Claudio Natoli

 

L'ANTIFASCISMO ITALIANO NEGLI ANNI TRENTA:UN BILANCIO STORIOGRAFICO ED UNA PROPOSTA INTERPRETATIVA

 

1. La storiografia sull'antifascismo italiano ha seguito un itinerario profondamente diverso da quello sul Widerstand tedesco. In Germania la contrapposizione ideologica della guerra fredda e la divisione del paese in due Stati con sistemi sociali e politici contrapposti hanno profondamente influenzato nell'immediato dopoguerra la ricerca storica ed hanno portato a privilegiare unilateralmente o a discriminare ora l'una ora l'altra delle componenti del movimento di Resistenza. Nella Germania federale la rimozione politica del nazionalsocialismo e l'anticomunismo come ideologia integrativa dell'era Adenauer hanno avuto come contraltare sino all'inizio degli anni Sessanta la teoria del totalitarismo come chiave interpretativa del regime hitleriano, l'esaltazione dell'opposizione nazionalconservatrice, la sottovalutazione dell'apporto dei socialdemocratici e il disconoscimento di quello dei comunisti, la mancata valorizzazione del patrimonio politico ed intellettuale rappresentato dall'emigrazione antinazista. D'altra parte nella Ddr, la trasposizione del modello sovietico, la funzione di legittimazione del potere attribuita alla storiografia ed all'ideologia ufficiale del marxismo‑leninismo hanno comportato un'identificazione economicistica tra regime nazista e grande capitale monopolistico ed un privilegiamento pressoch� esclusivo della Kpd come protagonista della nascita della "nuova Germania democratica"(1).

Al contrario in Italia l'assunzione dell'antifascismo a valore fondante del nuovo Stato e della Costituzione repubblicana ha costituito, al di l� delle diverse interpretazioni del movimento del regime fascista(2), un retroterra comune sia per gli orientamenti storiografici di indirizzo liberale ed azionista, sia per quelli di ispirazione marxista, largamente prevalenti rispetto al filone cat�tolico nel clima culturale del dopoguerra. La stessa polarizzazione, ideologica degli anni della guerra fredda ha influenzato cos� pi� la lotta politica e l'orientamento dei mass media che non la pro�duzione, storiografica(3), che ha potuto avvalersi del contributo di tutto rilievo degli intellettuali antifascisti e che ha mantenuto il complesso un carattere pi� aperto e pluralistico che non nelle due Germanie. Il merito principale di questa letteratura consiste nel�l'elevato impegno ideale e civile e nel livello scientifico per i tempi tutt'aItro che trascurabile sia sul piano delle prime ricostru�zioni d'insieme, sia su quello delle biografie di alcuni dei princi�pali protagonisti, sia infine su quello della raccolta delle testimo�nianze e della pubblicazione delle fonti(4), tra cui spiccano quelle relative al Tribunale speciale e alla realt� del carcere e del confi�no(5). Il suo limite principale risiede invece nel suo carattere spic�catamente etico‑politico, nonch� nella considerazione statica del fascismo e dell'antifascismo come due campi rigidamente con�trapposti e quasi separati dall'evoluzione complessiva della socie�t� italiana ed europea tra le due guerre mondiali.

Nel corso degli anni Sessanta e nei primi anni del decennio successivo questi limiti metodologici ed interpretativi, peraltro pi� che giustificabili, sono emersi con sempre maggiore evidenza, generando un vero e proprio rovesciamento nelle linee di tendenza della ricerca storica rispetto al quadro precedentemente delineato in riferimento al Widerstand tedesco. Se infatti nella Ddr il pro�cesso di destalinizzazione, pur nel quadro di un alternarsi di si�gnificative aperture e di bruschi irrigidimenti, comportava comun�que un allargamento degli orizzonti di ricerca a temi in precedenza trascurati ed un approccio meno schematico nelle interpretazioni del nazionalsocialismo, nella Germania federale si apriva una fe�conda riflessione sul rapporto tra nazismo e storia tedesca in una prospettiva di "lunga durata" capace di andare oltre la cornice ideologica della teoria del totalitarismo e di approfondire i pi� diversi aspetti della societ� negli anni del Terzo Reich. L'analisi della composizione del blocco dominante, dell'evoluzione delle strutture economiche e della stratificazione sociale e di classe, delle articolazioni regionali, dell'intreccio tra coercizione e con�senso nella vita quotidiana, poneva cos� le basi per un nuovo ciclo di studi assai attento alla complessa realt� del movimento antina�zista ed alle sue diverse componenti, alle differenze tra compor�tamenti politici coscientemente finalizzati, protesta sociale e "re�sistenza" all'assimilazione ideologica da parte del regime, ai per�corsi individuali dei militanti, alla vicenda politica ed umana dell'emigrazione in Europa e negli Stati Uniti(6). Al contrario, negli stessi anni, la storiografia sull'antifascismo italiano, pur arric�chendosi di contributi fondamentali relativi all'attivit� delle diver�se forze politiche ed alla storia interna dei loro gruppi dirigenti(7), della pubblicazione degli scritti dei protagonisti(8) e di una vasta e qualificata produzione memorialistica(9), stentava in Italia a rinno�varsi, ed in particolare a superare l'ambito settoriale di una "storia della continuit� o discontinuit� organizzativa e cospirativa dei gruppi antifascisti" separata "da quella del fascismo, inteso come regime che attraverso le sue strutture modifica, condiziona, e in molti casi rimodella aspetti sostanziali della vita della societ� italiana"(10).

Ci� rifletteva un ritardo pi� generale delle ricerche sul rapporto tra fascismo e societ� italiana, ed in particolare sulle trasforma�zioni economiche, sociali e culturali attuatesi parallelamente al�l'instaurazione del regime reazionario di massa nel corso degli anni Trenta. Soltanto nel clima politico e culturale profondamente nuovo dei primi anni Settanta l'insufficienza della categoria inter�pretativa del fascismo nella duplice chiave di "stagnazione economica" e di "dittatura politica", che aveva presieduto alla "restau�razione antifascista liberista" del secondo dopoguerra", sollevava tra gli storici nuovi interrogativi sui fattori di continuit� e di discontinuit� che il regime aveva segnato rispetto all'Italia libera�le e sulle eredit� che erano sopravvissute alla rottura della Resi�stenza ed alla nascita della Repubblica(12). A queste istanze si so�vrapponeva, da tutt'altro versante, il revisionismo storiografico portato avanti, in aspra polemica con la "cultura dell'antifascismo", da R. De Felice(13)quale, al di l� dei limiti da pi� parti rilevatit(14), affrontava in un lavoro di grande impegno tematiche, come quella del consenso, in precedenza sostanzialmente trascu�rate dalla ricerca storica.

Non � questa le sede per un bilancio complessivo della storio�grafia sul regime fascista nell'ultimo quindicennio (15). Del resto, per alcuni aspetti � possibile rimandare direttamente ai saggi pub�blicati in questa stessa rivista. Baster� qui rilevare il divario esi�stente tra la vivacit� del confronto metodologico e la perdurante assenza (l'opera di De Felice ha caratteristiche del tutto peculiari) di ricostruzioni d'insieme del periodo fascista che tengano conto delle indicazioni metodologiche e delle risultanze emerse dalla ricer�ca internazionale sul regime nazista dell'ultimo ventennio, di cui si � detto; o anche, tra il relativo sviluppo degli studi sulle questioni istituzionali, sull'organizzazione della cultura, sul Pnf e sulla classe dirigente fascista, e la carenza di lavori organici sulle organizzazioni di massa (con l'importante eccezione del Dopolavorot(16)), sul mondo 0industriale e finanziario, sull'economia e sulla societ� italiana tra le due guerre, sebbene alcuni studi su temi specifici abbiano con�tribuito ad illuminarne, aspetti tutt'altro che secondari. N� va di�menticato il sostanziale ritardo degli studi di storia regionale e locale, che hanno assunto invece negli ultimi anni (si pensi alla grande ricerca sulla Baviera(17)) una rilevanza centrale per la Germania.

Significativi progressi si sono registrati invece nell'approfon�dimento delle condizioni di vita e di lavoro della classe operaia italiana(18), nonch� negli studi relativi alla storia della mentalit� e delle culture popolari negli anni del regime. Particolare importan�za ha assunto da questo punto di vista l'emergere, nella fase pi� recente, di nuovi indirizzi di ricerca sensibili alle suggestioni ed alle metodologie della "storia orale", della sociologia e dell'antro�pologia, che hanno aperto un campo d'indagine profondamente nuovo sulla societ� italiana durante il periodo fascista.

E' difficile sottovalutare l'importanza di questi orientamenti per un rinnovamento complessivo della storiografia sull'antifascismo. In primo luogo, essi hanno posto l'esigenza di affrontare la storia delle classi subalterne sotto il fascismo andando oltre l'antitesi tra consen�so e dissenso, tra adesione ed opposizione, che hanno caratterizzato rispettivamente la ricerca defeliciana e la cultura tradizionale del�l'antifascismo, e di approfondire piuttosto gli "atteggiamenti, i codici di comportamento, i modi di vita, le idee, le visioni del mondo, le speranze, i sogni delle classi popolari", senza "escludere la coscienza sociale, il rapporto instaurato con le classi dirigenti e dominanti, le mediazioni con il patrimonio ideale del movimento operaio"(19). Sebbene si tratti di un lavoro ancora in massima parte da svolgere, alcune prime pubblicazioni, e segnatamente quelle relative alle citt� di Torino e di Terni(20), appaiono gi� indicative della validit� e della ricchezza di questo indirizzo generale. Si � aperta cos� la strada allo studio delle classi subalterne come soggetto autonomo rispetto sia all'antifascismo politico sia all'azione repressiva e ai meccanismi di integrazione predisposti dal regime, e si sono poste le basi per un'analisi pi� articolata e problematica della reale incidenza delle forze dell'opposizione antifascista nel paese negli anni Venti e Trenta. In tale contesto, c'� da chiedersi se proprio la "grande crisi" non abbia rappresentato un momento di svolta fondamentale(21): e ci� non solo per l'avvenuto consolidamento del fascismo come regime di massa e per la disgregazione politica ed organizzativa dell'antifascismo attivo in Italia; ma anche e soprat�tutto, per l'adattamento delle classi lavoratrici alla prospettiva d� una prolungata stabilizzazione della dittatura e per la frattura in�tervenuta all'interno stesso del mondo del lavoro tra la vecchia e la nuova generazione formatasi al di fuori del patrimonio di lotte e di tradizioni del socialismo classista. Ma su questi temi avremo in seguito occasione di ritornare.

Un altro filone di ricerca che ha conosciuto negli ultimi anni un considerevole avanzamento � stato quello relativo alla storia dell'emigrazione politica. Da questo punto di vista, l'elemento forse pi� rilevante � la tendenza delle ricerche pi� recenti ad affrontare la storia dell'antifascismo italiano in un'ottica comparata, che ha permesso di metterne in luce gli elementi di specifi�cit�, ma anche il rapporto di interazione con la politica e l'elabo�razione teorica delle Internazionali operaie e delle correnti pi� vive del socialismo europeo. Nelle pagine che seguono cercheremo di ripercorrere alcuni momenti nodali della storia dell'antifascismo italiano nel decennio che precedette la seconda guerra mondiale e di delineare, nel confronto con la storiografia pi� recente, una linea interpretativa unitaria ed alcune proposte di ricerca.

 

2. Negli anni Trenta l'antifascismo italiano fu parte di un mo�vimento pi� generale, la cui crescita e maturazione andarono di pari passo con l'emergenza del fascismo come fenomeno politi�co‑sociale di primo piano sulla scena internazionale e con la mi�naccia sempre pi� incombente che esso costituiva per la pace, la libert� e l'indipendenza dei popoli dell'intera Europa. Rispetto agli altri partiti e gruppi antifascisti che operavano in Germania e in Austria e nell'emigrazione francese e cecoslovacca, come an�che rispetto ai nuovi orientamenti che sotto l'impatto dell'avvento al potere di Hitler si andavano affermando nei partiti socialisti e comunisti in Francia ed in Spagna, l'antifascismo italiano poteva tuttavia vantare un incontestabile diritto di primogenitura. Accanto all'impegno profuso in Italia sin dalla guerra civile del 1921‑22 o almeno dalla crisi Matteotti e dalla battaglia aventiniana, esso poteva richiamarsi all'azione di denuncia sviluppata sin dalla se�conda met� degli anni Venti, di contro all'indifferenza od alla connivenza delle democrazie occidentali ed agli stessi errori di valutazione delle Internazionali operaie, riguardo alla non riduci�bilit� del regime fascista a mero problema interno italiano ed alla sua funzione destabilizzante dell'equilibrio europeo(22). Questa particolare sensibilit� internazionale costituisce un tratto politico originale che accomuna l'insieme delle forze dell'antifascismo italiano tra le due guerre e fornisce nel contempo una chiave di lettura essenziale per comprenderne le vicende, nonch� il legame di continuit� ideale che lo unisce al movimento della Resistenza.

Non si intende con ci� affatto sottovalutare i limiti, le contraddizioni e le fratture che contrassegnarono la storia dell'emigrazio�ne politica italiana tra le due guerre. E' stato giustamente rilevato come, ad eccezione dei comunisti, l'apertura verso l'Europa fosse vista per tutta una prima fase dai fuoriusciti soprattutto "in fun�zione della maggiore o minore solidariet� che ne sarebbe venuta all'azione degli esuli italiani e in particolare alla loro propaganda per l'isolamento internazionale del fascismo", e come la loro ini�ziativa politica continuasse ad orientarsi in base alle "esperienze compiute in Italia"(23). Inoltre, la vasta bibliografia dedicata alla Concentrazione antifascista ed alle sue diverse componenti, dai lavori pionieristici di Garosci e di Arf� ai successivi contributi di G. Manacorda, S. Fedele, S. Colarizi(24) e B. Tobia (25), � unanime nel rilevare i fattori di debolezza politica ed organizzativa dell'emi�grazione democratica e socialista sino alla fine degli anni Venti, il suo distacco dal paese, la sua visione esenzialmente "parenteti�ca" e la sua sottovalutazione della raggiunta stabilit� e delle basi di massa del regime fascista.

D'altra parte, anche per quanto riguarda i comunisti, i lavori di Berti(26) e di Spriano e l'apertura dell'Archivio del Pci, reso accessibile agli studiosi sin dalla fine degli anni Sessanta, hanno contribuito in maniera decisiva a modificare l'interpretazione tra�dizionale della storia del partito, incentrata sull'ininterrotta continuit� della linea politica e del rapporto Gramsci ‑Togliatti. Si � sviluppato cos� un filone di ricerche profondamente nuovo, che ha visto nella "svolta" del 1929‑30, nella contrastata adesione del Pcdi alla linea "classe contro classe", nell'accettazione incondi�zionata del "legame di ferro" con l'Urss e del modello sovietico�staliniano di costruzione del socialismo, nell'abbandono dell'ori�ginale analisi del fascismo precedentemente svolta nel solco delle Tesi di Lione da Togliatti e dal Centro estero(27), della parola d'or�dine dell'Assemblea repubblicana e di ogni prospettiva di transi�zione democratica nella rivoluzione popolare antifascista, una profonda frattura con la precedente storia del partito e con l'ela�borazione di Gramsci del 1924‑26 e degli anni del carcere. La riflessione gramsciana contenuta nei Quaderni sulle differenze tra Oriente ed Occidente, la critica all'economicismo della linea "classe contro classe" sulla base delle categorie di Stato integrale e di egemonia(28), l'acuta percezione dei processi di razionalizza�zione del sistema capitalistico dopo la crisi del '29, l'analisi del�regime fascista come "rivoluzione passiva" e delle forme istitu�zionali nuove dello Stato corporativo(29), l'insistenza sul contenuto democratico della lotta antifascista e sull'obiettivo dell'Assem�blea costituente(30), sono emerse cos� in tutta la loro rilevanza. Ma al tempo stesso si � potuto valutare pienamente il significato del drammatico isolamento di Granisci, unitamente alla portata del suo dissenso dalla linea generale del Pcdi nei primi anni Trenta(31).

����������� Pi� controverso � rimasto invece il giudizio sulle conseguenze di lungo periodo della "svolta" ai fini di una rinnovata presenza e del radicamento del Pcdi in Italia negli anni del regime fascista. Per lungo tempo si � insistito in sede memorialistica e storiografica sulla funzione� essenziale della "svolta" del 1929‑30 in riferimento al ruolo diri�gente che i comunisti avrebbero assunto a distanza di un decennio neIla Resistenza italiana(32). Ma questa tesi, che tende a separare l�accresciuto impegno del Pcdi verso l'Italia dalla linea politica che l�aveva originato e dall'orientamento generale dell'IC, ed in sostanza ad isolare e a privilegiare la "svolta" nell'ambito di una battaglia antifascista condotta nel paese e nell'emigrazione nell'arco di un ven�tennio, � stata sottoposta negli ultimi anni ad una serrata analisi critica.Se in sede di riflessione storica si � giustamente insistito sull'indivisi�bilit� dei contenuti politici ed organizativi nell'azione del partito(33), da un altro versante un dirigente prestigioso come Terracini, gi� a suo tempo lucidissimo critico della linea "classe contro classe", nel conte�stare la tesi di Amendola dell��errore provvidenziale" ha sostenuto che la "svolta" non "fece avanzare n� il movimento operaio italiano, n� la lotta contro il fascismo"(34). D'altra parte, la vasta documentazione contenuta nell'Archivio del Pci indica chiaramente come il tenta�tivo di ricostruire in Italia un Centro interno di direzione e di attivare i gruppi clandestini nel lavoro di massa, se incontr� l'a�desione degli elementi pi� giovani e se favor� all'inizio il recluta�mento di una nuova generazione di militanti in alcune aree geo�grafiche prevalentemente agricole gi� di forte tradizione socialista, si scontr� tuttavia con la resistenza dei vecchi quadri e con l'assenza di movimenti di massa nel paese, isol� ed espose le organizzazioni di base ai colpi della repressione, provoc� l'esau�rimento delle forze attive del partito ed una crisi organizzativa che non sarebbe pi� stata superata sino alla vigilia del crollo del fascismo(35). La constatazione delle difficolt� del regime a pene�trare nel profondo tra le classi subalterne, della persistenza di aree di dissidenza sociale e di fenomeni diffusi di "ribellismo"(36), non autorizza di per s� l'ipotesi di un radicamento di massa del partito comunista, che sarebbe pi� corretto fare risalire allo svi�luppo stesso del movimento della Resistenza (37). Molto opportuna�mente alcuni autori hanno rilevato come la permanenza di mani�festazioni di cultura di opposizione potesse coesistere con feno�meni di passivit� politica(38), e come la categoria dell'alterit� sia pi� adeguata ad interpretare sia il complesso rapporto tra classe operaia e regime fascista nella sua commistione di astensione politica, "anomia" e conflittualit� elementare a livello di fabbrica(39), sia l'isolamento ed il vuoto di prospettive dei quadri antifascisti nel paese verso la met� degli anni Trenta. Del resto, quanto pi� ci si addentra in duesto decennio, tanto pi� � dato constatare una sfasatura tra la parabola discendente del regime e lo stesso fenomeno della disgregazione delle sue basi di massa e la capacit� di incidenza diretta nel paese delle forze dell'antifascismo organizzato.

In questa ottica, una decisiva importanza per la storia dell'an�tifa,ciSmo olitico tra le due guerre acquista il contesto dell'emigrazione italiana in Francia, un tema che solo di recente � divenuto oggetto di approfondite indagini specifiche. Le ricerche sul "fuo�riuscitismo", pur segnalando puntualmente la centralit� della que�stione(40),si sono infatti tradizionalmente concentrate sul confronto politico‑ideologico tra le diverse forze antifasciste e sui loro gruppi dirigenti. E' rimasto cos� in ombra un fattore di primaria im�portanza, clte costitu� un caso pressoch� unico nel quadro del fenomeno dell'emigrazione politica in Europa tra le due guerre: e cio� la presenza in Francia di circa un milione di lavoratori di nazionalit� italiana di recente immigrazione, che in parte avevano lasciato i luoghi d'origine per sottrarsi alla reazione padronale e alle persecuzioni della polizia e dello squadrismo, e che costitui�rono un'ampia base sociale ed un referente essenziale per la propaganda politica e per il proselitismo degli esuli antifascisti. Una recente ricerca coordinata da studiosi francesi ed italiani e diretta da P. Milza(41), condotta sia a livello nazionale che sul piano della storia locale, ha analizzato sia la composizione sociale, sia le aree geografiche di insediamento, (in particolare la regione parigina, le aree industriali della Lorena e dell'est, il Lionese e Marsiglia) sia linfluenza che l'emigrazione italiana esercit� sulla societ� francese negli anni Venti e Trenta. Le prime risultanze di questa ricerca indicano chiaramente il rilevante potenziale politico e l'elevato grado di partecipazione che questi lavoratori espressero nella grande stagione dei fronti popolari. Si potrebbe aggiungere che ci� costitu� il terreno per una vera rinascita dell'antifascismo politico e ne garant� la sopravvivenza e l'allargamento della sfera d'irradiazione proprio negli anni in cui pi� fragili ed evanescenti stavano diventando i collegamenti diretti con l'Italia.

 

3. E' necessario sottolineare, tuttavia, il grave ritardo con cui gli antifascisti italiani avviarono un'attivit� sistematica tra i lavoratori emigrati in Francia. Per tutta una prima fase, la Concentrazione privilegi� infatti i rapporti con le forze progressiste francesi, mentre il Pcdi guard� all'emigrazione soprattutto come ad un serbatoio di quadri da utilizzare nel lavoro clandestino in Italia. Non deve sor�prendere, dunque, se nei primi anni Trenta l'antifascismo italiano conobbe la crisi forse pi� grave nell'intero ventennio tra le due guerre. Al fallimento dei tentativi condotti, pur da posizioni radical�mente diverse, dal Pcdi e da GL di suscitare movimenti popolari di protesta in Italia avevano fatto riscontro, proprio negli anni della "grande crisi", la stabilizzazione della dittatura fascista, l'arretra�mento del movimento operaio ed il crollo dei sistemi democratici nel Centro‑Europa. Ci� non poteva che sottrarre credibilit� all'agitazio�ne degli esuli italiani ed accentuare il loro distacco dalla grande massa dei lavoratori emigrati in Francia, stretti tra le esigenze della vita quotidiana, la sopravvenuta insicurezza del posto di lavoro e l'assenza di grandi movimenti collettivi, la divisione politica e la mancanza d'iniziativa delle sinistre francesi, il clima di polemiche e di contrapposizione frontale tra il Pcdi e le forze della Concentrazione tipico degli anni della linea "classe contro classe".

La storiografia � unanime nel riconoscere l'importanza che per la ripresa dell'antifascismo italiano ebbero i grandi avvenimenti internazionali del 1933‑34, dall'avvento del nazismo al potere alla caduta della Vienna rossa. Meno approfondito � stato invece l'im�patto, pur segnalato dalla memorialistica(42), della grande mobilitazione unitaria che port� in Francia alla giornata del 12 febbraio ed alla formazione del fronte popolare, sulla partecipazione poli�tica e sindacale dei lavoratori italiani emigrati, che tocc� nel 1935�-36 livelli estremamente elevati: si calcola che gli iscritti ai sinda�cati crebbero in questi anni di circa 10 volte, raggiungendo la ragguardevole cifra di 100.000 unit�, e che nel 1938 l'Unione Popolare italiana potesse contare su 50.000 iscritti e su una cer�chia di oltre 20.000 lettori del quotidiano "La Voce degli Italiani". All'opposto, si � forse insufficientemente riflettuto sulla profon�dit� della crisi politica che ancora nel 1934 (ed anche oltre) attra�vers� l'antifascismo italiano e sulla persistente difficolt� da parte di alcune delle sue componenti fondamentali a distaccarsi dagli orientamenti e schemi mentali consolidatisi alla fine degli anni Venti.

Per il Pcdi il "legame di ferro" con l'Urss ed i ritardi dell'IC (protrattisi almeno sino al VII Congresso) ad avviare una esplicita revisione della linea "classe contro classe" agirono come un ele�mento di freno nella necessaria ricerca di nuove soluzioni politi�che e strategiche. Esauritasi la spinta attivistica indotta dalla "svolta", il Centro estero del Pcdi dovette confrontarsi con la perdita quasi totale dei collegament� e con la distruzione dei grup�pi illegali nel paese, nonch� con la ricerca di nuovi metodi di lavoro atti a garantire la ripresa dell'attivit� del partito in Italia, senza tuttavia poter modificare la politica generale, che rimase ancorata sino alla met� del 1934 ai pi� rigidi schemi della linea "classe contro classe". In questo senso sembra assai problematica la tesi avanzata da Ragionieri di una radicale rettifica della "svol�ta" che sarebbe stata attuata dal Pcdi sin dal 193243, che tra l'altro � contraddetta dalla sostanziale chiusura del Centro estero versa i nuovi fermenti e le istanze autocritiche che andavano maturando nel movimenta operaio internazionale dopo la catastrofe tedesca, dalla limitata attenzione dedicata alla crescita del movimento antifascista in Francia nella prima met� del 1934 e dal disconosci�mento delle nuove posizioni politiche che emergevano nel socia�lismo italiano e in GL e.che avrebbero portato allo scioglimento della Concentrazione. La firma del patto d'unit� d'azione col Psi dell'agosto 1934 appare in definitiva sul versante del Pcdi pi� un riflesso del riavvicinamento tra il Pcf e la Sfio e di nuove direttive provenienti dall'IC, che non il risultato di un processo reale di maturazione autocritica sulla politica generale del partito e dell'IC a partire dal 1929‑30. Ci� spiega anche come, a differenza di quanto � stato scritto, n� il Pcdi n� personalmente Togliatti pren�dessero parte attiva al confronto politico tra rinnovatori e conser�vatori svoltosi nell'estate 1934 nelle commissioni preparatorie del VII Congresso dell'IC, o si schierassero per tutta una prima fase a favore della battaglia per una profonda modifica della strategia e dei metodi di direzione del movimento comunista che aveva invece in Dimitrov il principale protagonista.

Ad un'analisi comparata profondamente diverso appare il cammino verso l'unit� d'azione percorso dal gruppo dirigente del Psi, e segnatamente da Nenni e da Saragat. A partire dalla riuni�ficazione socialista del 1930 (ma l'avvio del processo � staton giustamente retrodatato all'autocritica socialista" di Nenni e di Rosselli sviluppata nelle colonne di "Quarto Stato"(44)), il Psi aveva infatti conosciuto un profondo rinnovamento programmatico, che si era svolto parallelamente all'iniziativa di GL diretta a spostare verso l'Italia l'azione della Concentrazione ed a riqualificarne la piattaforma originaria su una base politico‑sociale pi� avanzata(45).

Gli studi pi� recenti sul Psi nell'esilio sono concordi nel rilevare il peso decisivo che su tale rinnovamento esercitarono l'influenza dell'austromarxismo ed il confronto ravvicinato con l'elaborazio�ne teorica e le politiche nazionali delle diverse forze del sociali�smo europeo, reso possibile dall'adesione del Psi alla Ios(46). In particolare, la riflessione sul fallimento della socialdemocrazia weimariana ed il rapporto di intensa collaborazione instaurato con l'ala pi� aperta ed avanzata della Ios guidata da O. Bauer appaiono essenziali per comprendere l'evoluzione politica di Nenni, la sua critica radicale all'incapacit� del riformismo tradizionale di inne�scare una trasformazione generale della societ�, la sua concezione della democrazia come "rivoluzione in permanenza", il suo impe�gno per una riqualificazione in senso classista della piattaforma politica dell'antifascismo. L'unit� d'azione tra il Pcdi e il Psi diveniva in tale contesto la condizione basilare per la direzione da parte della classe operaia della lotta antifascista, ed insieme per il conseguimento degli obiettivi di profondo rinnovamento politico e sociale che avrebbero dovuto informarla, ed assumeva un signi�ficato strategico a cui Nenni sarebbe rimasto fedele sino agli anni del secondo dopoguerra. Certo, come hanno mostrato S. Merli e L. Rapone(47), nel gruppo dirigente del Psi coesistevano anche posi�zioni sensibilmente diverse, e non mancavano (si pensi all'orienta�mento di Tasca e di Faravelli) profonde diffidenze verso l'unit� d'azione col Pcdi destinate ad assumere un ruolo determinante in occasione del patto tedesco‑sovietico del 1939. Non sembra, tuttavia, che esse abbiano costituito una valida alternativa alla politica di Nenni n� prima n� tanto meno dopo lo scatenamento della guerra mondiale (48). Le ricerche pi� qualificate apparse nell'ultimo decennio hanno dimostrato piuttosto il carattere semplificato e fuorviante della lettura dell'intera storia del Psi tra le due guerre all'insegna del "declino" e della "subalternit�" al movimento comunista proposta sia in sede politica che storiografica(49), ed hanno messo l'accento, senza con ci� sottacerne i limiti, sull'originalit� e la ricchezza della piattaforma nenniana e sulla funzione insostituibile da essa svolta nella salvaguardia delle basi avanzate e della connotazione unitaria dell'antifascismo italiano nella seconda met� degli anni Trenta.

Il 1934 � generalmente considerato come uno spartiacque fon�damentale nella storia dell'antifascismo italiano. Va tuttavia pre�cisato che il patto tra il Pcdi e il Psi fu ben lontano nell'immediato dall'agire come polo di aggregazione di una rinnovata unit� tra le diverse forze dell'emigrazione. Al contrario, anche a prescindere dal caso particolare dei socialisti massimalisti e degli anarchici(50), che si mossero in una cerchia autonoma sempre pi� limitata, lo scioglimento della Concentrazione sembra aver acuito la crisi politica di alcune formazioni come il Partito repubblicano (sulle cui vicende getta nuova luce un recente studio dedicato specificamente al gruppo Schiavetti(51)), e di aver portato alle soglie della dissoluzione la stessa GL. Quest'ultima, dopo aver offerto un contributo fondamentale al rinnovamento dell'antifascismo democratico e socialista, subiva il contraccolpo del dissolvimento dei nuclei di intellettuali attivi in Italia e del tentativo di costituirsi in formazione politica autonoma senza disporre di una efficiente e rami licata struttura organizzativa, nonch� dell'esplodere dei contrasti politici ed ideologici tra le due "anime" che avevano dato vita al movimento.

D'altro canto, tutte le fonti disponibili (dalle carte Tasca all'Archivio del Pci) indicano che gli effetti positivi del patto d'unit� d'azione sui rapporti tra il Pedi e il Psi tardarono non poco a manifestarsi. La formazione del Centro socialista interno, sotto la direzione di R. Morandi, decisamente orientato verso il fronte unico coi comunisti, anche se fortemente critico nei confronti del patrimonio politico‑ideologico sia della Il che della III Internazionale, costitu� certamente un fatto nuovo di grande rilievo. Tuttavia, se per un verso esso segnava la rottura di una tradizione di antifascismo passivo e di disgregazione organizzativa profondamente radicata tra i militanti socialisti in Italia, per l'altro si orientava pi� sul piano della formazione dei quadri che non su quello del "lavoro di massa" privilegiato dal Pcdi. Inoltre, l'impegno di Nenni a favore dell'unit� d'azione delle Internazionali operaie contro il fascismo e la guerra, lucidamente proiettato in una dimensione europea, non trov� un analogo riscontro nell'attivit� dei dirigenti del Psi (a cominciare da Faravelli) responsabili del lavoro verso l'Italia.

Per quanto riguarda il Pcdi, il fatto nuovo pi� significativo sino ai primi mesi del 1935 va individuato non gi� in un nuovo orientamento strategico nel senso della costruzione di un largo fronte antifascista, bens� nel riconoscimento dell'esaurimento della "svolta", nell'avvio per impulso di Togliatti di una ricerca originale sul fascismo come regime reazionario di massa, e nella decisione, sollecitata dall'IC, di modificare radicalmente il lavoro del partito in Italia, trasferendo la massima parte dei militanti nelle organizzazioni fasciste di massa e privilegiando il terreno della "utilizzazione delle possibilit� legali". Tale orientamento avrebbe richiesto una rete di quadri sperimentati, una precisa distinzione tra attivit� legale ed illegale ed un ben definito orientamento strategico sui caratteri e gli obiettivi della rivoluzione antifascista. L'assenza di questi elementi, sommandosi ai contraccolpi della crisi organizzativa ereditata dalla "svolta" ed alle oscillazioni tattiche della politica del Pcdi (su cui avremo occasione di ritornare) avrebbe reso estremamente problematica la ripresa del lavoro del partito in Italia. E' indubbio, tuttavia, che il nuovo orientamento del Centro estero favoriva il superamento di schemi dogmatici e l'approfondimento dei problemi nuovi che emergevano dalla vita reale del paese, poneva le basi, dopo l'inaridimento teorico indotto dalla "svolta", per una ripresa creativa della ricerca sul fascismo, che conobbe il suo punto pi� alto con le Lezioni sul fascismo di Togliatti.

 

4. Si sarebbe dovuto attendere il VII Congresso dell'IC e l'inizio della guerra d'Etiopia perch� nell'antifascismo italiano venisse a maturazione il processo di rinnovamento avviatosi, non senza contraddizioni, nel 1934. L'aggressione all'Etiopia, oltre a costituire un terreno immediato per una rinnovata mobilitazione delle forze attive dell'antifascismo nel clima esaltante delle manifestazioni costitutive del fronte popolare francese ed a riaccendere le speranze di una disfatta militare e di una prossima crisi della dittatura fascista, offri l'occasione per rilanciare sul piano internazionale la battaglia contro il fascismo, collegandola direttamente al minaccioso profilarsi dell'imperialismo nazista in Europa.

E' merito di G. Procacci(52) aver dimostrato, in uno studio ricco di indicazioni metodologiche originali, come la costruzione di una vasta iniziativa unitaria del movimento operaio internazionale contro la guerra d'Etiopia costituisse il terreno di convergenza delle correnti rinnovatrici tanto dell'IC quanto della Ios. Tale retroterra � indispensabile per comprendere sia l'avvicinamento di Nenni dall'originario antimilitarismo alla prospettiva di un con�fronto epocale con il fascismo internazionale lucidamente traccia�ta da 0. Bauer, sia il dibattito sotterraneo apertosi nel Centro estero del Pcdi, approdato dopo il VII Congresso ad una convinta adesione alla linea della costruzione dell'unit� antifascista nei principali paesi e del fronte unico delle Internazionali operaie contro la guerra d'Etiopia, nonch� alla proposta di dare avvio ad un fronte popolare tra tutte le forze dell'emigrazione italiana. Si delineava cos� una strategia politica di ampio respiro, che, senza negare le pi� recenti acquisizioni sul "lavoro legale", tendeva ad un rafforzamento dell'unit� d'azione col Psi e ad un'alleanza po�litica tra tutte le forze antifasciste in Italia e nell'emigrazione. Essa non solo riproponeva la prospettiva della transizione democra�tica nella rivoluzione antifascista espunta negli anni della "svolta", ma prefigurava anche per la prima volta un contributo positivo del Pcdi alla nuova fase politica che sarebbe succeduta alla caduta del regime in termini di partecipazione ad un eventuale governo di fronte popolare.

La ricerca storica ha analizzato in modo esauriente le ragioni per cui le convergenze unitarie appena avviate e l'originale ricerca del Centro estero del Pedi vennero bruscamente interrotte, ed ha messo in luce sia il significato dall'intervento dei vertici dell'IC sul partito italiano ed il ridimensionamento del respiro "strategi�co" della svolta del VII Congresso che esso implicava, sia i con�dizionamenti della politica estera dell'Urss, volta ad evitare un inasprimento della politica delle sanzioni ed un riavvicinamento tra l'Italia e la Germania nazista(53). In questa luce, la politica di "riconciliazione nazionale" avviata dal Centro estero del Pcdi si configura non gi� come una deviazione momentanea nel quadro della crisi generale dell'antifascismo di fronte alla conquista mussoliniana dell'Impero, bens� come l'esito di una linea cosciente�mente perseguita a partire dall'inizio del 1936 in conformit� con le direttive provenienti dall'IC. E pi� che una "geniale intuizione" o uno sviluppo creativo dei contenuti pi� originali delle Lezioni sul fascismo di Togliatti destinato a dare "frutti copiosi" durante la Resistenza(54), essa appare come un rovesciamento della politica di larga unit� antifascista avviata dal Pcdi dopo il VII Congresso e della stessa prospettiva dell'intervento nelle organizzazioni di massa del regime. La ricerca sui problemi della successione al fascismo e l'impegno ad applicare in Italia e all'estero la politica del VII Congresso non potevano infatti coesistere con i presuppo�sti della linea della "riconciliazione nazionale", che tendeva ad utilizzare in chiave anticapitalistica alcuni motivi propagandistici del regime al fine di influenzare le masse e gli stessi gerarchi fascisti, ad aprire spazi di agibilit� democratica nelle organizza�zioni di massa e nello stesso Pnf, a separare l'Italia dal fronte degli Stati aggressori attraverso un'artificiosa dissociazione tra antifascismo e lotta per la pace.

In tale contesto non � difficile valutare l'importanza che as�sunse la partecipazione dell'antifascismo italiano alla guerra civi�le spagnola. Il tema � stato giustamente al centro di una vasta letteratura e memorialistica, che hanno visto il contributo di tutto rilievo di alcuni dei principali protagonisti (dalla "classica" ricostruzione di Garosci agli scritti di grande suggestione di Nenni, alle rievocazioni di Longo e di Vidali(55)), anche se non si pu� non registrare la preoccupante stagnazione degli studi perdurante, se si astrae dai contributi dedicati ai militanti antifascisti di diverse localit� e regioni d'Italia, da oltre un decennio: un fatto quest'ul�timo tanto pi� sorprendente, quanto pi� all'estero � invece cre�sciuto l'interesse per la Spagna della guerra civile e per il fenomeno del volontariato internazionale, e quanto pi� la fine del franchismo e l'accessibilit� di nuove fonti archivistiche hanno aperto una ricca e rinnovata fase delle ricerche che ha visto come protagonista una nuova generazione di storici spagnoli(56). Eppure, la vicenda degli antifascisti italiani in Spagna rivela, ad un'analisi comparata, elementi di grande interesse. Ci� che pi� colpisce non � solo il loro apporto quantitativo, secondo solo a quello dei francesi e dei tedeschi. Ancora pi� significative appaiono la va�stit� e la rappresentativit� delle forze che l'antifascismo italiano, soprattutto in una prima fase, riusc� a mettere in campo. L'impe�gno nell'organizzazione del volontariato coinvolse infatti, e si tratt� di un caso pressoch� unico in Europa, tutti i partiti ed i gruppi dell'emigrazione, dal Pcdi al Psi, da GL ai repubblicani, dai massimalisti agli anarchici, fino ad una parte dei superstiti nuclei bordighiani. La guerra di Spagna costitu� inoltre l'occasio�ne per il rilancio di una vasta mobilitazione tra i lavoratori emi�grati in Francia, che avevano partecipato attivamente al movimen�to per l'occupazione delle fabbriche del maggio‑giugno 1936 e che accorsero a migliaia a difendere la repubblica spagnola, a testimonianza degli alti livelli di partecipazione politica e della rinnovata ricezione del messaggio antifascista nella fase espansiva dei fronti popolari, cui si � fatto sopra riferimento. Assai pi� limitato fu invece il concorso diretto di volontari dall'Italia, ed in questo fatto � ravvisabile un indubbio segnale di debolezza dei legami delle forze antifasciste con il paese. I circa 5000 volontari tedeschi (in larga maggioranza comunisti) che militarono nelle Brigate internazionali provenivano invece in massima parte diret�tamente dalla Germania, da cui giunsero con i mezzi pi� disparati per proseguire in campo aperto la battaglia contro il nazismo che li vedeva impegnati nelle condizioni pi� difficili dal 1933(57).

Per il Pcdi la partecipazione alla guerra civile spagnola, con le sue caratteristiche di lotta per la democrazia e l'indipendenza nazionale contro l'aggressione dei regimi fascisti, di mobilitazio�ne armata e di massa, non meno che per i suoi contenuti di eman�cipazione sociale, costitu�, assai pi� della "svolta", il terreno fon�damentale di formazione dei futuri quadri politici e militari della Resistenza italiana. Ma anche per Nenni la Spagna rappresent� il terreno per un impegno coerente ed instancabile a favore dell'u�nit� del movimento operaio internazionale contro il fascismo e la guerra e per un'azione appassionata di denuncia del "non inter�vento" e della politica di capitolazioni delle democrazie occiden�tali, nonch� dell'immobilismo della Ios, paralizzata dalle pregiu�diziali anticomuniste, dai particolarismi nazionali, da un pacifi�smo passivo che disarmava i popoli e giungeva sino alla complicit� con gli Stati aggressori(58). Pi� in generale, l'impegno comune delle forze dell'antifascismo italiano a favore della repub�blica spagnola costitu� la base per una ripresa dei legami unitari sostanzialmente interrotti alla fine del 1935 a seguito della politica comunista di "riconciliazione nazionale", e per il superamento della grave crisi politica e d'identit� che aveva accompagnato la fine della guerra d'Etiopia.

La prima fase della guerra di Spagna ‑ ed � questo un altro tema ancora insufficientemente approfondito in sede storiografica ‑coincise inoltre con una ripresa creativa della ricerca sui caratteri della rivoluzione antifascista, che si era anch'essa arenata alla fine del 1935. Particolare rilevanza riveste in tal senso la rinnovata sensibilit� delineatasi nel gruppo dirigente del Pcdi verso la costi�tuzione di un fronte popolare antifascista e verso la tematica degli obiettivi politici di transizione, tradottasi nel rinnovo su basi pi� avanzate del patto d'unit� d'azione col Psi e nella prospettiva di una "democrazia di tipo nuovo" in cui alla restaurazione ed all'al�largamento delle libert� democratiche corrispondessero profonde trasformazioni strutturali tali da estirpare le radici politiche e sociali del fascismo(59). Su queste basi, unitamente all'impegno comune nella difesa della Spagna repubblicana e nella lotta contro il fa�scismo internazionale, si realizzava una rinnovata convergenza per un verso con l'ala maggioritaria del Psi e con Nenni, il quale aveva percorso un itinerario affine sotto l'ispirazione di O. Bauer e proprio dall'esperienza spagnola era approdato ad una convinta adesione alla politica di fronte popolare; e per l'altro con GL, la cui originale ricerca di una sintesi tra democrazia e socialismo poteva per vari aspetti considerarsi anticipatrice della nuova piat�taforma programmatica dell'antifascismo italiano.

E' necessario tuttavia rilevare un limite fondamentale che pes� sull'antifascismo italiano nella seconda met� degli anni Trenta. II terreno di sperimentazione della politica di fronte popolare fu infatti essenzialmente l'emigraz�one, mentre la sua incidenza di�retta in Italia risult� estremamente limitata. La ragione principale di questo fatto � stata individuata da G. Amendola proprio nella rinnovata connotazione antifascista della politica comunista del 1937 e nell'abbandono della linea della "riconciliazione naziona�le", che avrebbero portato il Centro estero a privilegiare i rapporti con i gruppi dell'emigrazione e ad attenuare la prospettiva del "lavoro legale", ed avrebbero impedito al partito di incidere sulla realt� italiana e sulla crisi incipiente del regime fascista(60). Questa tesi si rivela tuttavia infondata ad un'attenta verifica delle fonti. La documentazione archivistica e le testimonianze dei protagoni�sti(61), ivi compresi coloro il cui distacco dal fascismo avvenne attraverso l'esperienza dei Littoriali(62), attestano infatti che nel 1937 la ripresa dell'attivit� clandestina in Italia e l'emergere di un nuovo antifascismo tra le giovani generazioni sono da rappor�tare principalmente all'influenza degli avvenimenti internazionali, in primo luogo all'intervento in Spagna e pi� in generale alla politica di guerra del regime e alla sua subordinazione alla Ger�mania nazista. Ed a questi stessi fattori, o almeno alle loro conseguenze economiche e sociali (dall'autarchia al privilegiamento della produzione bellica, alla crisi dell'industria leggera, alla di�soccupazione urbana, al carovita, all'erosione dei salari operai e dei redditi della piccola borghesia, alla disgregazione della piccola propriet� agraria) si devono ricollegare, come gi� indicavano due importanti ricerche della prima met� degli anni Settanta (63), la ca�duta del consenso ed il crescente discredito del regime tra vasti strati della popolazione gi� alla fine degli anni Trenta. Da questo punto di vista, la situazione italiana appare gi� alla vigilia della guerra profondamente diversa da quella tedesca, dove la disgregazione dei gruppi illegali di opposizione veniva a coincidere con la fase di maggiore prestigio e stabilit� sociale del regime nazista, per l'effetto combinato del boom industriale, della piena occupazione e degli spettacolari su