accesso ad altre cariche pubbliche, concludendo con un giudizio di sostanziale fallimento della sua azione.

Gentile ha viceversa inquadrato la vicenda del Pnf all'interno della dialettica sopra ricordata tra fascismo "autoritario" e fasci�smo "totalitario"; e la sua ricostruzione ha particolare rilievo per una valutazione degli anni Trenta. Secondo Gentile infatti ‑ che riprende le argomentazioni di Renzo De Felice ‑ nei secondi anni Trenta, "dopo il successo della conquista d'Etiopia", si assiste a una "accelerazione, consapevole e programmata, del processo di totalitarizzazione della societ� e dello Stato". Di questo processo il protagonista principale � il partito, che "si muove in tre direzio�ni: verso la definizione ideologica dello Stato totalitario, verso l'ampliamento sistematico delle forme di organizzazione e mobi�litazione delle masse, sotto la guida del Pnf, per un'opera capillare di formazione in senso fascista, e verso la radicalizzazione del processo di concentrazione del potere nel fascismo (...)"(15).

Non � chiaro, per la verit�, quanto di questo processo possa essere ascritto alle mutate funzioni e all'iniziativa politica del Pnf, anche se � innegabile l'ampliamento delle istituzioni e dei compiti direttamente o indirettamente collegate al e svolti dal partito; e quanto invece l'azione del partito sia eterodiretta,in primo luogo dallo stesso Mussolini. Gentile parla di formale subalternit� del partito allo Stato e al tempo stesso del suo tentativo di trasformar�lo sempre pi� compiutamente in fascista; nega che sia possibile ridurre il fascismo al mussolinismo e definisce d'altra parte il sistema politico fascista un "cesarismo totalitario": considera in definitiva il partito strumento indispensabile, in quanto organizzatore delle masse, per l'operativit� e l'efficacia del mito del duce.

Al di l� delle differenze anche radicali di interpretazione, sia che si affermi l'inadeguatezza della forma‑partito, sia che si sot�tolinei viceversa l'importanza dello strumento‑partito, l'interesse di questi studiosi � in primo luogo rivolto alla definizione del rapporto che lega il Pnf agli altri apparati di governo e di controllo posti in essere dal fascismo. Assente o insufficientemente tema�tizzata � pertanto l'efficacia della sua azione nell'organizzare e mobilitare le masse. Ed � proprio su questo terreno che si avverte la necessit� di nuove ricerche e pi� sicuri approfondimenti: solo una convincente ricostruzione del funzionamento effettivo delle organiz�zazioni fasciste e del grado di coinvolgimento degli organizzati ‑ in altri termini una storia sociale di queste istituzioni ‑ potrebbe contri�buire a sciogliere il paradosso cui abbiamo fatto cenno all'inizio.

4. Un utile contributo che va in questa direzione � rappresen�tato dalle numerose storie regionali, in primo luogo, e pi� gene�ralmente locali, che hanno visto la luce negli anni Settanta e Ottanta. Analizzate con esclusivo riferimento al funzionamento delle istituzioni locali e alla dialettica/confronto tra le articolazio�ni periferiche dello Stato e le federazioni fasciste, le storie regio�nali fino ad ora pubblicate (che coprono poco pi� di un terzo delle regioni esistenti) concorrono a definire una provvisoria tipo�logia(16).

Nel Mezzogiorno del paese, in coerenza con un'impostazione che individua nell'intervento dall'alto e dall'esterno l'unica pos�sibilit� di superare l'arretratezza e avviare la trasformazione, l'ac�cento viene posto sul tentativo operato dal fascismo di rompere con il vecchio sistema clientelare e notabiliare. Con risultati am�bigui: l'emarginazione delle vecchie clientele non esclude feno�meni di adeguamento in un quadro politico nuovo, caratterizzato da un clientelismo direttamente mediato dallo Stato centrale; i numerosi cambi della guardia, il rapidissimo turnover dei leader politici locali hanno lo stesso obiettivo di ridimensionare le aggregazioni notabiliari e sancire il primato del centro sulla periferia e di Mussolini sui gerarchi; e tuttavia la societ� resiste ai tentativi di fascistizzazione.

In Piemonte viceversa il fascismo, fortemente condizionato dallo schieramento conservatore e legittimista, mostra un'assai minore capacit� di iniziativa: i "cambi della guardia" hanno qui il significato di una pura e semplice rassicurazione ‑ contro ogni possibile o presunta deriva "estremistica" ‑ nei confronti del bloc�co d'ordine proprietario e imprenditoriale, che salda attorno a s� vasti settori di classi medie. Sono propriamente queste ultime a fornire quadri e a offrire la base di massa alle organizzazioni fasciste.

Il caso toscano infine registra il primato dei leader fascisti sui fiancheggiatori e sul ceto politico tradizionale: le ragioni di questo successo derivano dalla incondizionata fedelt� a Mussolini dei gerarchi toscani, che scelgono la politica nazionale a preferenza del potere locale. Il radicamento sociale delle organizzazioni fa�sciste esibisce qui una penetrazione significativa verso ceti medio‑alti (� questo ad esempio il caso della Milizia).

La parzialit� di questi riferimenti e l'assenza di alcuni casi regionali di particolare rilevanza non consentono generalizzazioni sicure. Consentono tuttavia di impostare in modo pi� preciso il problema della fisionomia della classe dirigente fascista e alludono alle forme non omogenee del radicamento sociale del regime. Ma come valutare e sulla base di quale periodizzazione l'atteggia�mento delle grandi masse nei confronti del fascismo?

5. Abbiamo toccato cos� il tema che convenzionalmente, a partire dalla prima enunciazione dovuta a Renzo De Felice, si usa definire del "consenso" (17).

"Il termine di consenso ‑ ha scritto Philippe Burrin ‑ pur arric�chito della distinzione tra consenso attivo e passivo, di cui fa uso la storiografia italiana al seguito di Renzo De Felice, semplifica eccessivamente un insieme di atteggiamenti che sarebbe meglio disporre in scala attorno alle nozioni di accettazione e di distanza: la prima, comprendente la rassegnazione, l'appoggio e l'adesione; la seconda, la devianza, la dissidenza e l'opposizione. Nella realt�, pi� frequente � probabilmente una miscela di pi� d'uno di questi diversi atteggiamenti presso lo stesso individuo"(18).

Un progetto di ricerca in questa direzione, forse anche a causa della sua non facile realizzabilit�, � stato solo in parte avviato. Esso richiederebbe d'altra parte non solo una attenta articolazione sociale e locale ma anche il confronto con una tema come quello della "nazionalizzazione delle masse", che travalica una rigorosa nomenclatura per classi e per ceti e si apre verso gli aspetti mitici e simbolici della politica e del culto carismatico del capo.

In mancanza di risultati solidi su questo terreno, le indicazioni pi� significative vengono da due ricerche, di taglio assai diverso, che hanno entrambe contribuito tuttavia a emancipare il dibattito storiografico da un'angusta contrapposizione tra consenso e dis�senso giocata in termini puramente politici.

Il saggio di Luisa Passerini sulla Torino operaia ha ad esempio messo in luce la contrattazione continua che, sul terreno della vita quotidiana, coinvolge potere e masse, alto e basso, ammonendo a non scambiare la resistenza culturale per opposizione politica e l'inquadramento nelle organizzazioni del regime per adesione pie�na alle sue direttive. Di grande rilievo � anche il riferimento alle diverse generazioni operaie e al diverso grado di coinvolgimento che le caratterizza: l'iniziativa fascista si configura come un tenta�tivo di politicizzare masse spoliticizzate, un secondo tempo dopo ,la smobilitazione delle classi popolari perseguita nei primi anni Venti con la repressione delle sinistre(19).

Il lavoro di Victoria De,Grazia sull'Opera nazionale dopolavo�ro insiste a sua volta sul carattere spesso velleitario di questa organizzazione di massa del tempo libero, pur senza sottovalutare l'importanza della sua sola esistenza, che rispondeva a esigenze fortemente sentite dalle classi popolari oltre che dalla piccola borghesia. La contraddizione pi� evidente era l'impossibilit� di basare la partecipazione piena delle masse alla vita dell'organiz�zazione sull'espansione dei consumi, negata in radice dalla logica della politica economica del regime. D'altra parte la De Grazia illustra il paradosso del "consenso": "senza la politica vera e propria non poteva costituirsi una vera legittimit�; eppure ogni mobilitazione politica risoluta rischiava di sottrarsi al controllo fascista" (20).

Ed � proprio questo paradosso che ci consente forse di scio�gliere quello centrale degli anni Trenta. La ricerca empirica sulle fasi del consenso ha individuato a partire dal 1936 un calo sensi�bile della popolarit� e del successo del fascismo. E' assai probabile che esista un rapporto diretto tra questo calo e l'accentuarsi della mobilitazione "totalitaria", che si manifesta nello stesso pe�riodo di tempo. II fallimento del progetto fascista appare dunque consumato con notevole anticipo sugli anni di guerra che lo avreb�bero reso evidente; ma questo fallimento non coinvolge la tenuta degli equilibri sociali e di potere su cui il regime si era costruito, in assenza di alternative politiche praticabili o possibili.

 

1. Cfr. ad esempio, da prospettive diverse, S. Colarizi, La seconda guerra mondiale e la Repubblica, Torino, 1984, e Operai e contadini nella crisi italiana del 1943‑1944, Milano, 1974.

2. E' appena il caso di precisare che in questa chiave l'attenzione a fenomeni e trends di pi� lungo periodo non comporta (al contrario radicalmente osteggia) lo svuotamento del concetto e pesino dell'oggetto storiografico "fascismo" quale risulta dal saggio di G. A. Allardyce, What Fascism is not: Thoughts on the Deflation of a Concept, in "Ameriean Historical Review", n. 2, 1979, pp. 367‑388.

3. Cfr. J. S. Cohen, Was Italian Fascism a Developmental Dictatorship? Some Evidence to the Contrary, in "Economic History Review", n. 1, 1988, pp. 95-�113.

4. A. J. Gregor, Italian Fascism and Developmental Dictatorship, Princeton, 1979.

5. Per una discussione dell'applicabilit� al caso del fascismo italiano della griglia interpretativa della modernizzazione, cfr. T. Mason, Moderno, modernit�, mo�dernizzazione: un montaggio, in "Movimento operaio e socialista", n. 1‑2, 1987, pp. 45‑61.

6. M. Legnani, Blocco di potere e regime fascista, in Storiografia e fascismo, Milano, 1985, p. 67.

7. C. Pavone, Il regime fascista, in N. Tranfaglia‑M. Firpo, La Storia. I grandi problemi dal Medioevo all'et� contemporanea, vol. IX, Torino, 1986, pp. 201‑221.

8. A. Aquarone, L'organizzazione dello Stato totalitario, Torino, 1965.

9. C. Pavone, Il regime, cit.

10. P. Burrin, Politique et societ�. Les structures du pouvoir dans l'Italie fasciste et l'Allemagne nazie, in "Annales ESC", n. 3, 1988, pp. 615‑637.

11. E. Gentile, Partito, Stato e Duce nella mitologia e nella organizzazione del fascismo, in K. D. Bracher‑L. Valiani (a cura di), Fascismo e nazionalsociali�smo Bologna, 1986, pp. 265‑294.

12. Segnalo semplicemente il saggio pionieristico di E. Ragionieri, II partito fascista (Appunti per una ricerca), in La Toscana nel regime fascista, Firenze, 1971. Fuori d'Italia, va ricordato il precoce contributo di D. L. Germino, The Italian Fascist Party in Power. A Study in Totalitarian Rule,Minneapolis,1959.

13. C.Pavone,Il regime,cit.

14. Demagogia e tirannide. Uno studio sulla forma partito del fascismo, Bologna, 1983, e La forma partito del fascismo e del nazismo, in K. D. Bracher‑L. Valiani, Fascismo e nazionalsocialismo cit., pp. 219‑264; E. Gentile, Partito, Stato, cit.; II problema del partito nel fascismo italiano, in "Storia contemporanea", n. 3, 1984, pp. 347‑370 e la sua versione americana The Problem of Party in Italian Fascism, in "Journal of Contemporary History", n. 18, 1984, pp. 251‑274, e Le rdoe du parti dans le laboratoire totalitaire italien, in "Annales ESC", cit., pp. 567‑591.

15. Cfr. E. Gentile, Partito, Stato, cit.

16. Tutte pubblicate presso Einaudi tra il 1976 e il 1989, le storie regionali finora disponibili e utilizzate per questa rapida rassegna sono: V. Castronovo, Il Pie�monte; S. Lanaro (a cura di), Il Veneto; P. Bevilacqua‑A. Placanica (a cura di), La Calabria; G. Mori (a cura di), La Toscana; M. Aymard‑G. Giarrizzo (a cura di), La Sicilia; S. Anselmi (a cura di), Le Marche.

17. La trattazione pi� sistematica del tema del consenso � contenuta in R. De Felice, Mussolini il duce. I. Gli anni del consenso /929‑1936, Torino, 1974.

18. P. Burrin, Politique et societ�, cit..

19. L. Passerini, Torino operaia e fascismo. Una storia orale, Roma‑Bari, 1984.

20. V. De Grazia, Consenso e cultura di massa nell'Italia fascista. L'organizza�zione del Dopolavoro, Roma‑Bari, 1981.